martedì 10 luglio 2018

Flavo e Italico: i parenti di Arminio fedeli all’impero.

La battaglia di Teutoburgo: così si fermò l'avanzata dell'Impero romano.
La politica estera di Augusto.
L’impero romano nasce ufficialmente nel 27 a. C. con l’ascesa al potere di Augusto.
Il mondo romano si estendeva ai due lati del Mediterraneo, comprendendo, naturalmente oltre all’Italia che ne era il centro, una ventina di provincie alle quali si dovevano aggiungere una serie di regni clienti, considerati parte integrante del sistema imperiale, nonostante l’apparente e formale indipendenza. “La riorganizzazione della Repubblica e dell’impero fu fondata su un nuovo ordine intellettuale, una innovativa e razionale concezione dell’esercito e del potere universale e dell’ordine del mondo: la tradizione, il passato furono oggetto di una rilettura globale, una sintesi originale che restituì alla ristabilita potenza romana basi durature e inedite”
(P. Le Roux).

R. H. Barrow scrive che Augusto pur di riaffermare la tradizione romana arginò con grande determinazione la diffusione della cultura ellenistica e “aprì invece ogni porta al genio romano e all’esperienza che esso aveva accumulato”. "Il Principato di Augusto vide un'intensa attività militare che si concretizzò con l'acquisizione di nuove provincie. Augusto gestì gli impegni militari con la medesima applicazione e metodicità con la quale si era confrontato con i problemi politico-istituzionali e amministrativi: la stabilizzazione dell'emergenza e la delega. In particolare, egli affidò la delega per le campagne militari a uomini a lui vicini, tra i quali Agrippa, Tiberio e Druso, ma tutti combattevano sotto i suoi auspicia".
(M. Pani, E. Todisco).

L'ideologia romana era consolidata su un punto, niente e nessuno poteva permettersi di minacciare in qualsiasi modo Roma. "Come mostra l'esempio di Cesare, l'intervento preventivo in situazioni minacciose e la distruzione di ogni potenza che si rivelasse pericolosa anche al di fuori dei confini posti sotto la propria autorità, era del tutto accettato.

Il livore nei confronti dei galli, dei cartaginesi, dei germani nasceva dalla esperienza storica della Repubblica: gli effetti catastrofici delle invasioni portate da quei popoli spiegano perché Roma fosse necessariamente tanto sensibile a tutti i problemi che potevano aprirsi ai confini o nelle zone periferiche della sua egemonia.

Nella tarda età repubblicana si aggiunse un altro elemento fondamentale di tensione.
A partire da Cicerone si era diffusa l'idea, di origine ellenistica, di un dominio di Roma su tutta la terra, o almeno su tutta l'umanità civilizzata: un imperium senza fine".
(K. Christ).

Questa è la premessa essenziale per descrivere la politica estera di Augusto, insieme alla necessità di rafforzare la coesione dell'Impero. La politica estera di Augusto necessitava di un forte esercito.
La smobilitazione che seguì alla battaglia di Azio ridusse a ventotto le legioni, per un totale di 150 mila uomini (300 mila invece sono stimati da Le Glay, Voisin Le Bohec).
"La drastica diminuzione del numero dei legionari e in pratica il raddoppio della durata del servizio militare, era dettato dalle difficoltà della liquidazione dei veterani; molto maggiori erano infatti le necessità militari dell'impero."
(A. Ziolkowski).

Per fronteggiare queste necessità, Augusto, istituzionalizzò il servizio militare dei sudditi di Roma. Gli ausiliari (auxilia), militari forniti dagli stati clienti, sotto Augusto vennero inquadrati nelle coorti di fanteria e nelle ali di cavalleria nella consistenza numerica standard (circa 500 elementi). “Mentre procedevano le conquiste di Augusto una parte sempre maggiore delle legioni erano formate da contingenti di popoli appena sconfitti, che in questo modo venivano trasformati in strumenti per ulteriori conquiste.”
(A. Ziolkowski).

Gli ufficiali di rango prefettizio che le guidavano erano non di rado nobili locali in possesso della cittadinanza romana, esattamente come lo era Caio Giulio Arminio, nobile cherusco. Altro elemento non romano nell'esercito erano le armate dei re clienti, sempre più spesso organizzate sul modello romano. Il numero degli ausiliari pertanto crebbe in maniera esponenziale sotto Augusto, fino a raggiungere quello dei legionari con Tiberio, nel 23 d. C. È evidente che una composizione dell'esercito così articolata costava molto meno rispetto ad un esercito di cittadini romani. Non v'è certezza della differenza di paga tra ausiliari e legionari, ma sicuramente era drastico il risparmio del monte liquidazioni al momento della conclusione del servizio:
"Se Augusto non abolisce il principio del servizio militare per tutti, l'arruolamento volontario è sufficiente a fornire le 6 mila reclute legionarie ogni anno. L'esercito è divenuto un corpo di professionisti. Il servizio raggiunge o supera 20 anni per i legionari, il cui stipendio è portato a 225 denari. Dal 13 d. C. i legionari al congedo ricevettero somme di denaro. Nel 6 d.C. fu creata una cassa particolare, l'aerarium militare. Essa permetteva di dare ad un soldato che lasciava il servizio l'honesta missio (un certificato di buona condotta) un premio di 3 mila denari, cioè tredici anni di soldo. I fondi provenivano da imposte nuove, come la ventesima sulle eredità (5%) e i legati (vicesima hereditatium), pagata dai cittadini romani o la centesima (1%) sulle vendite".
(M. Le Glay, J.L. Voisin, Y. Le Bohec).

La vera innovazione di Augusto fu la creazione di una regolare flotta da guerra, divisa in due squadriglie di stanza nel Mediterraneo a Miseno e Ravenna. Ben presto la flotta si potenziò e fu di grande efficacia, in quanto grazie a questa, fino alla metà del III secolo, la pirateria fu totalmente debellata.

Il principato di Augusto fu improntato ad una politica, compresa quella estera, sostanzialmente moderata e non aggressiva volta a consolidare i confini dell’impero e rialzare il prestigio romano decaduto durante le guerre civili. “Ovviamente una politica estera moderata non significava immobilismo, tutt’altro: la diplomazia dell’impero fu assai attiva.”
(S.I. Kovaliov).

Augusto aveva ereditato dalla Repubblica dell'ultimo secolo due idealità solo apparentemente diverse: la pace (esigenza ormai irrinunciabile scaturita da due guerre civili) e la costruzione dell'Impero: idealità contraddittorie solo superficialmente. Solo l'Impero mondiale di Roma poteva garantire la pace. Accanto alla pace, indissolubilmente legata ad essa, la guerra di conquista, la missione civilizzatrice: per l'erede di Cesare e dell'ultima Repubblica, in pratica, l'obbligo morale alla ripresa della lotta contro i parti, l'altro impero, l'unico contraltare riconosciuto di fatto dalla potenza romana, e la conquista della Germania, questa enorme terra di nessuno, abitata da tribù bellicose e temibili, poco note ai contemporanei, due volte visitata da Cesare. Accanto a questi grandi e ambiziosi obiettivi stava l'esigenza più prosaica, ma alla lunga più durevole e produttiva, dell'organizzazione della difesa dell'impero, attraverso l'intervento nelle zone, come la penisola iberica e l'area danubiana, dove perduravano sacche pericolose di resistenza e di incertezza organizzativa.

Nelle grandi conquiste Augusto e i suoi generali infine fallirono e il loro fallimento fu mascherato solo dalla propaganda; nella sistemazione di settori nevralgici, e in generale nella definizione di un sistema funzionale di tutela dell'impero, la politica augustea, perseguita con lucidità e costanza, ebbe invece successo, ottenne risultati duraturi anche sul piano del consolidamento territoriale e fissò le linee maestre della politica estera.

Il problema è complesso e di vitale importanza per la comprensione dell'evoluzione dell'impero romano: il limite all'imperialismo repubblicano era imposto dai limiti stessi delle risorse e della nuova dimensione dei rapporti con le provincie, non più sfruttabili come semplici terre di conquista, ma in via di assimilazione al modo di vita italico e chiamate a contribuire alla stabilità delle istituzioni e della vita civile come i romani la intendevano. In primo luogo la vita cittadina, con le sue autonomie e le sue strutture politiche ed urbanistiche; la divisione era ormai tra impero e barbari fuori di esso, che occorreva asservire, ove possibile, e comunque tenere a bada. D'altra parte, l'erede delle grandi tradizioni degli antenati non poteva dichiarare la rinuncia alla conquista: essa fu imposta dai fatti e non mascherata dagli eufemismi,”
(G. Clemente).

La priorità in politica estera era considerata la questione dei parti che fu affrontata e risolta con le vie diplomatiche in termini favorevoli per tutta l’area. Una spedizione di Tiberio portò nel 20 a.C. alla restituzione delle insegne militari che i parti avevano sottratto a Crasso e allo stesso Marco Antonio. L'Armenia però era destinata a rimanere uno stato - cuscinetto con re talvolta filo romani talvolta filo partici. Antonio Spinosa così ci descrive la vicenda del confronto con i parti: “Caduto quindi il sistema orientale di Antonio, era tornato sul trono armeno un re appoggiato dai parti, Artasse, mentre suo fratello minore Tigrane, sostenuto dal partito filo–romano, era stato accolto e ricoverato a Roma, in attesa di poterlo riportare in auge. Augusto voleva ricondurre nell’ambito dell’influenza romana le terre sull’Eufrate e i parti ne furono spaventati al punto di cedere alle imposizioni dei romani. Il loro re Fraate accettò di restituire le insegne romane e di liberare i numerosi prigionieri catturati nelle precedenti guerre. Chiese in cambio ad Augusto di riavere suo figlio che si trovava in ceppi a Roma. Riavuto il figlio, Fraate sottoscrisse la pace. Tiberio era già arrivato ai confini dell’Armenia, e si apprestava a scatenare l’esercito, quando la pacificazione con i parti rese più semplice il suo compito. Il partito filo–romano aveva preso in Armenia il sopravvento e, con l’ausilio di agenti segreti di Augusto, aveva eliminato dalla scena Artasse trucidandolo nottetempo. Tiberio poté incoronare Tigrane, come re cliente d’Armenia, quasi pacificamente e comunque solennemente all’ombra degli scudi romani. Furono tributate al giovane generale grandi feste, furono eretti in suo onore alcuni monumenti, mentre i poeti si commuovevano. Orazio, Ovidio, Properzio cantarono in versi l’impresa: sono caduti gli armeni sotto i suoi colpi, scrive Orazio, e si è gettato in ginocchio davanti a lui Fraate, accettando il suo impero e la sua legge”.

“Un'altra spedizione fu compiuta qualche decennio più tardi anche da Gaio Cesare, il figlio adottivo del principe; nel 1 a.C. Gaio Cesare ebbe addirittura un incontro su un'isola dell'Eufrate con il re dei parti Frataace. In oriente però i successi augustei furono soprattutto diplomatici e di prestigio, senza che si pervenisse mai a una definitiva egemonia romana.

Di fronte alla grandissima compagine territoriale costituita dal regno dei parti e dopo che gli insuccessi di Crasso e Antonio sconsigliavano ulteriori tentativi di invasione, si tentò piuttosto di limitare la sfera di influenza dei parti sui paesi vicini."
(A. Fraschetti).

La restituzione delle insegne romane e dei prigionieri da parte dei parti fu esaltata e usata in maniera propagandistica come simbolo di sottomissione della Parthia e del riconoscimento della supremazia romana. “In ogni modo fu possibile evitare gli scontri ad oriente e i seguaci di Augusto poterono sostenere la versione, che egli aveva portato sulla terra una pace da lungo attesa e aveva consolidato ovunque la gloria della potenza di Roma.”
(Accademia delle scienze dell’URSS).

Fu risolta definitivamente anche la questione spagnola; il generale Agrippa negli anni 20 e 29 a. C. piegò militarmente i cantabri, gli ultimi difensori della Spagna. In seguito la penisola iberica, resa del tutto pacifica, fu completamente romanizzata. La conquista definitiva della Spagna e la politica di pace in Oriente liberarono la maggior parte dell'esercito, tra cui 18 - 19 legioni, da utilizzare per l'espansione in Europa centrale.

Nel 25 a. C. Augusto garantì la completa e assoluta sicurezza e percorribilità dei passi alpini annientando l’ultima tribù indipendente: i salassi nella Val d'Aosta. Aprì la strada dall'Italia alla Gallia attraverso il piccolo S. Bernardo e al contempo consentì di fondare la colonia di Augusta Pretoria (Aosta).

Tuttavia i problemi perduravano tra il Danubio e il Reno dove i confini permanevano insicuri.
Dal 16 a.C. iniziarono le operazioni per puntellare e bonificare quei confini, ma una guerra che durò quattro anni, dal 12 al 9, condotta dal figliastro di Augusto, Claudio Nerone Druso, sancì la sottomissione dei pannoni (l’attuale Austria e l’Ungheria occidentale), che fu poi trasformata nella provincia della Pannonia.

Sistemato il corso superiore e medio del Danubio, l’attenzione si concentrò nell’area del corso inferiore del grande fiume. Pertanto fu sottomessa la Mesia superiore (la ex Iugoslavia) e la Mesia Inferiore (la Bulgaria settentrionale). Con queste operazioni il confine danubiano fu reso sicuro.

La situazione, però, rimaneva allarmante lungo il Reno. Infatti i Germani saccheggiavano la Gallia con frequenti e sanguinose scorrerie, oltre a sostenere le rivolte galle antiromane. Quando nel 16. a.C. le tribù dei sugambri e dei tencteri attraversarono il Reno assalirono una legione romana dislocata in territorio oggi olandese a nord-ovest di Aquisgrana distruggendola quasi completamente, offrendo il pretesto a Roma di affrontare e tentare di risolvere la questione dei germani.

Augusto spostò la sua residenza dalla capitale ad Aquileia, e passò anche un lungo periodo in Gallia e sul Reno, iniziando così la grande offensiva. Augusto inviò il figliastro, Tiberio Claudio Nerone Druso, che nel corso di alcune campagne (12 – 9 a. C.) penetrò in Germania occidentale fino all’Elba, per mare e per terra. Ma Druso morì improvvisamente a causa di incidente.
Antonio Spinosa così tratta la reazione di Tiberio alla scomparsa del fratello Druso:
“Tiberio, dopo i festeggiamenti romani, tornava ai confini orientali dell’impero. Era giunto a Ticinum (Pavia) quando apprese da un messaggero che suo fratello era caduto da cavallo, proprio sulle Rive dell’Elba, in un luogo poi chiamato Scelerata Castra, e si era fratturato un femore. Sembrava un incidente di nessun conto, ma in meno di un mese quella caduta, forse proprio perché trascurata, lo condusse alla morte. Spirò confortato dal fratello che lo stringeva al petto. Alla notizia della sua fine imminente, Tiberio aveva raggiunto i lontani e turbolenti confini della Germania, superando le Alpi e il Reno, percorrendo a cavallo in un giorno e in una notte le duecento miglia di strada, senza fermarsi se non per cambiare via via la cavalcatura, senza togliersi mai la corazza. Fu un’impresa straordinaria. Druso, nell’apprendere che il fratello accorreva, diede ordine alle sue legioni di andargli incontro con bandiere e vessilli, mentre al campo faceva erigere accanto alla propria una grande tenda per l’ospite amato. Tiberio che appariva così chiuso, altezzoso e insensibile, soffrì indescrivibilmente per quella perdita. Guidò il corteo funebre sulla strada del ritorno verso l’Urbe. Tratteneva le lacrime per dare esempio di fermezza alle legioni che tendevano a conferire all’ingiusta morte il significato di una infausta predizione. Precedeva il feretro e rifiutò di salire a cavallo. Volle compiere l’intero percorso a piedi, a testa scoperta, nel riportare in Italia le spoglie del caro congiunto... quell’episodio di pietà fraterna aveva commosso tutti e lo raffrontarono al più antico modello di amore tra fratelli, tanto da chiamare Tiberio e Druso i nuovi Castore e Polluce”. Tiberio prese il comando delle operazioni che con le campagne del 5 e 4 a. C. e dell’8-7 a.C. estese e consolidò il dominio romano.

In missioni all’estero Augusto vide morire i due nipoti prediletti Lucio Cesare e Gaio Cesare della famiglia dei Giuli, destinati alla sua successione e preferiti allo splendido generale Tiberio, della famiglia dei Claudi, figlio della potente seconda moglie Livia. Lucio morì a diciannove anni improvvisamente il 2 d.C., dopo una rapida malattia a Marsiglia mentre si recava in Spagna per raggiungere le legioni lì stanziate.

Dopo venti mesi Augusto fu investito da un altro terribile lutto.
L’altro nipote, Gaio Cesare, il prediletto e già di fatto designato alla più alta magistratura dell’impero, fu ferito in Armenia, ad Artagira e poco dopo moriva. “Durava da tempo l’assedio dei romani alla città fortificata di Artagira, quando il comandante armeno, Addone, chiese a Gaio un colloquio. Gli fu concesso e Addone, nel pieno dell’incontro, sguainò una daga e con questa colpì il giovane romano che aveva creduto nella possibilità di intavolare trattative di pace col nemico. La ferita non sembrava grave sicché le legioni poterono riprendere la battaglia, abbattere ogni resistenza degli armeni e invadere la città. Le legioni acclamarono Gaio imperator, ma la ferita, che non si era mai rimarginata, condusse il giovane alla morte, sulla strada del ritorno, durante una sosta a Limyra, in Licia.
Aveva ventiquattro anni era il 21 febbraio del 4 d.C.
Anche per Gaio Cesare si disse che era stata Livia a toglierlo di mezzo.”
(A. Spinosa).

Come era accaduto per l’ineguagliabile Agrippa, poi per Druso, il destino o forse la mano della potente moglie Livia Drusilla, madre di Tiberio aveva colpito i Giuli. Miglior sorte non toccò all’ultimo discendente diretto della famiglia, Agrippa Postumo. Augusto adottò Tiberio il 26 giugno del 4 d.C. attribuendogli di nuovo la potestà tribunizia per la durata di dieci anni, invece di cinque, insieme all’imperium proconsulare. Occupava finalmente il secondo posto nell’impero.

Nel 6 d.C. Tiberio iniziò una nuova grande offensiva contro la potente tribù dei marcomanni, nell’attuale Boemia, ma proprio in quell’anno scoppiò una rivolta dei pannoni e dei dalmati alle sue spalle, con circa 200 mila combattenti. Contemporaneamente i goti attaccavano la Mesia, minacciando la Macedonia e perfino l’Italia.

Proprio il giorno precedente l'avvio delle operazioni contro Maroboduo, re dei Marcomanni, arrivò l'ordine di domare la rivolta in Pannonia e di interrompere la campagna in corso. Il dominio dei Marcomanni rimase intatto e la pace fu ristabilita attraverso trattative che furono concluse ‘a condizioni uguali’; in ragione di ciò il prestigio di Marboduo fra i germani crebbe in modo considerevole.

Augusto inviò 12 legioni comandate da Tiberio e dal figlio di Druso, Germanico, ovvero tutti gli eserciti del Reno, della Rezia e dell'Illiria. La guerra durò tre anni e nel 9 d.C. la ribellione fu soffocata, Roma aveva vinto.

Durante la rivolta della Pannonia i germani erano rimasti estranei ai movimenti bellici, solamente verso la fine della guerra fra il Reno e l’Elba erano cominciate le agitazioni. La causa va ricercata nel tentativo di Publio Quintilio Varo di imporre alle popolazioni locali un primo abbozzo di tassazione e di introdurre la procedura giudiziaria romana che cozzava apertamente con la tradizione e gli usi dei germani. Nella foresta di Teutoburgo si consumò una delle più drammatiche sconfitte della storia romana, che bloccò l’espansione dell’imperialismo romano.
La battaglia nella selva di Teutoburgo “Varo, Varo rendimi le mie legioni”, urlava sconvolto l’imperatore Augusto quando gli giunse la notizia che la XVII, la XVIII e la XIX legione guidate dal legato Publio Quintilio Varo erano state letteralmente annientate in una imboscata nella selva di Teutoburgo, a nord della Germania, nel settembre dell’anno 9 D.C.

Una coalizione di tribù germaniche composte da cherusci, marsi, brutteri, catti e marcomanni, comandata dal principe Arminio della tribù dei cherusci aveva teso un micidiale agguato alle legioni romane. Arminio era stato educato a Roma dove aveva ricevuto un’istruzione militare e servito l’esercito romano sotto Tiberio comandando un’unità di guerrieri cherusci. Aveva acquisito tali meriti militari che gli fu conferita la cittadinanza romana entrando addirittura a far parte dell’ordine equestre. Arminio conosceva bene la mentalità, l’ideologia, la forza e la debolezza di Roma, i suoi intendimenti di dominio politico e culturale e la sua impressionante potenza militare. Arminio riuscì a coagulare le tribù germaniche in un sentimento antiromano, prospettando anche la possibilità che, una volta liberati da Roma, i germani avrebbero potuto mirare alla conquista delle ricche terre della Gallia. Il giovane principe cherusco con suo padre Segimero, riuscì in modo subdolo, ma implacabile, a conquistare la piena fiducia di Varo di cui divenne confidente e consigliere. Quintilio Varo fu ripetutamente messo in guardia delle reali intenzioni di Arminio da un nobile dei cherusci, Segeste, il quale però era entrato in conflitto con Arminio a causa della figlia Thusnelda, da questi rapita e sposata. Publio Quintilio Varo non volle capire Segeste che lo avvertiva della costituzione di una grande coalizione di tribù germaniche che stavano preparando una rivolta antiromana e dell’agguato progettato da Arminio, scambiandolo per odio personale.

Varo aveva ricevuto il mandato di Augusto, di cui era parente, di pacificare e civilizzare quelle popolazioni, in considerazione dei grandi meriti con cui aveva svolto il ruolo di governatore della provincia d’Africa e poi di Siria. Già nel 13 a.C. inoltre era stato console a Roma, addirittura a fianco del futuro imperatore Tiberio. Dunque un collaudato uomo politico e un grande amministratore più che un generale a cui affidare 5 legioni, circa trenta mila uomini, con le quali avrebbe dovuto controllare un territorio vasto e poco noto, che andava dall’attuale Danimarca alla Boemia, ed imporre l’ordine di Roma tra il Reno e l’Elba.

“Augusto e il suo entourage ritennero che la zona non avrebbe dato fastidi per un po’ di tempo e l’imperatore, la cui età avanzata iniziava ad annacquare le lucide capacità organizzative, pensò bene che un burocrate senza grande esperienza militare sarebbe stato sufficiente per amministrare la sterminata regione...”
(A. Frediani).

Il cronista Velleio Patercolo, così giudicava il cinquantenne Publio Quintilio Varo:
 “di carattere mite e di natura pacifica, lento nella mente e pesante nel corpo, più amante dei piaceri della guarnigione che non del rude servizio di guerra”.

In settembre, in prossimità della marcia di svernamento Varo fu informato che dalle parti del territorio dei cherusci si stavano sviluppando dispute tra tribù confinanti, che richiedevano la presenza delle legioni romane. Le informazioni gliele fornì Arminio:
Ma era proprio un tranello. Arminio aveva preparato accuratamente la rivolta e contava di abbandonare il convoglio lungo il tragitto e di attaccarlo approfittando degli impedimenti costituiti dalle salmerie, non meno che dalle fitte foreste che i romani erano costretti ad attraversare, terreno ideale per imboscate ed attacchi improvvisi. Un militare esperto, forse, non si sarebbe lasciato attirare in una simile trappola e, se mai vi fosse caduto, avrebbe cercato di limitare i danni ed imprimere un maggiore dinamismo alla marcia dei suoi uomini una volta scoperto l’inganno: ma dal momento in cui Arminio, insieme agli ausiliari germani, abbandonò il convoglio, l’imperizia di Varo trascinò l’esercito romano in uno dei maggiori disastri della storia militare di Roma. Quando i romani si accorsero che Arminio era scomparso, l’osservazione dei luoghi in cui si trovavano dovette far sorgere in loro qualche sospetto: l’esercito era nel pieno di una vasta area boschiva denominata selva di Teutoburgo, tra l’Ems e il Weser, nella regione tra Osvabruek e Detmold: alberi talmente fitti da rendere necessario abbatterli per passare, burroni e avvallamenti, fiumiciattoli, rovi e cespugli, rendevano la marcia difficoltosa soprattutto per i carriaggi
(A. Frediani).

Publio Quintilio Varo, quindi, fu convinto a modificare il solito percorso per raggiungere la base invernale di Vetera. Le legioni si mossero tra la selva di Teutoburgo, nella zona dell’attuale Kalkriese, in una depressione paludosa folta di vegetazione, praticamente inaccessibile, che lasciava libera solo una ristretta striscia di terreno ai piedi di un’altura. Il solo passaggio possibile per tornare a Vetera. Durante il trasferimento si scatenò una tempesta di vento e pioggia. Il terreno diventò terribile. Le legioni per proseguire furono costrette ad allungarsi. Venti mila legionari, la guardia del corpo di Varo, 5 mila cavalieri, centinaia di carri, migliaia di civili, un serpente che probabilmente raggiunse anche 15/20 km. Un serpentone di difficilissima protezione anche su strada, in estate e senza nessun nemico nei paraggi. Solo i carri destinati al trasporto delle tende di una sola legione ammontavano ad una cinquantina, e a essi dovevano aggiungere quelli delle salmerie, certamente di numero superiore, occorrendo per una sola settimana circa 700 quintali di grano e 40 di foraggio, oltre ancora a vari generi alimentari. Ma sicuramente vi erano altri carri per le attrezzature, per le macchine da guerra, che possono far immaginare un totale, per legione, di circa 150. I cerchioni delle ruote dei carri romani erano relativamente stretti, e se nei terreni secchi estivi, potevano avanzare piuttosto agevolmente, nella cattiva stagione affondavano penosamente nel fango, obbligando uomini e animali a fatiche estreme per avanzamenti assai poco significativi. Per la retroguardia, sotto la pioggia battente che sferzava la colonna, fu uno sforzo tremendo proseguire, mantenere compatte le fila, tenere efficienti i collegamenti. La terra a malapena disboscata, impregnata d’acqua cedeva sotto le ruote dei carri che sprofondavano; il rombo continuo dei tuoni, la semioscurità del bosco, accresciuta dalle spesse nuvole e dalla pioggia battente, impedivano di scorgere alcunché a pochi passi di distanza e di percepire qualsiasi rumore, o silenzio, sospetto. Grida di conduttori, nitriti di cavalli, ordini urlati….una situazione di assoluta precarietà.
A Kalkriese Arminio aveva fatto costruire un terrapieno dietro cui si erano nascosti migliaia di guerrieri germanici, armati e determinati. Al passare della colonna romana, nello stretto passaggio tra le pendici boscose del Kalkriese, le paludi ed il terrapieno iniziò l’attacco, feroce ed implacabile. Era il 9 settembre del 9 a.C. Si sentì un urlo impressionante che veniva dalla selva, una tempesta di lance si abbatte sugli ignari e sfiniti legionari romani, sui carri, sui civili al seguito. “In testa, gli arcieri e i frombolieri constatarono con sorpresa e terrore che gli archi e le fionde bagnate dalla pioggia erano inservibili, come l’artiglieria leggera anch’essa inzuppata d’acqua. Anche gli scudi, tra strati sovrapposti di legname e pelle, presero a scollarsi, lasciando inermi i legionari.” (Flavio Russo).

Varo, gli ufficiali, i centurioni non capirono immediatamente di trovarsi di fronte alla rivolta annunciata da Segeste, scambiandola per l’attacco di una tribù in cerca di bottino. Uno scontro serio ma risolvibile. L’attacco invece fu portato da decine di migliaia di guerrieri assetati di sangue, determinati ad annientare le legioni di Varo e riconquistare la libertà perduta, con il miraggio della ricca Gallia. Lo spazio ristretto non permise alle legioni di porsi in ordine per la battaglia. Varo riuscì ad edificare un accampamento per resistere, il resto delle legioni si difese come poteva in una situazione insostenibile. La sorpresa fu totale, le difese erano pressoché nulle, i romani erano in assoluta inferiorità numerica ed in una posizione che non permetteva loro né di difendersi né di contrattaccare. I germani non diedero tregua, per i civili non ci fu scampo: uccisi e fatti prigionieri per primi. Gruppi di cavalieri, comandati da Numonio Vala cercarono la fuga attraverso uno sfondamento ma per la maggior parte di loro la fuga fu breve. Altri cercarono scampo attraverso le paludi e morirono affogati. La colonna romana, dopo due giorni di battaglia, era decimata, esausta, demoralizzata, il pessimismo sulla possibilità di tirarsi fuori dai guai dilagava tra i legionari superstiti. Più passavano le ore più diveniva certezza che non c’era possibilità di scampo. Varo, che aveva ormai aveva capito il tradimento di Arminio, vide sempre più allontanarsi l’obiettivo che gli aveva affidato Augusto di portare la legge romana in Germania.
Il campo di battaglia fu una scena devastante e un orrore indicibile, difficilmente immaginabile. 
Le affilatissime aste piegavano elmi e corazze, poi penetravano la carne non più protetta dal metallo. Gli uomini urlavano cercando di svellere la lama conficcata nel proprio corpo, mentre venivano sommersi dalla massa terrorizzata dei compagni. A centinaia cadevano sul terreno bagnato e nelle pozze d’acqua, già agonizzanti o semplicemente perché non riuscivano a tenersi in piedi in quel caos. Il sangue si spargeva dappertutto, schizzando dalle arterie e dalle ferite aperte. Alcune aste avevano sventrato i soldati facendo fuoriuscire i visceri, che si riversavano nel suolo inzuppato di sangue. L’odore di sangue impregnò in breve tempo il campo di battaglia. Al momento del corpo a corpo gli assalitori germanici scagliavano le lance contro i disorientati e barcollanti romani, e affrontavano a spada tratta le linee esterne dei legionari. Essendo liberi di muoversi avanti e indietro, senza l’ostacolo dei corpi sul terreno, i germani non ebbero difficoltà a sopraffare l’esercito nemico: con le spade colpivano le braccia, colli e gambe, staccando arti e teste dai dorsi. Il sentiero si trasformò in una massa di cadaveri mutilati o di corpi che si contorcevano negli ultimi sussulti. Il sangue scorreva a piccoli rivoli per terra, fino alla palude, mentre più indietro cominciava a coagulare.
(P.S. Wells)

Il terzo giorno la colonna non esisteva più. Il campo di battaglia diventò una miriade di centri di resistenza, isolati, assediati e circoscritti. Molti superstiti preferirono il suicidio che cadere prigionieri. A Teutoburgo non si stava svolgendo una battaglia ma un vero e proprio eccidio. Un pugno di veterani superstiti, facendo ricorso a tutte le loro risorse di combattività, allestì su una altura l’ultima disperata difesa. Eressero, come potevano, una specie di vallo, resistettero fino a notte. La loro sorte si compì il mattino seguente, sopraffatti da un numero incalcolabile di guerrieri. Publio Quintilio Varo, già ferito, ordinò al proprio schiavo di ucciderlo. Un comandante romano non poteva sopravvivere ad una sconfitta di quelle proporzioni ed alla sottrazione delle aquile di Roma in dotazione alle legioni. I prigionieri furono sacrificati agli dei germani, Arminio alla fine della battaglia mostrò ai suoi la testa di Varo, le insegne e le aquile delle legioni:
“(...) gruppi di guerrieri germanici si aggiravano per il campo di battaglia per completare il massacro. Gli animali già avevano cominciato a martoriare i cadaveri sparsi sul terreno: le volpi della foresta strappavano le carni dei legionari con i loro denti aguzzi, topi e donnole correvano tra i corpi leccando le ferite aperte; corvi e avvoltoi piombavano sui morti, vi si appollaiavano e strappavano con il becco gli organi interni; colonne di formiche, scarafaggi, mosche e altri insetti brulicavano sulla carne inerte. I vincitori perlustrarono la zona in cerca di eventuali nemici feriti che fossero riusciti a superare l’escursione termica della notte. Quasi tutti erano morti per collasso, per emorragia o congelamento, ma qui e là si vedevano piccoli movimenti o si udivano fiochi lamenti. Allora i vincitori, trovata la fonte del segno di vita, conficcavano una lancia o una spada nel petto dell’uomo, mettendolo a tacere per sempre. Dopo un paio d’ore, sul campo di battaglia regnava il silenzio, eccezion fatta per il rumore delle volpi intente ad addentare il loro pasto e di orci e avvoltoi litigiosi. Ora i germani potevano prepararsi a celebrare la grande vittoria
(P.S. Wells).

Di aquile, comunque, i germani ne conquistarono solo due; infatti un aquilifero, vistosi ormai perso, in un ultimo tentativo di salvare l’onore della propria legione, si inabissò nella palude con l’aquila romana.

Arminio inviò al neutrale re dei Marcomanni, Maroboduo, la testa di Varo, affinché anche lui e il suo popolo si unissero alla rivolta antiromana. Marcoboduo invece mantenne la posizione già assunta e inviò la testa di Varo ad Augusto perché potesse ricevere degna sepoltura.

La neutralità di Maroboduo consentì alle due legioni guidate dal legato Monio Asprenate di soccorrere Aliso che resisteva all’assedio germano. Tutte le postazioni romane ad est del Reno erano state conquistate dai germani. Solo le due legioni di Asprenate dissuasero l’esercito di Arminio a non passare il Reno ed invadere la Gallia. Furono uccisi circa 25 mila legionari romani, la più grave sconfitta romana insieme a quelle del Trasimeno nel 217 a.C., di Canne nel 216 a.C., di Carre nel 53 a.C. e di Adrianopoli nel 378 d.C.

La sconfitta di Teutoburgo non fu solo una grave sconfitta, una battaglia persa; di fatto portò all’abbandono della politica di espansione della regione tra il Reno e l’Elba in atto da tre decenni. La sconfitta di Teutoburgo dimostrò a Roma che non era possibile proseguire la conquista della Germania e contemporaneamente difendere il versante danubiano, fissò definitivamente il ‘limes’ dell’impero romano. Una battaglia che ha segnato l’Europa, per sempre.

Dopo la battaglia: la risposta di Roma è affidata a Germanico.
Roma rinuncia alla conquista della Germania. Arminio è ucciso dai germani.
Per R. M. Sheldon, la catastrofe di Teutoburgo ha più di una responsabilità:
“Molte fonti tendono a fare del generale romano Varo il capro espiatorio sia di questa sconfitta, sia dell’insuccesso della politica di Augusto in Germania nel suo complesso: è giusto chiedersi, tuttavia, se abbia senso attribuire tutto ciò all’incompetenza di un unico uomo.

Oserei dice che tre furono i fattori determinanti in quella situazione:
1) l’insufficiente comprensione dei problemi strategici della Germania e la sottovalutazione dei pericoli connessi alla sua grande estensione; 2) l’insufficienza dei dati tattici sulla presenza di germani nella zona e lungo la rotta di marcia e 3) mancanza di un’adeguata attività di controspionaggio relativamente agli elementi sleali all’interno delle truppe ausiliarie, al pericolo che essi comportavano e all’entità della loro defezione.

Per l’effetto congiunto di questi tre fattori il fallimento del sistema di spionaggio fu totale.
Per Andrea Frediani: “Possiamo tranquillamente asserire che Augusto fece un pesante errore di valutazione, perché i germani erano ben lungi dall’essere domi, e il controllo romano era estremamente labile, come testimonia Cassio Dione: i romani erano in possesso di alcune parti di essa (la Germania) e non di tutto il territorio, ma solamente di quelle zone che erano riusciti a conquistare (…). I soldati romani si trovavano là a svernare e delle città erano in via di fondazione, mentre i barbari si stavano adattando al loro tenore di vita, frequentavano le piazze e si ritrovavano pacificamente in punti di incontro. Non avevano tuttavia dimenticato i costumi aviti, i loro caratteri innati, il loro tenore di vita tradizionalmente indipendente e la supremazia che derivava dalle loro armi”. Ma come impostare il governo di una landa del genere, con comunità refrattarie a ogni tipo di dominio esterno? Troppo dispersiva era la distribuzione della popolazione in territori difficili da attraversare e privi di collegamenti: “Tutti sanno che le genti di Germania non abitano in città e nemmeno sopportano case vicine l’une all’altre. Vivono separati in abitazioni sparse, là dove una sorgente, una spianata, un bosco li abbia attratti”, afferma Tacito. La loro bellicosità non era venuta meno con la conquista romana, nonostante le avvisaglie di civiltà rilevate da Dione: i germani “non trattano alcun affare, né pubblico né privato, se non in armi”. Gente pericolosa, che avrebbe conservato la propria aggressività ancora per secoli, fino a valersene per sconfiggere e soppiantare i romani stessi.

Il loro stesso abbigliamento non pare abbia subito modifiche nel corso dei tempi.
Tutti vestono un saio, trattenuto da una fibbia o, in mancanza di questa, da una spina. Nudi in ogni altra parte del corpo, trascorrono intere giornate davanti al focolare acceso. I più ricchi si distinguono per la loro veste che non è svolazzante (come usavano sarmati e parti) ma molto aderente per mettere in risalto ogni parte del corpo. Portano anche pelli di fiere; quelli che abitano vicino alle rive con una certa trascuratezza, quelli dell’interno con maggior ricercatezza non potendo acquistare alcun armamento. Scelgono gli animali, li scuoiano, ne guarniscono la pelle con strisce di altre pelli che appartengono ai mostri generati dal più remoto oceano e del mare ignoto
(Cassio Dione).

L’armamento dei germani era essenziale e si mantenne simile per secoli.
Una lancia, uno scudo di legno rotondo e rinforzato con un umbone di ferro.
Le spade non erano diffuse e comunque solo in dotazione dei guerrieri di alto lignaggio. I germani erano privi di tattiche belliche, almeno finché non entrarono in contatto con le popolazioni asiatiche il combattimento a piedi era quello più praticato. Il coraggio del guerriero in battaglia determinava il suo livello sociale nella gerarchia della tribù. Insomma, popolazioni che amavano combattere e che mal sopportavano sistemi di governo duro e un sistema di tassazione basato sull’oro e non sull’argento, un metallo per loro di più facile reperibilità.

Comunque, nell’estate del 9 d. C. ancora perdurava la pace conquistata da Tiberio e niente agli occhi di Varo lasciava pensare all’imminente rivolta delle tribù germane. Tanto che il generale romano distribuì le sue legioni in tutto il paese per costruire opere infrastrutturali.

Due legioni erano di stanza a Magonza, lungo il Reno, mentre le altre tre, la XVII, la XVIII,e la XIX, facevano la spola tra i quartieri invernali ad Alisio (Halten) o a Castra Vetera, sull’alto Lippe, e quelli estivi a Minden sul Weser.

L’imperatore Augusto, molto colpito dalla catastrofe di Teutoburgo e preoccupato della tenuta del confine, per colmare il vuoto aperto dalla scomparsa di tre legioni inviò la V legione scelta Aluda.
In seguito furono dislocate anche la I Germanica e la XVI legione. Augusto in un primo momento cercò di ricostruire le tre legioni, ma nonostante lo sforzo non vi riuscì.

Lo scrittore Furio Sampoli evidenzia come il tentativo di ricostruire le tre legioni dettero ad Augusto il segno del radicale cambiamento dei tempi, dei costumi e della cultura romana:
“Agli incubi notturni (Varo, Varo, rendimi le mie legioni), glie se ne contrappose un altro. Reale, quotidiano, inaspettato, incredibile, che lo sconvolse più della stessa perdita delle legioni. Quando a Roma era giunta la notizia della strage di Teutoburgo, lui – memore, forse, dei giorni di primavera dell’anno 31 a.C., in cui aveva mosso tota Italia alla guerra contro la regina d’Egitto - aprì solennemente la leva dei volontari per lavare il sangue e l’onore dei morti di Teutoburgo. Si rivolse a tutti i cives, fece grandi appelli al loro patriottismo. Dalla primavera della guerra contro Cleopatra erano passati quarant’anni. I tempi lo avevano scavalcato. La morale corrente era cambiata. Chi si sarebbe offerto per militare nelle legioni? I plebei dei teatri e dei lupanari, i cavalieri dediti al commercio e ad ammassare soldi o i ricchi che nemmeno si pigliavano la responsabilità di mettere al mondo figli ed allevarli?”. Certo ritenere possibile dopo quattro decenni una mobilitazione dei romani e degli italiani, come fu quella che si scatenò contro Cleopatra, era oggettivamente impossibile e sbagliato prospettarlo. Cleopatra, “sola tra i successori di Alessandro, aveva concepito il suo stesso disegno, di riunire e fondere l’oriente e l’occidente, ossia tutto il mondo conosciuto. Il suo ambizioso progetto prevedeva l’impiego di un esercito romano per soggiogare la stessa Roma e per poter quindi dominare, da imperatrice unica e sola, divina e suprema, il mondo… il partito di Ottaviano, per infiammare l’odio dell’occidente contro di lei, poteva ben dipingerla come la tirannica egiziana, incarnazione degli dei animaleschi del Nilo, sprofondata nella depravazione orientale; ma i capi conoscono la realtà e non sottovalutavano Cleopatra.”
(R. H. Barrow).

Per questo fu una guerra disperata all’ultimo sangue senza mediazioni.
“Il sovrano, consapevole che le guerre civili avevano permesso l’arruolamento dei farabutti e inetti di ogni risma, aveva provveduto fin dal suo avvento a una consistente scrematura, riducendo il numero delle legioni da 60, a 50, a 28; dopo il disastro di Teutoburgo, ne rimasero 25, e non ci fu verso di incrementarle. Augusto, sulle prime veramente convinto che i germani avrebbero potuto giungere fino a Roma – ma è sempre Dione a dirlo - le provò tutte, per obbligare la gente ad arruolarsi: dapprima dispose la confisca dei beni per un uomo ogni dieci tra quelli più anziani; quindi non avendo sortito l’effetto sperato, ne mandò alcuni a morte”.

Arnold H. M. Jones ci informa che “fu forse in questa occasione che punì un eques vendendolo come schiavo per aver tagliato i pollici ai suoi figli in modo da renderli inabili alla leva”. Richiamò i congedati e arruolò i liberti, spedendoli senza tanti complimenti con Tiberio in Germania, e confinò i germani che vivevano a Roma in varie isole, ponendo fine a questo stato di emergenza solo dopo aver constatato che nessuna invasione aveva avuto luogo da oltre il Reno.

La legione sotto Augusto contava 5500 uomini, suddivisi in dieci coorti, la prima delle quali a organico doppio, le altre con sei centurie da 80 uomini: in tutto, per 28 legioni, 160 mila uomini, ridotti a 145 mila dopo Teutoburgo. Inoltre c’erano gli ausiliari, con le loro alae di cavalleria, le coorti e unità miste di nuova creazione, le coorti equitae di fanteria montana. A Roma venero istituiti i corpi pretoriani di presidio urbano, divisi in nove coorti di fanteria pesante scelta e a alcune turmae di cavalleria.

Comunque il servizio militare aveva perso molto della sua attrattività a causa delle paghe basse, della scomparsa della probabilità per i soldati di fare bottino, della lunghezza insopportabile della ferma, del riserbo più che concreto di non ricevere mai il premio di congedo e pertanto di continuare l’attività in reparti speciali. Dunque in questa situazione non esaltante per l’esercito, si cercò di tamponare le falle e mettere in sicurezza le frontiere.

Nel frattempo Arminio cercava freneticamente di trovare un asse politico in grado di unire le tribù contro Roma, e i romani, a loro volta, minacciavano che chi non li avesse aiutati contro Arminio ne avrebbe condiviso la sorte. Ma la sollevazione di Arminio era stata la rivolta di una delle tante fazioni germaniche, non una volontà collettiva di indipendenza. “nemmeno i cherusci, quindi, per non parlare dei germani nel loro insieme, seppero essere uniti nella resistenza contro Roma: la selva di Teutoburgo non fermò affatto l’avanzata delle legioni. In modo del tutto casuale Arminio aveva messo a segno un buon colpo, ma le ragioni per cui il I secolo si fermarono alle frontiere della Germania furono di altro tipo.
(P. Heather).

La risposta di Roma fu affidata dall’imperatore Augusto a Tiberio, che poté valersi di ben otto legioni, prelevate dalla Rezia, dalla spagna e dall’Illirico. All’inizio delle operazioni il futuro imperatore Tiberio e il giovane Germanico si limitarono ad alcune azioni dimostrative senza spingersi troppo lontano dal Reno. “La recente vittoria non aveva dato ad Arminio alcuna illusione sull’abilità dei suoi uomini rispetto ai legionari di Tiberio ed egli rifiutò categoricamente di affrontare i romani in campo aperto. Si ritirò invece ancora di più nel fitto delle foreste. Questa tattica riuscì a disorientare Tiberio perché la strategia romana prevedeva di marciare direttamente su ciò che i nemici avevano di più prezioso e poi sconfiggere l’esercito giunto in sua difesa. Ma la Germania non possedeva città da conquistare e aveva pochi raccolti da saccheggiare.”
(P. Matyszak).

Nel 14 d. C. divenne imperatore Tiberio.
Già nel 15 d.C. le legioni, guidate dal figlio di Druso, Germanico, iniziarono le incursioni in profondità oltre il Reno. Dopo la battaglia di Teutoburgo altre tribù si erano unite ad Arminio, compresi quei cherusci prima neutrali guidati dallo zio Imguiomero. Mentre Segeste rimaneva fedele a Roma. Arminio attaccò le forze di Segeste che fu salvato dall’arrivo dei romani, i quali catturarono, oltre a molti giovani nobili germani, Tusmelda, la sposa di Arminio. Tacito scrive “Essa condivideva i sentimenti del marito più di quelli del padre. Non si abbandonò alle lacrime né chiese pietà, ma rimase immobile, le mani strette tra le pieghe della veste, fissi agli occhi al ventre gravido…la sposa di Arminio mise al mondo un figlio maschio educato a Ravenna”. Al rapimento di Tusmelda, Arminio risponde in modo rabbioso, così ce lo descrive Tacito negli Annali: “Che padre egregio, che grande imperatore, che forte esercito! Quante forze erano state necessarie per catturare una fragile donna! Davanti a lui erano cadute tre legioni e altrettanti capi; ed egli non si batteva col tradimento né contro donne incinte, ma a viso aperto, contro uomini in armi. Nei boschi della Germania si vedevano ancora le insegne romane, che egli aveva appeso, dedicandole agli dei della patria. Segeste poteva abitare la riva assoggettata e reintegrare il figlio nel sacerdozio di un culto di esseri umani. I germani non avrebbero mai potuto giustificarsi perché tra l’Elba e il Reno si vedevano le verghe e le scuri e le toghe romane…..Aveva dovuto ritirarsi deluso quell’Augusto asceso tra i numi e quel Tiberio da lui prescelto. Ora, essi non dovevano aver paura di un ragazzetto inesperto né d’un esercito sedizioso. Se amavano di più la patria, i loro maggiori, l’antico costume, che non i padroni e le colonie, seguissero Arminio, la gloria, la libertà, piuttosto che Segeste e un ignominioso servaggio.

Germanico attaccò e sconfisse i butteri alleati dei cherusci.
Arrivò infine sul luogo dove le legioni romane erano state spazzate via. Erano ormai passati sei anni da quelle giornate terribili per il prestigio delle armate romane, e Germanico diede omaggio ai caduti e una degna sepoltura. Tacito, così ci racconta quello che vide il figlio di Druso: “Avanzavano attraverso un territorio tetro alla vista e cupo alla memoria. Per primo l’accampamento di Varo, con la vastità dell’area e le dimensioni del quartier generale, dimostrava l’opera di tre legioni, più oltre, da un fossato semidistrutto si deduceva che qui s’erano fermati, in quello scavo profondo, gli ultimi ormai in fin di vita. Nel mezzo del campo biancheggiavano le ossa, sparse o a mucchi, a seconda che i soldati erano fuggiti o s’erano fermati a resistere. Accanto a loro, frammenti di armi, carcasse di cavalli e teschi umani piantati nei tronchi degli alberi. Nei boschi intorno, are barbariche, accanto alle quali avevano massacrato i tribuni e i centurioni delle prime compagnie”.
Velleio Patercolo, giudica la disfatta militare di Teutoburgo come il più grave, dopo quello di Crasso, subito dai romani in terra straniera, dice che “l’esercito romano fu massacrato fino all’ultimo uomo da un nemico che massacrò quei soldati come se fossero bestie”. Dalle cerimonie funebri, Germanico e le sue legioni ne uscirono ancora più determinati nella convinzione di sconfiggere Arminio, a tutti i costi. Arminio, intelligentemente, continuava a rifiutare lo scontro aperto con Germanico, ed utilizzava una tattica di guerriglia per mettere in difficoltà anche seriamente i romani. In ben due scontri di rilievo Arminio ebbe la meglio. Arminio valutava positivamente i successi conseguiti, seppur parziali, e tendeva ad accontentarsi e a ritornare alla tattica di guerriglia, ma altri capiguerrieri, contrariamente a lui, ritenevano propizia la situazione per infliggere ai romani una sconfitta schiacciante e così cacciarli definitivamente dalla Germania. I germani attaccarono in campo aperto le legioni di Germanico. Errore tragico. Ben presto i romani fecero valere la loro indiscussa superiorità in quel tipo di battaglia, annientarono i nemici e i superstiti furono inseguiti nelle foreste. Dopo questo successo Germanico ripiegò verso il Reno. Nel 16 d.C., Germanico, per non rischiare i propri uomini dalle difficoltà di approvvigionamento e dalle imboscate, cambiò radicalmente il sistema di spostamento delle legioni e le trasferì via mare. In tal modo arrivò sul fiume Weser. Arminio accorse e tagliò la strada a Germanico verso l’Elba. In quella circostanza avvenne un colloquio straordinario. Arminio dall’altra sponda del fiume Weser chiese di parlare con suo fratello Flavio. Nonostante Arminio avesse rotto ogni legame con Roma, il fratello era rimasto un leale e fedele ufficiale delle legioni. Arminio chiese a Flavio come avesse perso un occhio e questi rispose che era avvenuto nelle prime spedizioni di Tiberio in Germania. Arminio domandò quale risarcimento avesse ricevuto per quel danno e il fratello gli disse di aver avuto varie decorazioni e un aumento della paga. Ne derivò un alterco. Flavio esortò il fratello a chiedere clemenza, ricordandogli che la moglie e il figlio erano indifesi nelle mani di Roma. Per tutta risposta Arminio invitò Flavio a interrompere il tradimento della propria famiglia, della sua tribù e del suo popolo. La conversazione si trasformò in un turbine di urla e insulti e Flavio fu trattenuto da altri soldati dal prendere il cavallo e attraversare il fiume per affrontare il fratello. Arminio parlava e urlava frammischiando parecchi vocaboli in latino, in modo che nell’altra sponda in molti capissero.
Una riflessione dello storico Herfried Münkler, mette in evidenza la capacità dell’impero di esprimere una forte egemonia attrattiva: “Accanto al denaro e al potere economico l’attrazione culturale (cioè il potere ideologico) può essere determinante nel conquistare le popolazioni di frontiera alla causa dell’impero... L’opzione proromana di Flavio è motivata dalla potenza politica e, soprattutto, da quella ideologica di Roma, non dalla potenza militare, già seriamente scossa”. E poi fu battaglia. A Jodistaviso (Minden), in una radura tra il fiume e la foresta. “Da una parte, qualcosa come 50 mila germani di varie tribù, dall’altra, effettivi tratti da otto legioni, almeno 28 mila uomini, mille pretoriani, 30 mila ausiliari e 5 mila germani, oltre a 6 mila cavalieri pesanti e 2 mila leggeri, dotati di arco.
(A. Frediani).

Arminio aveva scelto bene il terreno, in leggero pendio, che avvantaggiava i suoi guerrieri, e con i boschi alle spalle. I germani combatterono col loro solito impeto, ma questo era il genere di guerra in cui eccellevano i romani
(P. Matyszak).
Lo stesso Arminio rischiò seriamente di essere catturato dopo che i suoi guerrieri erano stati sconfitti. Tacito ci racconta: “I cherusci che si trovavano in mezzo tra gli uni e gli altri venivano cacciati giù dai colli. Tra tutti spiccava Arminio. Con i gesti, con la voce, mostrando la ferita sosteneva i combattenti, stava addosso agli arcieri e li avrebbe sgominati se le coorti dei reti, dei vindellici e dei galli non si fossero gettate in avanti. Ed egli, con grandissimo sforzo e spronando il cavallo, riuscì a fuggire, dopo essersi imbrattato il viso col suo stesso sangue affinché non lo riconoscessero. Secondo alcuni furono i canci, che militavano tra i romani, avendolo riconosciuto, a lasciarlo fuggire!”.
La sconfitta di Arminio era stata netta, tanto più che tra i romani, pare, il numero delle perdite era stato risibile. Per i germani, però, la resistenza doveva proseguire, e scelsero un luogo tra le paludi e le foreste vicino ad un fiume per una nuova battaglia. Arminio fece costruire un terrapieno sul modello di quello utilizzato a Teutoburgo contro Varo. I due eserciti erano bloccati sul campo di battaglia, non c’erano vie di fuga, i germani erano chiusi alle spalle della palude, i romani dal fiume e dalle foreste. Solo lo scontro all’ultimo sangue avrebbe risolto, Tacito così ci racconta la situazione: “Non era inferiore l’animo dei guerrieri germani, ma si trovavano in condizione di inferiorità per il genere di combattimento e delle armi: stretti in così gran numero in luoghi angusti, non riuscivano né a protendere né a ritirare le loro lunghissime aste, né a combattere sul posto, i nostri, al contrario, con lo scudo aderente al petto e la mano stretta all’impugnatura della spada, trafiggevano le membra imponenti dei barbari e i loro volti scoperti e si aprivano il passo massacrando i nemici, mentre Arminio ormai dopo tante prove senza sosta non aveva più lo stesso ardore e forse lo indeboliva la recente ferita”. I germani piegati e sconfortati dalle ingenti perdite e dal valore e dalla organizzazione dei romani scapparono, solo il calar della notte li salvò dallo sterminio. Germanico aveva sconfitto Arminio. La battaglia vinta aveva ripristinato l’onore delle armi romane, perduto a Teutoburgo, ma certamente non significava la conquista della Germania. Era ormai settembre e Germanico dispose il ritorno alle basi invernali, mandando alcune legioni per via terra ed altre imboccando il fiume Ems si immise in mare aperto. “L’idea di spostare l’esercito per mare era assai audace, perché i romani non erano tradizionalmente dei navigatori e, durante il viaggio di andata, avevano già sofferto la loro inesperienza nell’arte marinaresca a causa di un fortunale che aveva distrutto alcune navi. Si dimostrarono ancora una volta gente di terra non riuscendo a far fronte a un violento temporale estivo sopraggiunto dal Mare del Nord. La locale tribù dei marsi riferì che le spiagge erano disseminate di rottami e cadaveri a seguito del disastro che causò la morte una cospicua parte dell’esercito romano”.
(P. Matyszak).

Lo storico Andrea Frediani, così analizza la situazione: “Impersonando alla perfezione il mai domo spirito romano, quello spirito che aveva sempre consentito a Roma di ottenere le più grandi vittorie immediatamente dopo le più devastanti sconfitte, Germanico non esitò, nonostante tutto, a ribadire l’autorità capitolina, dopo aver inviato un suo luogotenente tra i catti, infatti, si spinse nuovamente contro i marsi il cui capo, che si era invece arreso, gli aveva rivelato di aver seppellito un’altra delle aquile sottratte a Varo”. Germanico riuscì a recuperare una delle tre aquile perse a Teutoburgo, e poi, prima di tornare alle basi invernali devastò e razziò il territorio. La sorpresa e la capacità di ripresa dimostrate dai romani così è descritta da Tacito: “I romani, dicevano, sono invincibili e nessuna sciagura sarebbe mai riuscita a sopraffarli: dopo che la flotta era andata a fondo, perdute le navi, le sponde coperte di cadaveri di uomini e di cavalli, erano tornati all’assalto con lo stesso coraggio, lo stesso animo indomito, quasi fossero più numerosi”.

Germanico progettò subito una nuova spedizione, questa volta per via terra, si diceva convinto che, con un anno ancora di guerra, nessuno in Germania avrebbe più osato sfidare il potere di Roma. Ma l’imperatore Tiberio era ormai stanco dell’avventura di Germanico in Germania; non lo stimava come generale, e sicuramente lo valutava dal punto di vista della strategia militare assolutamente inferiore al padre Druso e a lui stesso. Tiberio approfittò del disastro navale per mettere in evidenza i pesanti costi di quel tipo di politica offensiva e per ribadire la necessità del rientro a Roma di Germanico. Offrì al giovane generale la concessione del trionfo e un secondo consolato. L’imperatore era convinto che l’umiliazione di Teutoburgo era stata vendicata con le vittorie conseguite, e non c’era alcun motivo di sprecare ancora preziose vite, materiale bellico e oro per la conquista temporanea di foreste e paludi. Germanico non aveva altra scelta che obbedire alla volontà imperiale e celebrò solennemente il trionfo il 25 maggio del 17 a.C. a Roma.

Inoltre nell’ambito dell’entourage dell’imperatore si era consolidata l’opinione di Tiberio, che probabilmente proprio Augusto prima di morire aveva suggerito, il valore della conquista della Germania non corrispondeva ai costi necessari da impiegare nell’impresa. La Germania rimaneva un territorio selvaggio e inospitale, con relativamente poche risorse, con una collocazione assai distante dal baricentro dell’impero che restava il Mediterraneo. Una collocazione, pertanto, che imponeva un dispiegamento di forze militari assai elevate per presidiare efficacemente il territorio, che data la scarsità degli uomini da inquadrare nei reparti, imponeva sforzi economici e sociali elevatissimi.

La risposta di Roma alla sconfitta non arrivò come invece ci si poteva aspettare. La rivincita si limitò ad azioni dimostrative oltre il Reno, con l’intenzione di ribadire la superiorità militare ma non certamente a reinstallarsi stabilmente nella provincia perduta. È stato sempre giudicato molto singolare il fatto che gli eserciti romani sono riusciti ad assoggettare la Gallia, composta da comunità ampie e ben integrate tra loro, abbastanza complesse, strutturate, dotate di sistemi produttivi sviluppati ed economie monetarie sofisticate, senza invece conquistare le società ben più elementari che stazionavano a est del Reno. “Ma l’incapacità di conquistare la Germania può essere in buona parte ricondotta proprio al livello di sviluppo politico ed economico più basso rispetto alla Gallia e alla zona a sud del Reno.
(P. S. Wells).

I germani non avevano nessun tipo di centralizzazione della produzione manufatturiera, del commercio, nonché della raccolta e della conservazione degli alimenti e degli altri prodotti.
“Ecco perché in Germania i romani non potevano accedere a fonti di approvvigionamento necessarie sul campo, mentre in Gallia per Cesare era stato possibile. Secondo questa interpretazione, fu proprio il sottosviluppo dei territori della Germania settentrionale a impedire la conquista romana.” (P. S. Wells).

Altra conseguenza importante della mancata conquista della Germania ad est del Reno, fu che la Gallia orientale rimase una zona militarizzata, con una strutturazione politica ed economica imperniata sulla presenza delle legioni a presidio del confine renano. I romani piazzarono otto legioni lungo la riva del Reno, fondarono avamposto militari (Colonia e Treviri), che ben presto divennero vere e proprie città, dove le usanze e le tradizioni romane si mescolarono con quelle locali, creando nuove realtà economiche e civili.

“Dal nostro punto di vista è necessario tuttavia rilevare che l’importanza delle basi militari risiede nell’aver messo a contatto diretto le popolazioni indigene con le forze imperiali. Anche nei casi in cui i forti furono occupati soltanto per pochi anni, la presenza di centinaia o migliaia di soldati romani ebbe una profonda influenza nelle popolazioni locali. Da un punto di vista economico, le basi crearono una forte domanda di derrate alimentari, materie grezze e manufatti. Dal punto di vista politico, la presenza di ingenti forze militari può aver avuto importanti conseguenze a livello sociale, indipendentemente dalla presenza o meno di un confronto bellico diretto con le comunità locali.”
(P. S. Wells).
Di fatto Roma si ritirava dalla Germania, e per la prima volta nella storia, rinunciava ad un territorio considerato già suo, dando così alla sconfitta di Teutoburgo un significato storico profondo.

Sia Augusto che Tiberio presero atto che una fase della politica estera si era definitivamente conclusa e che occorreva dedicarsi alla difesa dei confini. La crisi del modello augusteo di espansione, da datarsi negli anni 6 – 9, compiuta a piccoli passi ma senza sosta. “Questa espansione alla fine cadde vittima della propria efficacia.
(A. Ziolkowski).
Lo spostamento dei confini fino all’Elba e al Danubio fu un grande successo, solo che il controllo delle conquiste fin qui effettuate e contemporaneamente l’ulteriore espansione, avendo sempre le stesse forze a disposizione, diventò alla fine un compito irrealizzabile, anche perché la conquista romana aveva annientato il fattore al quale in larga misura doveva la sua efficacia: la divisione politica dei nemici. Quello che fece unire, prima i pannoni e dalmati e poi i germani, fu la volontà di scrollarsi di dosso il giogo romano. Non solo, ma la politica di incorporare quasi immediatamente nell’esercito romano dei contingenti di popoli sconfitti, se faceva risparmiare il sangue dei propri cittadini, consentiva ai membri di élite che restavano ostili di conseguire un addestramento tattico e organizzativo di prim’ordine, che poi ritorcevano contro la stessa Roma; non è un caso che le due grandi insurrezioni furono opere di soldati delle coorti ausiliari.”

Nel 17 d. C. Arminio, a capo di una coalizione di tribù, avanzò verso la Boemia e attaccò i marcomanni. Lo scontro non fu decisivo, ma Morboduo abbandonò le posizioni e si ritirò nella parte interna delle sue terre. Neppure due anni dopo, però, Morboduo perse il regno per una congiura di palazzo sostenuta dai romani e dovette chiedere aiuto ai cherusci. Il disegno di Arminio di conquistare il dominio assoluto sulla sua tribù, costruire un patto con le altre tribù germane per poi fondare un regno in gara con Marboduo subiva una accelerazione. “Respinti i romani e cacciato Marboduo, Arminio vuole farsi re e, quasi per ironia della sorte, solleva contro di sé lo stesso desiderio di libertà che aveva fatto nascere nei cuori dei suoi compatrioti. Un principe dei catti scrisse in quell’occasione una lettera al senato di Roma nella quale prometteva di uccidere Arminio se solo gli fosse stato inviato il veleno, ma gli fu risposto che il popolo romano già quando combatteva contro Pirro non era mai ricorso all’inganno e al tradimento contro i suoi nemici.
(M. Bocchida, M. Sartori).

La vittoria di Arminio aumentò i dissidi all’interno della classe dirigente dei cherusci; i suoi avversari cercavano con tutti i mezzi di impedire che riuscisse a edificare un regno, proprio mentre l’obiettivo sembrava prossimo ad essere raggiunto. Arminio fu ucciso dai suoi parenti. Era il 19 d.C., aveva appena trentasette anni. “Ma Roma avrebbe ottenuto un’altra piccola soddisfazione: nel 47 d.C., i cherusci erano talmente diminuiti a causa di dispute interne e guerre interminabili con i catti che chiesero un re all’imperatore Claudio. Questi inviò il nipote di Sigimero. Nuovo re dei cherusci era Italico, figlio di Flavio, ufficiale romano e fratello di Arminio.
(P. Matyszak).

Stefano Vinti
Bibliografia
Le fonti storiche
1. Velleio Patercolo, Storia romana 2. Tacito, Annali 3. Cassio Dione, Storia romana Saggi 1. A. Frediani, Le Grandi battaglie di Roma antica, Newton e Compton, 2002 2. A. Frediani, I grandi generali di Roma antica, Newton e Compton, 2007 3. P. Matyszak, I grandi nemici di Roma antica, Newton e Compton, 2005 4. A. Spinosa, Tiberio, Arnoldo Mondadori Editore, 1985 5. A. Ziolkowski, Storia di Roma, Bruno Mondadori, 2000 6. P.S. Wells, La parola ai barbari, Il Saggiatore, 2007 7. P.S. Wells, La battaglia che fermò l’impero romano, Il Saggiatore, 2004 8. M. Pani, E. Todisco, Storia romana, Carocci Editore, 2008 9. R.H. Barrow, i romani, Arnoldo Mondadori Editore, 1962 10. P. Heater, la caduta dell’impero romano, Garzanti, 2006 11. M. Leglay, J.L. Voisin, Y. Le Bohec, Storia romana, Il Mulino, 2002 12. A. Fraschetti, Augusto, Laterza, 2007 13. R.M. Sheldon, Guerra segreta nell’antica Roma, Libreria Editrice Goriziana, 2008 14. G. Clemente, Guida alla storia romana, Arnoldo Mondadori Editore, 2008 15. H. Münkler, Imperi, Il Mulino, 2008 16. K. Christ, Breve storia dell’impero romano, Il Mulino, 2003 17. P. Le Roux, L’impero romano, Newton e Compton, 2005 18. S.I. Kovaliov, Storia di Roma, Editori Riuniti 19. Accademia delle Scienze dell’URSS, Storia universale, Nicola Teti Editore, 2008 20. Furio Sampoli, Passioni, intrighi, atrocità degli imperatori romani, Newton e Compron, 2006 21. Bocchiola e Sartori, Teutoburgo 9 d.C., Rizzoli, 2005 22. A.H.M. Jones, Augusto vita di un imperatore, Mondadori, 1970 Romanzi 1. H. Turledove, La battaglia di Teutoburgo, Fanucci, 2009 2. E. Pomilio, La notte di Roma, Mondadori, 2008
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Flavo e Italico: i parenti di Arminio fedeli all’impero.
La vicenda di Arminio è a tutti nota: figlio del re cherusco Sigimer, crebbe come ostaggio presso i Romani e divenne un soldato presso il loro esercito, addirittura ottenendo la cittadinanza e venendo fatto eques. Tuttavia, quello che sembrava un ottimo esempio di integrazione andò in frantumi quando, per ragioni ancora non del tutto chiarite, Arminio organizzò l’agguato di Teutoburgo, nel quale fece a pezzi tre legioni romane. Da quel momento in poi non si riconciliò mai con lo Stato romano.

Tuttavia, pochi conoscono le vicende legate ad alcuni familiari di Arminio, primo fra tutti il fratello Flavo, che, ormai parte integrante del popolo presso il quale erano cresciuti, restarono fedeli all’impero romano.

Flavus, il biondo.

Pochi anni dopo Teutoburgo, Tiberio lanciò una campagna punitiva in Germania, condotta dall’energico nipote Germanico. Il culmine di questa campagna sarebbe stata la battaglia di Idistaviso nel 16 d.C.

Germanico raggiunse il fiume Visurgis (oggi il Weser) con il suo esercito, e si fermò sulla sponda sinistra del fiume, vedendo che l’esercito di Arminio era sulla sponda destra.

Anche Arminio vide le truppe romane, e probabilmente ebbe un dubbio. 
C’era una questione familiare che doveva risolvere. In compagnia di alcuni capi, Arminio si portò sulla riva del fiume, e chiese ai Romani dall’altra riva se con l’esercito vi fosse Germanico. 
Alla risposta affermativa, Arminio fece una richiesta particolare: 
desiderava parlare con il fratello, che militava sotto Germanico.

Non sappiamo quale fosse il vero nome del fratello di Arminio. 
Quando compare per la prima volta negli Annali di Tacito, viene introdotto come “cognomento Flavus“. Il cognomen corrispondeva a una sorta di soprannome presso i Romani, un appellativo derivante da tratti somatici, caratteriali, atti compiuti etc. Non stupisce che Flavo, qualunque fosse il suo vero nome, avesse acquisito un tale soprannome. Essendo di stirpe germanica, possiamo ben immaginare che fosse, in effetti, biondo.

Tolto questo particolare indiretto, Tacito descrive succintamente così il fratello di Arminio
Costui militava nell’esercito col soprannome di Flavo, soldato di straordinaria fedeltà e privo di un occhio, perduto, in seguito a ferita, pochi anni prima, sotto il comando di Tiberio.”

Veniamo quindi a sapere che Flavo doveva aver militato nell’esercito di Tiberio durante la rivolta dalmato-pannonica del 6-9 d.C. e che, al contrario del fratello, era rimasto sempre fedele a quella che probabilmente doveva sentire come la sua nuova patria, rimanendo gravemente ferito e sfregiato combattendo per essa (in rete si trova riportato un po’ ovunque che Flavo avrebbe perso l’occhio durante l’assedio di Andetrium del 9 d.C., ma Tacito non cita affatto questa notizia).

Flavo si portò sulla riva del fiume, dopo che Arminio ebbe ottenuto di far allontanare gli arcieri romani sull’altra riva. Arminio fece allontanare anche i capi germanici che lo accompagnavano, per poter parlare in relativa intimità con il fratello; dobbiamo immaginare che si siano dovuti parlare a voce molto alta, se non addirittura gridando, per potersi sentire da una sponda all’altra del fiume.

Il dialogo tra Arminio e Flavo è riportato in forma indiretta, forse anche retorica. È chiaramente uno scontro tra due visioni completamente opposte, e se Tacito non se lo è del tutto inventato, possiamo immaginare si sia sviluppato su temi molto simili.

“[Arminio] chiede al fratello l’origine di quello sfregio al volto. 
Gli illustra quest’ultimo il luogo e la battaglia; e allora vuol sapere quale compenso ne abbia avuto. Flavo rammenta lo stipendio accresciuto, la collana [torquis], la corona e gli altri doni militari, tra il dileggio di Arminio per quegli insignificanti compensi alla sua servitù.
Si mossero, da quel momento, su due linee opposte: gli argomenti dell’uno sono la grandezza romana, la potenza di Cesare, le pene severe destinate ai vinti, la clemenza assicurata a chi accetta la resa, il trattamento tutt’altro che ostile riservato alla moglie e al figlio di Arminio; l’altro ricorda il valore sacro della patria, l’avita libertà, gli déi della nazione germanica, la madre che si univa a lui nelle preghiere, perché non abbandonasse parenti e amici e, in una parola, tutta la sua gente, e non preferisse di essere un traditore invece che il loro capo.”

Possiamo immaginare che Flavo e Arminio fossero pesantemente delusi e in collera, vedendo entrambi il fratello come un traditore.

La conversazione degenerò ben presto negli insulti, e Flavo addirittura si mise a chiedere a gran voce cavallo e armi per poter combattere il fratello. Arminio, dal canto suo, rimaneva dall’altra parte “minaccioso, in atto di lanciare la sfida”, inframezzando agli insulti nella sua lingua natìa “espressioni in latino, per aver prestato servizio nel campo romano a capo della sua gente”.

Non conosciamo il destino di Flavo. Certamente partecipò alla battaglia di Idistaviso, che ebbe luogo il giorno seguente.

Sempre da Tacito veniamo a sapere, però, che Flavo ebbe un figlio, il cui nome chiarisce più di ogni altra cosa chi e cosa si sentisse Flavo.

Italico, re dei Cherusci.
47 d.C. Erano ormai passati trent’anni da Idistaviso, quasi quaranta da Teutoburgo.
All’imperatore Claudio arrivò, in quell’anno, una richiesta particolare: 
i Cherusci si rivolgevano ai Romani perché dessero loro un nuovo re
Avevano perso gran parte dei loro nobili (Tacito addirittura scrive “tutti”) nelle loro continue lotte intestine, e l’unico membro superstite facente parte di una linea di sangue nobile, anzi, reale, era in quel momento un cittadino romano residente in Italia, di nome Italico.

Italico era niente meno che il figlio di Flavo, e di una donna (il cui nome purtroppo Tacito non menziona) figlia di Actumero, un principe dei Catti. Il nome del figlio di Flavo è forse il miglior “manifesto” riguardo a come il fratello di Arminio si concepisse, ormai un vero e proprio Romano.

Claudio non si fece pregare. Assegnò una guardia del corpo e del denaro a Italico e lo inviò presso i Cherusci perché ne assumesse la reggenza. “Egli era il primo che, nato a Roma e lì vissuto non come ostaggio, andava, quale cittadino, ad assumere il trono in un paese straniero”, commenta Tacito. In questo senso, Italico fu effettivamente un caso più unico che raro.

Lo storico romano lo descrive quasi come un principe ideale: 
di bell’aspetto, un abilissimo cavallerizzo e combattente, sia alla maniera dei Romani che dei Germani. Una volta insediatosi, pare fosse molto amato dai suoi nuovi sudditi, non solo perché si dimostrò un sovrano equilibrato, ma anche per i modi di fare che lo facevano essere davvero una via di mezzo tra un Romano e un Germano: “Italico, col suo arrivo, produsse inizialmente gioia tra i Germani e, poiché non era coinvolto in lotte di fazione ed egualmente attento verso tutti, veniva festeggiato e onorato, nel suo mostrarsi affabile ed equilibrato, cosa che a nessuno dispiace, e per il suo indulgere al vino e ai piaceri, come amano i barbari”, scrive Tacito. Italico iniziò a essere un rinomato regnante, conosciuto sia tra i popoli vicini che tra quelli lontani.

Tuttavia, gli echi dei passati conflitti non erano sopiti. Le fazioni più estremamente anti-romane iniziarono a sobillare gli altri popoli germanici, insistendo sul fatto che Italico fosse lì per porre fine alla libertà dei Germani in favore della supremazia romana.

Gli oppositori di Italico intendevano liberarsi una volta per tutte anche del fantasma di Arminio: 
il capo cherusco ormai apparteneva al passato, ed era inutile continuare a tirare in ballo la sua linea di sangue. Inoltre Italico era estremamente malvisto anche per un altro, più importante motivo: 
egli era del resto il figlio di Flavo, che era diventato un Romano a tutti gli effetti.

Così Tacito esprime i dubbi dei capi germanici oppositori: 
Non era dunque nato nessuno in terra di Germania che potesse ricoprire il ruolo di capo, senza innalzare sopra tutti il discendente di quello spione di Flavo? Era inutile evocare sempre il nome di Arminio: se anche fosse venuto qui a regnare il figlio di Arminio, allevato in terra straniera, c’era di che essere sospettosi, perché infettato dall’educazione ricevuta, dalla disponibilità a servire, dallo stile di vita, insomma dalla mentalità straniera; se poi Italico aveva lo spirito di suo padre, nessuno quanto suo padre, e con ostilità maggiore della sua, aveva levato le armi contro la propria terra e gli déi della patria.”

Mentre i suoi nemici radunavano una grande forza, Italico si preparava a difendere il suo trono, radunando una forza altrettanto grande.

Italico si sentiva in tutto e per tutto nel giusto: “[Italico] ricordava di non essersi imposto contro il loro volere, ma d’essere stato chiamato, perché superiore agli altri in nobiltà: mettessero alla prova il suo valore, per vedere se si mostrava degno dello zio Arminio e del nonno Actumero. Né arrossiva per il padre, perché non aveva mai tradito gli impegni verso i Romani, assunti col consenso dei Germani.”

Si arrivò quindi a battaglia. Di questo scontro non sappiamo purtroppo assolutamente nulla, se non che vi fu e che Italico ne uscì vincitore, consolidando così il suo potere sui Cherusci.

Non abbiamo notizie certe sul proseguimento e sulla fine del regno di Italico, o su suoi eventuali discendenti. Da Tacito sappiamo solo che “scivolò, col successo, nella superbia e perse il trono; di nuovo rimessosi in sella, con l’aiuto dei Longobardi, pesò duramente, nel bene e nel male, sulle sorti dei Cherusci.”


Germania Magna


https://tribunus.it/2018/03/13/flavo-e-italico-i-parenti-di-arminio-al-servizio-dellimpero/



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