martedì 12 giugno 2018

Giulio Cesare Gli uomini credono volentieri ciò che desiderano sia vero



La Suburra.
Vasto e popoloso quartiere dell’antica Roma situato sulle pendici dei colli Quirinale e Viminale, la Suburra benché affacciata sull’area monumentale e cuore pulsante della Roma antica, era abitata prevalentemente dalla parte più povera e miserabile della cittadinanza e ancora oggi, a distanza di secoli, il termine Suburra è sinonimo di quartiere malfamato e pericoloso.
Il nome “Subura” deriva dal termine latino “sub urbe”, ossia “sotto la città”, ad indicare la parte bassa della città rispetto al nucleo originario posto sopra il Palatino: infatti all’epoca il livello stradale era molto più basso di quello attuale e quindi il dislivello tra la “Subura” ed il Palatino era ancora più accentuato rispetto ad oggi

Il quartiere, in origine, era percorso dall’Argileto che in corrispondenza del Cispio, una propaggine del colle Esquilino, si divideva nel vicus Patricius che andava in direzione della porta Viminale, delle mura repubblicane, e nel clivus Suburanus, in direzione della porta Esquilina. Quest’ultima via segnava il confine tra la regione IV e la regione V della suddivisione fatta da Augusto nel 29 a.C.. La parte bassa della valle fu occupata, a partire dal I secolo a.C., prima dal Foro di Cesare, inaugurato nel 46 a.C. sotto le pendici orientali del Campidoglio, poi dal Foro di Augusto, inaugurato nel 2 a.C. A questi spazi pubblici si aggiunsero poi, proseguendo verso la valle del Colosseo, il Tempio della Pace nel 75 a.C., e il Foro di Nerva inaugurato nel 97, e infine, grazie allo sbancamento della sella collinare tra il Colle Quirinale e il Campidoglio, il Foro di Traiano, inaugurato nel 112. Queste aree monumentali vennero protette e messe al riparo dagli incendi che di sovente scoppiavano nelle abitazioni popolari della Suburra, costruendo già al tempo di Augusto la grande muraglia che ancor oggi resiste, confine e unica traccia affiorante nella città moderna della Suburra antica.
La grande muraglia, ancora visibile, che divideva il quartiere più popolare della Suburra dalla parte più monumentale della Roma antica.

Proprio questo gigantesco muro rappresenta un monumento particolarissimo, esso infatti è costruito in pietra gabina, pietra che i romani consideravano particolarmente resistente al fuoco. La struttura è alta ben 33 metri dal piano di calpestio del Foro. I massi che la compongono non sono legati da malta, ma sono collegati tra loro da incastri perfetti ed esattissimi, intervallata da tre ricorsi di travertino, si regge da oltre 2000 anni per il proprio stesso peso. Al tempo della sua costruzione, il muro aveva diverse funzioni: prima fra tutte era una protezione da possibili incendi, poi separava lo spazio residenziale dallo spazio monumentale e pubblico della città, inoltre costituiva una quinta monumentale del Tempio di Marte Ultore, in forte contrasto cromatico con esso. L’accesso al Foro avveniva a fianco del tempio, attraverso l’arco in conci di travertino ancora esistente e visibile, che venne denominato in epoca medioevale, a seguito dell’impaludamento della zona dei Fori, “Arco dei Pantani”.
La Suburra entra a far parte dell’area urbana della Roma Antica quando il Re di origine etrusca Servio Tullio la sceglie per la propria residenza. E’ la zona più autentica e popolare dell’Urbe, il luogo delle contraddizioni sociali e umane, affollatissima, sporca, rumorosa e soprattutto pericolosa, anche a causa dei numerosi incendi e crolli che coinvolgono le insulae, edifici alti fino a cinque piani dove un numero illimitato di famiglie plebee vivevano ammassate in appartamenti in affitto. Sostanziali mutamenti avvengono solo sotto il pontificato di Sisto V (1585-1590), che realizza l’ acquedotto Felice, traccia via Panisperna e sistema via dei Serpenti. Nella Suburra si trovavano i bordelli più malfamati, le bettole e le locande più insicure. Anche Giulio Cesare vide i natali nella Suburra, e secondo la tradizione vi si recava Nerone travestito per captare gli umori del popolo, e Messalina, in incognito, alla ricerca di ogni trasgressione.



Cesare non solo vi nacque ma vi abitò con la madre, proprietaria di un'insula, finché non divenne Pontefice Massimo. Risale a quegli anni il rapporto privilegiato che Cesare ebbe sempre con la plebe di Roma: lo sentivano come uno di loro. Il muro costituisce un'anticipazione del sistema che ancora oggi si usa per la limitazione della portata degli incendi: è un vero e proprio muro tagliafiamma.


Divide et impera.
Giulio Cesare

Gli uomini credono volentieri ciò che desiderano sia vero
Giulio Cesare

Alla fine diventerai quello che tutti pensano tu sia
Giulio Cesare

Non dobbiamo aver paura che della paura.
Giulio Cesare

La colpa, caro Bruto, non è delle stelle, ma nostra, che ne siamo dei dipendenti.
William Shakespeare, Giulio Cesare

Ogni schiavo porta nella sua mano il potere di annullare la sua schiavitù.
William Shakespeare, Giulio Cesare


A un'ora della storia spetta agli uomini farsi padroni dei loro destini:
non è colpa delle nostre stelle, caro Bruto, ma di noi stessi, se ne restiamo schiavi.
William Shakespeare, Giulio Cesare


Quando l'affetto comincia a scemare e ad estinguersi, diventa ostentazione. In un sentimento di lealtà semplice e autentico non vi sono artifizi.
William Shakespeare, Giulio Cesare

Vi è nelle cose umane una marea che colta al flusso porta alla fortuna.
Perduta, l'intero viaggio si arena su fondali di pene e miserie, e se un simile mare noi navighiamo adesso, dobbiamo cavalcare la corrente quando ci è utile, o perdere le nostre occasioni.
William Shakespeare, Giulio Cesare



Tra il concepire un'impresa terribile e il tradurla in azione c'è uno spazio ch'è un sogno orribile, come un fantasma. L'anima razionale e le passioni in quel momento siedono a consulto e tutto l'essere umano è in subbuglio come un piccolo regno ch'è in rivolta.
William Shakespeare, Giulio Cesare






Mentre entrava Cesare il senato si alzò facendo atto di riverenza, e tra i complici di Bruto alcuni si disposero dietro il suo seggio, altri invece si fecero incontro proprio come se intendessero rivolgergli una supplica assieme a Tillio Cimbro che lo supplicava per il fratello esule, e parteciparono insieme alla supplica accompagnandolo fino al seggio. Ma poiché, sedutosi, respingeva le richieste e, siccome insistevano più decisamente, era arrabbiato con ciascuno di loro, Tillio afferrando la sua toga con entrambe le mani la tirò giù dal collo, il che era il segnale convenuto dell’attentato. E per primo Casca lo colpisce con una spada vicino al collo procurandogli una ferita non mortale né profonda, ma, come è naturale, emozionato all’inizio di una importante azione temeraria, tanto che anche Cesare, voltatosi, afferrò il pugnale e lo trattenne. E nello stesso tempo gridarono in qualche modo, il ferito in latino: “Disgraziatissimo Casca, che cosa fai?” e colui che lo aveva ferito, in greco, rivolto al fratello: “Fratello, aiutami.” E tale essendo stato l’inizio, quelli che per nulla erano consapevoli li prese spavento e terrore di fronte alle cose che accadevano, tanto che non osavano né fuggire, né difenderlo, ma neppure pronunciare una parola. Ma siccome di quelli che erano preparati all’assassinio ciascuno mostrava la spada sguainata, circondato intorno - e verso qualsiasi cosa rivolgesse lo sguardo, imbattendosi in ferite e in armi puntate sia contro il volto sia contro gli occhi - cercando di allontanarsi come una fiera, era avvolto dalle mani di tutti; tutti quanti infatti bisognava che compissero e assaggiassero l’assassinio. Perciò anche Bruto gli inferse un unico colpo nell’inguine. E da parte di alcuni si dice che allora, difendendosi dagli altri e spostandosi qua e là e gridando, quando vide Bruto che aveva sguainato la spada, tirò la toga sulla testa e si lasciò cadere, sia per caso, sia spinto da coloro che lo uccidevano, presso la base su cui è collocata la statua di Pompeo. E l’assassinio la insanguinò abbondantemente, tanto da sembrare che lo stesso Pompeo presiedesse alla vendetta sul nemico, steso sotto i suoi piedi e agonizzante per il gran numero delle ferite. Si dice infatti che ne abbia ricevute ventitré, e molti furono feriti gli uni dagli altri, dirigendo tanti colpi contro un solo corpo.
Cosa ancor più straordinaria, molti dicono che un certo veggente lo preavvisò di un grande pericolo che lo minacciava alle idi di marzo, e che quando giunse quel giorno, mentre si recava al Senato, egli chiamò il veggente e disse, ridendo, “Le idi di marzo sono arrivate”; al che egli rispose, soavemente, “Sì; ma non sono ancora passate”.
Plutarco, Vite Parallele



"Lacan affermava che la sola vera colpa dell'uomo è quella di venir meno al proprio desiderio.
La clinica psicoanalitica conferma che "l'infelicità" è troppo spesso legata al fatto che la nostra vita non è coerente con ciò che "desideriamo". La psicoanalisi credo debba essere una sentinella della dimensione creativa del desiderio, che già nel suo etimo indica un cielo aperto. "Sidera" in latino vuol dire stella quindi, sarà proprio di questo che si parla: dell'attesa e della ricerca della propria stella."
Istituto Erich Fromm


Desiderio.
Nel De Bello Gallico di Giulio Cesare i “desiderantes” erano i soldati che aspettavano sotto le stelle i compagni che non erano ancora tornati dal campo di battaglia. Più precisamente l’etimologia della parola “desiderio” deriva dallo stare sotto il cielo a osservare le stelle in un atteggiamento di attesa e di ricerca della via.
“Sidera” significa infatti, in latino, stelle. Mentre il de privativo indica l’impossibilità di seguire la rotta segnata dalle stelle e quindi una condizione di disorientamento, di perdita di riferimenti, di nostalgia, di lontananza, ma anche l’avvertimento positivo della mancanza di ciò che è necessario alla vita, l’attesa e la ricerca della propria stella.
http://malgradare.tumblr.com/post/154376075424/desiderio



« [Cesare] stipulò un accordo con Crasso e Pompeo sulle seguenti basi: essi si sarebbero candidati al consolato, Cesare li avrebbe appoggiati mandando a votare un gran numero di soldati. Una volta eletti, i due si sarebbero fatti attribuire province ed eserciti ed avrebbero ottenuto per Cesare la conferma di quelle province che già governava (Gallia cisalpina, Narbonense e Illirico) per altri cinque anni. »
Plutarco, Pompeo, 51.

Il mondo romano all'epoca del primo triumvirato e degli accordi di Lucca tra Cesare, Crasso e Pompeo nel 56 a.C.


Il mondo romano allo scoppio della guerra civile (1º gennaio 49 a.C.). 
Sono inoltre evidenziate le legioni distribuite per provincia


Le forze allo scoppio della guerra civile erano le seguenti:
Pompeo poteva contare su due legioni presenti a Luceria ed altre tre appena arruolate. 
Dodge crede che vi fossero in totale nella penisola italica 10 legioni
A queste se ne aggiungevano 7 presenti nelle due province spagnole, senza dimenticare che vi erano altre forze in Sicilia, Africa, Siria, Asia e Macedonia, tutte favorevoli al partito degli optimates e di Pompeo.

Cesare poteva invece contare su non più di 40.000 soldati, divisi in 8-9 legioni.



«Cesare cercò di patteggiare con gli avversari, offrendo di lasciare la Gallia Transalpina e di congedare otto legioni, a condizione che gli rimanessero, fino a quando non fosse stato eletto console, la Gallia Cisalpina con due legioni, oppure anche solo l'Illyricum con una sola legione. Ma poiché il Senato rimaneva inerte, mentre i suoi avversari si rifiutavano di negoziare con lui qualsiasi cosa riguardasse la Repubblica, passò nella Gallia Citeriore e [...] si fermò a Ravenna, pronto a vendicarsi con le armi, nel caso il Senato avesse preso una qualche grave decisione contro i tribuni della plebe che erano a suo favore.»
Svetonio, Vita di Cesare, 29-30.


Essenzialmente Cesare aveva aspirato alla conquista della Gallia per controbilanciare i successi orientali di Pompeo nell'opinione pubblica ed assicurarsi una pressoché inesauribile fonte di denaro, un esercito preparato e fedele, nonché schiere di clienti e migliaia di schiavi. Questi obiettivi furono in sostanza tutti raggiunti. Cesare, una volta conquistata la Gallia, entrò di fatto nell'Olimpo dei grandi conquistatori romani. Era amato dalla plebe di Roma alla quale, sapientemente, aveva concesso benefici di varia natura grazie al bottino di guerra. Il Senato e Pompeo ora lo temevano, sapendo che alle sue dipendenze aveva delle legioni temprate dalla guerra, costituite da cittadini di recente cittadinanza e legati a Cesare da un vincolo di fedeltà clientelare quasi assoluta.

Svetonio scrive:
« In Gallia spogliò i templi e i santuari degli dèi, zeppi di doni votivi e distrusse le città più spesso per predarle che per punirle. In tal modo ebbe oro in abbondanza, e lo mise in vendita in Italia e nelle province [...]. »
(Svetonio, Vite dei Cesari, Cesare, 54.)

Svetonio, Vite dei Cesari, Cesare, 25.1 racconta che Cesare impose all'intera Gallia un tributo complessivo di quaranta milioni di sesterzi, di sicuro non eccessivo per quella regione, ma le enormi ricchezze provenienti dal bottino, dalla vendita di schiavi, requisizioni, saccheggio dei santuari gallici, devono essere state portate nelle casse della Repubblica romana e, soprattutto, dello stesso generale (Horst 1982, p. 187). Si racconta che Cesare offrì per la nuova Basilica Emilia 1.500 talenti d'oro, una somma pari all'intero tributo della Gallia (Plutarco, Cesare, 29.3; Pompeo, 58.2), e 100 milioni di sesterzi per la Basilica Giulia nel Foro romano, provenienti dal bottino gallico (Svetonio, Vite dei Cesari, Cesare, 26.2).


[...] Abbandonata dunque l'idea per il momento di inseguire Pompeo in Macedonia, Cesare si apprestò a partire per la Spagna. Dispose quindi che i duumviri di tutti i municipi iniziassero a requisire navi, facendole affluire nel porto di Brindisi; inviò in Sardegna il legato Valerio con una legione, ed in Sicilia Gaio Scribonio Curione (come propretore) con tre legioni, chiedendogli poi di passare con l'esercito in Africa, una volta conquistata l'isola. [...]
Cesare rientrato il 1º aprile a Roma dopo anni di assenza, si impossessò delle ricchezze contenute nell'erario e, a una sola settimana dal ritorno, decise di marciare alla volta della Spagna (che gli accordi di Lucca avevano assegnato a Pompeo). [...]
49 a.C. Cesare una volta partito da Roma, raggiunse prima Massalia (che poco dopo assediò, lasciandone la direzione a Gaio Trebonio) e poi proseguì per la Spagna.  [...]

La Spagna era, infatti, governata da tre legati di Pompeo:
Lucio Afranio, Marco Petreio (il vincitore di Catilina) e Marco Terenzio Varrone Reatino. Costoro potevano contare complessivamente su sette legioni, grandi risorse economiche e sul carisma di Pompeo che in quelle province aveva ben operato e le aveva pacificate dopo la rivolta di Sertorio.

49 a.C. Cesare, una volta affidata la direzione dell'assedio di Marsiglia a Gaio Trebonio 
(giugno 49 a.C.), parte per la Spagna contro le armate pompaiane di Afranio e Petreio.

Partenza per la Macedonia (gennaio - agosto 48 a.C.).
Cesare, con sette legioni, riuscì a sbarcare a Paleste e da lì a salire verso Orico. Pompeo che era stanziato in Macedonia all'efficace ricerca di rinforzi, cercò di fermare Cesare prima che potesse arrivare ad Apollonia ma il suo avversario lo precedette. I due eserciti si incontrarono sulle due sponde del fiume Apso fra Apollonia e Durazzo.

Il primo scontro con i pompeiani si ebbe a Durazzo (10 luglio 48 a.C.), dove Cesare subì una pericolosa sconfitta, di cui Pompeo non seppe approfittare. Ne nacque una guerra di posizione con la costruzione di fortificazioni e trincee durante la quale i due contendenti cercarono di circondarsi a vicenda. Qui Cesare perse 1.000 veterani e fu costretto a retrocedere e iniziare una lunga ritirata verso sud, con Pompeo al suo inseguimento. [...]

Si arrivò allo scontro in campo aperto, però, solo il 9 agosto, presso Farsalo: qui le forze di Pompeo, ben più numerose, furono sconfitte, e i pompeiani furono costretti a consegnarsi a Cesare, sperando nella sua clemenza, o a fuggire in Spagna e in Africa. Sembra che le perdite di Cesare furono appena 1.200 uomini, mentre 6.000 furono i morti pompeiani e 24.000 quelli fatti prigionieri, poi graziati dal vincitore. [...]

Cesare, che si era lanciato all'inseguimento del rivale, se ne vide presentare pochi giorni dopo la testa imbalsamata. La tradizione vuole che Cesare, vista la testa imbalsamata di Pompeo, scoppiò in lacrime.  [...]


Cicerone rivelava nelle sue opere ed in lettere ad amici come Cornelio Nepote, riguardo alla personalità di Cesare:

« Non vedo a chi Cesare debba cedere il passo. Ha un modo di esporre elegante, brillante ed anche, in un certo modo si pronuncia in modo elegante e splendido... Chi gli vorresti anteporre, anche tra gli oratori di professione? Chi è più acuto o ricco nei concetti? Chi più ornato o elegante nell'esposizione? »

(Svetonio, Vite dei Cesari, Cesare, 55.)




https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_civile_romana_(49-45_a.C.)


Claudia Giulia Antonia:
Alea iacta est, “il dado è tratto”, "il dado è stato lanciato", è la famosa frase pronunciata da Cesare il 10 gennaio del 49 a.C. secondo quanto riportato da Svetonio (70 d.C – 126 d.C.) nel suo
"De vita Caesarum".

Antefatto:
Morto Crasso nella Battaglia di Carre (53 a.C.) in Mesopotamia, il triumvirato era finito.
Cesare e Pompeo entrano in lotta per il potere, mentre la città di Roma è preda di scontri sanguinosi tra le bande dei cesariani e gli oppositori di Cesare.

Il Senato assegna a Pompeo un incarico senza precedenti, quello di console senza collega, vale a dire di console unico, perché il Senato vuole utilizzare la forza di Pompeo contro Cesare.

La situazione si fa critica quando Cesare, allo scadere del mandato quinquennale in Gallia, chiede di tornare a Roma non come privato cittadino, ma dopo essere stato nominato console, poiché teme di trovarsi esposto alle vendette del senato e di Pompeo.

Il Senato invece gli intima di sciogliere le legioni e di presentarsi a Roma da privato.
Cesare si dichiara disposto a congedare le legioni se anche Pompeo congeda le sue.
Il Senato, su pressione di Pompeo, dichiara Cesare nemico della repubblica.
Non resta che la via delle armi: il 10 gennaio del 49 a.C. Cesare attraversa il fiume Rubicone (vicino a Rimini), violando così il pomerio di Roma, ossia il limite sacro del territorio che non si poteva varcare in armi.

Mentre Cesare calpesta questa linea invalicabile con il suo esercito, pronuncia una celebre frase destinata a passare alla storia: alea iacta est, «il dado è tratto», cioè “non si pùo tornare indietro”.
Cominciava una nuova guerra civile (49-45a.C.)



10 GENNAIO 49 a.C. GIULIO CESARE VARCA IL RUBICONE.
Il Rubicone, rappresentava tra il 59 e il 42 avanti Cristo il confine tra l'Italia e la provincia della Gallia Cisalpina ed era quindi vietato ai generali attraversarlo in armi senza il permesso del Senato. Caio Giulio Cesare vi si accampò alla fine del 50 a.C., di ritorno dalle Guerre Galliche:
qui fu poi raggiunto dall'ordine del Senato che gli ingiungeva di smobilitare e rientrare a Roma come privato cittadino. Cesare intuì che era in atto un complotto per catturarlo, per cui si guardò bene dall'obbedire.


"Stando qui inizia la mia rovina.
Venendo là inizia quella degli altri"
[sul Rubicone]
Gaio Giulio Cesare



E concesse la FIDES ai suoi legionari.
Un anello di rame infilato nel dito  anulare per simboleggiare la loro fedeltà.
La Chiesa lo riprese dopo come simbolo di Matrimonio.


In quel periodo era a Ravenna, aspettava responsi alle sue concilianti richieste, sperava in una equa comprensione, per una conclusione pacifica che si potrebbe raggiungere.
Is eo tempora erat Ravennae exspectabatque suis lenissimis postulatis responsa , si qua hominum aequitate res ad otium deduci posset
GIulio Cesare, De Bello Civili


Pronunciando la celebra frase “Alea iacta est “, il dado è tratto, ‪Giulio Cesare‬ il 10 gennaio del 49 a.C. attraversa il ‪Rubicone‬ a capo della XIII legione dando inizio ufficialmente alla guerra civile romana contro il Senato romano.



Scrisse Tito Livio di quel 10 gennaio del 49 a.C.:
“…alla testa di cinquemila uomini e trecento cavalli, Cesare varcò il fiume Rubicone e mosse contro l’universo..” Iniziò così una guerra civile contro Pompeo che si risolse definitivamente solo quattro anni dopo. Ma Cesare, ormai prossimo alla dittatura, alle idi di Marzo del 44 fu ucciso in Senato da una congiura.




SIAMO SICURI CHE CESARE DISSE ALEA IACTA EST?
Oggi è un anniversario importante: nella notte del 10 gennaio del 49 a.C. Cesare passò il Rubicone con l'esercito e si dice che in quel momento pronunciò la frase ALEA IACTA EST. Molto più probabilmente, però, le parole che disse furono ALEA IACTA ESTO. Vediamo che differenza c'è: la voce verbale ESTO, rispetto al più noto EST, è un imperativo futuro e come tale indica un'esortazione, cosa assai plausibile in un momento come quello, in cui, come generale, Cesare doveva incitare i suoi soldati a compiere l'impresa di marciare in armi verso Roma. Plutarco, del resto, nel ricordare l'evento nella Vita di Cesare, usa in greco "anerrìphtho cubos", col significato di "sia lanciato il dado". Questa frase aveva un senso quasi proverbiale ed era normalmente pronunciata da chi si metteva in gioco per un’azione pericolosa, rompendo gli indugi precedenti.




- il 6 aprile del 46 a.C. Giulio Cesare vinceva la battaglia di Tapso.
Dopo aver sconfitto Pompeo a Farsalo nel 48 a.C. Cesare continuò la sua guerra contro il partito pompeiano e nell'aprile del 46 a.C. affrontò in Africa, presso Tapso (odierna Ras Dimas in Tunisia) l'esercito di Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica e del suo alleato, il re Giuba I di Mauretania.
Cesare mise d'assedio la città di Tapso, schierata a favore di Pompeo e del suo partito, e ben presto venne affrontato dal numeroso esercito di Scipione, come descrive bene Appiano (De bellis civilibus, II, 92):
"Non molto tempo dopo è stato riferito che Scipione avanzò con otto legioni di fanti, 20.000 cavalieri (di cui la maggior parte erano africani), un gran numero di truppe leggere, e trenta elefanti; insieme con il re Giuba, che aveva circa 30.000 fanti in aggiunta, reclutati per questa guerra, e 20.000 cavalieri Numidi, oltre ad un gran numero di lancieri e sessanta elefanti. L'esercito di Cesare cominciò ad allarmarsi e un tumulto scoppiò tra i soldati a causa della sconfitta che avevano già sperimentato e della reputazione delle forze che avanzano contro di loro, e in particolare per il numero e il coraggio della cavalleria Numida. Li spaventava anche la guerra con gli elefanti, a cui erano comunque abituati. Ma Bocco, un altro principe della Mauritania, prese Cirta, che fu la capitale del regno di Giuba, e quando la notizia raggiunse Giuba questi ritornò in patria con il suo esercito, lasciando solo trenta dei suoi elefanti con Scipione. Allora gli uomini di Cesare si fecero coraggio a tal punto che la quinta legione pregò di essere mandata contro gli elefanti, e li sconfisse valorosamente. Da quel giorno fino ad oggi questa legione porta l'immagine di un elefante sui suoi vessilli."
La legione che userà l'immagine dell'elefante per identificarsi è la famosa V Legio Gallica o Alaudae (già protagonista delle Guerre Galliche e, dopo la morte di Cesare, con Marco Antonio e Augusto a Filippi, contro i cesaricidi, e nella battaglia di Azio).
Così il 6 aprile 46 a.C, dopo una battaglia lunga e incerta per molti momenti, Cesare ebbe la meglio, riuscendo a mettere in fuga l'esercito nemico ed anche il suo comandante Scipione Nasica. Da questo momento Cesare venne considerato uomo dalla fortuna invincibile e cominciò a essere menzionata "la Fortuna di Cesare" che lo favoriva in ogni battaglia decretandolo vincitore (Appiano, De bellis civilibus, II, 97).
Con questa battaglia Cesare pacificava la regione africana dalla guerra civile.
Negli anni successivi, nel calendario romano, vennero inseriti dei Ludi Caesaris, a ricordo di questa vittoria a Tapso, che si svolgevano in questo giorno, all'interno dei ciclo dei Ludi Megalenses. Così li ricorda Ovidio in un dialogo con un reduce delle legioni di Cesare (Fasti, IV, 377-383):
"Si celebravano giochi, e un vecchio seduto accanto a me che vi assistevo disse: "E' questo il giorno in cui Cesare sulle terre libiche vinse l'infida armata del magnanimo Giuba. Cesare era mio condottiero, e mi glorio di aver militato con lui in qualità di tribuno: fu lui a onorarmi del grado. Io ho guadagnato questo seggio con la guerra, tu con la pace."
Gabriele Romano



Giunto nei pressi di Roma, in quell’estate del 45 a.C., Cesare non entra in città, ma passa i due mesi successivi a Labici, forse per prendere tempo, ben sapendo che molti sono i romani di nobile lignaggio che desiderano la restaurazione degli antichi valori repubblicani, mentre in lui albergano piani diversi. Ma qual è la sua storia? Nato nella Suburra, quartiere popolare, mostra sin da giovane ambizione e coraggio e compie una carriera fulminea sia come militare sia come uomo politico: i successi in Gallia e nella guerra che lo oppone a Pompeo, i provvedimenti a favore del popolo, come le leggi agrarie, e la promozione con incarichi pubblici di uomini di fronte ai quali il senato romano storce il naso (cavalieri, provinciali) gli hanno regalato ampi consensi. C’è poi anche il legame con Cleopatra, regina d’Egitto, che nel 47 gli ha dato – così lei dice – un figlio, detto Cesarione, e a cui il condottiero ha fatto erigere, nel 46, una statua d’oro (un bello schiaffo ai tradizionalisti) nel nuovo foro da lui voluto. Come generale vincitore, ha concesso sempre grandi distribuzioni di denaro ai suoi soldati (seimila denari per i veterani, venticinque volte la paga annua!). E munifico si è mostrato anche con la plebe, sia concedendole denaro sia ribassando gli affitti. Ha da poco fatto entrare in vigore il nuovo calendario solare, con l’anno di 365 giorni, e sta per trasformare Roma con nuove opere pubbliche (il Foro Giulio, il tempio di Venere Genitrice, la nuova Curia, nuovi Rostri, la risistemazione dell’area dei Comizi, i Saepta Iulia per le elezioni) tutte nel centro cittadino, i cui terreni, considerati sacri, sono stati acquistati e rientrano ora nelle proprietà della sua famiglia. Sembra un uomo non destinato al tramonto, eppure già pensa alla sua successione, se, proprio a Labici, prima del rientro a Roma, nomina erede Gaio Ottavio (Ottaviano) con un nuovo testamento, che poi consegna alla Vestale maggiore, perché venga tenuto segreto.
Barry Strauss, La morte di Cesare, Editori Laterza, 2015.




Nell’agosto del 45 a.C., sette mesi prima delle Idi di Marzo, Cesare entra a Milano, dopo essersi incontrato in Gallia con Antonio, Decimo Bruto e Ottaviano. Sul suo carro sta Antonio; dietro di loro, su un altro carro, Decimo Bruto e Ottaviano. Sono diretti a Roma, dove Cesare vuole riportare il trionfo per la vittoria a Munda (Spagna) contro i figli di Pompeo. Chi sono gli uomini che lo accompagnano?
Decimo Bruto, nato nell’81 a.C., è un uomo vigoroso, amante della guerra. Ha combattuto in Gallia con Cesare e goduto del ricco bottino di quella campagna. Nobile di famiglia, dice di discendere da Lucio Giunio Bruto, fondatore della repubblica. Allo scoppio della guerra civile tra Cesare a Pompeo, si schiera col primo ed è l’artefice della presa di Marsiglia. Rimane poi in Gallia come governatore, fino al 45 a.C., mentre Cesare si sposta a oriente per sconfiggere Pompeo.
Antonio, nato nell’83 a.C., è un uomo forte e atletico, che vanta una discendenza da Eracle. Nella guerra contro Pompeo, svolge un ruolo importante a Farsalo (48 a.C.), dove comanda l’ala sinistra dell’esercito di Cesare e insegue i nemici in fuga. Fa anche da agente politico per Cesare, perché, dopo Farsalo, tratta col senato per assegnare a Cesare l’incarico di dittatore per quell’anno. A lui tocca il compito, ritenuto ignobile dai romani, di vendere le proprietà confiscate ai pompeiani: poiché non disdegna di sporcarsi le mani e benché sia pericoloso perché gli uomini di Pompeo sono ancora armati e in libertà, accetta.
Gaio Ottavio (Ottaviano) è il più giovane: ha diciotto anni, ma è già ambizioso e di talento. Sei anni prima, ha pronunciato nel foro l’orazione funebre per la nonna Giulia, sorella di Cesare, e l’anno prima ha partecipato al trionfo di Cesare, seguendo, forse a cavallo, il carro trionfale, un onore che certo indica la stima nutrita da Cesare per lui.





Tu quoque, Brute, fili mi!
"Quando egli fu seduto, i congiurati lo attorniarono come per rendergli omaggio. E subito Tillio Cimbro, che si era assunto il compito di dare il via all'azione, gli si avvicinò come per chiedergli qualcosa, e, quando l'altro fece un cenno di rifiuto rimandando ad altro momento. gli afferrò da entrambe le spalle la toga; poi, mentre Cesare gridava: "ma questa è violenza!", uno dei due Casca lo ferì da dietro un poco sotto la gola. Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo trafisse con uno stilo; ma poi, mentre tentava di dare un balzo, fu bloccato da un'altra ferita. Quando si rese conto di essere da ogni parte preso di mira dalle armi impugnate, si avvolse la toga intorno al capo, mentre con la sinistra ne fece scendere le pieghe sino in fondo ai piedi, per cadere più compostamente con la parte inferiore del corpo anch'essa coperta. E così, fu trafitto da ventitrè ferite, emettendo un solo gemito al primo colpo, senza una parola. Alcuni però, hanno raccontato che, a Bruto che gli si avventava contro, egli disse: "καὶ σύ, τέκνον;" . Ormai spirato, mentre tutti fuggivano qua e là, egli rimase lì a giacere per qualche tempo, finchè, caricato su una lettiga, con il braccio che ne pendeva giù, tre giovani schiavi lo riportarono a casa. E fra tante ferite, a parere del medico Antistio, nessuna fu riscontrata veramente letale, tranne la seconda che aveva ricevuto nel petto".
Gaio Svetonio Tranquillo, De vita Caesarum, Liber Primus, Divus Iulius



« Allorché fu aperto il testamento di Cesare e si scoprì che aveva lasciato a ciascun cittadino romano un dono considerevole in danaro, e la folla vide il suo corpo, che fu portato attraverso il Foro romano, tutto rovinato dai colpi di spada, non seppe più mantenere l'ordine e le disciplina. Il popolo raccolse dalla piazza alcuni banchi, transenne e tavoli, li accatastarono attorno alla salma, poi vi appiccarono il fuoco e la bruciarono con grande rapidità. Presero quindi dal rogo alcuni tizzoni ardenti e corsero verso le case degli assassini di Cesare con lo scopo di bruciarle. »
Plutarco, Vite parallele, Cesare, 68.





"DE GUSTIBUS NON DISPUTANDUM EST"
La nobiltà romana gaudente, attribuivano al piacere della tavola uno dei massimi valori, e ritenevano che i propri gusti fossero i soli da ritenersi “civili”. Plutarco, racconta che Giulio Cesare fu testimone di un episodio avvenuto mentre era governatore della Gallia Cisalpina dal 59 al 55 a.C.; Una sera Cesare ospite insieme ai più stretti collaboratori in una domus milanese del ricco ed influente Valerio Leone. Tra le portate venne servita una pietanza di asparagi conditi con il burro. Ai generali la pietanza non piacque, abituati all’olio d’oliva e non al burro, usato a Roma come condimento, così la indicarono come cibo “barbaro” non adatto al loro palato. All’imbarazzante situazione Cesare, da uomo scaltro e diplomatico, placò gli animi con la frase: “de gustibus non disputandum est” , non si può discutere sui gusti personali; . Con tatto ha aveva fatto capire ai suoi ufficiali, che non si obbietta quando si è ospiti.

ASPARAGI
Si lessano gli asparagi immergendoli per dieci-quindici minuti in acqua salata bollente, dopo aver tagliato via la parte dura ed averli legati a mazzetti. Si scolano, si passano per un attimo in acqua fresca e si depongono, in una teglia imburrata, a strati intramezzati con formaggio grattugiato e burro fuso. Si passano poi in forno ben caldo, finché lo strato superiore non appaia colorito. Si servono caldi.



Giulio Cesare
"Così egli operò e creò, come mai nessun altro mortale prima e dopo di lui, e come operatore e creatore Cesare vive ancora, dopo tanti secoli, nel pensiero delle nazioni, il primo e veramente unico imperatore" 
Th. Mommsen, Storia di Roma antica - Libro V - Cap. XI
http://it.wikipedia.org/wiki/Gaio_Giulio_Cesare


Gaio Giulio Cesare; Roma, 13 luglio 101 a.C. o 12 luglio 100 a.C. – Roma, 15 marzo 44 a.C. è stato un generale, dittatore, oratore e scrittore.....



Giulio Cesare, figlio di Venere e fondatore dell’impero romano, dopo il suo tragico obito fu divinizzato: Divus Iulius divenne il dio dell’impero
Il suo culto scompare quando appare il cristianesimo. Gesù Cristo, figlio di dio ed auctor del cristianesimo, appare subitaneamente insieme al suo culto nel secondo secolo, mentre prima nessuno storico ne documenta la presenza, che rimane tuttora dubbia.
Un personaggio storico senza culto, un culto senza personaggio storico:
un’asimmetria complementare che colpisce
Francesco Carotta http://youtu.be/gvga-98x6Nk



"Tanta era la sua fama di sodomita e di adultero che un consolare suo accanito avversario, Curione padre, potè dire di lui in un pubblico discorso: 
"Egli è marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti" " 
Antonio Spinosa - "Cesare - Il grande giocatore" - Oscar Storia - Mondadori



Cesare sottomise le Gallie, Nicomede sottomise Cesare
(Satrapo della Bitinia Nicomede III)

15 marzo 44 a.C. Sono le idi di marzo quando, non curandosi di una serie di avversi presagi narrati dalla tradizione, Giulio ‪Cesare‬ si reca alla Curia Pompeia.

Mossi dalla volontà di difendere l'ordinamento repubblicano, ma anche da rancore e invidia, sessanta senatori capeggiati da Bruto e Cassio ordiscono una congiura contro il dittatore, che viene colpito da ventitré coltellate.

Prima di morire ai piedi della statua di Pompeo, Cesare rivolge al figlio, coprendosi con la tunica, le celebri parole "Tu quoque, Brute, fili mi!" ("Anche tu Bruto, figlio mio!").



Dato l'interesse che suscita sempre la frase attribuita a Cesare prima di morire, precisiamo che Svetonio e Cassio Dione la riportano in greco: "καὶ σύ, τέκνον;" ("anche tu, figlio?"), poi passata al latino "Tu quoque, Brute, fili mi!" e spesso usata nella versione "Tu quoque" per rimproverare qualcuno in tono di sorpresa amara o rimprovero scherzoso. Per alcuni studiosi, Cesare avrebbe rivolto la frase all'amato Decimo Bruto Albino, suo figlioccio, protetto e addirittura nominato nel testamento dal condottiero; il secondo Bruto presente è il celebre Marco Giunio Bruto, figlio di Servilia Cepione, amante di Cesare stesso. A Marco Giunio Bruto la tradizione attribuisce la altrettanto celebre frase "Sic semper tyrannis", pronunciata anche da John Wilkes Booth subito dopo aver sparato ad Abraham Lincoln.



Morì perché sopravvalutò l'intelligenza politica dei suoi avversari. Lui aveva compreso che la repubblica era finita perché le sue istituzioni cittadine erano incompatibili con il dominio imperiale che Roma aveva fondato. Probabilmente riteneva i suoi avversari abbastanza intelligenti da capire che la sua morte non avrebbe ripristinato la repubblica ma solo provocato una nuova guerra civile. Come infatti avvenne. Ma Bruto e Cassio imbevuti di teorie anti tiranniche di autori greci come Demostene non erano in grado di vedere la situazione con il necessario realismo. Credevano che bastasse uccidere Cesare per riportare Roma ai tempi delle antiche virtù repubblicane.



Stava pianificando un riassetto istituzionale e legislativo, stava preparando una spedizione per sistemare i Parti ad est. Avremmo avuto una Roma diversa



Davanti ai Rostri, nel Foro, fu costruita un'edicola dorata, che riprendeva le forme del tempio di Venere Genitrice. All'interno su di un trofeo venne esposta la toga insanguinata che Cesare indossava al momento dell'assassinio.





Roma, Area sacra di Largo Argentina. Il luogo esatto dove fu assassinato Cesare, alle idi di marzo del 44 a.C.




tutti credono che sia stato assassinato nella curia, ma ignorano che per lavori in quel periodo il senato si riuniva a Largo Argentina





Giulio Cesare fu assassinato nella provvisoria aula del senato che si trovava verso torre argentina; la sede provvisoria fu utilizzata perché a quella ufficiale del senato stavano facendo i lavori.




Cesare venne assassinato davanti alla Curia ma non a quella del Foro Romano bensì davanti alla Curia che Pompeo aveva fatto costruire nel Campo Marzio. Infatti l'assassinio avvenne proprio sotto la statua di Pompeo che si trovava davanti alla sua Curia. Poco tempo fa il posto indicato nella foto è stato identificato come il più probabile per il fatto di sangue sulla base della localizzazione del Tempio della Fortuna e della Statio Acquarum. Tra l'altro tra i reperti al centro della piazza sono ancora visibili i resti dei Portici di Pompeo che aveva fatto costruire, insieme al teatro, nell'ambito della monumentalizzazione della zona. Il corpo di Cesare venne poi portato nel foro ed arso sotto le sostruzioni del Tempio del Divo Giulio ancora visibili davanti alle quali Marco Antonio tenne l'orazione funebre romanzata da Shekespeare...












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