mercoledì 23 maggio 2012

Giovanni Falcone. Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così...solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche ed incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è, allora, che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare

La mafia non è una società di servizi che opera a favore della collettività, bensì un'associazione di mutuo soccorso che agisce a spese della società civile e a vantaggio solo dei suoi membri.
Giovanni Falcone, Cose di Cosa Nostra, 1991


Occorre sbarazzarsi una volta per tutte delle equivoche teorie della mafia figlia del sottosviluppo, quando in realtà essa rappresenta la sintesi di tutte le forme di illecito sfruttamento delle ricchezze. Non attardiamoci, quindi, con rassegnazione, in attesa di una lontana, molto lontana crescita culturale, economica e sociale che dovrebbe creare le condizioni per la lotta contro la mafia. Sarebbe un comodo alibi offerto a coloro che cercano di persuaderci che non ci sia niente da fare
Giovanni Falcone, Cose di Cosa Nostra, 2004

In Sicilia, per quanto uno sia intelligente e lavoratore, non è detto che faccia carriera, non è detto neppure che ce la faccia a sopravvivere. La Sicilia ha fatto del clientelismo una regola di vita. Difficile, in questo quadro far emergere pure e semplici capacità professionali. Quel che conta è l'amico o la conoscenza per ottenere una spintarella. E la mafia, che esprime sempre l'esasperazione dei valori siciliani, finisce per far apparire come un favore quello che è il diritto di ogni cittadino.
Giovanni Falcone


Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così...solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche ed incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è, allora, che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare.
Giovanni Falcone


Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola
Giovanni Falcone


Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia.
Giovanni Falcone

Uno dei miei colleghi romani nel 1980 va a trovare Frank Coppola, appena arrestato, e lo provoca: “Signor Coppola, che cosa è la mafia?”. Il vecchio, che non è nato ieri, ci pensa su e poi ribatte: “Signor giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare procuratore della Repubblica. Uno è intelligentissimo, il secondo gode dell’appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia."
Giovanni Falcone


Niente è ritenuto innocente in Sicilia, né far visita al direttore di una banca per chiedere un prestito perfettamente legittimo, Né un alterco tra deputati né un contrasto ideologico all'interno di un partito. Accade quindi che alcuni politici a un certo momento si trovino isolati nel loro stesso contesto. Essi allora diventano vulnerabili e si trasformano inconsapevolmente in vittime potenziali. Al di là delle specifiche cause della loro eliminazione, credo sia incontestabile che Mattarella, Reina, La Torre erano rimasti isolati a causa delle battaglie politiche in cui erano impegnati. Il condizionamento dell'ambiente siciliano, l'atmosfera globale hanno grande rilevanza nei delitti politici: certe dichiarazioni, certi comportamenti valgono a individuare la futura vittima senza che la stessa se ne renda nemmeno conto.
Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande.
Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.
In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.
Giovanni Falcone





Sono nato in uno di quei quartieri ieri nobili, oggi più disgregati della vecchia Palermo, dove ho vissuto fino all'età di ventuno anni. Mio padre era una persona seria, onesta, legata alla famiglia. Mia madre una donna energica, autoritaria. Entrambi furono genitori che da me pretesero il massimo, con i sette e gli otto, la mia pagella veniva considerata brutta. Il tempo lo trascorrevo nella biblioteca di famiglia, divorando libri di avventura, storia di Francia di Sicilia ecc.ecc.. Dopo il liceo entrai all'accademia navale, volevo laurearmi in ingegneria, ma mi spedirono allo Stato Maggiore perché dicevano che avevo attitudini al comando, mio padre non ostacolò questa scelta ma mi iscrisse in legge e nel 1961 mi laureai con 110 e lode. Tentai così il concorso per entrare in magistratura che vinsi senza alcuna raccomandazione. A ventisei anni ero Pretore a Lentini con uno stipendio di 110 mila lire al mese, poi il trasferimento d'ufficio a Trapani con la qualifica di Sostituto Procuratore, dove scoprì progressivamente il penale. Era la valutazione oggettiva dei fatti che mi affascinava. Durante la guerra ci trovammo sfollati a Corleone, in casa di alcuni parenti, mamma era nata lì. "Corleone" no, quell'episodio non ha avuto un peso particolare nelle mie scelte future certo, era il paese nativo di Luciano Liggio anche se con mio padre non si parlava mai di mafia. Tornato a Palermo ottenni di misurarmi con l'attività di giudice istruttore. Che idea avevo allora della mafia? allora ogni fascicolo giudiziario era un fatto a se stante, una storia nata in un certo punto e conclusa in un altro. Ci sfuggiva la veduta d'insieme, l'unicità del fenomeno. Istruì molti processi per delitti di mafia, il lavoro non mi metteva paura e neppure i mafiosi. Erano già avvenuti delitti gravissimi e a tutti ormai era chiaro un messaggio inequivocabile, più si indaga seriamente sulla mafia, più si corrono pericoli di vita. Quando fu assassinato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa in via Carini, sul luogo della strage qualcuno tracciò la scritta:
<<qui è morta la speranza dei palermitani onesti>> frase disperata e sinistrica.
I palermitani onesti sono molti di più di quanto si possa immaginare.
Le abitudini peggiori del palazzo di Giustizia a Palermo?
i pettegolezzi, le chiacchiere da corridoio, una riserva mentale costante. Di me hanno detto:
affogherà nelle sue stesse carte, non caverà un ragno dal buco, ama atteggiarsi a sceriffo, ma chi si crede di essere il ministro della giustizia? No, io ho la coscienza tranquilla. Nel ruolo di accusatore non ho mai prevaricato i diritti della difesa, non sono mai ricorso a strumenti che non fossero propri del giudice. Un interrogatorio è una partita a scacchi, un confronto fra intelligenze. Bisogna compenetrarsi fino in fondo in chi ci sta di fronte, pursentendosi sempre Giudice. Bisogna capire, ma capire non è perdonare. Eppure ho sempre rispettato persino chi ha ordinato decine di delitti. Mai dimenticare che anche nel peggiore assassino, vive sempre un barlume di dignità.
Giovanni Falcone



Alla fine degli anni 70 quando per la prima volta Giovanni Falcone sale i gradini del Palazzo di Giustizia di palermo, non può lontanamente immaginare le amarezze che gli riserverà quel Tribunale; allora chiamato "Palazzo dei veleni". Alla fine del 1978 Falcone torna dopo 14 anni nella sua città.
E' stato Pretore a Lentini poi sostituto procuratore a Trapani.
Dopo un anno viene chiamato all'ufficio istruzione da Rocco Chinnici, (magistrato integerrimo) che ha appena preso il posto di Cesare Terranova ucciso dalla mafia il 25 settembre 1979.
Dal diario di Rocco Chinnici:
Ore 12:00 vado da Pizzillo...Mi investe in malo modo dicendomi che all'ufficio istruzione 
stiamo rovinando l'economia palermitana...Mi dice chiaramente che devo caricare di processi semplici Falcone in maniera che cerchi di scoprire nulla perché i giudici istruttori non hanno mai scoperto nulla...Mi dice che la dobbiamo finire, che non dobbiamo più disporre accertamenti nelle banche.
Giovanni Falcone lavorerà ancora per poco con Rocco Chinnici, il 29 luglio 1983 Palermo si sveglia in uno scenario di guerra; alle 8:05 del mattino esplode un'autobomba che uccide Rocco Chinnici, i due uomini della scorta il maresciallo Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile dove abita il magistrato Stefano Li Sacchi.
La mafia è passata al tritolo. L'asfalto di via Federico Pipitone sprofonda sotto le cariche di esplosivo, le autovetture volano fino al terzo piano.
Occorre ricordare cosa sono stati quegli anni a Palermo. Furono uccisi magistrati, carabinieri, poliziotti, sacerdoti, giornalisti, tutta quella parte di società civile che si opponeva a Cosa Nostra fu eliminata fisicamente. Il sangue nelle strade di Palermo l'elenco infinito dei morti, oltre quattromila ne ha contati la guerra di mafia. Chi poteva fermare lo scempio. La città ammutolita confidò in Falcone, Borsellino, nel pool antimafia che fu guidato da Antonino Caponnetto. L'anziano magistrato prese il posto di Rocco Chinnici. A questi uomini la città sembrò consegnarsi con speranza.
Da la storia siamo noi, Giovanni Falcone un giudice italiano



Sono ormai trascorsi vent'anni da quella tragica sera del 23 maggio 1992. In tutti questi anni lo Stato italiano ha finora colpito solo gli esecutori materiali del criminale attentato dinamitardo di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. I veri mandanti della strage, ad oggi, risultano ancora sconosciuti. Bene le commemorazioni ufficiali, bene le passerelle dei politici e delle Autorità, ma non sarebbe ora di sapere TUTTA la verità, soprattutto rispetto ai mandanti dell’efferato delitto di mafia?
 Non c’è stato uomo in Italia che ha accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone: bocciato come consigliere istruttore, bocciato come procuratore di Palermo, bocciato come candidato al CSM e sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia se non fosse stato ucciso. Eppure ogni anno si celebra l’esistenza di Giovanni come fosse stata premiata da pubblici riconoscimenti o apprezzata nella sua eccellenza. Un altro paradosso. Non c’è stato uomo la cui fiducia e amicizia è stata tradita con più determinazione e malignità. 
Ilda Boccassini



Cercavo di raffreddare l'ottimismo del dottor Falcone.
Ricordo che spesso, parlando con il giudice Falcone, cercavo di raffreddare il suo ottimismo ripetendogli che lo Stato italiano non era sufficientemente preparato, non era ancora pronto per combattere la mafia. Sono frasi che ebbi modo di ripetergli in più occasioni e a proposito di situazioni differenti. Fui facile profeta: al processo di appello tornarono le assoluzioni, e ciò aumentò la potenza di molto uomini d'onore che si erano ritrovati incastrati al maxiprocesso. Ci vorrebbero mesi per riuscire a ricostruire tutti i vari passaggi di una vittoria annunciata che si trasformò sotto i nostri occhi in una sconfitta annunciata. Quella a cui stiamo assistendo oggi. La fine degli anni Ottanta, il biennio 1988-89, fu il trionfo dei "veleni".
La stagione dei giudici contro i giudici, dei poliziotti contro i poliziotti. Furono gli anni delle "talpe" ben nascoste negli uffici giudiziari, nelle Squadre Mobili di polizia, nelle caserme dei carabinieri, che passavano informazioni alla mafia. Furono gli anni della nomina del giudice Antonino Meli a capo dell'ufficio istruzione, UN INCARICO CHE IN QUEL MOMENTO, IN QUALUNQUE PAESE DEL MONDO CIVILE, SAREBBE TOCCATO DI DIRITTO AL GIUDICE FALCONE. Furono gli anni dello scompaginamento del pool antimafia, dell'andata in pensione del giudice Antonino Caponnetto, responsabile dell'ufficio istruzione che aveva designato proprio Giovanni Falcone per la sua successione. Furono anche gli anni delle lettere anonime, che qualcuno scriveva per mettere zizzania fra gli uomini degli apparati. Tutte queste cose avevano il solo obiettivo di demolire un pò alla volta, ma in maniera sistematica, la posizione del dottor Falcone.
Saverio Lodato. LA MAFIA HA VINTO



Dopo il fallito attentato all'Addaura Giovanni Falcone, insistette con la moglie Francesca affinché lei non passasse la notte alla villa. Solo una volta lei chiese al marito di abbandonare l'antimafia -<<Parti!>>- ma lui ignorò l'esortazione. I due convennero che lei sarebbe rimasta alla villa durante il giorno e se ne sarebbe andata ogni sera alle nove per trascorrere la notte in città, a casa della madre.
Per qualche tempo dopo la scoperta della bomba, Falcone si sdraiava sul pavimento, cercando di non addormentarsi per paura che la mafia lo ammazzasse nel sonno. Era preoccupato per Francesca e considerò l'idea di simulare una separazione per ridurre i pericoli che correva la moglie.
Lei tentò in tutti i modi di convincerlo di potergli restare accanto, ma Giovanni fu irremovibile. Dopo che, una sera, la moglie aveva cercato invano di persuaderlo, lui confidò a un amico: <<non vuole capire che quei signori adesso fanno sul serio>>.
Ma Francesca non intendeva arrendersi e chiese alla sorella di Falcone di parlargli. Un giorno, dopo che la cognata se n'era andata, Maria andò a cenare alla villa e fu colpita dall'estrema preoccupazione e tensione con cui il fratello affrontava la situazione: era la prima volta che lo vedeva in quello stato.
<<Ma Giovanni>>, gli disse mentre mangiavano, <<non è possibile che tu pretenda che Francesca ogni sera ritorni a casa>>.
<<Tu non lo capisci, io devo essere sempre presente a me stesso; non posso pensare a Francesca. Io la notte possibilmente non dormo, resto in poltrona, perché loro devono sapere che io non mi muovo da qui, che io non ho paura>>. E aggiunse: <<Non capisci. Da ora in poi sono un cadavere ambulante>>. quel commento le fece gelare il sangue nelle vene.
L'indomani della scoperta della bomba dell'Addaura, Falcone ricevette un'inaspettata telefonata da Giulio Andreotti, l'allora presidente del Consiglio: personaggio occhialuto, curvo, gobbo e con le orecchie a sventola soprannominato "Belzebù" dai suoi nemici. Il politico fu molto affettuoso ed espresse grande sollievo per il fallimento dell'attentato. Falcone lo ringraziò con enfasi.
Ma quella stessa sera, a cena con Mario Almerighi, confidò all'amico e collega: <<Io ho ricevuto questa telefonata dall'onorevole Andreotti che non ho mai conosciuto in precedenza, certo che è strana questa telefonata perché io non ho mai avuto rapporti diretti con l'onorevole Andreotti>>.
Falcone accennò al fatto che una volta un mafioso gli aveva detto: <<Se vuoi scoprire chi ha ordinato un omicidio bisogna vedere il nomr di chi manda la prima corona>>. Andreotti non venne mai collegato al tentato omicidio. Nel 2004 , una sentenza della Cassazione ha confermato i legami di Andreotti con la mafia e il reato di associazione mafiosa fino alla primavera del 1980. Ma i magistrati lo hanno prosciolto dall'accusa per prescrizione del reato.

(da i 57 giorni che hanno sconvolto l'Italia di John Follain






Quante cose accaddero in quell'anno 1986!
Quante storie, grandi e piccole, quante bugie, quanti "non ricordo" vennero pronunciati di fronte alla corte presieduta da un giudice Alfonso Giordano piccolo di statura, con una vocina stridula, ma inamovibile come una roccia! Di lui, all'inizio del processo, gli avvocati della difesa si erano fatta un'idea sbagliata: pensavano che al primo soffio di vento sarebbe volato via come una foglia. E ne chiesero imprudentemente la ricusazione: dovettero ricredersi presto rendendosi conto che con Giordano avrebbero fatto meglio a convivere, visto anche che il processo si annunciava lungo. Vennero meno, ad una ad una, le certezze della strategia difensiva. "I pentiti Buscetta e Contorno, e tutti i loro epigoni, non avrebbero certo avuto il coraggio di venire in aula. Non avrebbero retto il confronto con il popolo delle gabbie. Non avrebbero osato, guardando negli occhi tanti <<padri di famiglia>> confermare le le loro infamità". E invece i pentiti vennero, eccome sé vennero. Venne Buscetta, col cuore e la mente gonfi di ricordi e rancore. Fu sottoposto ad un fuoco di fila di domande, poi anche ad un faccia a faccia con Pippo Calò. E stravinse. Ricordò al boss miliardario quando lui, con le sue stesse mani, aveva strangolato un giovane indisciplinato. E stravinse Totuccio Contorno, anche se adoperando un dialetto palermitano talmente stretto da rendere necessaria la presenza di un esperto traduttore. Riferì la cronaca del fallito attentato contro di lui e ricostruì la mappa delle famiglie, quartiere per quartiere, borgata per borgata. Confermarono tutto anche i pentiti <<piccoli piccoli>>. E allora gli avvocati cambiarono tecnica, pretesero la lettura integrale degli atti processuali (mezzo milione di pagine), ma anche questo "filibustering" fu di breve durata di fronte al garbato decisionismo di Alfonso Giordano. Minacciarono scioperi, astensioni. Poi ripiegarono su progetti più miti. Così lentamente la macchina del <<maxi>> iniziò la sua corsa. Una corsa che sarebbe durata quasi due anni.
(Saverio LODATO- Trent'anni di mafia. Storia di una guerra infinita



In un bunker fatto costruire appositamente per l’occasione sotto il tribunale di Palermo, una struttura ottagonale in cemento armato capace di resistere ad una vasta gamma di attacchi terra-aria, cominciava il processo presieduto dal giudice Alfonso Giordano contro circa 400 imputati accusati di crimini di stampo mafioso. Era la prima volta che il governo italiano decideva di combattere seriamente e in modo organico la Mafia siciliana, prima di allora abbastanza impunita e la cui stessa esistenza non si ammetteva apertamente. La svolta avvenne quando entrò in vigore nel 1982 la legge voluta dal comunista Pio La Torre, che pagò con la vita la sua battaglia, che configurava come reato l’appartenenza ad un’associazione a delinquere. Grazie a questa, magistrati del calibro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, usando pure le testimonianze di Tommaso Buscetta, primo pentito mafioso di una certa importanza, ebbero gli strumenti per perseguire Cosa Nostra. Il processo si concluse il 16 dicembre 1987. Furono comminate 2665 anni di carcere in totale. Un duro colpo per l’organizzazione, i cui capi (Riina, Provenzano e gli altri) furono costretti alla latitanza. Nonostante in seguito molte delle condanne furono ridotte o annullate in appello, e i due magistrati principi dell’inchiesta vennero uccisi in due attentati, l’importanza del maxiprocesso non venne meno, in quanto consentì di far conoscere alla magistratura com’era composta la struttura mafiosa, permettendo di ottenere i successivi buoni risultati nella lotta contro la criminalità organizzata.
http://cultura.notizie.it/10-febbraio-1986-comincia-il-maxiprocesso/











Nessun commento:

Posta un commento

Elenco blog personale