martedì 24 settembre 2013

Oblomov. Vivendo sempre insieme, si erano venuti a noia reciprocamente. Una intimità quotidiana non è mai innocua né per l'uno né per l'altro: è necessaria, dall'una e dall'altra parte, molta esperienza di vita, molta logica e cordialità, per potere, godendo solo delle qualità positive, non offendere e non essere offeso dalle reciproche manchevolezze

 Nell’Oblomov di Ivan Aleksandrovič Gončarov, per gli abitanti del villaggio di Oblòmovka la vita scorre “accanto ad essi” come un fiume, sulle cui rive si fermano a contemplarla. Se l’esistenza è solo un ininterrotto congedo da se stessa, sulla sua fuga s’innalza di continuo la domanda di Oblomov: quando si vive? L’età moderna non sembra conoscere il presente, ma soltanto un trascorrere, un divenire percepito non quale arricchimento, quale itinerario verso una meta che infonde significato e sostanza a ogni tappa del cammino, bensì quale dileguare, quale continuo non-essere, mancanza di ogni valore cui afferrarsi saldamente (…) In luogo di un fine ultimo è subentrata una miriade di obiettivi momentanei e parziali, che si susseguono l’uno l’altro senza sosta e senza prender fiato, come nella catena di montaggio d’una immane produzione, sacrificando e bruciando ogni attimo a quello che gli succede, per raggiungere uno scopo meramente pratico e ignaro di valori, che non illumina perciò - né a ritroso nella memoria, né in avanti, nell’attesa – la strada che è necessario percorrere per raggiungerlo. (…)Il presente per bastare a se stesso, deve poggiare su dei valori, ma il pulviscolo di scopi e obblighi convenzionali, con i quali l’organizzazione sociale bersaglia l’individuo, offusca e vela questi valori, quando non li distrugge; impedisce al pensiero di soffermarsi sull’essenziale e lo incalza in una corsa affannosa, che lo distoglie da ciò ch’esso ama e vorrebbe amare.
Brano tratto da Da Claudio Magris - Itaca e oltre


Riflettevo sul fatto che il conflitto, a volte blocca l'azione cioé ha anche un suo opposto mortifero l'inazione, il rifiuto del confronto, l'immobilità, in una parola il terrore di vivere, di esporsi, quindi “la fuga dalla vita”. C'é un personaggio della Letteratura russa, narrato da Ivan Goncarov, ( 1812/1891) Oblomov, da cuii il nome al romanzo omonimo, il cui modo d'essere e di vivere rappresenta una trasposizione, il tropo vivente di una peculiare maniera di abitare il mondo. Oblòmov é un inetto, ecco, come nell'incipit lo descrive Goncarov “un uomo sui trentadue trentratré anni, di media statura, di piacevole aspetto, con degli occhi grigio scuri e l'assenza di qualsivoglia idea precisa, di qualsivoglia capacità di concentrazione nei tratti del viso. Il pensiero vagava come un libero uccello sopra quel viso, svolazzava sugli occhi, si posava sulle labbra semiaperte, si nascondeva nelle pieghe della fronte poi spariva del tutto, e allora il viso brillava di un uguale candore di spensieratezza.. Dal viso, la spensieratezza si trasferiva agli atteggiamenti del corpo, e perfino alle pieghe della vestaglia.....aveva difficoltà nello scegliere a cosa pensare: alla lettera allo starosta, al trasloco nel nuovo appartamento , alla verifica dei conti? Si smarriva in una congestione di piccole preoccupazioni e intanto restava sdraiato, voltandosi ora su un fianco, ora sull'altro. Di tanto in tanto si sentivano solo delle brusche esclamazioni:Ah, Dio mio! Che vita! Che destino!”.

Oblomov veniva ritenuto un buono, infatti evitava le relazioni con il prossimo e quando costretto si conformava sempre al suo interlocutore, non voleva impicci di nessun genere, la sua bontà era solo il riflesso della sua passività che gli suggeriva di stare sempre fuori, di non compromettersi mai, di fatto ammazzava il tempo, in attesa che passasse come se il vivere fosse un impegno troppo gravoso ed intollerabile da subire. Le stesse tormentate introspezioni, avevano la funzione di avvolgerlo in un ossessivo processo di autoconvalida del suo modo di vivere.

Augusto Romano, brillante analista junghiano ne ha fatto una affascinante lettura nel suo saggio “ll flaneur all'inferno. Viaggio attorno all'eterno fanciullo”, di cui riporto alcuni brani, proseguendo il nostro discorso.. “Allo stesso modo Oblomov può permettersi il lusso di non odiare, di fare come se non avesse un'Ombra, poiché il gioco dei sentimenti attivi implica l'accettazione del rischio della relazione, che corrisponde a quell'essere nel presente da cui Oblomov rifugge. L'universo di Oblomov é un universo claustrofilico(“...aveva scoperto alla fine che l'orizzonte della sua attività ed esistenza era chiuso in lui stesso”)” in cui tutto può diventare minaccioso persino le persone che lo vengono a trovare nella sua casa a cui egli dice”Non avvicinarti, non avvicinarti!Porti dentro il freddo!

Significativamente il tema del cibo é l'ethos tematico e simbolico di tutto il romanzo.
La preoccupazione del mangiare era la prima e principale preoccupazione in casa Oblomov
....Il cibo che entra dentro e il cibo che sta intorno, sempre a portata di mano;lo si mangia con la bocca e con gli occhi. Una droga non violenta ed estremamente catturante, seduttiva. Viene spontaneo far convergere in un unico plesso le figure del cibo, della madre, della culla e della tomba. La madre é la materialità in cui Oblomov é rinserrato, e cullandolo lo stringe in un abbraccio mortale..... Autoindulgenza, riposo, beatitudine, tranquillità, oceano: la costellazione archetipa che presiede alla storia di Oblomov é quella del figlio amante divorato dalla madre
Infatti Oblomov morirà giovane, divorato da un inconsapevole cupio dissolvi, che troverà il suo epilogo in un colpo apoplettico”apparentemente senza dolore, senza patimenti, come un orologio che si fosse fermato, che si erano domenticati di caricare”.

Il deuteragonista del romanzo, Stoltz, amico di Oblomov e suo opposto, quindi due personaggi che si commentano per ironia, appassionato abitante del mondo, chiamerà questo modo d'essere, oblomovismo.

Nikolaj Dobroljubov contemporaneo di Goncarov definì in suo celebre saggio “Cos'é l'oblomovismo? Oblomov il principale rappresentante della serie di uomini superflui che avevano affollato la letteratura russa dell'Ottocento...che soffrono per il fatto che non vedono che scopo abbia la propria vita e non trovano per sé un'occupazione” , basti pensare all'Eugene Oniegin di Puskin, ma non solo, aggiungo io come non ricordare i personaggi sveviani, da Zeno della “Coscienza di Zeno” ad Emilio Brentani di “Senilità”, o ai personaggi di Beckett, considerato che il dramamturgo irlandese, come riferisce Augusto Romano, fu un appassionato lettore di Goncarov. L'oblomovismo, ritengo, che rappresenti, come dice Augusto Romano, una possibile incarnazione dell'umano, una categoria dello Spirito, che credo sia molto più diffusa di quanto non si creda, verosimilmente occultata e soffocata tra le pareti domestiche, quando non altrimenti definita categoria nosografica tra le pieghe dei codici psichiatrici. Ecco alcune scene mirabili del vecchio quanto suggestivo sceneggiato televisivo, Oblomov, quando la televisione faceva cultura.

https://youtu.be/kInENyUFsIM


Oh santo Dio, la vita ci raggiunge dovunque
Ivan Gončarov, Oblomov

Vivendo sempre insieme, si erano venuti a noia reciprocamente. Una intimità quotidiana non è mai innocua né per l'uno né per l'altro: è necessaria, dall'una e dall'altra parte, molta esperienza di vita, molta logica e cordialità, per potere, godendo solo delle qualità positive, non offendere e non essere offeso dalle reciproche manchevolezze. 
Ivan Gončarov, Oblomov

Appena alzato da letto, al mattino, dopo aver preso il tè, si coricava subito sul divano, appoggiava la testa alle mani e si metteva a riflettere, senza risparmiare le forze, fino al momento in cui, alla fine, la testa era stremata dal duro lavoro e la coscienza diceva: abbiam fatto abbastanza, oggi, per il nostro bene. Solo allora decideva che si poteva riposare dalle fatiche e cambiava la sua posa diligente in un’altra, meno lavorativa e severa, più adatta ai sogni e al languore. Liberatosi così dalle cure connesse agli affari, a Oblomov piaceva rinchiudersi in sé e vivere nel mondo che si era creato.
Ivan Aleksandrovič Gončarov, Oblomov


Tarantiev nutriva una specie di avversione istintiva verso gli stranieri.
Ai suoi occhi, francese, tedesco, inglese erano sinonimi di imbroglione, volpone e brigante.
Egli non faceva neppure distinzione fra le varie nazionalità: erano tutti uguali, ai suoi occhi.
Ivan Aleksandrovic Goncarov, Oblomov: Parte prima, IV


«Tutto questo eterno correre, questo eterno gioco di miserabili passioncelle, specialmente quelle che mirano all’interesse, a sopraffarsi l’un l’altro; le chiacchiere, le maldicenze, i dispetti, quel modo di misurarsi da capo a piedi. Ad ascoltare quello che la gente dice, vengono le vertigini, c’è da istupidirsi. A vederli, sembrano tutti intelligenti, persone piene di dignità, e non senti altro che “A quello hanno dato questo, quest’altro ha avuto un appalto”. “Ma per quale ragione, di grazia?” grida un terzo. “Tizio ieri sera si è rovinato al gioco, al club; Sempronio ha guadagnato trecentomila rubli!” Non è che noia, noia e ancora noia!…Dov’è l’uomo, in tutto questo? Dov’è finita la sua dignità? Dove si è nascosto? Come mai si è abbassato a tal punto?….E la nostra migliore gioventù che fa? Non dorme, forse, ballando, passeggiando, scorazzando per il viale Nevsky? Il loro è un continuo, vuoto passare di giorni. Ma con quale superbia e con quale indicibile dignità, con che sguardo di riprovazione guardano chi non è vestito come loro, chi non ha i loro nomi e i loro titoli! E s’illudono, quei disgraziati, di stare al di sopra della gran massa. E quando si riuniscono tra di loro, litigano e si ubriacano come selvaggi. E queste sarebbero persone vive, che non dormono? Ma non soltanto i giovani. Guarda gli adulti. Si invitano, si offrono l’un l’altro da mangiare senza cordialità, senza bontà, senza reciproca simpatia! Si riuniscono per un pranzo, per una serata, come se andassero all’ufficio, freddamente, senza allegria, per fare sfoggio del proprio cuoco, della propria casa, per ridere poi l’uno dell’altro e farsi lo sgambetto. L’altro giorno, a pranzo, non sapevo dove guardare, avrei voluto nascondermi, mi sarei cacciato sotto la tavola, quando han cominciato a massacrare la reputazione degli assenti: quello era stupido, quell’altro vile, il terzo un ladro, il quarto ridicolo! Non si salvava nessuno. E mentre dicevano queste cose si guardavano con certi occhi, come per dire:”Fa tanto che l’uscio si richiuda alle tue spalle, e ti faremo lo stesso servizio!” Perchè si riuniscono se si giudicano così? Perchè si stringono la mano? Non hanno mai uno scoppio sincero di risa, una simpatia schietta! Cercano di attirare loro chi abbia un grado elevato, un nome sonante: “Ho avuto ospite il tale, sono stato dal talaltro”. Si vantano poi. Ma che vita è questa? Non me ne faccio proprio nulla, la rifiuto. Che ci posso imparare? Cosa ci posso ricavare?»
Ivan Aleksandrovič Gončarov, Oblomov, Обло́мов, 1859.


«Gli abitanti di Oblomovka credevano poco anche alle agitazioni dell'anima, e non ritenevano vita il turbine delle eterne aspirazioni verso chissà quali luoghi e cose; temevano come il fuoco l'entusiasmo delle passioni; e come in altri uomini il corpo è rapidamente consumato dal lavoro vulcanico del fuoco interno, spirituale, così l'anima degli abitanti di Oblomovka annegava tranquillamente, senza scosse nei flaccidi corpi.
La loro vita non era segnata, come in altri, da rughe precoci, né da colpi e sofferenze morali distruttori. Quella brava gente non concepiva la vita altrimenti che come un ideale di tranquillità e d'inerzia, disturbata di tempo in tempo da vari casi spiacevoli, come le malattie, le perdite, le contese, e tra l'altro il lavoro. »

« Sulla natura dell'Inghilterra non dico nulla! Pare che essa non esista e che sia coltivata in modo che tutto cresca e viva secondo un programma. Gli uomini l'hanno dominata e hanno livellato le sue caratteristiche. I campi sono come parquets dipinti: con gli alberi e con l'erba è stato fatto lo stesso lavoro che con i cavalli e con i buoi. L'erba ha l'aspetto, il colore e la morbidezza del velluto. Nei campi non trovi un pugno di terra incolta, nei parchi non c'è un cespuglio nato spontaneamente. E gli animali subiscono la stessa sorte. Sono tutti di razza: pecore, cavalli, buoi e cani. Altrettanto dicasi degli uomini e delle donne. Tutto è solido, bello, audace: negli animali l'aspirazione a compiere la propria missione è portata sino a una consapevolezza intelligente, e negli uomini, al contrario, è abbassata al livello di istinto animale. Agli animali si insegnano le regole di come comportarsi, cosicché si direbbe che un bue capisca perché ingrassa, mentre l'uomo si sforza di dimenticare per quale ragione tutto il giorno, tutto l'anno, tutta la vita non faccia altro che metter carbone nella stufa o chiudere e aprire qualche valvola. »
Ivan Alexandrovič Gončarov,  Oblomov





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