martedì 20 febbraio 2018

Ian McEwan, Nel guscio. Oddio, potrei anche essere confinato in un guscio di noce e sentirmi il re di uno spazio infinito - se non fosse la compagnia di brutti sogni. William Shakespeare, Amleto, atto II, scena II.

Mi ha sempre colpito pensare che qualcosa di molto piccolo, come non dire la parola giusta o non fare il gesto opportuno, può far prendere alle nostre esistenze una strada diversa.
È una cosa che accade innumerevoli volte, ma ce ne accorgiamo appena.
Ian McEwan



Il genere è innato. Parola del feto di Ian McEwan.
L'ultimo romanzo dello scrittore inglese segna la rivincita dei teorici della presenza di idee compiute nell'uomo già alla nascita. Alla faccia degli pseudo-empiristi.
di Antonio Gurrado

Bentornati, innatisti. I teorici della presenza di idee compiute nell'uomo già alla nascita – contrapposti agli empiristi, secondo i quali le idee derivano esclusivamente dall'acquisizione di esperienza crescendo – hanno trovato un campione insperato: Ian McEwan. Com'è noto, il suo nuovo romanzo “Nel guscio” (Einaudi) ha per voce narrante un feto, che dal pancione materno ascolta tutto e non vede nulla (e dice: “Sento, dunque sono”). Ora, già dalla prima pagina, questo feto dichiara che sentendo la parola “azzurro” si figura un evento mentale non troppo dissimile da “verde”, per quanto non abbia mai visto nessuno dei due colori né sappia cos'è un colore. Questo feto ciarliero e sveglissimo è in grado di riconoscere come cigola un letto quando qualcuno ci si siede, di ricostruire legami di parentela, di individuare un complotto senza avere mai esperito né letti né famiglie né tragedie, e solo un talentuoso come McEwan poteva trarne un capolavoro anziché un'inverosimile ciofeca. Ma quando il feto si ritrova una specie di gamberetto fra le gambe e capisce di essere maschio e non femmina, senza avere mai avuto contezza di studi biologici né di teorie sul genere, è lì che si verifica la decisiva rivalsa dell'innatista: quando una pagina di memorabile sarcasmo sceglie l'inevitabile concepirsi nel modo in cui si è determinati a priori, contrapponendolo al comodo pseudo-empirismo di chi si percepisce maschio o femmina, abile o disabile, bianco o nero a seconda di come le esperienze hanno forgiato la sua identità a posteriori.

https://www.ilfoglio.it/bandiera-bianca/2017/05/19/news/il-genere-e-innato-parola-del-feto-di-ian-mcewan-135552/



«Nutshell», nel guscio (nella traduzione di Susanna Basso).
Un bambino non ancora nato è il testimone di un omicidio premeditato.
La madre, via via che la gravidanza avanza, pianifica con l’amante l’assassinio del marito.
«Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna. Braccia pazientemente conserte ad aspettare, aspettare e chiedermi dentro chi sono, dentro che guaio mi sto per cacciare».

Nel ventre di Trudy, il feto - a proposito di eminenti antenati - chiaramente intende il verso montaliano «Nascere fu un refuso». Giorno dopo giorno, ad apparirgli, è il teatro dell’umana abiezione. Come evitare di entrarvi? Mettendo in scena un gioco di prestigio: suicidarsi prima ancora di essere. Se non che ogni tentativo fallisce («il fedele cordone, la cima di salvataggio che non ha voluto uccidermi»), essere sarà dunque inevitabile.

John, il padre, morirà avvelenato, in autostrada, lontano dalla efferata coppia. Ma il sospetto avvolgerà comunque i due amanti, Trudy e Claude. Saranno scoperti? E quale ruolo, eventualmente, il nascituro avrà nel determinare la loro sorte? Lui, dalla madre così stregato:
«Bellissima. Amorevole. Assassina».

Con «Nel guscio», ormai vicino ai settant’anni, Ian McEwan, da tempo fra i candidati al Nobel, rinnova la convinzione di sempre: «Scrivere non è un’attività che si semplifica con l’andare del tempo; non è possibile “buttare giù” un romanzo solo perché fai questo mestiere da qualche decennio. Certe volte mi pare che la questione si riduca a un problema di forma fisica: scrivere richiede un’enorme quantità di energia. Invecchiare non aiuta. È fondamentale convincersi di avere tra le mani qualcosa di nuovo, di fresco, qualcosa che sia decisamente diverso da tutto ciò che l’ha preceduto, anche se può trattarsi solo di un’illusione...».
http://www.lastampa.it/2017/03/20/torinosette/primapagina/il-lo-scrittore-ian-mcewan-alla-cavallerizza-NpTDpyS7bNgdc3SPdWCZmM/pagina.html


Ian McEwan, "Il guscio" e il suo amletico protagonista.
Lo scrittore ha lasciato il realismo per un romanzo folle e irreale:  «Mi serviva una vacanza».
Intervista nel salotto di casa sua, che ha visto nascere una storia decisamente shakespeariana.

STRAUD (Inghilterra).
Da cinque anni Ian McEwan si è trasferito nella campagna del Gloucestershire e per arrivare a casa sua tocca fare un’ora di treno da Londra, dove ha abbandonato senza nostalgie il villino di Fitzrovia che nel 2005 era diventato, con poche modifiche, la casa del protagonista di Sabato. Poi, una ventina di minuti in taxi dalla stazione più vicina. Campi sconfinati. Alte siepi. Pecore solitarie. Cavalli e pony altolocati che pascolano col cappottino. Non si vede un bipede, a parte i corvi. La vecchia casa di pietra sembra una piccola abbazia. Nel giardino aperto sulla campagna è stato scavato un laghetto che però ha troppe alghe per farci il bagno. Dentro: sobrietà, camini, pochi mobili, una cucina accogliente con la stufa in ghisa e la ciotola per il cane. Qui si indulge nei dettagli perché non è da tutti entrare nel buen retiro di McEwan, che non invita mai a casa un giornalista inglese:
«Se uscissi da questa stanza mi frugherebbe tra i libri o nei cassetti».

La stanza dove è vivamente sconsigliato frugare è il soggiorno; l’idea di Nel guscio, il suo ultimo, sorprendente, romanzo,  è nata proprio qui.
«Due anni fa chiacchieravo con mia nuora Rosie, una matematica molto brillante: era all’ottavo mese di gravidanza del primo figlio e naturalmente l’argomento era il bambino o la bambina che stava per arrivare. Ho avuto la netta percezione che eravamo già tre persone, sul divano. Un paio di mesi dopo ho cominciato a scrivere».

Cosa piuttosto insolita nelle cronache letterarie, dedicare un romanzo alle nuore.
Mc Ewan l’ha fatto: «A Rosie e Sophie». Perché reputa una grande fortuna che i suoi figli abbiano sposato due ragazze «così belle, intelligenti, dolci, affascinanti; e, soprattutto, innamorate».
Dopo la dedica, una citazione dall’Amleto, che aleggia sulla trama molto più delle nuore: Oddio, potrei anche essere confinato in un guscio di noce e sentirmi il re di uno spazio infinito –  se non fosse per la compagnia dei brutti sogni
E infine l’incipit, folgorante: 
«Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna». 
Un feto prossimo alla nascita, molto consapevole e dotato di un ottimo eloquio, è il narratore. 
E già prima di venire al mondo assiste ai piani della madre e dello zio suo amante di uccidere il padre.  (Oltre alle terrificanti performace sessuali dei due fedifraghi).

Uno scarto vertiginoso, e vigoroso, nella carriera di McEwan che, abbandonate le meravigliose cupezze-stranezze degli esordi, aveva adottato un realismo corroborato da meticolose ricerche. Ed era finito nei programmi delle scuole superiori britanniche con Espiazione, del 2001.

«Mi serviva una vacanza, un jeu d’ésprit
Il romanzo precedente, La ballata di Adam Henry, aveva richiesto molto lavoro di documentazione, ore e ore in tribunale a parlare con magistrati e avvocati. Avevo bisogno di uno spazio di libertà».

I romanzieri possono essere di due tipi:
quelli che si fanno le ricerche da soli e quelli che delegano ai negri e perfino alle agenzie.
Lui appartiene alla prima specie e non sa dire esattamente quando è diventato abbastanza famoso o autorevole perché un magistrato gli concedesse un po’ del suo tempo. «Il fatto è che ho un amico giudice, un giudice importante, che mi ha raccontato molti dei suoi casi. Con le rispettive mogli andiamo a sentire concerti di musica da camera e una volta, alla Wigmore Hall, mi ha parlato di un testimone di Geova minorenne che rifiutava le trasfusioni, come prevede la sua religione. Lui lo andò a trovare, rimase lì una quarantina di minuti, discutendo di calcio. Poi decise di imporgli il trattamento. Già questo mi fece effetto, ma il punto è che otto anni dopo, il mio amico giudice trovò negli atti di un altro caso una nota in calce su quello stesso ragazzo: si era riammalato e aveva rifiutato la trasfusione. Alla base della Ballata di Adam Henry c’è questa vicenda con pochi elementi cambiati. Adesso ci fanno un film».

Anche per Nel guscio gli hanno chiesto l’opzione:
«E pensare che quando ho finito il libro pensavo che per una volta non mi sarei dovuto preoccupare della riduzione cinematografica, mi sembrava irrealizzabile. Invece un simpatico produttore americano si è fatto avanti, gli ho chiesto come pensa di cavarsela e ha risposto che non ne ha la minima idea. Mentre la scrivevo mi sembrava una storia così folle che ho proposto a mia moglie di andarcene un po’ all’estero, alla vigilia dell’uscita.  Se hai la premessa di un narratore che è un feto, il romanzo si scrive da solo perché ci sono un bel po’ di situazioni limite, anche se ho mantenuto un profilo di lievissima plausibilità. C’è la sua cultura vasta ma raccogliticcia, visto che se l’è formata ascoltando le trasmissioni radio della Bbc, i podcast o gli audiolibri che sente sua madre; c’è il fatto che può riflettere su quando era più piccolo, che può sentire e immaginare, ma non vedere, e descrive quel che avviene intorno e lo rende credibile come una sorta di eco».

McEwan dice che è un gioco in cui chiedi al lettore di attraversare una linea:
«L’istante dell’attraversamento è quello buono per mollare: se hai problemi con l’antirealismo o l’irrealismo, lascia perdere. Uno dei momenti di irrealtà che amo di più nella letteratura europea è La metamorfosi di KafkaUn uomo si sveglia dopo un incubo e si ritrova trasformato in un insetto gigantesco: lì c’è la linea da attraversare. Ma cosa pensa Gregor Samsa? Che farà tardi al lavoro. Sono molto attratto dalla possibilità di avere il reale, il banale, e il fantastico che scorrono assieme. E, se accetti che un feto intelligente possa riflettere e preoccuparsi come me per i destini del mondo che sta per raggiungere, sei libero».

McEwan pensava sinceramente che un feto narrante in letteratura non si fosse mai visto, ma non aveva fatto i conti con le accuse di plagio che la stampa gli scaglia a ripetizione, praticamente un vezzo. («In Inghilterra non ti perdonano il successo». Peggio che in Italia? «Non so come vada da voi, comunque vorrei un passaporto italiano per rimanere cittadino europeo, dopo la Brexit»). Comunque anche la stampa americana si è data da fare, pur apprezzando molto il libro. Sulla New York Review of Books Siddhartha Mukherje ha tirato fuori dal cappello Abhimanyu, personaggio del Mahabharata che nel ventre della madre aveva ascoltato il padre raccontare una famosa strategia di battaglia, ma si era perso l’ultima mossa perché mammà s’era addormentata. Sul NYT, invece, la solita Michiko Kakutani ha volato più basso: ha attribuito a Nel guscio una qualche parentela con il filmetto Senti chi parla. Per non dire della scatenata caccia allo scoppiazzamento o, più nobilmente, all’influenza in molte altre recensioni, che I.ME. evita accuratamente di leggere, come molti suoi amici colleghi della stessa generazione.

[...] Quando si legge qualcosa su McEwan, i suoi romanzi più citati sono quello d’esordio, Il giardino di cemento o quelli della maturità: L’amore fataleEspiazioneSabato. E sono finiti nel dimenticatoio i titoli che hanno segnato il passaggio da uno stile all’altro:
«Quello che un critico ha definito il mio periodo di mezzo, di cui fa parte Bambini nel tempo. [...]

di Paola Zanuttini (17 marzo 2017)
http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2017/03/20/news/il_feto_parlante_nel_guscio_di_ian_mciwan-160967259/





Nel guscio.
Oddio, potrei anche essere confinato in un guscio di noce 
e sentirmi il re di uno spazio infinito - 
se non fosse la compagnia di brutti sogni.
William Shakespeare, Amleto, atto II, scena II.

Ian McEwan, Nel guscio.

Uno.

Oddio, potrei anche essere confinato in un guscio di noce 
e sentirmi il re di uno spazio infinito - 
se non fosse la compagnia di brutti sogni.
William Shakespeare, Amleto, atto II, scena II.

"Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna. Braccia pazientemente conserte ad aspettare, aspettare e chiedermi dentro chi sono, dentro che guaio mi sto per cacciare. Mi si chiudono gli occhi di nostalgia al ricordo di quando fluttuavo libero nel mio sacco opalescente, a spasso dentro la bolla sognante dei miei pensieri, tra capriole al ralenti in un oceano privato, e delicate carambole contro i confini trasparenti della mia prigione, quella membrana sicura che, pur attutendole, vibrava insieme alle voci di cospiratori intenti a una macchinazione odiosa. Succedeva nella spensierata stagione della mia giovinezza. A questo punto, ormai completamente capovolto, con le ginocchia schiacciate al petto e senza alcun margine di movimento, non ho soltanto la testa impegnata ma anche tutti i pensieri. Non ho più scelta, un orecchio è premuto giorno e notte contro le pareti irrorate di sangue. Ascolto, prendo appunti mentali, e mi preoccupo. Tra le lenzuola sento discorsi efferati e mi agghiaccia il terrore di quel che mi aspetta, di quel che potrebbe compromettermi.

Immerso nelle astrazioni, posso contare solo sui loro proliferanti legami a catena per crearmi l'illusione di un mondo noto. Sento dire «azzurro», che non ho mai visto, e immagino un evento mentale non molto lontano da «verde», che a sua volta non ho mai visto. Mi reputo un innocente, dispensato da obblighi di lealtà e doveri, uno spirito libero, a dispetto dell'esiguità del mio spazio vitale. Nessuno che mi contraddica o rimproveri, nessun nome, nessun precedente indirizzo, niente fede religiosa, niente debiti, nessun nemico. Sulla mia agenda, se ne avessi una, sarebbe segnata unicamente la data della mia incipiente nascita. Sono, o ero, checché ne dica la genetica contemporanea, una tabula rasa, una lavagna intatta. Ma di pietra troppo liscia, o troppo porosa, inadatta a qualunque aula scolastica, a qualsiasi tetto di campagna, una tabula che, crescendo, si scrive da sé, facendosi, giorno dopo giorno, un po' meno rasa. Mi reputo un innocente, ma a quanto pare sono parte di un complotto. Mia madre, che il cielo benedica il suo rumoroso cuore instancabile e pompante, sembra sia coinvolta.

Ho detto sembra, madre? No, è. Sei. Sei coinvolta. Lo so, fin dal principio. 
A proposito, lascia che lo richiami alla memoria, quel momento di creazione sopraggiunto in concomitanza con il mio pensiero primigenio. Tanto tempo fa, ormai molte settimane orsono, il mio solco neurale si chiuse su se stesso per dare origine al sistema nervoso, e miliardi di giovani neuroni alacri come bachi da seta presero a filare e tessere le proprie diramazioni assoniche nella formidabile tela aurea della mia prima idea, un concetto di tale semplicità che ora in parte mi sfugge. Sarà stato me? Troppo egocentrico. Adesso, forse? No, eccessivamente teatrale. Allora, qualcosa che preceda entrambi i concetti, comprendendoli, una sola parola mediata da un sospiro della mente, un deliquio di accettazione, di pura essenza, qualcosa come... questo? Troppo sofisticato. Dunque, più probabilmente, la mia idea fu Essere. O, in alternativa, la sua variante grammaticale: è. Eccola, la mia primigenia nozione, ed ecco il punto: è. Tutto qui. In uno spirito analogo a quello dell'Es muss sein. Il principio della vita cosciente coincise con la fine dell'illusione, l'illusione del non-essere, e l'esplosione del reale. Il trionfo del realismo sul magico, di ciò che è su ciò che pare. Mia madre è coinvolta in un complotto e di conseguenza lo sono anch'io, anche se il mio ruolo potrebbe essere quello di sventarlo. Oppure, se dovessi giungere al dunque in ritardo, da quell'allocco esitante che sono, almeno di fare vendetta.

Ma non intendo lagnarmi della mia buona sorte. Ho saputo sin dall'inizio, da quando ho scartato il dono della coscienza dal dorato involucro in cui era avvolta, che sarei potuto venire al mondo in un luogo peggiore e in tempi di gran lunga più tetri di questi. Lo stato generale delle cose mi è più che chiaro, e rende, o dovrebbe rendere trascurabili i miei problemi privati. C'è non poco di cui essere lieti. Sto per ereditare una condizione di modernità (igiene, vacanze, anestetici, lampade da tavolo, arance in pieno inverno) e per abitare un angolo privilegiato del pianeta: la ben nutrita, bonificata, occidentale Europa. L'antica leggendaria Europa, decrepita, relativamente garbata, infestata dai propri fantasmi, vulnerabile ai prepotenti, poco sicura di sé, traguardo di milioni di sventurati. La mia residenza prossima ventura non sarà l'opulenta Norvegia, cui era andata la mia prima scelta in considerazione del gigantesco fondo sovrano e di una munifica assistenza pubblica, e nemmeno la seconda opzione, cioè l'Italia, in virtù della cucina regionale e delle rovine baciate dal sole, ma neppure la terza, la Francia, per il suo Pinot Noir e la sua spavalda autostima. Erediterò invece il regno tutt'altro che unito di una stimata anziana regina, un posto nel quale un principe-imprenditore, noto per le sue opere buone, i suoi elisir (olio essenziale di cavolfiore per depurare il sangue) e le sue ingerenze incostituzionali, attende irrequieto il trono. Casa mia sarà questa, e mi andrà bene cosi. Poteva toccarmi di venire al mondo in Corea del Nord, un altro posto dove la successione non si contesta ma la libertà e il cibo scarseggiano.

Come è possibile che io, neppure giovane, neppure nato ieri, sappia già quanto basta per sbagliarmi su tante cose? Beh, ho le mie fonti, io ascolto. Mia madre Trudy, quando non sta insieme al suo amico Claude, ama la radio e predilige i dibattiti alla musica. Chi mai, agli albori della rete, avrebbe potuto presagire l'inarrestabile rinascita della radio, o il recuperato impiego di un termine arcaico come «wireless»? Oltre il chiassoso sciaguattare di stomaco e intestino, sento i notiziari, scaturigine di qualsiasi brutto sogno. Guidato da un autolesionismo implacabile, non mi perdo una sillaba di qualunque indagine e qualunque polemica. Le repliche orarie e i sommari ogni trenta minuti non mi annoiano mai. Sopporto perfino le notizie dal mondo della Bbc, con quei puerili squilli di tromba e trilli di xilofono sintetici fra un servizio e l'altro. A metà di una lunga nottata tranquilla, a volte assesto a mia madre un calcione violento. Lei si sveglia, non riesce più a prendere sonno, e allora accende la radio. Uno scherzo crudele, lo so, ma la mattina siamo tutti e due più informati.

A lei piace anche ascoltare qualche lezione in podcast, qualche istruttivo audiolibro: Conoscere i vini, in quindici capitoli, biografie di drammaturghi secenteschi, vari classici da tutto il mondo. L'Ulisse di Joyce la insonnolisce, e in compenso elettrizza me. Quando, agli albori del tutto, si infilava le cuffie, io sentivo benissimo, grazie al perfetto e rapido propagarsi delle onde sonore attraverso Tosso mandibolare e la clavicola, giù per la struttura ossea, fino al mio nutriente liquido amniotico. Perfino la televisione propaga per via sonora quel poco di buono che può offrire. Inoltre, quando Claude e mia madre s'incontrano, succede che parlino dello stato in cui versa il mondo, di norma per lamentarsene pur complottando per peggiorarlo. Dalla mia postazione, senza altro impegno che quello di far crescere il corpo e la mente, io assorbo tutto, banalità comprese, e non sono poche.

Già, perché Claude è il tipo che adora ripetersi. Un tipo da riff. 
Presentandosi a uno sconosciuto, l'ho sentito non una ma due volte dire: «Claude, come Debussy». Quanto si sbaglia. Qui parliamo di Claude, come Claude, l'agente immobiliare che non compone e non inventa niente. Si innamora di un pensiero, lo esterna ad alta voce, più tardi gli torna in mente e lui - perché no? - lo dice di nuovo. Far vibrare l'aria una seconda volta con quello stesso pensiero è parte integrante del suo piacere. Lui sa che tu sai che si sta ripetendo. Quello che non può sapere è che, a differenza di lui, tu non godi. 
L'ho imparato ascoltando una Reith Lecture su Radio 4: si tratta di un problema di riferimento.

Ecco un esempio sia di come comunica Claude, sia di come io incamero informazioni. Lui e mia madre avevano programmato al telefono (mi è dato di sentire entrambi) un incontro serale. Una cena a lume di candela per due, al netto di me, come tendono a fare. Come so delle candele? Perché quando arriva il momento e qualcuno li accompagna a sedere, sento mia madre che si lamenta. Hanno acceso le candele su tutti i tavoli, tranne il nostro.

Seguono, nell'ordine, il sussulto irritato di Claude, un secco, imperativo schiocco delle dita, il mormorio garbato e ossequioso di un cameriere semiprostrato, il raschio di un accendino. Fatto, cena a lume di candela. Manca giusto da mangiare. Ma hanno già in grembo il ponderoso menu, sento il bordo di quello di Trudy poggiarmi sul fondoschiena. Ora mi tocca riascoltare il repertorio di Claude sul frasario da menu, come se fosse il primo individuo al mondo a notare tali insignificanti assurdità. Si sofferma su «saltato in olio d'oliva». Che cosa si vuole promettere con quel «saltato», se non l'ingannevole endorsement del più grossolano e malsano «fritto»? Come si pensa di far saltare delle scaloppe al lime e peperoncino? A tempo di musica? Prima di proseguire, declina nuovamente il concetto variando l'accento dell'enfasi. Poi, ecco, procede al suo argomento secondo in classifica, un prestito americano, «macinatura a mano». Recito in silenzio la sua tirata senza neanche aspettare che incominci, quando una lieve inclinazione della verticalità del mio stato mi dice che mia madre si è piegata in avanti per posargli sul polso con censoria dolcezza un dito e distrarlo dicendo: - Scegli il vino, amore. Qualcosa di ottimo.

Mi piace godermi un bicchiere insieme a mia madre. Può darsi che non vi sia mai successo, o magari avete dimenticato l'esperienza di un buon borgogna (un suo favorito) o un buon Sancerre (altro favorito) decantato da una placenta in buona salute. Prima ancora che il vino arrivi - stasera, un Sancerre Jean-Max Roger -, al solo rumore del tappo sturato mi sento in faccia come una carezza, il soffio di una brezza estiva. So che l'alcol mi abbasserà il quoziente di intelligenza. Lo fa a tutti. Ma, oh, un verecondo Pinot Noir allegro, o un sauvignon profumato d'uva spina hanno il potere di farmi piroettare e ruzzolare nel mio mare segreto, mulinando dalle pareti elastiche della fortezza che è casa mia. O perlomeno ci riuscivano quando avevo più spazio. Attualmente consumo i miei piaceri da fermo e, in capo al secondo bicchiere, le riflessioni mi sbocciano in testa con quella licenza che chiamiamo poetica. I pensieri mi si srotolano in pentametri originali che alternano gradevolmente versi di senso compiuto a enjambement. Lei però un terzo bicchiere non se lo concede mai, e questo mi fa male.

- Devo pensare al bambino, - la sento dire mentre la sua mano morigerata si allunga a coprire il bicchiere. Sono i momenti in cui mi verrebbe voglia di afferrare il cordone oleoso, come una di quelle funi di velluto che si trovano nelle case di campagna piene di domestici, e di tirare forte per chiamare la servitù. Allora! Su, un altro giro per i nostri amici!

E d'altra parte, no, se si contiene lo fa per amor di me. E amarla, l'amo anch'io, come potrei non farlo? La madre che ancora non conosco, o che conosco solo dall'interno. Non mi basta! Che voglia della sua persona esterna. Le superfici sono tutto. So che ha capelli «biondo grano» che «si inanellano in riccioli lucenti» fino alle «spalle bianche come la polpa delle mele»; lo so perché mio padre le ha letto in mia presenza la poesia che le aveva dedicato. Anche Claude ha fatto cenno ai suoi capelli, in termini decisamente meno fantasiosi. Quando è in vena, si fa le trecce strette da incrociare sul capo, nello stile, a detta di mio padre, di Julija Tymosenko. So anche che mia madre ha gli occhi verdi, e che ha un naso piccolo come «un bottone di perla», che lei vorrebbe fosse più importante ma che in separata sede entrambi gli uomini adorano cosi com'è ed entrambi glielo dicono per rassicurarla. Le è stato ripetuto molte volte che è bellissima, ma lei resta scettica, il che le conferisce un potere disarmante sugli uomini, come mio padre le disse un pomeriggio in biblioteca. Lei rispose che se fosse stato vero, si trattava di un potere che non aveva cercato e che non voleva. Un discorso insolito, tra loro, perciò ascoltai attentamente. Mio padre, che fa John di nome, disse che se lui avesse avuto quel potere su di lei o sulle donne in generale, non avrebbe mai saputo rinunciarvi. Sull'onda della motricità empatica che, per un istante, mi allontanò l'orecchio dalla parete, immaginai che mia madre avesse dato una veemente alzata di spalle, come a dire, Gli uomini infatti sono diversi. Che importanza ha? Senza contare, aggiunse a voce alta, che il suo presunto potere le era conferito esclusivamente dalle fantasie maschili. Poi squillò il telefono, mio padre si avviò a rispondere e quella conversazione tanto interessante e insolita sulla distribuzione del potere non fu mai ripresa.

Ma torniamo a mia madre, alla mia truce Trudy, di cui bramo le braccia e i seni bianchi come polpa di mele e il verde ciglio, il cui inspiegabile bisogno di Claude precede la mia prima consapevolezza, il mio primigenio essere, colei che spesso gli parla, e lui a lei, in bisbigliati sussurri a letto, al ristorante, in cucina, quasi entrambi sospettassero che l'utero abbia orecchie.

Un tempo attribuivo la loro discrezione a nient'altro che ordinaria intimità amorosa. Ora invece ho una certezza. Evitano automaticamente l'uso delle corde vocali perché tramano un atto terribile. Se dovesse fallire, li ho sentiti dichiarare, manderebbe a monte le loro stesse vite. Sono convinti che, se stabiliranno di procedere, dovranno agire presto e in fretta. Si ripetono a vicenda che occorre essere calmi, pazienti, ricordano l'uno all'altra il prezzo di un eventuale fiasco del loro piano, l'esistenza di una serie di elementi che devono incastrarsi alla perfezione, la necessità, in caso un unico tassello venga meno, di interrompere l'intera procedura, «come succedeva con le lucine di Natale di una volta», secondo l'enigmatica similitudine di Claude, il quale di rado esprime concetti oscuri. Quanto hanno in mente li atterrisce e spaventa e non riescono a parlarne esplicitamente. Pertanto, avvolti in quei sussurri, sono ellissi, eufemismi, mugugnate aporie seguite da schiarimenti di gola e brusche variazioni di discorso.

Durante una calda notte inquieta, la scorsa settimana, mentre li pensavo entrambi addormentati, un paio d'ore prima dell'alba secondo l'orologio da basso, nello studio di mio padre, mia madre all'improvviso ruppe il buio dicendo: - Non lo possiamo fare.
Senza indugio, Claude rispose pacato: - Possiamo, invece -. E, dopo un attimo di riflessione: - Certo che possiamo.

Due.

E veniamo a mio padre, John Cairncross, un uomo grande e grosso, l'altra metà del mio genoma, la cui sequenza di coppie elicoidali voluta dal caso incide enormemente su di me. E in me e in me soltanto che i miei genitori si mescolano una volta per tutte, dolcemente, acidamente, a partire da zuccheri e fosfati di colonne vertebrali separate, secondo la ricetta base che fa di me, me stesso. Miscelo John e Trudy anche nei miei sogni a occhi aperti: come ogni figlio di genitori separati, vorrei tanto ricongiungere questa coppia di basi, al fine di riconciliare la mia condizione al mio genoma.

Mio padre passa da casa di quando in quando e io impazzisco di gioia. A volte arriva con un frullato fresco che le ha preso in Judd Street, nel suo posto preferito. Ha un debole per queste squisitezze viscose che dovrebbero avere il potere di allungargli la vita. Non so perché venga a trovarci, considerato che se ne va sempre in preda a caligini di tristezza. Svariate mie ipotesi in passato si sono rivelate false, ma ho prestato ascolto con attenzione e, per il momento, sono giunto a quanto segue: che non sa nulla di Claude, che rimane follemente innamorato di mia madre, che continua a credere alla storia che gli ha rifilato lei, secondo la quale la separazione dovrebbe dare a entrambi «spazio e tempo per crescere» cosi da rinnovare il loro reciproco impegno. Che lui è un poeta misconosciuto, e tuttavia deciso a non mollare. Che possiede e dirige una casa editrice in miseria che tuttavìa ha dato alle stampe raccolte di grandi poeti esordienti, di glorie nazionali e perfino di un Nobel. Appena però si fanno un nome, costoro traslocano, come figli adulti, in case più spaziose. Che accetta la slealtà degli autori come un fatto della vita e, santamente, si gode il plauso generale come il riscatto della Cairncross Press. Che il fallimento dei suoi propri versi lo rattrista più che amareggiarlo. Una volta lesse a voce alta a me e a Trudy una stroncatura delle sue poesie. Definiva il suo lavoro anacronistico, irrigidito nel formalismo di una «eccessiva bellezza». Eppure mio padre vive di poesia, si ostina a recitarla a mia madre, la insegna, la recensisce, collabora alla promozione di giovani autori, partecipa alla giuria di vari premi, propaganda lo studio della poesia nelle scuole, scrive articoli sulla poesia per piccole riviste, ne ha parlato anche alla radio. Trudy e io l'abbiamo ascoltato una volta, nel cuore della notte. Ha meno soldi di Trudy e molti meno di Claude. Conosce a memoria un migliaio di liriche.

Ecco la mia collezione di fatti e teoremi. Chino su di essi, come un paziente filatelico, ho di recente incrementato la raccolta di alcuni elementi. Soffre di un disturbo cutaneo, psoriasi, che gli arrossa, desquama e inaridisce le mani. Trudy non sopporta di vederle né di toccarle e gli ripete che dovrebbe portare i guanti. Lui si rifiuta. Ha un contratto d'affitto di sei mesi per tre misere stanze a Shoreditch, ha accumulato qualche debito, è sovrappeso e dovrebbe fare una vita meno sedentaria. Giusto ieri ho scovato un Penny Black - per proseguire con la metafora dei francobolli: la casa in cui abita mia madre, e io in lei, quella in cui ogni sera Claude viene in visita, è un edificio georgiano sulla immodesta Hamilton Terrace ed è stata la casa d'infanzia di mio padre. Alla soglia dei trent'anni, mentre si lasciava crescere per la prima volta la barba e aveva da poco sposato mia madre, mio padre ereditò la villa di famiglia. La sua amata madre era già morta da un pezzo. Le fonti unanimi concordano che l'edificio è un rudere. Lo definisce correttamente solo il frasario dei luoghi comuni: un cumulo di macerie, un ammasso cadente e decrepito. Il gelo qualche volta ha candito le tendine contro i vetri in inverno; se piove molto, gli scarichi, come istituti bancari affidabili, restituiscono il deposito con gli interessi; d'estate invece, come banche ladre, esalano fetore. Ma un momento, guardate, ho qui tra le pinzette il mio pezzo più raro, il mio One cent magenta; nonostante le condizioni in cui versano, questi circa cinquecento penosi metri quadri di casa frutteranno qualcosa come sette milioni di sterline.

La grande maggioranza degli uomini, delle persone anzi, non permetterebbe mai a un coniuge di spodestarla dalle grondaie della propria infanzia - John Cairncross è diverso. Queste, le mie deduzioni logiche. Venuto al mondo sotto una stella accomodante, troppo servizievole, sollecito e cortese, John Cairncross non ha nulla della serena cupidigia del poeta ambizioso. E davvero convinto che scrivere un blasone in versi in omaggio a mia madre (ai suoi occhi, le labbra, i capelli) e presentarsi a leggerglielo la addolcirà, e renderà lui bene accolto nella sua stessa casa. Lei tuttavia sa che i suoi occhi non hanno alcuna somiglianza con i «prati di Galway», una immagine con la quale l'autore intendeva «molto verdi», e non scorrendole sangue irlandese nelle vene, il verso le risulta anemico. Ogni volta che lei e io ascoltiamo, percepisco nel rallentamento del suo battito cardiaco un'incrostazione di noia a livello retinico che la rende cieca alla commozione della scena: un omone tutto cuore che tenta invano di perorare la propria causa nella formula anacronistica di un sonetto.

Forse un migliaio è un'iperbole. Molte delle poesie che mio padre sa a memoria sono lunghe, come le composizioni dei due celebri impiegati di banca: La cremazione di Sam McGee e La terra desolata. Trudy non ha smesso di ascoltarlo recitare di quando in quando. Per lei, un monologo è comunque preferibile a uno scambio, o all'ennesima passeggiata nel giardino incolto del loro matrimonio. Forse accondiscende per senso di colpa, quel poco che ne rimane. A quanto sembra, mio padre che le recita dei versi un tempo era un rituale del loro amore. Strano, che non le riesca di dirgli quello che lui deve comunque sospettare e che prima o poi dovrà confessargli. Che non è più lui che ama. Che ha un amante.

Oggi in radio una donna raccontava di aver investito un cane, un golden retriever, di notte, su una strada fuori mano. Gli si è accovacciata accanto, nella luce dei fari, stringendo la zampa della creatura moribonda, scossa da tremendi spasmi di dolore. Per tutto il tempo due grandi occhi marroni la perdonavano, fissi dentro ai suoi. Ha preso nella mano libera un sasso e l'ha abbattuto più volte sul cranio della povera bestia. Per liquidare John Cairncross basterebbe un colpo, un solo coup de vérìté. E invece, quando attacca a recitare, Trudy assume la sua espressione di soave ascolto. Io, in compenso, partecipo intensamente.

Di solito andiamo al primo piano nella sua biblioteca di poesia. Il bilanciere poco silenzioso dell'orologio da tavolo produce l'unico rumore, mentre lui prende posto nella consueta poltrona. Qui, al cospetto di un poeta, posso dar libero corso alle mie congetture. Se mio padre alzerà gli occhi al soffitto raccogliendo i pensieri, noterà il deteriorarsi degli stucchi in stile Adam. I punti danneggiati sfarinano polvere di gesso come zucchero a velo sulle coste dei classici. Mia madre pulisce con la mano la poltrona, prima di sedersi. Sobriamente, mio padre prende fiato e poi comincia. Recita senza pause, con sentimento. Gran parte delle liriche moderne non mi sa commuovere. Troppo ripiegate su se stesse, troppo sdegnose, vitree a proposito dell'altro, troppe lagne in versi troppo brevi. Calde invece come l'abbraccio di un fratello sono le poesie di Wilfred Owen, di John Keats. Me li sento respirare accanto, a fior di labbra. Sfiorarmi di baci. Chi non vorrebbe aver scritto di mele, e cotogne e zucca e susine candite oppure loro sudario le bianche fronti delle giovinette?

Immagino lei al fondo della biblioteca, dalla prospettiva adorante di lui. È sprofondata nella grande poltrona in cuoio che risale alla Vienna di Freud. Tiene le belle gambe nude graziosamente ripiegate sotto il corpo. Un gomito poggia sul bracciolo, a sostenere il capo ciondolante, mentre le dita della mano libera tamburellano leggere sopra una caviglia. Il tardo pomeriggio è torrido, dalle finestre aperte arriva il ronzio rasserenante del traffico di St John's Wood. L'espressione è pensosa, il labbro inferiore sembra socchiuso per il proprio peso. Lo inumidisce con la lingua immacolata. Qualche ricciolo biondo le si incolla di sudore al collo. Il vestito di cotone dal taglio ampio per potermi contenere è verde chiaro, più chiaro ancora degli occhi. Il lavoro costante della gravidanza procede imperterrito, rendendola piacevolmente stanca. John Cairncross vede il rossore estivo sulle sue guance, la bella linea di collo, spalle e seni turgidi, il poggio fiducioso che coincide con me, il pallore dei polpacci mai esposti al sole, la pianta liscia dell'unico piede visibile, con la batteria discendente di dita inconsapevoli, come bambini in scala in una foto di famiglia. Ogni dettaglio di lei, a suo giudizio, approda alla perfezione in virtù del suo stato.

Non riesce a rendersi conto di come lei aspetti solo di vederlo andare via. Di quanto crudele sia insistere affinché lui si trasferisca altrove, ora che siamo ormai entrati nel terzo trimestre. Possibile che il processo del suo stesso annientamento lo veda complice fino a questo punto? Che quest'uomo grande e grosso, più di un metro e novanta a quanto pare, questo gigante dalle braccia robuste e irsute, sia un buffone di tali proporzioni da credere saggio concedere alla moglie lo «spazio» di cui sostiene aver bisogno? Spazio! Vorrei vederla al posto mio qua dentro, dove ultimamente riesco a fatica a piegare un dito. L'accezione di spazio di mia madre, il suo rivendicato bisogno di spazio, non è che una brutta metafora, se non un sinonimo. Sta per essere egoista, subdola, perfida. Ehi, un momento, ma io la adoro, è la mia dea e di lei non posso fare a meno. Mi rimangio tutto! Parlavo sull'onda dell'angoscia. Non sono meno illuso di mio padre. E comunque è vero. In lei bellezza, indifferenza e determinazione sono una cosa sola.

Sopra mia madre, per come la vedo, il soffitto in desquamazione rilascia un'improvvisa nube di vorticose particelle che brillano attraversando alla cieca una sbarra di luce. E quanto è luminosa lei, sullo sfondo in cuoio screpolato della poltrona su cui si sarebbero potuti sedere Hitler, Trockij, Stalin nel dispiegarsi dei loro giorni viennesi, quando non erano che gli embrioni degli individui che sarebbero stati in futuro. Lo ammetto, sono tutto suo. Se cosi ordinasse, ripiegherei anch'io a Shoreditch a cavarmela in esilio, in balia di me stesso. E pace per il cordone ombelicale. Mio padre e il sottoscritto condividiamo lo stesso amore disperato.

A dispetto di ogni indizio - le sue risposte brusche, gli sbadigli, la generica disattenzione - lui si trattiene fino a inizio sera, illudendosi, forse, di essere imitato a cena. Ma mia madre sta aspettando Claude. Infine caccia fuori il marito dicendo che ha bisogno di riposo. Lo accompagna alla porta. Chi potrebbe ignorare la pena che gli vibra nella voce mentre pronuncia i suoi incerti saluti di commiato? Mi fa male pensare che sopporterebbe qualunque umiliazione in cambio di qualche minuto in più in presenza di lei. Niente, a parte l'indole, gli impedirebbe di fare quel che un altro potrebbe concedere a se stesso: precederla nella camera matrimoniale, la stessa nella quale io fui concepito, sdraiarsi sul letto o nella vasca, tra fitte nubi di vapore, e poi imitare gli amici, offrire del vino, comportarsi da padrone di casa. Lui invece spera di vincere con la dolcezza e una premurosa sensibilità ai suoi bisogni. Sarei felice di sbagliarmi, ma credo che fallirà due volte, perché lei continuerà a disprezzarlo per la debolezza mostrata, e lui a soffrire ancora più del dovuto. Le visite di John non finiscono, si spengono a poco a poco. Si lascia alle spalle in biblioteca un vuoto risonante di tristezza, una forma immaginaria, un ologramma avvilito, che ancora occupa la sua poltrona.

Siamo ormai vicini alla porta d'ingresso: sta per metterlo fuori. Le numerose devastazioni presenti sono state oggetto di lunghi confronti. So che un cardine di questa stessa porta si è separato dalla carpenteria. La carie del legno ha ridotto l'architrave una struttura di polvere compatta. Sono saltate alcune mattonelle, altre sono rotte: piastrelle georgiane che un tempo formavano un variopinto motivo a rombi, insostituibili. A nascondere le crepe come i vuoti, sacchi di plastica pieni di bottiglie e cibo che marcisce. Quel che rovesciano e che ti ritrovi sotto i piedi è l'emblema assoluto dello squallore domestico: detriti di posacenere, piatti di carta sfregiati da schifose piaghe di ketchup, flosce bustine di tè, come minuscoli sacchi di granaglie buoni per un magazzino da elfi o topolini. La signora delle pulizie se ne è andata in preda allo sconforto ben prima del mio arrivo. Trudy sa che non toccherebbe a una donna gravida issare spazzatura sopra i cassonetti a ruote, sollevare quei coperchi altissimi. Potrebbe facilmente chiedere a mio padre di sgomberarle l'ingresso, ma non lo fa. I lavori domestici conferiscono diritti domestici. Senza contare che forse si sta allestendo uno scenario che accompagni un'ingegnosa storia di abbandono del tetto coniugale. In questo senso Claude resta per ora un ospite, un forestiero, ma l'ho sentito dire che riordinare un angolo della casa metterebbe solo più in risalto il caos imperante ovunque. Nonostante l'ondata di caldo sono ben protetto dal fetore. Mia madre se ne lamenta un giorno su due, ma senza convinzione. E solo un altro aspetto del degrado di casa.

Può darsi si illuda che un fiocco di formaggio molle su una scarpa, o la vista di un'arancia coperta di lanugine blu cobalto nei pressi del battiscopa possa accelerare il commiato di mio padre. Si sbaglia. La porta è aperta, lui sta a metà della soglia e noi due appena al di qua, nell'ingresso. Claude deve arrivare in capo a un quarto d'ora. Capita che anticipi. Perciò Trudy è nervosa e decide di fingersi assonnata. Sta sulle spine. Un pezzo di carta che un tempo avvolgeva un panetto di burro le si è impigliato nel sandalo ungendole le dita. Il fatto sarà presto oggetto del racconto scherzoso che ne farà a Claude.

Mio padre dice: - Senti, noi due dobbiamo parlare.
- Si, ma non adesso.
- Continuiamo a rimandare.
- Non so come spiegarti quanto sono stanca. Tu non hai idea. Devo assolutamente coricarmi.
- Ma certo. È per questo che pensavo di tornare a casa, cosi potrei...
- Ti prego, John, non adesso. Ne abbiamo già parlato. Mi serve un po' di tempo. Cerca di ragionare. Sono incinta di tuo figlio. Non è il momento di pensare a te stesso.
- Non mi piace che tu sia qui da sola, quando potrei...
- John!
Sento il suo sospiro mentre la abbraccia stretta quanto lei gli concede. Subito dopo, registro il movimento del braccio di mia madre che si allunga e afferra il polso di lui evitando con cura, mi viene da credere, le sue mani psoriasiche, per girarlo infine e sospingerlo con dolcezza verso la strada.
- Ti prego, caro, adesso va'...

Più tardi, mentre mia madre si sdraia, un po' per la rabbia e un po' per lo sfinimento, io ripiego su fantasie primarie. Che tipo di essere umano è mai questo? Il corpulento John Cairncross sarà il nostro emissario nel futuro, il genere di uomo che metterà fine a guerre, rapine, schiavitù per marciare, amorevole e imparziale, accanto alle donne del pianeta? O sarà invece trascinato dai bruti? Si vedrà.


Tre
E chi è mai questo Claude, questo impostore che come un verme si è insinuato strisciando tra la mia famiglia e le mie speranze? L'ho sentito definire una volta e ho preso nota: è lo zotico duro di mente. Le mie ambiziose prospettive si sono indebolite. La sua esistenza ostacola il mio diritto a una vita felice affidata alle cure di entrambi i genitori. A meno che non escogiti un piano. Claude ha incontrato mia madre e bandito mio padre. I suoi interessi non possono essere i miei. Mi annienterà, è sicuro. A meno che, a meno che, a meno che: questo ciuffo di sillabe, diafano contrassegno di un destino diverso, piagnisteo di speranza composto da un pirrichio e un giambo, mi vaga nei pensieri come un corpo mobile, mera speranza nell'umor vitreo dell'occhio.
"
Ian McEwan, "Il guscio" [e il suo amletico protagonista.]

Lo scrittore ha lasciato il realismo per un romanzo folle e irreale:  
«Mi serviva una vacanza». 
Intervista nel salotto di casa sua, che ha visto nascere una storia decisamente shakespeariana.






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