mercoledì 7 agosto 2013

LE RANE DI GALVANI, la pila di Volta e il bolognese Victor Frankenstein. GALVANI È QUINDI PIÙ CHE ALTRO UN MEDICO, UN ANATOMISTA, CHE PERÒ DA QUALCHE ANNO HA COMINCIATO AD INTERESSARSI ALL’ELETTRICITÀ. Fino a pochi anni prima, L’ELETTRICITÀ ERA UN FENOMENO ASSOLUTAMENTE MISTERIOSO, una MANIFESTAZIONE MAGICA con cui intrattenere nobili e regnanti durante cene e ricevimenti. SIN DAI TEMPI DEI GRECI, SI SAPEVA CHE, SE SI STROFINAVA UN MATERIALE COME L’AMBRA, ESSA ERA CAPACE DI ATTRARRE OGGETTI LEGGERI COME AD ESEMPIO I CAPELLI. La stessa parola “ELETTRICITÀ” DERIVA PROPRIO DA “ELECTRON” CHE IN GRECO SIGNIFICA: AMBRA

CAMPI ELETTROMAGNETICI
All'inizio del XIX secolo furono scoperti nuovi fenomeni che non potevano essere spiegati dalla fisica newtoniana. Si trattava di fenomeni elettromagnetici, la cui scoperta e il cui studio portarono alla formulazione di una nuova teoria. Si definì il campo elettromagnetico una condizione nello spazio dotato della potenzialità di produrre una forza. La vecchia meccanica newtoniana aveva spiegato l'interazione fra particelle positive e negative, come protoni e gli elettroni, dicendo semplicemente che essi si attraggono a vicenda come due masse. Ma Michael Faraday e James Clerk Maxwel trovarono più appropriato il concetto di campo elettromagnetico e stabilirono che la forza di una carica crea un "disturbo" o una "condizione" nello spazio circostante, così che la carica opposta se presente, avverte tale forza. Nacque in tal modo il concetto di universo composto di campi elettromagnetici, fonte di forze che interagiscono tra loro. Esisteva finalmente un quadro scientifico all'interno del quale cominciare a spiegare perché gli esseri umani influiscono gli uni sugli altri a distanza. A ciascuno di Noi è capitato almeno una volta di rispondere al telefono sapendo già chi ci stava chiamando. Tutte queste esperienze si possono spiegare a partire della teoria dei campi. Molte persone iniziano a usare questi concetti applicandoli alla vita quotidiana. Cominciamo ad ammettere che siamo fatti di campi energetici. Parliamo di "vibrazioni" negative o positive, di "mandare" le nostre energie a qualcuno, e la frase:"mi ha letto nel pensiero" è da tempo ormai comune. Sentiamo immediatamente se una persona ci piace oppure no, se andremo d'accordo con lei oppure se entreremo in conflitto. Questo sentire è spiegato dall'armonia o dalla disarmonia dell'interazione dei campi energetici. 
Barbara Ann Brennan


Electrophorus electricus ("Elettroforo" o "Anguilla elettrica")
"Questo grosso Pesce d'acqua dolce (può arrivare a 2,5 me di lunghezza), diffuso perlopiù nella forsesta amazzonica, è onosciuto soprattutto per la sua capacità di generare, tramite dei muscoli modificati disposti lungo i suoi fianchi, dei potenti campi elettrici, dell'ordine di alcune centinaia di volt, che utilizza sia per la caccia che per l'autodifesa.
Esso possiede tre paia di organi elettrici addominali in grado di produrre una differenza di potenziale e generare così un campo elettrico. Questi organi sono costituiti di cellule speciali, di origine muscolare, denominate elettrociti; tali elettrociti sono cellule piatte, a forma di disco, affrontate ed allineate, all'interno delle quali scorre la corrente elettrica. Al momento di liberare la scarica elettrica, per esempio per catturare una preda, i canali ionici situati sulla membrana di queste cellule si aprono, permettendo il libero passaggio di ioni sodio, caricati positivamente, che entrano nelle cellule stesse invertendone momentaneamente la carica, e generando perciò una scarica. Il meccanismo è simile a quello di una batteria, nella quale piatti conduttori affrontati producono una carica elettrica. Lungo i fianchi del pesce, gli elettrociti, presenti in un numero che va dai 5 ai 6.000, possono produrre in questo modo una scarica di più di 500 volt, ed un flusso di corrente pari ad 1 ampere (500 watt). Una scarica di questo tipo rende l'elettroforo uno dei pesci elettrofori più forti, insieme alle torpedini, ed anche uno degli animali più pericolosi delle foreste sudamericane: un elettroforo adulto è capace di uccidere con le sue scariche un uomo adulto e sano.
Oltre a questa devastante scarica, che il pesce utilizza per la caccia o l'autodifesa, questo pesce è in grado di generare anche campi elettrici di più lieve intensità, che utilizza principalmente per l'elettrolocalizzazione. Questi campi elettrici, dell'ordine di 10-15 volt, giocano un ruolo importante per la localizzazione non solo delle prede, ma anche per la comunicazione con altri esemplari della stessa specie, e probabilmente nella ricerca del partner e nell'accoppiamento."
(© opencage)





Scienza leggera: LE RANE DI GALVANI, la pila di Volta e il bolognese Victor Frankenstein. Era una notte buia e tempestosa. I due erano andati a letto da poco, ma un tuono più violento degli altri li svegliò. “Presto! Andiamo, andiamo!!!” gridò lui balzando fuori dalle coperte. Lei, più lentamente, seguì il marito mettendosi una vestaglia. Il temporale stava arrivando. Mentre si dirigeva verso la terrazza, dove il marito stava già sistemando tutto, si fermò a chiudere una finestra che sbatteva. E proprio in quel momento, un enorme fulmine sopra S. Luca illuminò tutta la città. Si ritrasse di scatto e chiuse le persiane infreddolita e spaventata. Quando arrivò era già tutto pronto. Dal palo di metallo fissato sul tetto, pendeva UN FILO LUNGO POCHI METRI CHE ARRIVAVA FINO UN TAVOLACCIO POSTO AL CENTRO DELLA TERRAZZA, DOVE L’ESTREMITÀ ERA FISSATA A DUE ZAMPE DI RANA. La moglie si sedette vicina al marito, in attesa. Poi il vento si fece sempre più forte e cominciò a cadere qualche goccia d’acqua: il temporale era quasi sulle loro teste. Lui si alzò a controllare ancora una volta che tutto fosse in ordine e mentre stava tornando a ripararsi sotto una piccola veranda, ecco che accadde ciò che stavano attendendo: UN FULMINE VIOLENTISSIMO SQUARCIÒ IL CIELO E ANDÒ A COLPIRE IL PALO DI METALLO POSTO SUL TETTO, IL FILO TREMOLÒ E LA SCARICA ELETTRICA PASSÒ ATTRAVERSO DI ESSO FINO AD ARRIVARE ALLE ZAMPE DELLA RANA CHE COMINCIARONO A MUOVERSI E CONTRARSI PROPRIO COME ACCADE QUANDO UNA RANA SALTA. Il marito uscì nella pioggia e guardò con attenzione e poi prese a saltare di gioia e andando ad abbracciare la moglie: “Hai visto?? Hai visto??? Hai visto come si muovevano???” Le gocce del temporale scivolavano su di loro confondendosi con le lacrime erano bagnati fradici ma felici, felicissimi: l’esperimento era pienamente riuscito! La storia appena descritta ebbe certamente luogo, più o meno in questi termini, a Bologna il 16 aprile 1786 ed i protagonisti furono Luigi Galvani e la moglie Lucia Galeazzi. All’epoca GALVANI HA 49 ANNI E DA NOVE È PROFESSORE DI ANATOMIA PRATICA ALL’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA (per la precisione all’Accademia delle Scienze), dove ha preso il posto del suocero. GALVANI È QUINDI PIÙ CHE ALTRO UN MEDICO, UN ANATOMISTA, CHE PERÒ DA QUALCHE ANNO HA COMINCIATO AD INTERESSARSI ALL’ELETTRICITÀ. Fino a pochi anni prima, L’ELETTRICITÀ ERA UN FENOMENO ASSOLUTAMENTE MISTERIOSO, una MANIFESTAZIONE MAGICA con cui intrattenere nobili e regnanti durante cene e ricevimenti. SIN DAI TEMPI DEI GRECI, SI SAPEVA CHE, SE SI STROFINAVA UN MATERIALE COME L’AMBRA, ESSA ERA CAPACE DI ATTRARRE OGGETTI LEGGERI COME AD ESEMPIO I CAPELLI. La stessa parola “ELETTRICITÀ” DERIVA PROPRIO DA “ELECTRON” CHE IN GRECO SIGNIFICA: AMBRA. Ma da allora, come buona parte delle scienze, per diversi secoli, le conoscenze sull’elettricità non progredirono quasi per nulla. Una prima importante razionalizzazione fu merito di BENJAMIN FRANKLIN, personaggio poliedrico e geniale, scienziato e padre fondatore degli Stati Uniti d’America. FRANKLIN ERA CONVINTO CHE LA RAGIONE FOSSE IN GRADO DI SPIEGARE E RIPRODURRE OGNI FENOMENO FISICO, soprattutto quelli che, fino ad allora, come l’elettricità, erano stati fonte di superstizione e mistero e quindi di subordinazione della borghesia (americana) alla nobiltà e all’ancient regime europei. FRANKLIN FU INFATTI IL PRIMO A CONCEPIRE, NEL 1747, LA POSSIBILITÀ CHE ESISTESSERO CARICHE NEGATIVE E CARICHE POSITIVE CHE SI ATTRAEVANO TRA LORO E CHE TENDEVANO AD ANNULLARSI A VICENDA. Poco tempo dopo Galvani, a Bologna, comincia ad effettuare ESPERIMENTI PER VERIFICARE QUALI RELAZIONI ESISTANO TRA L’ELETTRICITÀ E LA FISIOLOGIA O, IN SENSO PIÙ AMPIO, TRA L’ELETTRICITÀ E LA VITA. Bologna è da circa 200 anni parte dello Stato Pontificio e l’università, seppure goda di una certa libertà, non può sfuggire al controllo della Chiesa. E’ illuminante a questo proposito la storica sala di anatomia dell’università bolognese. NELLA PARTE SUPERIORE DELLA SALA, MOLTO VICINO AL TETTO, SI PUÒ ANCOR OGGI VEDERE UNA PICCOLA FINESTRELLA CHIUSA DA UNA PERSIANA. DIETRO AD ESSA, QUANDO SI ESEGUIVANO LE DISSEZIONI DEI CADAVERI, SI POSIZIONAVA UN RELIGIOSO CHE AVEVA IL PRECISO COMPITO DI SPIARE GLI SCIENZIATI (non ignari della sua presenza) PER VERIFICARE COSA SCOPRISSERO ALL’INTERNO DEL CORPO UMANO E, IN PARTICOLARE, SE ARRIVASSERO AD INDIVIDUARE COSA FOSSE L’ANIMA. Insomma: LIBERTÀ SCIENTIFICA SÌ, MA SEMPRE SOTTO IL CONTROLLO DELLA CHIESA. Anche Galvani è molto religioso e lo SCONTRO INTERIORE TRA FEDE E SPIRITO SCIENTIFICO ebbe probabilmente un ruolo assai importante nella storia che andiamo a raccontare. La statua di Galvani nell’omonima piazza bolognese. VEDERE LE ZAMPE DI UNA RANA MORTA CHE SI CONTRAGGONO QUANDO SONO ATTRAVERSATE DALLA CORRENTE ELETTRICA È UNA VISIONE SENSAZIONALE PER GALVANI E PER QUALSIASI SCIENZIATO DELL’EPOCA. Per la prima volta SI COMINCIA A PENSARE A POSSIBILI COLLEGAMENTI TRA VITA ED ELETTRICITÀ. Lo scienziato bolognese fornisce questa interpretazione: NELLE ZAMPE DELLE RANE (e per estensione in qualsiasi essere vivente) RISIEDE UN’”ELETTRICITÀ ANIMALE”, UN FLUIDO VITALE CHE SI ATTIVA QUANDO VIENE STIMOLATO DA UNA SCARICA ELETTRICA ESTERNA (nell’esperimento sopra descritto: da un fulmine). A quel tempo, cosa sia la vita è tutt’altro che chiaro (anche oggi per la verità…): IN TANTI CREDONO CHE ESISTA UN “SOFFIO VITALE” CHE ANIMA GLI ESSERI VIVENTI, il cui funzionamento è giudicato differente da quello della materia inanimata. Galvani è un personaggio scientificamente controverso e probabilmente tormentato, così come lo sono tutti i PERSONAGGI DI TRANSIZIONE. Infatti la vicenda che stiamo raccontando si svolge in uno dei PERIODI DI MAGGIORE TRASFORMAZIONE DELLA STORIA EUROPEA: nel 1789 scoppia la rivoluzione francese ed IL “VENTO DELLA LIBERTÀ” CHE PORTA CON SÉ RAZIONALISMO E ROVESCIAMENTO DEI DOGMI RELIGIOSI ARRIVERÀ PRESTO ANCHE IN ITALIA e a Bologna. Quindi, se è vero che GALVANI CREDE IN UN’ELETTRICITÀ CHE SI ORIGINA NEGLI ANIMALI INDIPENDENTEMENTE DA QUALSIASI INTERVENTO ESTERNO E CHE È QUINDI RICONDUCIBILE A DIO, “CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA” E NON RIPRODUCIBILE DALL’UOMO, È ANCHE VERO CHE EGLI È UNO SCIENZIATO INTERDISCIPLINARE, COME OGGIGIORNO DEVONO ESSERLO GLI SCIENZIATI MODERNI, ED È IL PRIMO AD INTEGRARE FISICA ED ELETTRICITÀ NELLA FISIOLOGIA, FONDANDO DI FATTO L’ELETTROFISIOLOGIA. Galvani pubblica i risultati dei suoi sensazionali esperimenti nel 1791 (un anno dopo la morte della moglie), rilevando che LE ZAMPE DI RANA SI CONTRAGGONO ANCHE SENZA LO STIMOLO DELL’ELETTRICITÀ ESTERNA, MA ANCHE SOLO METTENDO IN CONTATTO NERVO E MUSCOLO (DOVE GALVANI CREDE SIA ACCUMULATA L’”ELETTRICITÀ ANIMALE”) CON UNA SPECIE DI PINZA METALLICA. A questo punto, entra in gioco un altro dei personaggi principali di questa storia: ALESSANDRO VOLTA. Volta è otto anni più giovane di Galvani ed insegna fisica all’università di Pavia, all’epoca sotto il dominio austriaco. Così come Galvani, è un ABILISSIMO SPERIMENTATORE E COSTRUTTORE DI STRUMENTI SCIENTIFICI, ma se il bolognese pubblica i suoi lavori in latino, è introverso e raramente si sposta da Bologna, il lombardo conosce e scrive in inglese e francese, viaggia spesso ed ha costruito una fitta e fruttifera rete di relazioni con scienziati europei. Anche nella scienza queste cose hanno grande importanza. Se Galvani oggi, userebbe con ritrosia l’email e preferirebbe il telefono, Volta sarebbe a suo agio con Skype, strumenti di file-sharing e scriverebbe lavori in collaborazione con scienziati di tutto il mondo, confrontandosi con loro in video-conferenze. VOLTA È INIZIALMENTE AFFASCINATO DALLE SCOPERTE DI GALVANI, MA POI, NEL 1792, OFFRE UNA SPIEGAZIONE ALTERNATIVA ED OPPOSTA. SE PER GALVANI, L’ELETTRICITÀ È INSITA NEL CORPO DELLE RANE E VIENE SOLO STIMOLATA DALL’ESTERNO, PER VOLTA È VERO INVECE IL CONTRARIO: L’ELETTRICITÀ OSSERVATA DA GALVANI NON È “ANIMALE”, MA “NORMALE” ELETTRICITÀ GENERATA DAL CONTATTO DI DUE METALLI DIFFERENTI CHE COLLEGANO NERVI E MUSCOLI. “E’ la differenza dei metalli che fa” sostiene Volta, il quale È CONVINTO CHE SIANO I METALLI CHE PRODUCONO ENERGIA, MENTRE LE ZAMPE DELLA RANA SONO SOLO “RILEVATORI” E NON GENERATORI DI ELETTRICITÀ. Le due interpretazioni sono opposte e si riveleranno inconciliabili negli anni successivi dando origine ad una delle più note dispute scientifiche di ogni tempo. SCIENZIATI DI TUTTO IL MONDO RIPETONO GLI ESPERIMENTI DI GALVANI (POVERE RANE!…), SCHIERANDOSI DALLA PARTE DEL BOLOGNESE O DEL PAVESE. Con perfetto spirito scientifico, GALVANI RISPONDE ALLE CRITICHE CON I FATTI E DIMOSTRA CHE LE CONTRAZIONI SI VERIFICANO ANCHE QUANDO NERVO E MUSCOLO VENGONO MESSI IN CONTATTO UTILIZZANDO UN SOLO METALLO E POI ADDIRITTURA, NEL 1794, SENZA METALLI, PER ESEMPIO CON PEZZI DI TESSUTO ANIMALE. VOLTA SEMBRA SCONFITTO. Ma da Pavia, VOLTA REPLICA ANCORA E AFFERMA CHE NON È, IN EFFETTI, NECESSARIA LA PRESENZA DI DUE METALLI PER PRODURRE LA CORRENTE CHE FA MUOVERE LE RANE, MA SI POSSONO USARE ANCHE DUE CONDUTTORI QUALSIASI (CORPI CHE CONDUCONO ELETTRICITÀ), MEGLIO SE UMIDI. “E’ LA DIVERSITÀ DE’ CONDUTTORI CHE È NECESSARIA”, SCRIVE ORA VOLTA, INDIPENDENTEMENTE SE SIANO METALLI O ALTRO. Volta sembra proprio un gran rompiballe pieno di sé. E’ infatti vero che È IN GRADO DI REINTERPRETARE TUTTI I RISULTATI DI GALVANI, MA NON È CAPACE DI CONFUTARLI CON DATI E PROPOSTE NUOVE: le sue appaiono tutte obiezioni “ad hoc” per rompere le scatole a Galvani. LA CONTROVERSIA NON È SOLAMENTE SCIENTIFICA: C’È INNANZITUTTO UNA QUESTIONE FILOSOFICO-RELIGIOSA. PER GALVANI L’ELETTRICITÀ È “DENTRO ALLE RANE” E LÌ CE L’HA MESSA DIO: GLI UOMINI NON POSSONO RICREARLA PERCHÉ CIÒ SIGNIFICHEREBBE OLTREPASSARE UN LIMITE E SCONFINARE NELL’AMBITO DI COMPETENZA DEL CREATORE. VOLTA, CHE PURE È RELIGIOSO, È INVECE CONVINTO CHE LE SCOPERTE DI GALVANI VADANO SPIEGATE COME FENOMENI FISICI, RIPRODUCIBILI IN LABORATORIO, SENZA LA RANA E QUINDI SENZA DIO, MA GRAZIE A STRUMENTI COSTRUITI DALL’UOMO. VOLTA È UN RAZIONALISTA DELLO STAMPO DEL SUMMENZIONATO FRANKLIN. PER GALVANI QUEST’APPROCCIO NON SOLO È IN CONTRASTO CON LE SUE IDEE SCIENTIFICHE, MA È PRIMA DI TUTTO UNA SACRILEGA IRRIVERENZA NEI CONFRONTI DELLA SUA FEDE. Ma le contraddizioni sono il sale della vita e anche di questa storia. Infatti, nonostante queste convinzioni, GALVANI DIMOSTRA DI ESSERE ANCORA UNA VOLTA UNO SCIENZIATO MODERNO PERCHÉ, PUBBLICANDO I RISULTATI DEI SUOI ESPERIMENTI, ILLUSTRA SEMPRE IN MODO ACCURATO E CHIARO LE METODOLOGIE E LE TECNICHE CON CUI LI HA ESEGUITI, IN MODO CHE ALTRI POSSANO RIPRODURLI; una caratteristica fondamentale e identificativa della scienza moderna. E risponde ancora: NEL 1797, PREPARANDO CON CURA I NERVI DELLE ZAMPE DELLE RANE, OSSERVA CONTRAZIONI ANCHE SENZA CHE ESISTA IL CONTATTO TRA DUE CORPI DIVERSI IN UN ESPERIMENTO CONSIDERATO LA FONDAZIONE DELL’ELETTROFISIOLOGIA. Ma Volta non è convinto e, in una sua memoria, Galvani esprime tutta la sua frustrazione per non riuscire a convincere l’avversario: “Egli vuole questa elettricità la stessa che quella comune a tutti i corpi; io, particolare e propria dell’animale: egli pone LA CAUSA dello sbilancio negli artifizi che si adoprano, e segnatamente nella DIFFERENZA DEI METALLI; io, nella macchina animale: egli stabilisce tal CAUSA ACCIDENTALE ED ESTRINSECA; io, NATURALE ED INTERNA: egli in somma TUTTO ATTRIBUISCE AI METALLI, NULLA ALL’ANIMALE; IO, TUTTO A QUESTO, NULLA A QUELLI, ove si consideri il solo sbilancio”. Ma diversi e nuovi accadimenti segneranno lo sviluppo successivo della diatriba, non tutti relazionati alla scienza. Il 18 giugno 1796, dopo aver conquistato la Lombardia, le truppe francesi, con a capo Napoleone, entrano a Bologna, dichiarando decaduto lo Stato Pontificio. I francesi sono la “modernità” che scuote – seppure per pochi anni – tutta società del Nord-Italia, compresa l’università. Nel 1798, la Repubblica Cisalpina (lo stato napoleonico che comprende Lombardia ed Emilia e quindi sia Pavia che Bologna), esige dai professori universitari un giuramento di fedeltà: Galvani si rifiuta e perde la cattedra, Volta invece giura e abbraccia le idee napoleoniche, tanto che sarà destituito dall’incarico quando i francesi saranno scacciati da Pavia nel 1799 dall’esercito austriaco. Nonostante quindi l’ESTREMA IMPORTANZA DEL SUO ULTIMO ESPERIMENTO CHE DIMOSTRA L’ESISTENZA DI UNA ELETTRICITÀ INTRINSECA ALL’ANIMALE, NON DOVUTA ALLA SEMPLICE DIFFERENZA TRA CORPI DIVERSI, Galvani e le sue interpretazioni cadono in disgrazia, travolti dagli sconvolgimenti politici. Ma è solo il primo colpo per il “galvanismo”: il 4 dicembre 1798 Galvani muore e soprattutto NEL 1799, VOLTA METTE A PUNTO LA SUA STRABILIANTE E CELEBERRIMA INVENZIONE: LA PILA. Sottolineare l’importanza della pila nella storia e nel presente dell’umanità è superfluo: a cominciare dal cellulare, ogni giorno siamo circondati da strumenti che utilizzano una pila (batteria). In due parole, LA PILA È UN DISPOSITIVO CHE, GRAZIE DA UNA REAZIONE CHIMICA CHE HA LUOGO AL SUO INTERNO, PRODUCE UNA CORRENTE ELETTRICA: FU LA PRIMA VOLTA NELLA STORIA CHE CIÒ FU POSSIBILE. Sembra proprio che il vincitore della battaglia sia Volta che, non a caso, si riferisce alla sua invenzione come ad un “ORGANO ELETTRICO ARTIFICIALE”,  a SOTTOLINEARE L’EVIDENZA CHE NON SIA NECESSARIA LA PRESENZA DELL’”ANIMALE” COME SOSTENUTO DA GALVANI, MA CHE L’ELETTRICITÀ POSSA GENERARSI GRAZIE AD UNO STRUMENTO COSTRUITO DALL’UOMO. Quando Volta presenta la sua invenzione, l’eco è enorme ed egli diviene un’autentica celebrità a livello mondiale: nel 1801 Napoleone lo vuole alla sua corte per vedere di persona quella meraviglia e lo riempie di onorificenze. E’ fuori discussione che vada reso imperituro merito a Volta per aver regalato all’umanità uno strumento così utile. Tuttavia, diversi aspetti contraddittori vanno sottolineati per non perdere di vista la questione. All’epoca (ma anche oggi), il TRIONFO DI VOLTA FU INTERPRETATO COME UNA PROVA INEQUIVOCABILE DELLA SUA TEORIA SECONDO CUI IL CONTATTO DI METALLI DIVERSI È IN GRADO DI GENERARE ENERGIA, e quindi, di conseguenza, come una confutazione della teoria del suo avversario, Galvani. Ma la verità è più sfaccettata e complessa. VOLTA ERA CONVINTO DI POTER GENERARE ELETTRICITÀ METTENDO VICINI DUE METALLI DIVERSI. Tuttavia, SE È VERO CHE LA PILA (sia quella costruita da Volta, sia una attuale) FUNZIONA GRAZIE ALLA PRESENZA DI DUE METALLI DIVERSI, ESSI NON DEVONO ESSERE IN CONTATTO, BENSÌ ESSERE SEPARATI DA UNA SOLUZIONE SALINA CHE PERMETTE IL PASSAGGIO DI IONI (ATOMI CARICHI). Ed infatti fu ciò che Volta fece: MISE TRA UN METALLO E L’ALTRO (ZINCO E RAME), UN DISCO DI CARTA IMBEVUTO IN UNA SOLUZIONE SALINA. Oltretutto, paradossalmente, NONOSTANTE VOLTA FOSSE IL PIÙ STRENUO OPPOSITORE DELL’”ELETTRICITÀ ANIMALE”, NELLA COSTRUZIONE DELLA PILA, EGLI SI ISPIRÒ PROPRIO AD UN ANIMALE, OSSIA ALLA TORPEDINE. Infatti, la pila si chiama pila, perché, in origine, era costituita da una serie di dischi metallici (intervallati dal summenzionato strato di carta) “impilati” l’uno sull’altro e L’IDEA DI RIPETERE L’ELEMENTO DELLA SUA PILA (UN DISCO DI RAME, UNO DI ZINCO E UNO DI CARTA), METTENDONE UNO SULL’ALTRO GLI VENNE OSSERVANDO L’ORGANO ELETTRICO DELLA TORPEDINE, CARATTERIZZATO PROPRIO DA UNA DISPOSIZIONE “A PILA” DEI SUOI ELEMENTI MODULARI. E’ ANCHE PROBABILE CHE LA STESSA, ESSENZIALE INTUIZIONE DI USARE DISCHI DI CARTA FRAPPOSTI TRA I METALLI SIA STATA “COPIATA” DALLA TORPEDINE. Inoltre, VOLTA NON COMPRESE MAI LE AUTENTICHE RAGIONI CHE SOGGIACCIONO AL FUNZIONAMENTO DELLA PILA, rimanendo convinto che il contatto bimetallico fosse il vero motore di elettricità e rifiutando invece la corretta interpretazione chimica secondo la quale LA CORRENTE ELETTRICA SI GENERA PERCHÉ UN ELEMENTO CEDE ELETTRONI AD UN ALTRO. Nonostante ne apparve il chiaro vincitore, Volta rimase perciò intrappolato nella disputa con Galvani, continuando ad essere eccessivamente interessato a negare l’elettricità animale, piuttosto che concentrarsi sulla spiegazione del funzionamento della sua invenzione. E paradossalmente il sensazionale successo della pila, oscurò, almeno in parte, la sua persona scientifica e le sue teorie che si riveleranno almeno parzialmente errate. Ma allora, chi aveva ragione? Per prima cosa occorre rilevare che, all’epoca, né Galvani, né Volta, né nessun altro avevano realmente idea di cosa fosse L’ELETTRICITÀ CHE ERA CONSIDERATA COME UN FLUSSO DI UN “QUALCOSA” CHE SI MUOVE DA UN PUNTO AD UN ALTRO, COSÌ COME FA L’ACQUA. Non a caso IL TERMINE “CORRENTE” ELETTRICA FA PROPRIO RIFERIMENTO AL COMPORTAMENTO DI UN FIUME. OGGI SAPPIAMO CHE L’ELETTRICITÀ, IN DUE PAROLE, PUÒ ESSERE VISTA COME UN EFFETTO DEL COMPORTAMENTO DEGLI ELETTRONI (PARTICELLE CARICHE NEGATIVAMENTE CHE SI TROVANO NEGLI ATOMI DI QUALSIASI ELEMENTO) CHE TENDONO A SPOSTARSI DA UNA ZONA IN CUI CE NE SONO DI PIÙ AD UNA DOVE CE NE SONO DI MENO. QUESTO SQUILIBRIO DI ELETTRONI E QUINDI DI CARICA ELETTRICA VIENE DEFINITO DIFFERENZA DI POTENZIALE ELETTRICO. MA L’ESISTENZA DELL’ELETTRONE FU SVELATA SOLO UN SECOLO DOPO GALVANI E VOLTA; la fisiologia (lo studio del funzionamento degli organismi viventi) era ancora molto misteriosa e la chimica si evolse in maniera significativa solo più tardi e – parzialmente – proprio grazie alle applicazioni della pila di Volta che permise di isolare elementi quali l’idrogeno e l’ossigeno, rompendo la molecola d’acqua. AVEVANO QUINDI RAGIONE UN PO’ TUTTI E DUE. LE ZAMPE DELLE RANE SI MUOVEVANO E SI MUOVONO, INFATTI, EFFETTIVAMENTE PER EFFETTO DI UN’ELETTRICITÀ “ANIMALE”, ED IN PARTICOLARE PER UNA DIFFERENZA DI POTENZIALE SI CREA TRA INTERNO ED ESTERNO DELLE MEMBRANE CELLULARI E CHE È ALLA BASE DELLA TRASMISSIONE DEI SEGNALI NERVOSI. Quindi GALVANI AVEVA RAGIONE QUANDO SOSTENEVA CHE ESISTE UN’ELETTRICITÀ INSITA AD OGNI ORGANISMO VIVENTE; tuttavia la conoscenze e le possibilità tecniche dell’epoca gli impedirono di individuare le ragioni, i meccanismi e i luoghi dove essa si genera. In particolare NEGLI ESPERIMENTI SULLE RANE, LE CONTRAZIONI SI PRODUCONO A CAUSA DI UNA DIFFERENZA DI POTENZIALE GENERATA DAL CONTATTO TRA LA PARTE DI TESSUTO INTATTA E LA PARTE LESA. QUESTO STIMOLO METTE IN MOTO L’ELETTRICITÀ INTERNA ACCUMULATA IN CONDIZIONE DI SQUILIBRIO NEL TESSUTO. Bisognerà però attendere 150 anni dopo la morte di Galvani per arrivare ad una completa comprensione di questi fenomeni. VOLTA INVECE AVEVA RAGIONE PERCHÉ INTUÌ CHE L’UTILIZZO DEI METALLI POTEVA CONDURRE ALLA GENERAZIONE DI ENERGIA ELETTRICA ARTIFICIALE. E soprattutto “ebbe ragione” all’atto di creare uno strumento straordinario come la pila (del quale però non comprese mai bene il funzionamento …). Possiamo quindi assegnare un pareggio. LA CONTROVERSIA TRA QUESTI DUE GENI ITALIANI È STUDIATA DA OGNI STUDENTE DI CHIMICA O DI FISICA ed influenzò non solo la scienza. Quando una persona lascia veramente il segno nel mondo, allora nella lingua nascono termini derivati dal suo nome: un onore che spetta a pochissimi. Se da Volta discendono il nome dello strumento per misurare differenze di potenziale (voltmetro), la parola voltaggio (sinonimo improprio di tensione elettrica) e anche l’unità di misura del potenziale elettrico (il Volt), Galvani non è da meno, anzi: dal suo nome derivano il galvanometro (strumento per misurare la corrente elettrica continua), il GALVANISMO (CONTRAZIONE DI UN MUSCOLO STIMOLATO DA UNA CORRENTE ELETTRICA, TERMINE CURIOSAMENTE CONIATO DA VOLTA) e soprattutto – massimo onore – UN VERBO CHE ESULA DALL’AMBITO SCIENTIFICO, OSSIA GALVANIZZARE (E ADDIRITTURA IL CORRISPONDENTE INGLESE: TO GALVANIZE) che significa CARICARE, ECCITARE, INFONDERE ENERGIA, in senso figurato. ESISTE ADDIRITTURA ANCHE UNA CANZONE DEI CHEMICAL BROTHERS, INTITOLATA PROPRIO “GALVANIZE”: nessun gruppo di musica elettronica di fama mondiale ha mai composto una canzone in qualche modo collegata ad Alessandro Volta. La storia tuttavia non finì con l’invenzione della pila: in quegli anni non tutta la comunità scientifica dimenticò Galvani e i suoi studi. Il più accanito e famoso sostenitore delle teorie del “galvanismo” fu il nipote di Galvani: Giovanni Aldini. Aldini collaborò con lo zio ed alla sua morte proseguì i suoi studi. Tuttavia SI ERA PROBABILMENTE STUFATO DI TUTTE QUELLE RANE E DECISE DI PROVARE GLI EFFETTI DELL’ELETTRICITÀ SU UN ALTRO TIPO DI ORGANISMI. ALDINI, INFATTI, FACEVA PASSARE ELETTRICITÀ ATTRAVERSO CADAVERI UMANI O PEZZI DI ESSI (AD ESEMPIO LA TESTA) OTTENENDO L’INCREDIBILE EFFETTO DI FAR MUOVERE QUEI CORPI, PRODUCENDO IN ESSI CONVULSIONI E SPAVENTOSI MOVIMENTI DEGLI ARTI. DURANTE UN ESPERIMENTO IL BRACCIO DI UN CADAVERE “ELETTRIFICATO” FU IN GRADO DI SOLLEVARE UN PESO DI DIVERSI CHILI. NON È CHIARO SE FOSSE EFFETTIVAMENTE CONVINTO DI POTER RIPORTARE IN VITA QUEI CORPI O SE INVECE IL SUO INTENTO ERA SOLO IMPRESSIONARE IL PUBBLICO. Sta di fatto che, oltre ad essere uno scienziato, Aldini era un vero e proprio “showman” e viaggiò per per l’Europa mostrando i suoi “particolari” esperimenti che produssero enorme curiosità e scalpore e che gli permisero di raccogliere denaro che poi donò all’Accademia delle Scienze bolognese. Ma Aldini voleva sempre di più: voleva provare un esperimento ancora più ambizioso e per questo dovette spostarsi a Londra. I CORPI SU CUI EFFETTUAVA LE SUE PROVE ERANO INFATTI DI CONDANNATI A MORTE CHE IN QUASI TUTTA EUROPA VENIVANO DECAPITATI. NELLA CAPITALE INGLESE, ESSI VENIVANO INVECE IMPICCATI, così che Aldini poteva avere a disposizione corpi perfettamente intatti. La sua più famosa “rappresentazione” ebbe luogo il 18 gennaio 1803 al Royal College of Surgeons (Collegio Reale dei Chirurghi) di Londra. UN TALE GEORGE FORSTER ERA APPENA STATO IMPICCATO PER AVER ASSASSINATO MOGLIE E FIGLIO. IL CORPO FU PORTATO AD ALDINI IL QUALE GLI APPLICÒ UNA CORRENTE ELETTRICA PRODOTTA DA UNA PILA: LA MANDIBOLA COMINCIÒ A TREMARE, GLI OCCHI SI APRIVANO E CHIUDEVANO FISSANDO IL PUBBLICO E IL VISO DEL CADAVERE ERA SCOSSO DA ORRIBILI SPASMI. Poi il gran finale: ALDINI INTRODUSSE UN POLO DELLA PILA IN UN ORECCHIO E L’ALTRO NELL’ANO: L’INTERO CORPO PRESE A MUOVERSI IN MANIERA SCONNESSA, TRA ORRIBILI CONVULSIONI: LA SCHIENA SI INARCAVA, LE GAMBE SI CONTORCEVANO, UN BRACCIO SI ALZÒ VERSO L’ALTO STRINGENDO UN PUGNO, I POLMONI COMINCIARONO A GONFIARSI E LA TESTA A MUOVERSI AVANTI E INDIETRO. Una sensazione mista di terrore e incredulità attraversò la platea di esimi chirurghi londinesi: DAVANTI A LORO STAVA ACCADENDO QUALCOSA DI STRAORDINARIO E MAI VISTO PRIMA. E nessuno, davvero nessuno, poté evitare di pensare in cuor proprio qualcosa di assolutamente terribile e stupefacente: SEMBRAVA PROPRIO CHE IL PROFESSOR ALDINI STESSE RIPORTANDO IN VITA QUEL CADAVERE. In tutta Europa e soprattutto a Londra, Aldini divenne una celebrità: in molti lessero il suo studio pubblicato nel 1807 a Londra: “An account of the late improvements in Galvanism” ed assistettero ai suoi shows. Tra questi è probabile che ci fosse anche la moglie di un famoso poeta dell’epoca Percy Shelley. Il suo nome era MARY SHELLEY. NEL 1818 LA SHELLEY PUBBLICÒ UNA LIBRO ASSAI PARTICOLARE, POI PASSATO ALLA STORIA: “FRANKENSTEIN, OVVERO IL MODERNO PROMETEO”, dove si racconta di come UN TAL DOTTOR VICTOR FRANKENSTEIN GENERI UNA CREATURA VIVENTE DA MATERIA INANIMATA, GRAZIE A SCARICHE ELETTRICHE. E’ quindi assai verosimile che la storia raccontata nel libro sia stata ispirata dalle vicende appena descritte e la figura del dottor Frankenstein proprio da Giovanni Aldini. La “creatura” generata dal dottor Frankenstein, protagonista dell’omonimo romanzo, pubblicato nel 1818 e rimodificato dall’autrice Mary Shelley per una seconda edizione del 1831. E’ interessante notare che, all’epoca, romanzi di finzione come “Frankenstein” erano considerati “cultura bassa”, letti soprattutto da donne. La scienza invece era materia esclusiva delle élite: la classi meno istruite e meno abbienti avevano scarsissimo accesso o notizia di informazioni scientifiche. UN LIBRO COME “FRANKESTEIN” CONTRIBUÌ INVECE A POPOLARIZZARE IN QUALCHE MODO LA SCIENZA, seppure fornendone una visione assai romanzata e ovviamente fantascientifica. Inoltre IL LIBRO DELLA SHELLEY POSE PER PRIMO QUESTIONI TUTTORA ATTUALISSIME: LA SCIENZA DEVE AVERE DEI LIMITI? QUALI SONO I RAPPORTI TRA SCIENZA E MORALE? O TRA SCIENZA E RELIGIONE? Clonare essere umani o costruire robot intelligenti sono prospettive ogni giorno più concrete e non è assolutamente chiaro come le affronteremo. In fondo TUTTO SI RIDUCE ALLA DOMANDA PIÙ GRANDE DI TUTTE: COS’È LA VITA? E alla fantasia che ci ha accompagnato sin dall’alba dei tempi: SCONFIGGERE LA MORTE. RINASCERE, RIPORTARE ALLA VITA CIÒ CHE ERA MORTO È IL PIÙ GRANDE ED ASSOLUTO MISTERO E LA PIÙ PROFONDA ASPIRAZIONE DEGLI ESSERI UMANI. E, forse, per la prima volta nella storia, quest’ambizione si presentò non più come un impossibile sogno, ma come una possibilità, quella sera bolognese di tempesta, quando Luigi Galvani e la moglie videro danzare, sulla loro terrazza, le zampette di una rana….
GIAN PIETRO "JUMPI" MISCIONE          


martedì 6 agosto 2013

Alessandro Magno incontrò Diogene, che era un mendicante nudo, possedeva solo una lampada – quella era la sua unica proprietà – che teneva accesa perfino di giorno. Ovviamente si comportava in modo strano e anche Alessandro dovette chiedergli: “Perchè tieni accesa questa lampada durante il giorno?” Lui alzò la lampada, guardò Alessandro in viso e disse: “Giorno e notte, cerco un vero uomo…e non lo trovo.”




ALESSANDRO MAGNO
Aveva una maledetta fretta, Alessandro il macedone, di arrivare lontano, più lontano che si poteva. Come se fosse in qualche modo consapevole che il tempo a sua disposizione era poco, molto poco. Ed infatti fece tutto in una decina d’anni: organizzò la falange macedone, che già suo padre Filippo II aveva strutturato ed usato con profitto contro i greci, la rese uno strumento militare irresistibile, e partì alla conquista del mondo. E nulla gli resistette, e nessuno, e solo la stanchezza dei suoi soldati lo costrinse a fermarsi. Era arrivato sulle rive del fiume Indo, ma lì ci fu un mezzo ammutinamento delle truppe, e dovette lasciar stare. Arrivato nella regione che oggi chiamiamo Afganistan, dovette affrontare i problemi che hanno molti secoli dopo inguaiato prima i russi e poi gli americani. Lui pensò di risolvere la questione, sposando la principessa locale Rossane, e costringendo un certo numero di suoi ufficiali a darsi una moglie afgana: la soluzione era la fusione dei due popoli. Ma lungo il suo cammino forsennato aveva seminato mogli figli e città, chiamate Alessandria (era un modesto il nostro) la più famosa delle quali è Alessandria d’Egitto. Nell’opera di fondazione si avvalse dei principi architettonici ed urbanistici adottati da Ippodamo di Mileto, quando un secolo e mezzo prima ricostruì la sua città, che era stata distrutta dai persiani all’inizio delle guerre persiane (499 a.C.). e l’aveva fatto per la prima volta nella storia servendosi di un piano regolatore, studiato a tavolino e disegnato su carta: l’urbanistica diveniva quasi una scienza.
Suo padre, Filippo II, era re della Macedonia, una regione greca che i greci non sentivano nemmeno tanto greca, lassù nel nord alla periferia del mondo che contava. Ma i greci dovettero subire la conquista di Filippo, nonostante la sorda e tenace opposizione dell’oratore ateniese Demostene. Aveva una tibia più corta dell’altra, e questo ha consentito pochi anni fa di attribuirgli una tomba ritrovata a Vergina, nel nord della Grecia: nel ricco corredo funebre c’erano anche due schinieri (nel calcio si chiamerebbero parastinchi), ed uno è più corto dell’altro. Filippo aveva sposato Olimpiade, una principessa dei molossi (Epiro, Albania), sorella maggiore del re dei molossi Alessandro I. Questi sposò Cleopatra, sorella del giovane Alessandro futuro Magno, così che Alessandro il molosso era nello stesso tempo zio e cognato del futuro Magno. [...]
Ma da dove nasce l’idea nella testa di Alessandro di conquistare il mondo? Schematicamente:
1. La sua ambizione sfrenata. Si dice che dormisse con la testa appoggiata all’Iliade, il poema di Omero, che cantava la gloria di Achille, di cui Alessandro voleva apparire emulo. Nel suo folle volo si fece accompagnare da storiografi, pittori (Apelle) e scultori (Lisippo), destinati a magnificare le sue epiche gesta. [...]
2. L’oratore Isocrate. In occasione dei giochi atletici di Olimpia si svolgevano anche veri e propri festival di oratoria, con premi e gloria. In una tale circostanza Isocrate presentò il suo Panegirico, orazione di elogio di Sparta (milizia) e di Atene (cultura e civiltà). Vi si sosteneva la superiorità della civiltà greca rispetto alle altre, specie quella persiana. Da ciò derivava ai greci il diritto di conquistare ed assimilare i popoli inferiori, ed il dovere di innalzarli ai loro livelli di civiltà. Insomma allora per la prima volta trovò sistemazione ideologica il pensiero dei diversi livelli tra le civiltà, che ha messo radici profonde in Europa, e spesso è stato un fasullo argomento del diritto/dovere degli europei e degli occidentali a portare civiltà e democrazia altrove. Poi magari s’è rubacchiato un po’, ma insomma ci devono sempre ringraziare! Così Alessandro “portò” la civiltà in Persia, con corredo di morti distruzione e delizie varie, tipiche di tutte le guerre. Ed Isocrate nella circostanza fu solo il brillante interprete di un sentimento diffuso in Grecia.
3. All’inizio del IV secolo a.C. la Persia fu travagliata da una grave crisi dinastica. Il legittimo re, Artaserse, dovette fronteggiare per un paio di volte delle trame eversive ad opera di suo fratello minore, Ciro il giovane, chissà perché preferito dalla loro madre. Scoprì la prima ed arrestò il fratello, che si salvò ottenendo il perdono grazie alla madre. Per tutto ringraziamento ci riprovò, organizzando un contingente armato, in cui erano arruolati anche diecimila mercenari greci. Ci fu la battaglia (Cunassa), nella quale il giovane Ciro morì. Che fare con questi diecimila greci armati? Artaserse convocò i capi del contingente, per venire ad un accordo, e li ammazzò tutti. I greci, rimasti senza capi ed in un territorio nemico ostile e sconosciuto, scelsero come loro guida lo storiografo Senofonte, anch’egli della partita: nei momenti difficili gli intellettuali e la cultura non fanno più storcere il nasino, ma se ne riconosce il ruolo di guida. In tempi normali o ritenuti tali, ma di profonda crisi, ci si affida a Maria De Filippi, tanto per fare un nome, o all’Uomo Della Provvidenza, che affossa ancor più gli incauti cittadini. E Senofonte con un’epica marcia, descritta nel suo libro intitolato “Anabasi” (=Ritorno), li riportò in patria. Cosa c’entra questo fatto? C’entra, perché i mercenari greci poterono muoversi con relativa libertà nel territorio del (presunto) potente impero persiano, dimostrandone l’intima fragilità. Qualche tempo dopo, un re spartano, Agesilao, si mosse da padrone nel territorio persiano, confermando nei greci la convinzione che la Persia fosse ormai un frutto maturo, e bastasse solo coglierlo. Ed Alessandro lo colse. Gli ci vollero tre battaglie condotte alla grande (Granico, Gaugamela, Isso), eliminò il re nemico Dario III e ne catturò l’intera famiglia, trattandola però in modo principesco.
In ogni territorio appena conquistato Alessandro insediò un suo luogotenente, ed andava avanti, con il disegno di riprenderseli tutti, una volta finita l’azione di conquista. Ma nel 323 morì molto giovane (malaria?), ed i suoi luogotenenti (detti Diadochi) si tennero i territori di competenza, fondando delle vere e proprie dinastie (regni ellenistici), in continua guerra tra loro per sopraffarsi, ottenendo solo un effetto di indebolimento, che consentì ai romani di papparseli tutti con relativa facilità
Divenne un esercizio di scuola, quasi, per i romani dibattere se in un ipotetico scontro tra romani ed Alessandro avrebbe vinto lui o i romani stessi. Ed arrivarono a definire l’ipotesi secondo me giusta: Alessandro era indispensabile per la sua creatura, mentre il popolo romano poteva prescindere dai suoi grandi condottieri, perché la sua forza stava nelle istituzioni ed in un popolo che condivideva nel profondo il progetto di ingrandimento della città nel mondo.
Cosa restò di Alessandro? Intanto il progetto di impero universale, ripreso e reso reale dai romani. E poi la diffusione della cultura greca in tutto il bacino mediterraneo, civiltà che noi denominiamo ellenistica, primo esempio di globalizzazione economica e culturale della Storia; e la città di Alessandria, autentico centro motore della cultura mediterranea. Ad Alessandria si seguì il piano regolatore per la sua fondazione; ad Alessandria si costituì la prima biblioteca pubblica della nostra storia, intesa non come polveroso deposito di libri, ma cuore pulsante per la conservazione valorizzazione delle opere antiche e la creazione di nuove; ad Alessandria la cultura prese la via delle specializzazioni e dello sviluppo scientifico; ad Alessandria si costruì il primo odeon, edificio per la musica; ad Alessandria la cultura da orale, che era sempre stata, divenne scritta, nel senso che la diffusione avviene attraverso uno strumento non nuovo, il libro, ma concepito in modo nuovo, come oggetto di cui appropriarsi, leggere e gustare a casa (ma era roba da ricchi: però il principio, ogni principio, una volta affermato, può avere sviluppi impensati), con nascita e sviluppo di un altro genere di attività economica, l’editoria. All’imboccatura del porto di Alessandria c’è un’isoletta, e su quell’isoletta costruirono la prima lanterna marittima della storia, che fece da modello in seguito a tutti i porti, per l’aiuto alla navigazione notturna. Dimenticavo: quell’isola si chiama FARO.
Un suggerimento: leggersi la poesia di Pascoli ALEXANDROS.



Est contro Ovest.
Due eserciti si ritrovarono per decidere le sorti del mondo allora conosciuto: da una parte i macedoni di Alessandro, dall'altra un orda sconfinata capeggiata dal Re dei re Dario di Persia.
Con un capolavoro tattico il condottiero macedone riuscì ad ovviare la soverchiante superiorità numerica persiana: lasciata la sinistra dello schieramento a Parmenione con il compito di trattenere la destra persiana, Alessandro con la sua destra allungò la sinistra nemica per evitare l'accerchiamento.
A un segnale convenuto si sganciò dallo schieramento per sfruttare il buco che si era creato tra il centro e la sinistra persiana. Il suo obbiettivo era Dario in persona.
Formò quindi una freccia, del quale lui stesso era la punta e si lanciò coraggiosamente verso la retroguardia persiana, dove stava il re. Fu un successo totale.
Dario fuggì intimorito, e presto tutte le altre truppe fecero altrettanto.
L'inseguimento fu impedito solamente dalla difficile situazione di Parmenione, al quale Alessandro dovette dare il suo aiuto. Nulla toglieva comunque a una battaglia che decise le sorti del mondo.
Alessandro, a soli 25 anni, divenne così il signore del 90% delle terre allora conosciute. #renovatioimperii



RITRATTI: ALESSANDRO MAGNO
Nato a Pella nel 356 a.C. da Filippo II, re macedone, e Olimpiade, fu educato dal filosofo Aristotele, che gli insegnò la medicina, la scienza, l'arte e il greco. Salì al trono nel 336 a.C. e durante il suo regno, conquistò l'intero impero persiano, giungendo fino all'India e ai confini della Cina. Tra le battaglie che combatté le più famose furono Granico, Isso, Gaugamela. Il suo successo militare fu reso possibile dalla falange macedone, dalla sua straordinaria intelligenza militare e dal forte ascendente che aveva sui soldati, a fianco dei quali combatteva, senza sottrarsi alle asprezze della guerra. Morì nel 323 a.C. (tre anni dopo l'amato cavallo Bucefalo) a Babilonia, forse per una pancreatite acuta dovuta alle eccessive libagioni di quel giorno, ma fu sepolto ad Alessandria, città fatta costruire da lui stesso. La sua tomba fu visitata da Augusto, che, dopo aver posto una corona d'oro e dei fiori sopra il corpo del macedone, si rifiutò di vedere anche la salma di Tolomeo, dicendo che desiderava vedere un re, non dei cadaveri. D'aspetto era tarchiato, aveva una voce aspra, capelli crespi e occhi di colore diverso. Inoltre aveva poca barba, segno di virilità a quei tempi: perciò introdusse l'usanza di radersi, a cui costrinse i suoi dignitari per non sfigurare tra loro. Il suo mito, alimentato anche dalla capacità di Alessandro di farsi propaganda, viaggiò attraverso i secoli fino a noi: è l'unico personaggio antico che Warhol abbia ritratto e
persino gli Iron Maiden, nel 1986, gli dedicarono la canzone Alexander the Great, che inizia con le leggendarie parole del padre Filippo II: "My son, ask for thyself another kingdom,
for that which I leave is too small for thee". Potenza del mito!

https://youtu.be/fd5T2xX95Os

Straordinaria sequenza tratta dal capolavoro di Oliver Stone,
in cui Alessandro Magno viene colpito e cade dal suo cavallo Bucefalo.





https://youtu.be/OGL_L0fok10












Alessandro nacque nel 356 a.C.
Figlio di re Filippo di Macedonia, famoso per essere un grande stratega, bevitore, festaiolo e donnaiolo tutto contemporaneamente e di Olimpia, una madre che era tutto un programma, crebbe felice e libero di fare sempre quello che voleva cercando di non sfidare troppo le ossessioni della mamma che lo tormentarono sin da piccolo.
Olimpia era bellissima, intelligente, ovviamente principessa, un’invasata con i riti Dionisiaci, danze, preghiere e oracoli dalla mattina alla sera fino a portarsi a letto serpenti ammaestrati. Pure lei sempre tutto contemporaneamente.

In pratica il piccolo Alessandro aveva due genitori che erano tranquilli solo quando dormivano.
Anzi no.

La bella mamma, un giorno, andò dicendo che durante una notte fu colpita da un fulmine mandato da Ammone trasformatosi poi in serpente, tanto per rimanere in tema di animali domestici preferiti, e con lei concepì proprio Alessandro.

Dopo quella storia, Filippo si guardò bene dal frequentare ancora la moglie e se ne cercò un’altra meno pericolosa e un po’ più normale. Quando Alessandro iniziò a diventare grandino e ogni tanto si comportava da invasato, si convinse che suo figlio qualcosa di divino forse ce lo aveva sul serio.

Due genitori che non erano proprio un modello di normalità e di equilibrio, miracolosamente, non si capisce come, gli diedero come maestro nientepopodimeno che Aristotele.

Diciamocelo pure, senza dubbio Alessandro aveva del talento tutto suo, riuscire ad emergere in una famiglia del genere bisognava essere bravi per forza.

Aristotele avrà fatto il resto.

A complicare una giovane personalità in crescita e che non fece che rafforzare le manie del ragazzino, ci fu la lontana discendenza bis-bis centenaria di Olimpia, che si diceva nipote di Achille.

Già a 15 anni dichiarava che alle Olimpiadi, lui che era velocissimo a correre, non ci sarebbe andato a meno che gli altri concorrenti non fossero stati tutti dei re.

Era tanto sicuro delle sue capacità che iniziò a lamentarsi che il padre non faceva altro che conquistare popoli e terre a destra e a manca senza così lasciare a lui niente da fare quando avrebbe ereditato il regno.

Ma alla fine lo ereditò.

Aveva 20 anni.
E adesso che si fa? pensò aggrottando le sopracciglia.
Sellò Bucefalo.

Dopo aver sistemato i territori della Grecia con alle spalle un regno piuttosto stabile si dedicò anima e corpo al suo sogno e alla sua cavalcata ventre a terra verso deserti sconosciuti.

Spinto da oracoli che lo favorivano e che lo volevano il conquistatore del mondo si fermò a Troia sulla tomba di Achille e tutto nudo le corse intorno osannando le sue gesta.

L’esercito lo guardò dall’alto della collina, pensando certamente che la testa non ce l’avesse proprio a posto, ma fino ad allora le sue vittorie lampo e la fuga di Dario davanti al loro esercito dovevano essere un segno che gli dei lo amavano nonostante fosse così strampalato.

Finita la sceneggiata galoppò verso sud, arrivò in Egitto, pregò il suo papà divino Ammone, gli costruì un tempio più grande, fondò Alessandria e ripartì.

Ogni tanto cambiava cavallo perché Bucefalo invecchiava più velocemente di lui perciò preferiva usarlo solo in battaglia.

Una volta gli fu rubato.

Con una divinità per capello minacciò l’ambasciatore che era venuto a chiedergli il riscatto, che se non glielo riportava nel giro di due minuti, avrebbe sellato un altro cavallo, sarebbe andato a casa sua, avrebbe ucciso tutta quanta la sua famiglia, nonne e nonni compresi e già che c’era avrebbe raso al suolo tutto il villaggio.

Bucefalo gli fu restituito in un nanosecondo insieme alle chiavi del villaggio

Arrivarono fino in Pakistan. In dieci anni conquistò tutto quello che ebbe davanti. Fondò una decina di altre Alessandrie e anche una Bucefalia quando il suo amato destriero decise di lasciarlo a piedi.

Si svegliava la mattina, guardava l’orizzonte e diceva:

Voglio andare là.

Là dove?

Non lo sapeva neanche lui.

Lui partiva per seguire il suo sogno, non l’impresa.

E tutti quanti dietro.

Vinceva sempre.

Non mandava neanche degli esploratori a controllare cosa celasse quell’orizzonte. Ci andava lui direttamente. Perché se incontrava da solo qualcuno con cui menar le mani o farsi una corsetta per vedere chi era più veloce, si divertiva di più.

Le ricchezze di quei popoli lo resero un Creso, l’esercito era sempre più rimpinzato di bottini e lui era visto come un dio.

Un giorno però si stufò di sentirselo dire, che la smettessero di ripeterlo accidenti!! Lui era un uomo non un dio!! Si ferì pure il braccio per far vedere che nelle vene aveva sangue e non linfa divina.

Barlume di senno? non si sa…

Massacrò con ferocia chi osava oltraggiare la sua Grecia. Distrusse e rase al suolo Persepoli perché i suoi regnanti avevano torturato e ucciso dieci prigionieri greci. Il suo popolo non si toccava. Non c’erano processi, ma sentenze immediate.

E se qualcuno dei suoi amici si azzardava a dirgli che così non si faceva, lui di tutta risposta si rinchiudeva nella sua tenda, da solo, per tre giorni senza mangiare e senza parlare con nessuno tenendo il muso.

Vi ricorda qualcuno?

(Achille e il suo broncio sotto le mura di Troia).

Onestamente affascinato dai popoli orientali comunque cercò sempre di integrarsi e di fare in modo che il suo esercito e la sua gente facesse lo stesso. Era convinto che la grecità fosse superiore ma non disdegnava l’idea che si mescolasse con quella orientale. Sposò una donna persiana per dimostrarlo e rimase affascinato da come alcuni sacerdoti con la sola forza del pensiero si suicidarono sedendosi su una pira in fiamme senza proferire un suono.

Si può immaginare la sua espressione nell’osservare una tale scena. Quale dio che lui non conosceva e con cui non aveva mai parlato poteva mai dar loro una tale forza?

Andava incontro alla morte senza farsene una preoccupazione, si riteneva invincibile.

Non solo in battaglia dove era sempre in prima fila, ma anche nella sua tenda non se ne curò affatto, quando malato da giorni e quasi in fin di vita, nessun medico osò curarlo perché la paura di essere poi messi a morte se non sopravviveva era troppo grande.

Lui era sicuro che non sarebbe morto, ma alla fine il suo medico personale e amico, osò farsi avanti perché in fondo gli voleva bene, nonostante il giorno prima ad Alessandro fu recapitata una lettera che diceva che il medico era in realtà un traditore e che lo avrebbe avvelenato.

Arrivato il medico, Alessandro gli diede la lettera e mentre quello la leggeva a voce alta, lui beveva dalla coppa che gli aveva appena dato. Una scena da teatro.

“Tu leggi pure, io bevo” gli disse.

Ma un giorno l’esercitò si stancò.

Arrivati in India quando Alessandro si alzò, guardò fuori dalla tenda, puntò il dito all’orizzonte e disse:

Andiamo là!

Gli risposero:

Vacci da solo.

Un esercito che fu ammaliato per un decennio da quel ragazzino con un carisma inarrestabile, che nelle battaglie si inventava stratagemmi incredibili per ingannare il nemico molto superiore a lui, era arrivato alla frutta.

Una notte in riva all’Eufrate fece sbattere a tutti quanti e per tutta la notte pentole, padelle e spade così da far credere all’esercito nemico, che era sull’altra sponda, che li avrebbero attaccati proprio con il favore del buio. Quelli ci cascarono e scapparono.

Nonostante questo genio militare quell’esercito decise di abbandonarlo al suo sogno.

Loro erano stufi. Iniziarono i complotti per eliminarlo. Tornati a Babilonia, Alessandro morì dopo alcuni giorni di agonia, forse avvelenato, forse malato, forse per i troppi bagordi dell’ultima festa. Non si sa.

Ma fino all’ultimo il suo fascino catturò le persone intorno al suo letto, che avidi di sapere a chi lasciava tutto quel ben di dio lui rispose:

“Al migliore” e subito dopo morì,  a 32 anni, senza dire chi fosse.

Marameo
https://verbavolantmonumentamanent.com/2016/03/03/alessandro-magno-ci-era-o-ci-faceva/



Alessandro il Grande incontra Diogene il Cinico.
E' un episodio che oggi viene ricordato da tutti i greci per la particolarità che ebbe al tempo in cui si verificò. Non è necessario studiare la storia per conoscere questo evento, viene tramandato nei racconti in famiglia. Alessandro rappresenta l'apice del potere e della ricchezza, Diogene il rifiuto di tutto ciò e la scelta di vivere una vita di stenti.
Era il 336 a.C, Alessandro viene inviato dal Padre Filippo a Korinto per chiedere il sostegno delle altre città greche contro la minaccia persiana. Viene a sapere che in città si trova Diogene, il massimo rappresentate della Filosofia Cinica, che vive nella massima povertà dormendo dentro una botte. Alessandro pensava si al potere, ma era anche affascinato dalla Storia e dalla Filosofia.
Si diceva che dormisse con l'Iliade sotto il cuscino e ogni volta che incontrava un personaggio particolare voleva conoscerlo (del resto ebbe Aristotele come maestro).
Diogene si trovava a Korinto perchè era stato pedagogo presso una famiglia aristocratica e quando il padrone gli diede la libertà rimase a Korinto insegnando per le strade.
La fama di Diogene era giunta ad Alessandro in Macedonia, durante la sua formazione scolastica, e appena arrivò a Korinto la prima cosa che fece (anteponendole agli impegni politici) fu chiedere di incontrare Diogene. Mandò quindi un soldato:

"O Vasilià" Alessandro chiede di vederti."
la risposta di Diogene fu:
"Io non voglio vederlo. Se è lui a volerlo che venga qui."
Alessandro non fece una piega e si recò da lui:
«Είμαι ο Άρχων Αλέξανδρος» (Ime o Archoon Alècsandros)
«Και ΄γώ είμαι ο Διογένης ο Κύων» (Ke Egò ime o Dioghènis o Kìoon) (Io sono Diogene il Cane - così venivano detti i cinici per il loro modo di vivere)
Alessandro fu infastidito dalle parole del Filosofo:
«Δεν με φοβάσαι;» (Den me fovàse?) (Non hai paura di me?)
Diogene rispose:
«Και τί είσαι; Καλό ή κακό;» (Ke ti ise? kalò ì Kakò) (Cosa sei? Buono o Cattivo?)
Alessandro non poteva dire di essere cattivo, ma neanche di essere buono perchè un Vasilià deve essere temuto. Fuggì la domanda e rispose:
«Τί χάρη θές να σου κάνω;» (Ti chàri thès na su kàno) (Che favore vuoi che ti faccia?)
Diogene rispose:
«Αποσκότησων με» (Aposkòtison me) (Smettila di farmi ombra)
ovvero
«Σταμάτα να μου κρύβεις τον ήλιο» (Stamatà na mu krìvis ton Ilio)
(Smettila di nascondermi il Sole)
La base della filosofia cinica sta infatti nel pensare che tutto ciò di cui ha bisogno l'uomo è la visione e il calore del Sole, nessuna ricchezza è necessaria.
Alessandro che non era uno sprovveduto capì cosa volesse dire Diogene e ne fu ancora più impressionato.
Si intrattenne con lui in una lunga conversazione chiedendo consigli su come avesse potuto regnare rettamente sulla Grecia.
Tra i vari consigli Diogene gli disse:
<<ένας βασιλέας είναι ωφέλιμος στο λαό>>
Un Vasilià (re) deve giovare al popolo.
Se anche conquistassi il mondo intero ma il popolo non ne trarrebbe giovamenti, non saresti un buon re.
Alla fine della conversazione Alessandro disse:
«Αν δεν ήμουν Αλέξανδρος θα ήθελα να ήμουν Διογένης»
(An den ìmun Alècsandros tha ìthela na ìmun Dioghènis)
Se non fossi Alessandro, vorrei essere Diogene
Da allora il legame tra i due fu talmente forte che il giorno in cui Alessandro all'età di 33 anni lasciava questo mondo a Babilonia, morì anche Diogene a Korintho.


La folla è madre dei tiranni
Diogene di Sinope.

Non si ha idea di quanto un uomo debba perdere per avere il coraggio di sfidare tutte le convenzioni, non si ha idea di quanto abbia perduto Diogene per diventare l'uomo che si è permesso tutto, che ha tradotto in azione i suoi pensieri più intimi con un'insolenza soprannaturale, come potrebbe fare un dio della conoscenza libidinoso e puro allo stesso tempo. Nessuno è stato più franco; caso limite di sincerità e lucidità, come pure esempio di quello che potremmo essere noi se l'educazione e l'ipocrisia non raffrenassero i nostri desideri e i nostri gesti. "Un giorno un uomo lo fece entrare in una casa riccamente arredata e gli disse: - mi raccomando non sputare per terra -. Diogene, che aveva voglia di sputare, gli lanciò uno sputo in faccia, gridandogli che quello era l'unico posto sporco che avesse trovato e dove potesse farlo".
Emil Cioran. Sommario di decomposizione


Un giorno mentre Diogene stava mangiando un piatto di lenticchie, si avvicinò Aristippe, di cui l'esistenza era più che confortevole perché adorava il re, e le disse : "Se tu avessi imparato a prosternarti davanti al re non saresti costretto a mangiare quelle orrende lenticchie". "Ma, rispose Diogene, se tu avessi imparato a mangiare queste orrende lenticchie non saresti costretto ad adorare il re"


Alessandro Magno incontrò Diogene, che era un mendicante nudo, possedeva solo una lampada – quella era la sua unica proprietà – che teneva accesa perfino di giorno. Ovviamente si comportava in modo strano e anche Alessandro dovette chiedergli: “Perchè tieni accesa questa lampada durante il giorno?” Lui alzò la lampada, guardò Alessandro in viso e disse: “Giorno e notte, cerco un vero uomo…e non lo trovo.” Alessandro rimase sconvolto: un mendicante nudo osava dire a lui, il conquistatore del mondo, una cosa simile. Ma poté vedere che Diogene era avvolto in una rara munificenza, pur nella sua nudità. I suoi occhi erano così silenziosi, il suo volto era così in pace, le sue parole avevano una tale autorità, la sua presenza era così quieta e calma e rilassante che, sebbene Alessandro si sentisse insultato, non poté reagire. La presenza di quell’uomo era così travolgente, che perfino Alessandro sembrava un mendicante al suo fianco. E nel suo diario scrisse: “Per la prima volta ho sentito che la ricchezza è qualcos’altro, del tutto diverso dall’avere denaro. Ho incontrato un uomo ricco.”

A mio padre devo la vita, al mio maestro una vita che vale la pena essere vissuta.
Alessandro Magno





la Scuola di Atene di Raffaello. (1509-1511)
<<Cinquantotto personaggi variamente raggruppati animano uno degli spettacoli più belli prodotti dall’arte rinascimentale, la Scuola di Atene di Raffaello.
La scena, simmetrica e fluttuante allo stesso tempo, prende vita con un andamento corale da tragedia greca. E il tutto all’insegna del doppio. Due sono i protagonisti, Platone e Aristotele, cui  sono regalati l’onore della posizione centrale, del convergere delle linee di fuga. Due i gruppi che sigillano, a destra e a sinistra, la base dell’affresco. Due i personaggi che, in primo piano ostentano tutto il loro imbronciato isolamento. Due le ali di filosofi che sciamano ondeggiando attorno alle figure centrali. Infine due i numi tutelari che, dalla loro fissità marmorea, legittimano quanto ai loro piedi sta avvenendo: il brulicare del pensiero nel suo farsi.>>
(A.Fiegna)

<<La lettura dovrebbe avvenire da sinistra a destra. La direzione non è casuale ma suggerita da Raffaello stesso attraverso una serie di indizi. Per esempio, gli unici personaggi sicuramente identificabili si presentano in ordine cronologico da sinistra a destra. Diogene, semisdraiato sui gradini e figura isolata, indica il rifiuto di salire i “gradini della conoscenza”. Diogene (V-IV sec.) infatti, fu definito da Platone un “Socrate impazzito”. E' un “anarchico”. : segue la legge di natura piuttosto che il percorso teorico indicato da Platone e Aristotele. Tante sono le interpretazioni dell'opera, ma su una cosa tutti convengono e cioè il soggetto: la filosofia. L’affresco “resiste con successo ai nostri più energici sforzi di interpretarlo una volta per tutte: in fondo tutto ciò che possiamo leggervi è la sua stessa impenetrabilità. Ed è proprio questa la ragione per cui non smette mai di affascinarci” (G.W.Most)

(Glenn W. Most, Leggere Raffaello – La Scuola di Atene e il suo pre-testo– Einaudi 2001
Reinhard Brandt, Filosofia nella pittura– Mondadori 2003
Giovanni Reale, La Scuola di Atene di Raffaello– Bompiani 2005)





Gimnosofistao ginnosofista, termine con cui gli scrittori greci designavano gli asceti indiani che vivevano nudi nei boschi, cibandosi solo di erbe e di frutti
¶ Dal gr. ghymnosophistái pl., comp. di ghymno- ‘gimno-’ e sophist ¢s ‘sapiente’; propr. ‘sapiente nudo’.
http://www.sapere.it/sapere/dizionari/dizionari/Italiano/G/GI/gimnosofista.html


Gimnosofista (o ginnosofista) s. m. [dal gr. Γυνμνοσοϕισταί (plur.), lat. Gymnosophistae] (pl. -i). – Denominazione usata dagli antichi Greci per indicare, con allusione sia all’unione di sapienza e dottrina sia all’esercizio di pratiche ascetiche che comportavano una nudità totale o parziale, gli asceti e i mistici indiani di cui vennero a conoscenza dall’epoca della spedizione di Alessandro Magno (sec. 4° a. C.).
www.treccani.it/vocabolario/gimnosofista/



Il colloquio fra Alessandro Magno e i Gimnosofisti: analisi e prospettive
di Cristiano Dognini

"Il noto colloquio fra Alessandro Magno e i dieci gimnosofisti indiani, incontrati durante la campagna militare in Oriente, ha suscitato numerose riprese e citazioni nelle letterature di tutto il mondo1, senza però consentire agli studiosi moderni di sciogliere alcune perplessità che il colloquio genera. Il termine gimnosofisti   con cui vengono normalmente designati i filosofi indiani, è molto significativo: LA NUDITÀ IN INDIA È SPESSO CONGIUNTA CON L'ASCETISMO E CON L'IDENTIFICAZIONE DELL'UOMO COL DIVINO. [...] La nostra ricerca non pretende certo di risolvere tutti i problemi legati ai gimnosofìsti, ma soltanto analizzare le più antiche testimonianze del loro colloquio col Macedone, per verificare la presenza di autentiche dottrine indiane nelle risposte dei dieci asceti.

Le due versioni più antiche sono quelle riportate da Plutarco Vita di Alessandro 64 e dal papiro di Berlino 13044.

Secondo Plutarco Alex. 64. 1 
Alessandro aveva fatto arrestare dieci gimnosofìsti. accusati di sedizione a seguito della rivolta del re Sambhu, e aveva deciso di condannare a morte il primo di costoro che non avesse risposto correttamente alle sue domande, secondo il giudizio del più anziano tra loro.

Plutarco Alex. 64. 2-12. 
continua cosi: 
"Al primo fu chiesto se a suo giudizio erano più numerosi i vivi o i morti; rispose: 
«I vivi, perché i morti non ci sono più». 
Al secondo fu chiesto se dà vita ad animali più grossi il mare o la terra; rispose: «La terra, perché anche il mare è parte d'essa». 
Chiese al terzo qual è l'animale più astuto. Rispose: «Quel che l'uomo non ha ancora conosciuto». Al quarto chiese per quale ragione avesse indotto Sabba alla rivolta; rispose: «Perché volevo che vivesse nobilmente o nobilmente morisse». 
Al quinto fu chiesto se pensava che fosse stato prima il giorno o la notte: «Il giorno» disse «e precede d'un giorno». Il re rimase stupito, ed egli aggiunse: «È logico che per domande impossibili ci siano risposte impossibili». 
Passato al sesto, Alessandro chiese come uno possa farsi amare in sommo grado: 
«Se è potentissimo, ma non ispira timore», disse. 
Tra gli ultimi tre, quello interrogato su come uno da uomo potrebbe diventare dio, rispose: «Se fa quanto non è possibile che un uomo faccia». 
All'altro fu chiesto se è più forte la vita o la morte; rispose che la vita é più forte, perché sa sopportare cosi grandi mali; 
l'ultimo poi, cui chiese fin quando è bene che l'uomo viva, rispose: «Fino a quando non ritiene che l'essere morto sia meglio del vivere». 
Alla fine si volse al giudice e lo invitò ad emanare il verdetto. 
Egli disse che avevano dato tutti una risposta che era l'una peggiore dell'altra, «Allora» disse Alessandro «tu morrai per primo, per questo giudizio». «No, o re.» ribatté l'altro «a meno che tu non avessi mentito quando dicesti che avresti messo a morte per primo colui che avesse risposto peggio»". 

Alla fine Alessandro congeda i sofisti con ricchi doni e concede loro salva la vita.
Il papiro 13044 del Berliner Museum, risalente al 100 a.C. circa e diviso in sei colonne, di cui la prima è pressoché illeggibile, tramanda la più antica versione delle dieci domande ai gimnosofìsti. 
Il papiro5, un pò frammentario, inizia già con l'asserzione che solo il giudice, posto che giudichi rettamente, potrà vivere, mentre gli altri saranno giustiziati. [...]

http://www2.lingue.unibo.it/studi%20indo-mediterranei/QSIM%201.pdf






Sam Harris. La diffusione della nostra capacità di autodistruzione procede a ritmi di efficienza tipici del XXI secolo, eppure le convinzioni su come vivere la nostra vita di tutti i giorni si basano ancora sui testi antichi. Questo connubio tra tecnologia moderna e superstizione primordiale è nocivo, per ragioni che ormai non dovrei nemmen più specificare né, tantomeno, rimarcare



La diffusione della nostra capacità di autodistruzione procede a ritmi di efficienza tipici del XXI secolo, eppure le convinzioni su come vivere la nostra vita di tutti i giorni si basano ancora sui testi antichi. Questo connubio tra tecnologia moderna e superstizione primordiale è nocivo, per ragioni che ormai non dovrei nemmen più specificare né, tantomeno, rimarcare.
Sam Harris


I nemici di Dio sono più onesti dei suoi amici

di Sam Harris (traduzione a cura di Marco Bortolato)
Bene o male, sono in parte responsabile di aver fatto diventare il termine “ateismo” un argomento di conversazione. In un certo senso è ironico, visto che è un termine che non amo e non uso. Nel mio libroLa fine della fede, per esempio, non mi sono mai definito ateo, e tuttavia questo libro è il mio contributo più sostanziale al dibattito sull’ateismo.
Come ho rimarcato nel mio successivo libro Lettera a una nazione cristiana, non abbiamo un termine per definire chi rifiuta l’astrologia, né ne abbiamo bisogno. Se legioni di astrologi cercassero di modellare la vita pubblica secondo la loro pseudo-scienza, non avremmo certo bisogno di definirci “non-astrologi” per rimetterli in riga. Basterebbero infatti parole come “ragione”, “evidenza” e “buon senso”. Le stesse considerazioni dovrebbero valere per la religione. Tuttavia, visto che ci sono cose ben più importanti per credenti e non, non è opportuno cavillare eccessivamente sulle definizioni. Nonostante le mie perplessità a riconoscermi nella definizione di ateo, considero assolutamente ingiustificato lo stigma che a tale termine s’accompagna. Esso è, senza dubbio, il risultato di una serie di vuote e untuose asserzioni spacciate ai fedeli per argomenti. Basta limitarsi ad alcune delle risposte alle domande di questa settimana per averne strabilianti riscontri.
Alla domanda se gli atei e i credenti possano avere “una conversazione produttiva”, sono abbastanza sicuro che la risposta sia “sì”. Tuttavia, non sono altrettanto sicuro che tale conversazione potrebbe rivelarsi produttiva in tempi abbastanza brevi da impedire l’insorgere nella nostra società di orrori da troglodita. Anche la diffusione della nostra capacità di autodistruzione procede a ritmi di efficienza tipici del XXI secolo, eppure le convinzioni su come vivere la nostra vita di tutti i giorni si basano ancora sui testi antichi. Questo connubio tra tecnologia moderna e superstizione primordiale è nocivo, per ragioni che ormai non dovrei nemmen più specificare né, tantomeno, rimarcare. Tuttavia, difendere tali ragioni è stata la mia principale occupazione fin dall’11 settembre 2001, quando 19 uomini pii hanno mostrato alla nostra pia nazione proprio i beneficî delle certezze religiose.
Avendo speso gli ultimi anni a criticare pubblicamente la religione, sono ormai uso ai modi con cui i fedeli reagiscono a difesa di Dio. Da quanto ho visto, non vi sono poi moltissimi modi; mi sembra anzi che ce ne siano appena tre: affermare la verità di una determinata religione; affermarne l’utilità; più semplicemente, accusare l’ateismo di intolleranza, élitarietà, irrazionalismo o additarlo comunque a disprezzo. Ogni conversazione tra atei e credenti va a finire prima o poi su uno di tali binari o, alla meglio, altalena tra l’uno o l’altro di essi:
  • La religione è vera. Affermare che una qualsiasi delle religioni del mondo sia vera implica due problemi: il primo è che – come Bertrand Russell affermava un secolo fa – le principali religioni fanno affermazioni inconciliabili sia su Dio sia su cosa gli esseri umani dovrebbero credere per sfuggire alle fiamme dell’inferno. Data l’ovvia diversità di queste affermazioni, ogni credente dovrebbe aspettarsi la dannazione su basi puramente probabilistiche; il secondo problema insito in ogni asserzione a favore della verità della religione è che le prove a favore delle più comuni dottrine religiose sono scarse quando non addirittura nulle. Ciò include tutte le affermazioni sull’esistenza di un Dio personale, sull’origine divina di certi libri, sulla nascita immacolata di certi individui, sulla veridicità degli antichi miracoli, etc. Per migliaia di anni, la religione è stata un ricettacolo di dogmatismo e false certezze, e tale rimane al giorno d’oggi. Non v’è singola persona sulla Terra che abbia sufficienti motivi per esser certa che Gesù sia resuscitato o che Maometto abbia parlato all’angelo Gabriele nella sua caverna. Nonostante ciò, miliardi di persone professano tali certezze. Questa condotta è non solo imbarazzante, ma persino pericolosa, e dovremmo smetterla di accampare scuse per giustificarla.
  • La religione è utile. L’argomentazione che la religione sia utile non è a sua volta esente da problemi, e molti di essi sono visibili quotidianamente, con le esplosioni di bombe. Qualcuno può seriamente affermare che il fatto che al giorno d’oggi milioni di musulmani credano nella metafisica del martirio sia un bene? È davvero così utile che molti ebrei immaginino che il Creatore dell’Universo abbia dato loro uno spiazzo di deserto di fronte al Mediterraneo? Quant’è stata psicologicamente benefica l’ansia del cristianesimo sul sesso, nel corso di queste ultime settanta generazioni?
  • Il problema più grave che sorge dal sostenere dell’utilità delle religioni, comunque, è che essa non ha nulla a che fare con la questione di fondo: il fatto che una credenza possa essere utile non implica in nessun modo che sia anche vera. Tra i tanti modi di illustrare questo punto, ecco come l’ho presentato in un recente dibattito online:
    Il fatto che certe credenze religiose possano essere utili non implica in alcun modo la loro legittimità. Posso garantire, per esempio, che la seguente religione, inventata da me negli ultimi dieci secondi, sarebbe di straordinaria utilità. È chiamata “Scientismo”. Ecco il suo credo: sii gentile con gli altri, non mentire, rubare o uccidere, e obbliga i tuoi bambini a padroneggiare nel miglior modo possibile la matematica e le scienze, o dopo la morte diciassette demoni ti tortureranno con pinze roventi per l’eternità. Se potessi diffondere questa fede a miliardi di persone, avrei pochi dubbi che vivremmo in un mondo migliore di quello attuale. Ma ciò implicherebbe forse che i diciassette demoni dello Scientismo esistano? Le illusioni utili non equivalgono in nessun modo alle credenze vere.
  • L’ateismo è cattivo. Piuttosto che argomentare a favore della verità delle loro credenze religiose, o produrre prove sull’utilità della religione, gli apologeti di Dio spesso attaccano l’ateismo alla stregua di un’altra religione, accusandolo di essere dogmatico, intollerante, irrazionale etc. Quest’omelia ha il pregio di essere facile da ricordare e ripetere, e difatti riecheggia quotidianamente, e incessantemente, nell’ambito della discussione religiosa americana. Essa si basa, peraltro, su molte false concezioni sull’ateismo stesso. Questa vigilia di Natale ho pubblicato un saggio sul Los Angeles Times, intitolato «Dieci miti e dieci verità sull’ateismo», in cui ho tentato di mettere alcuni punti in chiaro. Non è mia intenzione ripetere tali punti in questa sede. Coloro che fossero interessati possono comunque trovare l’articolo sul mio sito Internet.

lunedì 5 agosto 2013

Max Scheler. L’ORIGINARIA ESPERIENZA INTERIORE DELLA REALTÀ, QUALE ESPERIENZA INTERIORE DELLA RESISTENZA DEL MONDO, ‘PRECEDE’ QUALSIASI COSCIENZA, RAPPRESENTAZIONE, PERCEZIONE. ANCHE LA PIÙ MODESTA PERCEZIONE SENSIBILE NON È MAI CONDIZIONATA ESCLUSIVAMENTE DALLO STIMOLO E DALLE CONSUETE REAZIONI DEL SISTEMA NERVOSO: la semplice sensazione è necessariamente preceduta da un ORIENTAMENTO TENDENZIALE, SIA ESSO DI ATTRAZIONE O DI REPULSIONE. E poiché LA SPINTA DEL NOSTRO IMPULSO VITALE È LA CONDIZIONE INDISPENSABILE DI OGNI POSSIBILE SENSAZIONE E PERCEZIONE, LE RESISTENZE CHE I CENTRI E I CAMPI DI FORZA SOTTOSTANTI ALLE IMMAGINI DEI CORPI DELL’AMBIENTE OPPONGONO ALLA SPINTA VITALE – le «IMMAGINI SENSORIALI» ‘non sono’ per sé agenti – possono di già essere interiormente sperimentate, allorché il corso temporale di una possibile percezione in divenire non ha ancora raggiunto lo stadio di una percezione cosciente dell’«immagine». Di modo CHE L’ESPERIENZA INTERIORE DELLA REALTÀ È DATA ‘PRIMA’ E NON DOPO OGNI NOSTRA «RAPPRESENTAZIONE» DEL MONDO.




Max Scheler. LA SPERIMENTAZIONE INTERIORE DELLA REALTÀ. ‟Noi non giungiamo a porre la realtà del mondo esteriore (la cui sfera persiste, per esempio, anche nel sogno), IN BASE A UN RAGIONAMENTO; CIÒ CHE CI DÀ L’ESPERIENZA INTERNA DELLA REALTÀ NON È NÉ IL CONTENUTO INTUITIVO DELLA PERCEZIONE («forma», «figura» ecc.), NÉ L’OGGETTIVITÀ (che è anche il prodotto della fantasia), NÉ UN POSTO FISSO NELLO SPAZIO NEI CONFRONTI DELLO SPOSTARSI DELLA NOSTRA ATTENZIONE, e così via; ma è l’IMPRESSIONE INTERIORE DI UNA RESISTENZA, sperimentata da quel grado elementare e primitivo della VITA PSICHICA (CHE, APPARTIENE ANCHE ALLE PIANTE), dall’«IMPULSO AFFETTIVO», da quel centro di tendenze, che agisce in tutte le direzioni e sussiste persino nel sonno e negli ultimi gradi di incoscienza. Nell’ordine rigoroso di ELEMENTI (COLORE, FIGURA, ESTENSIONE, ecc.), che forma, sia obiettivamente sia solo relativamente alla nostra PERCEZIONE, un qualsiasi SOGGETTO CORPOREO – ordine che possiamo studiare, per esempio, nel DISGREGAMENTO PATOLOGICO DELLE FACOLTÀ PERCETTIVE – IL MOMENTO IN CUI SPERIMENTIAMO INTERIORMENTE LA REALTÀ, È QUELLO CHE NE COSTITUISCE L’ELEMENTO ORIGINARIO. SE SVANISCONO E ANCHE SE SPARISCONO PER LA COSCIENZA I COLORI, GLI ELEMENTI SENSIBILI, LE FIGURE, I RAPPORTI, LA FORMA UNITARIA DI COSA, RIMARRÀ, SPOGLIA DA OGNI MODALITÀ, UNA RADICALE IMPRESSIONE DI REALTÀ, DI ‘VERITÀ EFFETTIVA’ DEL MONDO. L’ORIGINARIA ESPERIENZA INTERIORE DELLA REALTÀ, QUALE ESPERIENZA INTERIORE DELLA RESISTENZA DEL MONDO, ‘PRECEDE’ QUALSIASI COSCIENZA, RAPPRESENTAZIONE, PERCEZIONE. ANCHE LA PIÙ MODESTA PERCEZIONE SENSIBILE NON È MAI CONDIZIONATA ESCLUSIVAMENTE DALLO STIMOLO E DALLE CONSUETE REAZIONI DEL SISTEMA NERVOSO: la semplice sensazione è necessariamente preceduta da un ORIENTAMENTO TENDENZIALE, SIA ESSO DI ATTRAZIONE O DI REPULSIONE. E poiché LA SPINTA DEL NOSTRO IMPULSO VITALE È LA CONDIZIONE INDISPENSABILE DI OGNI POSSIBILE SENSAZIONE E PERCEZIONE, LE RESISTENZE CHE I CENTRI E I CAMPI DI FORZA SOTTOSTANTI ALLE IMMAGINI DEI CORPI DELL’AMBIENTE OPPONGONO ALLA SPINTA VITALE – le «IMMAGINI SENSORIALI» ‘non sono’ per sé agenti – possono di già essere interiormente sperimentate, allorché il corso temporale di una possibile percezione in divenire non ha ancora raggiunto lo stadio di una percezione cosciente dell’«immagine». Di modo CHE L’ESPERIENZA INTERIORE DELLA REALTÀ È DATA ‘PRIMA’ E NON DOPO OGNI NOSTRA «RAPPRESENTAZIONE» DEL MONDO.”
MAX SCHELER (1874 - 1928), “La posizione dell’uomo nel cosmo ed altri saggi”, a cura e trad. di Rosa Padellaro, Fratelli Fabbri, Milano 1970, pp. 193 – 194.


‟Nicht ein Schluß führt etwa zur Realsetzung der Außenwelt (die als Sphäre z. .B. auch im Traume besteht), nicht der anschauliche Gehalt der Wahrnehmung (wie die «Formen», «Gestalten») gibt uns das Realitätserlebnis, nicht der Gegenständlichkeit (die ja auch Phantasiertes hat), nicht die fixe Stelle im Raume in der Bewegung der Aufmerksamkeit usw., - sondern der ʻerlebte Widerstandseindruckʼ gegen die unterste, primitivste, wie wir sahen, selbst der Pflanze noch zukommende Stufe des seelischen Lebens, den «Gefühlsdrang», gegen unser nach allen Richtungen ausgreifendes, immer, auch im Schlafe und in den letzten Stufen der Bewußtlosigkeit noch tätiges Triebzentrum. In der streng geregelten Ordnung seiner Bestandteile (Farbe, Gestalt, Ausdehnung etc.), in der sich, sowohl objektiv wie bei seiner Wahrnehmung für uns, irgendein körperliches Ding aufbaut - eine Ordnung, die wir z. B. beim pathologischen Abbau der Wahrnehmungsfähigkeit studieren können -, ist keines ursprünglicher als die Realität bzw. das erlebte Realitätsmoment. Lasset für ein Bewußtsein alle Farben und sinnlichen Materien verbleichen, alle Gestalten und Beziehungen zergehen, alle dinglichen Einheitsformen verbschweben - das, was schließlich gleichsam nackt und von jeder Art der Beschaffenheit frei und ledig noch bleiben wird, das ist der machtvolle Eindruck der Realität, der ʻWirklichkeitsʼeindruck der Welt.
Das ursprüngliche Wirklichkeitserlebnis als Erlebnis des Widerstandes der Welt geht also allem Be-wußtsein, geht aller Vor-stellung, aller Wahr-nehmung ʻvorherʼ. Auch die aufdringlichste sinnliche Wahrnehmung ist niemals bloß bedingt durch den' Reiz und den normalen Vorgang im Nervensystem: eine triebhafte Zuwendung, sei es Verlangen oder Abscheu, muß gleichfalls vorhanden sein, wenn es auch nur zur einfachsten Empfindung kommen soll. Da also ein Impuls unseres Lebens dranges die unumgängliche Mitbedingung ist für alle möglichen Empfindungen und Wahrnehmungen, können die Widerstände, welche die den Körperbildern der Umwelt zugrundeliegenden Kraftzentren und -felder - die «Sinnesbilder» selbst sind ja gänzlich ʻunʼwirksam - auf unseren Lebensdrang ausüben, bereits an einer Stelle des zeitlichen Prozesses einer urerdenden möglichen Wahrnehmung erlebt werden, wo es zu einer bewußten «Bild»wahrnehmung noch nicht gekommen ist. Das Realitätserlebnis ist also all unserer «Vorstellung» der Welt nicht nach-, sondern ʻvorʼgegeben.”

MAX SCHELER, ‟Die Stellung des Menschen im Kosmos”, Bouvier, Bonn 1991 (12. Auflage, I., Otto Reichl, Darmstadt 1928), S. 53 – 54.

Differenza tra il MAESTRO e l'INSEGNANTE. IL MAESTRO HA 15 ALLIEVI E SA ADEGUARSI A TUTTI E 15, L'INSEGNANTE FA IN MANIERA TALE CHE I 15 ALLIEVI SI ADATTINO A LUI. Il maestro lascia esprimere i 15 allievi ognuno secondo le loro potenzialità e qualità diverse, l'insegnante riesce a far sì che tutti e 15 gli allievi diano le stesse risposte, perché il libro dice che esiste solo una risposta giusta. IL MAESTRO INSPIRA SPIRITO ESTETICO MENTRE L'INSEGNANTE IMMETTE SPIRITO ANESTETICO, cioè mentre IL MAESTRO TI VA DIVENTARE QUELLO CHE SEI FACENDOTI SCOPRIRE LA TUA VENA ARTISTICA, L'INSEGNATE TI ADDORMENTA IMPOSTANDOTI LA VENA ANESTETICA DEL PROGRAMMA EDUCATIVO ELABORATO DAL GOVERNO


Differenza tra il MAESTRO e l'INSEGNANTE. IL MAESTRO HA 15 ALLIEVI E SA ADEGUARSI A TUTTI E 15, L'INSEGNANTE FA IN MANIERA TALE CHE I 15 ALLIEVI SI ADATTINO A LUI. Il maestro lascia esprimere i 15 allievi ognuno secondo le loro potenzialità e qualità diverse, l'insegnante riesce a far sì che tutti e 15 gli allievi diano le stesse risposte, perché il libro dice che esiste solo una risposta giusta. IL MAESTRO INSPIRA SPIRITO ESTETICO MENTRE L'INSEGNANTE IMMETTE SPIRITO ANESTETICO, cioè mentre IL MAESTRO TI VA DIVENTARE QUELLO CHE SEI FACENDOTI SCOPRIRE LA TUA VENA ARTISTICA, L'INSEGNATE TI ADDORMENTA IMPOSTANDOTI LA VENA ANESTETICA DEL PROGRAMMA EDUCATIVO ELABORATO DAL GOVERNO

Maria Rita Parsi. Crescere con una ferita nel cuore è impossibile. Si rimane incatenate all'infanzia, con il miraggio di sciogliere l'incantesimo. E ferita sono il rifiuto, la solitudine, il silenzio, le carezze inaccettabili degli adulti, le loro vite aperte a ricatti, l'essere ostaggi e non figlie; ferita è crescere fuori senza crescere dentro; essere grandi da sempre, insieme, piccole mai nate come Peter Pan. Da adulte, per l'isola che non c'è delle nostre fantasie, continuiamo a sacrificare la libertà, l'autonomia, il bisogno di giustizia.


Nasce il 5 agosto del 1947 Maria Rita Parsi, scrittrice e psicologa italiana.
Crescere con una ferita nel cuore è impossibile. Si rimane incatenate all'infanzia, con il miraggio di sciogliere l'incantesimo. E ferita sono il rifiuto, la solitudine, il silenzio, le carezze inaccettabili degli adulti, le loro vite aperte a ricatti, l'essere ostaggi e non figlie; ferita è crescere fuori senza crescere dentro; essere grandi da sempre, insieme, piccole mai nate come Peter Pan. Da adulte, per l'isola che non c'è delle nostre fantasie, continuiamo a sacrificare la libertà, l'autonomia, il bisogno di giustizia.
Continuiamo a cercare l'armonia, il rispetto, l'amore che ci può far crescere e diventare madri, per non essere più eterne figlie del nostro dolore e della nostra passività. Amare e riconoscersi e riconoscere; è ferita che si rimargina e diventa cicatrice; è il ricordo che si fa storia da raccontare, patrimonio dell'anima, saggezza, progetto. Ma perchè questo avvenga è necessario un viaggio, una guida, una formula, una preghiera, un rituale.
E' necessario poter contare - quale DNA dell'anima - su un patrimonio di fiabe e tracce ci aiutino a uscire dal labirinto dell'inespresso, dal represso che fa ombra e uccide. Per crescere è necessario raccontare, collegare, analizzare, tracciare e, soprattutto creare. Animare, dare spazio all'anima attraverso i ricordi, le immagini, i sogni, le fantasie, i diari, le lettere, le parole, i disegni, le fotografie, le poesie, le storie. Significa darsi calore e forza con la parte più vera, intima, profonda di noi stesse.
Maria Rita Parsi da “I quaderni delle donne”

Elenco blog personale