lunedì 28 aprile 2014

Robert Walser. “Ma perché era stato rinchiuso? Era pazzo, Robert Walser? Giro la domanda a Fleur Jaeggy, anche lei svizzera e scrittrice, che ne I beati anni del castigo ha dato conto della rigida educazione impartitale in un collegio di Teufen, sempre nell' Appenzell, non lontano da Herisau. Su Walser con le seguenti parole «Ma no, non ho mai pensato che fosse un folle», dice Jaeggy. «Era un poeta, e semplicemente non sapeva dove andare. «Nell'accettazione di quel ricovero, per così tanti anni, c'è tutta la sua pazienza. E non dimentichiamo il problema economico: oggi gli scrittori sono abbastanza aiutati, ma lui non ebbe aiuti. Da questo punto di vista, per quanto dura, la vita a Herisau fu una buona soluzione. Se invece consideriamo la cosa sotto il profilo medico, la diagnosi che precede il suo internamento ha dell' incredibile, parla di "tipica, stuporosa catatonia"


Anche quella era forse una sua cattiva abitudine, di essere contento e persino felice quando poteva eseguire lavori manuali. Ma tendeva davvero mal volentieri la mente che è la parte migliore dell'uomo? Era forse nato per fare lo spaccalegna o il vetturino? Doveva vivere nelle foreste vergini o fare il marinaio sulle navi? Peccato che nei pressi di Barenswil non ci fossero case di tronchi da costruire!
No, non era privo d'intelligenza, è difficile che un uomo sano lo sia. Ma aveva una certa predilezione per il fisico. A scuola (se ne ricordava spesso) era stato un buon ginnasta. Gli piaceva fare lunghe marce, scalare montagne, lavare stoviglie. Le aveva lavate spesso da ragazzo mentre raccontava storie a sua madre. Il movimento delle braccia e delle gambe gli procurava sensazioni deliziose. Preferiva fare il bagno nell'acqua fredda anziché star a riflettere su cose sublimi. Sudava volentieri, la qual cosa poteva avere un significato profondo. Era forse nato per trasportare mattoni? Bisognava attaccarlo a qualche carro? Un Ercole non era di certo.
Purché volesse, lo spirito non gli mancava, ma fin troppo volentieri smetteva di pensare.
Robert Walser, L’assistente




Robert Walser, poeta e e scrittore svizzero, (1878/1956,) personaggio malinconico e inquietante, in cui traspare l'anima di un poeta visionario, verosimilmente nemmeno schizofrenico, come era stato diagnosticato e conseguentemente ricoverato per oltre vent'anni ad Herisau in casa di cura, in Svizzera, ma in realtà solo dotato, come tutti gli artisti di una sensibilità particolare come tale recettiva a cogliere la soffernza del mondo.Tra l'altro Walser era stato anche segnato da dolorose esperienze familiari, quali la morte della madre affeta da disturvbi mentali e di quella di un fratello suicida. In un bell'articolo di Repubblica , pubblicato il 21 novembra 2006 il giornalista si chiede “Ma perché era stato rinchiuso? Era pazzo, Robert Walser? Giro la domanda a Fleur Jaeggy, anche lei svizzera e scrittrice, che ne I beati anni del castigo ha dato conto della rigida educazione impartitale in un collegio di Teufen, sempre nell' Appenzell, non lontano da Herisau. Su Walser con le seguenti parole «Ma no, non ho mai pensato che fosse un folle», dice Jaeggy. «Era un poeta, e semplicemente non sapeva dove andare. «Nell'accettazione di quel ricovero, per così tanti anni, c'è tutta la sua pazienza. E non dimentichiamo il problema economico: oggi gli scrittori sono abbastanza aiutati, ma lui non ebbe aiuti. Da questo punto di vista, per quanto dura, la vita a Herisau fu una buona soluzione. Se invece consideriamo la cosa sotto il profilo medico, la diagnosi che precede il suo internamento ha dell' incredibile, parla di "tipica, stuporosa catatonia". E' vero che aveva tentato il suicidio, ma erano stati tentativi inermi. «Nulla di realmente pericoloso, insomma. Walser aveva la gaiezza dei disperati, che li porta a occultare la profondità e a tenere tutto in superficie. Per questo voleva sparire. Se penso che io ero lì vicino, in collegio, proprio nel 1956, e nessuno dei miei professori lo conosceva... In seguito, quando lavoravo al mio libro, ho voluto tornare nell' Appenzell, sui luoghi delle sue camminate. E sono andata anche al manicomio di Herisau, per domandare sue notizie. Ma un' infermiera mi ha allontanato, bruscamente».
Emerge in questa vicenda un vecchio interrogativo sui confini fra sanità e follia. Mi chiedo cosa si intende veramente allorquando si evocano queste due locuzioni in forma manichea, usate e dirette, verosimilmente per proteggersi dalla Sragione, quella parte oscura che cerca di non emergere se non attraverso le difese trans-personali dell’immaginario collettivo cui dà voce poi la Psichiatria e La legislazione?
Ma ritorniamo a Walser, egli adorava fare lunghe passeggiate attraverso le quali forse esorcizzava l'angoscia che lo attanagliava, ma anche quella “volontà di vivere” causa dell'eterno soffrire di schopenhauriana memoria, facendo anche 80 chilometri in dieci ore, una consuetudine che era fondamentale del suo modo di essere. Significativamente, così, nacque “La passeggiata, racconto breve la cui vicenda si svolge nella sua città natale Bienne ,in Svizzera, di cui riporto alcuni bellissimi brani di sapore veramente poetico «La terra si faceva sogno, io stesso ero divenuto interiorità e procedevo come dentro di essa. Quale meta migliore di ciò che ci accade senza essere cercato. Quale altra possibilità di giungere fino all'interiorità essendo "colui che veramente esiste solo l'uomo interiore" ….e poi “E così la florida vita, tutti i bei colori allegri, ogni gioia di vivere e umano significato, l'amicizia, la famiglia e la donna amata, l'aria dolce e piena di lieti, felici pensieri, le case paterne e materne, le care strade note, la luna e il sole alto e gli occhi e i cuori degli uomini, tutto un giorno dovrà scomparire e morire".....Ho raccolto i fiori solo per deporli sulla mia infelicità?" mi domandai, e il mazzolino mi cadde di mano. M'ero alzato per ritornare a casa: era già tardi, e tutto si era fatto buio.”




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