mercoledì 4 febbraio 2015

Con Aerarium o Aerarium populi Romani veniva indicata l'amministrazione patrimoniale della Res publica romana. Qui confluivano tutte le rendite dello Stato, comprese quelle provenienti da tutte le province romane. In questo caso i questori, sottoposti al Senato centrale ed ai governatori provinciali, raccoglievano le imposte attraverso i pubblicani (che avevano in appalto la riscossione dei tributi, da versare successivamente all'aerarium). Augusto riorganizzò l'amministrazione finanziaria dello Stato romano, costituendo il fiscus Caesaris (ovvero la cassa delle entrate dell'imperatore), accanto al vecchio aerarium, che rimase la cassa principale (ora affidata dal 23 a.C. a due pretori, non più a due questori), i tributi venivano raccolti nelle province senatorie dai quaestores, ed amministrati centralmente da pretori anziani o ancora in carica. Inoltre nel 6 d.C., sempre ad opera di Augusto venne costituito l'aerarium militare, le cui entrate provenivano dalle imposte sulle successioni e sulle vendite e serviva per pagare gli stipendi ed il premio di congedo ai veterani delle legioni.

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ERARIO NELL'ANTICA ROMA
Con Aerarium o Aerarium populi Romani veniva indicata l'amministrazione patrimoniale della Res publica romana. Qui confluivano tutte le rendite dello Stato, comprese quelle provenienti da tutte le province romane. In questo caso i questori, sottoposti al Senato centrale ed ai governatori provinciali, raccoglievano le imposte attraverso i pubblicani (che avevano in appalto la riscossione dei tributi, da versare successivamente all'aerarium)
Augusto riorganizzò l'amministrazione finanziaria dello Stato romano, costituendo il fiscus Caesaris (ovvero la cassa delle entrate dell'imperatore), accanto al vecchio aerarium, che rimase la cassa principale (ora affidata dal 23 a.C. a due pretori, non più a due questori), i tributi venivano raccolti nelle province senatorie dai quaestores, ed amministrati centralmente da pretori anziani o ancora in carica. Inoltre nel 6 d.C., sempre ad opera di Augusto venne costituito l'aerarium militare, le cui entrate provenivano dalle imposte sulle successioni e sulle vendite e serviva per pagare gli stipendi ed il premio di congedo ai veterani delle legioni.

Pertanto il bilancio dello stato risultava essenzialmente suddiviso in tre sezioni:

1. L’erario pubblico vero e proprio, l’Aerarium Saturni, come si è detto, amministrato da due pretori in attuazione di ordini ed indicazioni del Senato, tenuto in larga misura a riserva nel caso che eventi imprevedibili ne avessero imposto l’impiego;

2. L’Aerarium militare, il fondo che serviva esclusivamente a pagare le pensioni e le liquidazioni di fine rapporto ai soldati in congedo. Alimentato dall’introito di alcune imposte secondarie, veniva periodicamente reintegrato con contributi governativi fino al raggiungimento del pareggio di bilancio.

3. Infine la dotazione imperiale, dove veniva amministrata direttamente dall’imperatore per il tramite di segretari, ragionieri e consulenti fiscali, la gran parte del denaro pubblico.

Alla morte di Tiberio le casse dell’erario romano contenevano circa 2 miliardi e 700 milioni di sesterzi (Dione Cassio ne contava circa 3 miliardi e 300 milioni, considerando che la cifra ammontava a 4 anni di entrate tributarie che in quel tempo erano di circa 800 milioni di sesterzi l’anno)



Senz’altro le forze, non l’impenetrabilità, abbandonavano Tiberio: il rigore dell’animo era lo stesso. Irrigidito nel parlare [lett. “nel discorso”] e nel volto, talvolta nascondeva con affettata cordialità il deperimento, per quanto manifesto. Dopo aver cambiato località (sempre) più spesso, alla fine si stabilì presso il promontorio di Miseno in una villa che un tempo era appartenuta [lett. “di cui era stato proprietario”] a Lucio Lucullo. In quell’occasione si seppe che si stava avvicinando alla morte [lett. “ai funerali”]. C’era (lì) un medico notevole nel lavoro, di nome Caricle, certamente non solito regolare la salute del principe, ma piuttosto offrire abbondanza di consigli. Costui, come allontanandosi per affari propri, dopo avergli stretto la mano fingendo [lett. “sotto l’aspetto di”] un ossequio, sentì il battito delle vene e confermò a Macrone che lo spirito stava venendo meno e che non sarebbe sopravvissuto oltre due giorni. Il 16 marzo [lett. “il diciassettesimo giorno prima delle Calende di Aprile”], allontanatasi l’anima, si credette che avesse terminato la vita [lett. “la mortalità”], e tutti si stavano congratulando con Gaio Cesare, il nuovo principe, quando, improvvisamente, venne riferito che a Tiberio erano ritornati la voce e la vista. Il terrore, dunque, pervase tutti quelli che si erano rallegrati della sua morte, ma l’intrepido Macrone comandò di soffocare il vecchio stendendogli [lett. “con lo stendere”] sopra molte coperte. Così morì Tiberio nel settantottesimo anno d’età.

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