lunedì 6 maggio 2013

Deleuze. Il paradosso della voce. “FREUD INSISTEVA SULL’ORIGINE ACUSTICA DEL SUPER-IO. PER IL BAMBINO IL PRIMO APPROCCIO CON IL LINGUAGGIO CONSISTE APPUNTO NELL’AFFERRARLO COME MODELLO DI CIÒ CHE SI PONE COME PREESISTENTE, come rinviante all’intero campo di CIÒ CHE È GIÀ LÌ, VOCE FAMILIARE CHE VEICOLA LA TRADIZIONE, in cui si tratta già del bambino per via del suo nome e in cui deve inserirsi ancor prima di capire. In un certo senso QUESTA VOCE DISPONE PERFINO DI TUTTE LE DIMENSIONI DEL LINGUAGGIO ORGANIZZATO: designa infatti l’oggetto buono come tale o, al contrario, gli oggetti introiettati; significa qualcosa, ossia tutti i concetti e le classi che strutturano il CAMPO DELLA PREESISTENZA

«Datemi dunque un corpo»: è la formula del capovolgimento filosofico. Il corpo non è più l’ostacolo che separa il pensiero da se stesso, ciò che il pensiero deve superare per arrivare a pensare. Al contrario è ciò in cui affonda o deve affondare, per raggiungere l’impensato, cioè la vita. Non che il corpo pensi, ma, ostinato, testardo, forza a pensare, e forza a pensare ciò che si sottrae al pensiero, la vita. Non si farà più comparire la vita davanti alle grandi categorie del pensiero, si getterà il pensiero nelle categorie della vita. E queste sono appunto gli atteggiamenti del corpo, le sue posture. «Non abbiamo neppure idea di quel che può un corpo» nel suo sonno, nella sua ebbrezza, nei suoi sforzi e nelle sue resistenze. Pensare è apprendere quel che può un corpo non-pensante, le sue facoltà, i suoi atteggiamenti o posture.
Gilles Deleuze, L’immagine-tempo



"Deleuze critica la psicanalisi, ma non si tratta di una critica di prammatica.
La psicanalisi — egli dice — ha un solo torto, quello di ricondurre le avventure della psicosi al circolo familiare, all’eterno ritornello papà-mamma, cioè alla questione edipica. In realtà lo schizofrenico, in quanto tale, pensa e agisce non all’interno di categorie “familiari”, ma all’interno di categorie mondiali o addirittura cosmiche. Secondo Deleuze, il giovane Wolfson potrebbe per esempio accettare tranquillamente i suoi padre-e-madre così come sono, modificando alcune delle sue conclusioni spregiative nei loro confronti e magari ritornare alla lingua materna che egli, con l’invenzione del procedimento, vorrebbe in verità uccidere. Quello che la psicanalisi non vede è il fatto che Wolfson è malato non nel suo “padre-e-madre”, ma del mondo."(cit)




Le società di controllo non passeranno più per i luoghi di internamento. Nemmeno per la scuola. […] Un controllo non è una disciplina. Con un’autostrada non si rinchiude nessuno ma costruendo autostrade si moltiplicano i mezzi di controllo. Non dico che sia questo l’unico scopo dell’autostrada, ma la gente può girare all’infinito e liberamente senza essere affatto rinchiusa, pur essendo perfettamente controllata. È questo il nostro futuro
Gilles Deleuze, "La società del controllo", 1990


"Le formazioni sovrane non avranno altro intento che quello di mascherare l'assenza di scopo e di senso della loro sovranità attraverso lo scopo organico della loro creazione."
(da Nietzsche et le cercle vicieux; citato in Gilles Deleuze e Félix Guattari L'Anti-Edipo, traduzione di Alessandro Fontana, Einaudi, 2002, p. 396)“





Il punto di partenza di questo volume, che ha suscitato al suo apparire in Francia nel 1972 un dibattito vivacissimo, è una critica della psicanalisi (di ogni scuola, ma soprattutto freudiana), accusata di prevaricazione autoritaria in difesa del capitalismo. Gli autori ritengono di poter identificare le ragioni e il momento di quella involuzione, indagando il meccanismo che portò Freud dalla scoperta del complesso di Edipo alla sua formulazione teorica. Dopo aver descritto il funzionamento del desiderio come produzione e «macchina desiderante», analogo al lavoro, gli autori attribuiscono la sua rimozione originaria alla repressione sociale, timorosa del carattere rivoluzionario e sovversivo del desiderio. L'inconscio non sarà piú il luogo del desiderio reale ma un insieme di credenze e di rappresentazioni indotte (dalla struttura sociale, dagli agenti familiari, dallo psicanalista). Deleuze e Guattari passano poi a studiare il modo di formazione della struttura edipica nella società primitiva, in quella barbarica e nel capitalismo; e giungono a definire il processo schizofrenico come limite del capitalismo. Affrontando il rapporto tra psicanalisi e marxismo, l'opera ha come obiettivo polemico i limiti del freudo-marxismo tradizionale (Reich, Marcuse, Fromm) e del lacanismo, ma anche quelli di alcune tendenze dell'antipsichiatria contemporanea. Gli autori hanno impostato, forse per la prima volta, una premessa epistemologica per una critica materialistica della psicanalisi, mettendone in luce l'insieme delle connotazioni ideologiche e idealistiche, a partire dalla dimostrazione del carattere secondario dell'inconscio freudiano, e dalla sua concreta articolazione con le forze sociali e produttive del capitalismo.




CONVERSAZIONI DI FILOSOFIA
Deleuze – Guattari.
- Lessere oggettivo del desiderio è il reale ’-
Se il desiderio produce, produce del reale.
Se il desiderio è produttore, non può esserlo se non in realtà, e di realtà. Il desiderio è l’insieme di ‹sintesi passive› che macchinano gli oggetti parziali, i flussi e i corpi, e che funzionano come unità di produzione. Il reale ne deriva, è il risultato delle sintesi passive del desiderio come autoproduzione dell’inconscio. Il desiderio non manca di nulla, non manca del suo oggetto. È piuttosto il soggetto che manca al desiderio, o il desiderio che manca di soggetto fisso; non c’è soggetto fisso che per la repressione. Il desiderio e il suo oggetto sono un’unica cosa, sono la macchina, in quanto macchina di macchina. Il desiderio è macchina, anche l’oggetto del desiderio è macchina collegata, cosicché il prodotto viene prelevato su del produrre, e qualcosa si stacca dal produrre al prodotto, qualcosa che darà un resto al soggetto nomade e vagabondo. L’essere oggettivo del desiderio è il Reale in se stesso. Non esiste forma d’esistenza particolare che si possa chiamare realtà psichica. Come dice Marx, non c’è mancanza, c’è passione come «essere oggetto naturale e sensibile». Non è il desiderio a puntellarsi sui bisogni, ma, al contrario, sono i bisogni che derivano dal desiderio: sono controprodotti nel reale prodotto dal desiderio. La mancanza è un contreffetto del desiderio; essa è deposta, sistemata, vacuolizzata nel reale naturale e sociale. Il desiderio si tien sempre vicino alle condizioni d’esistenza oggettiva, le assume e le segue, non sopravvive loro, si sposta con esse, e per questo è così facilmente desiderio di morire, mentre il bisogno segna l’allontanamento di un soggetto che ha perduto il desiderio perdendo la sintesi passiva di tali condizioni. Il bisogno come pratica del vuoto non ha altro senso: andare a cercare, a catturare, a parassitare le sintesi passive là ove stanno. Abbiamo un bel dire: non siamo erba, è un pezzo che abbiamo perduto le sintesi clorofilliane, bisogna pur mangiare ... Il desiderio diventa allora questa abietta paura di mancare.”
GILLES DELEUZE (1925 – 1995) – FÉLIX GUATTARI (1930 – 1992), “L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia”, introduzione e traduzione di Alessandro Fontana, Einaudi, Torino 1975 (I ed.), Capitolo primo ‘Le macchine desideranti’, 4. ‘Psichiatria materialistica’, ‘Il reale e la produzione desiderante: sintesi passive’, pp. 29 – 30.

“ Si le désir produit, il produit du réel. Si le désir est producteur, il ne peut l’être qu’en réalité, et de réalité. Le désir est cet ensemble de ‹synthèses passives› qui machinent les objets partiels, les flux et les corps, et qui fonctionnent comme des unités de production. Le réel en découle, il est le résultat des synthèses passives du désir comme auto-production de l’inconscient. Le désir ne manque de rien, il ne manque pas de son objet. C’est plutôt le sujet qui manque au désir, ou le désir qui manque de sujet fixe; il n’y a de sujet fixe que par la répression. Le désir et son objet ne font qu’un, c’est la machine, en tant que machine de machine. Le désir est machine, l’objet du désir est encore machin: connectée si bien que le produit est prélevé sur du produire, et que quelque chose se détache du produire au produit, qui va donner un reste au sujet nomade et vagabond. L’être objectif du désir est le Réel en lui-même. Il n’y a pas de forme d’existence particulière qu’on pourrait appeler réalité psychique. Comme dit Marx, il n’y a pas manque, il y a passion comme « être objet naturel et sensible ». Ce n’est pas le désir qui s’étaie sur les besoins, c’est le contraire, ce sont les besoins qui dérivent du désir: ils sont contre-produits dans le réel que le désir produit. Le manque est un contreeffet du désir, il est déposé, aménagé, vacuolisé dans le réel naturel et social. Le désir se tient toujours proche des conditions d’existence objective, il les épouse et les suit, ne leur survit pas, se déplace avec elles, c’est pourquoi il est si facilement désir de mourir, tandis que le besoin mesure l’éloignement d’un sujet qui a perdu le désir en perdant la synthèse passive de ces condinons. Le besoin comme pratique du vide n’a pas d’autre sens: aller chercher, capturer, parasiter les synthèses passives là où elles demeurent. Nous avons beau dire: on n’est pas des herbes, il y a longtemps qu’on a perdu la synthèses chlorophyllienne, il faut bien qu’on mange… Le désir devient alors cette peur abjecte de manquer.” 
GILLES DELEUZE – FÉLIX GUATTARI, “L’anti-Œdipe. Capitalisme et schizophrénie”, Le Éditions de Minuit, Paris 1973 (nouvelle édition augmentée, I éd. 1972), Chapitre I ʻLes machines desiderante’, 4. ʻPsychiatrie matérialiste’, ʻ Le réel et la production désirante: synthèses passives’, p. 34.



Yassir Bradamante Mourchid

'Il desiderio è l’insieme di ‹sintesi passive› che macchinano gli oggetti parziali, i flussi e i corpi, e che funzionano come unità di produzione': ecco l'allontanamento dalla originaria 'catena' dei significanti, come parzialità di una bocca alterata, presa a sassate dai significati, dalle sintesi passive.



Enzo Sorbera

Ma il Deleuze successivo farà un po' marcia indietro sulla molarità e la distruzione della struttura edipica. Il brano che hai scelto è affascinante, ma è la sua prospettiva ad essere preoccupante (e su cui Deleuze, almeno lui, fece un po' di mea culpa). Per contro, vedi Recalcati e il suo Complesso di Telemaco (o qualcosa del genere: la memoria dei titoli mi abbandona sempre più spesso).




Innamorarsi vuol dire individualizzare qualcuno attraverso i segni che porta o che emette. Vuol dire diventare sensibile a questi segni, iniziarsi ad essi (come nella lenta individualizzazione di Albertine, entro il gruppo delle fanciulle). L’amicizia può forse nutrirsi di osservazione e conversazione, ma l’amore nasce e si nutre d’interpretazione silenziosa. L’essere amato appare come un segno, un’ “anima”: esprime un mondo possibile a noi sconosciuto. L’amato implica, include, imprigiona un mondo che occorre decifrare, e cioè interpretare. Si tratta anzi di una pluralità di mondi; il pluralismo dell’amore non riguarda soltanto la molteplicità degli esseri amati, ma la molteplicità delle anime o dei mondi racchiusi entro ognuno di essi. Amare è cercare di spiegare, di sviluppare questi mondi sconosciuti che restano avviluppati nell’amato…
C’è dunque una contraddizione dell’amore. Non possiamo interpretare i segni di un essere amato senza sboccare in mondi che non hanno aspettato noi per formarsi, che si formarono con altre persone, e nei quali siamo dapprima solo un oggetto tra gli altri. L’amante desidera che l’amato gli dedichi le sue preferenze, i suoi gesti, le sue carezze. Ma i gesti dell’amato, nel momento stesso che sono rivolti e dedicati a noi, esprimono ancora quel mondo ignoto che ci esclude. L’amato ci dà segni di preferenza; ma poiché quei segni sono i medesimi che esprimono mondi di cui non facciamo parte, ogni preferenza di cui profittiamo traccia l’immagine del mondo possibile dove altri sarebbero o sono preferiti. La contraddizione dell’amore consiste in questo: i mezzi su cui contiamo per preservarci dalla gelosia sono gli stessi mezzi che alimentano questa gelosia, conferendole una specie di autonomia, d’indipendenza rispetto al nostro amore.
Gilles Deleuze, “Marcel Proust e i segni”


Gilles Deleuze, Félix Guattari. Geofilosofia. Terra e deterritorializzazione.
Il soggetto e l’oggetto forniscono una cattiva approssimazione del pensiero.
Pensare non è né un filo teso tra un soggetto e un oggetto, né una rivoluzione dell’uno intorno all’altro. IL PENSARE SI REALIZZA PIUTTOSTO NEL RAPPORTO FRA IL TERRITORIO E LA TERRA.
KANT è meno prigioniero di quanto si creda delle categorie di oggetto e di soggetto, in quanto la sua idea di RIVOLUZIONE COPERNICANA METTE IL PENSIERO DIRETTAMENTE IN RAPPORTO CON LA TERRA;
HUSSERL RIVENDICA AL PENSIERO UN SUOLO CHE EQUIVARREBBE ALLA TERRA, nella misura in cui questa, in quanto intuizione originaria, né si muove né è in quiete. […] Tuttavia la terra non cessa di operare un movimento di deterritorializzazione sul posto, attraverso cui supera ogni territorio. La terra è deterritorializzante e deterritorializzata; si confonde con il movimento di coloro che abbandonano in massa il proprio territorio, aragoste che si mettono a camminare in fila in fondo all’acqua, pellegrini o cavalieri che cavalcano una linea di fuga celeste. LA TERRA NON È UN ELEMENTO TRA GLI ALTRI: riunisce tutti gli elementi in un’unica presa, ma si serve dell’uno o dell’altro per deterritorializzare il territorio. I movimenti di derritorializzazione non vanno disgiunti dai territori che si aprono altrove, né i processi di deterritorializzazione vanno disgiunti dalla terra che restituisce i territori. Il territorio e la terra sono due componenti di altrettante zone di indiscernibilità: la deterritorializzazione (dal territorio alla terra) e la riterritorializzazione (dalla terra al territorio); e non si può dire quale venga prima.”

GILLES DELEUZE (1925 - 1995), FÉLIX GUATTARI (1930 - 1992), “Che cos’è la filosofia?”, a cura di Carlo Arcuri, trad. di Angela De Lorenzis, Einaudi, Torino 1996, Parte prima ‘Filosofia’, 4. ‘Geofilosofia’, pp. 77 – 78.



Gilles Deleuze. Il paradosso della voce.
“FREUD INSISTEVA SULL’ORIGINE ACUSTICA DEL SUPER-IO. PER IL BAMBINO IL PRIMO APPROCCIO CON IL LINGUAGGIO CONSISTE APPUNTO NELL’AFFERRARLO COME MODELLO DI CIÒ CHE SI PONE COME PREESISTENTE, come rinviante all’intero campo di CIÒ CHE È GIÀ LÌ, VOCE FAMILIARE CHE VEICOLA LA TRADIZIONE, in cui si tratta già del bambino per via del suo nome e in cui deve inserirsi ancor prima di capire. In un certo senso QUESTA VOCE DISPONE PERFINO DI TUTTE LE DIMENSIONI DEL LINGUAGGIO ORGANIZZATO: designa infatti l’oggetto buono come tale o, al contrario, gli oggetti introiettati; significa qualcosa, ossia tutti i concetti e le classi che strutturano il CAMPO DELLA PREESISTENZA; e manifesta le variazioni emozionali della persona completa (voce che ama e rassicura, che attacca e brontola, che si lamenta di essere ferita o che si ritrae e tace). La voce presenta cosí le dimensioni di un linguaggio organizzato senza poter rendere afferrabile il principio di organizzazione, in base al quale essa stessa sarebbe un linguaggio. Rimaniamo cosí al di fuori del senso e lontano da esso questa volta in un ‘pre-senso’ delle altezze: la voce non dispone ancora dell’univocità che farebbe di essa un linguaggio e, poiché ha unità solo attraverso la sua eminenza, rimane impigliata nell’equivocità delle sue designazioni, nell’analogia delle sue significazioni, nell’ambivalenza delle sue manifestazioni. E in verità, in questo designa l’oggetto perduto, non si sa infatti cosa designi; non si sa cosa manifesti, poiché significa l’ordine delle preesistenze; non si sa cosa manifesti, poiché manifesta la contrazione nel suo principio o il silenzio. Essa è a un tempo l’oggetto, la legge della perdita e la perdita. È proprio la voce di Dio come Super-Io, che proibisce che si sappia ciò che è proibito, perché lo si apprenderà soltanto attraverso la sanzione. TALE È IL PARADOSSO DELLA VOCE (che segna nello stesso tempo l’insufficienza di tutte le teorie dell’analogia e dell’equivocità): ESSA HA LE DIMENSIONI DI UN LINGUAGGIO SENZA AVERNE LA CONDIZIONE, ASPETTA L’ ‘EVENTO’ CHE FARÀ DI ESSA UN LINGUAGGIO. HA CESSATO DI ESSERE UN RUMORE, MA NON È ANCORA UN LINGUAGGIO. È possibile almeno misurare il progresso del vocale sull’orale; o l’originalità di questa voce depressiva rispetto al sistema sonoro schizoide. Ma la voce si oppone ai rumori cosí quando li fa tacere, come quando geme essa stessa per le loro aggressioni o fa silenzio. IL PASSAGGIO DAL RUMORE ALLA VOCE LO RIVIVIAMO CONTINUAMENTE IN SOGNO; è stato notato in proposito che I RUMORI CHE GIUNGONO AL DORMIENTE SI ORGANIZZANO IN VOCE PRONTA A SVEGLIARLO*. SIAMO SCHIZOIDI DORMENDO, MA MANIACI DEPRESSIVI IN PROSSIMITÀ DEL RISVEGLIO. Quando lo schizoide si difende contro la posizione depressiva, quando lo schizoide regredisce al di qua, è perché la voce minaccia tanto il corpo completo, con cui agisce, quanto gli oggetti interni per cui patisce. Come nel caso dello schizofrenico studente di lingue, la voce materna deve essere scomposta d’urgenza in rumori fonetici letterari e ricomposta in blocchi inarticolati. I punti del corpo, del pensiero e della parola, provati dallo schizofrenico nel suo confronto con la posizione depressiva fanno tutt’uno. Non ci si deve chiedere se gli echi, costrizioni e furti siano primari o soltanto secondari rispetto ai fenomeni automatici. È un falso problema poiché ciò che viene rubato allo schizofrenico non è la voce, ma, al contrario, attraverso la voce dall’alto, tutto il sistema sonoro ‘pre-vocale’ di cui aveva saputo fare il suo «automa spirituale.»
* Cfr. BERGSON, “L’energie spirituelleˮ, P.U.F., pp. 101-102.”
GILLES DELEUZE (1925 - 1995), “Logica del sensoˮ, trad. di Mario de Stefanis, trad. della nota (1974) dell’A. per l’ed. it. di Armando Verdiglione, Feltrinelli, Milano 2011 (I ed. 1975), Ventisettesima serie ‘Sull’oralità’, pp. 171 – 172.





“ Le sujet et l’objet donnent une mauvaise approximation de le pensée. Penser n’est ni un fil tendue entre un sujet et un objet, ni une révolution de l’un autour de l’autre. Penser se fait plutôt dans le rapport du territoire et de la terre. Kant est moins prisonnier qu’on ne croit des catégories d’objet et de sujet, puisque son idée de révolution copernicienne met directement la pensée en rapport avec la terre; Husserl exige un sol pour la pénsée, qui serait comme la terre en tant qu’elle ne se meut pas ni n’est en repos, comme intuition originaire. […] La terre ne cesse d’opérer un mouvement de déterritorialisation sur place par lequel elle dépasse tout territoire: elle est déterritorialisante et déterritorialisée. Elle se confond elle-même avec le mouvement de ceux qui quittent en masse leur territoire, langoustes qui se mettent à marcher en file au fond de l’eau, pèlerins ou chevaliers qui chevauchent une ligne de fuite céleste. La terre n’est pas un élément parmi les autres, elle réunit tous les éléments dans une même étreinte, mais se sert de l’un ou de l’autre pour déterritorialiser le territoire. Le mouvements de déterritorialisation ne sont pas séparables des territoires qui s’ouvrent sur un ailleurs, et les procès de reterritorialisation ne sont pas séparables de la terre qui redonne des territoires. Ce sont deux composantes, le territoire et la terre, avec deux zones d’indiscernabilité, la déterritorialisation (du territoire à la terre) et la reterritorialisation (de la terre au territoire). On ne peut pas dire lequel est premier.”
GILLES DELEUZE, FÉLIX GUATTARI, “Qu’est-ce que la philosophie?”, Les Éditions de Minuit, Paris 2005 (I éd. 1991), I, ‘Philosophie’, 4. ‘Géophilosophie’, p. 82.





“Freud insistait sur l’origine acoustique du surmoi. Pour l’enfant, la première approche du langage consiste bien à saisir celui-ci comme le modèle de ce qui se pose comme préexistant, comme renvoyant à tout le domaine de ce qui est déjà, voix familiale qui charrie la tradition, où il est déjà question de l’enfant sous l’espèce de son nom et où il est doit s’insérer avant même de comprendre. D’une certaine façon cette voix dispose même de toutes les dimensions du langage organisé: car elle désigne le bon objet comme te, ou au contraire les objets introjetés; elle signifie quelque chose, à savoir tous les concepts et classes qui structurent le domaine de la préexistence; et elle manifeste les variations émotionnelles de la personne complète (voix qui aime et rassure, qui attaque et qui gronde, qui se plaint ellemême d’être blessée, ou qui se retire et se tait). Mais la voix présente ainsi le dimensions d’un langage organisé sans pouvoir rendre saisissable encore le principe d’organisation d’après lequel elle serait elle-même un langage. Aussi restons-nous en dehors du sens, et loin de lui, cette fois dans un ʻpré-sensʼ des hauteurs: la voix ne dispose pas encore de l’univocité qui en ferait un langage, et n’ayant d’unité que par son éminence reste empêtrée dans l’équivocité de ses désignations, l’analogie de ses significations, l’ambivalence de ses manifestations. Car, en vérité, comme elle désigne l’objet perdu, on ne sait pas ce qu’elle désigne; on ne sait pas ce qu’elle signifie, puisqu’elle signifie l’ordre des préexistences; on ne sait pas ce qu’elle manifeste puisqu’elle manifeste le retirement dans son principe ou le silence. Elle est à la fois l’objet, la loi de la perte et la perte. Elle est bien la voix de Dieu comme surmoi, celle qui interdit sans qu’on sache ce qui est interdit, puisqu’on ne l’apprendra que par la sanction. Tel est le paradoxe de la voix (qui marque en même temps l’insuffisance de toutes les théories de l’analogie et de l’équivocité): elle a les dimensions d’un langage sans en avoir la condition, elle attend ‘l’événement’ qui en fera un langage. Elle a cessé d’être un bruit, mais n’ets pas encoe langage. Au moins peut-on mesurer le progrès du vocal sur l’oral, ou l’originalité de cette voix dépressive par rapport au système sonore schizoïde. La voix ne s’oppose pas moins aux bruits lorsqu’elle les fait taire que lorsqu’elle gémit elle-même sous leur agression, ou fait elle-même silence. Le passage du bruit à la voix, nous le revivons constamment en rêve; les observateurs on bien noté comment les bruits parvenant au dormeur s’organisaient en voix prête à le réveiller.* Nous sommes schizophrènes en dormant, mais maniaques-dépressifs en approchant du réveil. Quand le schizoïde se défend contre la position dépressive, quand le schizophrène régresse en deçà. C’est que la voix ne menace pas moins le corps complet grâce auquel il agit quel es objets internes dont pâtit. Comme dans le cas du schizophrène étudiant en langues, la voix maternelle doit d’urgence être décomposée en bruits phonétiques littéraux et recomposée en blocs inarticulés. Ne font qu’un les vols du corps, de la pensée et de la parole quʼéprouve le schizophrène dans son affrontement de la position dépressive. Il ne faut pas se demander si les échos, contraintes et vols son premiers, ou seulement seconds par rapport à des phénomènes automatiques. C’est un faux problème car, ce qui est vole au schizophrène, ce n’est pas la voix, c’est au contraire, par la voix d’en haut, tout le système sonore ʻprevocalʼ don’t il avait su faire son «automate spirituel».
*Cf. Bergson, “Energie spirituelle”, P.U.F., pp. 101-102.ˮ
GILLES DELEUZE, “Logique du sensˮ, Les Éditions de Minuit, Paris 1969, vingt-septième série ʻde l‘oralitéʼ, pp. 225 – 227.

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