martedì 27 agosto 2013

Elaborazione del lutto: Cosa fare e cosa non dire


Tratto da Luca Mazzucchelli


Vediamo assieme 5 suggerimenti che è importante tenere a mente durante questi momenti, e successivamente alcune cose da NON fare se stiamo vicino a qualcuno che si trova in questa situazione.

Invitiamo anche alla lettura dell'articolo Le diverse reazioni alla perdita di persone importanti


1) Evita di trascurarti e lasciarti andare, ma prenditi cura di te stesso durante tutto il periodo di prostrazione.

2) Costruisciti una rete di sostegno: è fondamentale non sentirsi soli ma essere sostenuti e incoraggiati dalle persone per noi più o meno importanti.

3) Vivi il dolore per mettere la morte nella dimensione corretta, che è il passato.

4) Crea dei tuoi rituali di separazione.

5) Concediti 4 piaceri al giorno.

Una cosa importante che non è scritta nell'articolo è: concedi al pianto maggiore importanza e non ritenerlo un effetto da soffocare, la società attuale è malata da questo punto di vista perché condanna e rifugge il pianto. Quando piange un bambino o un adulto, la prima cosa che ti dicono è "non piangere", sbagliato, la natura ci ha dato il pianto come metrica di espressione che altre cose o parole non possono sostituire, la farsa del ridere a tutti i costi, di fare cose che fanno ridere pur di non piangere, è una violenza inutile e stupida.


Interessante riflessione, Franco.... eredità dell'epoca storica che vedeva il modello nell'uomo guerriero e considerava le lacrime come debolezza....cambiare la metrica d'espressione, dunque..... : piangere si può! 

Magari fosse solo un condizionamento atavico!! Il modello che descrive il pianto come un accessorio negativo, viene applicato anche alle donne, e ho timore che più che un retaggio di epiche gesta (ok, un tono di virilità pulita è ben gradito almeno per me) sia una sorta di anestetizzazione della cultura molle moderna. Questo fatto della negazione del pianto è parente stretto della negazione della morte che è tipica della nostra epoca. Oggigiorno la morte è tenuta nascosta, edulcorata, alleggerita in mille maniere pur di non mescolarla con la nostra illusione di immortalità urbana. In sintesi abbiamo, come socetà, timore di metabolizzare dolore e morte perchè una falsa cultura parallela a quella classica, ci ha indotto a credere in una sorta di vita asettica che non declina. Si, piangere si può e si deve perchè ogni espressione dell'umana natura è uno specchio portatile in cui ritrovarsi, ammesso di avere una scorta di fazzoletti 

http://youtu.be/-IZnCuLv5WE


Tratto da Luca Mazzucchelli  

 
Le reazioni davanti al lutto
L'esperienza della perdita ci rimanda al divario tra la nostra storia e a nostra esperienza, tra la realtà e le aspettative

Quando è opportuno richiedere un aiuto psicologico?
Tutte le persone prima o poi si devono rapportare con l'esperienza della perdita di qualcosa di importante. Non solo la morte di persone a noi care, che è il prototipo di perdita, ma anche di un rapporto d'amore, d'amicizia, di un oggetto con particolare valore. Lo stesso crescere vuol dire un po' anche morire, abbandonare una parte di se stessi per approdare a una nuova, cercando di integrare il meglio possibile gli aspetti vecchi con quelli nuovi.
Sono queste delle perdite doppie: oltre alle persone care ci vediamo costretti a rinunciare a una parte di noi stessi, ci sentiamo più soli, diversi, smarriti.

Il quadro di Munch, come molti altri di questo autore, riesce a catturare e restituirci in maniera efficacie l'ansia che le persone provano di fronte alla scoperta della propria vulnerabilità.

D'altra parte il sentimento della perdita è universale. Sluzky ci ricorda che “le perdite sono le ombre di tutti i possessi, materiali e non”. Così come l'ombra affianca costantemente il nostro corpo, infatti, anche la certezza che prima o poi perderemo qualcosa, qualcuno, un progetto, ci segue inevitabilmente: non è un qualcosa di opzionale nella nostra vita ma sua parte integrante, l'opposto che è in grado di darle un senso e valore.

Il sentimento della perdita rappresenta, in effetti, il tentativo di tornare all'unità, al rapporto, di mantenere una connessione, di riorganizzarsi. E' questa l'ironia insita nella perdita: il vuoto che percepiamo tendiamo a conservarlo, poiché rimane l'unica cosa in grado di tenerci in contatto con la persona perduta. Là dove c'era lei ora non c'è più nulla, c'è un vuoto che si può decidere di tenere vicino a sé in ricordo dei tempi passati, lo si può riempire di nuovi significati costruttivi e positivi oppure renderlo ricettacolo dei propri rimpianti e rimorsi, trasformarlo in un demone persecutorio in grado di prendere il sopravvento sul nostro modo di vivere la vita.

Se la perdita è inevitabile quello che può cambiare da persona a persona è piuttosto la percezione che noi abbiamo di essa. Uno studio del 2004 di Bonanno, Wortman e Nesse dimostra chiaramente quanto siano diverse le forme di adattamento all'evento del lutto, suggerendo la necessità di abbandonare l'idea ingenua ma diffusa che la sua elaborazione proceda e si risolva in maniera lineare, passo dopo passo, per approdare invece a una concezione nella quale siano differenti i percorsi di negoziazione della perdita.

Dopo avere selezionato 267 coppie di coniugi di cui almeno un membro con più di 65 anni, sono state studiate le diverse reazioni alla morte del partner, con risultati interessanti.

L'idea più comune per cui dopo la perdita si prova dolore con un picco dopo 6 mesi che torna nella norma un anno dopo il lutto è uno schema seguito solo dall'11% delle persone. Sono sicuramente soggetti dotati di buone strategie di adattamento. In questo caso l'elaborazione procede in maniera lineare.


Lettura suggerita
Come affrontare la perdita di una persona cara. Un percorso emozionale consapevole e attivo per elaborare il lutto

Il 46% delle persone rispondono al lutto in maniera ancora migliore. Partono da un dolore relativamente basso che resta tale fino a 4 anni dopo. Questo non è dovuto al fatto che neghino le proprie emozioni o che siano insensibili. Mostravano di avere un buon rapporto con il partner ma la sua ricerca dopo la morte resta bassa: hanno eccellenti capacità di affrontare la situazione.

Per entrambe queste categorie non è necessario fornire aiuto psicologico. Anzi sarebbe necessario studiarle per imparare come fanno. Non tutte le persone però sono così.

Per il 16% dei soggetti, infatti, il dolore aumenta fino a 6 mesi senza mai diminuire anche a 4 anni di distanza. Sono persone che hanno un bisogno esagerato di ripetere più volte l'evento della perdita del partner. Spesso sono pieni di rimorsi per quello che hanno o non hanno fatto insieme al loro compagno e un sostegno psicologico può fornire loro un aiuto nell'elaborazione del lutto.

Per l'8% la sofferenza era presente già 3 anni prima del lutto, perché soffrivano di depressione marcata e la perdita ha poi aggravato lo stato delle cose. In questo caso più che elaborare il lutto è consigliata una psicoterapia per curare la depressione.

Il 10% delle persone, invece, sono depresse prima del lutto ma si sentono sempre meglio dopo l'evento della perdita. Questo per il fatto che il rapporto tra i coniugi era già deteriorato ma non si raggiungeva la separazione (si pensi a casi di abuso fisico o psicologico) oppure perché in casi di assistenza a persone cronicamente malate. Per queste persone la morte più che un problema ne rappresenta la sua soluzione. “Ho una vita nuova davanti ora, mi sento rinascere!”. In queste situazioni il supporto psicologico può essere utile per sentirsi autorizzati a sentirsi sollevati, senza provare un pericoloso senso di colpa.


Come ha spiegato Neimeyer nel suo libro “lesson of loss: A guide to coping”, la morte può sovvertire le nostre regole e organizzazioni di vita. Quando una persona rimane orfana del proprio partner capita che mantenga abitudini di coppia,sorprendendosi nella naturalezza con la quale si scopre ad apparecchiare la tavola ancora per 2 persone, mettendosi il profumo del partner, assumendo abitudini che prima erano del compagno. È per questo che è importante riuscire a capire l'esperienza della perdita alla luce dell'esigenza umana di ordine e organizzazione. Tutti i nostri disturbi in fin dei conti sono tentativi di adattamento andati a male, tentativi di tenere vicino persone che vorremmo fossero con noi.

Così capita che quando un evento frantuma la predicibilità della nostra vita non sappiamo più chi siamo. Si pensi all'11 settembre, alle persone che hanno vissuto a pochi metri dalle torri gemelle in prima persona una tragedia che non può non toccare. Si pensi a un soldato diciottenne che viene catapultato in Afganistan e prova l'esperienza della morte di persone care, che si vede a fare cose che non pensava di riuscire a compiere, spara, non si riconosce più. Il tradimento, le violenze, gli incidenti, le storie traumatiche, sono tutte esperienze che frantumano e invalidano il modo che abbiamo di concepire la nostra vita, di rapportarci con il mondo.

L'esperienza della perdita ci rimanda quindi a una verità più grande, a un buco tra la nostra storia e l'esperienza, un divario tra noi e gli altri che cerchiamo di rendere più comprensibile. Ed è quando non ci sono parole per spiegare l'esperienza che il divario diventa maggiore.

Luca Mazzucchelli
Psicologo specializzato in psicoterapia



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