martedì 27 settembre 2016

Esiodo. La giusta scelta è in tutte le cose, il fattore più importante.

Esiodo (in greco antico Ἡσίοδος / Hesiodos, in latino Hesiodus; VIII secolo a.C. – VII secolo a.C.) è stato un poeta greco antico, le cui opere sono fatte risalire al periodo tra la fine dell'VIII secolo e l'inizio del VII secolo a.C.

Ebbene oggi, miei stimati concittadini, io vi chiedo di avere il coraggio di aiutare i nostri giovani a prendere scudo e lancia per difendere la propria città.
Esiodo

SPESSO UN'INTERA CITTÀ PAGA LE COLPE DI UN SOLO MALVAGIO.
Esiodo


IL POCO E' POCO, ma se aggiungi il poco al poco e lo fai di frequente,
presto il poco diventerà molto.
Esiodo


“FACILE E AGEVOLE È SCEGLIERE IL MALE, una via piana a noi molto vicina; ma GLI DEI HANNO POSTO IL SUDORE DAVANTI ALLA VIRTÙ; LUNGA E DIFFICILE È INFATTI LA STRADA e, AL PRINCIPIO, ASPRA, ma QUANDO SI GIUNGE ALLA VETTA DIVENTA AGEVOLE CIÒ CHE PRIMA ERA DIFFICILE”.
Esiodo


La giusta scelta è in tutte le cose, il fattore più importante.
Esiodo.



Esiodo, Teogonia
Aristotele stesso (Met., 1, 4; 984 b, 29) dice che Esiodo fu probabilmente il primo a cercare un principio delle cose quando disse: «primissimo fu il caos, poi fu la terra dall'ampio seno... e l'amore che eccelle fra gli dèi immortali» (Teog., 116 sgg.).



La creazione della Terra
All'inizio fu il Caos, e subito dopo la Terra dal largo petto, sede sicura di tutti gli immortali che possiedono la cima nevosa dell'Olimpo e il Tartaro oscuro, e poi Amore, il più bello degli immortali, colui che scioglie le membra e doma la mente e il saggio volere di tutti, dèi e uomini. Dal Caos nacquero l'Erebo e la Notte nera, e dalla Notte nacquero l'Etere e il Gorno, che essa concepì unendosi con l'Erebo. La Terra generò Urano, il cielo stellato che tutta l'avvolge; generò gli alti monti e il Ponto, il mare infecondo e furioso, e poi generò Oceano e... l'amabile Teti. Nacque infine il più giovane di tutti, Crono, il figlio più terribile, che odiava il suo splendido padre.
Esiodo


Esiodo. Pandora. Fino ad allora viveva sulla terra lontana dai mali, la stirpe mortale,.
Il padre degli uomini e degli dei comandò all’inclito Efesto che subito impastasse terra con acqua e vi infondesse voce umana e vigore, e che il tutto fosse d’aspetto simile alle dee immortali, e di bella, virginea, amabile presenza; e quindi che Atena le insegnasse le arti: il saper tessere trame ben ordite. Comandò all’aurea Afrodite di spargerle sopra il capo grazia, tormentosi desideri e le pene che struggono le membra; e a Ermes, messaggero Argifonte, di dargli un’anima di cagna e indole ingannatrice. Così parlo, e quelli obbedirono ai voleri del Cronide Zeus. (…) Questa donna fu chiamata Pandora, perché tutti gli abitanti dell’Olimpo le fecero dei doni, rovina per gli uomini operosi. (…) Fino ad allora, infatti, viveva sulla terra lontana dai mali, la stirpe mortale, senza la sfibrante fatica e senza il morbo crudele che trae gli umani alla morte: ché rapidamente invecchiano gli uomini nel dolore. Ma la donna, levando di sua mano il grande coperchio dell’orcio, disperse i mali, preparando agli uomini affanni luttuosi. Soltanto la Speranza rimase là dentro, nell’intatta dimora sotto i labbri dell’orcio: non volò fuori, perché prima Pandora rimise il coperchio sull’orcio, secondo il volere dell’egoico Zeus, adunatore di nembi. Ma gli altri, i mali infiniti errano in mezzo agli umani: piena, infatti, di mali è la terra, pieno ne è il mare, e le malattie, a loro piacere, si aggirano in silenzio di notte e di giorno fra gli uomini, portando dolore ai mortali; e questo perché l’accorto Zeus tolse loro la voce. Non si può evitare l’intendimento di Zeus. 
Esiodo. Le opere e i giorni 


Omero ed Esiodo hanno ascritto agli dei tutto ciò che costituisce fra i mortali una vergogna ed una disgrazia; ruberie, adulteri, reciproci inganni... I mortali ritengono che gli dei siano stati generati come loro, abbiano vestiti come i loro e voce e forma... sì, e se i buoi ed i cavalli e i leoni avessero le mani e dipingessero ed eseguissero opere d’arte come gli uomini, i cavalli dipingerebbero gli deì come cavalli ed i buoi come buoi, rappresenterebbero i loro corpi secondo i loro vari aspetti... Gli Etiopi fanno i loro dei neri e con il naso schiacciato; i Traci dicono che i loro hanno occhi azzurri e capelli rossi». Senofane crede in un Dio, diverso dagli uomini come forma e pensiero, che «senza sforzo dirige tutte le cose con la sola intelligenza. 
Senofane e gli Dei. 

Tratto da: Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, Vol. I, Pag. 122 - 123





Φilo-soφia - IN PRINCIPIO ERA IL SUONO.
1. L’idea che il cosmo sia nato da un suono originario appartiene al patrimonio concettuale più antico dell’umanità. In molti racconti sulle origini il suono precede l’uomo; in tutti gli esseri, animati e no, rimane qualcosa del suono originale: la voce dei mari, alberi, fiumi, valli e animali e infine la voce degli uomini, e del poeta, che ripaga con il canto lo sforzo cosmogonico.

Il canto delle Muse in ESIODO, THEOGONIA, 28-29 (dal Proemio):
Cominci il canto mio dalle Muse Elicònie che sopra /
l'eccelse d'Elicóna santissime vette han soggiorno /
e con i molli pie' d'intorno alla cerula fonte /
danzano intorno all'ara del figlio possente di Crono. /
(...) Di qui balzando poi nascoste entro veli di nebbie /
muovon di notte attorno spargendo la morbida voce /
per esaltar nell'inno l'Egíoco Giove e Giunone /
la venerabile Dea (...) e tutta la stirpe dei Numi immortali.
μουσάων Ἑλικωνιάδων ἀρχώμεθ᾽ ἀείδειν,
αἵθ᾽ Ἑλικῶνος ἔχουσιν ὄρος μέγα τε ζάθεόν τε
καί τε περὶ κρήνην ἰοειδέα πόσσ᾽ ἁπαλοῖσιν
ὀρχεῦνται καὶ βωμὸν ἐρισθενέος Κρονίωνος.
(...) ἔνθεν ἀπορνύμεναι, κεκαλυμμέναι ἠέρι πολλῇ,
ἐννύχιαι στεῖχον περικαλλέα ὄσσαν ἱεῖσαι,
ὑμνεῦσαι Δία τ᾽ αἰγίοχον καὶ πότνιαν Ἥρην
Ἀργεΐην (...) ἄλλων τ᾽ ἀθανάτων ἱερὸν γένος αἰὲν ἐόντων.


2. La parola cantata è inseparabile dalla memoria:
"Nella tradizione esiodea le Muse sono figlie di Mnemosyne;
a Chio portano il nome di "rimembranze" (μνεíαι), loro che inducono il poeta a "ricordarsi".

Qual è il significato della memoria?
Quali sono i suoi rapporti con la parola cantata?
In primo luogo, lo statuto religioso della memoria,
il suo culto negli ambienti di aedi,
la sua importanza nel pensiero poetico
non possono comprendersi se si dimentica che dal XII al IX secolo la civiltà greca fu fondata non sulla scrittura, ma sulle tradizioni orali (...).

Ma la memoria divinizzata dei Greci non corrisponde affatto agli stessi fini della nostra; essa non tende a ricostruire il passato secondo una prospettiva temporale.

Fin dall'inizio la memoria sacralizzata è privilegio di alcuni gruppi di uomini organizzati in confraternite; come tale si differenzia radicalmente dal potere di ricordarsi degli altri individui. In questi ambienti di poeti ispirati la memoria è un'onniscienza di carattere divinatorio: si definisce attraverso la formula:
"ciò che è, ciò che sarà, ciò che fu".

Con la sua memoria il poeta accede direttamente,
in una visione personale, agli avvenimenti che evoca;
ha il privilegio di entrare in contatto con l'altro mondo.
La sua memoria gli permette di "decifrare l'invisibile".
Dunque non è solo il supporto materiale della parola cantata,
la funzione psicologica che sostiene la tecnica formulare,
è anche e soprattutto la potenza religiosa
che conferisce al verbo poetico il suo statuto di parola magico-religiosa.

M. Detienne, I maestri di verità nella Grecia arcaica, Laterza, Bari 1983
Firenze, Palazzo Pitti, Danza di Apollo con le Muse






Hēsíodos
LE OPERE E I GIORNI - Le Érga kaì Hēmérai

Teodicea
Nel corso della sua descrizione del monte Helikṓn, l'infaticabile periegeta Pausanías riferisce che i Beoti attribuivano a Hēsíodos un'unica opera, le Érga kaì Hēmérai, dimostrando di preferire il canto della sapienza umana all'opera filosofica e teologica delle origini della mondo, estranea ai loro interessi pratici. Pausanías testimonia anche di aver veduto il poema esiodeo inciso su una lastra di piombo, resa ormai illeggibile dal tempo, deposta presso la sacra sorgente dell'Hippokrḗnē. (Periḗgēsis [IX: 31, ])

Gli Érga kaì Hēmérai, di solito tradotti come «Le opere e i giorni» (érgon vuol dire «opera, lavoro, fatica, impresa»), costituiscono un poema didascalico pervenutoci in 828 esametri. Fu composto da Hēsíodos alla fine dell'VIII secolo, o forse agli inizi del VII; Aristide Colonna ne colloca la composizione tra il 710 e il 700 a.C., quando il poeta era ormai tornato nella natia Boiōtía, dopo aver trionfato all'agṓn poetico organizzato per le gare funebri di Amphidámas, nell'isola di Eúboia (Colonna 1977). Letto, ammirato, citato in ogni epoca, il poema illustra la necessità del lavoro dell'uomo e fornisce precetti pratici per gli agricoltori, ordinati cronologicamente secondo le stagioni. L'opera riporta alcuni miti e apologhi, e anche degli importanti dettagli autobiografici.

Negli Érga kaì Hēmérai l'elemento autobiografico diviene occasione per investigare la condizione umana, proporre una meditata, profonda etica del lavoro, e innalzare infine una personalissima teodicea, dove Zeús viene invocato quale garante del trionfo della Díkē, la giustizia, nel mondo.

STRUTTURA DELL'OPERA
Meno denso e convulso della Theogonía, meno complesso dal punto di vista formale, le Érga kaì Hēmérai appaiono essere un'opera più compatta e personale, forse più semplice nell'individuazione di una struttura interna:

[-] Proemio, costituito da un'invocazione alle Moûsai. I Beoti – i quali attribuivano a Hēsíodos soltanto le Érga kaì Hēmérai –– consideravano apocrifi questi primi dieci versi, forse perché le Moûsai invocate erano quelle della Piería, non quelle dell'Helikṓn.

Introduzione autobiografica:
[-] Mito delle due Éris. Parabola della «contesa» buona, elemento indispensabile al progresso umano, opposta alla «contesa» distruttiva, responsabile delle lotte tra gli esseri umani.
[-] La cattiva Éris ha diviso Hēsíodos e suo fratello Pérsē sulla questione dell'eredità paterna; esortazione a definire la lite secondo la retta giustizia, proveniente da Zeús, e non secondo quella dei magistrati corrotti da Pérsē. Vantaggi morali delle sostanze ottenute con un onesto lavoro, in contrasto con la ricchezza trafugata disonestamente.

Origini mitiche della necessità del lavoro
[-]. Mito di Promētheús e Pandṓra. La condizione umana viene esplorata con un primo apologo: si narra, in sintesi, la vicenda dell'inganno ordito da Promētheús a Zeús nell'episodio del sacrificio di Mēkṓnē (più diffusamente esposto in Theogonía [-]), quindi si espone dettagliatamente il mito di Pandṓra (in una versione lievemente più ampia e diversa in alcuni dettagli rispetto a Theogonía [-]). Quest'ultimo racconto viene completato con l'episodio del píthos dischiuso da Pandṓra, da cui fuoriescono i mali che si spargono sulla terra.
[-]. Mito delle età dell'uomo. Resoconto dalle cinque stirpi umane ciclicamente create e annientate dagli dèi nel corso della storia mitica: la generazione dell'oro, dell'argento, del bronzo, la stirpe eroica e quella del ferro. Questa storia esiodea dell'umanità disegna la parabola dallo stato di perfezione iniziale fino alla nostra età, dominata dalla violenza e dalla sopraffazione, per concludersi con la fosca visione escatologica della fine del mondo.

La giustizia
[-]. Apologo dell'usignolo e dello sparviero: uno sparviero cattura un usignolo e, legittimato dalla sua forza, ne ignora i lamenti e dichiara che deciderà del suo destino.
[-]. Così i giudici divoratori di doni amministrano la giustizia secondo il loro interesse. Hēsíodos confronta un mondo retto dalla giustizia, benedetto dagli dèi, a uno dove regnano prepotenza e ingiustizia, destinato al castigo divino. I giudici vengono ammoniti a comportarsi rettamente e a improntare i loro giudizi ai principi di equità e di giustizia: gli emissari di Zeús osservano tutto quello che accade tra i mortali e la dea Díkē denuncia ogni sopruso. All'occhio di Zeús non sfugge quale sia la giustizia amministrata sulla terra.
[-]. Hēsíodos torna quindi a rivolgersi al fratello, lo «stoltissimo» Pérsē, ammonendolo a perseguire la difficile via del bene, rifuggendo la facile disonestà. Lo esorta all'etica del lavoro, gli indica la soddisfazione di un sudato ma onesto guadagno, e depreca ogni tipo di furto e violenza.

Ammaestramenti
[-]. Ha inizio la parte normativa del poema. Hēsíodos spiega quale sia il corretto modo per onorare gli dèi nel corso della giornata, e quindi come comportarsi con amici e vicini.
[-]. Una lunga sezione fornisce istruzioni sul modo di compiere i lavori agricoli. Si parla di come arare, seminare, mietere, nelle varie stagioni dell'anno; ma anche come tenere in ordine gli attrezzi, cacciare, vestirsi, costruire capanne.
[-]. Hēsíodos fornisce consigli ai naviganti. Ma prevale qui la diffidenza, per via delle difficoltà e dei pericoli legate ai viaggi per mare. L'autore ricorda a Pérsē i rovesci del padre, il quale sognava una vita agiata ma non ebbe alcun guadagno dai suoi commerci e dovette ritirarsi a vivere ad Áskrē.
[-]. Segue una serie di consigli sul modo di condurre la vita quotidiana. Si parla del matrimonio, del rapporto con la moglie e gli amici. Si incita alla moderazione, alla misura. Al modo più consono di bere, orinare e lavarsi.
[-]. L'ultima parte del poema definisce una sorta di calendario religioso; i giorni vengono divisi in fausti e infausti. Si danno consigli sul come comportarsi in ogni periodo e quali attività convenga intraprendere.
LA TEODICEA
Il passaggio dalla vasta esposizione mitologica presentata nella Theogonía e nel Gynaikôn katálogon, al discorso etico, quotidiano, personale, presente nelle Érga kaì Hēmérai, non è facile da giustificare. È comprensibile la perplessità degli esegeti, in questo brusco passaggio dalle architetture cosmogoniche al duro lavoro dei campi, sempre che vi sia necessità di giustificare le scelte di un poeta nel corso della propria vita. Eppure sono proprio le Érga kaì Hēmérai a fornire una chiave di lettura per le due altre opere di Hēsíodos, permettendoci di indovinare una coerenza nella parabola artistica del poeta di Áskrē.

Come l'explicit della Theogonía si agganciava idealmente al Gynaikôn katálogon, seguito ideale al disegno mitologico di Hēsíodos, possiamo trovare la raison d'être delle Érga kaì Hēmérai proprio nel Katálogon. Se la Theogonía trattava delle origini del mondo e degli dèi, il Katálogon si svolge quasi completamente durante l'epoca eroica (la quarta delle cinque età esiodee). Per quanto pervenuto mutilo, il lungo catalogo delle eroine amate dagli dèi risulta chiuso tra due episodi piuttosto significativi, i quali aprono e chiudono, rispettivamente, l'età dei semidei generati da tali connubi. All'inizio, troviamo un momento iniziale in cui dèi e uomini vivevano insieme, in concordia e letizia:

  Comuni in quel tempo erano infatti le mense, comuni le adunanze,
e per gli dèi immortali, e per gli uomini dal destino mortale.
Né invero la durata della vita era la stessa - come quella dei mortali di ora,
che nell'animo hanno sempre dinanzi la vecchiaia funesta - 
per quegli uomini e quelle donne, sia giovani che anziani;
 invece, fra loro, alcuni possedevano a lungo 
il fiore dell'amabile giovinezza, altri tratteneva subito la nera terra,
e per volere degli dèi erano simili agli immortali.
Gynaikôn katálogon [fr.1 > I, -]
Alla fine del Gynaikôn, trattando del matrimonio tra Helénē e Meneláos, Hēsíodos descrive il segreto progetto di Zeús di sterminare la stirpe eroica in quella che sarebbe stata la guerra di Troía.
  ...E infatti fu proprio in quel tempo 
che Zeús altitonante meditava un disegno portentoso, 
di mischiare sulla terra infinita tumulti e discordie; 
e così si affrettava ad annientare per buona parte la stirpe degli uomini mortali, 
con il pretesto di distruggere la schiatta dei semidèi...
[...]
[Zeús] scagliò dolori su dolori, ed annientò quella stirpe gloriosa.
[E ai mortali quindi versò mali infiniti, così che i piccoli]
alla mammella [non potessero suggere il latte], né alcuno degli uomini
avesse facile vita, né potesse salire sulle nere navi.
Gynaikôn katálogon [fr. 96b > V, -]
Questi due momenti – l'aprirsi e il chiudersi dell'età eroica – connettono la Theogonía, resoconto primordiale sugli esordi del dominio di Zeús, alle Érga kaì Hēmérai, incentrato sull'umanità presente, esposta alla vecchiaia, alla fame, alle malattie, e condannata alla violenza e all'ingiustizia. Il mito delle cinque età dell'uomo, nelle Érga, svela l'intero affresco, e Hēsíodos ci fa assistere al passaggio sulla terra di cinque stirpi umane, perlopiù create e distrutte da Zeús, che spostano l'asse ontologico dalla perfezione originaria fino alla situazione di estrema debolezza etica e fisica in cui versa l'umanità attuale. Il trapasso dalla perfezione originaria all'odierna condizione umana era suggerita nella Theogonía con il mito del sacrificio di Mēkṓnē, della ribellione di Promētheús e della creazione di Pandṓra. Tale episodio è ora ripreso nelle Érga kaì Hēmérai, adattato agli scopi peculiari del poema; vi si aggiunge anche il motivo del píthos aperto da Pandṓra, che offre una ragione alla presenza nel mondo di mali e dolori incessanti.

La sobria invocazione iniziale alle Moûsai della Piería, ora risolta in soli dieci versi (a dispetto del lunghissimo inno che apre la Theogonía), è una preghiera levata a Zeús, presentato come occulto giudice delle azioni umane, sempre pronto a esaltare gli umili e abbattere i superbi. È Zeús il centro del canto di Hēsíodos, il cui oggetto è la sapienza umana nei suoi moltissimi aspetti pratici.  Zeús viene ad essere l'oggetto dell'intera opera esiodea. Quello stesso Zeús che nella Theogonía debellava i Titânes per imporre un kósmos basato sulla ragione e sulla giustizia, e che nel Gynaikôn katálogon annientava la stirpe eroica e seminava la terra di mali affinché gli uomini non avessero vita facile, è lo stesso Zeús che Hēsíodos canta ora, nelle Érga kaì Hēmérai, come garante della giustizia nel mondo.
...hón te dià brotoì ándres homôs áphatoí te phatoí te,
rhētoí t' árrētoí te Diòs megáloio hékēti.
rhéa mèn gàr briáei, rhéa dè briáonta chaléptei,
rheîa d' arízēlon minýthei kaì ádēlon aéxei,
rheîa dé t' ithýnei skoliòn kaì agḗnora kárphei
Zeùs hypsibremétēs, hòs hypértata dṓmata naíei.

...per opera sua gli uomini sono illustri e oscuri,
noti e ignoti, per volere del grande Zeús.
Facilmente, infatti, egli dona la forza, abbatte chi è forte, 
facilmente umilia chi è grande ed esalta l'umile,
facilmente raddrizza chi è iniquo ed abbatte il superbo,
Zeús che tuona profondo ed abita le eccelse dimore.
Érga kaì Hēmérai [-]

Il potere assoluto di Zeús, già al centro delle precedenti opere di Hēsíodos, viene ora illustrato esplicitamente. Ma l'onnipotenza di Zeús diviene adesso una sorta di teodicea, la garanzia del dominio della giustizia sulla terra, e il volere di Díkē si applica attraverso il rispetto della consuetudini sociali degli esseri umani.

L'invocazione a Zeús ha però, questa volta, un sapore più intimo: «tu emetti le sentenze con giustizia e io esporrò il vero a Pérsē» [díkēi d' íthyne thémistas týnē: egṑ dé ke Pérsēi etḗtyma mythēsaímēn] (Érga kaì Hēmérai [-]). È il messaggio che il poeta vuole lanciare al fratello che lo ha tradito, corrompendo i magistrati, e svelargli le cose che sgorgano sinceramente dal suo cuore, e pertanto schiette e veraci. L'inserimento del dettaglio autobiografico fa sì che l'opera acquisti, accanto al valore religioso ed etico, anche un carattere parenetico. L'opera passa infatti, in maniera continuativa, dall'esposizione generale a quella particolare: le ingiustizie subite da Hēsíodos per colpa di Pérsē divengono paradigmatiche della condizione umana, ma anche una profonda occasione di riflessione morale.

Punto di partenza è la constatazione del profondo stato di ingiustizia in cui si dibattono gli uomini, presentato da Hēsíodos con una storia di animali, di fatto la prima favola dell'intera letteratura occidentale: uno sparviero cattura un usignolo e, legittimato dalla sua forza, dichiara che può farne quello che vuole. È a fronte di questa visione pessimistica di una società dominata dal male e dalla sopraffazione che Hēsíodos afferma il suo ideale: due quadri contrapposti, di dieci versi ciascuno, mostrano la città della giustizia, benedetta dagli dèi, e quella dell'ingiustizia. Ad essi segue la necessaria conclusione: l'ordine cosmico garantito da Zeús deve riflettersi, necessariamente, nel comportamento dei mortali. E questa giustizia risulta essere, per Hēsíodos, insita nei costumi della società tradizionale, che egli ben conosce, nell'etica del lavoro e dei corretti rapporti sociali.

Così, mentre il cantore omerico celebrava il mondo aristocratico ed eroico, Hēsíodos è il poeta degli umili. Il mondo di Hēsíodos non è più un mondo di guerrieri pronti a dimostrare l'eccellenza del loro valore sul campo di battaglia, ma un ambiente prevalentemente agricolo e rurale, abitato da piccoli proprietari terrieri (contadini e pastori), artigiani (fabbri, carpentieri, vasai) e piccoli commercianti, anche marittimi, e basato su una primitiva economia di produzione e scambio. Quello di Hēsíodos è un mondo arretrato, povero, conservatore (il motto hŷs Boiōtía «porca Beozia» scherniva la durezza d'ingegno della popolazione). Eppure egli si fa banditore di questo ambiente, dei suoi valori, della sua dignità, e la sua ispirazione trova forza nella religiosità, nell'esigenza morale della giustizia, nell'etica del lavoro.

https://bifrost.it/ELLENI/Fonti/Hesiodos_Ergakaihemerai.html

Se la natura è senza Dio. De admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis - I meravigliosi segreti della natura, regina e dea dei mortali

Se la natura è senza Dio.
C’è stato un tempo in cui ragionare sull’universo poteva costare la vita


De admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis 
I meravigliosi segreti della natura, regina e dea dei mortali
Giulio Cesare Vanini


Il caso di Giordano Bruno, arso vivo nel 1600 a Campo de’ Fiori, è il più famoso ma non l’unico. 

«Andiamo allegramente a morire da filosofi», pare che abbia detto il 9 febbraio 1619 un altro grande visionario, il salentino Giulio Cesare Vanini, mentre veniva condotto sul luogo del supplizio, in una piazza di Tolosa. Il boia prima gli strappò la lingua e poi accese la pira, ponendo fine alla breve esistenza (34 anni) del pensatore di Taurisano. La condanna a morte per «ateismo, bestemmia, empietà e altri eccessi» non era stata emessa dall’Inquisizione, ma da un tribunale civile, perché negare l’esistenza di Dio era un delitto di lesa maestà, un attentato al fondamento divino dell’autorità del monarca.

Tre anni prima, nel settembre del 1616, era comparsa una delle opere principali di Vanini, il De admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis (I meravigliosi segreti della natura, regina e dea dei mortali), stampata a Parigi da Adrien Périer e accolta con favore e interesse negli ambienti di corte e nei circoli dell’intellettualità transalpina. L’autore, in quel momento, si trovava in Francia dopo un lungo girovagare per l’Europa, molto simile a quello di Bruno. Frate dell’ordine dei carmelitani, formatosi negli studi giuridici e teologici a Napoli e a Padova, nel 1612 Vanini era entrato improvvisamente in rotta di collisione con le gerarchie ecclesiastiche e si era rifugiato in Inghilterra, dove aveva abbracciato la fede anglicana. Il soggiorno londinese e la conversione durarono meno di due anni: nel 1614 Vanini chiese di essere riammesso nella Chiesa cattolica e fuggì rocambolescamente in Francia. A Lione, nel 1615, pubblicò la sua prima grande opera, l’Amphitheatrum aeternae providentiae, seguita l’anno successivo dal De admirandis. Con la fama giunsero però anche le indagini delle autorità, insospettite dal successo che le opere dell’ex frate riscuotevano nei cenacoli libertini. La situazione precipitò nell’agosto 1618, quando Vanini venne improvvisamente arrestato e sottoposto a un estenuante processo, durato sei mesi. Una prova falsa, prodotta da un gesuita, condusse infine alla pena capitale.

Il De admirandis è concepito come una lunga discussione filosofica, in sessanta dialoghi, che si svolge nell’arco di una giornata estiva tra Giulio Cesare e un giovane interlocutore, Alessandro, il quale pone di volta in volta le questioni. Ciò che colpisce nell’opera non è tanto la presenza di idee scientifiche di sapore moderno (anche se, per esempio, il trasformismo biologico che vi viene affermato rappresenta una notevole intuizione), quanto piuttosto lo sguardo integralmente razionale e naturalistico che Vanini getta sul mondo.

Dio viene continuamente evocato, ma solo per essere poi, di fatto, messo ai margini, con un abile gioco di simulazione e dissimulazione che poggia, oltre che sulla forma-dialogo, su una vasta gamma di espedienti retorici, come le frequenti citazioni di autori ortodossi, estrapolate dai contesti originari e usate come materiale grezzo per costruire nuovi discorsi filosofici, o i riferimenti alle tesi dei materialisti pagani, apparentemente confutate ma in effetti esposte con attenzione e simpatia.

È un gioco che sembra funzionare, tant’è vero che i due religiosi della Sorbona incaricati di leggere il manoscritto concedono senza indugio l’approvazione alla stampa, salvo rendersi conto, subito dopo la pubblicazione, dell’imprudenza commessa.

Come nota uno dei maggiori esperti del filosofo salentino, Francesco Paolo Raimondi (curatore, assieme a Mario Carparelli, dell’edizione in italiano dell’opera omnia), «per Vanini l’ordine naturale trova in se stesso la propria giustificazione con l’esclusione di ogni dimensione metafisica [...] In nessun luogo egli accenna a una presenza di Dio nel mondo e in tutte le sua analisi della realtà l’intervento divino viene escluso».

È significativo in proposito un passo del Dialogo IV: 
«La mole del cielo è posta in orbita dalla propria forma come accade per gli elementi», afferma Giulio Cesare. E all’obiezione di Alessandro – «Ma come possono muoversi i cieli secondo leggi certe e stabili, se non li assistono le divine menti motrici, partecipi della prima sapienza?» – risponde: «Che c’è di strano? Forse che nei vilissimi macchinari degli orologi, diligentemente predisposti da un Tedesco ubriaco, non vige una legge certa e stabile del movimento? [...] Anche il mare ad intervalli certi e definiti è mosso, secondo un ritmo di flussi e riflussi, dalla propria forma, cioè da quella che voi Peripatetici chiamate gravità. Anzi, poiché il cielo si muove sempre secondo il medesimo movimento, direi che è mosso dalla sua pura forma e non dal volere di un’Intelligenza».

Certis statisque legibusSecondo leggi certe e stabili»): è uno dei concetti fondamentali dell’opera, la formula che esprime il lato più innovativo del pensiero di Vanini. L’universo vaniniano, meccanico e materiale, si spiega in virtù dei propri princìpi interni, senza necessità alcuna di introdurre entità sovrannaturali o cause finali. Le leggi della natura non sono l’indizio dell’esistenza di un Essere intelligente, ma semmai il contrario, perché un mondo governato da un’Intelligenza sarebbe soggetto piuttosto all’arbitrio e alla contingenza che alla regolarità. Sebbene l’attrezzatura intellettuale di Vanini rimanga sostanzialmente quella aristotelica, la sua concezione del mondo rompe decisamente col passato – con i vecchi animismi, con la separazione tra cielo e terra, con l’antropocentrismo. «L’universo – scrive ancora Raimondi – si slarga in una dimensione infinita, perde ogni connotazione teleologica, si spopola dell’ingombrante schiera di essenze demoniache e angeliche d’ogni sorta e si riafferma nella totale autonomia da ogni principio esterno e trascendente».

Come un’improvvisa esposizione alla luce, la secretior philosophia di Vanini «provoca un dolore in chi è rimasto a lungo al buio» (sono sue parole). «Che danno subiscono quelli che non ti ascoltano!», osserva Alessandro. «Al contrario – replica Giulio Cesare – lo subiscono quelli che mi ascoltano!». 

L’Inquisizione se ne accorgerà in ritardo: il decreto con cui il De admirandis viene dichiarato “sospetto” e se ne vieta la circolazione donec corrigatur – finché non corretto dall’autore – arriva solo nel luglio del 1620, quando il filosofo di Taurisano (all’insaputa del cardinale Bellarmino e dei suoi colleghi) è già in cenere. 

«Fu più facile bruciare Vanini che riuscire a confutarlo», 
scriverà lapidariamente Arthur Schopenhauer.

di Vincenzo Barone  23 settembre 2016

vincenzo.barone@uniupo.it

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lunedì 26 settembre 2016

La storia del latte versato.. Invece di scrivere i Racconti dell'orrore ......proviamo a scrivere i Racconti dell'errore... In un paese lontano visse un uomo che non sbagliava mai, perché non riconoscendo i propri errori continuava costantemente a ripeterli senza accorgersene...e così la sua vita procedeva senza nessun cambiamento...sempre uguale a se stessa....








"Invece di scrivere i Racconti dell'orrore ......proviamo a scrivere i Racconti dell'errore...

In un paese lontano visse un uomo che non sbagliava mai, perché non riconoscendo i propri errori continuava costantemente a ripeterli senza accorgersene...e così la sua vita procedeva senza nessun cambiamento...sempre uguale a se stessa....Arrivò un giovane straniero e chiese in giro se ci fosse lavoro..e fu consigliato dai paesani di andare a casa dell'Uomo che non sbagliava mai...lui cercava gente per poter finire di coltivare i suoi campi, mungere le mucche e portare le pecore al pascolo...Appena arrivato al giovane fu detto chiaramente che doveva fare tutto secondo quello che diceva il padrone senza sbagliare mai...Altrimenti sarebbe stato cacciato immediatamente, dopo aver ricevuto 100 frustate...Il giovane acconsenti erano giorni che non mangiava e lo stomaco quando brontola ti fa prendere decisioni veloci.....Passarono dei giorni e tutto andò liscio come l'olio, il padrone era soddisfatto e il ragazzo riceveva due monete d'argento a settimana, tre pasti caldi al giorno ed aveva finalmente un tetto dove dormire....Era soddisfatto ma non felice perché non gli era permesso di sbagliare...ed aveva il terrore che prima o poi tutto questo sarebbe accaduto...e tutto quello che aveva guadagnato fino ad allora lo avrebbe perso....Un giorno mentre stava mungendo le vacche, ed aveva il secchio bello pieno di latte appena munto ...scivolò dallo sgabello della mungitura a gambe all'aria...cerco di fermare,senza riuscirci la rovinosa caduta, ma tutto fu inutile...il secchio gli schizzo' dalle mani ,e si rovescio ' facendo cadere tutto il contenuto sulla paglia.....quel latte non si sarebbe più potuto recuperare....La mente del giovane fu attraversata da mille pensieri ..."come avrebbe potuto mai dire al suo padrone di aver sbagliato?" Pensava con angoscia a come avrebbe reagito....alla sua rabbia...e alle cento frustate che lo attendevano, ma ... alla cosa ancora peggiore di tutte: il fatto di dover lasciare la fattoria con tutto il bene di Dio che aveva trovato! 
Passò in quel momento un vecchio che vide il giovane piangere con grossi singhiozzi...e gli chiese cosa fossa successo...allora il ragazzo gli raccontò tutta la storia dell'uomo senza errori e quali sarebbero state le conseguenze per lui per il latte versato a terra a causa della caduta accidentale...E i vecchietto saggio rispose al ragazzo 
" Non devi aver mai piangere sul latte versato .... il giorno dopo la vacca ne produrrà dell'altro e tu la potrai mungere lo stesso riempiendo di latte profumato e caldo il secchio"....Ma il giovane non si rassegnava a all'idea di ciò che avrebbe messo in atto il suo padrone appena fosse stato messo a conoscenza di ciò che gli era accaduto....ed aveva paura, paura non tanto per l'errore commesso in modo del tutto involontario, ma delle conseguenze che questo avrebbe portato e del modo in cui sarebbe stato punito!!!!!..e venne quel momento perché di lì a poco il padrone entrò nella stalla, e i ragazzo senti che le ginocchia gli si piegavano per la paura e del terrore di dover giustificare ciò che era successo!!!! Cosi le sue mani callose per il tanto lavoro e lìvide per l'angoscia si torturavano, stringendo le dita tanto forte da farle scrocchiare!!!!! Il padrone si avvicinò alla mucca e..... vide per terra tutto il latte versato .... Divenne paonazzo in viso, i suoi occhi prima pacifici si trasformarono in due fessure cattive e minacciose come quelle di una serpe, il suo cuore cominciò per la rabbia ad andare a mille sbattendo tanto forte nel petto che sembrava un treno in corsa, il suo petto si ingrosso' come una grancassa per tirare fuori tutta la rabbia che aveva accumulato per colpa di quel servo sciocco che aveva gettato un bel secchio pieno di latte a terra........E mentre un urlo fuoribordo ed agghiacciante gli usciva dalle labbra e le sue braccia si protendevano verso il giovane per acchiapparlo e dargli le cento frustate promesse.....entrò nella stalla una gattina, che al richiamo del profumo del latte si era avvicinata a tutto quel ben di Dio per leccarsene un po' e saziare la sua fame....Ma come l'uomo che non sbagliava mai la vide la sua rabbia centuplico' .....e invece di pensare che così in fondo il latte non sarebbe andato perso...il suo unico pensiero fu " ora questa gatta mi ruba pure il latte versato...maledetta!!! E tanto fece di pensieri negativi e cattivi nella sua mente che in un attimo il suo cuore non resse più allo strazio di vedere tanto spreco e .....cadde a terra come un sacco di patate producendo un tonfo indicibile....perché era pure un omone grosso e corpulento con due braccia che sembravano due tronchi d'albero....Il povero giovane si senti svenire.....mille pensieri si accavallano o sulla sua mente!!! Il padrone era morto lì nella stalla con lui...e tutti lo avrebbero incolpato della sua morte!!!......Intanto la gattina era schizzata fuori ed aveva chiamato a raccolta tutti gli altri gatti affamati e macilenti che vivevano nella campagna.....con tutto quel latte versato c'era da fare un pasto sopraffino per tutti.!!..e avrebbero finalmente soddisfatto la loro fame inappagata da giorni e giorni...I gatti si precipitarono tutti nella stalla : ce n' erano di grandi e piccini, di rossi e di neri, di magrolini e scheletrici, di selvatici e forastici e di domestici e coccoloni, di tigrati e grigi, di striati e tartarugati, di belli e di brutti...insomma sembrava che tutti ma proprio tutti i gatti del mondo si fossero radunati in quel posto per leccare quel buon latte appena munto....Sicché nel giro di pochi minuti la stalla fu completamente pulita e ritornò come prima....nessuno avrebbe potuto supporre ma nemmeno immaginare la storia del latte versato...Il giovane guardava e rifletteva quella bella scena...in fondo è vero che aveva versato il latte a terra, pensava, ma era pur vero che tanti gatti che da giorni non mangiavano da quella situazione se ne erano avvantaggiati e avevano riempito le loro pance vuote!!!! il suo errore si era trasformato in un gesto di solidarietà per qualcun altro!!! A questo pensiero il suo cuore si calmo', la paura scomparve e finalmente si avvicinò all'uomo che non faceva errori e che era a terra morto stecchito a causa della sua stessa rabbia !!!! Chiamò gli altri del paese e con il vecchietto saggio decisero di seppellirlo.....Ma nessuno piangeva della sua morte o se ne disperava, perché troppa gente aveva patito per tutte le volte che gli altri avevano sbagliato e li aveva cacciati via..lasciando uomini e donne a vivere negli stenti...solo per il suo ottuso modo di pensare!!! I paesani decisero che la fattoria sarebbe andata al giovane, perché l'uomo che non sbagliava mai non aveva eredi e poi li aveva liberati da un despota che aveva fatto del male a chi più aveva bisogno...II giovane non stava più nella pelle ...da povero era diventato ricco!!! E ogni giorno avrebbe potuto e per tutta la vita godere di tutto quel ben di Dio che nella fattoria si produceva....Ringrazio ' i compaesani ringraziò il vecchietto che saggiamente lo aveva fatto riflettere e soprattutto ringrazio' i gatti che avevano fatto in modo che il suo errore si fosse trasformato in un beneficio per loro...e gli promise che tutte le sere avrebbero trovato tante ciotole di latte appena munto per loro!!!!"

cit. Patrizia Rossi

Il suicidio come fenomeno sociale. Continuità culturale come fattore protettivo contro i suicidi. La classifica dei paesi del mondo. Girando sul web ho trovato un po’ di link a questo mio articolo preceduti da affermazioni del tipo: “Il freddo e la mancanza di luce provocano un boom di suicidi nei paesi del Nord”. Mi fa piacere che l’articolo venga condiviso, ma ci tengo a precisare per coloro che non hanno il tempo di leggerlo che non è vero che la Norvegia ha un boom di suicidi e che in generale non ci sono prove che i suicidi siano causati da freddo o mancanza di luce. La tesi che l’articolo porta avanti è che mutamenti sociali repentini sono probabilmente causa di incrementi nel tasso di suicidi osservati in numerosi stati.

Suicidi: la classifica dei paesi del mondo.
Preambolo – 13/01/2014: Girando sul web ho trovato un po’ di link a questo mio articolo preceduti da affermazioni del tipo: “Il freddo e la mancanza di luce provocano un boom di suicidi nei paesi del Nord”. Mi fa piacere che l’articolo venga condiviso, ma ci tengo a precisare per coloro che non hanno il tempo di leggerlo che non è vero che la Norvegia ha un boom di suicidi e che in generale non ci sono prove che i suicidi siano causati da freddo o mancanza di luce.
La tesi che l’articolo porta avanti è che mutamenti sociali repentini sono probabilmente causa di incrementi nel tasso di suicidi osservati in numerosi stati.

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Ho deciso di scaricarmi i dati sul tasso di suicidi nel mondo per rispondere ad un’osservazione che è quasi un’ossessione da quando mi sono trasferita in Norvegia: “Ah, quello sarà pure un paradiso, ma alla fine lì si ammazzano molto più che in Italia”. Quasi sempre seguita da: “Certo, poveracci, lì è sempre buio”. Ma sarà vero? Al di la’ della banale osservazione che non è sempre buio (anzi, adesso il buio è quasi scomparso), comunque mi interessava dare un’occhiata alla classifica delle nazioni per tasso di suicidi, provando a capire anche il perché in certi stati il tasso è molto più elevato che in altri ...

I dati.
I dati sul tasso nazionale di suicidi vengono raccolti dal WHO, che semplicemente riporta ciò che gli stati stessi gli comunicano. Dunque è possibile qualunque tipo di distorsione dovuta alla non accuratezza del dato riportato, specialmente in termini di sottostima (il suicidio potrebbe non essere dichiarato dalle famiglie allo stato, o non essere riportato dallo stato al WHO, per ragioni culturali, amministrative, religiose, politiche o di qualunque altra natura). In ogni caso, ci troviamo in uno di quei casi in cui non è possibile fare di meglio, dunque dobbiamo accontentarci.

L’Italia e la Norvegia.
E’ vero che il tasso di suicidi in Norvegia è superiore a quello italiano: 11,9 suicidi ogni 100.000 abitanti in Norvegia contro 6,3 in Italia (65esima nella graduatoria mondiale). Non è vero, però, che la Norvegia abbia un tasso così straordinariamente alto, e meno che meno che sia prima in Europa: nella graduatoria mondiale è 37esima, ed in Europa è superata da ben 20 nazioni, in ordine: Lituania (2 in classifica), Slovenia (8), Ungheria (9), Ucraina (12), Russia (13), Croazia (14), Lettonia (15), Moldova (16), Serbia (17), Belgio (18), Finlandia (19), Polonia (23), Estonia (25), Francia (26), Bosnia ed Herzegovina (28), Austria (30), Repubblica Ceca (31), Bulgaria (33), Romania (34) e Svezia (36).

Il podio.
Il primo premio per tasso di suicidi spetta alla Groenlandia, con un tasso incredibilmente alto: ben 108 persone su 100.000, valore che distacca parecchio il secondo posto, della Corea del Sud, con circa 31.7 persone su 100.000. In terza posizione la già citata Lituania, con un tasso di 31.6 abitanti su centomila.


Il freddo e la luce.
Diciamo una volta per tutte che le spiegazioni dovute alla mancanza di luce o al freddo sono un po' troppo semplicistiche per spiegare un fenomeno complesso come il tasso di suicidi. E' vero che le zone vicine al circolo polare artico sembrano toccate in maniera particolare da questo tipo di fenomeno, e i tassi elevati della Groenlandia e (soprattutto nel passato) dei paesi scandinavi, e il tasso altrettanto elevato della popolazione degli Inut, in terra canadese, soprattutto se comparato al tasso di suicidi generale del Canada, hanno suscitato un interessante serie di studi. Tuttavia le connessioni con il freddo sembrano insignificanti, dal momento che per tutti questi paesi i tassi di suicidio ad inizio del secolo erano prossimi a zero, e la temperatura è sempre stata molto rigida. Per quanto riguarda la luce, addirittura, è stato osservato in Groenlandia un incremento di suicidi durante l’estate, la cui giustificazione potrebbe essere l’insonnia causata dal sole notturno (quale causa prossima, mentre la causa remota andrebbe cercata altrove).

L’industrializzazione e i regimi. 
Una variabile che sembra invece ricorrente per molti popoli colpiti da un incremento nel tasso di suicidi è la presenza di un repentino cambiamento sociale che ha scardinato i meccanismi della cultura tradizionale. Osservando gli incrementi nella storia del tasso di suicidi, i primati nel tempo sono toccati a paesi che hanno subito bruschi cambi di regime politico (ad esempio la zona dell’ex-Urss), o a popoli con tradizioni secolari a cui l’industrializzazione ha imposto un radicale cambiamento di stile di vita (come le popolazioni oltre il circolo). In molte di queste zone all’incremento del tasso di suicidi si è aggiunto un alto tasso di consumo di alcool e di stati depressivi.

Il suicidio come fenomeno sociale.
L’anomia. Una teoria interessante sul fenomeno dei suicidi è stata elaborata dal sociologo Emile Durkheim, ed è riproposta nel libro Suicide in Asia, cause and prevention, in cui tra l’altro gli autori Park e Lester analizzano in profondità i dati relativi alla Corea del Sud. Secondo Durkheim i cambiamenti repentini nelle società possono comportare un declino della morale comune, che invece solitamente funge da collante sociale: l’individuo si ritrova in una condizione in cui le proprie norme e i propri valori non sono più rilevanti, ma un nuovo set di norme sociali non è ancora definito. Il legame tra presente, passato e futuro è difficile da individuare, le nuove condizioni sono difficili da controllare e si può sviluppare un forte senso di anomia (mancanza di norme comuni) e di isolamento sociale, soprattutto nella classe adulta e anziana; chi ne è colpito può commettere una grande varietà di azioni distruttive, tra cui il suicidio. Park e Lester presentano molti dati a conferma della validità della teoria della anomia: Yip e Tan (1998) mostrano come il tasso di suicidi in Hong Kong e Singapore nel boom economico degli anni 80 si sia quasi quintuplicato per la classe anziana. Clayer e Czechowicz (1991) mostrano come il tasso di suicidi presso gli Aborigeni sia passato da 10.1 su centomila a 105.3, ma che lo stesso fenomeno non si èverificato per chi ha mantenuto gli stili di vita tradizionali. Risultati analoghi sono mostrati da Chandler anche per i Nativi Americani (il suo ultimo studio ha l’esplicito titolo: “Continuità culturale come fattore protettivo contro i suicidi”).

Il sesso e l’età del suicidio.
In tutti gli stati osservati il tasso di suicidio maschile è estremamente più elevato di quello femminile; genericamente, i maschi si suicidano circa 5 volte di più delle femmine. Per quanto riguarda l’età, nella maggioranza delle nazioni il tasso di suicidi cresce al crescere dell’età, e colpisce soprattutto la classe adulta e anziana. Non è così, invece, in Groenlandia (così come in Finlandia circa 15 anni fa), dove l’emergenza è il suicidio giovanile e adolescenziale; si stima che circa un groenlandese su cinque abbia tentato il suicidio, e il problema si è trasformato recentemente in una vera e propria emergenza sociale, per altro a forte rischio emulazione. Per quanto riguarda i mezzi, stando agli studi nazionali, la Groenlandia spicca per impiccagioni e colpi d’arma da fuoco, mentre la Corea per avvelenamenti e impiccagioni.

Ancora Italia e Norvegia.
Riporta l’Istat che il tasso di suicidi in Italia è uno dei più bassi dei paesi Ocse, e si è persino ridotto negli ultimi 15 anni. La propensione al suicidio è circa tre volte maggiore nella popolazione di sesso maschile che femminile; è maggiore al Nord e minore al Sud, è maggiore per persone con titoli di studio più bassi e cresce al crescere della classe d’età. Per quanto riguarda la Norvegia, il tasso di suicidi ha raggiunto un picco nel 1988, ma da allora ha subito un progressivo decremento. Se qualche incontentabile vuole saperne di più, uno studio di Anders Barstad analizza la connessione tra fenomeni sociali e tasso di suicidi in Norvegia dal 1948 ad oggi. E con questo spero di aver sedato qualunque curiosità sui suicidi in Norvegia.

I dati sui suicidi.
Questo è uno dei casi in cui Wikipedia svolge una funzione d’oro. I dati sui suicidi nei paesi del mondo sono forniti dal WHO, sulla base dei più recenti dati forniti dalle nazioni, con ultimo aggiornamento nel 2011. Tuttavia la pagina inglese di Wikipedia sulla lista di paesi per tasso di suicidi riporta alcuni aggiornamenti con fonte documentata, spesso legata a statistiche ufficiali dei paesi stessi, la cui comunicazione al WHO non è ancora avvenuta. Nei casi dunque in cui le statistiche ufficiali fornivano risultati più aggiornati, ho approfittato del lavoro di documentazione svolto da Wikipedia per correggere le stime.
Fonte: datalamppost.altervista.org


Oms: “Nel mondo, un suicidio ogni 40 secondi. Tragedie evitabili”. 
Quaranta secondi. E’ questo il tempo che scorre tra un suicidio e l’altro, nel mondo.
A darne notizia è l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che nelle scorse ore ha diffuso un rapporto, relativo al 2012, basato su 172 Paesi. La media dei suicidi è terrificante, soprattutto a fronte delle possibilità di evitarli. “Ogni suicidio è una tragedia”, ha dichiarato il direttore generale dell’Oms, Margaret Chan, secondo cui “più di 800.000 persone muoiano per suicidio ogni anno e che per ogni morte in precedenza c’erano stati diversi tentativi.

Il paese con il più alto tasso di suicidi è, secondo l’Oms, la Guyana (44,2 ogni 100,000 abitanti), seguita dalla Corea del nord e del sud (38,5 e 28,9), e da Sri Lanka (28,8), Lituania (28,2), Suriname (27,8), Mozambico (27,4), Nepal e Tanzania (24,9), Burundi (23,1), India (21,1) e Sud Sudan (19,8). Seguono Russia e Uganda (19,5), Ungheria (19,1), Giappone (18,5) e Bielorussia (18,3). In Italia, invece, si uccidono sei personeogni 100.000 abitanti.

Contrariamente a questo si potrebbe credere, i Paesi con reddito più alto presentano una media di suicidi più alta: il 90% dei casi, inoltre, è causato dalla depressione. Più bassi i rischi nei paesi più poveri, che però, essendo più popolosi, rappresentano i tre quarti del totale.

Secondo il report, inoltre, i metodi maggiormente preferiti sono l’avvelenamento con pesticidi e l’impiccagione. Nelle aree urbane dell’Asia, però, è molto diffuso il lancio dai grattacieli. Ora, a fronte di tali dati, l’Oms si è posta l’obiettivo di ridurre i suicidi del 10% entro il 2020.

Pubblicato da Catherine 

sabato 24 settembre 2016

La realtà e la sua immagine.




La realtà e la sua immagine

“Questa non è una pipa”, scriveva René Magritte sotto l’immagine molto realistica di una pipa. E dal 1928 ci continuiamo a domandare: “Ma allora cos’è?”.
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Ed è lo stesso Magritte a suggerire la risposta: “La famosa pipa…? Sono stato rimproverato abbastanza in merito. Tuttavia la si può riempire? No, non è vero, è solo una rappresentazione: se avessi scritto sotto il mio quadro: ‘Questa è una pipa’, avrei mentito”.
A questo punto i miei alunni puntualmente annuiscono come a dire: “Vabbé, è logico…”. Difficile cogliere la potenza della verità rivelata dalla banale affermazione di Magritte. È la stessa potenza delle parole di quel bambino che svela al mondo che l’imperatore è nudo.
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Il fatto dirompente è che, dopo migliaia di anni in cui si era dato per scontato cheun’immagine fosse un’imitazione della realtà, per la prima volta il mondo e la sua rappresentazione si separano recuperando la propria autonomia.
Dunque, quella di Magritte, non è una pipa, ma la rappresentazione di una pipa.
L’atto di raffigurare qualcosa diventa, così, un modo per creare un’altra realtà, un mondo parallelo dove può avvenire tutto tranne ciò che succede nel mondo reale (per esempio, che per strada sia notte e in cielo pieno giorno!).
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È chiaro che ogni rappresentazione, per il semplice fatto di raffigurare un mondo tridimensionale su un piano bidimensionale e in scala ridotta, è già “altro” rispetto alla realtà. Ma il tentativo degli artisti era sempre stato quello di approssimarsi il più possibile al dato reale.
Solo con il Cubismo ci si comincia a rendere conto dell’impossibilità fisica di questo approccio e, tutto sommato, della sua inadeguatezza.
A questo proposito si racconta che un giorno un uomo abbia criticato Picassoper la sua arte poco realistica. Allora l’artista gli chiese: “Mi può mostrare dell’arte realistica?” L’uomo gli mostrò la foto della moglie. Picasso osservò: “Quindi sua moglie è alta cinque centimetri, bidimensionale, senza braccia né gambe, e senza colori tranne  sfumature di grigio?”
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Anche quei movimenti artistici, come l’Impressionismo, che hanno cercato dicatturare la realtà esattamente come appare, anche se in modo fugace, ne hanno comunque restituito delle immagini molto soggettive e quasi irriconoscibili…
Vi sembra realistica, in questo collage, la rappresentazione dell’acqua fatta da Claude Monet?
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Ma cosa tendono a modificare gli artisti quando ritraggono qualcosa di reale? È una domanda molto interessante e la sua risposta può dare luogo a ricerche di grande spessore didattico.
Il progetto Geocoded Art è nato proprio con questo obiettivo: cercare i luoghi rappresentati nei dipinti e confrontarli con quelli reali. Perché il mondo visto dagli artisti ha comunque qualcosa di speciale…
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Si può arrivare addirittura a sovrapporre dipinto e ambiente (per scoprire quanto sono peggiorati tanti luoghi…).
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Pensate che tutti questi fotomontaggi (realizzati da Halley Docherty) sono stati creati usando Google Street View!
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Sovrapporre quadri e paesaggi può permettere anche di scoprire i “trucchi” usati dagli artisti per rendere più suggestivi gli scorci urbani.
dipinti di Canaletto, ad esempio, non sono quasi mai sovrapponibili agli spazi raffigurati. Il grande vedutista, infatti, per dare respiro e maestosità alle sue scene veneziane, usava sollevare il punto di vista e creare delle visioni grandangolaridegli spazi.
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Diverso è il caso dei pittori espressionisti che trasfigurano volutamente la realtà per riversarvi il proprio mondo interiore.
Van Gogh, ad esempio, trasforma in sogni o in allucinazioni anche degli scorci piuttosto ordinari.
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Al contrario, Escher recupera una minuziosa osservazione della realtà e la restituisce nei suoi splendidi disegni. Da questo punto di vista è la precisione delle sue incisioni nel sud Italia è davvero straordinaria.
Tanto puntuale quanto surreale è il risultato finale per via di quel bianco e nero così astratto.
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Quello di sovrapporre realtà e immagini è una sorta di gioco per Ben Heine, artista visivo che mescola abilmente disegno e fotografia creando situazioni ambigue e divertenti.
Credo che a Magritte sarebbero piaciute!
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Eisen Bernard Bernardo ha sovrapposto, invece, le copertine delle riviste ad alcuni famosi dipinti. Il suo progetto Mag + Art in effetti non confronta realtà e immagini ma fa dialogare due diverse rappresentazioni del mondo.
Siamo sempre in tema, quindi.
mondo-bernardo
Quello dell’arte, dunque, è un universo astratto, non concreto, un mondo sempre e comunque immaginario. Una finestra sull’idea che l’uomo si è fatto del mondo, ma non direttamente sul mondo dove ha vissuto.
“L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”, diceva Paul Klee. Ed anche se la sua pittura è completamente diversa da quella di Magritte, il messaggio è simile.
Solo la realtà è davvero realistica. Allora è inutile cercare di rappresentarla in modo fedele, iperrealistico: meglio lavorare sull’essenziale, quello “invisibile agli occhi” come diceva – non un pittore stavolta – ma il Piccolo Principe!

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