sabato 30 luglio 2016

Gli irochesi erano riuniti in una confederazione di cinque nazioni: gli Agniers (Mohawks), gli Onneitouts, gli Onontagués, i Goyogouins e i Tsonnontouants. La confederazione irochese è presieduta da cinquanta capi che rappresentano altrettante tribù. Al contrario degli altri popoli indiani, parecchie nazioni irochesi parlano una lingua imparentata con la lingua azteca, parlata nell'attuale Messico. Essi saranno prima alleati dei coloni di Nuova Amsterdam (la New York olandese) e poi degli Inglesi, che fornirono loro dei fucili (cosa che la Francia aveva sempre rifiutato di fare). Gli Olandesi e gli Inglesi si serviranno di loro per parecchie incursioni di guerriglia contro la giovane colonia francese. I guerrieri irochesi massacreranno senza pietà e a più riprese i contadini della Nuova Francia. L'arma preferita degli irochesi è la mazza. Lo "scalp", pratica che consiste nello strappare il cuoio capelluto di un nemico per portarlo come trofeo alla cintura, è anch'esso molto diffuso. Gli Inglesi scambieranno con gli irochesi degli scalpi di coloni francesi contro fucili. Gli Irochesi sono ugualmente molto portati per la tortura, come potrete vedere nel brano dedicato ai Santi Martiri Canadesi.

La Lega degli Irochesi
[...] chi comandava e dominava su tutti, spesso con ferocia, era la Lega degli Irochesi, che raggruppava  cinque nazioni unite in una stabile alleanza da cui si volle sempre tener fuori gli Huroni per antiche controversie territoriali e tribali. Molto organizzati, vivevano in villaggi stanziali fortificati spesso cinti da palizzate, praticavano una specie di democrazia a votazione, si regolavano in base a un sistema sociale gentilizio e matriarcale. Le terre di famiglia appartenevano alle matrone, che eleggevano i capi del consiglio di guerra, decidevano gli interventi e gestivano il destino dei prigionieri dopo la battaglia.

Nei primi anni dopo lo sbarco la sussistenza dei francesi dipese dall’aiuto che i nativi (quasi sempre erano Huroni) sapevano o volevano fornire; asce di metallo, coltelli, coperte, pentole di ferro venivano scambiate dai francesi per ottenere l’accesso al territorio, mentre le pellicce acquistate dagli Indiani erano il bene per eccellenza, quello che dava valore alle esplorazioni. La conoscenza da parte degli abitanti del posto di un gran numero di erbe medicinali, di una agricoltura adatta a quei climi, delle tecniche di cattura degli animali, dell’uso di canoe e racchette da neve, tutto questo permise ai primi francesi di sopravvivere all’impatto col nuovo mondo e di adattarsi a un territorio così severo.

In un primo tempo la presenza degli Indiani fece da utile cuscinetto rispetto alla rivale colonizzazione anglo-svedese-olandese che si verificava nei territori a sud. Ma la microconflittualità con gli Irochesi era endemica e rappresentava una minaccia continua per gli agricoltori: coltivare i “feudi” lungo il San Lorenzo non era redditizio ma soprattutto non era salubre. Molti coloni diventarono perciò “corridori dei boschi” in stretto contatto con i nativi, creando zone di influenza e anche di forte rivalità, poiché la Lega degli Irochesi pretendeva di gestire lei sola tutto il commercio (come già faceva con gli Inglesi, di cui restò sempre alleata).

Questo stato di cose culminò nel 1648 con il massacro degli Huroni, completato negli anni successivi da scorrerie quasi inarrestabili sui loro villaggi ed insediamenti. Gli Huroni avevano aderito senza apparenti problemi al cristianesimo e dimostravano anche di apprezzare la vita nei dintorni delle città, dove si accampavano. Ma nonostante gli aiuti dei Gesuiti, questa nazione che per prima aveva accolto i francesi sparì sotto le asce implacabili dei “cugini “ Irochesi. Le stesse missioni gesuitiche furono prese d’assalto, distrutte, incendiate, i gesuiti subirono atrocità e torture, ed attorno agli anni ‘50-‘60 del secolo sembrò quasi impossibile mantenere delle “teste di ponte” in quelle insanguinate foreste. Fu la nomina a “colonia reale”, l’invio di un vescovo, e soprattutto il trasporto sulle sponde del San Lorenzo di un reggimento stabile e bene armato, a modificare il destino della colonia.
http://luisaforlano.spa.it/i_-_indiani.htm




Caratteristiche della Confederazione Irochese.
La fondazione della Confederazione Irochese mantenne il sistema dei clan, la cui appartenenza si basava sulla matrilinearità, già in uso nelle cinque tribù. Periodicamente la Lega teneva un consiglio delle tribù, costituito da cinquanta capi chiamati sachem, che venivano nominati dalle donne (matrone) di quei clan in cui queste funzioni erano ereditarie, così come ereditari erano i nomi attribuiti ai capi. Il consiglio non decideva a maggioranza, ma doveva discutere e mediare finché non si raggiungesse l'unanimità, successivamente le decisioni prese dovevano ottenere il consenso della popolazione. Dunque, sebbene la Lega avesse un governo composto esclusivamente da uomini, ciascun membro di quel governo era responsabile delle sue azioni verso le donne della propria famiglia. Non vi è dubbio che il potere detenuto dalle donne trovava le sue basi negli schemi di sussistenza degli irochesi, che vivevano in villaggi fortificati e in cui, sebbene da parte degli uomini fossero praticate sia la caccia che la pesca, la fonte principale di sussistenza era costituita dalla coltivazione di diverse varietà di mais, fagioli e zucche (soprannominati dagli irochesi le “tre sorelle”), che era mansione delle donne, le quali inoltre erano le proprietarie dei terreni e delle case.
https://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:vv8tvE-0ZS8J:https://it.wikipedia.org/wiki/Irochesi+&cd=5&hl=it&ct=clnk&gl=it&lr=lang_it


[...] Irochesi. Questa parola viene dal soprannome "Irinakhoiw", che davano loro i nemici e che significa "lingue di serpente". Gli Irochesi erano i più feroci guerrieri d'America. Al tempo dell'arrivo di Cartier, abitavano due borgate nelle basse terre del S. Lorenzo: Stadaconé (oggi Québec) e Hochelaga (oggi Montréal). Tuttavia, all'arrivo di Champlain 60 anni più tardi, sono completamente spariti dalla regione della valle del S.Lorenzo e occupano piuttosto l'attuale regione al sud dei Grandi Laghi (oggi Stato di New York). Questo inspiegabile spostamento costituisce uno dei grandi misteri della nostra storia.


Gli irochesi erano riuniti in una confederazione di cinque nazioni: gli Agniers (Mohawks), gli Onneitouts, gli Onontagués, i Goyogouins e i Tsonnontouants. La confederazione irochese è presieduta da cinquanta capi che rappresentano altrettante tribù. Al contrario degli altri popoli indiani, parecchie nazioni irochesi parlano una lingua imparentata con la lingua azteca, parlata nell'attuale Messico. Essi saranno prima alleati dei coloni di Nuova Amsterdam (la New York olandese) e poi degli Inglesi, che fornirono loro dei fucili (cosa che la Francia aveva sempre rifiutato di fare). Gli Olandesi e gli Inglesi si serviranno di loro per parecchie incursioni di guerriglia contro la giovane colonia francese. I guerrieri irochesi massacreranno senza pietà e a più riprese i contadini della Nuova Francia. L'arma preferita degli irochesi è la mazza. Lo "scalp", pratica che consiste nello strappare il cuoio capelluto di un nemico per portarlo come trofeo alla cintura, è anch'esso molto diffuso. Gli Inglesi scambieranno con gli irochesi degli scalpi di coloni francesi contro fucili. Gli Irochesi sono ugualmente molto portati per la tortura, come potrete vedere nel brano dedicato ai Santi Martiri Canadesi.

Guerrier iroquois
Essendo gli Irochesi sedentari, i loro villaggi erano dunque stabili nello stesso luogo per lunghi periodi di tempo . Essi si spostavano per ragioni militari o quando la terra era stata completamente sfruttata (circa ogni venti anni). L'agricoltura forniva la maggior parte della dieta irochese: mais, fagioli e zucche. La società irochese era sottomessa ad una gerarchia matriarcale, cioè erano le donne ad essere proprietarie delle terre e determinavano i legami di parentela. Dopo il suo matrimonio, un uomo andava a vivere nella lunga casa della moglie ed i suoi figli diventavano membri del di lei clan. 

Le donne possedevano e sfruttavano i campi coltivati sotto la supervisione della matriarca del clan. Gli uomini di abitudine lasciavano il villaggio in autunno per la grande caccia annuale e vi ritornavano nel cuore dell'inverno. In primavera, pescavano. Come quella degli Algonchini, la religione degli Irochesi era basata sul culto del "Grande Spirito" onnipotente che regnava su tutte le creature viventi. E' il sistema politico confederale degli Irochesi che li rendeva tuttavia unici, ed è quello che permise loro di dominare militarmente i 200 primi anni dell'America coloniale. 



Lo choc culturale
 E' importante capire che, al contrario degli Spagnoli e più tardi degli Americani, i Francesi dell'epoca non hanno mai avuto l'intenzione di conquistare gli Indiani con le armi. Non ci sono dunque stati genocidi nella storia della Nuova Francia (a parte quelli verificatisi per mano degli Irochesi), contrariamente a quella della Nuova Spagna o degli Stati Uniti. L'obiettivo dei Francesi fu dapprima quello di commerciare con loro e poi di "evangelizzarli", credendo così di salvare le loro anime. Le relazioni furono in genere armoniose, non era raro incrociare gruppi di Indiani per le strade delle città e dei villaggi. 

Queste genti che venivano chiamate "Indiani" o "Selvaggi" insegnarono molto ai Francesi, come l'arte di trasformare la linfa in sciroppo di acero e le precauzioni da prendere per sopravvivere ai rigidi inverni e allo scorbuto . Le popolazioni locali modificarono l'abbigliamento tradizionale europeo per adottare dei prestiti di abbigliamento dagli Indiani per ragioni pratiche. E benché i matrimoni ufficiali tra Francesi e Indiane fossero abbastanza rari, le unioni temporanee lo erano assai meno. Secondo le compilazioni di Louis Tardivel, le lingue indiane avrebbero dato circa 200 parole al francese moderno e altrettante all'anglo-americano. Un gran numero di alimenti di cui nessuno può più fare a meno proviene dall'America: la patata, il pomodoro, il mais, l'arachide, il pepe e molti altri. Si calcola che i 3/5 degli alimenti coltivati oggi nel mondo sarebbero originari delle Americhe.

 - Tuttavia, non si può negare che l'arrivo degli Europei nell'America del Nord costituisca uno choc culturale profondo. Parecchie usanze di queste nazioni perderanno la loro importanza e malattie che erano loro sconosciute (come ad esempio il vaiolo) decimeranno la popolazione.

 Un film assolutamente favoloso è stato girato sull'argomento: Robe Noire (trad. di Black Robe). Si tratta di una produzione australiana, girata qui con attori del Québec. Il film illustra superbamente la dinamica che esisteva tra i coloni francesi ed i popoli indiani, relazione alternativamente diffidente e rispettosa. Si vedono anche all'opera i feroci Irochesi. Il film è secondo me estremamente fedele rispetto a ciò che doveva essere la vita qui all'inizio del XVII secolo. Da vedere assolutamente (ma attenzione, contiene scene di violenza e di nudo!).

https://youtu.be/qdD9YUeBDlI

http://www.republiquelibre.org/cousture/IND4.HTM


Intervista a Maria Teresa Romiti
realizzata da Franco Melandri

LA SORELLANZA DEMOCRATICA
La società irochese dove si parla una lingua in cui i maschi sono sorelle.
Una società in cui le donne decidono del cibo, dei figli, del villaggio, hanno diritto di veto sulle guerre e custodiscono l’energia vitale. Lo strano andirivieni del maschio fra la casa della mamma e quella della moglie, ospite da entrambe. La roboante oratoria del maschio. Il valore dell’adozione e, anche, della tortura. La straordinaria democrazia, in cui tutti partecipano alle decisioni, che influenzò i costituenti americani.
Intervista a Maria Teresa Romiti.


[...] Gli Iro­che­si so­no fa­mo­si per due co­se: una cul­tu­ra e una so­cie­tà ma­triar­ca­le, fem­mi­ni­le, e un si­ste­ma so­cia­le estre­ma­men­te de­mo­cra­ti­co.
[...] L’u­nio­ne del­le fa­mi­glie iro­che­si, l’o­wa­chi­ra, in real­tà suo­na co­me so­rel­lan­za.
Può sem­bra­re una co­sa da po­co, ma in­ve­ce è fon­da­men­ta­le per­ché l’in­di­vi­duo ma­schio si ri­flet­te­va nel­l’am­bi­to socia­le co­me par­te­ci­pan­te a una unio­ne stret­ta­men­te fem­mi­ni­le. La “fra­tel­lan­za” iro­che­se è sorellanza, gli iro­che­si so­no so­rel­le fra lo­ro. [...] pri­ma di en­tra­re nel­l’am­bi­to pub­bli­co, pri­ma di diven­ta­re adul­ti, ai gio­va­ni ve­ni­va ri­chie­sto di pas­sa­re un an­no o due in ve­sti fem­mi­ni­li, fa­cen­do la­vo­ri fem­mi­ni­li, vi­ven­do co­me fos­se­ro don­ne, sen­za per que­sto ri­nun­cia­re al­la pro­pria iden­ti­tà ma­schi­le.

Gli Iro­che­si ri­co­no­sco­no la di­scen­den­za ma­ter­na, che in an­tro­po­lo­gia vie­ne de­fi­ni­ta ma­tri­li­nea­re, e so­no ma­tri­lo­ca­li, che si­gni­fi­ca che è il ma­ri­to che va a sta­re in ca­sa del­la mo­glie. Que­sto è fondamen­ta­le nel­la cul­tu­ra iro­che­se, per­ché, sic­co­me la fa­mi­glia è il fon­da­men­to so­cia­le e le de­ci­sio­ni si pren­do­no nel­la fa­mi­glia, i ma­ri­ti iro­che­si fa­ce­va­no con­ti­nua­men­te il viag­gio avan­ti in­die­tro tra la ca­sa del­la mo­glie, do­ve vi­ve­va­no, e la ca­sa del­la ma­dre, do­ve do­ve­va­no de­ci­de­re. [...]

Poi c’è l’a­spet­to eco­no­mi­co.
Gli Iro­che­si non so­no al­le­va­to­ri, quin­di il ma­ri­to por­ta la car­ne, la cac­cia è ma­schi­le, men­tre l’agricoltu­ra è fem­mi­ni­le e so­no le don­ne che col­ti­va­no e de­ci­do­no co­sa col­ti­va­re. An­che tut­ta la distri­bu­zio­ne del ci­bo è in ma­no al­le don­ne.

Il ma­schio va a cac­cia e dà la car­ne al­la mo­glie e que­sto è ri­tua­liz­za­to:
la mo­glie va a pren­de­re il ma­ri­to al li­mi­te del vil­lag­gio, pren­de la car­ne e la va a cu­ci­na­re.
In­som­ma, que­sti uo­mi­ni era­no sem­pre ospi­ti: in ca­sa del­la ma­dre, che era la lo­ro fa­mi­glia, non ave­va­no la real­tà eco­no­mi­ca ed era­no ospi­ti in quan­to l’a­li­men­ta­zio­ne ve­ni­va of­fer­ta lo­ro dal­le don­ne, men­tre in ca­sa del­la mo­glie, do­ve non ave­va­no de­ci­sio­ne po­li­ti­ca, do­ve­va­no por­ta­re la car­ne.

Le don­ne ave­va­no la cu­ra del be­nes­se­re del grup­po e, ov­via­men­te, cu­ra­va­no l’e­du­ca­zio­ne dei fi­gli.
Il che non vo­le­va di­re che il pa­dre, o co­mun­que i ma­schi del­la fa­mi­glia, non par­te­ci­pas­se, tut­t’al­tro, ma cul­tu­ral­men­te tut­to il grup­po si sen­ti­va le­ga­to al­la par­te fem­mi­ni­le, in­fat­ti dif­fi­cil­men­te, nel ca­so del­la se­pa­ra­zio­ne di una cop­pia, i fi­gli an­da­va­no al pa­dre, era il pa­dre che ri­tor­na­va a ca­sa del­la mam­ma. Que­sta del ma­schio in fon­do con­si­de­ra­to un ospi­te è la co­sa più di­ver­ten­te del­la cul­tu­ra iro­che­se, quel­la che col­pi­sce di più. In vir­tù di que­sto an­che il ma­tri­mo­nio e il di­vor­zio iro­che­si era­no ab­ba­stan­za sem­pli­ci: la pri­ma vol­ta si spo­sa­va­no mol­to gio­va­ni, ado­le­scen­ti, e, non es­sen­do conside­ra­ti adul­ti nes­su­no dei due, era­no le ma­tro­ne del­le due fa­mi­glie che si met­te­va­no d’ac­cor­do, poi chie­de­va­no il pa­re­re ai due ra­gaz­zi e se a lo­ro an­da­va be­ne il ma­tri­mo­nio ve­ni­va san­ci­to semplicemen­te col fat­to che uno si spo­sta­va nel­la ca­sa del­l’al­tra. E’ chia­ro che, es­sen­do adolescen­ti al­la pri­ma espe­rien­za, dif­fi­cil­men­te sce­glie­va­no, si adat­ta­va­no ab­ba­stan­za al­le ra­gio­ni dei ri­spet­ti­vi grup­pi, e quin­di i ma­tri­mo­ni fa­cil­men­te an­da­va­no in cri­si e fa­cil­men­te si scio­glie­va­no. Un iro­che­se si spo­sa­va ma­ga­ri 2 o 3 vol­te, era dif­fi­ci­le che un ma­tri­mo­nio du­ras­se una vi­ta.
L’in­te­res­san­te è che il se­con­do ma­tri­mo­nio an­da­va di­ver­sa­men­te:
era la don­na che an­da­va dal­la ma­dre del nuo­vo spo­so e si met­te­va d’ac­cor­do. Ma men­tre la donna ve­ni­va con­si­glia­ta da tut­ti e po­te­va de­ci­de­re da so­la, per l’uo­mo ci do­ve­va co­mun­que es­se­re la me­dia­zio­ne o del­la ma­dre o del­la so­rel­la. Per il di­vor­zio, poi, l’i­ter era an­co­ra più sem­pli­ce: una moglie che non fos­se d’ac­cor­do col ma­ri­to, o co­mun­que non sod­di­sfat­ta del ma­ri­to, lo rim­pro­ve­ra­va tre vol­te ri­tual­men­te, cioè ad al­ta vo­ce al­l’in­ter­no del grup­po fa­mi­lia­re, po­nen­do le pro­prie ra­gio­ni, la pro­pria man­can­za di sod­di­sfa­zio­ne. Do­po la ter­za vol­ta non lo rim­pro­ve­ra­va più: gli met­te­va i mo­cas­si­ni fuo­ri del­la por­ta e con quel­lo il ma­tri­mo­nio era fi­ni­to. Lui pi­glia­va i mocassi­ni e ri­tor­na­va a ca­sa. I mo­cas­si­ni fuo­ri dal­la por­ta co­sa in­di­ca­va­no?
An­co­ra una vol­ta che il ma­schio era ri­ma­sto co­mun­que un ospi­te.
Al­tra in­di­ca­zio­ne: ma­schi e fem­mi­ne non man­gia­va­no in­sie­me, le don­ne di­stri­bui­va­no il ci­bo, lo da­va­no agli uo­mi­ni poi man­gia­va­no da un’al­tra par­te. Gli an­tro­po­lo­gi del ‘700-’800 pen­sa­ro­no che que­sto si­gni­fi­cas­se che le don­ne ser­vi­va­no gli uo­mi­ni, men­tre, in real­tà, era la di­stri­bu­zio­ne del ci­bo: io ti dò que­sto per­ché que­sto è il ci­bo del­l’o­spi­te.
Que­sta co­sa ve­ni­va san­ci­ta an­che quan­do c’e­ra una di­chia­ra­zio­ne di guer­ra, che era de­ci­sa da­gli uomi­ni, vi­sto che do­ve­va­no far­la. Una vol­ta che ave­va­no de­ci­so di par­ti­re chie­de­va­no al­le don­ne i vive­ri, le sal­me­rie, e le don­ne -che a lo­ro vol­ta ave­va­no pre­so la lo­ro de­ci­sio­ne se era giu­sto o me­no par­te­ci­pa­re- de­ci­de­va­no se da­re o no il lo­ro con­sen­so dan­do op­pu­re no i vi­ve­ri. Se si do­ve­va da­re an­co­ra più for­za al no, ogni ma­dre pren­de­va il pro­prio fi­glio da par­te e gli di­ce­va che non doveva par­te­ci­pa­re a que­sta spe­di­zio­ne e sic­co­me era fon­da­men­ta­le che an­che le don­ne fos­se­ro d’accor­do, que­sto era il no più ac­ce­so. E in­fat­ti, sic­co­me i guer­rie­ri gio­va­ni ama­va­no an­da­re spes­so a pro­va­re la lo­ro for­za in gi­ro -an­che per­ché per lo­ro non do­ve­va es­se­re di­ver­ten­tis­si­mo vi­ve­re in una so­cie­tà do­ve pas­sa­va­no il tem­po ad an­da­re avan­ti e in­die­tro fra la mam­ma e la mo­glie, men­tre nel­la fo­re­sta il gio­va­ne guer­rie­ro si sen­ti­va il pa­dro­ne- ca­pi­ta­va an­che che fos­se­ro gli uo­mi­ni più an­zia­ni, gli ora­to­ri, i me­dia­to­ri po­li­ti­ci, che, non es­sen­do d’ac­cor­do con la guer­ra, an­das­se­ro dal­le ma­tro­ne per­ché con­vin­ces­se­ro que­sti gio­va­ni guer­rie­ri a non par­ti­re. [...]

In­som­ma, que­sto ma­schio, ol­tre ad an­dar avan­ti e in­die­tro fra due ma­tro­ne e ogni tan­to di­ver­tir­si in guer­ra, che al­tro fa­ce­va?
Par­la­va. I ma­schi iro­che­si par­la­va­no un po’ co­me i per­so­nag­gi del­l’I­lia­de o del­l’O­dis­sea, fa­ce­va­no di­scor­si mol­to ro­boan­ti, sia che pra­ti­cas­se­ro l’o­ra­to­ria po­li­ti­ca, l’e­spres­sio­ne del por­ta­vo­ce ver­so l’ester­no, sia che si rac­con­tas­se­ro le ge­sta. Gli uo­mi­ni si rac­con­ta­va­no mol­to, si rac­con­ta­va­no le grandi im­pre­se, lo­ro e dei pa­ren­ti, le gran­di sto­rie in­di­vi­dua­li.

Le don­ne tra lo­ro par­la­va­no una lin­gua, gli uo­mi­ni un’al­tra lin­gua, in mez­zo c’e­ra la lin­gua di tut­ti i gior­ni. Que­sto non vuol di­re che ci fos­se­ro 3 lin­gue di­ver­se, era­no in­ve­ce dei di­ver­si mo­di di con­ver­sa­re, di par­la­re. Il lin­guag­gio ma­schi­le era il lin­guag­gio ora­to­rio per ec­cel­len­za, men­tre quel­lo fem­mi­ni­le era più quo­ti­dia­no. [...]
Gli uo­mi­ni la se­ra si riu­ni­va­no e si rac­con­ta­va­no le lo­ro im­pre­se di cac­cia e di guer­ra, ma que­ste storie, per po­ter es­se­re rac­con­ta­te e per­ché aves­se­ro va­lo­re, do­ve­va­no es­se­re sem­pre più im­por­tan­ti e quin­di il guer­rie­ro, il cac­cia­to­re, do­ve­va ri­schia­re sem­pre di più. Di­ven­ta­va un gio­co al mas­sa­cro. Il mas­si­mo per il cac­cia­to­re era af­fron­ta­re un or­so col col­tel­lo, op­pu­re, al­tra gran­de co­sa da rac­con­ta­re, era an­da­re a ru­ba­re le pen­ne del­l’a­qui­la, che, pe­rò, non an­da­va uc­ci­sa. Uno an­da­va ad arrampicar­si su per i pic­chi, do­ve­va can­ta­re le can­zo­ni per far sì che l’a­qui­la fos­se di buon umo­re, poi do­ve­va tro­va­re il mo­do di pren­der­la, to­glier­le le pen­ne del­la co­da, che so­no le mi­glio­ri, do­po­di­ché la la­scia­va an­da­re. Le pen­ne d’a­qui­la, con i can­ti del­l’a­qui­la, ave­va­no un lo­ro mito ben pre­ci­so. Que­sto mi­to rac­con­ta di un iro­che­se che va su un al­be­ro al­tis­si­mo a rac­co­glie­re del­le uo­va con i co­gna­ti, ma que­sti lo ab­ban­do­na­no e lui non rie­sce a scen­de­re. E’ di­spe­ra­to, ma ar­ri­va un’a­qui­la che lo pren­de e lo por­ta al suo ni­do. Lì è an­co­ra più di­spe­ra­to, per­ché se non riu­sci­va a scen­de­re da un al­be­ro fi­gu­ria­mo­ci dal pic­co del­l’a­qui­la. L’a­qui­la, che ha de­gli aqui­lot­ti, per un cer­to pe­rio­do gli dà da man­gia­re co­me lo dà agli aqui­lot­ti. Ad un cer­to pun­to, pe­rò, l’a­qui­la non tor­na, gli aqui­lot­ti han­no fa­me, e que­sto iro­che­se si in­ci­de il pet­to e dà il pro­prio san­gue agli aqui­lot­ti. Dà agli aqui­lot­ti il suo lat­te, cioè il san­gue, e si fa ma­dre co­me l’a­qui­la. L’a­qui­la ri­tor­na, ve­de che lui ha da­to da man­gia­re agli aqui­lot­ti, e al­lo­ra gli re­ga­la le pen­ne, i can­ti e i ri­ti del­l’a­qui­la, che ser­vo­no per guari­re, e lo ri­por­ta al vil­lag­gio. Lui tor­na, si ve­ste con i pa­ra­men­ti del­l’a­qui­la, e dà al vil­lag­gio tut­to quel­lo che l’a­qui­la gli ha da­to.

Il can­to del­le ge­sta, co­me di­ce­vo, era stret­ta­men­te in­di­vi­dua­le, ognu­no po­te­va can­ta­re so­lo le sue e quel­le che gli era­no sta­te do­na­te o che ave­va ac­qui­sta­to uc­ci­den­do chi le ave­va com­piu­te ve­ra­men­te. Que­sto av­ve­ni­va per­ché am­maz­zar­ti vo­le­va di­re che tut­to il tuo va­lo­re pas­sa­va a me che ti ave­vo am­maz­za­to. Men­tre nel ca­so del do­no si­gni­fi­ca­va che il do­na­to­re ri­co­no­sce­va che tu eri più de­gno di lui di quel­la da­ta im­pre­sa. Ave­re in do­no il can­to di una im­pre­sa era con­si­de­ra­to il mas­si­mo, per­ché si­gni­fi­ca­va un ri­co­no­sci­men­to pub­bli­co in­con­te­sta­bi­le del pro­prio va­lo­re.

Quin­di, pur cen­tra­ta sul fem­mi­ni­le, fra gli iro­che­si c’e­ra una for­te di­vi­sio­ne dei ruo­li?
[...]la scel­ta di es­se­re ma­schio o fem­mi­na non era un fat­to stret­ta­men­te do­vu­to al­la bio­lo­gia. 
Io so­no una don­na, ma pos­so de­ci­de­re di fa­re l’uo­mo; io so­no un uo­mo, ma pos­so de­ci­de­re di fa­re la don­na per tut­to il tem­po che mi pa­re, per la so­cie­tà va be­ne. C’è un’u­ni­ca con­di­zio­ne: quan­do mi spoglio di uno sta­tus de­vo pren­de­re tut­to il re­sto, non pos­so sta­re a me­tà fra le due stra­de.

Pra­ti­ca­men­te c’e­ra­no del­le “ca­sel­le cul­tu­ra­li” in cui era­no in­se­ri­ti dei ruo­li pre­ci­si, ognu­no con tut­ta una se­rie di ca­rat­te­ri­sti­che: si po­te­va­no an­che sce­glie­re tut­te le ca­sel­le una do­po l’al­tra, pur­ché ogni vol­ta si stes­se in una so­la ca­sel­la, pren­den­do tut­ti i di­rit­ti e do­ve­ri che cor­ri­spon­de­va­no al ruo­lo scelto.

E in­fat­ti: le don­ne non si po­te­va­no toc­ca­re, per un iro­che­se ve­de­re un uo­mo pic­chia­re una don­na era più o me­no co­me per un cat­to­li­co pra­ti­can­te ve­de­re qual­cu­no uri­na­re sul­l’al­ta­re. Era una cosa più che abo­mi­ne­vo­le, era in­con­ce­pi­bi­le, met­te­va in cau­sa va­lo­ri sa­cri mol­to pro­fon­di. Pe­rò, se una don­na sce­glie­va di es­se­re uo­mo e im­brac­cia­va le ar­mi e com­bat­te­va, non era più una don­na e in que­sto ca­so po­te­va an­che es­se­re tor­tu­ra­ta. Que­sto fu uno dei pro­ble­mi con i bian­chi, per­ché le pio­nie­re che di­fen­de­va­no la ca­sa na­tu­ral­men­te ve­ni­va­no scal­pa­te co­me i ma­schi per­ché per lo­ro era­no de­gli uo­mi­ni. Bam­bi­ni e don­ne non si toc­ca­no, pur­ché fac­cia­no i bam­bi­ni e le don­ne. [...]

Ne­gli iro­che­si il con­cet­to di fa­mi­glia è es­sen­zial­men­te cul­tu­ra­le nel sen­so che la fa­mi­glia so­no tut­te quel­le per­so­ne che si ri­co­no­sco­no al­l’in­ter­no di un cer­to grup­po con una cer­ta di­scen­den­za, che può es­se­re di san­gue, ma che, la mag­gior par­te del­le vol­te, di san­gue non era. Fra gli Iro­che­si era ti­pi­ca quel­la che noi ab­bia­mo tra­dot­to con “ado­zio­ne” e che con­si­ste­va nel­l’in­se­ri­men­to nel­l’am­bi­to fa­mi­lia­re di una per­so­na che po­te­va es­se­re di un al­tro grup­po fa­mi­glia­re o ad­di­rit­tu­ra, spes­sis­si­mo, non iro­che­se o bian­ca, che in que­sto mo­do ve­ni­va ad ac­qui­si­re tut­ti i do­ve­ri e i di­rit­ti che com­por­ta­va­no l’in­se­ri­men­to in que­sto grup­po. Era­no le­ga­mi stret­ta­men­te cul­tu­ra­li, pe­rò vis­su­ti co­me se fos­se­ro bio­lo­gi­ci: il ri­to del­l’a­do­zio­ne, che con­si­ste­va nel­la spo­lia­zio­ne del­la per­so­na, nel ba­gno ri­tua­le e nel ri­ve­sti­men­to, era una ve­ra e pro­pria na­sci­ta. Do­po non c’e­ra più nes­su­na differen­za tra il nuo­vo na­to e un na­to al­l’in­ter­no del­la fa­mi­glia.

Un al­tro aspet­to del­la fa­mi­glia iro­che­se -che, te­nia­mo­lo pre­sen­te, con­ta­va va­rie de­ci­ne di per­so­ne abi­tan­ti nel­la stes­sa ca­sa, quin­di con del­le in­te­ra­zio­ni con­ti­nua­ti­ve- è che i di­rit­ti e i do­ve­ri del­l’indivi­duo al­l’in­ter­no del grup­po fa­mi­glia­re ave­va­no una va­len­za tan­to pub­bli­ca quan­to pri­va­ta. La di­stin­zio­ne tra pub­bli­co e pri­va­to, ti­pi­ca del­la so­cie­tà oc­ci­den­ta­le mo­der­na, non ha as­so­lu­ta­men­te senso per la so­cie­tà iro­che­se, do­ve la fa­mi­glia è il fon­da­men­to del­la so­cie­tà in quan­to è il nu­cleo del­le de­ci­sio­ni po­li­ti­che del­la so­cie­tà stes­sa. Lo stes­so in­di­vi­duo si per­ce­pi­sce co­me in­di­vi­duo -me­glio: come se stes­so- sem­pre in rap­por­to a un grup­po.
Que­sto non vuol di­re che il grup­po sia più im­por­tan­te del­l’in­di­vi­duo o vi­ce­ver­sa, ma che per esi­ste­re l’in­di­vi­duo ha sem­pre bi­so­gno del rap­por­to con il grup­po, sen­za que­sto sa­reb­be mon­co.
E in­fat­ti la pe­na più se­ve­ra pres­so gli Iro­che­si era but­tar fuo­ri un in­di­vi­duo dal grup­po, dal vil­lag­gio, far­ne un in­dia­no so­li­ta­rio. Que­sta era una co­sa che noi pos­sia­mo con­si­de­ra­re mol­to vi­ci­no al­la pe­na di mor­te, non tan­to per­ché uno non po­tes­se so­prav­vi­ve­re da so­lo, avreb­be po­tu­to be­nis­si­mo, ma per­ché si scin­de­va que­sto rap­por­to di­na­mi­co e la per­so­na ave­va per­so uno dei due ele­men­ti che gli ser­vi­va­no per de­fi­nir­si, era “rot­ta”. [...]

Si sa che gli Iro­che­si era­no dei gran­di tor­tu­ra­to­ri, ma que­sto non ur­ta con una so­cie­tà co­sì al femmi­ni­le?
Que­sta è una del­le co­se più dif­fi­ci­li da ca­pi­re per noi mo­der­ni; lo era an­che per i con­tem­po­ra­nei europei che, per al­tro, la ve­de­va­no in uso re­go­lar­men­te an­che da lo­ro. La tor­tu­ra, per gli Iro­che­si, non ave­va nes­sun va­lo­re stru­men­ta­le e an­che que­sto è uno dei mo­ti­vi per cui era­no de­gli ot­ti­mi tor­tu­ra­to­ri, era­no tal­men­te bra­vi che so­no fa­mo­si i rac­con­ti dei viag­gia­to­ri di­spe­ra­ti e spa­ven­ta­tis­si­mi.
Ge­ne­ral­men­te ne­gli at­ti di guer­ra si cer­ca­va di pren­de­re pri­gio­nie­ri vi­vi e il pri­gio­nie­ro, me­glio ovviamen­te se guer­rie­ro di una cer­ta im­por­tan­za per­ché au­men­ta­va il pre­sti­gio, ve­ni­va por­ta­to al villag­gio. A que­sto pun­to le scel­te era­no due ed era­no sem­pre in ma­no al­le don­ne per­ché lo­ro cu­ra­no la vi­ta e quin­di lo­ro de­ci­do­no del­la mor­te: o il pri­gio­nie­ro ve­ni­va adot­ta­to, quin­di ri­na­sce­va co­me iro­che­se e fi­ni­va lì, e si po­te­va con­si­de­ra­re ben for­tu­na­to, op­pu­re ve­ni­va la­scia­to in ma­no agli uo­mi­ni per­ché fos­se tor­tu­ra­to.
Qual è il si­gni­fi­ca­to pro­fon­do di que­sto?
[...] E quan­do l’in­dia­no del­l’al­tra tri­bù ve­ni­va tor­tu­ra­to, fa­ce­va di tut­to per non ur­la­re, non do­ve­va far sen­ti­re il suo do­lo­re, per­ché se tu non dai pro­va di quel­lo che vie­ne con­si­de­ra­to uno dei fon­da­men­ti del­la ma­sco­li­ni­tà, lo stoi­ci­smo e la ca­pa­ci­tà di sop­por­ta­re il do­lo­re, al­lo­ra, in real­tà, non sei un uo­mo. C’è il ca­so fa­mo­so di un ge­ne­ra­le ame­ri­ca­no che, cat­tu­ra­to, de­ve aver stril­la­to tan­to che a un cer­to pun­to lo uc­ci­do­no per­ché non ha più va­lo­re. Non ave­va quei re­qui­si­ti che a lo­ro era sem­bra­to, non era un uo­mo. [...]

Ma co­sa fa­ce­va sce­glie­re fra l’a­do­zio­ne e la tor­tu­ra?
Co­me ho det­to, la vi­ta del pri­gio­nie­ro ve­ni­va mes­sa nel­le ma­ni del­le don­ne del grup­po in cui era mor­to quel­lo per cui do­ve­va­no ven­di­car­si. [...]
Era co­me se uno adot­tas­se l’o­mi­ci­da di un pa­ren­te stret­to![...]
L’a­do­zio­ne era una no­te­vo­le so­lu­zio­ne: si sa­na­va la fe­ri­ta del­la per­di­ta del­l’e­ner­gia e si ac­qui­sta­va un iro­che­se a tut­ti gli ef­fet­ti. La­fit­te, che è un fa­mo­so stu­dio­so de­gli Iro­che­si, di­ce che al­la fi­ne del ‘700 nel­le tri­bù iro­che­si c’e­ra­no più in­dia­ni di al­tre tri­bù che iro­che­si. Nel suo con­to gli adot­ta­ti era­no il 60% del­la po­po­la­zio­ne!

Ve­nia­mo al di­scor­so del­la de­mo­cra­zia.
Gli Iro­che­si -che era­no tan­ti, spar­si in mol­ti vil­lag­gi nel nord-est de­gli Sta­ti Uni­ti, in una zo­na gran­de qua­si co­me mez­za Eu­ro­pa- pren­de­va­no le de­ci­sio­ni tut­ti in­sie­me e la de­ci­sio­ne era vin­co­lan­te so­lo quan­do c’e­ra l’u­na­ni­mi­tà. Pri­ma si riu­ni­va­no, se­pa­ra­ti gli uni dal­le al­tre, gli uo­mi­ni e le don­ne di una fa­mi­glia, quin­di al­cu­ne de­ci­ne di per­so­ne, una vol­ta che ognu­no di que­sti due grup­pi era giun­to al­l’u­na­ni­mi­tà si riu­ni­va la fa­mi­glia nel suo in­sie­me, che a sua vol­ta di­scu­te­va si­no al­l’u­na­ni­mi­tà.
Do­po que­sto li­vel­lo si riu­ni­va l’o­wa­chi­ra, il grup­po di 2 o 3 fa­mi­glie so­rel­le che vi­ve­va­no nel­lo stes­so vil­lag­gio o in vil­lag­gi vi­ci­ni, e ri­co­min­cia­va­no a di­scu­te­re, sem­pre pri­ma con gli uo­mi­ni da una par­te e le don­ne dal­l’al­tra, poi tut­ti in­sie­me, fin­tan­to che la de­ci­sio­ne tor­na­va ad es­se­re una. A que­sto pun­to ve­ni­va­no in­via­ti dei por­ta­vo­ce al­l’in­con­tro con gli al­tri por­ta­vo­ce del­le owa­chi­ra so­rel­le e ogni vol­ta il mec­ca­ni­smo era lo stes­so. Ov­via­men­te non tut­ti an­da­va­no al li­vel­lo su­pe­rio­re nel sen­so che, men­tre nel­la owa­chi­ra de­ci­de­va­no tut­ti gli adul­ti -cioè tut­te le don­ne spo­sa­te e tut­ti gli uo­mi­ni spo­sa­ti o che aves­se­ro par­te­ci­pa­to ad una azio­ne di guer­ra, il che si­gni­fi­ca una par­te­ci­pa­zio­ne che an­da­va dagli ado­le­scen­ti ai vec­chi- dal­la owa­chi­ra in su la so­lu­zio­ne pro­po­sta era so­li­ta­men­te af­fi­da­ta al por­ta­vo­ce, al par­la­to­re. Que­sto, tut­ta­via, non si­gni­fi­ca­va che ne­gli in­con­tri suc­ces­si­vi a quel­lo del­la owa­chi­ra par­las­se so­lo lui per­ché po­te­va par­la­re chiun­que. Più grup­pi di owa­chi­ra so­rel­le formavano il clan -quan­do la di­scus­sio­ne era al li­vel­lo del clan le di­stan­ze fra un vil­lag­gio e l’al­tro era­no no­te­vo­li- e ge­ne­ral­men­te al­l’in­con­tro dei clan par­te­ci­pa­va un nu­me­ro più o me­no ri­stret­to a secon­da se sen­ti­va­no di do­ver da­re più o me­no for­za al­la de­ci­sio­ne che era sta­ta pre­sa. Do­po il singolo clan la de­ci­sio­ne an­da­va ad un grup­po di clan che co­sti­tui­va una “me­tà” e due “me­tà” era­no la tri­bù. Do­po la tri­bù si an­da­va al­la con­fe­de­ra­zio­ne, che era rap­pre­sen­ta­ta da 50 sa­chem, 10 per ognu­na del­le tri­bù che la crea­ro­no, a cui do­ve­va­no ac­com­pa­gnar­si, ob­bli­ga­to­ria­men­te, le 50 don­ne che ve­ni­va­no de­fi­ni­te le “par­la­tri­ci”, cioè le ma­tro­ne del­le owa­chi­ra che da­va­no il ca­sco da sa­chem, più tut­ti quel­li che vo­le­va­no. An­che a que­sto mas­si­mo li­vel­lo la de­ci­sio­ne do­ve­va es­se­re pre­sa al­l’una­ni­mi­tà e per con­trol­lar­la -per­ché dal­la par­ten­za, a li­vel­lo del­la fa­mi­glia, al­la fi­ne la de­ci­sio­ne mol­to pro­ba­bil­men­te era cam­bia­ta- do­ve­va ri­tor­na­re per la con­fer­ma a tut­ti i li­vel­li in­fe­rio­ri fi­no al­la owa­chi­ra. Se non ve­ni­va ri­con­fer­ma­ta si ri­co­min­cia­va da ca­po. Chia­ra­men­te in tut­to que­sto iter ci vo­le­va mol­to tem­po, ma, co­me mi ha det­to una vol­ta un in­dia­no: “Quan­do si pren­de una de­ci­sio­ne per noi è fon­da­men­ta­le che tut­ti rie­sca­no a com­pren­de­re di co­sa si sta di­scu­ten­do, che tut­ti rie­sca­no a di­scu­te­re del­l’ar­go­men­to e che tut­ti pos­sa­no de­ci­de­re sul­l’ar­go­men­to. Il tem­po che ci si met­te è sem­pre il tem­po ne­ces­sa­rio, né di più, né di me­no”.

Ma co­s’e­ra la con­fe­de­ra­zio­ne Iro­che­se di cui par­la­vi pri­ma?
La Le­ga Hau De No Sau Nee, o Con­fe­de­ra­zio­ne Iro­che­se, era il fon­da­men­to del­la so­cie­tà iro­che­se, al­me­no co­me noi la co­no­scia­mo. Lo­ro, pe­rò, rac­con­ta­no che la Le­ga non c’è sem­pre sta­ta, che è na­ta in una cer­ta ma­nie­ra e che ha mil­le an­ni, ma gli stu­dio­si di­co­no mol­to di me­no, qual­cu­no di­ce che era ap­pe­na for­ma­ta quan­do so­no ar­ri­va­ti i bian­chi. Pro­ba­bil­men­te la ve­ri­tà sta nel mez­zo, per­ché il fat­to che an­che gli Uro­ni aves­se­ro la lo­ro Le­ga, che l’a­ves­se­ro an­che i Che­ro­kee, che le re­go­le, ab­ba­stan­za com­ples­se, fos­se­ro sta­bi­li dà l’i­dea che non fos­se ap­pe­na na­ta, che si fos­se stra­ti­fi­ca­ta al­me­no da un cer­to pe­rio­do. Il rac­con­to iro­che­se, sim­bo­li­ca­men­te as­sai ric­co, di­ce che pri­ma del­la Le­ga ci fu un pe­rio­do nel qua­le le prin­ci­pa­li 5 na­zio­ni iro­che­si -Mo­ha­wk, Onei­da, Onon­da­ga, Se­ne­ca, Cayu­ga, quel­le che poi co­sti­tui­ro­no la Le­ga, an­che se al­tre tri­bù, non sem­pre Iro­che­si, si ag­giun­se­ro più tar­di, sorellan­do­si con que­ste cin­que- era­no in guer­ra fra lo­ro e com­bat­te­va­no con­ti­nua­men­te. In que­sta si­tua­zio­ne, fra i Mo­ha­wk, c’è un ca­po po­ten­tis­si­mo, un mez­zo stre­go­ne, che de­ci­de di co­man­da­re su tut­ti e quin­di fa di tut­to per uc­ci­de­re o far spa­ri­re tut­ti gli even­tua­li con­cor­ren­ti, ma un mohawk che sa par­la­re ed è mol­to ascol­ta­to, Ha­ya­wa­ta, cer­ca di con­tra­star­lo. Il ca­po al­lo­ra di­strug­ge tut­ta la fa­mi­glia di Ha­ya­wa­ta, mo­glie, fi­gli, ni­po­ti, cu­gi­ni, e Ha­ya­wa­ta de­ci­de di an­dar­se­ne av­ven­tu­ran­do­si fuo­ri dal ter­ri­to­rio iro­che­se. Sem­pre da so­lo va­ga fin­ché in­con­tra un uro­ne (gli Uro­ni, pur es­sen­do di lin­gua iro­che­se, per gli Iro­che­si era­no ne­mi­ci giu­ra­ti) che si chia­ma De­ga­na­wi­da, un ma­go che, a cau­sa del­la sua po­ten­za e di una ma­le­di­zio­ne che pe­sa su di lui, ha do­vu­to al­lon­ta­nar­si dal­la sua tri­bù.
I due si par­la­no e con­cor­da­no di cer­ca­re di met­te­re fi­ne al­la guer­ra fra­tri­ci­da, quin­di ri­tor­na­no in territo­rio iro­che­se, com­bat­to­no con­tro il ca­po-ma­go e lo vin­co­no con­vin­cen­do tut­ti a smet­te­re di combat­te­re. A quel pun­to an­che De­ga­na­wi­da vie­ne adot­ta­to dai Mo­ha­wk, quin­di per­de la ma­le­di­zio­ne che pe­sa su di lui, e le cin­que tri­bù dan­no vi­ta al­la Ga­ya­ne­shak­go­wa, la Gran­de Leg­ge del­la Pa­ce, cioè la Le­ga Iro­che­se.
Ven­ne de­ci­so, e que­sto ve­ni­va ri­pe­tu­to tut­te le vol­te, che non si po­te­va più uc­ci­de­re al­l’in­ter­no del­la con­fe­de­ra­zio­ne, ma so­lo al­l’e­ster­no, e nel di­scor­so in­tro­dut­ti­vo di ogni ses­sio­ne del­la Le­ga -di­scor­so sem­pre te­nu­to da un Mo­ha­wk e sem­pre ugua­le- ogni vol­ta ve­ni­va ri­pe­tu­to che oc­cor­re­va evi­ta­re la ven­det­ta. Den­tro la Le­ga, al po­sto del­la ven­det­ta, ve­ni­va pa­ga­to il prez­zo del san­gue o era la tri­bù a de­ci­de­re del­la pu­ni­zio­ne del reo. Il prez­zo del san­gue era­no del­le cin­tu­re di wam­pum (cioè cin­tu­re de­co­ra­te con aghi di por­co­spi­no che ave­va­no un si­gni­fi­ca­to ri­tua­le, di co­mu­ni­ca­zio­ne e ma­ni­fe­sta­va­no pre­sti­gio) e la don­na va­le­va il dop­pio per­ché con lei si per­de­va an­che tut­ta la li­nea ed era­no sem­pre le don­ne, la ma­dre o la so­rel­la, che ac­cet­ta­va­no ta­le prez­zo o ri­chie­de­va­no la pe­na. Tor­nan­do al fun­zio­na­men­to del­la Le­ga, i viag­gia­to­ri eu­ro­pei, che ve­ni­va­no dal­le cor­ti di re as­so­lu­ti, ri­ma­se­ro mol­to col­pi­ti da que­sta par­te­ci­pa­zio­ne dif­fu­sa e dal tem­po che un ta­le fun­zio­na­men­to ri­chie­de­va. Per lo­ro quel­lo iro­che­se era un mon­do as­so­lu­ta­men­te in­com­pren­si­bi­le, ma al­cu­ni fi­lo­so­fi fran­ce­si, Mon­tai­gne e so­prat­tut­to La Boé­tie, ri­sen­ti­ro­no no­te­vol­men­te di questi rac­con­ti sul si­ste­ma iro­che­se e co­min­cia­ro­no ad in­ter­ro­gar­si sui rap­por­ti di po­te­re, di dominio, di par­te­ci­pa­zio­ne an­che per quan­to ri­guar­da­va l’Eu­ro­pa. Si­cu­ra­men­te il si­ste­ma irochese fun­zio­na­va, non da­va pro­ble­mi, an­che se, co­me di­mo­stra il fat­to che a un cer­to pun­to si è rot­to a cau­sa del­le al­lean­ze del­le va­rie tri­bù du­ran­te la guer­ra di in­di­pen­den­za ame­ri­ca­na, dei pun­ti de­bo­li do­ve­va­no es­ser­ci. Cer­to era dif­fi­ci­le con­ti­nua­re a di­scu­te­re su tut­to, par­te­ci­pa­re a tut­to. Pro­ba­bil­men­te per gli uo­mi­ni, sem­pre in viag­gio fra la ca­sa del­la mam­ma e quel­la del­la mo­glie, era mol­to fa­ti­co­so. L’uo­mo, fin­ché si di­scu­te­va, era as­so­lu­ta­men­te inu­ti­le, muo­ve­va so­lo i pie­di ed in ef­fet­ti so­no sta­ti lo­ro i pri­mi a crol­la­re, ad ac­cet­ta­re il whi­sky dai bian­chi, ad ubria­car­si tranquillamen­te, so­no sta­ti i pri­mi a per­de­re il con­tat­to, co­me se gli man­cas­se­ro dei pun­ti di riferimen­to; le don­ne re­si­stet­te­ro di più...
Si­cu­ra­men­te, co­mun­que, l’e­spe­rien­za del­la Le­ga iro­che­se è sta­ta uno de­gli espe­ri­men­ti più pro­fon­di di par­te­ci­pa­zio­ne e non è un ca­so che dai prin­ci­pi del­la Le­ga iro­che­se, per quan­to mi­sco­no­sciu­ta e non pie­na­men­te ca­pi­ta, de­ri­vi in mol­te par­ti la co­sti­tu­zio­ne de­gli Sta­ti Uni­ti. Sia Jefferson che Frank­lin co­no­sce­va­no mol­to be­ne la Le­ga e quan­do mi­se­ro giù i prin­ci­pi del­la costituzio­ne ame­ri­ca­na ave­va­no in men­te pro­prio la par­te­ci­pa­zio­ne mes­sa in at­to dal­la confedera­zio­ne iro­che­se. L’i­dea de­gli sta­ti che so­no so­vra­ni, ma che ne­ces­si­ta­no di pren­de­re de­ci­sio­ni in­sie­me, la di­na­mi­ca dal­la ba­se, dal­la pe­ri­fe­ria ver­so il cen­tro, so­no il frut­to del­l’os­ser­va­zio­ne del fun­zio­na­men­to del­la Le­ga iro­che­se. Cer­ta­men­te la co­sti­tu­zio­ne ame­ri­ca­na, al­la fi­ne, ha po­co a che ve­de­re con i fon­da­men­ti del­la de­mo­cra­zia iro­che­se, tut­ta­via an­che nel­l’in­ci­pit, là do­ve vie­ne di­chia­ra­to che sco­po del­l’uo­mo è la ri­cer­ca del­la fe­li­ci­tà, si sen­te l’in­flus­so iro­che­se. Si po­treb­be an­che di­re che c’è una qual­che con­ti­nui­tà fra l’a­do­zio­ne iro­che­se e il fat­to che ne­gli Sta­ti Uni­ti ba­sti una ce­ri­mo­nia per far di­ven­ta­re l’e­mi­gra­to cit­ta­di­no ame­ri­ca­no.
La Le­ga iro­che­se è il con­tri­bu­to de­gli in­dia­ni al­la teo­ria poli­tica: un fon­da­men­ta­le contri­buto sul­la pos­si­bi­li­tà par­te­ci­pa­ti­va in grup­pi nu­me­ro­si, l’u­ni­co che ab­bia avu­to una du­ra­ta si­gni­fi­ca­ti­va.

An­che nel­la po­lis gre­ca, quan­to a par­te­ci­pa­zio­ne, non si scher­za­va...
La po­lis gre­ca era mol­to ri­stret­ta, non ave­va il pro­ble­ma del­la di­stan­za, quin­di il pro­ble­ma del­la delega che gli Iro­che­si, in­ve­ce, affron­tarono a fon­do. Per lo­ro la de­le­ga non era mai in bian­co, il sa­chem era es­sen­zial­men­te un por­ta­vo­ce, ma in que­sto “por­ta­re la vo­ce” non c’e­ra so­lo lo spazio del­la po­li­ti­ca co­me rap­pre­sen­tan­za, c’e­ra an­che l’i­dea del­la po­li­ti­ca co­me rap­pre­sen­ta­zio­ne. Quel­la di rap­pre­sen­ta­re e rap­pre­sen­tar­si è, co­me si di­ce­va pri­ma, una del­le ca­rat­te­ri­sti­che del­la lin­gua ma­schi­le, è una pa­ro­la det­ta con au­to­re­vo­lez­za ver­so l’e­ster­no. Al­l’in­ter­no del­la fa­mi­glia la discussione era più “quo­ti­dia­na”, ma, una vol­ta che que­sta di­scus­sio­ne usci­va dal­la fa­mi­glia, il portavo­ce ne fa­ce­va co­me una for­ma di rap­pre­sen­ta­zio­ne. Le riu­nio­ni del­la Le­ga era­no im­men­se: non dob­bia­mo pen­sa­re sol­tan­to ai 50 sa­chem e al­le 50 ma­tro­ne, per­ché c’e­ra­no an­che tut­ti quel­li che an­da­va­no a ve­de­re, a sen­ti­re, a di­re la lo­ro. Le fa­ce­va­no fuo­ri dai vil­lag­gi, con la gen­te che por­ta­va i vesti­ti mi­glio­ri.

http://www.unacitta.it/newsite/intervista.asp?id=713



IROCHESI
Seduto al margine della radura, in vista dei villaggio Mohawk, l'uomo fumava tranquillamente la pipa. Nelle foreste dei Nordest, questa era la buona regola di comportamento, in prossimità di un villaggio straniero. Significava: "Vengo in amicizia". I Mohawk si avvicinarono guardinghi: l'uomo era pur sempre un Urone, uno dei loro tradizionali nemici. Affermò di chiamarsi Deganawidah e di essere latore di un importante messaggio. Condotto dinanzi ai capi Mohawk, Deganawidah disse: "La mia mente è ispirata dal Signore della Vita. La mia missione è porre fine allo spargimento di sangue tra gli esseri umani. Il mio messaggio è che tutti i popoli dovranno amarsi e vivere assieme in.pace". "E un buon messaggio", dissero i capi. Così i bellicosi Mohawk, chiamati per la loro crudeltà "I mangiatori d'uomini", furono il primo popolo ad accettare la Grande Pace. Qualche tempo dopo, tra i Mohawk giunse Haiawatha, un nobile capo Ononda, in volontario esilio dalla sua tribù.
Tra gli Irochesí una società di sciamani, le Facce False, curava i malati con l'ausilio di grottesche maschere di legno rappresentanti gli spiriti, talmente brutte da far scappare via il malanno. Anche Haiawatha aveva desiderato la pace. Ma il capo guerriero Tadodaho, dalla folle sete di sangue e dalla chioma attorcigliata come un groviglio di serpenti, l'aveva sconfitto con le sue arti magiche e gli aveva ucciso le figlie. Senza più seguaci, sconvolto dal dolore, Haiawatha era fuggito. Poi vi fu Deganawidah. Insieme, i due profeti portarono ai popoli vicini la Grande Pace: "Primo: la Buona Parola, che è rettitudine nell'agire e giustizia per tutti. Secondo: la Salute, che è mente sana in un corpo sano e la pace sulla terra. Terzo: la Forza, che è la fondazione di un'autorità civile, e l'aumento dei potere spirituale in accordo con il volere del Signore della Vita". Dopo i Mohawk, li ascoltarono gli Oneida. Poi i Cayuga e i Seneca. Restavano gli Onondaga. E, miracolosamente, anche il crudele Tadodaho fu redento dalla nuova dottrina di pace. Era nata la Lega delle Cinque Nazioni Irochesi.
La storia di Haiawatha e Deganawidah, i grandi profeti e legislatori dei popolo Irochese, è giunta a noi da un lontano passato. Pur non conoscendo la scrittura, i "narratori di storie" Irochesi hanno tramandato di generazione in generazione storie e leggende lunghe e complesse quanto l'iliade e l'Odissea. Per aiutare la memoria, usano i wampum, cinture o fasce fatte con perline colorate ricavate da conchiglie, forate e poi tessute assieme. Per mezzo di differenti colori e simboli grafici, i wampum si possono 'leggere". Anche questa invenzione è attribuita al semileggendario Haiawatha.
Gli Irochesi chiamano se stessi Haudenosaunee, "quelli della casa allungata".
Con la fondazione della Lega (avvenuta probabilmente nel 1459), la lunga casa Irochese era stata idealmente estesa a coprire tutto il territorio delle Cinque Nazioni: i Mohawk, che vivevano a est, erano "Custodi della Porta Orientale", gli Onondaga "Custodi dei Fuoco Centrale", e così via. L'ideale di Deganawidah, Urone scacciato dalla sua tribù per le sue idee poco guerriere, era stato la pace per l'intera umanità. In pratica, la Grande Pace funzionò all'interno della Lega. Contro gli altri popoli, gli Irochesi furono in guerra perpetua per duecento anni. La loro unità politica li rendeva più potenti degli avversari. La loro posizione geografica, sui grandi fiumi e laghi dei Nordest, permetteva loro rapidissimi spostamenti e attacchi di sorpresa. I loro nemici, tribù Algonchine come i Mohicani, o tribù di ceppo Irochese non facenti parte della Lega, come gli Uroni e gli Erie, non combattevano mai di notte, "perché al sole piace vedere il coraggio dei guerrieri". Le Cinque Nazioni non si facevano tanti scrupoli: attaccavano anche al buio e catturavano interi villaggi. I prigionieri erano per la maggior parte adottati. Alcuni di loro, trattati con tutti gli onori, erano riservati per la tortura rituale, arte in cui erano particolarmente abili i Mohawk.

[...] Con la comparsa degli Europei, gli Irochesi combatterono non solo per estendere il loro territorio, ma per conquistare il monopolio dei redditizio commercio delle pellicce, con cui ottenevano in cambio armi da fuoco, coltelli e altri manufatti. Strinsero un'alleanza con gli Inglesi della colonia di New York. Durante il Seicento, i Francesi non poterono impedire che i loro alleati Uroni fossero praticamente annientati dalle Cinque Nazioni. Nel Settecento, con l'ingresso nella lega dei Tuscarora, le Nazioni diventarono Sei. Ma la decadenza era vicina. La Grande Pace si dissolse quando, nella
Rivoluzione Americana, Mohawk, Onondaga, Cayuga e Seneca, schierati con l'Inghilterra, combatterono contro Oneida e Tuscarora, che avevano scelto i ribelli. Per un'amara ironia della storia, l'Unione delle Tredici Colonie, che si era ispirata alla Lega Irochese, contribuì a distruggerla. Tuttavia, benché divisi e sconfitti, gli Irochesi esistono ancora. I Mohawk della Riserva di Alkwesasne, nello stato di NewYork, usano addirittura un loro passaporto. E ogni anno, da luoghi distanti tra loro come il Canada e l'Okiahoma, giungono i capi per riunirsi ancora nel Gran Consiglio della Lega, attorno al fuoco che non muore".

ALGONCHINI
Incontrammo molti indiani, uomini alti e dal piacevole aspetto.
Ci offrirono pesce bollito e il loro forte e aromatico tabacco..."
Così scrisse John Brereton, marinaio della ciurma dei Capitano Gosnold, che nel 1602 scoprì le isole e la baia di Cape Cod, nell'odierno Massachusetts. Quegli indiani così gentili e generosi con i nuovi arrivati erano Wampanoag. Nel 1620, Massasoit, sachem dei Wampanoag, accolse con altrettanta ospitalità i Padri Pellegrini giunti in Inghilterra sulla Mayflower, offrendo loro terre e amicizia. Nel giro di una sola generazione, davanti all'arroganza e agli atti di violenza dei coloni, che sempre più numerosi invadevano le terre degli indiani e lasciavano che le loro mandrie distruggessero i campi di granoturco, l'amicizia si trasformò in odio. Il figlio di Massasoit, Metacomet, noto anche come Re Filippo, unì tutte le tribù della costa nordorientale degli attuali Stati Uniti, come i Narraganset e i Nipmuck, in una grande guerra contro gli Inglesi. Dopo i primi, iniziali successi, gli indiani furono annientati dalle armi da fuoco e dall'organizzazione militare degli europei. Re Filippo fu ucciso in un'imboscata e la sua testa fu esposta pubblicamente a Plymouth per vent'anni. Sua moglie, i suoi figli e i pochi superstiti della sua confederazione furono venduti schiavi nei Caraibi.
I Wampanoag facevano parte della grande famiglia linguistica Algonchina: una sessantina di nazioni diverse, spesso in guerra tra loro, sparse su una vastissima estensione di territorio, da Terranova alle Montagne Rocciose. Gli Algonchini si possono dividere geograficamente in cinque gruppi principali. Nel settore occidentale vivevano le tribù stanziate ai piedi delle Montagne Rocciose: Piedi Neri, Arapaho e Cheyenne; il settore settentrionale, il più esteso, includeva la nazione Chippewa e gli Algonchini propriamente detti; il settore nordest raggruppava Naskapi e Abenaki; il settore centrale comprendeva Menominee, Sauk, Fox, Potawatomi; infine, il settore est includeva le tribù della costa atlantica: Wampanoag, Massachuset, Narraganset, Mohicani, Powhatan, Nipmuck, Delaware e Shawnee.
Diversissime tra loro, le tribù Algonchine avevano tuttavia molte caratteristiche comuni.
Erano essenzialmente agricole e sedentarie (eccetto quelle delle praterie), indossavano abiti di pelle di daino e lavoravano la corteccia degli alberi per farne abitazioni e canoe. In pace avevano un capo (carica ereditaria per parte di madre) chiamato sachem; in guerra avevano un capo di guerra scelto tra i più coraggiosi. Credevano in uno spirito universale, il manitou (chiamato orenda dalle tribù Irochesi e wakan da quelle Sioux).
Il manitou è un'energia, una forza sacra. E in tutte le cose, animate e inanimate, ma non con la medesima intensità. li sole, per esempio, è ricchissimo di manitou, così come i venti e il mare. Stelle e nuvole ne possiedono in quantità leggermente minore. [...]


APACHE
[...] nel 1837 i Messicani emanarono il famigerato 1Troyecto de Guerra', una legge che offriva una taglia per ogni scalpo Apache: 100 pesos per un guerriero, 50 per una donna, 25 per un bambino. Dappertutto un odio feroce divideva Apache e Messicani, tranne che, apparentemente, a Santa Rita. Li minatori e pellerossa si rispettavano, e ora, addirittura, i bianchi invitavano i vicini di casa a una festa nel loro villaggio. Era il 1837.
Furono serviti arrosti in abbondanza e scorsero fiumi di alcool.
Gli Apache Mimbrefio, in breve, furono tutti ubriachi.
Nessuno si accorse che, ben nascosti, attendevano in agguato decine di uomini armati.
E soprattutto che un micidiale cannone ad avancarica preparato con pallottole, chiodi, pezzi di catena e pietre, era puntato contro di loro. A organizzare la sorpresa era stato un certo James Johnson, un trapper della zona con un macabro senso degli affari: quando la folla dei pellerossa in festa fu tutta radunata al centro della piazza, egli gettò il suo cigarro acceso nel focone dei cannone. Fu un massacro. Il macello fu completato dagli altri bianchi, a colpi di moschetti, sciabole e coltelli. Il bottino di scalpi fu enorme. Fra quei tragici trofei, c'era anche la capigliatura di Juan Josè. Ma non quella dei gigantesco Mangas Coibradas ("Maniche Rosse", in spagnolo) che scampò alla strage e divenne il nuovo capo dei Mimbrefio. Fu lui a vendicare gli Apache uccisi a Santa Rita. Il villaggio messicano venne stretto d'assedio e gli abitanti cercarono scampo attraverso il deserto: non più di mezza dozzina riuscirono a raggiungere Janos, il primo paese verso sud. La pista tra Janos e Santa Rita rimase disseminata dei cadaveri di tutti gli altri.
Gli Apache - o "Tin-ne-ah", il "Popolo", come essi preferivano chiamarsi - erano divisi in diverse tribù. Quelli che vivevano in Arizona, detti anche Coyotero, comprendevano Aravaipa, Tonto, Jicarilia e Mimbreho; i Mescalero popolavano il Nuovo Messico e il Texas; i Chiricalnua si potevano trovare in una vasta zona a cavallo fra Arizona, Nuovo Messico e Messico. La terra degli Apache era fra le più inospitali che si possono immaginare: montagne alte fino a 3000 metri, altopiani aridi, steppe ventose, deserti, temperature estreme (oltre 40 gradi in estate, sottozero in inverno). I bianchi si stupivano che da un territorio aspro e ostile come quello gli Apache riuscissero a ricavare di che vivere. "C'è cibo dappertutto se uno sa dove trovarlo" rispondevano gli indiani. E poi, quel poco che la natura offriva, lo integravano con le rapine a danno delle tribù più pacifiche e dei bianchi.
Gli Apache, in genere, attaccavano solo quando c'erano buone probabilità di vittoria.
Volevano scontri rapidi e risolutivi, non amavano i lunghi combattimenti dall'esito incerto. Se le cose si mettevano male, si allontanavano rapidamente. E, contrariamente a quanto si crede, non scotennavano i loro nemici. Avevano un forte timore della contaminazione da parte del corpo del morto, il cui fantasma poteva tornare a vendicarsi, per cui, se talvolta asportarono degli scalpi, fu solo per rappresaglia verso i Messicani che praticavano lo scalping contro di loro. Con il trattato di Guadalupe Hidalgo, firmato il 2 febbraio 1848, il Messico cedette agli Stati Uniti il Nuovo Messico, l'Arizona, l' Utah, il Nevada e la California. Il Texas, resosi indipendente dieci anni prima, era già entrato a far parte degli USA. Gli Americani pagarono ai Messicani quindici milioni di dollari e insieme alle terre si presero anche gli Apache.
Gli indiani avevano in quegli anni due capi di eccezionale valore: uno era, come abbiamo detto, Mangas Coloradas; l'altro era Cochise, dei Chiricahua occidentali. Fino al 1851 né l'uno né l'altro compirono atti ostili contro gli Americani. Poi, nell'autunno di quell'anno, a Pinos Altos venne scoperto un giacimento d'oro. I cercatori arrivarono da tutte le parti. Mangas Coloradas si recò sul luogo degli scavi per convincere pacificamente i minatori ad andarsene altrove. Nella Sonora, in Messico - disse - conosceva un posto dove c'era tanto oro da far sembrare Pinos Altos una miseria. Se i bianchi accettavano di andarsene, ce li avrebbe accompagnati. Era vero, ma i minatori non gli credettero: lo legarono a un albero e lo frustarono a sangue. Poi lo lasciarono andare, sbeffeggiandolo. Sarebbe stato meglio per loro, e per centinaia di altri bianchi, se lo avessero ucciso: Mangas Coloradas non dimenticò mai il terribile affronto e la sua vendetta fu feroce e implacabile. Anche Cochise subì un grave oltraggio, dieci anni più tardi: un tenente di fresca nomina si recò al suo accampamento, accusando gli uomini della tribù di aver rapito un ragazzo bianco durante un'incursione nella fattoria di un certo John Ward. Non era vero, ma il tenente era così sicuro della colpevoiezza di Cochise che ordinò ai suoi soldati di arrestarlo. Più facile a dirsi che a farsi: come una furia il capo indiano si divincolò dalla stretta degli avversari e si dette alla fuga. Uno dei militari gli sparò, ferendoio. Ma Cochise riuscì a fuggire con tre pallottole in corpo. Ora, anche lui aveva una
grave offesa da vendicare.
Quando Cochise morì, nel 1874, si tirarono le somme: la sua vendetta era costata cinquemila vittime. E, più o meno, altrettanti morti costò la guerriglia condotta da Mangas Coloradas, assassinato mentre era prigioniero dei soldati nel 1863. Dopo di loro altri grandi capi indiani proseguirono la guerra contro gli "occhi bianchi" (così gli Apache chiamavano gli Americani): Victorio, Volpe Grigia, Geronimo. L'ultimo ad arrendersi fu proprio Geronimo. Il 3 settembre 1886 egli si presentò di fronte al generale Miles che da tempo lo braccava, e disse "Abbandonerò il sentiero di guerra e vivrò d'ora innanzi nella pace".
Gli Apache vennero tutti deportati nelle riserve: i guerrieri in un campo, le loro famiglie in un altro. E si trattava spesso di posti malsani, come Bosque Redondo, dove l'unico corso d'acqua provocava malattie intestinali. Circa un quarto degli Apache vi morirono, gli altri vi trascinarono una vita spenta e rassegnata, chiusi nella loro disperazione. Geronimo ebbe una vecchiaia tranquilla a Fort Siil. Veniva ricercato dai turisti e dai giornalisti. Partecipò all'Esposizione Universale di St. Louis, nel 1908, e si fece fotografare alla guida di una delle prime automobili.

CHEROKEE
I Cherokee furono i primi indiani che rifiutarono l'idea di una resistenza ostinata e irriducibile all'uomo bianco, e pensarono di poter sopravvivere integrandosi e imitando la società dei visi pallidi, di cui riconoscevano i molti vantaggi. Furono cinque le "tribù civilizzate" che accettarono di adottare i costumi importati dall'Europa: oltre ai Cherokee, i Choctaw, i Chichasaw, molti Creek e alcuni Seminole. Ma i Cherokee, senza dubbio, furono il popolo che meglio interpretò l'influenza dei bianchi. Divennero sedentari, costruirono scuole, fattorie e persino chiese. Dissodarono e coltivarono intere vallate, utilizzarono con profitto il carro, la fucina e altri attrezzi. Non solo: nel 1809 uno di loro, il celebre Sequoyah, ideò un vero e proprio nuovo alfabeto.
Nato nel 1770 da padre bianco e madre indiana, Sequoyah aveva avuto l'educazione tipica dei piccoli pellerossa e addirittura non aveva mai imparato l'inglese: riusci però a capire il grande vantaggio che ai bianchi derivava dal poter scrivere la loro lingua, e cercò di far sì che anche il suo popolo potesse fare altrettanto. Dopo dieci anni di studio, mise insieme un sistema di 86 simboli in grado di rendere conto del complesso sistema siilabico dei Cherokee: alcune lettere erano attinte dall'altabeto latino, altre da quello greco, altre ancora erano state inventate dallo stesso Sequoyah. Nel 1821 il suo sistema, accettato con entusiasmo da tutti, cominciò a essere insegnato nelle scuole cherokee, e nel 1828 uscì il Cherokee Phoenix, il primo giornale della storia redatto dagli indiani. Un botanico austriaco, per ammirazione verso il grande pellerossa, diede il suo nome a un albero della costa occidentale dei Nord America, la sequoia, appunto.
Nel 1827 i Cherokee indissero un'assemblea costituente e promulgarono una costituzione modellata su quella americana, individuando un proprio territorio in una regione a cavallo tra il Tennessee, la Georgia, l'Alabama e il North Carolina. L'atto fu ritenuto illegale dal governo degli Stati Uniti, che non poteva permettere la creazione di una nazione autonoma all'interno dei propri confini. Poi, nel 1830, nel territorio dei Cherokee fu scoperto l'oro. Il presidente Jackson si trovò di fronte a un problema del tutto insolito: i Cherokee andavano eliminati e le loro terre aperte agli insediamenti dei bianchi, ma trattandosi di un popolo pacifico e civilizzato non si poteva sterminarlo freddamente come era avvenuto per altre tribù. Allora prima si promulgarono leggi speciali assolutamente inique e discriminatorie per gli indiani, che si videro privati di ogni diritto e costretti a vivere in condizioni miserevoli. infine fu loro imposto di trasferirsi all'ovest, ìn Oklahoma. Inutili le proteste e le accorate petizioni: nel 1838 la tribù fu costretta a partire lungo quella che fu chiamata la "pista delle lacrime".
La deportazione dei Cherokee fu una delle più amare tragedie della storia americana: almeno un quarto della popolazione (ma c'è chi sostiene che si trattò della metà) perì lungo il viaggio a causa dei freddo, delle malattie e dello sfinimento. Anche Sequoyah seguì il suo popolo in esilio e mori in Oklahoma nel 1843. Non tutti, comunque, partirono: circa mille indiani rimasero nascosti nei boschi della Carolina e lì vivono tuttora i loro discendenti. Quelli che raggiunsero l'Oklahoma non si persero d'animo: si adattarono alla loro nuova condizione e cominciarono a ricostruire daccapo le loro case, le scuole, le fattorie e le chiese.


CHEYENNE
i Sioux e gli Cheyenne non parlavano la stessa lingua, ma erano amici da sempre.
Avevano in comune molti aspetti dei costumi e della vita sociale e provenivano entrambi dalla regione dei Grandi Laghi, che avevano lasciato molto tempo prima per divenire guerrieri e cacciatori nelle Grandi Praterie. Il nome agli Cheyenne lo diedero proprio i Sioux, che li chiamavano "Shahi-ye-na", cioè "popolo dalla lingua straniera". Non c'erano tuttavia problemi di comprensione: per intendersi bastava il linguaggio dei segni, una sorta di idioma mimico usato da tutte le tribù delle praterie. Per quanto li riguardava, gli Cheyenne preferivano chiamarsi 'Tsis-Tis-Tas", "Popolo Magnifico". Un mercante francese dei XIX secolo, in affari con loro, diceva che gli Cheyenne erano il popolo più indipendente e felice di tutte le tribù a est delle Montagne Rocciose "Guerra, donne e bisonti sono le sue occupazioni preferite ed esso le ha, in abbondanza", Tipiche degli indiani delle grandi pianure erano le "società dei guerrieri". Tra gli Cheyenne c'erano i "Soldati dei Cane", i "Soldati della Corda d'Arco", i "Soldati delle Lance Ricurve" e altre ancora. A turno, svolgevano un
servizio di polizia armata all'interno dei villaggi e garantivano la difesa nei momenti di pericolo.
C'era anche un gruppo dei tutto particolare, quello della "Società dei Contrari", nella quale entravano individui invasati da forze soprannaturali. I suoi membri vivevano capovolgendo le normali consuetudini della vita quotidiana: si lavavano con la sabbia e si asciugavano con l'acqua, dicevano sì se volevano dire no, cavalcavano con il volto verso la coda del cavallo, impugnavano l'arco con la freccia puntata contro se stessi. Essere un Contrario era considerato un onore (per gli indiani i matti e le persone bizzarre erano in diretto contatto con la divinità), e in ogni caso non lo si diventava che per un certo periodo di tempo.
Gli Cheyenne furono al centro degli episodi più tragici delle guerre indiane:
il massacro di Sand Creek, la strage dei Washita, l'eccidio di Summit Spring, la battaglia di Littie Big Horn. Eppure, quando nel 1862 i Santee dei Minnesota avevano richiesto il loro aiuto per scatenare una vasta offensiva contro i visi pallidi, essi avevano rifiutato. Fino a quei momento tra bianchi e Cheyenne non c'erano state che scaramucce lungo la Overland Stage Line, la pista delle diligenze per l'ovest che attraversava il loro territorio, ma gli spazi disponibili erano ancora smisurati e non c'era motivo di scendere sul piede di guerra. Il capo Caldaia Nera aveva addirittura ricevuto in dono, l'anno precedente, a Washington, una bandiera americana dalle mani dello stesso Lincoln:
"Se vi manterrete in pace alla sua ombra aveva detto il Presidente - nessuno vi farà del male".

Invece, in seguito a tutta una serie di incidenti causati ora da giovani guerrieri sbandati ora da soldati nervosi e irrequieti, il colonnello Chivington, un ufficiale senza scrupoli, mosso da notevoli ambizioni politiche, organizzò un pìano per "dare una lezione agli indiani" senza fare distinzione tra pellerossa amici o nemici. Così, con circa ottocento uomini ai suoi ordini, Chivington raggiunse all'alba dei 29 novembre 1864 l'accampamento di Caldaia Nera sulle rive dei torrente Sand Creek. "Voglio che li uccidiate e li scalpiate tutti, grandi e piccoli: i pidocchi nascono dalle uova", disse il colonnello.
I soldati si scagliarono come delle furie sul villaggio, iniziando il massacro. Caldaia Nera sventolò la sua bandiera americana, cercando di far capire che quello era un campo di indiani amici. Continuò finché non vide colpita la propria moglie. Allora gettò via la bandiera e cercò scampo nella fuga. Gli Cheyenne uccisi, alla fine, furono circa trecento, dei quali solo 75 erano guerrieri: gli altri, vecchi, donne e bambini, vennero tutti scalpati, molti prima ancora di morire. Ben presto quell'infamia si sarebbe rivelata l'innesco di un gigantesco incendio che avrebbe divampato a lungo.
Non era trascorso un mese dagli eventi dei Sand Creek, che tutte le tribù dell'Ovest si unirono agli Cheyenne che chiedevano vendetta. Iniziò una guerra dalle fasi alterne, con trattati infranti e battaglie vinte e perse da ambo le parti. Nel 1868, il generale Sherman scrisse al segretario alla guerra Edwin Stanton: "Se permetteremo anche a solo 50 indiani di rimanere tra il Platte e l'Arkansas, dovremo proteggere ogni cantoniera, ogni treno, ogni gruppo di persone". In altre parole, 50 indiani ostili possono immobilizzare 3000 soldati. Meglio buttarli fuori al più presto possibile, e non fa molta differenza se ciò avverrà mediante l'imbroglio e uccidendoli.
Il 23 novembre di quell'anno, al colonnello Custer fu ordinato di mettersi in marcia con il 70esimo Cavalleria. La consegna era: scovare gli indiani e distruggerli. E Custer li trovò: lungo il fiume Washita era accampata una grossa banda di Cheyenne meridionali. Di nuovo, si trattava di gente pacifica: avevano addirittura inviato una delegazione a Fort Cobb per convincere i militari a escludere il loro campo dagli obiettivi da colpire. All'alba dei 27 novembre, il 70esimo Cavalleria attaccò da ogni lato. Fu un massacro. Rimasero sul terreno 103 pellerosse, molti dei quali donne e bambini. I "Soldati dei Cane" del capo Toro Alto, che non avevano mai dimenticato i morti dei Sand Creek, furono esacerbati dalla nuova strage e rinfocolarono la loro guerriglia in tutto il Kansas. Decine di coloni pagarono con la vita per il massacro dei Washita. Il 50esimo Cavalleria agli ordini del maggiore Carr si incaricò di dare la caccia ai guerrieri Cheyenne. La mattina dell'11 luglio 1869 gli indiani erano accampati in una località dei Colorado nordorientale chiamata Summit Spring. Lì furono individuati dagli uomini di Carr e, a causa di una fitta foschia, i pellerossa non poterono accorgersi dei pericolo che ad attacco ormai iniziato. Il combattimento fu violento e crudele. Un gruppo di "Soldati del Cane", guidati da Toro Alto cercò scampo con donne e bambini in una piccola gola poco distante: i soldati li inseguirono e li uccisero.
Nel 1876 gli Cheyenne parteciparono, con Sioux, Kiowa e Arapaho, alla vittoriosa campagna che culminò con la sconfitta di Custer al Little Big Horn, il 25 giugno. Ma nel novembre di quello stesso anno, le truppe americane localizzarono, grazie ai loro scouts Pawnee, il grande villaggio di Duli Knife ('Coltello Che-Non-Taglia") e lo rasero al suolo. Gli Cheyenne superstiti dovettero arrendersi al termine di un terribile inverno e furono trasferiti in un'arida riserva dell'Oklahoma.
Ma il loro spirito guerriero era sempre indomabile.
La notte dei 7 settembre 1878, quasi quattrocento Cheyenne fuggirono dalla riserva, guidati da Piccolo Lupo e Dull Knife, per tornare al nord, nelle terre dei padri. Traversarono il Kansas e il Nebraska, battendosi vittoriosamente contro le giacche azzurre inviate al loro inseguimento, e rubando animali e vettovaglie ai coloni. L'inverno era freddo. Gli Cheyenne di Dull Knife furono lasciati una settimana intera senza cibo, acqua, coperte e legna per il fuoco. Molti, indeboliti dalla fame, morirono assiderati. Una gelida mattina di gennaio, il capo di guerra Piccolo Scudo si alzò e disse: "Indossate i vostri abiti migliori. Moríremo tutti insieme". Gli Cheyenne prigionieri avevano ancora delle armi: le avevano smontate e astutamente nascoste, facendo di grilletti, percussori e cani di pistola oggetti apparentemente innocui come forcine e braccialetti per le donne e i bambini.
Al tramonto di quel giorno, si abbracciarono per l'ultima volta, poi uscirono sparando dalle finestre delle baracche. C'era neve sul terreno, luna piena nel cielo, ed era chiaro come se fosse giorno. Sessantaquattro furono uccisi dalle fucilate dei soldati prima di uscire dal cortile dei forte. Una cinquantina furono raccolti assiderati o gravemente feriti la mattina dopo. Gli altri scomparvero per sempre.



I KIOWA
Nella primavera dei 1874, come accadeva ogni anno da tempo immemorabile, i Kiowa attendevano il più importante avvenimento della vita della tribù: l'arrivo delle grandi mandrie di bisonti in migrazione. I cacciatori scrutavano l'orizzonte delle grandi praterie, ma i bisonti non comparivano. Gli esploratori inviati a scoprire le cause dell'incomprensibile fenomeno videro solo pochi branchi sparsi qua e là nell'immensa pianura. Delle migliaia e migliaia di capi che ogni anno in quel periodo attraversavano ie praterie, non c'era traccia. Per i Kiowa fu l'inizio della fine: come per le altre tribù delle pianure, la loro sussistenza dipendeva esclusivamente dai bisonti. Essi fornivano il cibo e la materia prima per il vestiario, la copertura dei tepee, i mantelli, le coperte, i giacigli. Dal rumine degli erbivori si ricavavano le borracce per l'acqua, dai tendini le corde, daile corna le tazze e i cucchiai, dagli zoccoli la colla. I Kiowa non coltivavano la terra, né lavoravano la creta. E neppure mangiavano pesci e uccelli, ritenuti affini ai serpenti e pertanto immondi. Il generale Sheridan, che nell'ovest era il più determinato fautore della "soluzione finale" contro gli indiani, aveva visto giusto: togliere il bisonte ai pellerossa della prateria significava metterli in ginocchio e sconfiggerli definitivamente. Dietro sue precise direttive, le autorità militari incoraggiarono dunque in ogni modo lo sterminio delle grandi mandrie da parte dei cacciatori bianchi, che tra il 1872 e il 1874 massacrarono indiscriminatamente tre milioni e mezzo di animali. Nel 1875, a Fort Sili, in Oklahoma, i Kiowa si arresero e accettarono la segregazione in una riserva.

Per decenni, sotto la guida di capi carisrnatici come Satanka, Lupo Solitario e Satanta, avevano combattuto fieramente contro l'uomo bianco che invadeva i loro territori di caccia. I soldati non erano mai riusciti ad averne ragione: ciò che non avevano potuto ottenere combattendo lo avevano infine realizzato decimando i bisonti. Satanka e Satanta, arrestati insieme nel 1871, furono condannati alla prigionia nel penitenziario di Fort Richardson: il primo, ormai anziano, intonò il proprio canto di morte mentre lo portavano via incatenato, poi sfilò le mani dai ferri strappandosi tragicamente la pelle e interi brandelli di carne, e si scagliò contro i soldati facendosi fulminare dai colpi di pistola di un sergente della scorta; Satanta, nel marzo del 1878, dopo aver anch'egli cantato malinconicamente, si gettò nel vuoto da una finestra. Raccontavano un'affascinante leggenda: i loro antenati furono chiamati nel mondo uno alla volta da un essere soprannaturale che Percuoteva un pioppo cavo. Poi Una donna incinta si incastrò nel passaggio e nessun altro poté più uscire. Il loro nome signìfica infatti "popolo che viene fuori".
Essi furono sempre molto attaccati alla loro storia, che veniva registrata su "calendari pittografico'. uno di questi fu regalato allo studioso James Mooney dal Kíowa Piccolo Orso, per farlo conservare in un museo. L'indiano non volle niente in cambio: lo cedette perché la storia dei Kiowa fosse ricordata e i bianchi apprendessero che cosa avevano fatto. Si tratta della cronaca illustrata della vita della tribù, dal 1833 per sessant'anni. Ogni anno viene rappresentato tramite due avvenimenti, uno invernale e uno estivo. I disegni sono disposti a spirale, partendo dall'esterno. Dal punto di vista storico le vicende ricordate possono sembrare banali: non sono riportate le battaglie importanti bensì la morte di alcuni guerrieri, o le epidemie di vaiolo. Per molti aspetti i calendari Kiowa ricordano i moderni fumetti: avevano persino i balloon. Per esempio, un guerriero chiamato Lupo Nero viene raffigurato con una testa da cui esce un piccolo lupo nero. E questo parecchi anni prima che nascesse Yellow Kid.

MANDAN
"Un forestiero che arriva in un villaggio Mandan è a prima vista colpito dalle differenti sfumature d'incarnato, dal vario colore dei capelli.. ed è quasi portato a esclamare: 'Questi non sono indiani!'. Così, con l'occhio del pittore, George Catlin descriveva nel 1832 i Mandan. Tra loro c'erano individui dagli occhi grigi, nocciola, azzurri; con capelli castani, chiari o addirittura bianchi. Per spiegarne l'origine, Catlin propose una suggestiva e fantasiosa teoria: i Mandan discendevano da una spedizione di Gallesi agli ordini dei principe Madoc, che erano salpati in cerca di nuove terre all'inizio dei Trecento, con dieci navi, e non erano più tornati. A sostegno della sua tesi, Catlin portava alcune affinità linguistiche tra il gallese e la lingua Mandan: Grande Spirito, per esempio, si dice Maho Peneta in gallese e Mawrpeneathir in Mandan. Inoltre, gli strani pellerossa sapevano modellare la creta, abitavano in case di forma circolare, in parte sotterranee, e le loro canoe erano rotonde e in pelle come i canotti usati nel Galles occidentale.
In realtà, sembra che i Mandan parlassero un dialetto Sioux, e le loro usanze non differivano da quelle tipiche dei popoli della prateria. In quanto al loro aspetto fisico, Catlin fu forse ingannato da casi d'albinismo, o vide individui di sanguemisto nati da unioni con cacciatori bianchi.
Con i suoi dipinti e i suoi libri, il grande studioso ci lasciò una documentazione unica della cultura Mandan. Riprodusse i loro splendidi abiti, i più eleganti di tutte le praterie, e descrisse le loro pittoresche cerimonie, come la "Danza del Bisonte", per invocare l'arrivo dei bisonti prima della caccia, e la tortura rituale dell'O-kee-pa, versione Mandan della "Danza del Sole", praticata da molti popoli delle pianure. Pochi anni dopo la visita di Catlin, questa straordinaria cultura fu cancellata per sempre: nel 1837 i Mandan furono contagiati da un trapper malato di vaiolo. Nel giro di qualche mese l'intera tribu' fu annìentata.


NEZ-PERCES
Anche i pellerossa ebbero i loro strateghi di genio. Il più grande di tutti, tattico ineguagliabile, al punto di essere definito "il Napoleone indiano", fu senza dubbio Hin-mah-too-yah-laintket, Tuono Che Romba Nelle Montagne. 0 più semplicemente, come lo chiamavano i bianchi, Capo Giuseppe, capo dei Nasi Forati. La sua tribù viveva nell'estremo Nordovest degli Stati Uniti: il curioso nome che portava gli era stato dato dai mercanti francesi che, giunti nella zona nei primi anni dei Settecento, avevano notato la pittoresca usanza locale di forarsi le cartilagini nasali per appendervi monili ornamentali. Questa abitudine era stata poi abbandonata, ma il nome Nez-Percés, Nasi Forati, era rimasto.

Quando i bianchi avevano iniziato a insediarsi nell'Oregon, i Nasi Forati si erano ritirati pacificamente nella valle dei fiume Wallowa, assegnata loro da un trattato dei 1875. E lì venne scoperto l'oro. Una torma incontrollabile di cercatori e avventurieri invase il territorio indiano e il generale Oliver Howard ricevette l'ordine di far sgombrare i Nasi Forati dalla valle e di trasferirli, con ogni mezzo, nella riserva dei Lapwai. Prima di usare la forza, il generale convocò Capo Giuseppe e gli disse che avrebbe dovuto cedere la sua terra. Tuono Che Romba Nelle Montagne rifiutò: "Amo questo posto più di qualunque altro al mondo - rispose - Un uomo che non ama la tomba del proprio padre è peggio di un animale selvaggio".

La notizia che i bianchi volevano scacciarli dai loro villaggi innervosì alcuni giovani guerrieri, che il 13 giugno 1877, all'insaputa del capo, assalirono una fattoria sul fiume Salmon. Era l'inizio della guerra. I pellerossa riuscirono a tener testa ai primi contingenti militari, ottenendo alcune clamorose vittorie proprio grazie all'istintivo genio tattico di Capo Giuseppe. Il quale capì che Washington avrebbe inviato ben presto altre milizie e artiglierie da cui i Nasi Forati sarebbero stati inevitabilmente schiacciati. C'era una sola cosa da fare: abbandonare la foro terra e raggiungere il Canada, dove già il capo Sioux Toro Seduto si era messo in salvo qualche tempo prima.
Una marcia di 3200 chilometri attraverso le montagne, da portare a termine con solo 250 guerrieri a difesa di altre 450 persone tra donne, vecchi e bambini. E contro di loro, migliaia di uomini dell'esercito americano perfettamente equipaggiati, armati di cannoni, facilitati dall'uso dei telegrafo, e già muniti di forti e avamposti collocati nei punti strategici.
La lunga marcia dei Nasi Forati ebbe inizio il 13 luglio 1877.
La prima meta fu il Montana: per raggiungerlo, scelsero un inviato tra donne, vecchi e bambini a descrivere la straordinaria odissea dei Nasi Forati, e l'opinione pubblica ne seguiva con commozione le vicende. Le autorità canadesi si apprestavano ad accogliere i fuggitivi. Negli ultimi giorni di settembre, gli indiani erano giunti a pochi chilometri dal confine: da mesi la sparuta banda di Capo Giuseppe teneva in scacco un esercito di oltre cinquemila soldati. L'avventura ebbe termine il 5 ottobre, quando i pochi superstiti furono accerchiati dalle truppe dei generale Howard a un passo dalla salvezza. Capo Giuseppe si presentò ai militari alzando una bandiera bianca. Mentre lo faceva, uno dei suoi attendenti, White Bird, riusciva a portare in territorio canadese la figlia del capo e pochi altri fuggiti all'accerchiamento. Nella grande marcia erano morti 239 indiani, tra guerrieri, donne e bambini. Il generale Sherman definì l'impresa dei Nez-Percés "una delle più straordinarie guerre indiane di cui si abbia memoria".


PIUTE
Secondo il generale Philip Henry Sheridan, eroe della Guerra di Secessione e grande amico di Custer, gli unici indiani buoni erano quelli morti. Forse non conosceva i Piute. Sembra infatti che in tutto il West non ci fossero pellerossa più pacifici, saggi e industriosi di loro. Le testimonianze di quelli che li conobbero da vicino concordano nel ritenerli assolutamente affidabili per le loro grandi doti morali. Anche se apparentemente non brillavano d'intelligenza come gli indiani della prateria, loro che vivevano a ridosso delle Montagne Rocciose, però sembravano possedere una maggiore solidità di carattere. Inoltre, cosa assai rara tra gli indiani, i Piute erano dei gran lavoratori, abili e pieni di buona volontà: tant'è vero che prestavano volentieri opera come braccianti nelle fattorie dei bianchi, rivelandosi particolarmente utili durante il raccolto e la fienagione. Inoltre, cosa più unica che rara, essi hanno sempre fermamente resistito ai vizi e alle tentazioni della cosiddetta "civiltà": pur vivendo nei pressi delle fattorie dei visi pallidi e apprezzandone i molti vantaggi e comodità, continuarono ad abitare nelle loro capanne rotonde e a provvedere da soli ai propri vestiti e a molti altri generi di conforto. Un agente indiano, meravigliato, scrisse che i Piute rappresentavano una "singolare anomalia": il contatto con i bianchi non li aveva degenerati. E un altro funzionario statale che ebbe modo di visitarli aggiunse: "Alle loro buone abitudini e all'eccellenza del loro carattere va attribuito il fatto che essi vadano annualmente aumentando di numero: sono un popolo forte, sano, attivo". Non a caso, i Piute furono tra i pochi indiani a non essere stati confinati nelle riserve. [...]



SI0UX
Le Colline Nere, i Paha Sapa, come le chiamavano gli indiani, al confine tra il South Dakota e il Wyoming, erano considerate dai Sioux il centro dei mondo. Oltre a essere il loro rifugio e la loro riserva di caccia, erano il loro santuario. Lì i guerrieri si recavano per comunicare con il Grande Spirito. Nel 1868, quelle quarantatremila miglia quadrate di territorio, giudicate dal governo americano prive di valore, erano state assegnate ai pellerossa. Ma già nel 1874 i bianchi si erano pentiti della loro concessione: correva voce che sulle Colline Nere ci fosse l'oro, e il 70 Cavalleria venne inviato a controllare se era vero. Lo comandava il generale George Armstrong Custer, che gli indiani chiamavano Pahuska, Capelli Lunghi. "Si può trovare l'oro in ogni zolla di terra - fece sapere Custer - persino tra le radici dell'erba". Fino ad allora soltanto pochi cercatori si erano arrischiati a violare i confini dei territorio indiano: dopo quell'annuncio vi fu l'invasione. E vi fu la guerra: l'ultima, disperata guerra dei Sioux per salvare il proprio territorio dall'ingordigia dei bianchi.

Due, principalmente, furono i capi indiani che condussero la lotta: Toro Seduto, sachem Hunk papa, e Cavallo Pazzo, guerriero Oglala. Uomini davvero molto diversi fra loro. Tatanka Yotanka, Toro Seduto, era saggio e riflessivo: poteva vantare innumerevoli imprese di guerra, ma non si mostrava crudele verso i prigionieri e i nemici sconfitti. Soprattutto era un abile diplomatico, e ne diede prova ogni volta che ebbe modo di incontrarsi con le autorità americane. Anche quando fu costretto ad arrendersi, riuscì a presentarsi come un vincitore. [...]

SIOUX - DAKOTA [...]
L'autorità dei capi era, in verità, alquanto precaria: un capo doveva guadagnarsi ogni giorno la fiducia dei suoi seguaci, dimostrandosi in grado di soddisfare le loro necessità quotidiane e di condurli alla vittoria contro i nemici. Chi falliva perdeva ogni autorità. Proprio per questo la nazione Dakota era suddivisa in un gran numero di bande indipendenti, aggregate attorno ai guerrieri più prestigiosi. Il prestigio, fra i Sioux, era fondamentale. Proveniva soprattutto dalle quattro virtù dei guerriero: l'audacia, la forza d'animo, la generosità e la saggezza. Essere considerati coraggiosi aveva un'importanza particolare. Sfidare la morte era importante quanto vincere. Addirittura, giungere nei pressi di un nemico e "toccarlo", indipendentemente dal fatto che questi morisse o meno, dava maggior prestigio che ucciderlo stando a distanza di sicurezza. Chi colpiva un nemico poteva contare un "colpo", e più colpi si accumulavano nel proprio carnet, più onori si ricevevano. Per essere validi, i colpi dovevano essere resi pubblici e venire confermati da testimoni, oppure il guerriero poteva giurare pubblicamente di aver compiuto i'impresa anche se nessuno lo aveva visto: gli indiani difficilmente giuravano il falso. Molto considerata era anche la forza d'animo, grazie alla quale si poteva sopportare qualsiasi dolore fisico. Per allenarsi a non battere ciglio in nessuna circostanza, molti Sioux rompevano la crosta di ghiaccio di un corso d'acqua gelato e vi si immergevano. Periodicamente si svolgeva nei villaggi la Danza dei Sole: i guerrieri venivano appesi a una trave con delle cinghie, tramite dei ganci conficcati nei muscoli dei petto, e resistevano finché la carne non si lacerava, liberandoli. [...]
La storia della nazione Sioux terminò il 29 dicembre 1890 iungo il corso ghiacciato del torrente Wounded Knee, dopo che già le erano state strappate le Colline Nere e dopo che gran parte della sua gente era stata sterminata e dispersa. Lì, il 7° Cavalleria (lo stesso che era stato sconfitto sul Little Big Horn) aprì il fuoco contro una banda di Sioux inermi guidata dal capo Piede Grosso, uccidendone più di duecento, per la maggior parte vecchi, donne e bambini. Sul Wounded Knee, si diceva, era stato sepolto il cuore di Cavallo Pazzo. E insieme, l'anima di tutti i Dakota.


http://kitala.altervista.org/kitala_0025.html



LA LEGA DEGL IROCHESI

Introduzione:
L’opera di Morgan è considerata la prima nella monografia etnografica, che ha gettato le basi per tutta l’antropologia futura.
Morgan per la prima volta fa uno studio approfondito e su territorio di un cultura da scoprire, dedicando ad essa 10 anni della propria vita. Non si hanno più racconti di viaggio o note, ma una monografia. L’interesse per la cultura Irochese nasce in Morgan grazie alla frequentazione di una loggia Massonica che si ispirava alle leggi gerarchiche irochesi. La passione quindi nasce per quello che per molti era solo un gioco, ma che si trasformò in altri in vera passione.
Morgan ebbe la fortuna di conoscere un giovane Irochese istruito, Ely Samuel Parker che faceva parte di una delle famiglie più influenti Seneca e aveva una certa influenza, essendo il figlio di uno dei Capi. Nasce un’amicizia importante, che vedrà da una parte l’Ordine massonico aiutare i Seneca in una scottante battaglia legale che li vedeva scontrarsi con una compagnia edile che premeva per far spostare la loro riserva e dall’altra Ely Parker poté introdurre Morgan all’interno della cultura Irochese facendo da tramite e traduttore.

LIBRO I – LA STRUTTURA DELLA LEGA
Capitolo 1

In questo primo capitolo Morgan illustra la storia degli Irochesi nelle varie fasi di crescita e declino.
Le origini di questa cultura sono incerte. Ciò che possiamo dedurre inizia con la loro rivalità con la tribù degli Adirondack, che più forti li costrinsero a lasciare i territori intorno a Montreal spingendoli fino a quello che oggi è lo stato di New York. Poco numerosi e deboli, gli Irochesi iniziarono la colonizzazione di queste terre dividendosi in piccole bande che pian piano divennero autonome fino alla formazione di cinque diverse “nazioni”: I Seneca, i Mohawk, gli Onondaga, gli Oneida e i Cayuga. La scissione non favorisce la loro crescita, ma anzi col tempo questa lontananza sfocia in vere e proprie guerre aperte.
Presso gli Onondaga arriva però l’idea di riunire le varie tribù per far fronte comune al pressante colonialismo Europeo. Nasce così la Lega degli Irochesi. Da questa unione gli Irochesi inizieranno un’espansione e un dominio unici nella storia Indiana. Conquistarono territori su territori crescendo in pochi anni a dismisura, riprendendosi anche gli antichi territori sconfiggendo gli Adirondack e sterminando altre razze Indiane. Al solo avvistamento degli Irochesi i villaggi venivano abbandonati in preda al terrore. Presso la popolazione Indiana, questa Lega era la più influente e temuta, dalle dimensioni enormi.
Gli Inglesi ebbero sempre dei buoni rapporti con gli Irochesi, temendo la loro forza bellica e notando un duplice vantaggio da questa alleanza: commercio (che fornivano agli Irochesi armi da fuoco) e la pressione che i nativi esercitavano sui Francesi impedendo la loro espansione a vantaggio degli Inglesi.
Al contrario, i francesi non riuscirono mai a trattare con la Lega, infuriando sanguinose guerre che vedevano molto spesso gli amerindi trionfanti. Il colonialismo non incontrò mai una resistenza così energica, che resistette per oltre un secolo, fino al 1700.
Il declino degli Irochesi è dovuto all’incessante guerreggiare contro tutti i fronti. L’espansione incontrollata in tutte le direzioni li vedeva scontrarsi con moltissime tribù indiane e la guerra coi francesi era pressante. Essi potevano infatti contare su continui rifornimenti da parte della Francia, mentre i villaggi Irochesi che venivano bruciati erano difficilmente recuperabili.
Passo importante fu la cristianizzazione da parte di gesuiti francesi, che con immensa devozione sopportarono torture e difficoltà di ogni tipo, riuscendo però nell’impresa.
Infatti alla guerra si aggiunsero le migrazioni dovute alla fede religiosa, che fecero diminuire notevolmente il numero di Irochesi.
La disfatta definitiva avviene durante la Rivoluzione. Per onorare l’antica amicizia che legava irochesi ed Inglesi, i nativi scesero in campo incontro alla sconfitta. Questo permise agli Stati Uniti di prendere i territori Indiani.
Segue a fine capitolo un resoconto sul numero degli indiani nelle varie riserve, e l’autore non nasconde una forte amarezza per il destino riservato a queste persone.

Capitolo II
Inutile.

Capitolo III
Morgan inizia il capitolo elogiando la Lega degli Irochesi affermando che mai nella storia indiana erano stati toccati certi livelli di valore militare e organizzazione politica, con ottimi oratori capaci di veicolare la politica interna con il proprio carisma.
Morgan pone come obiettivo di questo terzo capitolo, il poter spiegare le cause e le dinamiche delle forme di governo della Lega, che nel tempo si sono disperse e divenute frammentarie.
L’autore infatti vede un disinteresse dell’indiano per l’immortalità, difatti non vi è nessuna iscrizione, nessun’opera d’arte, nessun monumento che serva a testimoniare ciò che è stato e chi è vissuto. Per l’autore, se fosse dipeso dagli indiani, non si avrebbe alcuna memoria del loro passato e di ciò che furono, ma sostiene che essendo doveroso menzionarli nelle pagine di storia, in quanto indigeni del suo Paese, spetta agli studiosi di documentare la loro cultura e trasmetterla.
Alla base di questa mancanza indiana, vi è la cultura del cacciatore. Un’idea così radicata nel loro senso comune da non poter essere prevaricata da nessuna legge, da nessun governo.
Va dato atto di grande operosità da parte degli uomini politici irochesi per la grandiosa opera di unificazione della Lega. In genere l’idea del cacciatore comportava il continuo distaccamento dalla tribù di piccoli gruppi di persone che a loro volta formavano un tribù, impedendo un progresso legislativo. Ma la Lega degli Irochesi univa le cinque nazioni in un’unica famiglia, intrecciando i propri destini inesorabilmente. Questo ha fatto sì che divenissero la forza predominante del panorama indiano.
La struttura politica ruotava intorno al Consiglio Della Lega e ai Sachem che lo formavano. Fondamentalmente un’oligarchia. I sachem erano funzionari delle diverse nazioni (in numero disuguale, ad esempio negli Onondaga ce ne erano 14 e nei Seneca 8) investiti della carica e formavano il consiglio. La carica era ereditaria e al momento dell’investitura individuo perdeva il proprio nome, sostituito da quello della carica stessa.
Il Consiglio Della Lega era il fulcro dell’unione e si teneva ogni autunno presso gli Onondaga, che secondo la tradizione avevano ideato la Lega. Spesso il Consiglio si teneva in modo straordinario e la sede poteva mutare. Dal Consiglio prendeva vita qualsiasi decisione che riguardava la Lega, dalle dichiarazioni di guerra alla pace, all’annessione di una tribù ecc.
Nonostante i sachem avessero tutti gli stessi diritti e potere, vi erano alcune cariche più prestigiose di altre, ad esempio una che riguardava gli Onondaga che vedeva tale sachem come il più illustre e prestigioso. Questo non dava comunque un potere aggiuntivo, non era la persona in sé ad avere prestigio, ma la carica stessa.
In seguito, subito sotto i sachem, venne a crearsi la figura di “capo”. I capi erano eletti dal popolo per prestigio o imprese militari. I sachem, in quanto funzionari del governo, non potevamo partecipare ad azioni belliche, almeno ché non rinunciassero momentaneamente alla loro carica divenendo comuni guerrieri.
Le azioni militari erano gestite pressoché allo stesso modo: non vi erano generali o comandanti in carica, ma piuttosto dei condottieri valorosi che prendevano iniziativa personale. Un indiano che avesse spirito avventuriero organizzava una scorreria, tramite la Danza Della Guerra reclutava guerrieri volontari che condividevano lo spirito combattivo e partivano sotto la sua guida. Il condottiero non comandava i guerrieri, ma li motivava. Ognuno poteva infatti proporre strategie.
Al momento della costituzione della Lega, i Seneca vennero nominati “Guardiani della porta” ed era loro compito proteggere la Lega. Per questo vi erano delle speciali cariche che prevedevano lo stato di “condottiero”. Erano in due, in modo che il potere non fosse mai assoluto e ancora, piuttosto che comandare l’esercito composto da tutta Lega, essi avevano piuttosto il ruolo di sovraintendere le dinamiche della guerra.
La straordinarietà di questa forma politica era la libertà individuale che la razza indiana sapeva ben apprezzare, il governo premeva assai poco sul popolo. Inoltre il Consiglio faceva della Lega un’unica volontà e un’unica entità, senza però privare ogni singola nazione della propria autonomia.

Capitolo IV
La Lega degli Irochesi era divisa, oltre che in 5 nazioni, anche in diverse tribù. Le tribù riprendevano nomi animali, come tartaruga, cervo o orso. Presso ognuna delle 5 nazioni vi erano diverse tribù ed esse legavano gli Irochesi come fratelli. Un membro della tribù dell’orso dei Seneca, era più legato a un membro della tribù orso Onondaga piuttosto che un membro della tribù Cervo sempre Seneca. Appartenere alla stessa tribù equivaleva all’essere fratelli partoriti dalla stesse madre. Questa concezione familiare permise alle 5 nazioni di non cadere mai in conflitti o in anarchia, poiché avrebbe significato mettere fratello contro fratello, inconcepibile per una cultura come quella degli irochesi.
La grande coesione era determinata inoltre dal grande rigore che vigeva attorno alla carica di sachem. La discendenza era ereditaria, ma nella cultura irochese i figli seguivano la tribù della madre (che non poteva sposarsi con un uomo della stessa tribù, in quanto avrebbe significato sposare un fratello) e quindi la carica cadeva su un fratello o su un nipote. Qualora non ci fossero eredi o questi fossero stati reputati inadatti, si sceglieva qualcuno di illustre all’interno della tribù. Questo permetteva un’uguaglianza e l’impossibilità di abbandonare la tribù da parte di una carica sachem. Il rigore è denotato dal numero stabilito a 50 al tempo della nascita della lega e mai modificato negli anni. A ciascuna tribù spettavano determinati sachem e questi non potevano cambiare in nessun modo. Inoltre perfino per uomini di grande intelletto e immenso carisma era negato il privilegio di divenire sachem, se non gli spettava di diritto sanguineo, così come nessun merito militare poteva essere tanto grande da garantire tale carica.

Capitolo V
Nei consigli era necessaria l’unanimità di tutti i sachem per poter prendere qualsiasi decisione. Non accadeva mai nulla all’interno della società irochese senza che si fosse prima tenuto un consiglio. Per raggiungere facilmente l’unanimità, i sachem erano divisi in categorie (ad esempio di 4sachem) e questi dovevano essere unanimi per dire la propria opinione. Poi si consultavano i vari capi delle categorie, che a loro volta dovevano raggiungere l’unanimità.
Il consiglio poteva essere invocato anche per altre due ragioni, oltre che politiche: per cerimonie funerarie e religiose. Queste ultime verranno trattate più avanti. Le cerimonie funebri riguardavano la morte di un sachem. Quando ciò accadeva, la tribù in lutto inviava presso tutte le altre nazioni dei Wampum (cinture con scritto il nome del defunto, la data e il luogo della cerimonia) e con grande devozione ciascuna tribù, da qualunque luogo si metteva in marcia. Donne, bambini, anziani, uomini feriti. La cerimonia prevedeva canti funebri attorno al fuoco in rispettoso silenzio e venivano decantate la saggezza e la grandezza del defunto. Poi veniva investito del potere un nuovo membro della tribù in lutto, con dichiarazioni e repliche. Infine, finito il motivo del cordoglio e della tristezza, si dava inizio alle danze e i giochi che si protraevano per alcuni giorni.

Capitolo VI
In questo capitolo Morgan fa un parallelo con lo sviluppo delle forme di governo greche e quelle irochesi. La monarchia è posta come la più rudimentale e primitiva forma di governo, mentre la democrazia come la più illuminata e civile. Ebbene, Morgan sostiene che l’oligarchia irochese, non avendo possedimenti terrieri o proprietà o beni ereditari, assieme al grande spazio che aveva il popolo, poteva essere considerata una forma politica molto vicina alla democrazia.
Elogia gli Irochesi, affermando che seppure essi non hanno contribuito alla scienza, all’arte o scritto una pagina di storia, essi avevano “gli ornamenti dell’umanità”, quali Integrità, generosità, ospitalità, fedeltà, amore per la verità. L’unica cosa che mancava rovinosamente a questa cultura era la concezione progressista. Per secoli le istituzione sono rimaste immutate.
Questo stagnare li ha resi vulnerabili all’invasione europea, che ha preso lentamente le terre indiane e fiume dopo fiume, lago dopo lago, li ha costretti a una riserva. Gli indiani sono destinasti allo sterminio, e un giorno dovremo guardare con rammarico indietro e ricordare una società che non ha lasciato documenti scritti, che aveva un governo senza sedi e una religiosità senza templi.

LIBRO II – LO SPIRITO DELLA LEGA
Capitolo 1
La religiosità degli Irochesi ruotava attorno a concezioni naturalistiche e semplici (pure), e vedevano Il Grande Spirito come il centro di tutta la loro spiritualità. Egli era un essere Invisibile e Immortale, che aveva creato l’uomo e aveva plasmato gli elementi per i suoi bisogni (dell’uomo).
Era omaggiato e ringraziato per i cambi di stagione, per i frutti della terra e ogni forza naturale.
A lui si affiancava uno Spirito Malvagio (“colui che ha la mente malvagia”), creato assieme al Grande Spirito e sperati alla nascita destinati a un’esistenza illimitata. Anche lui aveva un potere creativo, anziché l’uomo, gli animali e i frutti, Lo Spirito Malvagio creava ragni, insetti, rettili e frutti velenosi.
Vi erano inoltre degli spiriti inferiori, buoni e cattivi. I primi assistenti e servitori del Grande Spirito, gli altri di Colui che ha la mente malvagia. Uno spirito minore molto importante era He’-no, spirito al quale il Grande Spirito aveva affidato il potere del tuono e della pioggia. Era considerato anche il vendicatore dei buoni contro i malvagi ed era temuto dai stregoni. A lui erano dedicate preghiere per l’abbondare del raccolto e le piogge. (per ingraziarlo gli Irochesi erano soliti chiamarlo Nonno).
Un altro spirito importante è quello del Vento, Ga’-oh, benevolo e fedele al Grande Spirito, ma “tormentato” dagli altri elementi che si aggrovigliano attorno a lui. Per scrollarseli si agita producendo vento a seconda del suo essere irrequieto.
Altri spiriti inferiori hanno raramente poteri specifici e addirittura nomi propri. Essi sono pregati e gli sono offerti doni collettivamente, indicati come “assistenti invisibili” del Grande Spirito. Comprendendo quindi da He’-no, allo spirito della fragola.
Parallelamente, ogni cosa malvagia, malattia ecc è opera degli spiriti inferiori maligni. Durante le feste religiose, gli Irochesi pregavano Il Grane Spirito a vegliare su di loro proteggendoli da Colui che ha la mente malvagia.
Una credenza fortissima radicata negli irochesi è quella della stregoneria. Chiunque poteva essere posseduto da un spirito malvagio e così la persona smetteva di essere sé stessa. Gli amici più cari e familiari erano la prima preda e lo stregone aveva il potere di mutarsi in un animale e o un oggetto inanimato. La paura era tale che qualora venisse scoperto uno stregone, doveva essere ucciso.
Ci sono delle parti della religione Irochese che loro considerano antiche e proprie, ma che sembrerebbe abbiano appreso dall’uomo bianco ampliando il proprio culto. Casi particolarmente evidenti sono quelli dell’Immortalità dell’anima e la confessione.
L’immortalità dell’anima prevede una bilancia di azioni malvagie e buone, al soppesarsi di esse nel momento della morte, lo spirito del defunto può andare nel Regno del grande Spirito o in quello dello Spirito Malvagio. In quest’ultimo vengono afflitte punizioni a seconda della gravità dell’atto compiuto. Stregonerie o omicidio sono punite eternamente.
La somiglianza con L’Inferno e Paradiso cristiani è evidente. Ma lo è ancora di più la pratica della Confessione, che anziché privata e nel confessionale, per gli Irochesi era pubblica.
Non è un segreto che i gesuiti abbiano provato a cristianizzare gli indiani, riuscendoci in buona parte; sembra però che anche nelle zone più intransigenti e fedeli si sia insinuato qualche concetto cristiano. La fede insegnava il rispetto degli anziani, la gentilezza e l’ospitalità, in senso divino. Era infatti il grande Spirito a desiderare tali virtù e le ricompensava.
Il lutto era vissuto dagli Irochesi con grande dolore e partecipazione. I morti venivano inumati col volti rivolto verso Est e lasciati alla natura. Altre pratiche prevedevano la libera decomposizione dei corpi affissi sugli alberi o immersi nella natura, dopodiché si recuperavano le ossa e conservate in case costruite appositamente vicino alle abitazioni dei parenti.
Si teneva una cerimonia per salutare il defunto con pianti e dolore. Gli Irochesi credevano che il corpo impiegasse alcuni giorni prima di intraprende il viaggio verso il Regno Del Grande Spirito. Il viaggio era considerato fisico, per questo presso la tomba del morto venivano posti armi, cibo e altre attrezzature (tabacco e pipa). Dopo un anno (10giorni secondo le credenze moderne) lo spirito del defunto arrivava in cielo e poteva ricongiungersi ai propri cari defunti e al Grande Spirito. Questo luogo era felice e perfetto, creato con ogni lusso dal Grande Spirito. L’esistenza era fisica, con persone, memoria della vita terrena, sapori e piaceri. La caccia non era più necessaria, perché il mangiare avveniva solo per piacere e non per sopravvivere.
Finito il viaggio non si compiangeva più il morto, ormai beato e al termine del tempo, i vivi facevano una festa in onore del viaggio compiuto.
La fede irochese preveda un trattamento paradisiaco per i soli indiani, in quanto l’uomo bianco on era stato creato dal Grande Spirito e non ne aveva riguardi. Ma una straordinaria eccezione venne fatta per Washington, che si batté arditamente per i diritti degli indiani. Alla sua morte, per ricordarne il valore, la saggezza e l’affetto nei suoi confronti, gli Irochesi tramandarono leggende che lo vedevano privilegiato del dono dell’Eden da parte del grande Spirito, l’unico uomo bianco ad aver avuto questo onore.
Questa tradizione è puramente orale, ma se si ragione come un irochese, tale onore vale più di qualsiasi obelisco o monumento. Nella loro cultura così puramente spirituale e lontana dagli idoli, l’accesso al paradiso per un bianco era un onore davvero stupefacente.

Capitolo II
Presso gli Irochesi non c’era un vero e proprie ordine sacerdotale. C’era degli individui incaricati di ricoprire una carica religiosa, ma non avevano privilegi o doveri particolari, né un prestigio ulteriore. Il loro compito era semplicemente quello di organizzare i culti e i riti che si svolgevano ogni anno. Inoltre erano soliti fare rimproveri quando notavano un comportamento scorretto ed era doveroso accettare i consigli di buon grado. Talvolta denunciavano un comportamento scorretto in pubblico, portando la persona come esempio negativo. Erano soliti tenere discorsi sui doveri e sulla moralità.
Se investiti di tale ruolo, abbandonavano il proprio nome per uno nuovo. La carica non poteva non essere accettata, ma poteva essere abbandonata in qualsiasi momento riappropriandosi del proprio vecchio nome. Le festività annuali erano 6, tutte in concomitanza con determinati mutamento climatici e rivolti alla raccolta: Ringraziamento dell’Acero, Festa Della Semina, festa delle bacche, festa del granturco verde, festa del raccolto, Ricorrenza dell’Nuovo Anno.
Le feste si celebravano con banchetti, danze, discorsi.
La ricorrenza del nuovo anno ha però una pratica singolare, ovvero il sacrificio del cane bianco. Consisteva in svariate cerimonie che ponevano un cane bianco, senza macchie su un altare, ucciso e bruciato. Per gli Irochesi questo non era assolutamente un atto violento, ma al contrario un atto di estrema pietà. Essi infatti erano una civiltà molto dedita alla caccia e il cane era il loro più fedele compagno. Proprio per questo grande affetto e fiducia affidavano al cane un compito importante, ovvero quello di portare un messaggio di devozione e fede al grande Spirito. Come per il tabacco, anche i fumi dei resti del cane servivano per raggiungere il Grande Spirito e durante questa festività era necessario rinnovare la fede nel grande Spirito. Questo compito fondamentale e delicato era quindi affidato ad un compagno fidato e fedele.

Capitolo III
Personaggio fondamentale nella religiosità irochese fu Handsome Lake. Attorno al 1800 iniziò a pellegrinare per i villaggi irochesi predicando la cosiddetta “Nuova Religione” riscuotendo un grandioso successo. Handsome Lake affermava di essere stato contattato in punto di morte dal Grande Spirito (o meglio da spiriti minori inviati da lui), incaricandolo di predicare la moralità che si stava perdendo. Inoltre gli venne permesso di visitare il regno dello Spirito Malvagio così da essere testimone della atroci torture che veniva inflitte ai peccatori. Nonostante lo scetticismo iniziale, la Nuova Religione apportò grandi cambiamenti alla Lega, riportando sulla “retta” via moltissimi indiani. Alla sua morte fu consacrato suo successore il nipote Johnson di Tanawanda, prima e unica persona proclamata e investita dell’ufficio di supremo istruttore religioso. Johnson era un credente convinto e uomo di grande moralità. Come Handsome lake pellegrinava tra i villaggi insegnando la moralità e tenendo discorsi alle veglie funebri.

Capitolo IV
Danze […]

Capitolo V
Oltre alle danze, un altro modo per intrattenersi presso gli Irochesi erano i giochi. Essi non si svolgevano solamente durante le Feste, ma anche in particolari organizzazioni dedicate esclusivamente ai giochi. In genere erano divisi tra clan o nazioni, opponendo mariti e mogli o padri e figli come da consuetudine delle tribù. I giochi erano attesi e la passione per essi sono paragonabili alle corse dei cavalli per i bianchi o i tavoli da gioco. Era consuetudine anche fare scommesse, pratica non recriminata dai capi, ma anzi incoraggiata!
Il gioco seguito con più ardore ed entusiasmo era il gioco della palla. Le squadre contavano sei o otto giocatori e la partita era stabilita al risultato di cinque, sei o sette punti.
Il campo era diviso in due e all’estremità ognuna aveva una “porta”. Lo scopo del gioco era portare la palla all’intermo della propria porta senza toccare mai la palle con piedi o mani, ma con l’uso di una racchetta. L’allenamento e la dieta erano rigidi per gli atleti, onorati di poter competere. Spesso capitava che nell’ardore del gioco (ma in modo accidentale) un giocatore venisse colpito da una racchetta o che si infortunasse. In quel caso era possibile sostituirlo con un giocatore fresco. Un altro gioco era quello dei giavellotti, che consisteva nel lanciare un giavellotto all’interno di un anello che si faceva rotolare a terra.
Nella stagione invernale c’era per esempio il gioco “dei serpenti da neve” che consisteva nello scagliare delle asti in legno (i serpenti) sulla neve per un tratto maggiore. Il serpente più lontano faceva guadagnare un punto alla squadra.
Un altro gioco celebre, o meglio, una prova di abilità, consisteva nel tiro con l’arco. Arte in cui gli indiani primeggiavano e che difficilmente sarebbero potuti essere superati da un uomo bianco.

Capitolo VI
Gli Irochesi non erano avvezzi all’amore. Il matrimonio indiano era una pratica totalmente diversa dalla nostra concezione. Anzitutto era un accordo tra le madri e non prevedeva assolutamente l’intesa dei futuri sposi, che anzi spesso non si conoscevano neppure o non si erano mai visti.
Nessuna obiezione era mai fatta, poiché la sposa o lo sposo erano intesi come doni da parte dei genitori.
Non c’era affetto, non c’era passione e non c’era desiderio di condividere la vita con una determinata persona. La poligamia era vietata e mai praticata, ma era ovviamente possibile il divorzio, da una delle due parti o di comune accordo. In passato questo faceva perdere di credibilità o prestigio gli individui, quindi le separazioni erano assai rare. Tuttavia era possibile che accadesse. I problemi relativi alla coppia era responsabilità delle madri, che avevano interesse e diritto di intromettersi affinché i disagi fossero appianati.
Col passare del tempo la sacralità del matrimonio divenne meno forte e quindi i divorzi più frequenti. L’eredità della madre passava ai figli, quella del padre al parente più prossimo della tribù. Nel matrimonio, ognuna delle due parti continuava possedere i propri terreni senza condivisione dei beni. Qualora un uomo avesse procreato con una donna al di fuori della Lega, i suoi figli sarebbero stati considerati stranieri, ma c’era l’eventualità di un’adozione.
L’incredibile ospitalità degli Irochesi prevedeva un’innata cortesia verso chiunque, anche il viaggiatore o lo straniero. Era usanza servire un pasto a chiunque entrasse in casa (e chiunque poteva farlo) e il sacrificio di privarsi di un bene materiale non era mai troppo caro per dimostrare benevolenza. Questa concezione faceva sì che i crimini presso gli Irochesi fossero assai rari ed essi avevano appena un codice criminale.
I crimini riconosciuti, per quanto rari erano la stregoneria, punita con la morte, l’omicidio, il tradimento e il furto.
L’omicidio era punito con la morte, ma poteva essere perdonate dalla famiglia del defunto. In questo caso si consegnava un Wampum bianco in segno di pentimento e supplica di perdono. I capi delle tribù e gli amici dei familiari in lutto cercavano di persuaderli affinché accettassero il dono, ma in caso contrario potevano inviare un vendicatore.
Il tradimento di un coniuge era punito con la frustrazione.
Il furto era assai sconosciuto presso gli irochesi, troppo nobili. In caso di questo crimine, la punizione era la peggiore: il pubblico disdegno.
Va detto che presso la Lega questi crimini erano assai rari. Presero forma con gli scambi di alcolici (chiamata acqua infuocata dagli indiani) con l’uomo bianco che portarono vagabondaggio e violenze di ogni tipo. Il contatto con l’uomo bianco minò anche un’altra virtù dell’indiano, ovvero l’amore per verità, imposta per la grande moralità e il linguaggio diretto che non permette giri di parole o duplici significati.
Le guerre erano stabilite dal consiglio dei sachem e veniva dichiarato con un tomahawk rosso e un Wampum nero piantati per terra. Da quel momento chiunque poteva organizzare bande e attaccare la tribù o nazione nemica. Quando la spedizione andava bene, l’uomo rosso portava con sé i prigionieri. Le opzioni erano l’adozione o la tortura. La tortura non prevedeva compassione.
L’adozione invece prevedeva la totale annessione del prigioniero ai costumi e l’affetto della tribù. Talvolta un prigioniero poteva era rilasciato (senza alcun pegno di compenso) per via del rispetto che si era guadagnato in battaglia. In questo caso quest’ultimo onorava tale generosità non scendendo mai più in campo contro tale avversario.
L’ardore per la guerra prevedeva l’essere pronti sia alla tortura che all’abbandono del proprio villaggio. Lo stesos ardore era impiegato nella caccia, una vera passione per l’uomo rosso. La caccia avveniva tramite intense e lunghe battute, sfiancanti e pericolose.
Talvolta si impiegavano giorni per cacciare un orso, spossandolo lentamente. Altre volte si ricorreva a trappole avanzate per catturare cervi, posizionandole per un grande perimetro e dando poi fuoco al nucleo di esso. I cervi terrorizzati correvano via incappando nelle trappole.
Queste attività scandiscono pressappoco la vita di un Irochese.


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