sabato 3 maggio 2014

Durante una visita ad un Manicomio, un visitatore domandò al Direttore come facessero a stabilire se un paziente dovesse essere ricoverato. 'Vede', rispose il Direttore, 'riempiamo una vasca da bagno e quindi forniamo al paziente un cucchiaino da caffé, una tazza da tè ed un secchio e gli chiediamo di svuotarla.....' 'Ahhh capisco...' disse il visitatore. 'Una persona normale userebbe il secchio perchè è più grande...' 'No'. Disse il Direttore. 'Una persona normale toglierebbe il tappo! Preferisce un letto vicino alla finestra?'

Datemi un uomo sano di mente ed io lo curerò per voi...
Carl Gustav Jung



Durante una visita ad un Manicomio, un visitatore domandò al Direttore come facessero a stabilire se un paziente dovesse essere ricoverato.
'Vede', rispose il Direttore, 'riempiamo una vasca da bagno e quindi forniamo al paziente un cucchiaino da caffé, una tazza da tè ed un secchio e gli chiediamo di svuotarla.....'
'Ahhh capisco...' disse il visitatore. 'Una persona normale userebbe il secchio perchè è più grande...'
'No'. Disse il Direttore. 'Una persona normale toglierebbe il tappo! Preferisce un letto vicino alla
finestra?'



Machiavelli non diceva che il fine giustifica i mezzi? Il cucchiaio, la tazza,il secchio o il tappo sarebbero stati tutti mezzi validi, non si è parlato di limiti di tempo per svuotare la vasca. Non potrebbe essere una persona infinitamente paziente chi sceglierebbe il cucchiaio?Nietzsche diceva: è meglio essere folli per proprio conto che sani con le opinioni altrui. E con molta coerenza morì pazzo



Questo vuol dire che l'essere umano sceglie solo le vie indicate e raramente guarda oltre



Allora rintronato di un direttore formula meglio la domanda idiota! Le persone normali se gli dai tre alternative ne scelgono una perciò preparati il letto te accanto alla finestra!!!!!! Le alternative fornite sono tre. Quindi.....fra le tre alternative si sceglierebbe quella più fattibile!



È tendenzioso il quesito! Se gli strumenti indicati sono quelli, il "concorrente" di turno è indotto a ritenere di dover scegliere solo tra quelli! Diverso sarebbe stato se, con il medesimo scenario (quindi vasca piena,secchio, cucchiaino e caffè sul bordo) il direttore avesse detto: "come ritiene di dover svuotare questa vasca?" . Morale della favola: la tendenziosità è finalizzata a riempire il Manicomio e fare più soldi! 



Io invece avrei usato il cucchiaino per riempire la tazza, ogni tazza piena la svuotavo nel secchio, che a sua volta appena riempito lo risvuotavo nella vasca per non buttare l'acqua terra e bagnare il pavimento



E' solo questione di tempo ! Anche con il cucchiaino puoi svuotarla! Non aveva mica chiesto di svuotarla nella maniera più rapida! In merito al termine "persona normale" potremmo parlarne per giorni.....



Io, che sono ciciotella, avrei sfruttato il principio di Archimede ...e nella vasca mi ci sarei infilata dentro...ovviamente sarei diventata il direttore della struttura.



Resta per inteso che fornendo degli strumenti atti allo svuotamento, l'utilizzo del tappo sia automaticamente escluso...



Come quel matto che disegna un cerchio per terra e ci salta dentro... Il dottore gli si avvicina e gli chiede:"Che fai?" e quello: "Faccio un salto in centro, ti serve qualcosa?"



Bell'esempio di come la psichiatria generi sè stessa: a casa propria ognuno avrebbe tolto il tappo.



Ho lavorato in un centro psichiatrico e all'inizio mi chiedevo cosa ci facessero li dentro certe persone...e mi sono fatta tante domande anche sulla mia esistenza.???? Sono d'accordo il confine è sottilissimo...


Concetto chiave delle tecniche di persuasione. ..la costruzione della proposizione è volutamente fuorviante....tipico della pubblicità più ragionata. ..



Sembra una metafora della politica italiana. Forza Italia ha sempre scelto il cucchiaino, il PD la tazza e la sinistra "vera", se avesse potuto, avrebbe usato il secchio. mai che si possa votare per qualcuno sano di mente che abbia il coraggio di levare il tappo una volta per tutte...



E normale che tutti dicano il secchio, perché prima di vedere la foto già state pensando di svuotarla con il secchio, il cervello ci fotte.







Al Capone. Crede che quei banchieri siano in prigione? Nossignore. Sono fra i cittadini più stimati della Florida. Sono feccia, almeno quanto i politici disonesti! Creda, io ne so qualcosa. E’ da tempo che mangiano e si vestono con i miei soldi. Finché non sono entrato nel racket non sapevo quanti imbroglioni indossano abiti costosi e parlano con accento da signori.


Crede che quei banchieri siano in prigione? Nossignore. Sono fra i cittadini più stimati della Florida. Sono feccia, almeno quanto i politici disonesti! Creda, io ne so qualcosa. E’ da tempo che mangiano e si vestono con i miei soldi. Finché non sono entrato nel racket non sapevo quanti imbroglioni indossano abiti costosi e parlano con accento da signori.
Al Capone



La parabola del Cavallo, La Carrozza e il Cocchiere. La sfortuna è che il cocchiere e il cavallo parlano con lingue diverse. Il cavallo – ovvero, il Centro Emozionale – non capisce le parole del cocchiere – ovvero il Centro Intellettuale. Ricordo che G. parlò molte volte delle redini, ossia del modo di collegare il cocchiere con il cavallo. Quale linguaggio usa il Centro Emozionale? Usa il linguaggio delle immagini visive. Il Centro Emozionale non conosce né le parole intellettuali né le teorie, ma capisce le immagini visive. Per esempio, se vi è pericolo e ci si sente nervosi, se incontriamo un uomo visibilmente tranquillo, aiuta il cavallo – ovvero, il Centro Emozionale. L’uomo calmo è un’immagine visiva e questa impressiona il cavallo e lo tranquillizza.

La parabola del Cavallo, La Carrozza e il Cocchiere.

Uno dei tanti modi in cui il Lavoro illustra la posizione dell’Uomo, si trova nella Parabola del Cavallo, la Carrozza e il Cocchiere. In questa Parabola o allegoria, si allude all’Uomo nel seguente modo: 
l’Uomo è il Cocchiere che dovrebbe stare alla guida e controllare il Cavallo e la Carrozza, ma egli sta in una “taverna” a bere e sciupa quasi tutto il suo denaro in quel posto.
Il Cocchiere non sta alla guida perché si è ubriacato e per questo motivo il Cavallo riceve un alimento scarso o nullo tanto il cavallo come la Carrozza stanno in un pessimo stato. La prima cosa necessaria da fare è che il cocchiere si svegli dal suo sonno e pensi alla sua situazione.

Avete mai pensato a cosa significa la taverna, il bere e l’ubriacatura?
Supponiamo ora che l’uomo si svegli fino ad un certo punto e lasci le immagini e le illusioni che ha su se stesso e cominci a pensare alla sua situazione. Deve uscire dalla taverna ed allora vedrà le condizioni del cavallo e della carrozza. Il cavallo ha fame, la carrozza è in cattivo stato. Nota che i finimenti del cavallo sono mal messi e che mancano le redini che uniscono il cavallo alla carrozza, proprio così, che non c’è nulla che permetti la comunicazione tra il conduttore e il cavallo.

Occupiamoci soltanto di questa parte della parabola, cioè la mancanza delle redini.
Evidentemente, è inutile che il cocchiere salga alla guida se mancano le redini. 
Forse adesso avete capito che mancano le redini tra il Centro Intellettuale e il Centro Emozionale. 
In questa parabola il cavallo rappresenta il Centro Emozionale e il cocchiere rappresenta la mente. 
Non c’è una connessione appropriata tra i pensieri e le emozioni. 
Per esempio, pensiamo e decidiamo mentalmente di comportarci in un certo modo, di non perdere le staffe, ma quando arriva la situazione reale vediamo che i nostri pensieri non hanno alcun controllo sui nostri sentimenti, vale a dire, che non si controlla il cavallo. Nella parabola significa che non ci sono redini tra il cocchiere e il cavallo – do per scontato che il cocchiere sta alla guida.
Non è forse vero che decidiamo mentalmente di non comportarci in un certo modo e tuttavia falliamo? 
Che cosa succede generalmente? Non possiamo controllare il cavallo. 
Il comportamento del cavallo è indipendente da ciò che ha deciso la mente.
Per esempio, uno decide di essere molto coraggioso in presenza del pericolo. 
Scoppia una bomba e ci si accorge di non essere capaci di controllare il cavallo. 
Si trema come dei posseduti, ecc. 
Ciò è causato dal non avere redini che collegano il cocchiere con il cavallo.

La sfortuna è che il cocchiere e il cavallo parlano con lingue diverse.
Il cavallo – ovvero, il Centro Emozionale – non capisce le parole del cocchiere – ovvero il Centro Intellettuale. Ricordo che G. parlò molte volte delle redini, ossia del modo di collegare il cocchiere con il cavallo. Quale linguaggio usa il Centro Emozionale? Usa il linguaggio delle immagini visive. 
Il Centro Emozionale non conosce né le parole intellettuali né le teorie, ma capisce le immagini visive
Per esempio, se vi è pericolo e ci si sente nervosi, se incontriamo un uomo visibilmente tranquillo, aiuta il cavallo – ovvero, il Centro Emozionale. L’uomo calmo è un’immagine visiva e questa impressiona il cavallo e lo tranquillizza.

D’altra parte, dunque, il Centro Emozionale è governato dal linguaggio delle immagini visive.
Come può il cocchiere mettersi in comunicazione con il Centro Emozionale?
Dovete capirlo, non basta avere pensieri perché il Centro Emozionale o cavallo non comprende questi pensieri che generalmente prendono la forma di parole. Voglio dire che il pensiero ordinario adotta la forma del linguaggio di parole come “Sarò coraggioso”, “Non m’importa di ciò che dice”. In questo modo è possibile vedere che le redini che collegano il cocchiere con il cavallo sono qualcosa di interessante, ed è una delle ragioni per cui G. parlava spesso di esse. Ora supponiamo che ad uno capiti una situazione che lo possa indurre facilmente ad essere negativo. Se dice a se stesso “Non sarò negativo” o “Non reagirò a questa situazione”, e mentalmente può continuare a dirsi frasi simili – il cocchiere si comporta così – naturalmente quando la situazione si presenta il cavallo si getta.

Ricordo che in una certa occasione avvenuta in Francia G. disse: 
“Se il cocchiere sa, il cavallo non sa. Il cavallo non capisce. 
Non  comprende ciò che dice il cocchiere”.
Vale a dire, non ci sono le redini che vanno dal cocchiere al cavallo. 
Il cocchiere non sa come controllare il cavallo. 
Crede di poterlo controllare disponendo i pensieri in un certo modo. 
Il cavallo non conosce questo linguaggio. Non riceve i messaggi.

Di fatto, il cavallo non conosce le decisioni del cocchiere.
E se il cocchiere ignora tutto sul cavallo, e non gli si sa avvicinare né parlargli, sta esattamente nella posizione di una persona alla guida della carrozza ma senza redini per controllare il cavallo. 
Come può il cavallo comprendere il linguaggio del cocchiere? 
Sia che il cocchiere parli o pensi in inglese o in francese o in tedesco o in industano, 
il cavallo non conosce nessuno di questi idiomi o pensieri verbali.

Suppongo che lo abbiate già capito tutti – che non ci sono redini tra i pensieri e i sentimenti. 
Qualche giorno fa parlavo con qualcuno che era al Lavoro già da molto tempo e questa persona mi disse che pensare alle redini che collegano il cocchiere al cavallo era molto interessante, e che per mezzo dell’osservazione di sé si vedeva che era ovvio che non ci fossero connessioni. E questa osservazione mi fece ricordare molte cose che furono dette nel passato. Mi ricordo anche con quanta facilità accettammo alcune parabole del Lavoro, alcuni insegnamenti, senza fermarci a pensare profondamente sul loro significato. Già si è detto molte volte che il Lavoro vede ogni volta con maggior profondità quello che era stato già visto.

La gente capisce il Lavoro superficialmente, per esempio, che è necessario osservare le emozioni negative, ma quanto tempo è necessario per riuscirci. Ogni sviluppo, ogni evoluzione interiore, dipende dal vedere più profondamente ciò che ora vediamo superficialmente. Così la gente sente parlare del cavallo, del cocchiere e della carrozza ed è anche informato che mancano le redini tra il cocchiere e il cavallo, e la prende come una semplice affermazione.

Per esempio, la gente è solita dire: “Dai, non conosci già la parabola del cavallo, la carrozza e il cocchiere? Non sapevi che mancano le redini?” Si, ma avete mai pensati a ciò che questo significa? Ora è necessario comprendere che stiamo parlando del risveglio del cocchiere in questa conversazione.
Sto parlando del cocchiere che comincia già a svegliarsi, e che non sta più nella taverna. Parlo della gente che sta fuggendo dal sonno, dalla vanità e dalle immagini di sé, della gente che ha già dei barlumi della sua Falsa Personalità, della gente che ha già cominciato a vedere di non essere assolutamente ciò che credeva di essere.

Cosa significa questa prima tappa del risveglio dall’ubriacatura?

Dopo un po’ di tempo che si è nel Lavoro è possibile scoprire la gente il cui stato di sonno è più profondo del nostro, la gente la cui ebbrezza è maggiore della nostra – ubriacata dalla propria importanza personale, dai propri stati negativi ubriacata dall’idea delle proprie capacità di fare qualsiasi cosa, ecc. Come dissi, non mi riferivo a queste persone, perché è ovvio che se un uomo o una donna pensano di non avere niente di sbagliato in loro, e considerano il Lavoro come un antidoto per loro così come sono, continueranno a stare nella taverna nello stato di ebbrezza.

È chiaro, non si rendono conto di stare nella taverna nello stato di ebbrezza. Al contrario, avranno una magnifica opinione di se stessi, crederanno, cioè, di avere volontà, di poter fare, di essere efficienti, di sapere ciò che conviene, di avere un “Io” permanente e vero.

Se non si svegliano da questo stato di profonda illusione e se non sentono la loro impotenza e nullità, non saranno capaci mai di arrampicarsi alla guida. Parliamo della gente che ha cominciato già a svegliarsi e si sforza di sedere alla guida e di controllare il cavallo, della gente che continua a stare nella taverna senza però essere completamente ubriaca.

Riflettiamo ora sul significato di collegare le redini tra il cocchiere e il cavallo.
Suppongo che tutti coloro che sono progrediti nel Lavoro sappiano già qualcosa su questo particolare. 
Ma vi assicuro che non mi conviene spiegarvi esattamente ciò che significa questa connessione. 
Tutti voi conoscete questo tipo di domanda: 

“Mi dirà esattamente cosa sono le redini?”.
Si è detto spesso che il prezzo che si deve pagare per la Grande Conoscenza è un lavoro prolungato. Quando mi avvicino ad una persona che ha capito e non mi chiede: “Cosa significa esattamente il Ricordo di Sé? “Cosa significa esattamente l’assorbimento di sé?” Di che cosa tratta esattamente il Lavoro?”, so che ha iniziato a svegliarsi dallo stato di ubriachezza nella vita. – proprio così, nella taverna.

Sa allora che detta persona si è svegliata dal terribile ipnotismo che tiene in suo potere l’Umanità. Abbiamo, poi, un uomo che esce dalla taverna, tal volta con un passo insicuro, ma capace di vedere il proprio cavallo e la propria vettura. Forse cerca di arrampicarsi in cabina e se cade (come succede ad ognuno), comprende però che è la cosa che deve fare. E vi posso assicurare che se sono arrivati a questo punto stanno già nel Lavoro. Naturalmente, molte volte ritornano alla taverna. Molte volte cercano di arrampicarsi in cabina e cadono per terra, ma hanno già l’idea di che cosa tratta questo Lavoro. E aggiungerò: non importa quante volte si cade se avvertite di non essere in cabina e desiderate veramente di andarci. È qui che bisogna lavorare contro un certo tipo di emozioni negative. Le redini tra il cocchiere e il cavallo non si producono meccanicamente – o meglio, solo le redini sbagliate si producono meccanicamente. Non si producono né nel primo né nel secondo stato di coscienza.

Il primo stato di coscienza è il sonno reale, il secondo stato di coscienza è lo stato chiamato di veglia. 
Per stabilire una connessione corretta tra il Centro Intellettuale e il Centro Emozionale – proprio così, tra il cocchiere e il cavallo – è necessario essere capaci, per quanto limitata sia la capacità, di ricordarsi di se stesso e di stare all’erta.

Bene, perché esiste una parabola? Perché l’insegnamento dei Vangeli si impartisce in forma di parabole? Sono immagini visive. Il cavallo capisce le immagini visive, il cocchiere comprende le parole, e la parabola mette in relazione ambedue.

Le immagini visive sono un linguaggio universale. È il linguaggio dei segni. Il cavallo capisce soltanto il linguaggio universale delle immagini visive. Per questo, se sì vuole controllare il cavallo con la mente , è necessario visualizzare e non semplicemente  pensare. Una delle cose che nel Lavoro c'insegnano è la visualizzazione. E necessario visualizzare la condotta che si è deciso di seguire con una determinata persona.

Proprio così, è necessario includere detta persona nella propria visualizzazione.
Visualizzare una persona è una forma di considerazione esterna in un senso più profondo. Visualizzare un altro come fosse se stesso, visualizzare i suoi disgusti individuali come fossero i nostri e cominciar orinar cocchiere, e in realtà significa visualizzare l'altra persona. Non si può visualizzare un'altra persona in modo corretto se si è negativi verso questa persona. Avete già sentito dire che il Centro Emozionale è chiaroveggente quando è purificato dalle emozioni negativa. Bene, non si può visualizzare un'altra persona se lo si fa per forza. Vi consiglierò caldamente di non cercare di farlo. La visualizzazione è un'attività tranquilla, un processo tranquillo. Come regola si percorre la quarta parte della via e si abbandona tutto.

Si può visualizzare un'altra persona in modo corretto soltanto quando si ha una certa conoscenza di se stesso. Arriviamo ad essere umani gli unì con gli altri quando cì conosciamo mutuamente. Se ci si dà l'esercizio di visualizzare un altro e dì dire alla persona visualizzata, "Cos'è che ti da fastidio?, e se lo si fa correttamente, detta persona ve lo dirà. Proprio cosi, l'immagine ve lo dirà. L'unica cosa che posso dire è che so che questo si può fare nonostante sia molto difficile. La purificazione del Centro Emozionale è uno degli scopi del Lavoro. è necessario che ci trattiamo, gli uni con gli altri, con molta più gentilezza interiore che esteriore.

Molte cose, malattie, dolori di testa, improvvise perdite di forza, ci capitano in una determinata tappa del Lavoro se ci trattiamo in un modo sbagliato gli uni con gli altri. Il Lavoro è una cosa molto pura e dipende dalla purezza interiore. Dovete avere già compreso ciò che significa essere puri. Che cosa significa darsi alla purezza?

La purezza è sincerità. L'altro giorno mi sono molto divertito sentir dire che qualcuno aveva parlato malissimo del Lavoro, e poi mi dissero che questa persona era furiosa con la persona che me lo aveva raccontato. è questa forse la purezza? Così, quando si cerca di visualizzare un'altra persona, e il farlo necessita di tempo, non merita la pena di farlo se in questo senso non si è puri, giacché questo è l'obiettivo di tutto il Lavoro. E' possibile aiutarsi gli uni con gli altri, ma senza essere spalleggiati dal Lavoro. Questa visualizzazione è la connessione tra il Centro Intellettuale e il Centro Emozionale, e se ci si propone di comportarci correttamente con una persona, è necessario che uno visualizzi di comportarsi correttamente e di non pensare semplicemente a quella persona.

E' notevole come una visualizzazione pura aiuti tutti e se stesso. Il semplice pensiero non aiuta abbastanza, ma è necessario. La semplice parola è peggio di niente, perché quando si parla si giustifica se stessi molto spesso. Sappiamo quanto spesso si dice: 'Farò quanto posso per aiutarlo, e prometto di non dire nulla di sgradevole".
E allora cosa succede? Dunque, basta osservare se stessi. Sì é accontentato di alimentare la sua immaginazione e la sua vanità e non ha fatto nulla per mettere rimedio alla situazione. Sa molto bene che quando un gatto Si strofina contro la propria gamba, non lo sta accarezzando ma che accarezza se stesso.

"Coloro che hanno assistito alle conferenze hanno già sentito parlare del ricordo di sé, vi avranno riflettuto e avranno fatto vari tentativi. Chi ci ha provato, quasi certamente avrà provato che, malgrado i grandi sforzi e il forte desiderio, questo ricordo di sé, cosi comprensibile alla mente, cosi facile da concepire teoricamente, è, in pratica, impossibile. Ed è vero che è impossibile.
Quando diciamo ricordare noi stessi, vogliamo proprio dire noi stessi. Ma noi, noi stessi, io, siamo i nostri sentimenti, il nostro corpo e le nostre sensazioni. Io non sono la mia mente, non sono i miei pensieri. La mente non è noi, è una piccola parte di noi. E' vero che questa parte ha una relazione con noi, ma è una relazione molto parziale, sicché la nostra organizzazione le accorda pochissimo materiale.
Se il corpo e il sentimento ricevono l'energia e i vari elementi indispensabili per la loro esistenza in una proporzione, diciamo, di venti parti, la mente, invece, non ne riceve che una.
La nostra attenzione è il prodotto di questi elementi, di questo materiale. 
Le nostre diverse parti hanno ciascuna la propria attenzione; la durata di e il potere di tale attenzione sono proporzionali al materiale ricevuto.
La parte che riceve più materiale dispone di più attenzione.
Poiché la mente è alimentata da poco materiale, la sua attenzione, cioè la sua memoria, è corta, ed è efficace finché dura il materiale.
Infatti se vogliamo ( e insistiamo a volerlo) ricordare noi stessi soltanto con la mente, per quanto interessante lo sogniamo o lo desideriamo, e qualunque misura possiamo prendere, saremo incapaci di farlo più a lungo di quanto ci consenta il nostro materiale.
Quando il materiale è finito, l'attenzione svanisce..."
Da vedute sul mondo reale pag 222



venerdì 2 maggio 2014

Hugo Cabret. Sai, le macchine non hanno pezzi in più. Hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Io penso che se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo.


Sai, le macchine non hanno pezzi in più. Hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Io penso che se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo.
Hugo Cabret


Tom Spanbauer. Essere eroi non è solo raccontare la storia. L’eroe è colui o colei che, raccontando la storia, la perdona – perdona il diavolo, se stesso, se stessa – per il buio che c’è voluto per vedere la luce

Essere eroi non è solo raccontare la storia. L’eroe è colui o colei che, raccontando la storia, la perdona – perdona il diavolo, se stesso, se stessa – per il buio che c’è voluto per vedere la luce.
Tom Spanbauer, "L'uomo che si innamorò della luna".






Will Smith. La ricerca della felicità. Un uomo sta affogando nell'oceano. Arriva una barca e cerca di aiutarlo, ma l'uomo risponde dicendo «non abbiate paura, andate, Dio mi salverà». Arriva la seconda barca, sempre con l'intenzione di salvare l'uomo che stava affogando. Ma l'uomo risponde ancora dicendo la stessa frase «non abbiate paura, Dio mi salverà»; ed anche la seconda barca se ne andò lasciando l'uomo nell'oceano. L'uomo mori affogato ed andò in Paradiso. La prima cosa che fece andò da Dio chiedendo perché non lo avesse salvato! Dio li rispose subito «Ti ho mandato due barche "sciocco"» Dio ci aiuta sempre, solo che a volte non capiamo come ci sta aiutando.


Un uomo sta affogando nell'oceano. Arriva una barca e cerca di aiutarlo, ma l'uomo risponde dicendo «non abbiate paura, andate, Dio mi salverà». Arriva la seconda barca, sempre con l'intenzione di salvare l'uomo che stava affogando. Ma l'uomo risponde ancora dicendo la stessa frase «non abbiate paura, Dio mi salverà»; ed anche la seconda barca se ne andò lasciando l'uomo nell'oceano. L'uomo mori affogato ed andò in Paradiso. La prima cosa che fece andò da Dio chiedendo perché non lo avesse salvato! Dio li rispose subito «Ti ho mandato due barche "sciocco"» Dio ci aiuta sempre, solo che a volte non capiamo come ci sta aiutando.
Will Smith. La ricerca della felicità 



Hans. Jonas. Il Principio di responsabilità. L’uomo è diventato per la natura più pericoloso di quanto un tempo la natura lo fosse per lui [...] Tra il “principio speranza” di Ernst Bloch e il “principio disperazione” di Günther Anders, il “principio responsabilità” dà voce a una via di mezzo, nel tentativo di coniugare in un modello unitario etica universalistica e realismo politico.


Il dibattito intorno alla nostra responsabilità verso le generazioni future si è fatto in questi anni sempre più fitto e interessante, man mano che svanivano le certezze sul modello di sviluppo fondato sull’asservimento tecnologico della natura e l’”euforia del sogno faustiano” della modernità lasciava il posto a una visione della storia disincantata e perplessa – quando non disperante e apocalittica. L’uomo è diventato per la natura più pericoloso di quanto un tempo la natura lo fosse per lui, mentre alle tante fratture sociali che ostacolano il cammino verso un’umanità unificata si è venuta ad aggiungere la contraddizione antagonistica tra il mondo di oggi e il mondo di domani. Muovendo da questa diagnosi, Hans Jonas cerca in questo lavoro di andare alle radici filosofiche del problema della responsabilità, che non concerne soltanto la sopravvivenza, ma l’unità della specie e la dignità della sua esistenza. Tra il “principio speranza” di Ernst Bloch e il “principio disperazione” di Günther Anders, il “principio responsabilità” dà voce a una via di mezzo, nel tentativo di coniugare in un modello unitario etica universalistica e realismo politico.




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