mercoledì 13 giugno 2018

Zolla. Uscite dal mondo. Una mente decisa a farsi trasferire in un computer, potrà pianificare un futuro rifornimento di informazioni che sostituisca l'apporto normale tramite i sensi. Potrà istituire una serie di cabine di intercettazione, situate anche a grandi distanze l'una dall'altra, perfino nel cosmo. Potrebbe allestirle in modo che la colleghino a tutte le onde , anche ai raggi ultravioletti e oltrasuoni, se mai ambisse ad acquisire le percezioni dei pipistrelli o dei gufi. Questa estensione illimitata delle informazioni farebbe evolvere la mente in modi inediti e imprevedibili. Tale era il fine dello sciamano.

Vivere è assorbire luce. Si guardino le verdure negli orti. Prima di verdeggiare erano celate, virtuali, nel seme. E che cosa rende seme un duro e ruvido granello? Che cosa rende seme il seme? Il bisogno di luce, il quale, per poco, che possa, esplode fuori da quella scorza. Il seme è un bisogno di luce, la verdura è quel bisogno che si appaga. Mangiando le verdure, cuocendole e distillandole nello stomaco, l'animale ne estrae un' essenza che assimila a se stesso, sicchè al colmo dell'intera cottura e distillazione, esse diventano parte dell'animale che vede la luce, diventano visioni di luce.
Elemire Zolla


ELEMIRE ZOLLA - La verità è uno specchio - RARO '97
- Il filo d'oro - Werner Weick documentario

Doriano Fasoli:
All’inizio degli anni Sessanta Elémire Zolla pubblicò quest’opera grandiosa, che è rimasta unica per la sua concezione e la sua vastità. Insieme raccolta di testi mirabili e spesso ignoti e interpretazione di tutta l’esperienza mistica dell’Occidente, essa ci appare come una summa di quel pensiero che ebbe nel Logos o nel Cristo il suo asse. Ed è un percorso dalle sterminate ramificazioni, che va dalle dottrine misteriche pagane sino a quelle dei Padri della Chiesa, dal rigore dei primi ordini monastici fino alla passione francescana e alle folgorazioni dei grandi mistici dell’età moderna, da Juan de la Cruz a Jean-Pierre de Caussade. Sono figure e pagine che non si possono attraversare senza mutare prospettiva sul passato della nostra civiltà.



Io sono è la puntura di spillo o la stretta di chele dello scorpione da cui tutto nasce, attenzione a quel primario dolore! Che si superi l’io sono, e la libertà potrà inondare; è un punto simile al punto geometrico, non occupa spazio, ma determina ogni costruzione spaziale: si disciolga, si cancelli.
Elémire Zolla, Le tre vie.


Dove fuggire, dove trovar scampo dalla miseria della vita moderna?
Nelle città d'Europa si entrava in una chiesa; nell'austera penombra, dove tremolavano le candele, nello stagnante sentore di incensi, lo smarrito fuggiasco dal presente, ritornava a un passato mantenuto intatto, realtà alternativa e parallela a fianco della vita quotidiana.
Elémire Zolla, "Uscite dal mondo"

"Uscire dallo spazio che su di noi hanno incurvato secoli e secoli è l'atto più bello che si possa compiere. Quasi nemmeno ci rendiamo conto delle nostre tacite obbedienze e automatiche sottomissioni, ma ce le possono scoprire, dandoci un orrore salutare, i momenti di spassionata osservazione, quando scatta il dono di chiaroveggenza e libertà e per l'istante si è padroni, il destino sta svelato allo sguardo. Per mantenersi in questo stato occorre non avere interessi da difendere, paure da sedare, bisogni da soddisfare; si raccolgono i dati, si dispongono nell'ordine opportuno e, al di là dei recinti dove si sta rinchiusi, si spalanca l'immensa distesa del possibile".
Elemire Zolla, Uscite dal mondo

Pericolo dei pericoli é restare affascinati, ossessionati, posseduti; conferiti a un altrui destino e morti al nostro. Culmine dell'ingiustizia é la rapina psichica... Lo schianto di un torto o la potenza di un inganno o il dolore di una percossa, aprono le porte alla forza psichica altrui, che ci cattura e trasforma in larve. Allora é la massima sventura, quando abdichiamo al nostro per ammirare, amare, seguire, accecati, il destino e la volontà di chi ci abbia piegato e stregato, contenti di non essere, di non aver più diritto a niente... Si é precipitati nella schiavitù... Non ha destino né diritto lo schiavo; non può più ascoltare e seguire, dicevano i Romani, il suo genio.
Elémire Zolla, Uscite dal mondo

L'esistenza comune e quotidiana deve subire l'irruzione dell'entusiasmo, che sovverte i sentimenti e nell'entusiasta immette i germi del Cristo eversore, gettandolo a distruggere con furia la vita qual é, per ricostruire tutto secondo princìpi nuovissimi.
Elémire Zolla, Uscite dal mondo


«Alle sciagure che hanno gravato da sempre sulla vita dell’uomo, la morte, la malattia, la vecchiaia, la fame, s’è aggiunta in questo secolo una disgrazia meno vistosa ma forse proprio per questo più disperante: la riduzione dell’uomo a strumento passivo di accorte manipolazioni. Le dittature hanno tentato di plasmare artificiosamente i giovani, la tecnica dell’imbottimento dei crani ha tentato di spegnere nelle masse ogni spontaneità, ma ora la nuova tecnica pubblicitaria e in particolare la pubblicità subliminale, si sono imposte in modo indiscreto e letale»
E. ZOLLA, Gli arcani del potere
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“Un archetipo è ciò che aduna in un insieme una pluralità di oggetti, coordinandoli a certi sentimenti e pensieri. Il contatto con un archetipo non si può esprimere nel linguaggio ordinario, esige esclamativi e idiotismi, comporta una certa eccitazione. Quando una mente feriale sfiori un archetipo, smarrisce il suo instabile equilibrio e cade nella disperazione. Può capitare all’improvviso: scatta l’amore durante una recita galante, scoppia la furia nell’occasione più futile, cala la disperazione quando l’ambizione è soddisfatta, il dovere compiuto, l’affetto di tutti assicurato … Una vita del tutto sensata e disciplinata è un’utopia: crede di poter ignorare gli archetipi. L’uomo ha bisogno di assiomi per la mente e di estasi per la psiche come ha bisogno di cibo per il corpo: estasi e assiomi possono provenire solo dal mondo degli archetipi. Né bastano estasi lievi, brividi modesti: la psiche cerca la pienezza del panico. L’uomo vuole periodicamente smarrirsi nella foresta degli archetipi. Lo fa quando sogna, ma i sogni non bastano. Deve sparire da sveglio, rapìto da un archetipo in pieno giorno”
Elémire Zolla, Archetipi

Un archetipo colpisce tutti, almeno una volta nella vita, nella forma di un evento o di una sequela, di un atto unico di poche battute, e si trascorre il resto della esistenza reiterandolo, incantati: dannati ad una infinita monotonia. E' quasi impossibile trovare un controcanto, escogitare un trauma che ne liberi, perché, qualunque cosa gli succeda, l'ossesso si industria a farla rientrare nella sua ossessione.
Elémire Zolla, Archetipi

L'Occidentale ha represso la metafisica totemica come ha negato ogni rispetto alchemico alla natura apparentemente inanimata... La bestia non ha diritti e che differenza c'é tra un idiota ed una bestia? ... Ma ora va nascendo dalla perversione dell’Occidente, distruttore di animali, di idioti, di selvaggi e di santi, di foreste e di mondi sotterranei, una terra nuova sotto nuovi cieli: una distesa di scorie sotto caligini di fetore. O meraviglioso contrappasso! Lucifero con la gola serrata, sequestrato nell'immondezzaio! L'adoratore del fuoco, l'Uomo umano è ora umano sino alla fusione coi suoi rifiuti... I cieli delle sue contrade non gli può spiacere che incombano velati da grigi nugoli densi di zolfo ed ammoniache, piuttosto che cerulei e percorsi da cirri". Elémire Zolla, Le meraviglie della natura



Per l’europeo in viaggio per altri continenti il partito preso del disprezzo fu l’unica alternativa al mito del buon selvaggio. L’indigeno che avesse un re era servo della tirannide; se sottomesso a una teocrazia,andava punito per la sua superstizione; se viveva democraticamente,mostrava di essere un fanciullo inetto,una vittima del suo disordine; se preferiva un oligarchia,era esempio di abiezione e di oscurantismo. Si sapeva sempre come comportarsi: erano animaleschi i popoli sani,disgustosi i malati,della gente ignuda ci si scandalizzava,dell’abbigliata si rideva per compassione. [...]
I bramini impararono a celare la loro metafisica,che faceva sembrare un gioco per principianti la filosofia europea;la loro grammatica,che comprendeva tutto quanto faticosamente la linguistica europea è venuta “scoprendo” in questo secolo. I medici incaici dovevano usare di soppiatto la penicillina,prima che gli europei la “scoprissero”. Che i cinesi non avessero usato a fini bellici la polvere da sparo era segno della loro inferiorità. Ha fatto forse in tempo la cultura europea a sterminare tutto ciò che poteva sopravviverle? Quale popolo non è stato privato del suo spirito,quale non ribalbetta le parole d’ordine dell’europa suicida?
Elèmire Zolla, Tratto da "Verità segrete esposte in evidenza".



L'uomo massificato non metterà mai in dubbio il parere dell'esperto tutelato da una posizione burocratica.
Elémire Zolla, Gli arcani del potere

«In Italia si levano oggi proteste contro l’insegnamento del latino imposto anche a chi non debba diventare latinista. Orbene, questo è in perfetta armonia con la tendenza dei tempi, la quale però vuole altro ancora: oltre al latino si abolisca l’italiano, perfettamente sostituibile con il particolare italiano richiesto dalla qualifica lavorativa: il gergo tecnico, la corrispondenza commerciale (che d’altra parte si svolge sempre più con cifrari), la tecnica pubblicitaria».
Elémire Zolla, Eclissi dell’intellettuale

Beh io ebbi una fortuna, che credo abbastanza rara. Dei genitori incredibilmente distratti, non si apprendevano a me, cioè non avevano l’impressione di dover ricavare qualcosa da me o di dovermi instillare qualcosa, non mi facevano insegnamenti come in genere i genitori ritengono di dovere fare.
Elémire Zolla

Dove fuggire, dove trovar scampo dalla miseria della vita moderna? Nelle città d'Europa si entrava in una chiesa; nell'austera penombra, dove tremolavano le candele, nello stagnante sentore di incensi, lo smarrito fuggiasco dal presente, ritornava a un passato mantenuto intatto, realtà alternativa e parallela a fianco della vita quotidiana.
Elémire Zolla, "Uscite dal mondo"

Io non sono attratto dalle persone che si allontanano dalla realtà. Sono i pazzi a allontanarsi dalla realtà. A me interessano le persone che riescono a mettersi fuori dal gioco degli interessi. Del proprio interesse, dell’interesse altrui, del servizio agli altri o del servizio a sé stessi, come che sia. Che riescono a uscire da questa capsula di leggi nella quale tutti sono contenuti, e riescono a fare un respiro in un’aria purissima, nell’aria della loro libertà.
Elémire Zolla, registrazioni televisive mai pubblicate, risalenti al 1996 e 1997, raccolte insieme ad altre nel film «Extraritratti. Elémire Zolla»
realizzato da Antonello Colimberti per RaiSat.


I modelli di società futura sono fondati sulla ideologia del progresso costante e della espansione economica e gli unici modelli alternativi sono custoditi in esempi viventi nei popoli risparmiati dalla industrializzazione.
Soltanto gli indigeni possono fornire all'America l'esempio di una vita che non sfrutti la natura come una nemica da offendere e piegare, mostrare un modello di armonia senza competizione.
Elémire Zolla, "Verità segrete esposte in evidenza"


L’industriale è stato forse il primo uomo nella storia a preferire il brutto al bello.
Dove ha steso la mano, ha distrutto l’arte. Il suo occhio non è soltanto ottuso, ma anche malefico.
Dove l’industria è padrona, l’arte è distrutta e vige l’avanguardia. Se all’industriale si parla di cultura, c’è pericolo che se ne occupi. Aprirà un “reparto” dove “esperti” curino la “produzione” della cultura. Posso testimoniare: gl’industriali enunciano tali programmi senza ridere. Come esperti, l’industriale non saprà mai scegliersi se non coloro che gli ispirano fiducia, cioè mostrino di saper ricavare un profitto dall’arte e dalla cultura.
Elèmire Zolla, da "Verità segrete esposte in evidenza".



L’oggettività in sé e per sé è un’ubbìa. 
La sede dell’osservatore seleziona e conforma il reale. 
La fede è la sostanza che ci compone e la natura quale ci appare. 
Allucinazione collettiva e percezione della realtà sono la stessa cosa. 
La fede, sostanza di cui siamo fatti, è deliberata allucinazione… la vita, nella fortuna o nella sciagura, è una palestra nella quale allenarsi alla cognizione e al superamento degli antipodi.
Elemire Zolla, Uscite dal mondo

PERSONALITÀ DISTURBATE: L'INDUSTRIALE
Il lamento dei poeti e dei dotti non commosse nessuno, quando le fabbriche imbruttirono i paesaggi e lo spirito che aveva spinto ad erigerle contaminò le menti. "Che profitti producono i poeti e i dotti?" domandò l'industriale? "Come può essere vero ciò che non rende, non serve a niente?".
Elémire Zolla, "Verità segrete esposte in evidenza"

Già in epoca illuministica l'industria crea nuove masse sradicando il popolo dalle campagne.
Le merci industriali, sostituendosi ai prodotti artigianali, impongono la loro ideologia.
La merce industriale é essenzialmente riproducibile, non ha niente di unico, di insostituibile.
Non ha anima e abitua a concepire il mondo come cosa senza anima.
Elémire Zolla, "Verità segrete esposte in evidenza"

Poco importa che l'industriale sia un libero imprenditore o un funzionario statale.
La sua mente rimane ugualmente deforme.
Elémire Zolla, "Verità segrete esposte in evidenza"

I modelli di società futura sono fondati sulla ideologia del progresso costante e della espansione economica e gli unici modelli alternativi sono custoditi in esempi viventi nei popoli risparmiati dalla industrializzazione.
Soltanto gli indigeni possono fornire all'America l'esempio di una vita che non sfrutti la natura come una nemica da offendere e piegare, mostrare un modello di armonia senza competizione.
Elémire Zolla, "Verità segrete esposte in evidenza"

L'uomo massificato non metterà mai in dubbio il parere dell'esperto tutelato da una posizione burocratica.
Elémire Zolla, Gli arcani del potere

Gli affetti da ossessione cercheranno di trasferirla, almeno in parte, su chi è sano.
Cominceranno a deviare lo sguardo sugli oggetti della loro ossessione, a domandare quali effetti suscitano, e se la risposta ottenuta non è isterica, mostreranno meraviglia, notando che se non si é succubi della propria ossessione, lo si sarà di ossessioni altrui, inevitabilmente.
Elémire Zolla, Gli arcani del potere
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Oramai il silenzio in é diventato come l'acqua per il beduino, il cibo per l'affamato: una ossessione.
Chi protesta viene accusato di ipersensibilità fanatica.
Si trova come un individuo sano che voglia salvarsi e salvare da una fuga di gas, in mezzo a lebbrosi dal naso consumato, i quali scuotono le spalle ai suoi allarmi.
Elémire Zolla, Gli arcani del potere


L’opera d’arte, al pari dei titoli di credito, surroga la moneta, e anzi chi la possiede sfugge all’inflazione. Il mercante è colui che segue le emissioni di questi titoli come il borghese non potrebbe; ma il mercante, come il banchiere, non segue soltanto, ma controlla, decide il valore delle emissioni: gli emittenti devono sapere di poterle collocare presso di lui ed egli fa pagare questa collaborazione. Come i finanzieri maggiori formano, pur nella reciproca concorrenza, un cartello, così i mercanti d’arte, distribuendosi esclusive su firme ed epoche, decidono i prezzi e controllano gli aspiranti alla mercatura, la cui ammissione può avvenire soltanto per cooptazione.
A questo punto la prova dell’arte non è il piacere e la conoscenza che ne emanano, bensì il fatto che possa circolare sul mercato.…
In una società dove si sapesse ciò che si ama e si vuole, la dominazione dei cartelli finanziari non si potrebbe impiantare. Ma per avere una retta idea di ciò che si ama e si vuole occorre possedere un idea dell’essere e dei suoi gradi; una metafisica, anche se non discorsiva. Così nell’arte: se si avesse una retta idea del bello, il mercante d’arte sarebbe giudicato un’aberrazione e l’avanguardia uno scherzo di carnevale”.
“Verità segrete esposte in evidenza” di Elémire Zolla



“Almeno due volte al giorno ognuno di noi conosce l’esperienza metafisica: al momento del risveglio e quando ci si assopisce. L’esperienza metafisica è il momento di comunione col tutto, quando l’individuo dimentica la propria biografia, le illusioni della storia, della propria stessa identità, della propria decadenza, e partecipa del respiro universale. Rintracciare l’archetipo significa impadronirsi dei ritmi che sottintendono l’esperienza umana, la politica, la poesia… svelare il rapporto tra soggetto e oggetto, tra conoscente e conosciuto ”, tra noi e l'altro-da-noi...
Elemire Zolla, “Archetipi”


«Alle nove di mattina sono zarathustriano: alle dieci buddhista: alle undici taoista: alle dodici induista: alle tredici calvinista: alle quattordici sciamano: alle quindici islamico sunnita: alle sedici sufi; e quando il sole tramonta, divento cattolico, una beghina di Napoli o di Torino».
Elémire Zolla

La mente è un albero i cui rami sono i cinque sensi:
le fronde abbondanti sono il desiderio, i frutti l'angoscia.
Con l'ascia, la parola del sommo maestro, lo si taglia e Kanha dice:
l'albero non ricresce.
L'albero cresce dall'acqua di peccato e di virtù, ma il saggio ligio al maestro lo taglia.
Chi non conosce il segreto del taglio, scivolando e cascando, folle, lo scambia per l'esistenza.
Il vuoto è l'albero, il cielo è l'ascia, abbatti l'albero,
non rimarranno nè radici nè rami.
Elémire Zolla, Le tre vie



La mente è senza tregua attiva, simile ad un fuso svolge una tela di pensieri, immagini, sensazioni, la tela scorre dinanzi all’attenzione per cadere quindi nel nulla. Si spreca così costantemente la sostanza della mente, la quale da questa emorragia è illanguidita e come assopita. Se si ferma il flusso, al contrario, a poco a poco, la forza torna a irraggiare, si acquistano potenze insospettate. […] Ogni volta si tronchi una curiosità, un desiderio che non abbiano di mira la quiete, o si schiacci un’ossessione incipiente, ecco si è nutrita la potenza della mente. La sensazione di frescura, di vigore è immediata. […] Tra tutti i frutti sarà una compassione per i profani che vivono in modo materiale e impuro gli archetipi. Si è udito il diapason, i piaceri comuni appaiono stonati. È come l’ascolto di certe campane tibetane così fuse e forgiate da dare, percosse, una limpidissima serie di armoniche che getta nell’estasi; ogni musica in seguito vale nella misura in cui si accosti a quella scala. […] sarebbe impossibile, salvo l’oblio di questa grazia, scambiare un povero dovere sociale per il bene. Anzi, si sa ormai che l’unico criterio possibile del bene sociale sarebbe questo: che favorisca chi desideri vivere orientato a questo centro; si diffonde pace anche materiale in un corpo sociale così illuminato e orientato e vi fioriscono arti magnifiche e austere.
Elemire Zolla, Il satanismo




Elèmire Zolla, Radicare la bellezza al di là della bellezza,
in Gli arcani del potere.
Più non si parla di crescita ciclica, norma d’ogni naturale trasformazione delle forme artistiche bensì di attualità, progresso ed evoluzione lineare, che è un moto, inesistente in natura e immaginario nella storia. Ugualmente le materie predilette cesseranno presto di essere la pietra e il legno, il respiro non sarà più il metro del verso poetico e i ritmi in genere non coincideranno con quelli fisiologici, come accade in natura per la crescita di cristalli e piante. Si useranno materie sinistre come il ferro o l’acciaio legati simbolicamente alla morte e incapaci di cementare tra loro i mattoni composti di terra e fuoco. La pura coesività verrà presentata come un valore in sé e bitumi e altre materie maledette formeranno asfalti. L’aria sarà sulfurea nelle città rette dal disordine o da una simmetrica meccanica, nota in antico come un tipico connotato demoniaco. Le opere che andranno a decorare questo agglomerato non potranno che essere oggetti destinati a deridere e confondere il ricordo di ornamenti ispirati al ramo, alla foglia, alle curve del corpo. Chi volesse dar voce ai simboli della modernità urbana: dalle lamiere contorte alle superfici bucherellate, udrebbe appunto la risata satanica che irride alla bellezza rimossa.
Elèmire Zolla, Radicare la bellezza al di là della bellezza, in Gli arcani del potere


Nelle civiltà tradizionali la fantasticheria era sconosciuta o condannata, la mente era ammutolita dal lavoro fisico o dalla preghiera. Il pensiero si avvaleva di immagini, sì, ma non ne era mai vittima. La perfezione aboliva persino il sogno: «I saggi dell'antichità, vegliando, si scordavano se stessi. Quando dormivano non sognavano" scrisse Lie-tseu.
Elémire Zolla, "Storia del fantasticare"


“Esistono luoghi dove si è condannati a fantasticare: la catena di montaggio, il colombario burocratico, la sala d’attesa, la prigione, ogni radunanza dove manchi la passione spirituale o l’esercizio dei muscoli se non della mente.
Allorché comparvero le catene di montaggio si osò congetturare che gli operai addetti (o, che è lo stesso, coloro che sorvegliano i quadranti delle fabbriche automatiche o i guidatori al volante su un’autostrada), una volta perfettamente allenati alle loro manovre meccaniche, avrebbero avuto la mente del tutto sgombra per pensare. In verità alla catena di montaggio e in altrettali frangenti l’uomo può soltanto fantasticare.
La differenza tra fantasticheria e pensiero, sia pure un pensiero riccamente nutrito di fantasia, è manifesta: basta il colpo d’occhio su due opposte figure: l’uomo che fantastica seduto in un’anticamera con il piede o la mano che tradiscono nei loro movimenti automatici e nervosi il lavorio dell’immaginazione, e, di contro, l’uomo che medita e contempla, assorto senza alcun gesto o contrazione.”
Elémire Zolla, Storia del fantasticare


PERSONALITÀ DISTURBATE: L'INDUSTRIALE.
L’industriale è stato forse il primo uomo nella storia a preferire il brutto al bello. Dove ha steso la mano, ha distrutto l’arte. Il suo occhio non è soltanto ottuso, ma anche malefico. Dove l’industria è padrona, l’arte è distrutta e vige l’avanguardia. Se all’industriale si parla di cultura, c’è pericolo che se ne occupi. Aprirà un “reparto” dove “esperti” curino la “produzione” della cultura. Posso testimoniare: gl’industriali enunciano tali programmi senza ridere. Come esperti, l’industriale non saprà mai scegliersi se non coloro che gli ispirano fiducia, cioè mostrino di saper ricavare un profitto dall’arte e dalla cultura.
Elèmire Zolla, da "Verità segrete esposte in evidenza".

Quando le fabbriche imbruttirono i paesaggi e lo spirito che aveva spinto a erigerle contaminò le menti, il lamento dei poeti e dei dotti non commosse nessuno. Che profitto producono i poeti e i dotti? Domandò l’industriale. Come può essere vero ciò che non rende,non serve a niente? Insiste. Egli era infatti il figlio spirituale di quei filosofi che uguagliarono sapere e potenza politica. Poco importa che l’industriale sia un libero imprenditore o un funzionario statale, la sua mente rimane uguale deforme. Dal suo mondo sono sbandite la contemplazione e dunque l’arte, il pensiero, ogni studio disinteressato. A sentir parlare di contemplazione, guarda incredulo e per quanto s’ingegni non riesce a immaginare che cosa sia; è difficile capire se in lui prevalga allora l’odio o il disprezzo. Il tempo libero egli desidera che si ammazzi, crea anzi l’industria della distrazione. Ma che l’uomo contempli, che abbia come fine di contemplare e consideri l’azione un sacrificio, questo per lui è il male. Infatti, l’umanità che tenesse fermo come proprio fine il guardare alle cose con letizia, non saprebbe che farsene di buona parte delle merci che l’industriale osa offrirle. E soprattutto non proverebbe ne rispetto ne invidia per lui. Non vorrebbe sconciate le campagne e i borghi, rilutterebbe ad abbandonare i campi. Non lavorerebbe più del necessario, non accetterebbe potendo lavori non contemplabili. L’industriale ha dovuto torturare per sottometterli i popoli savi e fieri: gli indigeni d’America, gli Africani, gli Indù, e anche quegli inglesi che, nel primo ‘800, disperati, gli incendiavano le prime fabbriche.
Elèmire Zolla. "Verità segrete esposte in evidenza"

Già in epoca illuministica l'industria crea nuove masse sradicando il popolo dalle campagne. Le merci industriali, sostituendosi ai prodotti artigianali, impongono la loro ideologia. La merce industriale é essenzialmente riproducibile, non ha niente di unico, di insostituibile. Non ha anima e abitua a concepire il mondo come cosa senza anima.
Elémire Zolla, "Verità segrete esposte in evidenza"



Pochi sanno che l'uomo vale per ciò che non fa, per le cose trascurabili che sa scartare, per gli accadimenti dai quali sa distogliere lo sguardo, per i bisogni che sa estinguere.
Si fa una statua asportando il marmo superfluo dal blocco, si diventa schietti e pronti levando di mezzo le abitudini dannose, gli impedimenti; alla stessa stregua: si impara a far attenzione togliendo di mezzo le informazioni di nessun conto.
Elémire Zolla


La verità dimora presso i deboli perchè la ragione è superflua al forte, ma è l'unica forza dell'oppresso, che dall'oppressione è costretto a forgiarsi con ogni cura quella sua unica arma. Chi geme sotto un'oppressione alimenta con sudore e sangue la pianta della conoscenza; per il potente la conoscenza è oggetto di disprezzo o di curiosità o di ornamento, solo la vittima ne ha fame e bisogno.
Elèmire Zolla, Gli arcani del potere - Elzeviri 1960-2000- Martirio e potenza.


Elèmire Zolla. "Verità segrete esposte in evidenza".
Ha fatto forse in tempo la cultura europea a sterminare tutto ciò che poteva sopravviverle?
Quale popolo non è stato privato del suo spirito,quale non ribalbetta le parole d’ordine dell’europa suicida? In quel che resta di scuole europee,occidentali si insegna ancora,per poco,una storia che abbraccia appena le vicende del mondo antico mediterraneo e la conseguente storia dell’Europa; un angolo assai male illuminato nel buio che copre la vita dell’umanità. Si insegna la letteratura di quello spicchio di storia,la sua musica,le sue arti figurative,e quelle dell’altra storia e dei popoli diversi,se si considerano, si giudicano per qualcosa di simile,di dipendente. Chi ha mai osato,anche in pieno romanticismo, rovesciare i termini,giudicare non soltanto la cultura indù dal punto di vista di un Indù incontaminato, ma la stessa civiltà europea quale può apparirgli? Chi guarda alla letteratura bianca innamorato di ritmi più sottili e di simbologie più complesse? Chi vorrà ascoltare la musica occidentale con un orecchio che prediliga altri toni,scale non temperate e intervalli ben più brevi o con la sensibilità di chi sa gustare gli undici ritmi sovrapposti di certi danzatori americani? E soprattutto: non ammetta una musica salvo parli di esperienze estatiche e di archetipi metafisici?
Questo spaesamento totale e redentore è pur possibile. Ed esso soltanto consentirà di rivisitare e riamare ciò che di sublime cela la tradizione dell’occidente.
Una viva cattedrale, più complessa della stessa Chartres,ci accoglie se entriamo nel mondo di assoluta precisione e di trascendenza spalancato alla nostra mente da un Griaule,e cito a caso dalla pleiade di opere che compongono una nuova,diversa arte,di fronte alla quale la letteratura puramente letteraria impallidisce. La filosofia che può spiegarla,sostituirsi al pensiero sia illuministico che romantico,è esposta,nuova e immemorabile,nell’opera di un sapiente di villaggio come Nisargadatta Maharaj: basterebbero infatti a educare un uomo rinnovato pochi autori,una manciata di cibo integro è sufficiente. Per chi adotti una filosofia sincretica,il contrasto fra illuminismo e romanticismo è uno sgradevole ricordo,l’avanguardia un incubo d’infanzia da scordare senza perdere un attimo di tempo.
Elèmire Zolla.
Tratto da "Verità segrete esposte in evidenza".


Dove fuggire, dove trovar scampo dalla miseria della vita moderna? Nelle città d'Europa si entrava in una chiesa; nell'austera penombra, dove tremolavano le candele, nello stagnante sentore di incensi, lo smarrito fuggiasco dal presente, ritornava a un passato mantenuto intatto, realtà alternativa e parallela a fianco della vita quotidiana.
Elémire Zolla, "Uscite dal mondo"


"Bisognava visitarli sotto la pioggia battente, i duomi gotici: si destavano allora in vita i loro doccioni a forma di draghi, ne brillavano allora gli smalti colorati e, intasandosi, i loro condotti muggivano: ululavano le fauci di pietra, barrivano sputando i getti dell'acqua di vita. Bisognava udirle, le cattedrali. Anche alla scultura e alla pittura di molti popoli "primitivi" si deve porgere orecchio. I draghi con lingua penzoloni, che emettono dalla bocca piante, catene, nastri, li troviamo dalla Colombia britannica all'Oceania, fin sulle pareti della cattedrale di Fermo. Vanno ascoltati, come vanno ascoltate le silenziose facce dei Maori e d'altri, tatuate di consimili motivi. Rappresentano l'urlo primordiale, il Verbo creatore, il vagito del cosmo. Stanno cioè dicendo: la realtà in ultima analisi è ondulatoria, ogni cosa si definisce dalla sua vibrazione specifica, cioè dal suo ritmo animatore; l'essenza delle cose è la loro musica: il musicista, specie il tamburino, la coglie e la riproduce, dunque tutto nasce, ha origine dal suono ed è in ultima analisi timbro e ritmo"
Elémire Zolla


Chao-chou domandò una volta a Nan-chian:
«Che cos'è il dao?». Nan-chian rispose: «È la mente ordinaria».
«Dovremmo sforzarci di raggiungerlo o no?» «Se ti sforzi di raggiungerlo, te ne allontani.»
Chao-chou continuò: «Se non ci sforziamo in tal senso, come facciamo a dire che cos'è?».
Nan-chian rispose: «Il dao non appartiene a conoscere-non conoscere, conoscere è illudersi, non conoscere è starsene nell'ignoranza. Se davvero vuoi attingere il conoscere senza dubbi, arrivi a un gran vuoto, vasto senza confini. Ebbene, come fa a esserci giusto e sbagliato nel dao?».
A queste parole, Nan-chian restò improvvisamente illuminato.
In Elémire Zolla LA FILOSOFIA PERENNE L'incontro fra le tradizioni d'Oriente e d'Occidente


Elémire Zolla, Le Tre Vie.
Quando (la liberazione) è turbata e si disperde negli oggetti molteplici, si chiama mente; quando è persuasa d’una sua intuizione, si chiama intelligenza; quando, stoltamente,si identifica con una persona,si chiama io;quando, invece d’indagare in maniera coerente, si frammenta in una miriade di pensieri vaganti, si chiama coscienza individuale; quando il movimento della coscienza, trascurando l’agente, si protende al frutto dell’azione, si chiama fatalità;quando si attiene all’idea “L’ho già visto prima” in rapporto a qualcosa di veduto o non veduto,si chiama memoria; quando gli affetti di cose godute in passato persistono nel campo della coscienza anche se non si scorgono,si chiama latenza inconscia; quando è consapevole che la molteplicità è illusoria, si chiama sapienza; quando, in direzione opposta, si oblia nelle fantasie, si chiama mente impura;quando si trattiene nell’io con le sensazioni, si chiama sensibilità; quando rimane non manifestata entro l’essere cosmico, si chiama natura; quando suscita confusioni fra realtà e apparenza, si chiama illusione; quando si discioglie nell’infinito, si chiama liberazione; pensa “sono legato” e c’è l’asservimento, pensa “sono libero” e c’è la liberta”.
Yogavasistharamayana, da Elémire Zolla: Le Tre Vie. Adelphi



Le azioni si manifestano nostro tramite; una volta che si sia persuasi di non averne responsabilità, di non esserne i padri, il primo soffio di liberazione ci può investire.Bisognerà rimuovere ogni nome e ogni forma, ogni parola e ogni immagine e si sarà fuori della stretta. L'io sono o esistenza è il principio del mondo; c'è la possibilità di esserne i testimoni, è come essere testimoni del sonno profondo. Soltanto da questa condizione suprema si saprà capire come il mondo della veglia e i sogni non differiscano se non perché del sogno ho prova che è inesistente non appena mi desto, mentre nella realtà di veglia m'incaponisco a investire la mia capacità di fede. Finché ci si ritiene degli individui, si è condannati a morire; una volta spersonalizzati, identificati con io sono, la morte perde ogni realtà. Ma io sono è esso stesso un'illusione. la prima e primaria illusione, che i Veda chiamano « uovo cosmico », perché in essa tutto è contenuto; soltanto nel sonno profondo la si dimentica.L'attenzione è l'ultima illusione, al di là di essa c'è la consapevolezza del sonno profondo: una volta raggiunto questo vertice, si è liberati. Si cessa di ripetere « sono questo » o «sono quello », di farsi coinvolgere dalla coscienza. lo sono è la puntura di spillo o la stretta di chele dello scorpione da cui tutto nasce, attenzione a quel primario dolore! Che si superi l'io sono, e la libertà potrà inondare; è un punto simile al punto geometrico, non occupa spazio, ma determina ogni costruzione spaziale: si disciolga, si cancelli. Come? Tornando innanzitutto fanciulli: «Prima della comprensione io sono, c'è Balakrsna, l'ignoranza infantile. Più tardi essa comprende se stessa - quella è conoscenza. La conoscenza cancella l'ignoranza, Balakrsna. In questo stato di krsna, il Signore Krsna espose la conoscenza e dopo si fuse nel suo stato originale, l'Assoluto ».
Elémire Zolla, da LE TRE VIE


«In Occidente ci si illude che un “individuo concreto” esista aldilà della combinazione di tratti tipici che lo definisce. L’educazione buddista, viceversa, già nella sua fase elementare, allena a spezzare questo inganno: la persona non esiste se non come un labile aggregato di caratteri tipici. […] Ciò che
denominiamo un oggetto, è un insieme di impressioni costellate, raccolte in un’unità dall’archetipo dominante sul momento, che al momento conferisce la sua relativa unità. […] I fatti sono ombre degli archetipi, dei sogni fondamentali; gli eventi del mondo concreto sono riflessi di alternanze nel mondo
archetipale».
E. ZOLLA, Archetipi


La saggezza, in greco - sophia -, rappresenta il legame fra l’Unità Divina e gli archetipi ideali della Creazione. Certi teologi russi hanno ravvisato in Santa Sofia la Quarta Persona di Dio. Come esperienza di vita, in tutta la storia del cristianesimo, dai primi gnostici ai recenti sofianisti russi, Sofia rappresenta lo struggente desiderio di una pace e di una grazia oltremondane, simile, secondo il tradizionale paragone degli gnostici, all’indefinibile nostalgia provata dal figlio di un re che vive, ignaro delle sue origini, in povertà. Teologicamente Sofia è lo specchio di Dio e, nel contempo, lo specchio della pura consapevolezza per gli uomini. Essa è femmina in rapporto a Dio, ma androgino in rapporto all’umanità. Vladimir Solovev, il grande sofianista russo dell’Ottocento che evocò Sofia come sfida allo Spirito dell’Umanità del pensiero positivista, vedeva la mascolinità di Sofia manifestarsi in Gesù e la sua femminilità in Maria.
L’immagine di Sofia compare a Novgorod nel Mille, ma può forse provenire da Bisanzio. Il suo aspetto infuocato deriva forse dalle descrizioni dell’Arcangelo Purpureo della Suprema Illuminazione contenute negli scritti dei neoplatonici persiani. Nella mano sinistra tiene il caduceo e con la mano destra si stringe al seno una pergamena contenente i segreti esoterici. Alla sua destra è la Vergine incinta del Bambino, alla sua sinistra san Giovanni Battista. Questi due assistenti, i due canali che trasmettono la sua influenza al livello della effettiva manifestazione, sottolineano entrambi la trascendenza delle divisioni sessuali."
E. Zolla


In verità ogni forma è vuota, e se sul vuoto si medita il mondo esterno scomparirà, si cesserà di credere sia al niente sia al perenne e di conseguenza saremo irrorati di luce purissima. Si chiudano via via le porte dei sensi, si cessi di vedere, udire, odorare, sentire al tatto, si elimini infine la mente che apre le porte dei sensi e si accederà allo stato spontaneo, al di qua di speranze, desideri e timori, alla fonte originaria dei tragici giochi di cui sono parte gli dèi. Saremo simili all'oceano che si arriccia e si scuote alla superficie così come le commozioni ci assaltano e ci dominano di momento in momento. È proprio l'oceano l'immagine del nesso primordiale fra l'io e il mondo esterno, dal quale le illusioni emergono come i marosi. Il sapiente è simile a una bella che si adorna: non lasci entrare nel cuore ombra di vanità, nel segreto del cuore rimanga incredulo, distaccato di fronte ai fenomeni che gli ballano attorno. Credo che questa metafora femminile sia tra le più squisite a descrivere lo stato illuminato. La geometria fa scaturire tutte le forme, a partire dalla linea, fuori dal punto inesteso. Ma che cos'è un punto che non occupi nemmeno uno spazio infinitesimo? Un'idea pura. Analogo è il fondamento da cui il buddhismo fa scaturire la conoscenza: lo stato - dice Ma gcig - che «trascende ogni considerazione oggettiva», inimmaginabile e inesprimibile. Per attingerlo lei esorta a non attaccarsi ai concetti, a persuadersi che tutto è simbolo, che l'unico paragone adeguato del mondo mentale è con le correnti che solcano l'oceano profondo: solo a questa condizione saremo liberi dalle dominazioni diaboliche, meditando sul fatto che non esiste alcun oggetto su cui meditare. Occorre sottomettere il flusso dei pensieri, convincersi che la realtà non è mai nata, che non si deve cercare né fare nulla, né sperare né temere. Per attingere la propria natura originaria, si stronchi l'orgoglio e doni innumerevoli affluiranno, l'aggressività sparirà d'incanto e cesseremo di ondeggiare tra male e bene. Siamo assaliti da dubbi sulla nostra condotta? Basta rammentare che è inutile distinguere il soggetto dagli oggetti: tutto ha la nostra stessa natura, nulla ci può essere estraneo. A questa riva conduce lo dzog chen. E quanto eccezionale è che vi sia giunta una donna, un essere umano cui le illusioni non certo difettano. Poiché gli attaccamenti sono la fonte primaria di ogni illusione, praticare il bene generosamente è l'antidoto efficace. Ma che sia un merito è bene dimenticarlo, estirparlo dalla coscienza. Si viva come le fiere nella selva, come gli alberi, come i sassi. Dimentichiamo di avere concetti e anche di avere il concetto di non averne, solleviamoci dal vincolo di causa ed effetto. Si sia come il cielo e si affondi nella consapevolezza che tutto è cielo.
Lassù, più in alto del paradiso, «Corriere della Sera», 19 settembre 1995, in Gli arcani del potere di Elémire Zolla



I maestri di vita spirituale insegnano a entrare con passo marziale nei propri spazi interiori, corazzati e armati, come dice una loro metafora preferita. Raccomandano di appostarsi dove i pensieri e le immagini, i nomi e le forme emergono nella nostra mente, e non appena si profilano, affrontarli, sbarrare loro il passo, chiedere conto delle loro intenzioni. Perché vogliono visitarci? Se daremo ascolto ai maestri e ci metteremo di fazione dentro di noi, impareremo cose insospettate, incredibili sul nostro conto. I pensieri e le immagini vaganti non sono casuali come un pulviscolo psichico caotico e gratuito. Proviamo a sorvegliarli: ci accorgiamo che proprio quelli che intendono ossessionarci, si mimetizzano, cambiano d'aspetto, svaporano per ricomporsi subito, si insinuano nel dormiveglia una volta che li abbiamo espulsi da svegli. L'asceta diventa padrone dei suoi pensieri ma la signoria interiore è minacciata di continuo. Come se uno stratega maligno manovrasse immagini e pensieri in libertà, facendoli saltare in testa di punto in bianco, cogliendo i momenti di stanchezza o sonnolenza per piantarli dentro, facendone delle ossessioni.[…] Poiché la vigilanza perpetua è ardua, le tradizioni insegnano ad agevolarla con digiuni e diete che rendano calmi e lucidi, con meditazioni e preghiere che rianimino alla battaglia. I mistici cristiani trovano nella Bibbia le loro similitudini, parlano d'infrangere i pensieri nomadi contro la rupe della volontà come i bambini dei Gebusei fracassati contro le mura di Gerusalemme. O consigliano di trattarli come i gendarmi trattano i vagabondi o i doganieri i viaggiatori sospetti. In India ci sono scuole in cui si praticano altre strategie. Il buddhismo insegna a porre attenzione senza intervenire, lasciando che immagini e pensieri scorrano senza identificarcisi. Maniere non aspre e forse più efficaci. La via per abbandonare lucidamente la presa si chiama mahamudra-. «il grande gesto».[…]Bhagwan Rajneesh la illustra assai bene nell'opera Tantra (Bompiani), che è un commento al famoso poemetto Mahamudra del maestro tibetano Tilopa. L'eretico guru indiano sa esporre con maestria anche i metodi ascetici duri, ma se mostra di preferire la via del tantra è perché l'asprezza ascetica è interminabile e delude tante volte.[…] Per immaginare il bene, occorre ritagliarselo sullo sfondo del male, perché l'inconscio pensa sempre l'opposto di ciò che si elabora consciamente. Ogni norma si profila dall'ombra della trasgressione. Ciò che reclama in noi i contrasti furibondi di bene e male, insegna Rajneesh, non è il cuore ma il rigido, disumano cervello. Proviamo a spostare il pensiero nel cuore, a sentirci esistere lì, adunati al nostro battito caldo, disteso, affabile. Una compassione benevola ci guida meglio d'un codice. Piuttosto che rigidi, crudeli aut aut, vediamo di emanare ritmi cullanti, indulgenti, obliosi. Il cuore ci insegnerà infinite cose che il cervello ignora. Dietro l'uomo cupo, risoluto, rabbioso scorgerà immediatamente il bimbo smarrito. Il cuore accoglie come il ventre materno, riceve, ospita e lascia scorrer via. Tendere alla via di mezzo raccomandata dal Buddha è la sua natura. Se il cervello giudica, s'infatua e corre agli estremi, il cuore è amorevole e moderato. […]Il cervello esige formule, proclami, lo eccita lo scherno, la risata cupa e soddisfatta. Il cuore sorride. Quando incontra il dolore, il cervello s'irrigidisce. Il cuore rassegnato, guada il dolore, lascia che si stenda sugli occhi un velo di pianto. Il cervello investe in dignità, il cuore è spontaneo. L'uno è superbo, l'altro incurante. L'uno pretende di essere astuto, infallibile; l'altro lascia riaffiorare le antiche memorie del sangue, sa che al momento della prova, ragionare non serve a nulla, che tutto si decide all'istante, che i piani troppo perfetti li butta all'aria un granello di polvere. Al cuore non importa niente della figura che fa dinanzi a sé o agli altri. Sa che il buffone è sempre presente a dire la sua. Il cervello se ne indigna. Il cuore crede al destino. Quando il cervello vuole intervenire nella vita interiore, dà ordini ma crea schiavi e questi coveranno rivolte. Una volta perseguitati, i pensieri si agguerriranno. Il tantrika ha l'occhio sfocato, vagante, lo sguardo del folle. Non aspira a nulla né si vincola. Sa che ogni legame è fonte di falsità e dolore. Soltanto la consapevolezza del cuore che non si aggrappa a un pensiero respingendo l'opposto e vive nell'interstizio fra i pensieri, è davvero libera. Vuota, non ha timore del vuoto e da lei ogni formula cade via. Il tantra che rifiuta la presa, accoglie gli opposti e accettandoli li trascende è il Grande Gesto che aiuta a divenire un testimone divino del mondo. Piccolo è invece il gesto di chi antagonizza il male e combattendolo si aggrappa a ciò che di volta in volta gli sembra bene.[…] Il tantrika incastra la vita; accetta gli opposti. Infatti l'odio non è che un altro aspetto dell'amore e l'ira della compassione, e la divisione è tutta opera del cervello che divide, reprime, condanna questo e approva ed esalta quell'altro. Il tantrika vive col cuore, sta nell'unità che tutto abbraccia.
Dice Naropa:
«Chi si aggrappa alla / mente, / non vede la verità / oltre la mente. /
Chi si sforza di praticare la / Legge / Non trova la verità che sta / Oltre la prassi. /
Per conoscere ciò che sta / Oltre la mente e la prassi, / bisogna tagliare di netto la / radice della mente / e, / dimettere ogni distinzione, / restando nudi, abbandonati».
Elemire Zolla, Parla il cuore se tace il cervello, «Corriere della Sera», 16 gennaio 1981



Quasi tutti passano la vita intera vedendo attorno null'altro che un suolo miserando e inerte, la vita quotidiana strumentale, irretita nelle categorie vuote, recintata in ogni minimo aspetto… Eppure qualcuno fa eccezione. Rarissimo, isolato nell'interiorità, sa affondare fino alle sue iniziali memorie, rivive quei lembi remoti ed annebbiati, talvolta ne ricontempla lo splendore.
Elemire Zolla


Uscire dallo spazio che su di noi hanno incurvato secoli e secoli è l'atto più bello che si possa compiere.
Elémire Zolla


L'unità di tempo è l'intervallo, la cesura fra gli scatti minimi concepibili, che è indivisibile:
entrando in essa si trova l'eterno. Se si riesce a incunearsi nell'intervallo fra le fitte del dolore, non si prova più niente. È la continuità che duole, che incatena nel tempo. Il ferito sente la trafittura e crolla soltanto quando comincia a connettere. Nella meditazione profonda e sotto anestetico la continuità si spezza e i punti sconnessi non infliggono sofferenza, essendo punti, unità e l'Uno non conosce squilibrio o pena. Il dolore è il nesso, la specularità dei momenti dolorosi e l'atroce aspettativa simmetrica che ne nasce, la duplicazione d'ogni trafittura ripete il dolore dell'inizio del tempo, il sacrificio cosmogonico dell'Unità all'estensione.
Elémire Zolla


Concediti a dosi minime, con garbo distaccato, sii irremovibile nel vietare che l’armonia, la compattezza del tuo essere vengano scioccamente violate.
Scruta il fondo dell’anima, intercetta i principi che reggono le cose, cogli le spinte di germogli verso la luce.
Vede rettamente soltanto colui che sappia rendersi impersonale e quieto, così come l’acqua può rispecchiare soltanto se è immobile, senza turbamento. Una coscienza tranquilla sviluppa l’arte del distacco; non si identifica con quell’ammasso di impressioni casuali che distraggono la mente.
Per ingannare si mette in moto un sistema di parole sradicate, attenendosi alla regola che vieta di pronunciare l’unica parola chiarificatrice, cioè di svelare lo scopo occulto al quale si tende.
A parte la storia della parola, il suo uso attuale è talmente fluttuante che essa è diventata uno di quei recipienti che proprio per essere vuoti o di contenuto mutevolissimo si prestano a una particolare forma di frode: un motto, un vocabolo ripetuto nella misura della sua perdita di significato
diventa un polo d’attrazione per tutto ciò che si agiti confusamente, inconsciamente, stoltamente nell’uomo; tanto più attira quanto meno è salda alla psiche o attenta alla ragione.
Le frasi possono essere sovvertite nel loro ordine per ottenere un risultato piuttosto che un altro.
Il vago, l’incoerente, cioè questa idea di movimento che non si sa dove conduca, da dove si parta, viene riempita dalle proiezioni personali di ciascun individuo. L’insieme delle proiezioni private verrà socializzato generando una nevrosi di proliferazione all’infinito dell’incoerenza.
Elémire Zolla


Il Grande Imambara, apice della architettura Moghul, fu concepito perché una carestia affliggeva le masse: le impiegarono e la depressione economica sparì.
"Come fece Rooswelt", dissi ad una amica americana, che mi liquidò di rimando:
"Sì. Da noi, nella Carolina Settentrionale, fecero costruire cessi a decine di migliaia".
Elémire Zolla, "Le tre vie"


Il meraviglioso complesso di "Bara Imambara"si trova a Lucknow. Bara significa grande, e un imambara è un santuario o compex costruito da Asaf-ud-Daula, Nawab di Lucknow, nel 1784.
Effettivamente la Bara Imambara è la traduzione di Grande residenza per grande Re, ovvero uno degli ultimi nababbi.
Gli obiettivi di Asaf-ud-Daula nell'armamento su questo grandioso progetto era di offrire occupazione per le persone nella regione per quasi un decennio mentre la fame perdurava.
Bara Imambara è una delle costruzioni ad arco più grandi del mondo nel suo genere: è interessante notare che non ci sono travi che sorreggono il soffitto, inoltre presenta delle proprietà foniche particolari. [...] La costruzione è immensa, la cui particolarità degna di attenzione è il "labirinto" con 1024 vie diverse, costruito per scelte strutturali e di difesa. Il Bhool-Bhooliya è una raccolta di labirinti fantastici. Questo è stato costruito per il divertimento della donna di Nawab con cui ha giocato a nascondino nei vicoli bui. Si prega di non inserire questo posto senza una guida o si può essere perso.

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Una mente decisa a farsi trasferire in un computer, potrà pianificare un futuro rifornimento di informazioni che sostituisca l'apporto normale tramite i sensi.
Potrà istituire una serie di cabine di intercettazione, situate anche a grandi distanze l'una dall'altra, perfino nel cosmo.
Potrebbe allestirle in modo che la colleghino a tutte le onde , anche ai raggi ultravioletti e oltrasuoni, se mai ambisse ad acquisire le percezioni dei pipistrelli o dei gufi.
Questa estensione illimitata delle informazioni farebbe evolvere la mente in modi inediti e imprevedibili.
Tale era il fine dello sciamano.
Elémire Zolla, "Uscite dal mondo"



Elémire Zolla e Cristina Campo.
[La dedizione – Cristina Campo, Elémire Zolla]
“La conobbi a Roma, nel 1958; si stabilì uno strano rapporto tra me e lei.
In realtà ci si sentì perfettamente uniti, ma si finse di non esserlo.
Le nostre letture erano diverse, in certo modo contrastanti,
si diede per scontato che ci dividessero spazi mentali vastissimi.
Poi ci si guardò con serietà maggiore,
si lasciarono cadere le suggestioni che ci separavano.“

“Ho avuto solo qualche colloquio umano con Elémire […].
Non posso dire molto di lui, ma […] mi sembra di poter rischiare
– puntare molto su quest’uomo, intendo […].
Credo di averlo incontrato al momento giusto –
sulla via di ritorno al mio centro, dopo due anni di viaggio (necessari).
Ma Z[olla] di viaggi non ha avuto bisogno: aveva l’attenzione. […]
La sua intransigenza è un miracolo che mi basta;
è il solo che non abbia ceduto,
che l’ipnosi del costume non abbia mai attaccato.
(E non ha fede, ch’io sappia,
né altra dottrina che non sia il culto della verità.)”

(Pare che l’amore non raffreni mai la sua ansia smodata.)
Zolla lasciò la moglie e andò a vivere da solo
per poter vedere Cristina senza segretezza alcuna.
Tuttavia, quando Elémire si riammalò di tisi,
lei si prese cura di lui, lo portò a casa;
«gli salvò la vita», scrisse Pietro Citati.
[Non sempre il sole offusca come un sacco di crine.]

Nondimeno, la loro vita in comune
fu sempre segnata dall’estrema fragilità della salute di entrambi;
Cristina Campo aveva una malformazione al cuore che le condizionò l’intera esistenza.
Le sue lettere indugiano sulle sventure fisiche di entrambi;
sulle guerre affrontate dai loro corpi; sui giorni (sui mesi) di reclusione (bui e dolorosi),
passati sotto il pungolo della sofferenza, nel regno della malattia;
ma pur rivelano la dedizione che l’uno aveva nei confronti dell’altro,
e il sostegno, l’abnegazione, l’attenzione costanti.

Per Zolla incontrare Cristina fu conoscere profondamente la cura ricevuta in amore
(la migliore virtù terapeutica). Accanto a Zolla, lei – così poco avvezza alle mediazioni
– imparò che si poteva accettare, l’uno dell’altro, la parte sconosciuta, fanciullesca, ferita.
La parte tenebrosa che chiede solo d’esser liberata!

Dalle lettere della scrittrice affiorano manifestamente
non solo devozione e affetto,
ma pur pura lode nei confronti dell’amato.
“Di E[lémire] posso [dire] che oltre ad un’abbagliante intelligenza
– di gran lunga la più notevole che abbia incontrato nella nostra generazione –
possiede qualche cosa di ancor più raro nella stessa:
un alto e indefettibile stile morale.”

Elogio e stima assolutamente ricambiati da Zolla.
Qualcuno ricorda che un giorno
mentre Elémire cercava di dire (ad un amico) la definizione dello stile di Cristina,
si fermò e disse: “La definizione è: perfetto.
Cristina è lo stilista più importante di questo mezzo secolo italiano”.

[Una cornice favolistica o da tardo romanticismo pare contornare questo amore;
presumibilmente la relazione non fu così indefettibile: la realtà ineluttabilmente travaglia gli amori. Tuttavia, l’intenzione era di porre l’accento sulla dedizione quale modalità etica del relazionarsi.
Un ritorno sic et simpliciter al donarsi; ché dedizione è dono, per l’appunto.
Sacrificio del sé, gratuità del gesto affettivo;
oblazione allo stato puro?, sì, se l’offerta d’amore e l’ardore dedizionale
sono senza ombra di scambio interessato, senza attesa di contropartita.
Poter lasciar riaffiorare, attraverso loro, l’essenza felice e drammatica del dono d’amore;
ma pur riabilitare il concetto di offerta del sé,
quale forma alternativa da contrapporre al difetto egoistico
che l’umana esperienza delle relazioni portano alla luce,
in questo tempo radicalmente impuro, d’individualismo estremo.]




Elémire Zolla.
"Così la sua mente senza strutture divorava il mondo intero
Ho conosciuto Elémire Zolla a Torino, nel 1946, quando avevo sedici anni. Lui ne aveva venti. Abitava a via Pesaro 2 (o 8), uno dei luoghi più tetri di Torino, che soltanto Carlo Fruttero, nella Donna della domenica, ha saputo descrivere con precisione.

A sinistra c'era l'alta scarpata della ferrovia Torino-Milano, con lunghi e uggiosi fischi di treni: a destra un desolato deposito di tram.

Tutto era squallido, nebbioso, silenzioso: un «luogo extra-giurisdizionale», come avrebbe detto Giorgio Caproni a proposito delle solitudini meno atroci della Liguria interiore. In apparenza, non c' era nessuna luce - o luce che si potesse vedere con gli occhi del corpo. Scendevo dal tram, facevo pochi passi, e salivo all'ultimo piano, dove Elémire (il nome gli veniva da élémir Bourges, un letterato francese del secondo Ottocento, venerato dal padre) mi attendeva.

Era disteso sul letto - i damaschi e i mobili della stanza, vagamente orientali, ricordavano un poco la cabina del Corsaro Nero -, con un libro aperto sulle ginocchia. Era il suo gesto. Mi guardava con meravigliosi occhi folgoranti, freddi, ironici, pieni di tolleranza, con cui conosceva senza giudicare, perché il suo sguardo andava al di là del giudizio. Non so bene perché mi accogliesse volentieri. Lui aveva già letto moltissimi libri: io non sapevo niente, non capivo niente, ero un ragazzo stolido e desideroso di letteratura. Forse ci avvicinò il dono di ridere: sebbene la mia capacità di riso fosse tutta umana, psicologica, e la sua, fin da allora, fosse quella dei grandi angeli dalle ali colorate e ripiegate, che guardano, non sappiamo perché, verso la terra. Fin da allora Elémire Zolla mi affascinò, come affascinò molti altri, giovani e anziani: una strana fascinazione, composta insieme di distanza spirituale, di disprezzo ironico, di una dolcezza quasi indifesa, e di quel diamante compatto, che stava nascosto profondissimamente dentro di lui. Parlava benissimo, con una voce calma, e improvvise impennature scherzose: alludeva a cose lontane e sconosciute; come mi parlò sempre, fino a quando, venti anni fa, ci siamo perduti. Allora, non mi chiesi mai cosa ci fosse dietro quello sguardo scintillante e quella parola persuasiva. Non parlava mai di sé: perché, come dice l' aforisma, «on ne parle jamais de soi sans perte». Fingeva di non possedere un io: per tutta la nostra amicizia, durata quasi quarant' anni, non mi fece mai una sola confessione (o soltanto una). La casa era triste: credo che anche la sua infanzia e adolescenza fossero state tristi. Nella casa si intravedeva di rado il viso candido del padre (un buon pittore post-impressionista), più spesso il volto chiuso, sofferente, gli occhi chiusi, la bocca chiusa della madre inglese, pianista, che non diceva quasi una parola in italiano. Zolla aveva passato i primi anni a Londra e a Parigi, spostandosi secondo i capricci del padre. Per il bambino, quella vita vagabonda era stata una specie di Paradiso Terrestre. «Poi, di colpo, un giorno orrendo - scrisse nel 1960 - mi portarono a vivere, stavolta definitivamente, a Torino, un giorno della guerra di Etiopia. Ricordo l' uscita dalla stazione: mi trovavo in una città dove tutto procedeva tetramente a rilento, dove a ogni passo s' incrociavano uomini in divise stravaganti e per giunta armati, e dove una frotta di marmocchi, vestiti da soldati, muniti di moschetti, comminavano indrappellati, al comando di uomini pallidi, isterici, bestemmianti». Ci furono probabilmente altri dolori, che intuisco in modo vago, e dei quali non mi disse mai nulla. *** Già allora leggeva molto: con una voracità che ingoiava Occidente e Oriente, romanzi e poesia, filosofia e religione. Avrebbe sempre continuato a leggere moltissimo, giungendo prima degli altri a scoprire autori nuovi o dimenticati. Leggeva in modo singolare: me ne accorsi molti anni dopo, quando venne a trovarmi nella mia casa di campagna. Era giunto senza libri, con la sua bisaccia da vagabondo. Puntò sulla mia biblioteca come un cane da tartufi; prese negli scaffali Lucano, Macrobio, Mallarmé: in pochi giorni li lesse interamente, lasciandomi pieno di furore: i libri avevano perso la rilegatura, erano stazzonati, pieni di segni a penna, di numeri, di linguette. Non cercava di penetrare un testo, e di riprodurlo nella sua mente. Come Benedetto Croce, si appropriava di tesori sparsi da aggiungere alle intuizioni che abitavano già il suo spirito. Lo seguivo a passi lenti, incapace di quella velocità da angelo e da uccello, rubandogli ora un' idea, ora una frase, ora un autore, ora una inclinazione spirituale. Imparai molto da lui, sebbene fossimo così diversi. Vedendoci spesso, a Torino e a Roma, non mi accorsi di quanto rapidamente mutasse. Ci sono stati, io credo, dieci o dodici Elémire Zolla, quasi completamente diversi l' uno dall' altro. «Alle nove di mattina - diceva, con una frase che gli rubai - sono zarathustriano: alle dieci buddhista: alle undici taoista: alle dodici induista: alle tredici calvinista: alle quattordici sciamano: alle quindici islamico sunnita: alle sedici sufi; e quando il sole tramonta, divento cattolico, una beghina di Napoli o di Torino». Giocava con tutte le forme della mente e dello spirito, trasformandosi senza fine. Non era legato a nessuna tradizione esclusiva e a nessuna dottrina, nemmeno alle proprie. Era sempre a lato di sé stesso, o altrove, e questo gioco gli procurava una grande velocità e ilarità intellettuale, che scintillava in quegli occhi senza fondo. Qualche volta, la sua mente era passiva: l' ombra di questo o di quello scrittore; Laozi o Angela da Foligno o Pascal o Emily Dickinson o san Giovanni della Croce o Adorno o Guénon o Marius Schneider; sembrava che la compattezza e la coesione dello spirito gli interessassero poco, o li giudicasse irrilevanti. Aveva una mente vasta, piena di recessi e di labirinti, ma non formata. La forma gli mancava: intendo l' unità intellettuale e psicologica, l' architettura dei sentimenti e dei pensieri, il rigore delle linee e dei volumi spirituali. Così non ha mai saputo scrivere con eleganza e precisione: scrisse con esattezza solo durante alcuni anni, quando la mano esatta di Cristina Campo diede un ordine interiore ed esteriore alla sua mente. Come Italo Calvino (sebbene per ragioni completamente diverse), non conosceva gli altri. Il mondo, per lui, era un enigma, che lo faceva soffrire: sbagliava giudizi; l' amica che credeva fidata era la peggiore delle nemiche, il servo nel quale scorgeva un erede l' avrebbe tradito per molto meno di trenta monete. Qualche volta, la confusa, minacciosa, indistinta realtà diventava per lui uno spettacolo di illusioni e di buffonerie, come è il mondo per il monaco che lo guarda dalle montagne del Tibet. Questo mondo teatrale gli piaceva. Il riso, talvolta il ghigno esilarante, lo proteggeva. E, allora, la penetrazione della sua mente diventava acutissima: gettava sguardi rapidi e balenanti sulla realtà; ne traeva ritratti e sentenze, che nessuno avrebbe dimenticato. In quel momento tutto, anche la donna amata, diventava spettacolo. Nel fondo, era impenetrabile. C' era un territorio della sua anima, dove non giunse mai nessuno: né amici né donne amate. Sebbene fosse soggetto a molte influenze, tutte si arrestavano davanti ad una porta sempre chiusa. Non saprei dire cosa ci fosse dietro quella porta: credo un diamante gelido, risplendente, indifferente, leggero, che non consegnò mai a nessuno. *** Intorno al 1957, venne a Roma, abbandonando per sempre i treni e i tram di Torino, e quel rigore geometrico, che non gli assomigliava. Fu la grande liberazione. Aveva poco danaro. Viveva, in una stanza di via del Babuino, con gli assegni delle collaborazioni allo Spettatore italiano e a Tempo presente, che in quegli anni, soprattutto per merito suo e di un singolare anglo-argentino, Juan Rodolfo Wilcock, diventò una rivista eccellente. Elena Croce, Elsa Morante, Alberto Moravia, Carla e Giovanni Macchia, Mario Praz lo accolsero con affetto. Anche essi erano affascinati da quegli sguardi alteri e misteriosi, da quei pensieri stravaganti, dal coraggio di percorrere sentieri mai tracciati, almeno in Italia. Come i suoi giovani allievi all' Università si divertivano a parlare con lui, a giocare con le parole, e a perdersi in luoghi di cui nessuno possedeva le chiavi. Vennero, presto, gli anni della condanna. A Zolla il gesto della condanna riusciva benissimo: l' occhio sulfureo, il tratto ispirato, la parola mordente, la frase senza appello; metà papa medioevale metà Baron Corvo. Non sempre aveva ragione. Non sempre le accuse erano giuste: non erano giuste, soprattutto, le nuove scelte - mediocri cialtroni mistici, falsi medici alchimisti. Credo che Zolla condannasse soprattutto per noia: leggeva altri libri, cambiava, si trasformava, seguiva nuove strade e respingeva coloro che gli ricordavano le sue vecchie incarnazioni. Non si amava affatto, quando si scorgeva riprodotto, immobile, in una persona. Forse non era generoso verso gli altri: ma è così attraente, quando si è giovani, giudicare, disprezzare, assumere i gesti del Cristo nel giorno del Giudizio. Vennero poi gli anni del dolore. Zolla fu riassalito dalla vecchia tisi: fu sul punto di morire. Lo ricordo fuggiasco e sconvolto. Vittoria Guerrini (che i lettori italiani conoscono col nome di Cristina Campo) gli salvò la vita: gli trovò un medico, lo fece operare, lo curò, lo nutrì, con una appassionata venerazione quotidiana. Malgrado la propria malattia, si sacrificava per lui: lo pettinava, lo profumava, metteva aromi nella sua stanza, eliminava i dolori, gli dava ogni giorno centocinquanta grammi di carne cruda (che egli aborriva) dissimulata nel limone, nel burro e nelle sardine. Era la prima volta, credo, che Zolla conosceva la dedizione, e pensò che vivere fosse un dono possibile e piacevole. Così cominciò la loro esistenza comune. Dapprima sulle due opposte rive del Tevere, divisi dai boati che ogni domenica prorompevano dal Foro Italico: poi in due stanze della Pensione Sant' Anselmo, dove Cristina Campo abitava una camera nitida come quella di Emily Dickinson e Zolla il covo di un gatto disordinato; infine in un bell' appartamento sulla piazza Sant' Anselmo, con finestre da cui si vedevano gli alberi dorati dall' autunno, bambini che correvano su piccole biciclette rosse, e i monaci della grande abbazia, dalla quale entrambi (anche lui, che apparteneva a tutte e a nessuna religione) si sentivano protetti, Erano molto dissimili. Mentre Cristina Campo era dominata da un nitido e crudele senso della forma, che ricordava gli artisti toscani del Quattrocento, la mente di Zolla non possedeva forma né architettura. Era uno spirito di fuga. Lei correggeva i suoi libri: lui li rifaceva, aggiungeva qui una divagazione, là un nuovo inizio, e lei scherzando si dichiarava disperata. L' amore li avvicinò a metà strada. Sebbene Cristina Campo adorasse lo strano anglo-franco-italiano dagli occhi splendenti, la sua passione più profonda andava a un terribile rivale, il Cristo. Zolla non sapeva né poteva concedersi totalmente: c' era sempre un limite, una barriera, dietro la quale si rifugiava senza saperlo e volerlo. In quegli anni entrambi combattevano la riforma liturgica del Concilio Vaticano e di Paolo VI, difendendo il Canto Gregoriano e i vecchi riti. Curavano amorosamente una grande tradizione religiosa, che rischiava di essere gettata via, nel cesto di rifiuti della storia. Monache ribelli o smonacate venivano a trovare Cristina Campo. Parlavano fittamente, forse complottavano. Ho sempre immaginato che un giorno, attraverso gallerie e cunicoli segreti, alla testa del suo piccolo esercito di suore, Cristina Campo sarebbe giunta nel cuore di San Pietro. Come una antica sacerdotessa guerriera, avrebbe sconfitto gli svizzeri, detronizzato Paolo VI, deportandolo nei monti vicino a Subiaco. Sul soglio pontificio sarebbe salito Elémire I. Mi sarebbe piaciuto moltissimo scorgerlo affacciato alla finestra del palazzo pontificio, parlare urbi et orbi in greco e in latino, con la nobiltà di gesto che egli solo possedeva. Prima di essere rovesciato da una congiura, avrebbe imposto un cattolicesimo alchemico-taoista-buddhista: non troppo diverso dal cattolicesimo esoterico, professato nel tardo sedicesimo secolo dal cardinale Alessandro Farnese e dalla sua corte. L' amore tra Cristina Campo e Zolla era intenso e arduo. Non so chi abbia detto che Zolla fu un "mostro". Non lo fu affatto. Negli ultimi anni di vita, quando la sua ricerca mistica giunse all' estremo, grandioso disastro (Cristo non rispondeva, i riti non davano quiete), Cristina Campo raggiunse una profondità che prima non aveva toccato. Non aveva mai scritto testi belli come Sensi soprannaturali, così remoto dalla scrittura leggera e fragile dei suoi inizi fiorentini. Ma diventò una cattolica fanatica: scrisse la prefazione a un libro di Simone Weil, alla quale doveva quasi tutte le sue ispirazioni, condannandola con la violenza spietata dell' Inquisitrice. Ora, Zolla non fu mai fanatico: mentre difendeva le tradizioni cattoliche, si riservava la libertà di perdersi nel corpo vivente di tutte le religioni. La morte di Cristina Campo fu, per Zolla, un dolore grandissimo. Mi telefonò all' alba del 10 gennaio 1977. Accorsi a Piazza Sant' Anselmo. Cristina aveva il viso contratto e sconvolto dai dolori dell' agonia. Lui era impietrito. Il giorno dopo, mi chiese di andare da un notaio di Roma: qualche anno prima, entrambi (non erano sposati) si erano promessi a vicenda di lasciarsi i pochi beni che possedevano: i libri, qualche mobile, qualche quadro, manoscritti. Quando parlai col notaio, seppi che lui aveva mantenuto la promessa: lei no; aveva ceduto al peso della parentela, che si impadronì delle sue poche cose e disperse scritti e lettere. Zolla non si scomponeva mai: ma, quando apprese questa notizia, una smorfia di dolore decompose il suo viso. Si sentiva tradito oltre la morte. Aveva perduto il suo pegno simbolico. Possedeva uno straordinario dono di metamorfosi e di resurrezione. Dopo la morte di Cristina Campo, cacciato o autoesiliato dall' appartamento che abitava con lei, andò a vivere in un sottoscala della pensione Sant' Anselmo: pochissimi libri (li ingoiava come il veggente dell' Apocalisse), pochissimi mobili, tre gatti all' aperto, dietro una rete metallica. Non era mai stato così scintillante, lieto e ispirato: un grande buffone mistico, sola reincarnazione che conobbi in occidente, di un monaco tibetano. Amava vivere così, senza casa, senza passioni, senza donne, senza libri, col suo sacco di vagabondo e di mendicante. Scorgeva molte idee insieme, con i suoi rapidissimi scorci analogici: lampi di saggezza e di ironia. Anche la parola ironia mi sembra fuori luogo, davanti a quella fusione di saggezza, arroganza, umiltà, leggerezza, indifferenza. Sembrava insieme Milarepa e Lewis Carroll. La sua libertà non durò a lungo. Conobbe un altro giogo, sul quale non ho notizie. Anch' io fui condannato, come prima per qualche mese o qualche giorno a causa di peccati lievi: questa volta, per sempre. O forse non fui condannato affatto: egli si annoiò di me, dopo tanti anni di amicizia, come si annoiava spesso di paesaggi, persone, cose e libri. Andò a vivere a Montepulciano. Non lo vidi più. Forse la condanna non fu mai abolita: forse fu dimenticata; a che giovava ormai, verso la fine dell' esistenza, giudicare e disprezzare? Da Montepulciano mi giungevano, ogni tanto, lievi soffi, leggere ventate di benevolenza, delle quali gli sono grato."
Repubblica-PIETRO CITATI-11 agosto 2002

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