mercoledì 31 ottobre 2012

Theodor Adorno. La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta

Quel che temiamo più di ogni cosa ha una proterva tendenza a succedere realmente
Theodor Adorno




In psicologia la chiamano "profezia che si auto-avvera". 
Quando si teme fortemente qualcosa si mettono inconsciamente in atto una serie di meccanismi che determinano proprio l'evento temuto


Se gli uomini non fossero fin nel più profondo indifferenti a ciò che accade agli altri in generale, al di fuori dei pochi cui si trovano ad essere strettamente legati, magari solo per interessi tangibili, allora Auschwitz non sarebbe stata possibile, allora gli uomini non l'avrebbero accettata.
Theodor Adorno


La vera felicità del dono è tutta nell'immaginazione della felicità del destinatario: e ciò significa scegliere, impiegare tempo, uscire dai propri binari, pensare l'altro come un soggetto. [...]
La decadenza del dono si esprime nella penosa invenzione degli articoli da regalo.
Theodor Wiesengrund Adorno, Minima moralia (Parte prima - 1944, 21 - Non si accettano cambi)


 Non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze
 Theodor Adorno




La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.
Theodor Adorno (1903-1969), Minima moralia

Le atrocità sollevano un'indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono "more", "sudice", dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. Forse lo schema sociale della percezione presso gli antisemiti è fatto in modo che essi non vedono gli ebrei come uomini. L'affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell'istante in cui l'occhio di un animale ferito a morte colpisce l'uomo. L'ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – "non è che un animale" – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il "non è che un animale", a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell'animale. Nella società repressiva il concetto stesso dell'uomo è la parodia dell'uguaglianza di tutto ciò che è fatto ad immagine di Dio. Fa parte del meccanismo della "proiezione morbosa" che i detentori del potere avvertano come uomo solo la propria immagine, anziché riflettere l'umano proprio come il diverso. L'assassinio è quindi il tentativo di raddrizzare la follia di questa falsa percezione con una follia ancora maggiore: ciò che non è stato visto come uomo, eppure lo è, viene trasformato in cosa, perché non possa confutare, con un movimento, lo sguardo del pazzo.
Theodor W. Adorno,  Minima Moralia. Reflexionen aus dem beschädigten Leben (1951)



Asilo per senza tetto. A che punto siamo con la vita privata, si vede dalla sede in cui dovrebbe svolgersi. "Abitare" non è più praticamente possibile. Le abitazioni tradizionali in cui siamo cresciuti hanno preso qualcosa di intollerabile: ogni tratto di agio e di comfort è pagato in esse con il tradimento della conoscenza, ogni traccia d'intimità con la muffosa comunità d'interessi della famiglia. Le abitazioni moderne, che hanno fatto tabula rasa, sono astucci preparati da esperti per comuni banausi, o impianti di fabbrica capitati per caso nella sfera del consumo, senza il minimo rapporto con gli abitanti: esse contrastano brutalmente ad ogni aspirazione verso un'esistenza indipendente, che del resto non esiste più. L'uomo moderno vuole dormire sul nudo terreno come una bestia, ha decretato un settimanale tedesco prima di Hitler, liquidando, col letto, la soglia tra la veglia e il sogno. Chi non dorme la notte è sempre disponibile e pronto a qualsiasi cosa senza resistere, vigile e incosciente nello stesso tempo. Chi si rifugia in appartamenti genuini, ma messi assieme a forza di acquisti, non fa che imbalsamarsi vivo. Chi cerca di sfuggire alla responsabilità dell'abitazione andando a stabilirsi in un hòtel o in un appartamento ammobiliato, fa, per così dire, virtù delle necessità imposte dall'emigrazione.
Il peggio capita, come sempre, a quelli che non hanno da scegliere. [...] Le distruzioni delle città europee, come i campi di lavoro e di concentramento, non fanno che seguire e completare ciò che lo sviluppo immanente della tecnica ha deciso da tempo circa il destino delle case. Le case non esistono più che per essere gettate via come vecchie scatole di conserva.
Theodor W. Adorno, Minima Moralia - Meditazioni della vita offesa - Einaudi pag. 34



Amare significa saper impedire
che l’immediatezza sia soffocata
dall’onnipresente pressione
della mediazione

L’amore è la capacità di avvertire
il simile nel dissimile
Sei amato solo dove puoi mostrarti
debole senza provocare
in risposta la forza
Theodor W. Adorno
Minima moralia (§§ 110 e 122)


10, Uniti e separati.
Il matrimonio, la cui abbietta parodia sopravvive in un'epoca che ha sottratto ogni terreno al matrimonio come diritto umano, serve oggi, per lo più, al trucco dell'autoconservazione: ognuno dei due congiurati attribuisce all'altro la responsabilità di tutto il male che commette, mentre - in reaItà - essi vivono insieme una vita torbida e stagnante. Un matrimonio dignitoso sarebbe solo quello in cui l'uno e l'altro avessero una vita indipendente, senza la fusione prodotta dalla comunità d'interessi che è imposta dalla necessità economica, e si assumessero - in perfetta libertà la responsabilità l'uno dell'altro.
Il matrimonio come comunità d'interessi significa inevitabilmente la degradazione dei partecipanti, e la perfidia dell'ordinamento del mondo è che nessuno, anche se ne fosse consapevole, potrebbe sfuggite a questa degradazione.
A volte si potrebbe pensate che la possibilità di un matrimonio senza infamia sia riservata a quelli che sono dispensati dalla ricerca dell'interesse, e cioè ai ricchi. Ma questa possibilità è del tutto formale, poiché questi privilegiati sono proprio quellí per cui la ricerca dell'interesse è diventata una seconda natura: altrimenti non conserverebbero il privilegio.



16. Per una dialettica del tatto. 
Goethe, che si rendeva chiaramente conto dell'incombente impossibilità dei rapporti umani nella società industriale nascente, ha cercato, nelle novelle degli Anni di viaggio, di rappresentare il tatto come la sola possibilità di salvezza tra gli uomini estraniati. Questa soluzione fa tutt'uno, per Goethe, con la rinuncia: con la rinuncia alla vicínanza piena, alla passione e alla felicità intera. L'umano consiste, per lui, in un'autolimitazione, che fa proprio in anticipo - per esorcizzarlo - il corso inevitabile della storia; l'inumanità del progresso, l'atrofizzazíone del soggetto, Ma ciò che è accaduto in seguito fa apparire la stessa rinuncia goethiana come un compimento. Tatto e umanità - che sono in lui una cosa sola - hanno percorso nel frattempo la via da cui, nell'opinione o nella speranza di Goethe, avrebbero dovuto tenerci lontani. Ma il tatto ha la sua ora storica precisa: che è quella in cui I'individuo borghese si è appena liberato dalla costrizione assolutistica. Libero e solo, esso risponde di se stesso, mentre le norme - elaborate dall'assolutismo - di rispetto e considerazione gerarchica, private della loro base economica e della loro forza minacciosa, sono tuttavia ancora abbastanza vive e presenti da rendere tollerabile la convivenza all'interno di gruppi privilegiati.

Questo paradossale incontro di assolutismo e liberalità non si avverte solo nel Wilheln Meister, ma anche nell'atteggiamento di Beethoven verso gli schemi tradizionali della composizione, e fino nella logica, nella ricostruzione soggettiva - ad opera di Kant - delle idee oggettivamente vincolanti. Le riprese regolari di Beethoven dopo le variazioni dinamiche, la deduzione kantiana delle categorie scolastiche dall'unità della coscienza, sono - in un senso eminente - operazioni piene di tatto.

Il presupposto del tatto è la convenzione in sé compromessa ma ancora presente. Oggi la convenzione è irrimediabilmente crollata, e continua a vívere solo nella parodia delle forme, in una etichetta arbitrariamente escogitata o ripescata ad uso degli ignoranti, come quella che certi consiglieri non richíesti insegnano sui giornali: mentre l'intesa che era alla base di quelle convenzioni nella loro stagione umana si è trasformata nella cieca conformità dei radioascoltatori e possesso d'automobile. La scomparsa del momento cerimoniale sembra, in un primo tempo, tornare a vantaggio del tatto. Questo si emancipa da ogni norma eteronoma, da ogni cattivo imparaticcio, e contegno pieno di tatto sarebbe - in questo senso - quello che si determina solo sulla specifica natura di ogni rapporto umano. Ma questo tatto emancipato incorre in difficoltà, come accade ad ogni nominalismo. Tatto non era la pura e semplice sottomissione alla convenzione cerimoniale: su cui, anzi, tutti i nuovi umanisti hanno esercitato senza tregua la loro ironia. La funzione del tatto è stata altrettanto paradossale del suo momento storico, implicando la conciliazione - a rigor di termini impossibile - tra l'istanza non riconosciuta della convenzione e l'istanza ribelle dell'individuo.
Il tatto non poteva misurarsi ad altro che a quella convenzione. Questa rappresentava - per quanto in forma rarefatta - l'universale, che costituisce la sostanza della stessa istanza índividuale. Il tatto è una differenza specifica, consíste in deviazioni consapevoli. Ma quando il tatto, ormai emancipato, si contrappone all'individuo come ad un assoluto, senza un universale da cui differire, manca l'individuo e finisce per fargli torto.
La domanda <<Come sta?>, quando non è più imposta e attesa dall'educazione, diventa indagatrice e offensiva; il silenzio intorno a questioni delicate si trasforma in asciutta indifferenza, dal momento che non c'è piú nessuna regola intorno a ciò di cui conviene o non conviene discorrere.
Glì individui cominciano - e non senza ragione - a reagire con ostilità al tatto:
un certo tipo di cortesia, anziché dar loro il senso di essere trattari come uomini, desta in loro il sospetto dello stato inumano in cui si trovano, e la persona cortese corre il rischio di passare per scortese, perché fa uso della cortesia come di un privilegio superato. Alla fine il tatto emancipato, puramente individuale, diventa una pura e semplice menzogna. Nell'individuo, esso si rivolge, di fatto, a ciò che, peraltro, tace accuratamente; il potere effettivo, e, piú ancora, il potere virtuale che ciascuno rappresenta. Dietro l'esigenza di affrontare l'individuo in modo assolutamente adeguato, senza preamboli di sorta, non c'è che la costante preoccupazione che ogni parola renda tacitamnte conto di ciò che l'interpellato rappresenta e di quelle che sono le sue chances nella gerarchia sempre piú rigida che include tutti quanti. Il nominalismo del tatto contribuisce al trionfo dell'universale piú universale, del nudo potere di disposizione, fin nelle costellazioni piú intime. L'abolizione delle convenzioni come di un orpello inutile, antiquato ed esteriore, consacra la realtà piú esteriore di tutte, una vita di dominio immediato. E che il venir meno anche di questa caricatura del tatto nel cameratismo a base di spintoni renda ancora piú insopportabile l'esistenza, non è che un altro segno della crescente impossibilità della convivenza umana nelle attuali circostanze.
Theodor W. Adorno, Minima Moralia - Meditazioni della vita offesa 


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