giovedì 6 agosto 2015

Il canto che accompagnava la morte: l'ultima attitadora.

Il canto che accompagnava la morte: l'ultima attitadora.

[...] In Sardegna, tra le figure incaricate dalla comunità di ammansire il fantasma del morto erano le Attitadoras, le prefiche, poetesse del culto funebre, che accompagnavano l'estremo saluto alla salma con un canto disperato e col dondolio ritmico del corpo che non pareva avrebbe mai accettato tanto dolore.
Incontriamo Mimmìa, una attitadora emerita, splendida ultra novantenne. Come l'ipermetrope, la sua memoria mette a fuoco con più facilità ciò che viene da lontano, prima ancora dei ricordi recenti. [...]
Mimmìa preferisce rimanere anonima. Chiamarla col suo diminutivo in nulla avvantaggia la ricerca della sua vera identità perchè nell'entroterra barbaricino il nome sardo della madre di Cristo è declinato in questo modo quante sono le stelle in cielo, sebbene la vocazione di attitadora faccia di Mimmia una donna speciale la cui investitura popolare cessa, anno più anno meno, sul far degli anni '80.
Ma perchè le attitadoras non verseggiano più? Ogni caso è a se stante e per Mimmìa è un atto d'amore verso suo figlio, stimato farmacista che dopo i lunghi anni di studio lontano dal paese non sente più suoi gli stilemi della tradizione.

«Ho smesso perchè mio figlio si imbarazzava. Non me lo ha mai detto apertamente ma in diverse occasioni ci trovavamo in casa del morto in paese e capivo che non gradiva i miei canti. La gente è cambiata e lui provava vergogna»

Sentendo parlare Mimmìa si stenta a credere che il sentimento di compassione, che naturalmente variava di intensità da caso a caso, non fosse autentico: «Per me era un servizio, non poteva essere una recita perchè in un paese piccolo come questo, anche se al tempo era molto più popolato, tutti ci conoscevamo bene. Sapevamo gioie e dolori gli uni degli altri, e quando una persona moriva, anche se non era un parente, provocava tanta tristezza». 
Erano necessari lacrime e versi perchè avesse inizio l'elaborazione del lutto del caro estinto e solo una solenne commemorazione poteva avviare questo naturale processo, «Se l'avessero fatto i parenti non sarebbe stata la stessa cosa. Una persona esterna alla famiglia era più credibile» osserva la nostra attitadora. 
Era prevista una retribuzione per il suo servizio? «Non era facile rifiutare il compenso dei parenti. Più creavi commozione più loro ti erano riconoscenti. Venivamo pagate con un po' di grano, olio, vino e piccoli pensieri», mai denaro, precisa Mimmìa, sottolineando una qualche deontologia cui attenersi mentre tramanda le vestigia di quel codice non scritto, in tutto e per tutto simile al baratto.[...] Dalle cronache paesane tutti gli anziani intervistati riportano che Mimmia, con le sue poesie estemporanee, riuscì a commuovere tutti, dai grandi ai piccini, in una melodia di strazio disperato che cadenzava le vicende della breve vita del povero pastorello defunto. I custodi della memoria del paese riconoscono a Mimmìa un'arte improvvisatoria eccelsa e un prodigioso controllo psicologico delle proprie e altrui emozioni.

Tutti avevano diritto ad una commemorazione funebre, gli uomini di valore come chi non aveva brillato di virtù: s'attitadora aveva l'obbligo morale di trovare un tratto d'umanità in ogni persona. 
Quasi sempre era previsto un canovaccio prefissato, se ad esempio la vedova era molto giovane i familiari incaricavano le prefiche di trasmettere l'informazione che la faciulla non fosse chiusa all'idea di un nuovo matrimonio. Talvolta le morti erano accompagnate dal sospetto di una faida tra clan rivali, allora partiva un duello canoro di invettive tra le diverse famiglie che schieravano le proprie attitadoras con la missione di ingiuriarsi sotto l'apparenza di una cordialità che presupponeva una vicina vendetta che il canto provocatorio delle prefiche non faceva che alimentare. Così come riporta la filmica descrizione di Grazia Deledda in "La via del male", Mimmìa è concorde nel ricordare le dinamiche invariabili della scena ferale contrappuntata da sos attitos: "Cantavano una per volta, e ad ogni versetto le donne rispondevano con un coro di gemiti, singulti e grida".  
Il rituale funebre prevedeva che gli specchi venissero velati perchè è li che le anime inquiete rischiavano di impigliarsi e questo avrebbe ostacolato il loro nuovo cammino che sarebbe partito dall'uscio di casa nella cui direzione era posizionata la salma del compianto. Il cammino sarebbe stato lungo ma il canto delle attitadoras ne avrebbe reso lieve ogni passo onorandone il ricordo con la rapsodia dell'ultimo addio. 

Il canto che accompagnava la morte: l'ultima attitadora
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