mercoledì 14 settembre 2016

Ermanno Rea. Il sorriso di Don Giovanni. «A tutti i miei traumi io ho reagito sempre alla stessa maniera: chiedendo aiuto ai libri. Per quel che mi riguarda, il libro è prima di tutto una ciambella di salvataggio. Non che ti migliori, a questo credo poco. E neppure che ti sani le ferite. Però ti placa. Alla maniera di un lenimento, di un farmaco di pronto intervento.

Ermanno Rea ci ha lasciati ieri. Aveva 89 anni. 
Lo ricordiamo con la recensione di Enzo Rega a un romanzo che è una dichiarazione d'amore al mondo dei libri e della lettura: 

"Il sorriso di Don Giovanni".
«A tutti i miei traumi io ho reagito sempre alla stessa maniera: chiedendo aiuto ai libri. Per quel che mi riguarda, il libro è prima di tutto una ciambella di salvataggio. Non che ti migliori, a questo credo poco. E neppure che ti sani le ferite. Però ti placa. Alla maniera di un lenimento, di un farmaco di pronto intervento.»




Una donna: Adele. Una passione prorompente, insopprimibile, quasi gesto d’obbedienza a un comando biologico: i libri, la lettura, i fantasmi che popolano l’universo della grande invenzione letteraria universale, Emma Bovary, Madame Chauchat, il principe Myškin, il capitano Achab, Henry Esmond, don Giovanni…
Adele brucia come un giovane ceppo in un camino, entra nei libri come fossero porte aperte, conversa con i personaggi, li contraddice. Ma non c’è traccia di delirio in questi incontri ravvicinati”, semmai una grande, magica capacità di visione e di immedesimazione. Siamo negli opachi, anzi rischiosi, anni settanta, in una cittadina dell’entroterra campano dove tutto sembra fermo e addormentato. E invece…
Adele ha soltanto quattordici anni quando si innamora di Fausto, lettore accanito a sua volta nonché fervido militante del partito comunista (laddove lei preferisce sognare la rivoluzione). Amori e divergenze bruciano la loro giovinezza. Finché Adele, inquieta e delusa, abbandona la sua “Macondo” per Napoli, dove si fa “maestra di strada” in uno dei quartieri più degradati della città. I libri insomma continuano a essere la sua ossessione. La sua ragione di vita. A scandire, come un tempo le speranze, adesso le delusioni. Tra cui la più grande di tutte: l’irrimediabile perdita dell’uomo amato. Ora Adele vive isolata nell’appartamento ereditato dalla nonna, trasformato in una vera e propria biblioteca pubblica, tra migliaia di libri rari, pregiati, antichi e moderni, una sorta di sacrario all’interno del quale si muove come una vestale e si intrattiene con gli interlocutori di sempre: caro don Chisciotte, caro Renzo, caro don Giovanni…
Adele brucia sino alla fine, ma il suo amore per la letteratura non ha nulla di cerebrale, anzi in esso si consuma la sua irresistibile sensualità. Un intenso ritratto di donna, dunque, per mezzo del quale l’orizzonte visionario del romanzo di Ermanno Rea si allarga a dismisura, fino ad attraversare la domanda che oggi maggiormente ci inquieta: quale sorte riserva il futuro a quell’ineffabile oggetto dei nostri desideri che si chiama libro?

https://youtu.be/jRvFQFj5b3s


Ermanno Rea
IL SORRISO DI DON GIOVANNI
pp. 233, € 18
Feltrinelli, Milano 2014


Ermanno Rea - Il sorriso di Don Giovanni.
“Sono una lettrice accanita, obbligata – credo dalla sua dannata immaginazione (nonché sentimento) – a vivere accanto ai libri, dentro ai libri, per i libri, leggendoli, ma non soltanto. Vivendoli. Perché, caro Maestro, quando un libro mi prende non passa su di me senza lasciare tracce profonde, senza cambiarmi un poco. Questo, per quanto mi riguarda, è un punto fermo: i grandi libri ci mutano, ci trasformano, e non soltanto individualmente ma come collettività”.
Il passo è quasi alla metà esatta del nuovo libro di Ermanno Rea. 

Il “maestro” a cui Adele, la protagonista, si rivolge, è Italo Calvino. Il libro di Calvino che l’ha folgorata è, non a caso, Se una notte d’inverno un viaggiatore, il romanzo caleidoscopico, uscito nel 1979, alla fine di quegli anni settanta che Adele attraversa insieme al suo Fausto, il comunista amato, lasciato, ritrovato. Non a caso si tratta di quel romanzo di Calvino composto di tanti romanzi interrotti per un errore di impaginazione della casa editrice.

In questo passo c’è infatti il ritratto di Adele, il senso di questo libro di Rea, ma (a stare all’affermazione “Adele sono io” nella Nota finale) anche una raffigurazione dell’autore.
C’è il Rea scrittore “civile” nell’affermazione finale nella citazione appena riportata, quella che proclama fiducia nella trasformazione della “collettività” a opera dei libri. Rea ci ha consegnato infatti quella stupenda trilogia sul declino di Napoli, e sul suo possibile riscatto, che comprende Mistero napoletano (1995), La dismissione (1998) e Napoli ferrovia (2007), con l’appendice di La comunista (2012), che riprende la protagonista di Mistero napoletano, la comunista eretica Francesca Spada. E il secondo racconto di La comunista (il libro contiene infatti due “storie napoletane” autonome) vede un immigrato polacco intento a costruire, sotto il Vesuvio, una grande biblioteca per il suo committente, un vecchio grecista napoletano.

Ed ecco che questo Sorriso di don Giovanni (con il quale Rea, dopo il saggio La fabbrica dell’obbedienza, continua a uscire con il suo nuovo editore, Feltrinelli, che ha intrapreso la ripubblicazione delle sue opere, a partire da La dismissione) fa dei libri il centro della narrazione, attraverso una donna che parla in prima persona: e sempre Rea, nella trilogia aveva “incarnato” Napoli stessa volta per volta in un personaggio femminile, anche se qui siamo in un paesino dell’interno, una “Macondo” irpina, da cui muovere poi verso il capoluogo campano, seguendo la formazione umana, politica e letteraria di Adele. E se i tomi della trilogia erano romanzi-saggio, questo è un romanzo-romanzo, che però si nutre dei tanti libri che i protagonisti leggono e delle discussioni che i libri suscitano, rivivendo nello sguardo dei lettori.
Quando un libro mi prende non passa su di me senza lasciare tracce, senza cambiarmi un poco. Questo, per quanto mi riguarda, è un punto fermo: i grandi libri ci mutano, ci trasformano, e non soltanto individualmente ma come collettività.

In exergo, infatti, Rea afferma perentoriamente, con Marc-Alain Ouaknin, “Leggere è creare!”, e cita il Sartre delle riflessioni sulla letteratura: “Lo scrittore si appella alla libertà del lettore perché collabori alla produzione della sua opera”. E così, nelle primissime righe del romanzo, Adele confessa la sua precoce passione di lettrice che vuole entrare nei libri che legge: “Ero un fiore ancora in boccio, ma già smaniosa di essere un’altra, anzi svariate altre, a seconda dei casi. Creatura di carta, sfogliavo pagine in continuazione pretendendo di entrarci dentro per farmi personaggio a mia volta, entità immaginaria come i miei eroi: ehi, adesso dovete fare i conti con me!”. La lettura è amplificazione della propria vita, ma anche strumento di comprensione del mondo, in quella tipica dimensione in cui la letteratura si “stira” tra il “qui” della realtà esistente e il “là” di un altrove possibile: e qui si dispiega, nell’utopia letteraria, la funzione “redentrice” della scrittura stessa. Vediamo subito allora la piccola Adele arrampicarsi sulle scale della bianca libreria di don Arturo, prospettando per sé un futuro da “libraio” (declinato al maschile), e immaginando di precipitare da quella scala insieme “a una pioggia di romanzi con le ali aperte come uccelli. L’ho sognato almeno due volte: ero io stessa un libro che cadeva con le ali aperte”.

Un romanzo fondamentale nella formazione di Adele, e del suo Fausto, con il quale ne discute, è l’immortale Idiota di Dostoevskij, che instilla un cruciale quesito: “Essere completamente buoni era una possibilità reale dell’esistenza oppure no?”; domanda di portata etica che appunto registra, e condensa, la tensione tra reale e altrove, domanda che diventa ossessione che spinge la protagonista a interrogare direttamente il libro, in un’esegesi vissuta che man mano interessa tante altre opere. Fino alla fine, quando Adele, ormai anziana, si ritira a vivere in una casa-biblioteca, i cui libri vengono dati in prestito. Una casa animata da tante figure di carta, da tanti personaggi “reali”: “Caro Leopold, caro Nathan, caro Tristram, caro capitano Achab, soprattutto carissimo don Alonso, amici tutti, non potete immaginare come sia contenta di avervi stasera in casa mia…”. E che l’ultimo a essere nominato sia Don Chisciotte non è casuale.

enzo.rega@libero.it
E. Rega è docente e saggista

http://www.lindiceonline.com/letture/narrativa-italiana/ermanno-rea-il-sorriso-di-don-giovanni/



Quello che (non) ho - ERMANNO REA RACCONTA LA PAROLA "IMPOSSIBILE".
ERMANNO REA: La parola che vi propongo è «l'impossibile»: un aggettivo sostantivato di uso molto corrente. Si dice per esempio -- ed è un rimprovero - «tu vuoi l'impossibile!». Ma le rampogne, intorno a questo tema, quasi non si contano. Si dice anche: «tu sei un acchiappanuvole!»; «ma quando ti deciderai a mettere i piedi per terra?»; «ma lo sai che quel che conta veramente è la realtà, soltanto la realtà?»; «insomma, tu vuoi la luna!».



https://youtu.be/rKgQgn-JcdQ




Il lato oscuro e complice degli italiani. Ermanno Rea: "La fabbrica dell'obbedienza"
https://youtu.be/9AGfLCANpGY



Servili, bugiardi, opportunisti: il mondo continua a osservarci stupito e a chiedersi donde provengano, negli italiani, tante riprovevoli inclinazioni, tanta superficialità etica... Ermanno Rea racconta in video il nostro "lato oscuro e complice"

“Come tanti Provenzano, le nostre case pullulano di santini e di refurtiva”

Servili, bugiardi, fragili, opportunisti: il mondo continua a osservarci stupito e a chiedersi donde provengano, negli italiani, tante riprovevoli inclinazioni e tanta superficialità etica. In questo suo libro, sciolto e affabulatorio nella forma quanto ruvido e penetrante nella sostanza, Ermanno Rea ci trasporta indietro nel tempo alla ricerca delle origini stesse della “malattia”, del suo primo zampillare all’ombra di quel Sant’Uffizio che, nel cuore del secolo XVI, trasformò il cittadino consapevole appena abbozzato dall’Umanesimo in suddito perennemente consenziente nei confronti di santa romana Chiesa. Dopo oltre quattro secoli, la “fabbrica dell’obbedienza” continua a produrre la sua merce pregiata: consenso illimitato verso ogni forma di potere (tanto meglio se dal cuore marcio, dal momento che la Controriforma – ci spiega l’autore – sa essere sempre molto indulgente con se stessa e con i propri alleati e sostenitori). Da allora nulla è più cambiato: l’italiano si confessa per poter continuare a peccare; si fa complice anche quando finge di non esserlo; coltiva catastrofismo e smemorante cinismo con eguale determinazione. Dall’Ottocento unitario fino alla maestosa festa mediatica del berlusconismo, il proverbiale “Mario Rossi” ha indossato la stessa maschera del Girella ossequioso: viva il potere! viva i ricchi! viva la Chiesa!




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