lunedì 7 gennaio 2013

Evola. Ma, qualunque cosa accada, le posizioni devono essere mantenute, perché in ogni caso parte essenziale deve essere l'eredità ideale di coloro che ieri, pur sapendo perduta la battaglia, si tennero sul loro posto e combatterono


Ma, qualunque cosa accada, le posizioni devono essere mantenute, perché in ogni caso parte essenziale deve essere l'eredità ideale di coloro che ieri, pur sapendo perduta la battaglia, si tennero sul loro posto e combatterono.
Julius Evola





Conta solo il SILENZIOSO TENER FERMO DI POCHI, la cui presenza impassibile da convitati di pietra SERVA A CREARE NUOVI RAPPORTI, NUOVE DISTANZE, NUOVI VALORI, A COSTRUIRE UN POLO IL QUALE SE DI CERTO NON IMPEDIRÀ A QUESTO MONDO DI DEVIATI DI ESSERE QUELLO CHE È, VARRÀ PERÒ A TRASMETTERE A QUALCUNO LA SENSAZIONE DELLA VERITÀ-SENSAZIONE, CHE POTRÀ FORSE ANCH'ESSERE PRINCIPIO DI QUALCHE CRISI LIBERATRICE...
Julius Evola



La miseria degli uomini dipende dal fatto che essi prendono per realtà cose esistenti solo come creazioni della loro mente; illusa dall’apparenza fallace di realtà degli esseri, delle cose e dei fenomeni, del mondo e degli dèi, l’azione li conduce sempre più lontano dalla vera realtà, alimenta l’”ignoranza”, crea sempre più forti vincoli, fa continuare l’irrazionale girare dei viventi. L’uomo proietta la propria anima sul mondo, lo “intimizza”, gli presta sentimenti, intenzioni e finalità; vi proietta un “pathos”, vi proietta valori e distinzioni che in un modo o nel’altro sempre riconducono alla forza stessa che trasporta la sua vita, all’appetito, all’avversione, all’ignoranza. L’uomo non conosce il mondo nudo, la natura nuda, appunto perchè il suo stesso percepire è un “ardere”, è un identificarsi, è un continuo vincolarsi, in un consumare simultaneo ad un essere consumati. Lo stato giusto, nel senso supremo, è quello di un essere non più alterato, che ha spento la sete, che ha fatto propria la natura olimpica e siderea – come nelle origini. Quello di un buddha, è lo stato normale dell’uomo. Chi è abbastanza forte per portarsi oltre l’illusione, non può non giungere a questa sconcertante constatazione: “Tu non sei vita in te. Tu non esisti. “Mio” non puoi dirlo di nulla. La vita, non la possiedi, è essa che ti possiede. Tu la soffri. Ed è una chimera che questo fantasma di “Io” possa sussistere immortale al disfarsi del corpo.” Chi giunga a questa percezione spaventosa, simile a quella di una voragine improvvisamente apertasi, coglie il mistero del samsàra e comprende, vive a pieno il senso della dottrina buddhista. Fra sè e sè va posta distanza, fino a presentire, appunto, che la stessa propria persona è un semplice strumento di espressione, qualcosa di contingente che a suo tempo si dissolverà e scomparirà nella corrente samsàrica, senza che per tal via il nucleo sovrannaturale, olimpico in noi stessi ne sia menomamente pregiudicato. La dottrina della inessenzialità della persona, dell’Io psicologico e passionale, deve aver dunque per effetto una mente che diviene pacata, rasserenata, sollevata, schiarita. Non deve esser motivo di sgomento, ma la sorgente di una forza superiore. Chi non pensa più nè all’essere nè al non-essere e però a nulla più si attacca ed afferra, questi non trema più, consegue la somma sovrannaturale ‘fermezza di calma’.
Julius Evola, La Dottrina del Risveglio.







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