lunedì 1 agosto 2016

David Forster Wallace. Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: - Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? - I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: - Che cavolo è l’acqua?


"Domenica - Il Sole 24 ore", 20 ottobre 2013 (Remo Bodei)
<<Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: - Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? - I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: - Che cavolo è l’acqua?>>. Il senso di questa storiella raccontata ai suoi studenti nel 2005 dallo scrittore americano David Forster Wallace è che le cose più importanti, onnipresenti e che dovrebbero essere ovvie si ignorano o si fraintendono.

L’ignoranza più diffusa e deleteria è proprio quella che considera inutile non solo la ricerca e il sapere disinteressato, sia in campo umanistico che scientifico, ma le istituzioni che lo incarnano (come le biblioteche, gli archivi o i musei). Al pari dei due giovani pesci, commenta Nuccio Ordine, siamo spesso scarsamente coscienti del fatto che «la letteratura e i saperi umanistici, che la cultura e l’istruzione costituiscono il liquido amniotico ideale in cui le idee di democrazia, di libertà, di giustizia, di laicità, di uguaglianza, di diritto alla critica, di tolleranza, di solidarietà, di bene comune, possono trovare un vigoroso sviluppo». Del resto, anche sul piano della crescita individuale, «utile è ciò che ci aiuta a diventare migliori».

In appendice al libro è riportato lo straordinario testo dell’educatore americano Abraham Flexner, uno dei fondatori dell’Institute for Advanced Studies di Princeton, L’utilità del sapere inutile (del 1937 e, ripubblicato con aggiunte e modifiche, nel 1939) dove viene combattuta, contro ogni fraintendimento, l’opposizione tra saperi umanistici e scientifici.

La distorsione dell’immagine del sapere è sostanzialmente dovuta alla convinzione che utile sia soltanto quello orientato al profitto e all’ottenimento di risultati pratici immediati, mentre è vero che è proprio la ricerca pura, di base - che non si prefigge né guadagno, né pubblica visibilità, né applicazioni successive - a produrre le innovazioni maggiori e ad avere ricadute sui progressi della civiltà.

Flexner accenna ad alcuni di questi esiti felici: la radio di Marconi non sarebbe, infatti, stata inventata senza le equazioni teoriche di Maxwell relative al campo elettromagnetico; la batteriologia non sarebbe nata senza la curiosità e gli esperimenti iniziati da un giovane studente, Paul Ehrlich, che si divertiva a colorare i diversi batteri per osservarne la differenziazione. Aggiungerei altri due esempi, tratti dalla matematica: nel 1843 William Rowan Hamilton introdusse degli insiemi, chiamati quaternioni, al cui interno non vale la proprietà commutativa. Al momento non ricoprivano nessuna importanza pratica, più tardi divennero però essenziali per la formulazione della teoria della relatività e della meccanica quantistica, come oggi lo sono per la robotica e la computer grafica in 3D. Nel 1854, poi, George Boole formulò la sua algebra in cui in un insieme K esistono solo i valori di verità o e 1. È facile intuire quanto a questo genere di algebra siano debitori, a partire dagli anni quaranta del secolo scorso, l’elettronica digitale e la costruzione di circuiti elettronici.

Se mi è permesso citare un’esperienza personale, ricordo che, diverso tempo fa, nel tenere una lezione al Cern di Ginevra, dissi, pensando di scandalizzare i fisici presenti, che la filosofia non serve a nulla, come, peraltro, la musica di Mozart. Con mia sorpresa vidi Edoardo Amaldi sostenere animatamente che avevo perfettamente ragione non solo per quanto riguardava la filosofia e le materie umanistiche, ma anche per le scienze, e aggiungere che non sopportava che si imponessero progetti di ricerca troppo vincolanti. Condivideva implicitamente l’affermazione di Montaigne, secondo cui «il mondo non è che una scuola di ricerca».

Nuccio Ordine ha raccolto un’impressionante, istruttiva e gustosa quantità di testi di autori antichi e moderni in difesa dell’utilità dell’inutile. Tra questi Platone, Aristotele, Dante, Petrarca, Leon Battista Alberti, Pico della Mirandola, Tomaso Moro, Montaigne, Shakespeare, Cervantes, Leopardi (che aveva progettato una Enciclopedia delle cose inutili), Gautier, Tocqueville, Baudelaire, Stevenson, Bataille, Borges, Calvino. Riporto solamente, in quanto esemplare, una nota di Antonio Gramsci del 1932, tratta dai Quaderni dal carcere, in difesa dell’insegnamento, come si faceva nella "vecchia scuola", delle lingue latina e greca, in relazione con la storia, la letteratura, la politica e la civiltà di un popolo: «Le singole nozioni non venivano apprese per uno scopo immediato pratico-professionale: esso appariva disinteressato, perché l’interesse era lo sviluppo interiore della personalità».

Un capitolo importante dell’Utilità dell’inutile è dedicato al disimpegno dello Stato nell’istruzione e al modo di trattare gli studenti come clienti, con la connessa trasformazione delle università in aziende e l’abbattimento degli investimenti sulla cultura.
Il senso di questa raccolta di fonti e, insieme, l’impegno civile di questo volume è ben spiegato dal suo autore: «Le pagine che seguono non hanno alcuna pretesa di formare un testo organico. Riflettono la frammentarietà che le ha ispirate. Perciò anche il sottotitolo - Manifesto - potrebbe sembrare sproporzionato e ambizioso se non fosse giustificato dallo spirito militante che ha costantemente animato questo mio lavoro. Ho voluto solo raccogliere, all’interno di un contenitore aperto, citazioni e pensieri collezionati in tanti anni di insegnamento e di ricerca».
Quello di Nuccio Ordine è un libro importante, che va incontro al bisogno di dar senso alla nostra cultura e alla nostra vita e che ha perciò riportato un meritato successo. L’edizione italiana è, infatti, la versione accresciuta dell’originario testo francese, salutato con entusiasmo dai lettori d’Oltralpe e in procinto di essere tradotto in diverse lingue, dallo spagnolo al greco e al coreano."

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