lunedì 7 maggio 2012

Fëdor Dostoevskij. L'Idiota. La bellezza salverà il mondo. «Una tale bellezza è una forza» disse con calore Adelaida, «con una tale bellezza si può rovesciare il mondo!»

La bellezza salverà il mondo



Ma lo sapete, lo sapete voi che senza l'Inghilterra l'umanità potrebbe ancora vivere, senza la Germania pure, senza l'uomo russo potrebbe vivere e vivrebbe anche troppo bene; potrebbe vivere senza la scienza, senza il pane...; solo senza la bellezza non si potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe nulla da fare al mondo?
Fëdor Dostoevskij


«Che forza!» esclamò d'un tratto Adelaida […].
«Dove? Quale forza?» chiese bruscamente Lisaveta Prokof'evna.
«Una tale bellezza è una forza» disse con calore Adelaida, 
«con una tale bellezza si può rovesciare il mondo!»
Fëdor Michailovic Dostoevskij, L’idiota



«L’idiota ha forti passioni, un ardente bisogno d’amore e un orgoglio infinito… 
Carattere essenziale dell’idiota. Dominio di se stesso per orgoglio (e non per ragioni morali). Contemporaneamente: libertà sfrenata. Si permette tutto. Potrebbe dunque diventare un mostro, ma l’amore lo salva. A poco a poco una pietà profonda lo penetra» 
Fëdor Dostoevskij


“Evidentemente il tempo della nostra vita non basta per riuscire a farci capire…... 
Io sono costruito interamente contro la realtà […] il più delle volte ormai trovo conforto soltanto nello sconforto…..Ma l’uomo continua a parlare, parla continuamente, continua a parlare del proprio disgusto ogni volta che parla del proprio destino…. I nostri maestri ci hanno lasciati soli. Non ci saranno maestri del futuro e quelli del passato sono morti... Siamo tutti orfani, non siamo solitari, ma sempre soli,...Noi ci costringiamo a non percepire il nostro abisso. Eppure, per tutta la vita, non facciamo altro che guardare giù, al nostro abisso fisico e psichico, pur senza percepirlo. Le nostre malattie distruggono sistematicamente la nostra vita, come un’ortografia che, diventando sempre più difettosa, distrugga se stessa.”
Fëdor Dostoevskij, L’idiota – Einaudi

«Io non sono stato innamorato» rispose il principe sempre con lo stesso tono sommesso e serio, 
«io… sono stato felice diversamente.»
Fëdor Michailovic Dostoevskij, L’idiota


Anche voi, Aleksandra Ivanovna, avete un viso stupendo e molto dolce, ma forse c'è in voi una qualche malinconia segreta; avete senz'altro un'anima buonissima, ma non siete allegra. C'è nel vostro viso una sfumatura particolare, come nella Madonna di Holbein a Dresda.
Fëdor Michailovic Dostoevskij, L’idiota



Io ho sempre paura di nuocere, col mio aspetto ridicolo, al pensiero e all’idea essenziale. 
Non ho il gesto opportuno. I miei gesti sono sempre in contrasto con quello che dico, e ciò suscita il riso e abbassa l’idea. Mi manca anche il senso della misura, e questo è importante, anzi è il più importante… So che farei meglio a starmene zitto. Quando mi chiudo nel silenzio, posso persino sembrare una persona giudiziosa, e inoltre ho agio di riflettere. 
Fëdor Dostoevskij, L’idiota


Essendo in punto di morte (perché, comunque vadano le cose, morirò anche se sono ingrassato, come sostenete voi), essendo dunque sul punto di morire, ho sentito che sarei andato in paradiso incomparabilmente più tranquillo se fossi riuscito a mettere in ridicolo almeno uno dei rappresentanti di quell'infinita schiera di uomini che mi hanno perseguitato per tutta la vita, che io ho odiato durante la mia esistenza e di cui il vostro stimatissimo fratello è una figura di spicco. Io vi odio, Gavrila Ardalionovic, unicamente perché – e vi potrà sembrare sorprendente – unicamente perché voi siete il tipo e la personificazione, l’incarnazione a la sintesi della più sfacciata, della più compiaciuta, della più volgare e ripugnante ordinarietà! Voi siete l’ordinarietà magniloquente, priva di dubbi e olimpicamente soddisfatta; siete il concentrato del grigiore quotidiano! Mai nella vostra mente né nel vostro cuore potrà nascere la minima idea personale. Eppure siete infinitamente invidioso; nel profondo siete convinto di essere un grandissimo genio, tuttavia il dubbio, qualche volta, nei momenti neri, viene a farvi visita e vi riempie di rabbia e di invidia. Oh, al vostro orizzonte vi sono ancora punti neri; verranno meno quando rimbecillirete definitivamente, cosa che avverrà presto; tuttavia il vostro cammino sarà ancora lungo e vario, non dirò felice, e di questo sono contento.
Fëdor Dostoevskij, L’idiota



“Lo avevano ricoverato per curarlo della sua follia, ma secondo me non era pazzo, aveva soltanto terribilmente sofferto: in ciò consisteva tutta la sua malattia.” 
Fëdor Dostoevskij, L’idiota


Nell'amore astratto per l'umanità quasi sempre si finisce per amare solo se stessi.
Fëdor Dostoevskij, L'idiota




Laggiù, laggiù non c’erano che bambini e io stavo tutto il tempo coi bambini, soltanto con loro. Erano i bambini del villaggio, tutta una banda che frequentava la scuola. Io non è che insegnassi loro, no, per questo c’era il maestro di scuola Jules Thibault; io forse insegnavo anche, ma soprattutto stavo con loro, e i miei quattro anni trascorsero tutti così. Non avevo bisogno di nient’altro. Dicevo loro tutto, senza nascondere nulla. I loro padri e parenti se la presero con me perché i bambini, alla fine, non riuscivano a fare a meno di me, e il maestro di scuola finì per diventare il mio nemico numero uno […]. Mi ha sempre colpito il pensiero di quanto poco i grandi conoscano i bambini, i padri e le madri conoscono poco addirittura i propri figli. Ai bambini non bisogna nascondere nulla, col pretesto che sono piccoli, e per loro è troppo presto sapere. Che idea triste e disgraziata! I bambini poi si accorgono benissimo che i loro padri li ritengono troppo piccoli e credono che non capiscano nulla, mentre loro capiscono tutto alla perfezione. I grandi non sanno che un bambino può dare un consiglio straordinariamente importante anche nelle questioni di maggior merito. Oh mio Dio! Quando uno di questi graziosi uccellini ti guarda, pieno di fiducia e di felicità, dovresti aver vergogna di ingannarlo! 
Fëdor Dostoevskij, L'idiota



Forse anche qui mi considereranno un ragazzino, e sia. C’è anche chi mi crede un idiota, non ho mai scoperto perché. In verità sono stato talmente malato da non essere molto diverso da un idiota; ma com’è possibile che sia idiota anche adesso quando io per primo mi accorgo che la gente mi considera tale? Io entro e penso: “Mi credono idiota, ma io sono intelligente, e loro non lo sospettano nemmeno".
Fëdor Dostoevskij, L'idiota


Mostratemi un’idea che leghi la presente umanità anche solo con la metà delle forze che c’era in quei secoli. E osate poi dirmi che le fonti della vita non si sono impoverite, non si sono intorbidate sotto questa “stella”, sotto questa rete che ha inviluppato gli uomini. E non cercate di farmi impressione col vostro benessere, con le vostre ricchezze, con la rarità delle carestie e la rapidità delle vie di comunicazioneC’è più ricchezza, ma meno forza; un’idea che leghi gli uomini non c’è più: tutto è rammollito, tutto è sfatto, tutti sono sfatti. Tutti, tutti, tutti siamo sfatti!
Fëdor Dostoevskij, L'idiota


Di questi onniscienti se ne incontrano spesso, specialmente tra gli impiegati. Loro sanno tutto. La loro irrequieta curiosità e il loro spirito d’investigazione si fissano volentieri sulle inezie, in mancanza di interessi più importanti, come direbbe un pensatore contemporaneo. Per questa ragione, il sapere di simili persone si esercita soltanto in ambiti molto ristretti. Sanno dove il tale è impiegato, chi conosce, quanto possiede, dove è stato governatore, che moglie e che dote ha preso, chi gli è cugino di primo grado, chi di secondo e via discorrendo. Il più delle volte, questi onniscienti hanno i gomiti sdruciti e guadagnano diciassette rubli al mese. Le persone di cui ci raccontano la vita, morte e miracoli non sospetterebbero nemmeno alla lontana da che cosa siano mossi questi investigatori; ma intanto molti di costoro si compiacciono della propria onniscienza e acquistano perfino la stima del prossimo. E' una scienza, quella delle chiacchiere, che ha le sue seduzioni. Io ho conosciuto politici, letterati e poeti che proprio grazie a questa sono riusciti a fare carriera.
Fëdor Dostoevskij, L'idiota

Potete star certi che Colombo non era felice nel momento in cui scoperse l'America, bensì quando era in viaggio per scoprirla. L'importante non era quel Nuovo Mondo, che magari poteva anche inabissarsi. L'importante sta nella vita, solo nella vita, nel processo della sua scoperta, in questo processo continuo ed ininterrotto, e non nella scoperta stessa! Del resto, voglio aggiungere che ogni idea nuova o geniale concepita da un uomo, o anche, semplicemente, ogni idea seria gemmata nella mente di qualcuno, resta sempre qualcosa che è impossibile trasmettere agli altri uomini, anche se si scrivessero interi volumi e si impiegassero anche trentacinque anni nell'intento di interpretarli; rimarrà sempre qualcosa che si rifiuterà in ogni modo di uscire dalla vostra testa e resterà sempre chiuso in voi...
Fëdor Dostoevskij, L’idiota

«No, non lo so, ora penso a tutt’altro”. “E a che cosa pensi?” “Ecco, quando tu ti alzi e mi passi vicino, io ti guardo e ti seguo con gli occhi; sento il fruscio della tua veste e il cuore mi vien meno, e se esci dalla stanza, mi ricordo di ogni tua parola, e con quale intonazione hai detto ogni cosa. Tutta questa notte non ho pensato a nulla, ho sempre ascoltato il tuo respiro nel sonno, e come ti sei mossa un paio di volte».
Fëdor Dostoevskij, “L’idiota”


Il cattolicesimo è nonostante tutto una fede non cristiana! [...] questo per prima cosa, per seconda cosa, il cattolicesimo romano è peggio dell'ateismo stesso! [...] L'ateismo predica il nulla, mentre il cattolicesimo va oltre: predica un Cristo travisato, un Cristo calunniato e oltraggiato, un Cristo contrario alla verità! Predica l'anticristo, ve lo giuro, ve lo garantisco![...] Questa è la mia opinione personale e io so quanto ho sofferto nel rendermene conto! Il cattolicesimo di Roma crede che senza il potere statale universale la Chiesa non possa stare al mondo, e grida: Non possumus! [...] No, il Cattolicesimo romano non è una religione, è la continuazione dell’Impero Romano d’Occidente. Nel Cattolicesimo, infatti, tutto è subordinato a questa idea. Il Papa si è impadronito della terra, ha occupato un trono terrestre, ha impugnato la spada e si è circondato di un seguito composto da menzogne, intrighi, imposture, fanatismi, superstizioni e scelleratezze. Nelle mani della Chiesa di Roma, i più sacri, i più ingenui e i più giusti sentimenti popolari sono diventati delle armi. Roma ha fatto tutto questo per denaro, con il solo scopo di consolidare il suo dominio terreno. E che cos’é questa se non la dottrina dell’Anticristo? Come avrebbe potuto da essa non derivare l'ateismo? L'ateismo deriva dai cattolici, dallo stesso cattolicesimo romano
Fëdor Dostoevskij, L’Idiota.


Anche il socialismo è figlio del Cattolicesimo. Il socialismo e l'ateismo, che gli è fratello, sono frutti della disperazione e si oppongono moralmente al Cattolicesimo per imporre loro stessi nel ruolo che una volta era della religione ma che la religione ha perduto. Ateismo e socialismo vogliono spegnere la sete spirituale del genere umano e salvarlo non più con Cristo, ma con la violenza. E' data con la forza, l'unione realizzata con il ferro e con il fuoco! "Non devi credere a Dio, non devi possedere niente che sia tuo, non devi avere una personalità... fraternité ou la mort... due milioni di teste e la rivoluzione scorrerà liscia come l'olio!".
Fëdor Dostoevskij, L'idiota


DOSTOEVSKIJ, SUL CATTOLICESIMO
Dostoevskij mette in bocca al principe Mishkin questa teoria: il cattolicesimo ha ceduto alla tentazione dell’Anticristo scegliendo il potere (a fin di bene). Per reazione l’Occidente ha scelto l’ateismo. Anche il socialismo viene dal cattolicesimo. All’ateismo occidentale bisogna contrapporre il Cristo russo. Benché questa posizione sia esposta in modo paradossale, è noto che Dostoevskij sostanzialmente la condivideva.

F. M. Dostoevskij, L’idiota

“In che modo la fede cattolica non sarebbe cristiana?” domandò Ivan Petrovic, agitandosi sulla sedia. “Che fede sarebbe?”
“Anzitutto, non è una fede cristiana!” rispose il principe estremamente agitato e in tono piú brusco di quanto fosse permesso. “Questo è in primo luogo; in secondo luogo, il cattolicesimo romano è peggiore dello stesso ateismo, a parere mio. Sí, io sono proprio di questo parere! L’ateismo predica il nulla, mentre il cattolicesimo si spinge al di là e predica un Cristo travisato, un Cristo calunniato dallo stesso cattolicesimo, e oltraggiato, un Cristo contrario alla verità! Il cattolicesimo predica l’Anticristo, ve lo giuro, ve lo assicuro! È una mia propria opinione, la mia opinione personale, per cui Dio sa quanto ho sofferto... Il cattolicesimo romano crede che, senza una potenza imperiale, la fede cristiana non possa sussistere nel mondo, e grida al tempo stesso: Non possumus! Secondo me, il cattolicesimo romano non è nemmeno una religione, ma è la continuazione dell’impero romano, e tutto in esso è sottoposto a questa idea, cominciando dalla fede. Il papa vi ha conquistato il trono terrestre ed ha alzato la spada. Da quei tempi, ogni cosa prosegue in tal modo, solo che alle spade hanno aggiunto la menzogna, la furberia, l’infingimento, il fanatismo, la superstizione, la scelleratezza, trastullandosi coi piú sacri, piú sinceri, piú ardenti sentimenti, i migliori sentimenti del popolo. Ogni cosa è stata venduta da Roma per denaro, per il vile potere temporale. Non sono queste le dottrine dell’Anticristo?! Come avrebbe potuto non derivare da esso l’ateismo? L’ateismo è uscito da loro, dalla Chiesa Cattolica Romana! I primi atei sono stati loro; come avrebbero potuto credere in se stessi? L’ateismo prese radice per il disgusto ch’essi ispirarono; è prodotto dalle loro menzogne e dalla loro impotenza spirituale. L’ateismo. Da noi s’incontra soltanto nelle classi privilegiate, come pochi giorni fa ebbe a dire meravigliosamente Evgenij Pavlovic, nelle classi che hanno perso la loro radice: là invece, in Europa, l’ateismo comincia a penetrare nelle terribili masse del popolo, una volta non credevano per ignoranza, ora non l’hanno piú fede per l’odio che hanno suscitato in loro la Chiesa e il cristianesimo!”
Il principe si fermò per riprendere fiato. Aveva parlato con molta precipitazione. Era pallido e soffocava. Tutti si scambiavano occhiate. Finalmente il vegliardo rise francamente. Il principe N. tirò fuori l’occhialetto e sbirciò l’oratore. Il poeta tedesco uscí dal suo cantuccio e si avvicinò alla tavola, sorridendo in modo sinistro.
“Esagerate molto,” ribatté infine Ivan Petrovic strascicando le parole con aria annoiata, e persino un po’ confusa. “Anche nella loro Chiesa ci sono sacerdoti degni della massima stima e virtuosi.”
“Non ho mai parlato dei singoli rappresentanti della Chiesa. Intendo parlare del cattolicesimo romano, nella sua essenza, intendo Roma stessa. Non è possibile che la Chiesa possa scomparire del tutto! Non ho mai detto una cosa simile.”
“Ne convengo, ma sono tutte cose note da tempo e persino inutili... sono questioni che appartengono alla teologia...”
“Ah, no! no! non appartengono esclusivamente alla teologia, ve lo assicuro io. Questo ci tocca molto piú da vicino di quanto non crediate. In ciò consiste appunto il nostro sbaglio: noi non possiamo comprendere che non sono cose esclusivamente teologiche! Anche il socialismo è prodotto dal cattolicesimo e dall’essenza del cattolicesimo! Anche esso come il fratello, l’ateismo, deriva dalla disperazione come antitesi del cattolicesimo, nel senso morale, per sostituire lo scomparso potere morale della religione, per saziare la sete spirituale dell’umanità rinascente e per salvarla, non piú con Cristo, ma con la violenza. È anch’essa una libertà raggiunta con la violenza, è anch’esso un’unione ottenuta per mezzo della spada e del sangue! ‘Tu non osi credere in Dio, non osi possedere, non osi avere la tua propria personalità; fraternité ou la mort, due milioni di teste decapitate!’ È detto: ‘Li riconoscerete dai loro atti’. E non dovete pensare che tutto ciò sia anodino e poco minaccioso per noi: oh, noi dobbiamo opporvi resistenza e senza indugiare, al piú presto! Bisogna, per resistere all’Occidente, che il nostro Cristo risplenda, il Cristo che noi abbiamo conservato e ch’essi non conoscono! Non dobbiamo servilmente lasciarci pigliare all’amo dai gesuiti, dobbiamo invece comparire dinanzi a loro, portando loro la nostra civiltà russa, e non dicano i nostri che la loro predicazione è elegante, come, non ricordo piú chi, ebbe a dire un momento fa...”

F. M. Dostoevskij, L’idiota, Garzanti, Milano, 1978, vol. II, pagg. 686-689





Pensate un po', per esempio, alla tortura: ci sono sofferenze e ferite, c'è il tormento fisico, e tutto ciò dovrebbe distrarre dalle sofferenze dell'anima, perché si soffre soltanto per le ferite fino a che non si muore. Ma il dolore essenziale, quello più forte, forse, non è quello delle ferite, è il sapere con certezza che fra un'ora, poi fra dieci minuti, poi fra mezzo minuto, poi adesso, ecco, proprio ora, l'anima vola via dal corpo, e tu come persona non esisterai più, e questo ormai con certezza. La cosa più importante, ecco, è questa certezza. Ecco, come metti la testa sotto la lama e la senti scivolare sopra la testa, ecco, questo quarto di secondo è il più terribile. E sapete che questa non è una mia fantasia, ma che l'hanno detto in molti? Io ci credo a tal punto, che vi dirò schiettamente la mia opinione. Uccidere per un'uccisione è una punizione incomparabilmente più grande dello stesso delitto. L'omicidio su sentenza è incomparabilmente più orribile dell'omicidio del delinquente. Chi viene ucciso dai briganti viene sgozzato di notte, in un bosco, o da qualche altra parte, e fino all'ultimo momento spera di salvarsi. Ci sono esempi di persone che avevano già la gola tagliata e speravano ancora o correvano, o pregavano. Qui invece quest'ultima speranza, con la quale morire è dieci volte più leggero, la tolgono con certezza. Qui esiste una sentenza, e nel fatto che con certezza non sfuggirai sta tutto l'orribile tormento, e un tormento più forte al mondo non esiste. Voi potete mettere un soldato davanti a un cannone in combattimento, e sparargli addosso, e lui continuerà a sparare, ma leggete a questo stesso soldato una sentenza che lo condanna con certezza, e lui impazzirà o si metterà a piangere. Chi ha detto che la natura umana è capace di sopportare questo senza impazzire? Perché un simile oltraggio mostruoso, non necessario, inutile? Forse esiste anche una persona a cui hanno letto la sentenza, è stato dato il tempo di tormentarsi, e poi le hanno detto: "Vattene, sei graziato". Ecco, forse quell'uomo potrebbe raccontarlo. Anche Cristo ha parlato di questo tormento, di questo orrore. No, non si può agire così con un uomo!
Fëdor Dostoevskij,  L'idiota


In effetti, tanto per fare un esempio, non c'è nulla di più irritante che essere ricco, di buona famiglia, avvenente, colto, intelligente e perfino buono e, al tempo stesso, non possedere nessuna attitudine speciale, nessuna originalità o almeno un'idea che possa dirsi veramente personale. Non c'è nulla di più irritante, in questo caso, che scoprire di essere "come tutti". Certo ci sarà la ricchezza, ma non una ricchezza alla Rothschild; ci sarà una famiglia rispettabile, ma non esattamente notevole; un aspetto avvenente, ma pochissimo espressivo; una buona istruzione, ma priva di una qualunque applicazione utile; un ingegno non comune; ma sfornito di idee proprie; un buon cuore, ma senza impulsi davvero magnanimi... Di gente con queste caratteristiche, il mondo è pieno, molto di più di quanto possa sembrare. Si tratta di un mondo che è possibile dividere in due grandi categorie: quella dei limitati e quella dei meno limitati. I primi, in genere, sono quelli più felici. A un uomo ordinario e limitato riesce facilissimo immaginarsi di non essere una persona ordinaria e limitata e, senza nutrire mai alcun dubbio, riesce a trovare nella sua convinzione un vero appagamento. Ad alcune signorine, tanto per dirne una, è sufficiente tagliarsi i capelli, mettersi degli occhiali azzurri e definirsi "nichiliste" per convincersi immediatamente di aver acquisito, insieme all'apparenza, anche la sostanza che c'è dietro questi principi. Ci sono persone a cui basta cogliere nel proprio cuore una minuscola traccia di un sentimento buono e universale per immaginarsi che nessuno, al mondo, possa essere sensibile come loro, autentici, antesignani del progresso. 
Ad altri basta strappare dalla bocca del prossimo una qualunque idea, o dare uno sguardo a una paginetta scritta da chicchessia, per credere che quelle idee siano di sua fabbricazione. La sfrontatezza dell'ingenuità, se si può dire così, è capace di arrivare al meraviglioso: Tutto ciò è inverosimile eppure estremamente comune.
Fëdor Dostoevskij,  L'idiota


Pensò, fra le altre cose, che nei suoi stati epilettici c’era una fase che precedeva quasi immediatamente l’accesso (se l’accesso lo coglieva nella veglia) e in cui, framezzo alla tristezza, al buio dell’anima, all’oppressione, il suo cervello pareva a tratti infiammarsi e tutte le sue forze vitali si tendevano di colpo con impeto eccezionale. Il senso della vita, dell’autocoscienza si decuplicava quasi in quegli istanti, rapidi come lampi. La mente e il cuore s’illuminavano di una luce straordinaria: tutte le ansie, tutte le inquietudini, tutti i dubbi sembravano placarsi all’improvviso e risolversi in una calma suprema, piena di limpida e armoniosa gioia e speranza, piena d’intelligenza e pregna di finalità. Ma questi momenti, questi sprazzi di luce non erano che il preannuncio di quel definitivo minuto secondo (mai più di un secondo) con cui s’iniziava l’accesso. E questo secondo, naturalmente, era intollerabile. Ripensando a quest’attimo in seguito, dopo il ritorno allo stato normale, spesso diceva a sé medesimo che tutti quei lampi e quegli sprazzi di più alta sensazione e autocoscienza, e perciò anche di “esistenza suprema”, altro non erano che malattia, perturbamento dello stato normale, e se era così, non era già quella un’esistenza superiore, ma al contrario andava posta accanto alla più bassa. E nondimeno arrivò infine a una deduzione estremamente paradossale: “Che significa che tutto ciò sia malattia? – finì col concludere – che importa che questa tensione sia anormale, se il suo risultato, la sensazione di un minuto secondo, ricordata poi ed analizzata nello stato sano, si rivela formata in sommo grado di armonia e di bellezza, e dà un senso inaudito, mai prima conosciuto, di pienezza, di equilibrio, di pace e di trepidante, estatica fusione con la sintesi suprema della vita?”
Fëdor Dostoevskij,  L'idiota






l'idiota era il principe Miskyn del romanzo "l'idiota"






QUAL È IL SIGNIFICATO ETIMOLOGICO, STORIOGRAFICO E LETTERARIO DELLA PAROLA "IDIOTA"? QUALI SONO I SUOI USI?
Stella Domino

In italiano la parola idiota entra nel XIV secolo, riprendendo di peso per via colta il latino idiota. In latino, idiota significava 'incompetente, inesperto, incolto' e proveniva a sua volta dal greco idiótes. Idiótes voleva dire 'uomo privato', in contrapposizione all'uomo pubblico, il quale ultimo rivestiva cariche politiche e dunque era colto, capace, esperto; quindi già in greco idiótes valeva 'uomo inesperto, non competente'. Torniamo alla lingua italiana del Trecento: idiota vi significa (e di lì in poi significherà fino ai giorni nostri) 'che, chi è stupido, privo di senno, incapace di ben ragionare' e, anche per influsso della coeva poesia francese, 'incolto, ignorante'. Come per altri vocaboli di significato simile (stupido, scemo, imbecille ecc.) è possibile fare di idiota un uso, come dire, aggressivo, adoperandolo come epiteto spregiativo o colloquialmente scherzoso.
Idiota 'chi è malato di idiozia' risente di una tecnicizzazione medica del vocabolo idiozia e famiglia (idiota, idiotismo), che ci proviene dal francese dell'Ottocento. L'idiozia come 'grave malattia dello sviluppo mentale' ha cessato da tempo di costituire una fattispecie nosografica valida nella medicina. Insomma, oggi idiota e idiozia restano nel dominio esclusivo della lingua comune.

Per un celebre idiota letterario, basti citare L'idiota (titolo originale russo: Idiòt) del grande narratore Fëdor DostoèvskijL'"idiota" protagonista del romanzo, il principe Myškin, è però un idiota molto particolare, segnato da una forte valenza simbolica: un candido, un buono integrale, un angelo che cerca di farsi uomo e, in quanto tale, riguardato dagli altri esseri umani - di animo molto meno nobile - come una sorta di socialmente disadattato, di mentecatto, di malato di idiozia (nel senso tecnico del termine, allora in voga): un idiota, appunto.

L'idiota della locuzione utili idioti è, come mostra di sapere il signor Cristofori, un "idiota politico": in origine, appena dopo la seconda guerra mondiale e per molti anni ancora, l'espressione (coniata da Stalin ma immediatamente fatta propria dagli anticomunisti) si riferì a coloro che, per ingenuità, finivano col fare gli interessi dei partiti di sinistra (e specialmente del Partito comunista), pur non militandovi. In séguito, per estensione, pur mantenendo il significato originario, la locuzione ne ha sviluppato uno più generico, riferendosi a chiunque agisce a vantaggio di altri senza che il proprio merito sia riconosciuto e senza guadagnarci nulla.

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/domande_e_risposte/lessico/lessico_031.html





Robert Delsol a
1. LETTERATURA
L'IDIOTA
Il protagonista, il principe Myškin, è l'ultimo erede di una grande famiglia decaduta.
Egli è un uomo spiritualmente elevato, generoso d'animo e ha una cieca fede nella bontà del prossimo; inoltre, è caratterizzato da inesperienza di vita e una debolezza della volontà.
Durante il ritorno in patria, dopo un lungo soggiorno in Svizzera dove si è curato per una malattia nervosa, Myškin ha per compagno di viaggio Rogožin, un giovane esuberante e violento, che gli narra il suo amore folle per la bella Nastas’ja Filippovna.
Myškin, dopo una serie di vicissitudini, scopre che un certo Ganja vorrebbe sposare Nastas’ja, attirato più che altro dalla di lei dote, che un passato amante le aveva lasciato.
La sera in cui la decisione dovrà essere presa, Rogožin fa irruzione in casa di Nastas’ja, offrendole una cifra pari alla dote di lei, purché rifiuti Ganja e diventi la sua amante.
Myškin, che si è scoperto molto attratto dalla donna, si dice pronto a sposarla, pur di sottrarla a quel mercato umiliante.
Nastas’ja, commossa ma incredula, fugge con Rogožin.
Di Myškin, nel frattempo, si è innamorata la giovane Aglaja, aristocratica figlia del generale Epančin: ma fra le due donne, Myškin sceglie Nastas’ja, sognando di strapparla una seconda volta a Rogožin.
Tuttavia, consapevole dell'assoluta bontà del principe, Nastas'ja esita a lungo e infine, sentendosi indegna del suo amore, si abbandona a Rogožin, il quale però intuisce bene la vera natura di quella scelta e, preso da una folle gelosia, la uccide, dopo aver tentato prima di uccidere l'amico.
I due passano insieme la notte: il mattino seguente, Rogožin è delirante e Myškin è impazzito nuovamente.
Rogožin è processato e condannato a quindici anni in Siberia.
Aglaja si sposa con un emigrato polacco, un finto conte.
Myškin torna in clinica in Svizzera.




Cinzia Imparato 
Una persona buona , ma buona veramente, viene tacciata di idiozia in una società come la nostra.  
A Napoli si dice "fesso" per indicare una persona troppo buona. Il suo destino, per D. è la follia.



L 'esaltazione dell'uomo ordinario, felice in quanto tale è uno degli aspetti che mi sono rimasti in testa di questo libro.









Sabato 4 Aprile 2009, 07:00 in filosofia della bellezza
di Marco Apolloni
Chi sarà mai questo Dio, proprio non saprei dirlo. C'è chi lo crede un'entità astratta e chi invece, come me, non riesce ad immaginarselo se non come fenomenologia continua di tutto l'esistente: ad esempio, incarnato nella quintessenza di un cielo azzurro incontaminato. Credo che nessuno sappia definire con esattezza Dio, anche se tutti sappiamo riconoscerne le sue svariate manifestazioni. Si giunge al divino solo mediante l'intuizione. In una certa misura tutti possediamo la facoltà intuitiva, che ci permette di assaporare il lato mistico della vita scisso dal lato ordinario della stessa. Gli individui che ci fanno da tramite con il divino sono perlopiù artisti, ossia coloro i quali riescono a cogliere la scintilla divina, che si cela dietro ogni singola particella del creato. Noi tutti, dunque, non siamo che degli eoni partecipanti di quella bellezza cosmica, frutto di una creazione superiore. Per questo credo anch'io con Dostoevskij che: la bellezza salverà il mondo...
Il tema della bellezza che salverà il mondo viene riportato a galla in età moderna dal grande romanziere russo F. Dostoevskij. In particolare, nell'opera L'Idiota, che vede protagonista un essere assolutamente buono, il principe Myskin, alle prese con un mondo invece completamente malvagio. La missione di questo eroe atipico sarà appunto quella d'instillare il seme della bellezza, di cui lui è portatore, in un contesto di assoluta desolazione spirituale. Missione che lui stesso fallirà inesorabilmente; così come fallì Cristo portatore del divino, ma che tuttavia non fu creduto dagli uomini e per questo fu crocifisso. La bellezza domina questo capolavoro dostoevskijano, dalla prima all'ultima riga, aleggiandovi ed esercitando sui lettori un'irresistibile fascinazione. Bellezza che, in altri termini, non può che essere di derivazione platonica, visto l'indiscutibile platonismo della cultura ortodossa, di cui Dostoevskij fu uno dei massimi esponenti. Per l'appunto uno dei testi fondativi del misticismo russo s'intitola Filocalia, che vuol dire proprio: amore per la bellezza. Riassumendo: sia Platone che Dostoevskij non credevano in questo mondo, preda della bruttezza, bensì non smisero mai di credere nell'oltremondo della bellezza - intesa come fuoriuscita da un mondo inferiore. Entrambi corroborarono, dunque, la profezia sulla bellezza salvatrice.








ANDREA OPPO, DOSTOEVSKIJ: LA BELLEZZA, IL MALE, LA LIBERTA'
1. "Quale Bellezza salverà il mondo? L'Idiota di Dostoevskij e un difficile enigma"
A. Oppo, Dostoevskij: la Bellezza, il Male, la Libertà1. "Quale 'bellezza' salverà il mondo? L'Idiota di Dostoevskij e un difficile enigma", in "XÁOS.Giornale di confine", Anno II, N.1 Marzo-Giugno 2003, URL: http://www.giornalediconfine.net/anno_2/n_1/20.htm
"Dostoevskij: la Bellezza, il Male, la Libertà" è un percorso filosofico-teoretico diviso in tre parti all'interno del pensiero di F. M. Dostoevskij, seguendo altrettante tematiche-chiave del grande scrittore russo: la Bellezza, il Male e la Libertà. Attraverso la lettura dei tre grandi romanzi della maturità (L'Idiota, I Demoni e I Fratelli Karamazov) e le analisi che i suoi più grandi interpreti, specialmente in Russia, hanno dato di lui, questo percorso si propone di rintracciare, dentro alcune idee e analogie ricorrenti, le più autentiche sorgenti filosofiche di un autore al quale, secondo Nikolaj Berdjaev, "forse la filosofia ha insegnato poco, ma la filosofia ha molto da imparare da lui".

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"È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?"
F. M. Dostoevski, L'Idiota

Raramente una frase sola ha avuto tanta fortuna di per se stessa. "La bellezza salverà il mondo" afferma il principe Miškin nell'Idiota di Dostoevskij [1]. Eppure quella stessa frase, ancor oggi citata infinite volte, ripetuta nei più diversi contesti fino a farne quasi scordare il suo proprio, nel testo originale ha una rilevanza ambigua: è quasi un'evocazione lontana, ricordo di qualcosa di non ben definito. Apparentemente di poca importanza.
L'enorme letterarietà di quelle parole - che le fa scontate, popolari, immediate ad una semplice analisi e allo stesso tempo indizio del peggior rompicapo - è solo uno dei segni della genialità del suo autore. Il "genio crudele" Dostoevskij (definizione resa famosa in Russia dal critico Michajlovskij [2]) mostra qui, nella sola concezione di quella frase, il primo dei suoi due attributi. "La bellezza salverà il mondo". Cosa intendeva far dire Fëdor Michajlovic al suo principe idiota? Di quale bellezza si sta parlando? E in che senso "salverà" il mondo?
Non è certo un terreno vergine quello che si sta affrontando. Tutti i commentatori di Dostoevskij o quasi non hanno rinunciato a dire la loro, facilitati in tanti sensi dal mistero di quelle parole e dalla generale reticenza dello scrittore russo che apriva il campo a molte interpretazioni. C'è poi da aggiungere che il tema della bellezza, nella tradizione russa, assume valori sofianici e iconografici capaci di incanalare la questione su binari ben tracciati. Lo stesso termine krasotà (bellezza), in russo, così come l'aggettivo krasìvyj (bello) hanno un significato molto più specifico di quello che percepiamo nella traduzione italiana.
Allo stesso tempo, quasi un enigma nell'enigma, tutta la vicenda dello scrittore Dostoevskij non si può mai riferire a dei sicuri schemi interpretativi: lui, il più russo di tutti e il più estraneo a quella tradizione al contempo [3]; il più analitico in certi passaggi come pure profondamente allusivo e ambiguo in altri [4].
In tal senso la fortuna occidentale della frase "La bellezza salverà il mondo" non è riconducibile soltanto all'Idiota né alla tradizione russa tout court. Per sé sola vive e si tramanda. E una sua interpretazione deve per forza tentare vie diverse, così come diversa e profondamente instabile - Bachtin docet - è la visione dostevskiana delle cose, espressa di volta in volta da un unico o da più personaggi nei suoi racconti [5].

Si parla quindi della Bellezza, ma è invece il "mondo" che appare da subito come un elemento tutt'altro che banale in quelle parole. Nella costruzione russa della frase, "Mir spasët krasotà", l'autore con una anastrofe inverte oggetto e soggetto, "Il mondo salverà la bellezza", quasi a voler sottolineare che il punto centrale in tutto ciò di cui si sta parlando non è esattamente la bellezza.
Prima ancora d'aver cominciato, il primo passo dentro il rompicapo già ci ribalta tutto.
E poi c'è la parola stessa "mir", che in russo - fatto curioso - ha due significati: mondo e pace. L'universalismo della cultura russa sembra discendere o incarnarsi nella lingua stessa, laddove l'aspirazione all'armonia concorde dell'umanità coincide con l'umanità stessa, il mondo. Il punto centrale è dunque che il mondo sarà salvato dalla bellezza: una profezia "linguistica" in questo caso si avvererà e il semplice mondo/mir diventerà la pace/mir. Questa - come andiamo a spiegare - è la prima vera questione in gioco.
"L'idea centrale del romanzo - scrive Dostoevskij in una lettera alla nipote Sonija Ivanova - è di descrivere un uomo assolutamente buono. Nulla ci può essere di più difficile al mondo, specialmente ai nostri giorni (...) Tutti gli scrittori che hanno cercato di rappresentare il bello assoluto, hanno sempre fallito, perché è un compito impossibile. Il bello è l'ideale, e l'ideale, sia da noi che nell'Europa civilizzata, è ancora lontano dall'essersi cristallizzato" [6].
La prima strada che si apre davanti a noi è quella della bellezza come ideale. Tra il bello e il bene esiste un legame misterioso, inafferrabile e indistruttibile. La "Bellezza", intesa in senso "schilleriano", è un concetto universale. Ad essa è affidato il potere di ricomporre in un'unità armonica il disordine fondamentale della realtà, rendendola capace, così, di rivelare un senso ultimo al di sopra del suo stesso caos. In tal senso l'idea della bellezza per Dostoevskij coinciderebbe con quella che da Platone ("Il bello è lo splendore del vero"), passando per lo Pseudo Dionigi Aeropagita ("Dio ci concede di partecipare alla sua propria Bellezza") si innesta poi saldamente nella tradizione russa con la nota raccolta ascetica conosciuta come "Filocalia" e nella tradizione di Alessandria costruisce una vera e propria "iconosofia": una grandiosa Teologia della Bellezza per la quale penetrare l'essenza delle cose vuol dire essenzialmente contemplarne la bellezza perfetta.
In questa direzione, seppure da diversi punti di vista, interpretano le parole di Dostoevskij Vladimir Solov'ëv [7] e Pavel Evdokimov [8]. Anche se proprio quest'ultimo non aveva lasciato cadere nel vuoto l'obiezione fondamentale posta dallo stesso Dostoevskij per bocca di Ippòlit: "Il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza! (...) Quale Bellezza salverà il mondo? Siete un cristiano fervente voi? Kolja dice che voi stesso vi attribuite il titolo di cristiano" [9].
Così commenta Evdokimov: "La Bellezza è un enigma, e se è vero che la bellezza salverà il mondo, Ippòlit chiede di precisare 'quale bellezza'. La bellezza, nel mondo, ha il suo doppio. Anche i nichilisti amano la bellezza... come pure l'assassino Pëtr Verchovenskij" [10]. E lo stesso Dostoevskij nei successivi Karamazov avrebbe addirittura fatto dire a Mitja:
"La bellezza è una cosa tremenda e orribile. Non riesco a sopportare che un uomo dal cuore nobile e dall'ingegno elevato cominci con l'ideale della Madonna per finire con quello di Sodoma. Ma la cosa più terribile è che, portando nel suo cuore l'ideale di Sodoma, non rifiuti nemmeno quello della Madonna... Il cuore trova bellezza perfino nella vergogna, nell'ideale di Sodoma che è quello della maggior parte degli uomini" [11] . Viene alla luce, dice Evdokimov, il carattere profondamente ambiguo della bellezza capace di salvare ma anche di ingannare: "La Bellezza ha in se stessa una potenza salvatrice, oppure anche la Bellezza, divenuta ambigua, ha bisogno di essere salvata e protetta?" [12]
Del resto, anche e soprattutto nell'Idiota la bellezza diviene enigma da subito, in tutti i singoli inizi della storia. Come la descrizione della natura svizzera nel primo dialogo in casa Epancin:
Giungemmo a Lucerna e mi condussero sul lago in barca. Comprendevo la sua bellezza, ma, nello stesso tempo, mi sentivo molto oppresso... Provo sempre un senso di pena e di inquietudine, quando contemplo per la prima volta un simile quadro della natura: ne sento la bellezza ma mi riempie di angoscia [13].

La descrizione del primo incontro con le due protagoniste femminili del romanzo. La prima, Aglaja:
- Ad ogni modo, principe, non avete ancora detto nulla di Aglaja; ella attende ed io pure... Non ha nulla di notevole forse?
- Oh, sì, è molto notevole! Voi siete straordinariamente bella, Aglaja Ivanovna. Siete tanto bella, che si ha paura a guardarvi.
- E poi? E le qualità morali? Insistette la signora.
- È difficile giudicare la bellezza; non mi ci sono ancora preparato. La bellezza è un enigma 
[14].
Ed infine Nastasja Filippovna che il principe vede per la prima volta, e forse non a caso, attraverso una fotografia:
Un viso straordinario! (...) È un viso altero, molto altero, ma non so se sia buona. Ah, se fosse anche buona! Sarebbe la salvezza[15]

Tornando a Evdokimov, a differenza di Solov'ëv il cui fondamentale panteismo sembra non farlo dubitare troppo della bontà del reale, egli riconosce subito la fragilità della bellezza naturale e la necessità di una redenzione che solo la visione folgorante dell'icona, l'energia dei santi e la potenza pneumatofora della Chiesa può darle. In altre parole, non vi sono dubbi che la bellezza rappresenti in sé un enigma, anche oscuro e inquietante, ma per Evdokimov esiste, nella tradizione russa, una chiave d'accesso che permette di identificare esattamente il tipo di bellezza al quale bisogna fare riferimento. La salvezza del mondo riceve così la sua vera giustificazione. A questo percorso, a quest'idea di bellezza, egli consacra la sua opera "Teologia della Bellezza".
Ma è questa anche la vera prospettiva di Dostoevskij?
Sembrerebbe proprio di no. Certamente non nell'Idiota, non negli ultimi romanzi.
La lettura di Evdokimov appare evidentemente forzata: c'è qualcosa che va ben oltre la semplice visione di un ideale, o la pura fede in un percorso di redenzione, nelle pagine del grande romanziere russo. Qualcosa nel segno del tragico e del contraddittorio. Consapevole dall'ambiguità fondamentale della bellezza Dostoevskij identifica un modello di questa in Cristo, modello rispetto al quale costruisce i suoi romanzi, ma di sicuro non si rifugia nel suo "sguardo guaritore", come dice Evdokimov, fuori e al riparo dal mondo.
Semmai molto più vicino, in questo, a Solov'ëv, egli vede nell'incarnazione più che nella visione iconografica la sfida della Bellezza: "Il Mondo sarà salvato dalla Bellezza", non "La Bellezza salverà il Mondo". Sembra impossibile alla Bellezza sottrarsi a questo ruolo e sembra per lei inevitabile il legame con il Bene. Così come appare chiaro, dagli appunti e dalle note preparatorie, il progetto di Dostoevskij per questo romanzo: un essere assolutamente buono che si tuffa nel mondo e cerca di redimerlo con la sua sola bontà. "Al mondo esiste un solo essere assolutamente bello, il Cristo, ma l'apparizione di questo essere immensamente, infinitamente bello, è di certo un infinito miracolo" [16]. Il principe Miškin è il tentativo di rappresentare quest'ideale di assoluta bontà e bellezza morale. Miškin, l'idiota, secondo la tradizione russa dello juròdivij, il folle di Dio, è la purezza senza alcuna macchia: comprende tutto, trova una ragione per ogni cosa, niente per lui è imperdonabile o inguaribile. Il principe è Cristo e la sfida di Dostoevskij è avviata: l'incarnazione totale [17]. Cosa accadrebbe se Cristo vivesse sulla terra ai giorni nostri? Come potrebbe mai redimerla? Ovvero: in quale modo, tecnicamente, la Bellezza salva il mondo?
L'Idiota è la risposta di Dostoevskij a queste domande.

Curiosamente, negli infiniti salotti del romanzo, il principe non pronuncia mai quella frase direttamente, ma ogni volta gli interlocutori la riferiscono per sentito dire: "È vero che lei, principe, una volta ha detto…?" ecc. Sembra sempre che non c'entri nulla con le situazioni reali, una frase lontana buttata lì, che pure alla fine di tutto assume un peso specifico enorme.
Il romanzo ci aiuta poco a capirne il senso in maniera diretta. La narrazione invece, spietatamente, conduce in una sola direzione: il fallimento.
La bontà del principe si rivolge a tutto e a tutti in uguale misura, i rapporti umani sono l'unico interesse da cui sia preso pienamente e, per quanto "idiota" in teoria, capisce ogni cosa al primo colpo, le sue parole sono lucide intuizioni e profezie. Parimenti gli altri capiscono tutto: capiscono la sua "idiozia", capiscono l'assoluta superiorità d'intelletto. Hanno davanti il più idiota e il più intelligente fra gli uomini. Ma è qui che la potente ombra che soggiace a tutta la spiritualità russa e slava in genere viene fuori con prepotenza devastante, nell'autore che più d'ogni altro ha saputo darle voce. Il "sottosuolo" dostoevskiano - così bene descritto da Ròzanov e Šestòv - è fatto di urla, lamenti, un caos primordiale che non accetterà mai d'esser sottomesso a un ideale, seppure di bellezza assoluta.
Il principe puro s'immerge nel fango per sua scelta ma è il fango a trascinarlo con sé, contro la sua volontà. Non basta scorgere la bellezza profonda di Nastasja Filippovna per salvarla, così per Aglaja o Rogožin. E la Spiegazione di Ippòlit è la denuncia più lucida che ci sia, in pieno stile Ivan Karamazov, dell'ingiustizia essenziale del mondo di quaggiù e della non disponibilità della "parte lesa" ad alcun compenso parziale. La sofferenza è sofferenza, non sarà un'idea qualunque a redimerla. Fosse anche la più perfetta tra le idee: come la bontà e la bellezza assolute.
Su questo passo il romanzo diventa un gran guazzabuglio in cui tutto risulta ambiguo: l'amore del principe per Nastasja e Aglaja, la sua virilità, la loro stessa "bellezza", le vere intenzioni del principe e il dubbio se alla fine egli porti più conforto o disperazione. Il dubbio se la bellezza cosiddetta "pneumofora" nella tradizione russa, la bellezza che ha il potere di instaurare l'armonia nel mondo, rappresenti anche il mezzo della sua trasformazione e l'oggetto stesso della salvezza. Il finale tragico della storia consacra il fallimento della missione del principe e consegna il suo stesso destino a una tragedia perfino peggiore di quella da cui proveniva. Un finale che per drammaticità è inferiore soltanto di poco all'episodio tremendo in cui Kirillov, nei Demòni, si suicida volendo diventare egli stesso Dio. Da cui la tragica scoperta, la luce nera del colpo di pistola, e il baratro che mostra in un istante la sciagurata pretesa di salvezza attraverso un autoinganno: ovvero la fede che il binomio Bellezza-Bene rappresenti la più elevata giustificazione morale, la più grande idea dell'umanità. Su questo Dostoevskij dopo le Memorie dal sottosuolo, punto di svolta del suo pensiero [18], non ha più dubbi: il nesso Bellezza-Bene è un legame mortale. È forse l'imbroglio più grande, quello che sta alla base della tragedia dell'uomo.

L'Idiota è il romanzo dell'intelligenza umana: la più alta, la più acuta. La comprensione puntuale e dettagliata di tutte le cose: ognuna guardata dritta in volto, senza veli. L'insensata tragicità (nelépyj tragizm), ombra oscura sempre accanto alle singole epifanie dell'idea russa, mostra il suo volto definitivo laddove la più alta idea possibile (la Salvezza, la Redenzione) decide di misurarsi per la prima volta con la realtà. La tragedia di questo incontro si consuma per Dostoevskij, paradossalmente, in due modi opposti tra loro. La Bellezza è allo stesso tempo la più elevata menzogna e la più alta verità per gli uomini. Nel primo caso, come abbiamo visto, è l'illusione di un binomio, la Bellezza e il Bene assoluti, che salverà il mondo. Nel secondo è addirittura l'incarnazione di una Bellezza talmente perfetta, talmente veritiera, da mostrare l'orrore della fine in tutta la sua nudità. Così come anticipa il principe Miškin in un dialogo a metà del romanzo, mentre si trova a casa di Rogožin, parlando di un quadro:
Sopra la porta della camera attigua era appeso un quadro stranissimo per la sua forma (...) Raffigurava il Salvatore deposto in quel momento dalla croce. Il principe vi gettò uno sguardo distratto, come ricordandosi di qualche cosa, ma fece tuttavia l'atto di varcare la porta (...) - Mi piace guardare quel quadro! Osservò dopo un breve silenzio Rogožin. - Quel quadro! Esclamò ad un tratto il principe, come colpito da un pensiero subitaneo, "quel quadro! Ma tu sai che, osservandolo a lungo, si può anche perdere la fede?" "Sì, la si perde infatti" confermò improvvisamente Rogožin[19].

È questo uno dei brani più lucidi e drammatici dell'intero romanzo, con il confronto diretto tra il principe e Rogožin e nello stesso istante con un altro, indiretto, per mezzo di un quadro sullo sfondo, tra lo stesso principe e il Cristo morto rappresentato nel dipinto [20]. Il paragone sotterraneo e implicito tra i due redentori ci conduce meglio di qualsiasi altra cosa al cuore di questo romanzo.
Il principe Miškin, dichiaratamente ispirato e paragonato dall'autore a Cristo [21], in verità con quest'ultimo sembrerebbe aver poco a che fare. Basta un colpo d'occhio intuitivo a mostrarne le differenze. Il Cristo raccontato dai Vangeli non si preoccupa di capire il mondo (almeno nel modo in cui lo fa Miškin): in linea di massima lo ha capito già, molte cose non gli interessano e quel che sa gli è sufficiente. Altrimenti annegherebbe come il principe in tutte le più piccole ragioni e capricci degli uomini. Laddove capire è ascoltare tutta, ma proprio tutta la voce della realtà, dal suo - sempre legittimo - punto di vista, Miškin capisce tutto al primo colpo, non sbaglia una frase, un'interpretazione, un'analisi dei fatti: le sue parole sono la semplice verità, all'interno di quel paradigma narrativo. Inoltre, la comprensione con i suoi interlocutori appare reciproca e il riconoscimento delle sue lucide analisi è quasi unanime [22]. Ma è una verità, quella del principe, che subisce tutto ciò che gli sta intorno.
E se il Cristo dei Vangeli soprattutto "annuncia", il principe Miškin "ascolta", tollera, sopporta tutto e tutti, s'immerge fino al midollo nell'animo torbido dell'umanità, per restarne poi incatenato. Così, la "bontà assoluta", che per la prima volta ha deciso di misurarsi col mondo, come una spugna assorbe tutto e alla fine esplode. L'umanità, alla fine, non è redenta dalla Bellezza. E neanche dall'Amore, dalla Bontà, dalla Comprensione assoluta. Tutte queste cose, per quanto naturalmente perfette, quando si tratta di "salvare", annegano col resto; perché "salvare" per davvero vuol dire prendere su ogni cosa e il suo contrario. Ma una salvezza che sia armonia non può tollerare tutto questo: tra la melodia e il rumore vincerà sempre quest'ultimo, a meno che non lo si metta a tacere. La Bellezza che redime dall'alto è per forza di cose armonia che esclude: che concilia alcune parti e altre no; scarta e seleziona al fine di ottenere le proporzioni esatte. Ma non è questa la Salvezza assoluta, la salvezza del mondo, quella che nomina Dostoevskij e che, con la più lucida e spietata operazione pensabile, prova a mettere in atto nell'Idiota.

La domanda a questo punto è: che tipo di salvezza è ipotizzabile in senso assoluto per l'umanità? Cosa metterà d'accordo il rumore e la melodia?
Dostoevskij non fa intravedere una risposta a questa domanda, almeno nell'Idiota, ma proprio il tipo di incarnazione nel mondo ci mostra una differenza significativa tra Miškin e Cristo.
Come fa osservare Bachtin, il principe Miškin "in senso particolare, superiore, non occupa nessuna posizione nella vita che possa determinare il suo comportamento e limitare la sua umanità pura (...) È come se egli non avesse un involucro vitaleche gli permetta di occupare un posto determinato nella vita (allontanando con ciò stesso gli altri da questo posto), e perciò egli sta sulla tangente della vita. Ma appunto per questo egli può penetrare attraverso l'involucro vitale degli altri, nel loro profondo io" [23]. Il principe insomma parte da fuori, dal suo passato oscuro e senza identità, fino al ruolo attuale dove tutto in lui è fuor di luogo - come fa notare bene Bachtin -, per arrivare paradossalmente fin troppo all'interno degli animi umani e lì perdere il suo percorso. L'esatto contrario sembra accadere nei Vangeli dove Cristo comincia da dentro il mondo, da un involucro e un'identità precisi, per esserne poi respinto fuori, nell'incomprensione generale, ma realizzando ugualmente o per ciò stesso il suo progetto. Questa direzione centrifuga sembra essere un tratto caratteristico di tutta l'esperienza cristiana: andare verso il fuori, rompere la tradizione partendo dall'interno. All'opposto, il principe, da escluso ed estraneo a tutte le consuetudini umane quale era, arriva dritto al cuore delle cose, per poi scoprire in esso l'impossibilità di ricongiungere, da dentro, le parti lacerate (nadryv) della realtà.
Leggendo i Vangeli in quest'ottica, ancor più paragonandoli alla vicenda del principe Miškin, "capire" non sembra essere un problema di Cristo ma degli altri, che nei Vangeli subiscono in ogni istante le sue parole, la sua personalità, almeno quanto il principe subisce quella altrui.
Nell'Idiota, in generale, tutti capiscono tutto e alla fine il mondo scoppia. Il punto centrale del Vangelo, invece, non è la comprensione e neppure l'ascolto totale e onnicomprensivo della realtà, ma qualcosa di diverso: un annuncio che chiama, che evoca qualcosa; un percorso che da "dentro" porta "fuori", in un altrove dove quel dentro trova la sua vera ragione. E mentre il Vangelo è pieno di messaggi, racconti e profezie, non compresi da chi ascolta, che rimandano a una lontananza sempre da raggiungere, il racconto dell'Idiota, dove tutti viceversa appaiono acuti e perspicaci nel presente, ne ha pochissimi (il principe non è un maestro), forse uno soltanto: "La Bellezza salverà il mondo".

In realtà, come abbiamo visto, quella Bellezza di per sé, ammesso che esista, non salva un bel nulla: tutt'al più consola, mitiga, riconcilia le parti lacerate; educa ad un'armonia interiore e collettiva. Ma pur sempre come ideale elevato cui il caos del mondo si conforma alla maniera di un'autoregolazione. Ma se di salvezza vera si deve parlare, se cioè quell'idea deve incarnarsi, pure nella migliore delle forme pensabili, affogherà inevitabilmente nel disordine del mondo. La Bellezza che ambisce a salvare resta un incipit incompiuto: un barlume di luce intravisto ma subito annegato nell'oscurità del mondo. La storia del principe, il suo rientro tra i vivi, è la consacrazione di questo fallimento. Se poi consideriamo le ipotesi di partenza dello stesso Dostoevskij per la stesura di questo romanzo (la bontà e la bellezza assolute) il vicolo cieco è totale. Conclusione questa che darebbe ragione e farebbe la gioia di Lev Šestòv. Non c'è niente nel testo, in effetti, che sembri richiamare una terza possibilità oltre la dialettica distruttiva tra caos e purezza ideale.

Ma siamo sicuri che le cose stiano esattamente in questa maniera? O forse proprio la frase del principe Miškin, "La Bellezza salverà il mondo", l'insegnamento tradito dai fatti della sua missione fra gli uomini, cela in sé l'ultimo misterioso enigma?
È nota a molti la frase più volte ripetuta da Dostoevskij in privato e nei suoi diari: "L'umanità è stata capace di una sola grande idea e questa è la Resurrezione dai morti". Parole da sempre ritenute ambigue e di difficile interpretazione rapportate ai suoi romanzi.
Alla fine di tutta questa storia ci ritroviamo con un pugno di mosche e una frase ormai vuota, "La Bellezza salverà il mondo", che la vicenda del principe Miškin ha sancito fallimentare. E se invece proprio ora che ci restano soltanto quelle parole, come puro nome slegato dal suo dover esser cosa, se proprio adesso queste emergessero sotto un altro aspetto? Se la chiave di questo enigma Dostoevskij ce la fornisse nell'espressione stessa: "La Bellezza salverà il mondo"?
Così come appare nel testo - si è detto - è una frase lontana, che il principe non pronuncia mai, una suggestione riferita di seconda mano; allusione a fatti accaduti in passato ai quali non si accenna che di sfuggita. Come la Rivelazione cristiana, una vicenda tramandata da testimoni lontani, eppure forte speranza rivolta al futuro. La Bellezza è la speranza evocata. La Salvezza più che un attributo è il contenuto stesso di quell'evocazione, di quell'annuncio. Una "buona notizia", appunto. Non è la bellezza in quel caso a salvare un bel niente. È l'idea di una salvezza ad evocare il senso smarrito e latente della "Bellezza", che vive stavolta nel richiamo e nella distanza. È quella la sola bellezza che possa pretendere legittimamente di "salvare": non fosse altro perché in quella lontananza sopravvive in tutto il suo vigore. E che cosa sono la lontananza e l'assenza, in assoluto, se non il segno evidente della propria libertà nel presente? Era questa la vera concezione di Dostoevskij secondo una famosa lettura che Berdjaev ne avrebbe fatto in pieno '900 [24].
Qualunque altra idea è destinata a restare tale, o al massimo può trasformarsi in un ideale. Non per niente l'umanità è stata capace di "una sola grande idea".
La Bellezza che per sé sola salverà il mondo può al massimo funzionare da analgesico potente; può per un attimo distogliere la mente dal dubbio che il caos assoluto sia la legge di sempre. E non è poco, c'è da giurarci. È tutto quello che l'arte ha cercato di fare nei secoli: riempire il buio vuoto, il disordine senza ragione; offuscare forse il sospetto che l'insensata tragicità - per dirla alla russa - fosse inizio e fine d'ogni cosa. La perfezione artistica, la sinfonia n. 40 di Mozart o la sequenza di colonne di Brunelleschi nella navata centrale in S. Spirito a Firenze, altro non sono che la prova dell'uomo a se stesso che misura e armonia possono unirsi in una struttura in qualche maniera dominante. Un'eccellente colla tra le parti divise: l'arte classica, l'arte superiore che si erge sopra il caos. "Potenza dello spirito e della parola, che regnano sorridendo sulla vita inconsapevole e muta", diceva Thomas Mann.
Eppure proprio quell'arte superiore, l'arte che riempie e occupa gli spazi, davanti all'idea di una "bellezza che salva", vacilla e non convince. E anche tutto questo ben di Dio si riduce ad essere una notizia di secondo piano, quando non un goffo tentativo di sopravvivenza, di fronte al pensiero, al sussurro, evocato da qualcosa d'altro, più lontano. Qualcosa che non interviene e salva per suo proposito, ma semplicemente "nomina" e "richiama".
Parrà assurdo che un semplice sussurro metta a tacere le sinfonie di Mozart, eppure... Cosa avverrebbe se l'annuncio, soltanto quello, di un'altra bellezza balenasse in mente per un secondo: "Mir spasët krasotà", "Il Mondo sarà salvato dalla bellezza"?
La storia del principe Miškin evoca inevitabilmente l'altra storia, quella evangelica. In questo preciso senso il finale delle due può addirittura considerarsi analogo: entrambe conducono ad un fallimento terreno; entrambe richiamano un annuncio di salvezza (e il suo sviluppo per Dostoevskij si vedrà nei due, immensi, romanzi successivi). È tutto lontano in quell'annuncio: ciò di cui si parla, i fatti e le cose avvenute. Che si tratti di lontananza nel passato o nel futuro, tra il mondo presente e quella Bellezza c'è di mezzo soltanto una "chiamata". Quel chiamareche, heideggerianamente, è invito alle cose ad essere veramente tali per gli uomini. La linea mediana è l'intimità, quella che Heidegger chiama das Zwischen (il fra, il frammezzo) [25], che non vuol dire fusione, ma esattamente il contrario: stacco (Schied), dif-ferenza (Unter-Schied). Quella dif-ferenza, quella chiamata lontana, porta il mondo al suo esser mondo, e la bellezza al suo esser bellezza. Nell'evocazione che è-da-sempre, nella lontananza, è anche il senso dell'unico annuncio, dell'unica frase e della sola bellezza che interessino per davvero: il richiamo della propria libertà (e, implicitamente, del suo contrario, a questo punto inteso come male assoluto). La speranza, il cui destino è la continua rimozione tanto è dura da sopportarne la visione, ritorna come un'eco e si vede per contrasto: sole attraverso un vetro scuro. Vera o no, l'origine è lì. Ma non è della sua verità che qui si discute, o della sua concreta esistenza. Non è un problema di fede, almeno per il momento; e neppure di verifica di ciò che si è sentito.
Quella "notizia" ha distolto l'attenzione da tutte le altre, facendole apparire ben poca cosa. La Resurrezione dai morti, il modo in cui avveniva, e il protagonista, erano troppo di più. Se scoppia la bomba atomica nel mondo, poco prima di cena, cosa pensate ne sarà degli altri servizi previsti nella scaletta del telegiornale di quella sera?
Provate a dare a dei naufraghi su un'isola queste due notizie: la prima è che è stata scoperta della legna per fare il fuoco, e per quella notte non patiranno il freddo; la seconda è che, all'orizzonte, sta passando una nave.
Secondo voi, quale interesserà?

[1] Il romanzo fu scritto dall'autunno del 1867 all'inverno del 1868. È il secondo dei grandi romanzi dello scrittore russo, dopo Delitto e castigo e prima dei Demoni e dei Fratelli Karamazov. Si dice che Dostoevskij considerasse L'idiota la sua opera più riuscita.
[2] La definizione è di N. K. Michajlovskij, che così intitola un suo studio critico del 1882 su Dostoevskij: "Žestokij talant".
[3] L'appartenenza o meno di Dostoevskij alla tradizione russa è questione lunga e complessa. E fa il paio con altre forti contraddizioni del suo personaggio: slavofilo/occidentalista; ateo/cristiano; radicalmente differente nei suoi interventi pubblici da quelli privati e negli scritti letterari da quelli come pubblicista. Tutto ciò ha sempre reso pressoché impossibile una sua interpretazione critica, canonica, a partire da fonti coerenti tra loro: è piuttosto un autore che è stato letto in modo "libero", seguendo unicamente le suggestioni e le tracce interne ai suoi testi. E, in un certo senso, proprio queste sono state le sue più fortunate interpretazioni.
[4] Basti pensare all'incredibile omissione nell'Idiota - come mette bene in luce D. P. Mirskij nella sua Storia della letteratura russa - dei fatti relativi alla vita del principe Miškin, di Rogožin e Nastasja Filippovna a Mosca, nel periodo fra la prima e la seconda parte del libro: eventi essenziali per la comprensione della storia, di fatto taciuti fino alla fine.
[5] È la celebre tesi del romanzo polifonico in Dostoevskij, espressa da Michajl Bachtin in un suo studio del 1968 (M. Bachtin, Dostoevskij, tr. it. Di G. Garritano, Torino, Einaudi, 2002). Secondo Bachtin Dostoevskij ha dato vita a un genere romanzesco sostanzialmente nuovo, caratterizzato dalla pluralità delle voci e delle coscienze indipendenti e disgiunte. Un'assoluta polifonia, appunto, in cui risulta impossibile alla fine dire quale personaggio prevalga sugli altri o per bocca di chi parli l'autore.
[6] F. M. Dostoevskij, L'idiota, tr. it. Di Rinaldo Küfferle, 2 voll., Milano, Garzanti, 1973, p. 789 (Appendici). In questo stesso brano, introducendo la figura del principe Miškin, Dostoevskij fa il noto elenco degli autori che secondo lui hanno provato a concepire un protagonista dei loro romanzi "completamente positivo" (Pickwick di Dickens, Jean Valjean di Hugo e, di gran lunga superiore a tutti gli altri, Don Chisciotte di Cervantes), nessuno di questi peraltro riuscendovi appieno.
[7] V. S. Solov'ëv, benché più giovane di oltre trent'anni fu grande amico in vita di Dostoevskij, e dedicò a lui tre brevi discorsi tradotti in italiano nel saggio: Dostoevskij, a cura di Lucio dal Santo, Milano, La Casa di Matriona, 1981.
[8] P. N. Evdokimov nel 1942 dedicò la sua tesi di dottorato al problema del male in Dostoevskij (Dostoevskij e il problema del male, Roma, Città Nuova, 1995), in quell'occasione affrontò la questione della bellezza che salva il mondo, tema poi ripreso e allargato nella sua opera più matura Teologia della Bellezza. L'arte dell'icona, Torino, Ed. Paoline, 1990.
[9] F. M. Dostoevskij, L'idiota, cit., pp. 478-479.
[10] P. N. Evdokimov, Dostoevskij e il problema del male, cit. p. 81.
[11] La frase tratta dai Fratelli Karamazov è riportata da P. N. Evdokimov nel suo libro Dostoevskij e il problema del male, cit., p. 83.
[12] P. N. Evdokimov, Teologia della Bellezza, cit. p. 61.
[13] F. M. Dostoevskij, L'idiota, cit., p. 71.
[14] Ivi, p. 96.
[15] Ivi, p. 44.
[16] F. M. Dostoevskij, L'idiota, cit., note introduttive p. XII.
[17] Su questo punto vi è un'eccezionale testimonianza di Friedrich Nietzsche il quale, nei suoi due ultimi anni di vita cosciente, conobbe quasi tutte le opere più importanti di Dostoevskij citate in molte sue lettere in tono entusiastico. In particolare restò colpito proprio dall'Idiota e dalla figura del principe Miškin che definisce il "vero Cristo" che annuncia la buona novella. Dirà ancora: "Gesù. Dostoevskij. Conosco soltanto uno psicologo che abbia vissuto nel mondo in cui il cristianesimo è possibile, in cui un Cristo potrebbe nascere in ogni momento. E questi è Dostoevskij. Egli ha indovinato Cristo".
[18] È questa la tesi, ormai condivisa da molti critici, espressa per la prima volta da Lev Šestov già nel 1903 (La filosofia della tragedia. Dostoevskij e Nietzsche, tr. it. di Ettore Lo Gatto, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1950), in cui il pensiero del grande romanziere russo viene diviso in due periodi: uno più idealista e umanitario, precedente alla condanna a morte, ed infine il secondo, nel segno del tragico, che ha inizio con la pubblicazione delle Memorie dal sottosuolo (1864) e include tutti i grandi romanzi.
[19] F. M. Dostoevskij, L'idiota, cit., pp. 268-269.
[20] Si tratta probabilmente del Cristo nella tomba di Hans Holbein il Giovane (1497-1543), un quadro che Dostoevskij vide a Basilea e dal quale rimase molto impressionato. Dopo questo episodio in casa di Rogožin, nel seguito del romanzo si farà ancora riferimento a questo quadro, e negli stessi termini, nel capitolo IV della terza parte durante la Spiegazione di Ippòlit.
[21] Diverse volte nelle lettere a Sonja Ivanova e nelle minute del romanzo, Dostoevskij chiama Miškin il "principe Cristo".
[22] Così Ippòlit durante la sua Spiegazione: "Rimasi molto stupito udendo il principe parlare dei mie brutti sogni (...) Perché ha parlato dei sogni? Dev'essere anche lui un medico a meno che non sia un uomo d'intelligenza superiore, per indovinare con tanta esattezza (dopo questo si potrebbe dire con piena convinzione che non è affatto un 'idiota')" (F. M. Dostoevskij, L'idiota, cit., p. 487).
[23] M. Bachtin, Dostoevskij, cit, p. 227.
[24] N. A. Berdjaev, La concezione di Dostoevskij, tr. it. Di Bruno del Re, Torino 1977. Berdjaev rilegge tutta l'opera di Dostoevskij a partire dal problema della libertà, elemento essenziale secondo lui dell'"idea russa". In netta contrapposizione col sofianismo espresso da pensatori come Solov'ëv e S. Bulgakov, Berdjaev afferma la sua posizione in termini essenzialmente escatologici. Nella sua opera più compiuta, L'idea russa, a proposito della bellezza in Dostoevskij, Berdjaev affermerà secco: "Quando Dostoevskij diceva che la bellezza avrebbe salvato il mondo, pensava alla trasfigurazione del mondo, all'avvento del Regno di Dio" (N. A. Berdjaev, L'idea russa, Milano, Mursia, 1992, p. 201).
[25 ] Si veda il saggio di M. Heidegger Il linguaggio, in In cammino verso il linguaggio, Milano, Mursia, 1989, p. 37. E aggiunge: "È la cesura della dif-ferenza che fa risplendere la pura luce. Il suo congiungere illuminante de-cide quel rischiararsi del mondo, per il quale il mondo si fa mondo" (Ivi, p. 39)

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