venerdì 18 maggio 2018

L'universalità delta famiglia. Lévi-Strauss (1967), «l'unione più o meno durevole, socialmente approvata, di un uomo, una donna e i loro figli, e un fenomeno universale, presente in ogni e qualunque tipo di società».

Parentela, famiglia, genere
Dispensa didattica per il corso di Antropologia culturale
A cura di Fabio Dei
Alino accademico 2016-17

http://fareantropologia.cfs.unipi.it/wp-content/uploads/2017/02/Dispensa-parentela-famiglia-genere.pdf



Pierpaolo Donati, Manuale di sociologia della famiglia
Gius.Laterza & Figli Spa - 310 pagine

3.2. L'universalità della famiglia. Per dirla con Lévi-Strauss (1967), «l'unione più o meno durevole, socialmente approvata, di un uomo, una donna e i loro figli, e un fenomeno universale, presente in ogni e qualunque tipo di società». Molti altri autori sono arrivati alla stessa conclusione sulla base di indagini empiriche. Tra di essi vanno menzionati, in particolare, G.P. Murdock (1968), R.N. Anshen (1974), J. Askhain (1984).
Va ribadito, a costo di essere noiosi, che dire che la famiglia nucleare è universale non significa affermare ne che essa sia la sola forma esistita o esistente, né che si riscontri necessariamente ovunque. Significa, più semplicemente, affermare che la si riscontra come modalità di riferimento empirico significativo in ogni società umana conosciuta, a prescindere dal fatto che in essa sia o meno il modello prevalente. Infatti, nonostante tutte le difficoltà di classificare e comparare le forme familiari, le scienze umane sono diventate via via più consapevoli dei presupposti e delle norme pratiche che costituiscono le condizioni di esistenza, le strutture, i processi e le funzioni della famiglia intesa come specifica forma sociale che ha i caratteri di un «universale culturale» (Brown 1991). Dire universale culturale non significa dire universale «empirico», come è del resto per il tabù (o divieto) di incesto, che è appunto una norma sociale, non un meccanismo automatico, e quindi può essere violata.

Questo e il senso della tesi di G.P. Murdock (1968), il quale, comparando 250 società differenti di ogni epoca storica., ha mostrato che la famiglia nucleare è universale in quanto pre-requisito funzionale e istituzionale che assolve alcune funzioni fondamentali non surrogabili da altre istituzioni sociali. Senza una tale istituzione, la società non potrebbe sopravvivere. Benché la famiglia nucleare possa ampliarsi e anche frammentarsi, e comunque possa assolvere anche altre funzioni, egli ritiene che nessuna società abbia sinora sviluppato un modello istituzionalizzato che possa validamente sostituire la famiglia nucleare nel compimento di tali funzioni. Dalla sua indagine risulta che la famiglia nucleare è un gruppo primario universale, caratterizzato dalla residenza comune, dalla cooperazione e dalla riproduzione

La tesi della universalità è stata ideologicamente contestata da storici come M. Anderson (1980) e antropologi come R.M. Netting-R.R. WilkJ. Arnould (1984), ma e evidente che questi  autori   l'hanno  confusa  con   la  tesi   di   una  presunta «onnipresenza»  e «immutabilità» della famiglia nucleare. Di fatto, la ricerca di Murdock non ha ricevuto sostanziali smentite sul piano empirico: i pochi casi di realtà sociali conosciute in cui non è esistita famiglia nucleare (come i Nayar nell'India del Sud e la tribù degli Ashanti nell'Africa meridionale) sono risultati essere situazioni atipiche, che non corrispondono a vere e proprie società, autonome a tutti gli effetti. La tribù dei Nayar è stata, storicamente, una società sacerdotale fatta di soli uomini che vivevano separati dalle donne; di fatto, i bambini nascevano perché gli uomini visitavano le donne che abitavano in un altro villaggio, ma poi la famiglia nucleare non si costituiva; cosicché, l'organizzazione sociale è risultata essere incapace di riprodursi socialmente ed economicamente, prima ancora che biologicamente. Tra gli Ashanti, popolazione rigidamente matrilineare, la famiglia nucleare non poteva essere costituita a causa della struttura di potere, che conferiva l'assoluta dominanza sulla coppia madre-bambino allo zio materno; anche qui, la mancanza di un'unità domestica separata ha giocato negativamente agli effetti delle possibilità di sopravvivenza della tribù. Il che conferma la tesi di Murdock, secondo cui una società, per essere abbastanza auto-sufficiente e capace di sopravvivenza, non può fare a meno della famiglia nucleare. 

Nei tre tipi distinti di organizzazione familiare che egli riscontra, e cioè la famiglia nucleare, quella poligama e quella estesa si ha sempre che il marito, la moglie e i figli immaturi costituiscono una unità separata dal resto della comunità. Tale unità fa fronte a quattro fondamentali funzioni: sessuate, economica, riproduttiva ed educativa. Secondo Murdock. se non si provvedesse alla prima e alla terza di queste funzioni la società si estinguerebbe; senza la seconda la vita stessa verrebbe meno, senza la quarta avrebbe fine la cultura.

Quanto alla divisione del lavoro intrafamiliare, Murdock afferma:

"Grazie alle loro differenze primarie di sesso, uomo e donna costituiscono una unità di cooperazione eccezionalmente efficiente [...] Tutte le società umane conosciute hanno sviluppato una specializzazione e una cooperazione fra i sessi più o meno secondo questa linea di divisione biologicamente determinata. Non occorre invocare differenze psicologiche innate per spiegare la divisione del lavoro per sesso: le differenze indiscutibili delle funzioni riproduttive sono sufficienti a tracciare le linee principali di divisione. Via via che sorgono nuovi compiti, essi vengono assegnati all'una o all'altra sfera di attività, secondo l'opportunità e il precedente" (Murdock 1971: 14).

Siamo nella linea della sociologia organica (H. Spencer, E. Durkheim), secondo la quale l'universalità storica della famiglia poggia in primo luogo, dal punto di vista sociologico, sui vantaggi inerenti la divisione del lavoro per sessi, da intendersi però non in maniera meramente utilitaristica, bensì in relazione all'espletamento complesso delle quattro funzioni sopra menzionate.

In effetti, la famiglia ha sempre dovuto combattere contro forti spinte che hanno teso ad annullarla. Nel passato, essa era soprattutto oggetto di forze che tendevano ad assorbirla in entità collettive (il fenomeno antico e moderno delle «comuni»). Nella società attuale, le forze che tendono ad assorbirla hanno piuttosto un carattere opposto, nel senso che tendono a frammentarla attraverso processi di individualizzazione degli individui.

Altrettanto chiare sono le ragioni sociologiche che hanno fiuto fallire e tuttora fanno fallire questi tentativi. Per quanto riguarda il passato, senza famiglia nucleare la comunità non ha potuto svilupparsi o sopravvivere come «società» auto-sufficiente, e prima o poi ha dovuto (ri)costituire la famiglia oppure perire come forma di vita sociale: è il caso delle tribù o comunità primitive di dimensioni assai limitate - per esempio la tribù Nayar nell'India meridionale — in cui la famiglia non era prevista come relazione normativa di piena reciprocità fra i sessi e fra le generazioni; la stessa cosa è avvenuta in quelle forme di «comunità» che hanno cercato di eliminare volontaristicamente la famiglia — come le «comuni» del Nord-America nell'Ottocento o ancora alcuni esperimenti storici come quello dei Kibbutz in Israele. Nel secondo caso, cioè l'attuale tendenza a far prevalere i processi di individualizzazione, si ha l'emergere di stili di vita altamente problematici o auto-distruttivi (come è testimoniato da un tasso di riproduzione della popolazione che non è sufficiente a rigenerarla).

Rispetto a chi abbraccia il relativismo culturale ed enfatizza il venir meno della famiglia nucleare come punto di riferimento simbolico universale (Fruggeri 1997), va ribadito che la famiglia è un gruppo sociale-umano primario, ma non uno qualunque. Definirne la specificità (come distinzione tra famiglia e non-famiglia) significa produrre un'osservazione interpretativa di come una società (una cultura o sub-cultura) traccia i confini socialmente vincolatiti (o legittimi o ammessi) o meno per quanto riguarda le relazioni intime fra i sessi e le relazioni fra genitori e figli nelle loro reciproche determinazioni, cioè per quanto concerne la procreazione e inculturazione delle nuove generazioni.

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