martedì 19 settembre 2017

George Washington: il dovere dell’isolazionismo. Farewell Address - Il discorso d'addio. “Vi scongiuro di credermi, concittadini. La storia e l’esperienza comprovano che l’influenza straniera è fra tutti il più funesto nemico di un governo repubblicano. Ma, per essere utile, la gelosa indipendenza di un popolo libero deve essere autonoma; altrimenti l’indipendenza si fa strumento di quella influenza, piuttosto che difesa contro di essa. La grande norma della nostra condotta verso le altre nazioni sia: estendere molto le relazioni commerciali, ma avere il meno possibile di legami politici. L’Europa ha interessi di fondo che poco o nulla hanno a che fare con noi. Essa si trova spesso coinvolta in conflitti che ci sono estranei. Se rimarremo un popolo unito, sotto un governo capace, non è lontano il tempo quando potremo respingere ogni attacco dall’esterno; quando otterremo che la nostra neutralità sia rispettata scrupolosamente; quando potremo scegliere pace o guerra come i nostri interessi detteranno. Perché non profittare dei vantaggi di una situazione così caratteristicamente nostra? Perché lasciare la nostra strada per un’altra? La politica più vera per noi è rifiutare le alleanze permanenti con qualsiasi parte del mondo”.

George Washington: il dovere dell’isolazionismo.
Nel ‘Farewell Address’ del 17 settembre 1796
-il discorso agli americani nel lasciare la presidenza-

George Washington invocò: 
“Vi scongiuro di credermi, concittadini. La storia e l’esperienza comprovano che l’influenza straniera è fra tutti il più funesto nemico di un governo repubblicano. Ma, per essere utile, la gelosa indipendenza di un popolo libero deve essere autonoma; altrimenti l’indipendenza si fa strumento di quella influenza, piuttosto che difesa contro di essa. La grande norma della nostra condotta verso le altre nazioni sia: estendere molto le relazioni commerciali, ma avere il meno possibile di legami politici. L’Europa ha interessi di fondo che poco o nulla hanno a che fare con noi. Essa si trova spesso coinvolta in conflitti che ci sono estranei. Se rimarremo un popolo unito, sotto un governo capace, non è lontano il tempo quando potremo respingere ogni attacco dall’esterno; quando otterremo che la nostra neutralità sia rispettata scrupolosamente; quando potremo scegliere pace o guerra come i nostri interessi detteranno. Perché non profittare dei vantaggi di una situazione così caratteristicamente nostra? Perché lasciare la nostra strada per un’altra? La politica più vera per noi è rifiutare le alleanze permanenti con qualsiasi parte del mondo”.

domenica 17 settembre 2017

Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno. Tutti abbiamo una ferita segreta da riscattare per la quale combattiamo.

Tutti abbiamo una ferita segreta da riscattare per la quale combattiamo.
Italo Calvino, I sentieri dei nidi di ragno


L'uomo porta dentro di sé le sue paure bambine per tutta la vita.
Italo Calvino, I sentieri dei nidi di ragno


E inventerà scherzi e smorfie così nuove da ubriacarsi di risate,
tutto per smaltire la nebbia di solitudine che gli si condensa nel petto le sere come quella.
Italo Calvino, il sentiero dei nidi di ragno


Troppo presto, per me; o troppo tardi:
i sogni sognati troppo a lungo,
io ero impreparato a viverli.
Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno


Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano.
Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno


Il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali è una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni.
Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno


Io invece cammino per un bosco di larici e ogni mio passo è storia; io penso: ti amo, Adriana, e questo è storia, ha grandi conseguenze, io agirò domani in battaglia come un uomo che ha pensato stanotte: «ti amo, Adriana ». Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano.
Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino.




Pin va per i sentieri che girano intorno al torrente, posti scoscesi, dove nessuno coltiva. Ci sono strade che solo lui conosce e che gli altri ragazzi si struggerebbero di sapere: un posto, c’è, dove fanno il nido i ragni, e solo Pin lo sa ed è l’unico in tutta la vallata, forse in tutta la regione: mai nessun ragazzo ha saputo di ragni che facciano il nido, tranne Pin. Forse un giorno Pin troverà un amico, un vero amico, che capisca e che si possa capire, e allora a quello, solo a quello, mostrerà il posto delle tane dei ragni. E’ una scorciatoia sassosa che scende al torrente tra due pareti di terra ed erba. Lì, tra l’erba, i ragni fanno delle tane, dei tunnel tappezzati d’un cemento d’erba secca; ma la cosa meravigliosa è che le tane hanno una porticina, pure di quella poltiglia secca d’erba, una porticina tonda che si può aprire e chiudere.


Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino   1947


Pin cammina per i prati, con strani giri. Non vuole, scavando una fossa per l'uccello, scoprire con la zappa un viso umano. Non vuole calpestarli nemmeno, i morti, ha paura di loro. Eppure, sarebbe bello scavare un morto dalla terra, un morto nudo, con i denti scoperti e gli occhi vuoti.
Pin non vede che montagne intorno a se', valli grandissime di cui non si indovina il fondo, versanti alti e scoscesi, neri di boschi, e montagne, file di montagne una dietro l'altra, all'infinito. Pin e' solo sulla terra. Sotto la terra i morti. Gli altri uomini, di la' dai boschi e dai versanti, si strofinano sulla terra i maschi con le femmine, e si gettano l'uno sull'altro per uccidersi. Il falchetto stecchito e' ai suoi piedi. Nel cielo ventoso volano le nuvole, grandissime sopra di lui. Pin scava una fossa per il volatile ucciso. Basta una piccola fossa; un falchetto non e' un uomo. Pin prende il falchetto in mano; ha gli occhi chiusi, delle palpebre bianche e nude, quasi umane. A cercare d'aprirle, si vede sotto l'occhio tondo e giallo. Verrebbe voglia di buttare il falchetto nella grande aria della vallata e vederlo aprire le ali, e alzarsi a volo, fare un giro sulla sua testa e poi partire verso un punto lontano. E lui, come nei racconti delle fate, andargli dietro, camminando per monti e per pianure, fino a un paese incantato in cui tutti siano buoni. Invece Pin depone il falchetto nella fossa e fa franare la terra sopra, con il calcio della zappa.
Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno

Italo Calvino, Il cavaliere inesistente. A OGNUNA È DATA LA SUA PENITENZA, qui in convento, il suo modo di guadagnarsi la salvezza eterna. A me è toccata questa di scriver storie: è dura, è dura. [...] Ma la nostra santa vocazione vuole che si anteponga alle caduche gioie del mondo qualcosa che poi resta. Che resta... se poi anche questo libro, e tutti i nostri atti di pietà, compiuti con cuori di cenere, non sono già cenere anch'essi... più cenere degli atti sensuali là nel fiume, che trepidano di vita e si propagano come cerchi nell'acqua... Ci si mette a scrivere di lena, ma c'è un'ora in cui la penna non gratta che polveroso inchiostro, e non vi scorre più una goccia di vita, e la vita è tutta fuori, fuori dalla finestra, fuori di te, e ti sembra che mai più potrai rifugiarti nella pagina che scrivi, aprire un altro mondo, fare il salto. Forse è meglio così: forse quando scrivevi con gioia non era miracolo né grazia: era peccato, idolatria, superbia. Ne sono fuori, allora? No, scrivendo non mi sono cambiata in bene: ho solo consumato un po' d'ansiosa incosciente giovinezza. Che mi varranno queste pagine scontente? Il libro, il voto, non varrà più di quanto tu vali. Che ci si salvi l'anima scrivendo non è detto. Scrivi, scrivi, e già la tua anima è persa

Non so perché tutti ti compiangano. Cosa ti manca? 
Prima ti muovevi, ora il tuo movimento passa ai vermi che tu nutri.
Crescevi unghie e capelli: ora colerai liquame che farà crescere più alte nel sole le erbe del prato. Diventerai erba, poi latte delle mucche che mangeranno l'erba, sangue di bambino che ha bevuto il latte, e così via. Vedi che sei più bravo a vivere tu di me, o cadavere?
Italo Calvino, Il cavaliere inesistente

Son qui giovane carico d’amore, come può il mio amore non piacerle, cosa mai vuole costei che non mi prende, che non mi ama, cosa può volere di più di quel che io sento di poterle  e di doverle dare?
Italo Calvino, Il cavaliere inesistente

Cavaliere, avete resistito così tanto tempo con la sola forza di volontà,
siete riuscito a fare tutto come se esisteste: perché arrendervi tutt'a un tratto?
Italo Calvino, Il cavaliere inesistente

Questo suddito qui che c'è ma non sa d'esserci
e quel mio paladino là che sa d'esserci ma non c'è.
Fanno un bel paio, ve lo dico io!
Italo Calvino, Il cavaliere inesistente

L'arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci si accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla.
Italo Calvino, Il cavaliere inesistente


La pagina ha il suo bene solo quando la volti e c'è la vita dietro che spinge e scompiglia tutti i fogli del libro. La penna corre spinta dallo stesso piacere che ti fa correre le strade.
Italo Calvino, Il cavaliere inesistente


Ci si mette a scrivere di lena, ma c’è un’ora in cui la penna non gratta che polveroso inchiostro, e non vi scorre più una goccia di vita, e la vita è tutta fuori, fuori dalla finestra, fuori di te, e ti sembra che mai più potrai rifugiarti nella pagina che scrivi, aprire un altro mondo, fare il salto. Forse è meglio così: forse quando scrivevi con gioia non era miracolo né grazia: era peccato, idolatria, superbia. Ne sono fuori, allora? No, scrivendo non mi sono cambiata in bene: ho solo consumato un po’ d’ansiosa incosciente giovinezza. Che mi varranno queste pagine scontente? Il libro, il voto, non varrà più di quanto tu vali. Che ci salvi l’anima scrivendo non è detto. Scrivi, scrivi, e già la tua anima è persa.
Italo Calvino, Il cavaliere inesistente
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«A OGNUNA È DATA LA SUA PENITENZA, qui in convento, il suo modo di guadagnarsi la salvezza eterna. A me è toccata questa di scriver storie: è dura, è dura. [...] Ma la nostra santa vocazione vuole che si anteponga alle caduche gioie del mondo qualcosa che poi resta. Che resta... se poi anche questo libro, e tutti i nostri atti di pietà, compiuti con cuori di cenere, non sono già cenere anch'essi... più cenere degli atti sensuali là nel fiume, che trepidano di vita e si propagano come cerchi nell'acqua... Ci si mette a scrivere di lena, ma c'è un'ora in cui la penna non gratta che polveroso inchiostro, e non vi scorre più una goccia di vita, e la vita è tutta fuori, fuori dalla finestra, fuori di te, e ti sembra che mai più potrai rifugiarti nella pagina che scrivi, aprire un altro mondo, fare il salto. Forse è meglio così: forse quando scrivevi con gioia non era miracolo né grazia: era peccato, idolatria, superbia. Ne sono fuori, allora? No, scrivendo non mi sono cambiata in bene: ho solo consumato un po' d'ansiosa incosciente giovinezza. Che mi varranno queste pagine scontente? Il libro, il voto, non varrà più di quanto tu vali. Che ci si salvi l'anima scrivendo non è detto. Scrivi, scrivi, e già la tua anima è persa».
Italo Calvino, “Il cavaliere inesistente”


« Così sempre corre il giovane verso la donna: ma è davvero amore per lei a spingerlo?
O non è amore soprattutto di sé, ricerca d’una certezza d’esserci che solo la donna gli può dare?».
Italo Calvino, “Il cavaliere inesistente”, 1959.


Così sempre corre il giovane verso la donna: ma è davvero amore per lei a spingerlo? o non è amore soprattutto di sé, ricerca d'una certezza d'esserci che solo la donna gli può dare? Corre e s'innamora il giovane, insicuro di sé, felice e disperato, e per lui la donna è quella che certamente c'è, e lei sola può dargli quella prova. Ma la donna anche lei c'è e non c'è: eccola di fronte a lui, trepidante anch'essa, insicura, come fa il giovane a non capirlo? Cosa importa chi trai due è il forte e chi il debole? Sono pari. Ma il giovane non lo sa perché non vuole saperlo: quella di cui ha fame è la donna che c'è, la donna certa.  Lei invece sa più cose; o meno; comunque sa cose diverse; ora è un diverso modo d'essere che cerca.
Italo Calvino, "Il Cavaliere Inesistente"

Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore. Non si meravigli se mi vede sempre vagare con gli occhi. In effetti questo è il mio modo di leggere, ed è solo così che la lettura mi riesce fruttuosa. Se un libro m’interessa veramente, non riesco a seguirlo per più di poche righe senza che la mia mente, captato un pensiero che il testo le propone, o un sentimento, o un interrogativo, o un’immagine, non parta per la tangente e rimbalzi di pensiero in pensiero, d’immagine in immagine, in un itinerario di ragionamenti e fantasie che sento il bisogno di percorrere fino in fondo, allontanandomi dal libro fino a perderlo di vista.

Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. 
Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto.
La porta è meglio chiuderla; di là c'è sempre la televisione accesa.
Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!»
Alza la voce, se no non ti sentono:
«Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!»
Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida:
«Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!»
O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.
Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato.
Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano,
sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf.
Sull'amaca, se hai un'amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto.
Puoi anche metterti a testa in giù, in posizione yoga.
Col libro capovolto, si capisce.
Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore


… insomma quante volte, quando il passato mi pesava troppo addosso, non mi aveva preso quella speranza del taglio netto: cambiare mestiere, moglie, città, continente, - un continente dopo l'altro, fino a far tutto il giro, - consuetudini, amici, affari, clientela. Era un errore, quando me ne sono accorto era tardi.
Perché a questa maniera non ho fatto altro che accumulare passati su passati dietro le mie spalle, moltiplicarli, i passati, e se una vita mi riusciva troppo fitta e ramificata e ingarbugliata per portarmela sempre dietro, figuriamoci tante vite, ognuna con il suo passato e i passati delle altre vite che continuano ad annodarsi gli uni agli altri.
Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore, “Guarda in basso dove l'ombra s'addensa”


Bastano quegli occhi un po’ pesanti e un po’ acquosi a farmi capire che il dramma che c'è stato tra loro non è ancora finito: lui continua a venire ogni sera in questo caffè per vederla, per farsi riaprire la vecchia ferita, forse per sapere chi è che la accompagna a casa stasera; e lei viene ogni sera in questo caffè forse apposta per farlo soffrire, o forse sperando che l'abitudine a soffrire diventi per lui un'abitudine come un'altra, acquisti il sapore del niente che le impasta la bocca e la vita da anni.
Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore, pag. 21


Il fatto che qualcuno dimostri ancora tanto scrupolo e metodica attenzione, anche se so bene che tutto è inutile, ha su di me un effetto tranquillizzante, forse perché viene a compensare il mio modo di vivere impreciso, che - malgrado le conclusioni cui sono giunto, - continuo a sentire come una colpa
Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore



Anche se il vostro abbraccio -confessalo- è avvenuto solo nella tua immaginazione,
è pur sempre un abbraccio che può realizzarsi da un momento all'altro.
Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore


Cominciare. Sei tu che l'hai detto, Lettrice. Ma come stabilire il momento esatto in ci comincia una storia? Tutto è sempre cominciato già da prima, la prima riga della prima pagina d'ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori dal libro. Oppure la vera storia è quella che comincia dieci o cento pagine più avanti e tutto ciò che precede è solo un prologo.
Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore


E ogni mercoledì la damigella profumata mi dà un biglietto da cento corone perché la lasci sola col detenuto. E al giovedì le corone se ne sono già andate in tanta birra. E quand'è finita l'ora della visita la damigella esce col puzzo della galera sulle sue vesti eleganti; e il detenuto torna in cella col profumo della damigella sui suoi panni da galeotto. E io resto con l'odore di birra. 
La vita non è altro che uno scambio di odori.
Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore 


Difatti era stabilito che passassi di qui senza lasciare tracce: e invece ogni minuto che passo qui lascio tracce: lascio tracce se non parlo con nessuno in quanto mi qualifico come uno che non vuole aprir bocca: lascio tracce se parlo in quanto ogni parola detta è una parola che resta e può tornare a saltar fuori in seguito, con le virgolette o senza le virgolette.
Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore


Ho provato un senso di vertigine, come non facessi che precipitare da un mondo all’altro e in ognuno arrivassi poco dopo che la fine del mondo era avvenuta.
Italo Calvino, se una notte d'inverno un viaggiatore


Sei uno che per principio non s'aspetta più niente da niente. Ci sono tanti, più giovani di te, o meno giovani, che vivono in attese d'esperienze straordinarie; dai libri, dalle persone, dai viaggi, dagli avvenimenti, da quello che il domani tiene in serbo. Tu no, tu sai che il meglio che ci si può aspettare è di evitare il peggio. Questa è la conclusione a cui sei arrivato, nella vita personale come nelle questioni generali e addirittura mondiali.
Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore


Non si meravigli se mi vede sempre vagare con gli occhi. In effetti questo è il mio modo di leggere, ed è solo così che la lettura mi riesce fruttuosa. Se un libro m’interessa veramente, non riesco a seguirlo per più di poche righe senza che la mia mente, captato un pensiero che il testo le propone, o un sentimento, o un interrogativo, o un’immagine, non parta per la tangente e rimbalzi di pensiero in pensiero, d’immagine in immagine, in un itinerario di ragionamenti e fantasie che sento il bisogno di percorrere fino in fondo, allontanandomi dal libro fino a perderlo di vista.
Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore


Ci sono giorni in cui ogni cosa che vedo mi sembra carica di significati: messaggi che mi sarebbe difficile comunicare ad altri, definire, tradurre in parole, ma che appunto mi si presentano come definitivi. Sono annunci o presagi che riguardano me e il mondo insieme: e di me non gli avvenimenti esteriori dell'esistenza ma ciò che accade dentro, nel fondo; e del mondo non qualche fatto particolare ma il modo d'essere generale di tutto. Comprenderete dunque la mia difficoltà a parlarne, se non per accenni.
Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore (Sporgendosi dalla costa scoscesa)

La cosa che vorrei di più al mondo è far girare indietro gli orologi.
Italo Calvino,  Se una notte d'inverno un viaggiatore

E’ inutile che guardi l'orologio; se qualcuno era venuto ad aspettarmi ormai se n'è andato da un pezzo; è inutile che mi arrovelli nella smania di far girare indietro gli orologi e i calendari sperando di ritornare al momento precedente a quello in cui è successo qualcosa che non doveva succedere.
Italo Calvino,  Se una notte d'inverno un viaggiatore


"Questo intendo quando dico che vorrei risalire il corso del tempo:
vorrei cancellare le conseguenze di certi avvenimenti e restaurare una condizione iniziale. Ma ogni momento della mia vita porta con sé un’accumulazione di fatti nuovi e ognuno di questi fatti nuovi porta con se le sue conseguenze, cosicché più cerco di tornare al momento zero da cui sono partito più me ne allontano: pur essendo tutti i miei atti intesi a cancellare conseguenze d'atti precedenti e riuscendo anche a ottenere risultati apprezzabili in questa cancellazione, tali da aprirmi il cuore a speranze di sollievo immediato, devo però tener conto che ogni mia mossa per cancellare eventi precedenti provoca una pioggia di nuovi avvenimenti che complicano la situazione peggio di prima e che dovò cercare di cancellare a loro volta. Devo quindi calcolare bene ogni mossa in modo da ottenere il massimo di cancellazione col minimo di ricomplicazione".
Italo Calvino,  Se una notte d'inverno un viaggiatore


Speculare, riflettere: ogni attività del pensiero mi rimanda agli specchi.
Secondo Plotino l'anima è uno specchio che crea le cose materiali riflettendo le idee della ragione superiore. Sarà forse per questo che io per pensare ho bisogno di specchi: non so concentrarmi se non in presenza d'immagini riflesse, come se la mia anima avesse bisogno d'un modello da imitare ogni volta che vuol mettere in atto la sua virtù speculativa.
Italo Calvino, "Se una notte d'inverno un viaggiatore"


Qualcosa mi dev'essere andata per storto: un disguido, un ritardo, una coincidenza perduta; forse arrivando avrei dovuto trovare un contatto, probabilmente in relazione a questa valigia che sembra preoccuparmi tanto, non è chiaro se per timore di perderla o perché non vedo l'ora di disfarmene. Quello che pare sicuro è che non è un bagaglio qualsiasi, da poterlo consegnare al deposito bagagli o far finta di dimenticarlo nella sala d'aspetto. E' inutile che guardi l'orologio; se qualcuno era venuto ad aspettarmi ormai se n'è andato da un pezzo; è inutile che mi arrovelli nella smania di far girare all'indietro gli orologi e i calendari sperando di ritornare al momento precedente a quello in cui è successo qualcosa che non doveva succedere. […]
Italo Calvino, "Se una notte d'inverno un viaggiatore"



"Rinunciare alle cose è meno difficile di quel che si crede: tutto sta a cominciare.
Una volta che sei riuscito a prescindere da qualcosa che credevi essenziale,
t’accorgi che puoi fare a meno anche di qualcos’altro, poi ancora di molte altre cose."
Italo Calvino, "Se una notte d’inverno un viaggiatore"


Sei uno che per principio non s’aspetta più niente da niente. Ci sono tanti, più giovani di te o meno giovani, che vivono in attesa d’esperienze straordinarie; dai libri, dalle persone, dai viaggi, dagli avvenimenti, da quello che il domani tiene in serbo. Tu no. Tu sai che il meglio che ci si può aspettare è di evitare il peggio.
Italo Calvino, “Se una notte d’inverno un viaggiatore”


Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto.
Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

LETTRICE, ORA SEI LETTA. IL TUO CORPO VIENE SOTTOPOSTO A UNA LETTURA SISTEMATICA, ATTRAVERSO CANALI D’INFORMAZIONE TATTILI, VISIVI, DELL’OLFATTO, E NON SENZA INTERVENTI DELLE PAPILLE GUSTATIVE. ANCHE L’UDITO HA LA SUA PARTE, ATTENTO AI TUOI ANSITI E AI TUOI TRILLI. Non solo il corpo è in te oggetto di lettura: il corpo conta in quanto parte d’un insieme d’elementi complicati, non tutti visibili e non tutti presenti ma che si manifestano in avvenimenti visibili e immediati: L’ANNUVOLARSI DEI TUOI OCCHI, IL RIDERE, LE PAROLE CHE DICI, IL MODO DI RACCOGLIERE E SPARGERE I CAPELLI, IL TUO PRENDERE L’INIZIATIVA E IL TUO RITRARTI, e tutti i segni che stanno sul confine tra te e gli usi e i costumi e la memoria e la preistoria e la moda, TUTTI I CODICI, TUTTI I POVERI ALFABETI ATTRAVERSO I QUALI UN ESSERE UMANO CREDE IN CERTI MOMENTI DI STAR LEGGENDO UN ALTRO ESSERE UMANO.
Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore


Hai con te il libro che stavi leggendo al caffè e che sei impaziente di continuare, per poterlo poi passare a lei, per comunicare ancora con lei attraverso il canale scavato dalle parole altrui, che proprio in quanto pronunciate da una voce estranea, dalla voce di quel silenzioso nessuno fatto d’inchiostro e di spaziature tipografiche, possono diventare vostre, un linguaggio, un codice tra voi, un mezzo per scambiarvi segnali e riconoscervi.
Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore


Lotti coi sogni come con la vita senza senso né forma, cercando un disegno, un percorso che deve pur esserci, come quando si comincia a leggere un libro e non si sa ancora in quale direzione ti porterà. Quello che vorresti è l'aprirsi d'uno spazio e d'un tempo astratti e assoluti in cui muoverti seguendo una traiettoria esatta e tesa; ma quando ti sembra di riuscirci t'accorgi d'essere fermo, bloccato, costretto a ripetere tutto da capo.
Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore


A volte penso alla materia del libro da scrivere come qualcosa che già c'è: pensieri già pensati, dialoghi già pronunciati,storie già accadute, luoghi e ambienti visti; il libro non dovrebbe essere altro che l'equivalente del mondo non scritto tradotto in scrittura.
Altre volte invece mi pare di comprendere che tra il libro da scrivere e le cose che già esistono ci può essere solo una specie di complementarietà; il libro dovrebbe essere la controparte scritta del mondo non scritto; la sua materia dovrebbe essere ciò che non c'è ne potrà esserci se non quando sarà scritto, ma di cui ciò che c'è sente oscuramente il vuoto nella propria incompletezza.
Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore 


Italo Calvino, Marcovaldo. Il bosco sull'autostrada. Il freddo ha mille forme e mille modi di muoversi nel mondo: sul mare corre come una mandria di cavalli, sulle campagne si getta come uno sciame di locuste, nelle città come lama di coltello taglia le vie e infile le fessure delle case non riscaldate.

Italo Calvino, "Il giardino dei gatti ostinati", tratto da "Marcovaldo".
La città dei gatti e la città degli uomini stanno l'una dentro l'altra, ma non sono la medesima città. Pochi gatti ricordano il tempo in cui non c'era differenza: le strade e le piazze degli uomini erano anche strade e piazze dei gatti, e i prati, e i cortili, e i balconi, e le fontane: si viveva in uno spazio largo e vario. Ma già ormai da più generazioni i felini domestici sono prigionieri di una città inabitabile: le vie ininterrottamente sono corse dal traffico mortale delle macchine schiacciagatti; in ogni metro quadrato di terreno dove s'apriva un giardino o un'area sgombra o i ruderi d'una vecchia demolizione ora torreggiano condomini, caseggiati popolari, grattacieli nuovi fiammanti; ogni andito è stipato dalle auto in parcheggio; i cortili a uno a uno vengono ricoperti d'una soletta e trasformati in garages o in cinema o in depositi–merci o in officine. E dove s'estendeva un altopiano ondeggiante di tetti bassi, cimase, altane, serbatoi d'acqua, balconi, lucernari, tettoie di lamiera, ora s'innalza il sopraelevamento generale d'ogni vano sopraelevabile: spariscono i dislivelli intermedi tra l'infimo suolo stradale e l'eccelso ciclo dei super-attici; il gatto delle nuove nidiate cerca invano l'itinerario dei padri, l'appiglio per il soffice salto dalla balaustra al cornicione alla grondaia, per la scattante arrampicata sulle tegole.
Ma in questa città verticale, in questa città compressa dove tutti i vuoti tendono a riempirsi e ogni blocco di cemento a compenetrarsi con altri blocchi di cemento, si apre una specie di controcittà, di città negativa, che consiste di fette vuote tra muro e muro, di distanze minime prescritte dal regolamento edilizio tra due costruzioni, tra retro e retro di due costruzioni; è una città di intercapedini, pozzi di luce, canali d'aerazione, passaggi carrabili, piazzole interne, accessi agli scantinati, come una rete di canali secchi su un pianeta d'intonaco e catrame, ed è attraverso questa rete che rasente i muri corre ancora l'antico popolo dei gatti....




Il freddo ha mille forme e mille modi di muoversi nel mondo: sul mare corre come una mandria di cavalli, sulle campagne si getta come uno sciame di locuste, nelle città come lama di coltello taglia le vie e infile le fessure delle case non riscaldate.
Italo Calvino, Marcovaldo. Il bosco sull'autostrada.


Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: 
cartelli,semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l'attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece , una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggiva mai: non c'era tafano sul dorso d’un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e che non fosse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza.
Italo Calvino, Marcovaldo.


Ma i due non tubavano mica: litigavano.
E tra due innamorati un litigio non si può dire mai a che ora andrà a finire.
Lui diceva: - Ma tu non vuoi ammettere che dicendo quello che hai detto sapevi di farmi dispiacere anziché piacere come facevi finta di credere?
Marcovaldo capì che sarebbe andata per le lunghe.
- No, non l'ammetto, - rispose lei, e Marcovaldo se l'aspettava.
- Perché non l'ammetti?
- Non l'ammetterò mai.
[…]
- Allora ammetti?
- No, no, non lo ammetto affatto!
- Ma ammettendo che tu ammettessi?
- Ammettendo che ammettessi, non ammetterei quel che vuoi farmi ammettere tu!
[…]
Tornò a vedere se la ragazza aveva ammesso: macché, non ammetteva, anzi, non era più lei a non ammettere, ma lui. La situazione era tutta cambiata, ed era lei che diceva a lui: - Allora, ammetti? - e lui a dire di no. Così passò mezz'ora. Alla fine lui ammise, o lei, insomma Marcovaldo li vide alzarsi e andarsene tenendosi per mano.
Italo Calvino, Marcovaldo.



Intanto, gli altoparlanti diffondevano musichette allegre: i consumatori ne seguivano il ritmo e, al momento giusto, allungavano il braccio, prendevano un prodotto e lo posavano nel loro cestino.
Italo Calvino, Marcovaldo.

[...] È l’episodio in cui Marcovaldo si reca al supermercato con la su famiglia ma, in quanto poveri in canna, si limitano a osservare gli altri fare spesa. Ad un certo punto però, presi da questa frenesia consumistica del carrello pieno, si mettono a riempire il loro: il problema è che, quando il negozio sta per chiudere, non hanno tempo di rimettere le cose al loro posto ma nemmeno possono permettersi di pagare la merce. Alla fine, in trappola, spingono carrello e contenuto giú da una gru all’esterno dal centro commerciale.

[...] La vita di Marcovaldo, comunque, mi era già chiaro allora che non fosse facile: un lavoro ripetitivo non ben identificato, che mi ha sempre ricordato quello del papà di Charlie ne La fabbrica di cioccolato di Roald Dahl -altra lettura del mio periodo alle medie- che avvitava i tappi dei tubetti di dentifricio.

Ma il protagonista di Italo Calvino, oltre a fare un lavoro in ditta sicuramente poco realizzante, è anche povero: fa fatica a portare avanti la sua famiglia con moglie e due figli a carico. Inoltre, è incatenato nella città in cui vive (in cui molti hanno voluto rivedere Torino): Marcovaldo sogna il verde, i prati, il mare, la fuga. Tutto sarebbe meglio che vivere nel grigio della città.

Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto.

È anche un tipo non esattamente fortunato, su cui la sorte spesso si accanisce e, anche quando ottiene qualche vittoria, è fugace. [...]

Sicuramente, ai tempi, i maestri scelsero questo testo perché, alla base, ha una struttura fiabesca: sono piccole storie, a volte più simpatiche di altre, che raccontano le sventure di un poveruomo spesso bistrattato anche dalla sua stessa famiglia. [...]

Riletto e riguardato anni dopo, mi sono resa conto delle grandi metafore nascoste dietro a semplici racconti: l’uomo che cerca la natura, segregato nella città e nella fabbrica; una famiglia un po’ strana che non sembra rispettare pienamente il capofamiglia; l’uomo moderno alienato, alienazione che passa per il lavoro ripetitivo e la vita che si accanisce su di lui.

[...] Non c’era tafano sul dorso d’un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura
Laureata in Filosofia e laureanda in Scienze Filosofiche
http://www.artspecialday.com/9art/2017/09/19/italo-calvino-marcovaldo-ognuno/

Italo Calvino, Le Cosmicomiche. Fu una bastonata dura per me. Ma poi, che farci? Continuai la mia strada, in mezzo alle trasformazioni del mondo, anch’io trasformandomi

Una notte osservavo come al solito il cielo col mio telescopio. Notai che da una galassia lontana 100 milioni di anni-luce sporgeva un cartello. C’era scritto: Ti ho visto.
Italo Calvino, Le cosmicomiche

Fu una bastonata dura per me. Ma poi, che farci?
Continuai la mia strada, in mezzo alle trasformazioni del mondo, anch’io trasformandomi
Italo Calvino, da Le Cosmicomiche


“Entrai in una fase in cui soltanto gli spiragli di vuoto, le assenze, i silenzi, le lacune, i nessi mancanti, le smagliature nel tessuto del tempo mi parevano racchiudere un senso e un valore. Spiavo attraverso quelle brecce il grande regno del non essere, vi riconoscevo la mia vera patria, che rimpiangevo d’aver tradito in un temporaneo obnubilamento della coscienza; […] sognavo l’annullamento d’ogni dimensione, d’ogni durata, d’ogni sostanza, d’ogni forma.”
Italo Calvino, Le Cosmicomiche


"Cadere nel vuoto come cadevo io, nessuno di voi sa cosa vuol dire.
Per voi cadere è sbattersi giù magari dal ventesimo piano d'un grattacielo, o da un aeroplano che si guasta in volo: precipitare a testa sotto, annaspare un po’ nell'aria, ed ecco che la terra è subito lì, e ci si piglia una gran botta. Io vi parlo invece di quando non c'era sotto nessuna terra né nient'altro di solido, neppure un corpo celeste in lontananza capace d'attirarti nella sua orbita. Si cadeva così, indefinitamente, per un tempo indefinito. Andavo giù nel vuoto fino all'estremo limite in fondo al quale è pensabile che si possa andar giù, e una volta lì vedevo che quell'estremo limite doveva essere molto ma molto più sotto, lontanissimo, e continuavo a cadere per raggiungerlo.”
Italo Calvino, Le Cosmicomiche, 1965


«Si capisce che si stava tutti lì», fece il vecchio Qfwfq, «e dove, altrimenti?
Che ci potesse essere lo spazio, nessuno ancora lo sapeva.
E il tempo, idem: cosa volete che ce ne facessimo, del tempo, stando lì pigiati come acciughe?»
Ho detto “pigiati come acciughe” tanto per usare una immagine letteraria: in realtà non c’era spazio nemmeno per pigiarci. Ogni punto d’ognuno di noi coincideva con ogni punto di ognuno degli altri in un punto unico che era quello in cui stavamo tutti.
Italo Calvino, Le cosmicomiche


Esplodere o implodere - disse Qfwfq - questo è il problema: se sia più nobile intento espandere nello spazio la propria energia senza freno, o stritolarla in una densa concentrazione interiore e conservarla ingoiandola. Sottrarsi, scomparire, nient’altro; trattenere dentro di sè ogni bagliore, ogni raggio, ogni sfogo, e soffocando nel profondo dell’anima i conflitti che l’agitano scompostamente, dar loro pace, occultarsi, cancellarsi: forse risvegliarsi altrove, diverso. 
Diverso… Come diverso?
Il problema: esplodere o implodere tornerebbe a ripresentarsi? Assorbito dal vortice di questa galassia, riaffacciarsi su altri tempi e altri cieli? Qui sprofondare nel freddo silenzio, là esprimersi in urli fiammeggianti d’un altro linguaggio? Qui assorbire il male e il bene come una spugna nell’ombra, là sgorgare come uno zampillo abbagliante, spargersi, spendersi, perdersi? A che pro allora il ciclo tornerebbe a ripetersi? Non so nulla, non voglio sapere, non voglio pensarci: ora, qui, la mia scelta è fatta: io implodo, come se il precipitare centripeto mi salvasse per sempre da dubbi e da errori, dal tempo dei mutamenti effimeri, dalla scivolosa discesa del prima e del poi, per farmi accedere a un tempo stabile, fermo, levigato e raggiungere la sola condizione definitiva, compatta, omogenea.
Esplodete, se così vi garba, irradiatevi in frecce infinite, prodigatevi, scialacquate, buttatevi via: io implodo, crollo dentro l’abisso di me stesso, verso il mio centro sepolto, infinitamente.
Italo Calvino, Le cosmicomiche




Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati. Storia di Astolfo sulla Luna. È in cielo che tu devi salire, Astolfo, su nei campi pallidi della luna, dove uno sterminato deposito conserva dentro ampolle messe in fila, le storie che gli uomini non vivono, i pensieri che bussano una volta alla soglia della coscienza e svaniscono per sempre, le particelle del possibile scartate nel gioco delle combinazioni, le soluzioni a cui si potrebbe arrivare e non si arriva.

In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti. Passai per un ponte levatoio sconnesso...
 Italo Calvino, Incipit, Il castello dei destini incrociati"


È in cielo che tu devi salire, Astolfo, su nei campi pallidi della luna, dove uno sterminato deposito conserva dentro ampolle messe in fila, le storie che gli uomini non vivono, i pensieri che bussano una volta alla soglia della coscienza e svaniscono per sempre, le particelle del possibile scartate nel gioco delle combinazioni, le soluzioni a cui si potrebbe arrivare e non si arriva.
 Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati. “Storia di Astolfo sulla Luna”.


Sono stanco che il Sole resti in cielo, non vedo l’ora che si sfasci la sintassi del Mondo,
che si mescolino le carte del gioco, i fogli dell’in-folio, i frantumi di specchio del disastro.
Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati


- Hai paura che le nostre anime caschino nelle mani del Diavolo?
- avrebbero chiesto quelli della Città.
- No: che non abbiate anima da dargli.
Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati


Le generazioni si guardano torve, si parlano solo per non capirsi,
per darsi a vicenda la colpa di crescere infelici e di morire delusi.
Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati


Lasciatemi così. Ho fatto tutto il giro e ho capito. Il mondo si legge all’incontrario. Tutto è chiaro.
Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati


Ma ci sono fonti, – qualcuno tra noi certo pensò,
– che, appena se ne beve, accrescono la sete, anziché placarla.
Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati, 1973 - “Storia dell'ingrato punito”


C'è un modo colpevole di abitare la città: accettare le condizioni della bestia feroce dandogli in pasto i nostri figli. C'è un modo colpevole di abitare la solitudine: credersi tranquillo perché la bestia feroce è resa inoffensiva da una spina nella zampa. L'eroe della storia è colui che nella città punta la lancia nella gola del drago, e nella solitudine tiene con sé il leone nel pieno delle sue forze, accettandolo come custode e genio domestico, ma senza nascondersi la sua natura di belva.
 Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati.


… perché ogni scelta ha un suo rovescio cioè una rinuncia,
e così non c’è differenza tra l’atto di scegliere e l’atto di rinunciare.
Italo Calvino, La taverna dei destini incrociati - Storia dell'indeciso.


… Ma la cosa può essere vista in due modi: che questo brulicare demoniaco all'interno delle persone singole e plurali, nelle cose fatte o credute di fare, e nelle parole dette o credute di dire, sia un modo di fare e di dire che non sta bene, e convenga ricacciare tutto giù, oppure sia invece ciò che più conta e visto che c'è sia consigliabile farlo venir fuori; due modi di vedere la cosa poi a loro volta variamente mescolati, perché potrebb'essere che il negativo per esempio sia negativo ma necessario perché senza di quello il positivo non è positivo, oppure che non sia negativo affatto mentre il solo negativo caso mai è quello che si crede positivo.
Italo Calvino, La taverna dei destini incrociati - Anch'io cerco di dire la mia


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