lunedì 14 agosto 2017

Sándor Marái, Il gabbiano. «Il dolore è passato. La vita lo ha trasformato in qualcos’altro; dopo averlo provato, dopo aver singhiozzato, lo si nasconde agli occhi del mondo come una mummia da custodire nel padiglione funerario dei ricordi. Passa anche il dolore provocato dall’amore, non credere. Rimane il lutto, una specie di cerimonia ufficiale della memoria. Il dolore era altro: era urlo animalesco, anche quando stava in silenzio. È così che urlano le bestie selvatiche quando non comprendono qualcosa nel mondo – la luce delle stelle o gli odori estranei – e cominciano ad avere paura e ululare. Il lutto è già un dare senso, una ragione e una pratica. Ma il dolore un giorno si trasforma, la vanità e il risentimento insiti nella mancanza si prosciugano al fuoco purgatoriale della sofferenza, e rimane il ricordo, che può essere maneggiato, addomesticato, riposto da qualche parte. È quel che accade ad ogni idea e passione umane».

Incipit.
“Riavvitò con estrema cura il cappuccio di ebanite della stilografica – un gesto lento e cauto da chirurgo che impugna il suo affilato strumento o da chimico che soppesa un'ampolla in cui sono racchiuse vita e morte: medicamento o veleno capace di sterminare interi villaggi. Da qualche tempo ogni sua azione era palesemente guardinga.”
Sándor Marái, “Il gabbiano”



«Il dolore è passato. La vita lo ha trasformato in qualcos’altro; dopo averlo provato, dopo aver singhiozzato, lo si nasconde agli occhi del mondo come una mummia da custodire nel padiglione funerario dei ricordi. Passa anche il dolore provocato dall’amore, non credere. 
Rimane il lutto, una specie di cerimonia ufficiale della memoria. Il dolore era altro: era urlo animalesco, anche quando stava in silenzio. È così che urlano le bestie selvatiche quando non comprendono qualcosa nel mondo – la luce delle stelle o gli odori estranei – e cominciano ad avere paura e ululare. Il lutto è già un dare senso, una ragione e una pratica. Ma il dolore un giorno si trasforma, la vanità e il risentimento insiti nella mancanza si prosciugano al fuoco purgatoriale della sofferenza, e rimane il ricordo, che può essere maneggiato, addomesticato, riposto da qualche parte. È quel che accade ad ogni idea e passione umane».
Sándor Marái, “Il gabbiano”, Adelphi, Milano (traduzione di Laura Sgarioto)



Una persona può annientarne un'altra rifiutandosi di lasciarla andare, ma senza concederle nulla; legandola a sè, ma al contempo impedendole di avvicinarsi troppo, evitando di stringere con lei un vero legame. Chi viene separato e isolato in tal modo finisce per soccombere. Perchè resta solo, ma non è neanche del tutto solo, vive una specie di vincolo, ma chi lo tiene prigioniero non se ne prende cura...capisce?
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 51


La realtà mostra il suo nuovo volto..e questo volto è di un'inquietante familiarità. Bè, rassegnati, pensa, e come una preda in una vertigine, si abbandona all'estasi oscura di questo desiderio e di questi minuti. Adesso sta vivendo davvero, con più foga, in maniera più profonda e avventurosa di quanto gli sia mai capitato in vita sua - con più autenticità e coinvolgimento che durante i suoi viaggi, tanto nella foresta scozzese quanto tra le braccia delle donne, o tra le scenografie fiabesche e le sfumature dai bagliori celesti e rosate dell'infanzia. Adesso si che sta vivendo, a quarantacinque anni, mentre la vita gli mostra il suo ghigno grottesco, il mescolarsi dei volti dei morti e dei vivi, la spettrale maschera prodotta nel laboratorio chimico dell'esistenza e della morte, il volto amato che ha fatto misteriosamente ritorno, nella sua realtà biologica e nella sua soprannaturale inverosimiglianza, all'ombra dell'oscuro batter d'ali della morte, nell'abbraccio tetro e possente della guerra.."In qualche angolo del mondo" o all'inferno ha cominciato a balenare un volto, il cui senso e messaggio equivalgono per lui all'amore. Ma io non sono più giovane, pensa con serietà, come se rispondesse a qualcuno. Non sono ancora vecchio, ma non sono più giovane, e di nuovo mi tocca rispondere ad una domanda simile. Sono davvero io a volere questo incontro?
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 62



No, creatura , ormai non riesci più a farmi soffrire…. Il dolore è passato. La vita l’ha trasformato in qualcos’altro; dopo averlo provato, dopo aver singhiozzato, lo si nasconde agli occhi del mondo, imbalsamato come una mummia da custodire nel padiglione funerario dei ricordi.
Passa anche il dolore provocato dall’amore, non credere.
Rimane il lutto, una specie di cerimonia ufficiale della memoria.
Il dolore era altro: era urlo animalesco, anche quando stava in silenzio. E’ così che urlano le bestie selvatiche quando non comprendono qualcosa nel mondo- la luce delle stelle o gli odori estranei- e cominciano ad avere paura e a ululare.
Il lutto è già dare un senso, una ragione e una pratica.
Ma il dolore un giorno si trasforma, la vanità e il risentimento insiti nella mancanza si prosciugano al fuoco purgatoriale della sofferenza, e rimane il ricordo, che può essere maneggiato, addomesticato, riposto da qualche parte.
E’ quel che accade a ogni idea e passioni umane".
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 74



“Vengono da così lontano. Attraversano paesi e mari ghiacciati.
E si riposano qui sul Danubio. Hanno bisogno di grassi.
E quanto è priva di scopo la loro vita! Non è così?...”
La donna alza gli occhi freddi e grigi, li fissa in quelli dell’uomo.
Con voce rauca dice: “Priva di scopo?...” e si stringe nelle spalle.
“Vivono. Vivono con grande energia…[...]

Sì, è evidente che i gabbiani vivono con grande energia, e non sono in molti a chiedersi se la vita di un gabbiano abbia uno scopo. [...] Per decenni ho percorso questo ponte due volte al giorno, e vedo ora per la prima volta i gabbiani, pensa. Li vedo con gli occhi di questa donna. Anche lei ha gli occhi grigioverdi come l'altra... come quelli di un uccello o di un animale. [...]

Chiude la finestra. Rimane in piedi, disorientato, nella stanza buia; non si è mai sentito solo come in quel momento. Ma al tempo stesso sente che una mano, quella che dirige il volo dei gabbiani e i passi degli uomini, gli si è posata sulla spalla. Attraversa come un cieco la stanza buia - eppure gli sembra che qualcuno lo stia guidando. [...]
Sándor Marái, “Il gabbiano”



"Non ricorda di essere già stata in questa stanza?"
"io?" dice la donna. E per un attimo chiude gli occhi, e con un lieve cenno di protesta si porta le mani al cuore."No" dice poi, con voce rauca, da molto lontano, prima di chiudere un'altra volta gli occhi.
E di nuovo sprofondano nel silenzio.
E' come se per un attimo la stanza sparisse attorno a loro. Come se stessero in silenzio nel folto di una foresta o negli abissi marini. In una penombra dai riflessi verdi che rivela un'antica e familiare dimensione della vita, acqua o memoria... mentre ricordi ancestrali nuotano silenti con pesanti pinne nella semioscurità. Non sono forse già stati insieme, loro due, in quella spaventosa e indifferente combinazione che è la vita, un incontrarsi di eventi e possibilità? Adesso la stanza è grande come il passato.
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 90



Con un movimento leggero e naturale si china verso la donna, e la bacia. Quando l'attimo finisce, si guardano negli occhi. Poi l'uomo si riappoggia alla libreria, incrocia le braccia, fissa serio dinanzi a sè. La donna ha abbandonato la testa o la testa all'indietro sulla poltrona, le mani giacciono inerti sui braccioli, bianche, con le palme rivolte verso l'alto, quasi chiedessero oppure offrissero qualcosa in sacrificio. Tacciono, e il silenzio incide ancora più a fondo il ricordo di questo bacio. Il bacio è stato, e potrebbe essere uno dei baci che la magia dell'attimo uomini e donne si sono scambiati già miliardi e miliardi di volte: un bacio, perchè in fondo alla vita c'è il bacio; un bacio, perchè solo cosi i corpi riescono ad esprimere quel che cercano per tutta l'esistenza, un bacio, perchè tra uomo e donna ogni parola è superflua. Il bacio c'è stato perchè era giunto il momento, l'improrogabile momento del bacio, nel quale perde ogni senso tutto ciò che è accaduto e può accadere senza bacio - un gesto indifeso e assetato, l'incontro di due epidermidi riarse, al di sopra delle abitudini, delle inclinazioni e dei riti, un morso ammansito, un comportamento da predatore ormai addomesticato che l'uomo custodisce nei nervi e nelle labbra, come il ricordo di qualcosa che all'inizio dei tempi e della vita umana era spaventoso, cruento e mortale...Si sono baciati perchè non potevano fare altro. E ora tacciono.
Tacciono senza pathos, temono che persino il loro silenzio possa snaturare quel bacio: conferendogli in senso distorto o menzognero rispetto a ciò che ora sentono, perchè la corrente del bacio comincia ad irradiarsi nel loro corpo e nei loro nervi. Che bacio era?, pensa l'uomo. Ci sono baci che legano, pensa, e baci che subito chiariscono, spiegano, separano. Nel momento che segue il primo bacio, coloro che hanno compiuto quell'atto - compiuto?.. un vero bacio semmai, accade - , sanno già che quel contatto ha creato un legame, oppure ha stabilito una divisione? E i baci facili che aleggiano nel ripostiglio della memoria, come festoni colorati di un ballo...forse anche questo era uno di quei baci facili che, talvolta l'attimo sparge su di noi come una mano divina all'alba sparge coriandoli sulle coppie che ballano il valzer. Non sa rispondere, quindi tace.
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag.  92


Il bacio c’è stato, perché era giunto il momento, l’improrogabile momento del bacio nel quale perde ogni senso tutto ciò che è accaduto e può accadere senza il bacio - un gesto indifeso e assetato, l’incontro di due epidermidi riarse, al di sopra delle abitudini, delle inclinazioni e dei riti, un morso ammansito, un comportamento da predatore ormai addomesticato che l’uomo custodisce nei nervi e nelle labbra, come il ricordo di qualcosa che all’inizio dei tempi e della vita era spaventoso, cruento e mortale … Si sono baciati perché non potevano fare altro. E ora tacciono ..
Sándor Marái, “Il gabbiano”



Il suo nome è Aino che, tradotto vuol dire Unica: Unica Onda. Aino Laine, le dice il Consigliere, “racchiude in sé due concetti commoventi e preziosi... l’unico, che è pathos e ossessione… e l’onda... che offre e toglie eternamente i e i suoi doni, fa incontrare il caso e la possibilità, crea un legame fra ciò che è unico e ciò che è casuale. Hai un nome bellissimo, Aino Laine. Non a caso è il tuo nome
Pag. 99


Sai, quando non si ha una casa, all'improvviso il mondo diventa cosi piccolo...Puoi metterti in viaggio come gli uccelli. come...si, li abbiamo visti oggi, come gabbiani. Soltanto che noi umani non possiamo viaggiare con un bagaglio cosi leggero", aggiunge seria. "Ci vuole uno spazzolino da denti, un abito da sera, e ci portiamo dietro anche i ricordi. Già, volare non ci riesce cosi facile. I ricordi ci tirano giù. Peccato."
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 101


Tutta questa realtà che ritorna, che non voglio lasciar andar via un'altra volta. Stai tranquilla, quali che siano le tue intenzioni nel mondo, riguardo a me o a te stessa, stai tranquilla, non è colpa tua, e per quanto siano segrete e tortuose le strade che ti hanno condotta sino a me, dall'estero o dall'inferno, non sei venuta ma ti hanno mandata. Non aver paura di te stessa e delle tue intenzioni, Unica Onda...vedi, neanch'io ho più paura di me stesso e delle mie intenzioni. Non voglio che te ne vada di nuovo...e questo non è facile da dire, se penso che la legge della ripetizione è un comando altrettanto inflessibile e immutabile, a quanto sembra, della legge del mutamento, e chi accetta il mutamento deve prepararsi alla ripetizione, dunque a tutto ciò che una volta è già stato dolore e umiliazione, e che certo si ripeterà di nuovo. Si ripeta pure.
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 120


“Quando la giovinezza se ne va la vita di colpo si arricchisce, si riempie di Dio, della morte e dell’amore. Prima era dominata dall’inquietudine e dal mutamento… E’ in un momento simile che tu sei venuta da me, e per questo ti ho accolta.” 
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 133



E ora? Non hai paura, non ti vergogni ad accogliere nuovamente nella tua vita questa torbida e umiliante inquietudine? Le hai parlato di Platone perchè era arrivato il momento di parlare, e perche anche lo straordinario e il fenomenale si possono comprendere davvero soltanto attraverso le parole formulate e racchiuse in un sistema...Ma Platone dice anche altro dell'amore. Dove? Quando?...Si quando Cefalo discorrendo con il loquace Socrate gli cita Sofocle: "Sono proprio contento di essermi liberato dell'amore, come se mi fossi sottratto ad un tiranno folle e crudele." Questa cosa folle e crudele è tornata di nuovo nella mia vita. E' giunta dalla morte superando tutti gli ostacoli della vita, rinnovata e banale, un numero da illusionista di cui non oso scoprire dove stà il trucco... Nascondi
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 141



E’ questa l’altra guerra che si cela dietro quella visibile: la guerra delle coppie.
Ma nessuno storiografo ne ha mai scritto. Peccato... Però si tratta di una guerra, Aino Laine, e miete non poche vittime.
Sándor Marái, “Il gabbiano”


“Queste persone sono sempre massa, anche quando sono da sole. La loro anima è semplicemente un atomo dell'anima della massa: una brulicante impersonalità, che ha un'"opinione" su ogni cosa, e non ha una reale conoscenza pressoché di niente, ma spaurita, piroettando, scintillando, disorientata e senza uno scopo cerca una direzione in cui sciamare... Perché ti stupisci? Questa massa è il cascame di una civiltà; queste donne dal volto imbellettato come mummie egizie, questi uomini dallo sguardo fisso e crudele, che indossano i loro abiti borghesi alla moda dal taglio impeccabile neanche fossero la divisa di una società segreta. Ovunque gelida complicità.”
Sándor Marái, “Il gabbiano”


“Ormai lo so. Nelle ultime ore ho capito che gli uomini temono un unico momento: quello in cui la vita toglie loro la maschera, e sono costretti ad ammettere che quanto custodivano così spasmodicamente e gelosamente sotto la maschera, l’«io», non è così assolutamente individuale come essi, nella loro supponenza, avevano creduto. L’«io» è qualcosa che si ripete, si duplica, si mescola e si rinnova in eterno, e non è assolutamente personale. Poco fa ti ho baciata. Bene, sappi che non ho baciato soltanto te, una donna che è tornata a me attraverso le intricate vie del mondo, ma anche un’altra donna di cui tu sei stata parte, e che, pur morta e sepolta, è solo un frammento del fenomeno che tu chiami «io».”
Sándor Marái, “Il gabbiano”



Fermi in mezzo al ponte sul Danubio che separa le città di Buda e Pest, un uomo e una donna osservano i gabbiani. 
Gli uccelli sostano qualche istante sulle onde ghiacciate del fiume cercando di bere l’acqua delle piccole pozzanghere che non si sono solidificate. 
Poi tutti insieme prendono il volo verso est. 
Sono bestie voraci, hanno lo sguardo obliquo e vengono dal nord. 
Proprio come lei, Aino Laine, la giovane finlandese che passeggia in compagnia del consigliere del Ministro degli Interni. 
I due si soffermano sul paesaggio e poi proseguono, per salutarsi infine all’angolo della strada. Si rivedranno tra poche ore per una serata di gala all’Opera. 
È un incontro molto strano quello tra il consigliere e la donna. 
Lei si è presentata alla porta del suo ufficio in tarda mattinata e arrivando ha portato con sé una sferzata di freschezza e un mistero: il suo volto è identico a quello di un’altra donna, Ilona, che morendo ha lasciato un vuoto incolmabile nella vita del consigliere. 
La reazione dell’uomo al cospetto di quel volto è stata una strana e beffarda ilarità, come se la vita gli stesse tirando un brutto scherzo e lui non volesse darle la soddisfazione di prenderla troppo sul serio. 
Ha esitato qualche istante prima di farla entrare e poi ha deciso di abbandonare ogni convenevole per riuscire a scoprire tutto di quella donna. È in questo modo che il consigliere inizia a indagare sulla vita della giovane finlandese domandandole ogni particolare senza preoccuparsi né del giusto riserbo né delle buone maniere. 
Neanche il pensiero della guerra riesce ad arginare il flusso dei suoi pensieri. 
L’ultimo atto che aveva controfirmato quel giorno, sanciva infatti l’ingresso in guerra del suo paese. Era un atto definitivamente tragico che lo aveva profondamente scosso, ma l’arrivo di Aino Laine aveva avuto su di lui un impatto ancora più forte. Non aveva creduto neanche per un momento alla sua storia, quella della studentessa in cerca del permesso di soggiorno e di una borsa di studio, anzi aveva subito pensato a qualche strano complotto, a un imbroglio, forse legato agli affari di Stato, forse alla misteriosa morte della sua giovane sosia, Ilona. 
Così, prima di rivedere la donna nel foyer dell’Opera, aveva ripercorso ogni momento della sua storia con Ilona e della sua triste fine. 
Aveva ripensato a suo padre, un pingue farmacista, alla sua tremenda rivelazione e ai suoi sospetti. 
Alla lezione di chimica a cui aveva assistito per conoscere da vicino l’uomo di cui Ilona era innamorata e che forse l’aveva portata al suicidio. 
Aveva rivissuto l’amore, la morte, la guerra e quel senso tremendo di vuoto che gli riempiva la vita. 
Solo alla fine di una lunga notte di confidenze, sospetti ma anche di tenerezza insieme ad Aino, era arrivato alla conclusione che quella donna fosse la personificazione della guerra, “perché la guerra si cela dietro molti travestimenti, e a volte si presenta con un abito di seta come questo.” 
Sándor Marái, “Il gabbiano”



Simurgh
Ha scritto il 19/06/14.
Ci siamo incontrati e ci siamo detti addio.
Una giovane e bellissima donna che si incipria il naso salendo le scale di un palazzo per essere ricevuta da un'alto funzionario del ministero e, quando entra, questo consigliere resta di stucco: è uguale come un clone alla donna che ha amato e che poi si è uccisa per un altro. L'uomo ha appena scritto il comunicato ufficiale dell'entrata in guerra della Bulgaria. Siamo nel '43. Lui ha 45 anni e comincia a sentirsi vecchio. Lei viene dalla Finlandia e ha 26 anni, mi pare. Il suo nome è Aino che, tradotto vuol dire Unica: Unica Onda. Aino Laine, le dice il Consigliere, “racchiude in sé due concetti commoventi e preziosi... l’unico, che è pathos e ossessione… e l’onda... che offre e toglie eternamente i suoi doni, fa incontrare il caso e la possibilità, crea un legame fra ciò che è unico e ciò che è casuale. Hai un nome bellissimo, Aino Laine. Non a caso è il tuo nome”.

La donna intende chiedere un permesso di soggiorno per vivere in quel paese, a Budapest.
Quel che accade, l'uomo lo definisce un prodigio.
Da subito quindi si ha questa percezione di trascendimento dell'ordine naturale delle cose, un'annunciazione delle divinità riferite al meraviglioso, all'incredibile, al miracoloso che stà per accadere. E insiste molto Marai, affinchè tu possa entrare in questa dimensione percettiva e cognitiva.
Sgomento, ambiguità, sospetto, sorpresa, turbamento e incredulità invece, è ciò che la donna avverte davanti alle congetture di quest'uomo. Un uomo che sviluppa un teorema per spiegarsi quel che, secondo lui, quella donna rappresenta, e cioè che lei non è solo lei ma anche quella donna che è morta suicida per amore di un altro uomo. Una sorta di clonazione, insomma. Un gioco ambiguo di maschere e specchi che mi ha dato la sensazione di un duello, tutto intellettuale, teso a smascherare ciò che l'altro nasconde.
(Il segreto è un altra parola chiave.)

"Che cosa si immaginava presentandosi a lui dalla strada, tornando indietro dal tempo e da una dimensione che è ancora più spaventosa di quella temporale e che si trova da qualche parte, al di là delle quattro dimensioni. laddove ormai non esistono corpi, figure e concetti normali, bensì regna un caos informe, nel quale si mescolano corpi, figure, fenomeni e impressioni sensoriali cristallizzate in ricordi?
La fanciulla-gabbiano, è un'esule e, più avanti nel racconto dirà:“quando non si ha più una casa, all’improvviso il mondo diventa molto piccolo… ci si può mettere in viaggio come i gabbiani. Ma volare come loro non è facile, perchè gli esseri umani si portano dietro anche i ricordi. E i ricordi ci tirano giù

Tutta la vicenda si svolge nell'arco di un giorno e una notte, mentre la guerra imperversa in Europa. Nel contempo un'altra guerra si annuncia dentro di lui, interiore, riferita al cuore, visto che della donna gabbiano si innamora. Lui che, con i sentimenti aveva chiuso, dopo il suicidio del suo amore.

"Questa cosa folle e crudele è tornata di nuovo nella mia vita. E' giunta dalla morte superando tutti gli ostacoli della vita, rinnovata e banale, un numero da illusionista di cui non oso scoprire dove sta il trucco...
Solo verso la fine però le maschere cadranno, anche se gli specchi confondono ancora, nebulosi e distorti. Non se ne esce da questo racconto con nessuna certezza, come in un thriller non svelato, l'assassino non è catturato, all'interno di “un circuito elettrico che collega tre persone e una defunta in una trama comune”. Più che il consueto triangolo, sarà un quadrilatero. 
E’ questa l’altra guerra che si cela dietro quella visibile: la guerra delle coppie. Ma nessuno storiografo ne ha mai scritto. Peccato... Però si tratta di una guerra, Aino Laine, e miete non poche vittime. E chi ne è consapevole, a una certa età e dopo aver accumulato una certa esperienza, soppesa l’eventualità della vita e della morte quando si china verso il volto di un altro essere umano per baciarlo, un essere umano che è sì una replica, ma - purtroppo, o grazie a Dio - è anche diverso. Ma poi lo bacia ugualmente, vedi... l’esperienza non gli è servita a nulla. E dice: “Tu”, e dice: “Resta qui”.

Si ha la sensazione che quell'uomo, il protagonista possa impazzire, che confonda quanto stà accadendo, la realtà con i sogni e il ricordo.
La nota della pagina 62 da un'idea di quanto il protagonista stava vivendo. Molto bella anche quella del bacio a pag. 92.
Il racconto è molto appesantito da elucubrazioni dell'autore, o dal protagonista a cui dà voce, tanto da sembrare, per certi versi quasi un saggio. Non perchè non siano interessanti e originali, ma perchè rallentano di molto il ritmo della storia.
Mi è piaciuto meno di altri suoi ma mi è piaciuto.
http://www.anobii.com/books/Il_gabbiano/9788845925955/01e8bea02925652da8


Mario Inisi Ha scritto il 08/08/13
Identità nascosta
La trama di questo libro è molto interessante. Una ragazza, identica alla donna amata dal protagonista, morta suicida anni prima, si presenta alla porta del suo ufficio per ottenere un permesso di soggiorno proprio alla vigilia della guerra. La somiglianza non tocca solo l'aspetto fisico. Certi tic, certi modi di fare, certi pensieri indicano con chiarezza una somiglianza anche nell'anima delle due donne.Ora, data la premessa, il lettore si aspetterebbe che questa somiglianza venga in qualche modo chiarita nel corso della storia. Escluse parentele biologiche, escluso che la ragazza non sia davvero morta, rimangono in piedi due ipotesi: o la ragazza è una spia e cerca di ottenere il permesso di soggiorno in modo subdolo e con calcolo sfruttando la sorprendente somiglianza cui aggiunge magari un'abile recita o è Dio stesso o la ragazza morta o il Destino che per qualche ragione giocano questo scherzo al protagonista, scherzo ancora più crudele considerato il nome della ragazza: Unica Onda. Il nome reca in sé la contraddizione stessa dell'esistenza della ragazza.
Alcuni episodi farebbero propendere per una soluzione, altri per l'altra. Certo è che l'incertezza sui sentimenti e sugli stati d'animo è una cosa, ma quella sull'identità biologica di una persona è ben altra cosa. Anche il lettore più sognatore si aspetterebbe una soluzione al problema non troppo filosofica. Mi chiedo se il fatto che la ragazza arrivi alla vigilia di una guerra non apra a una diversa lettura del testo in cui lei sia in qualche modo una figura simbolica di qualcosa che viene e va (la guerra, la pace, la vita umana?) come un'onda sempre uguale nella storia.

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