venerdì 2 marzo 2012

Istituto Erich Fromm. Trasformare il non narrato o l'inenarrabile in parola o immagine di memoria è sempre stato uno dei compiti più difficili con cui tutti gli artisti si sono dovuti confrontare. Il "narrarsi" è una sorta di "presa di coscienza", "un'ammissione", un "disvelamento". Un processo spesso fortemente terapeutico



Trasformare il non narrato o l'inenarrabile in parola o immagine di memoria è sempre stato uno dei compiti più difficili con cui tutti gli artisti si sono dovuti confrontare. Il "narrarsi" è una sorta di "presa di coscienza", "un'ammissione", un "disvelamento". Un processo spesso fortemente terapeutico
Istituto Erich Fromm

Istituto Erich Fromm. Trasformare il non narrato o l'inenarrabile in parola o immagine di memoria è sempre stato uno dei compiti più difficili con cui tutti gli artisti si sono dovuti confrontare. Il "narrarsi" è una sorta di "presa di coscienza", "un'ammissione", un "disvelamento". Un processo spesso fortemente terapeutico


Trasformare il non narrato o l'inenarrabile in parola o immagine di memoria è sempre stato uno dei compiti più difficili con cui tutti gli artisti si sono dovuti confrontare. Il "narrarsi" è una sorta di "presa di coscienza", "un'ammissione", un "disvelamento". Un processo spesso fortemente terapeutico
Istituto Erich Fromm

Edgar Levenson. Nulla può essere compreso al di fuori del suo tempo, del suo spazio e del suo nesso di relazioni. Credere che possiamo rimanere al di fuori di ciò che osserviamo, o osservare senza distorsioni quel che è estraneo alla nostra esperienza, è un errore epistemologico



Nulla può essere compreso al di fuori del suo tempo, del suo spazio e del suo nesso di relazioni. 
Credere che possiamo rimanere al di fuori di ciò che osserviamo, o osservare senza distorsioni quel che è estraneo alla nostra esperienza, è un errore epistemologico

Edgar Levenson, 1972

Istituto Erich Fromm. Nel fremere delle passioni è scritta la tensione di un "superamento". In questa tensione l'essere umano può cogliere il profondo della sua natura, e solo un occhio miope e "amante della quiete" può vedere solo le tracce della "follia"

Istituto Erich Fromm

Nel fremere delle passioni è scritta la tensione di un "superamento". In questa tensione l'essere umano può cogliere il profondo della sua natura, e solo un occhio miope e "amante della quiete" può vedere solo le tracce della "follia"
Istituto Erich Fromm


giovedì 1 marzo 2012

Hillman. Il codice dell'anima. Poiché le teorie psicologiche della personalità e del suo sviluppo sono così fortemente dominate dalla visione “traumatica” degli anni infantili, la messa a fuoco dei nostri ricordi o il linguaggio con cui raccontiamo la nostra storia sono a priori contaminati dalle tossine di tali teorie. E’ possibile, invece, che la nostra vita non sia determinata tanto dalla nostra infanzia, quanto dal modo in cui abbiamo imparata a immaginarla. I guasti non ci vengono tanto dai traumi infantili , bensì – è quanto si sostiene in questo libro – dalla modalità traumatica con cui ricordiamo l’infanzia come un periodo di disastri arbitrari e provocati da cause esterne che ci hanno plasmati male.

Poiché le teorie psicologiche della personalità e del suo sviluppo sono così fortemente dominate dalla visione “traumatica” degli anni infantili, la messa a fuoco dei nostri ricordi o il linguaggio con cui raccontiamo la nostra storia sono a priori contaminati dalle tossine di tali teorie. E’ possibile, invece, che la nostra vita non sia determinata tanto dalla nostra infanzia, quanto dal modo in cui abbiamo imparata a immaginarla. I guasti non ci vengono tanto dai traumi infantili , bensì – è quanto si sostiene in questo libro – dalla modalità traumatica con cui ricordiamo l’infanzia come un periodo di disastri arbitrari e provocati da cause esterne che ci hanno plasmati male.
James Hillman, Il codice dell'anima



Non condivido questa asserzione di Hilmann, mi sembra molto forzata ..poco credibile, annullerebbe tutte la pedagogia nera di cui é pieno il mondo. Un'asserzione come quella che egli fa "che la nostra vita non sia determinata tanto dalla nostra infanzia, quanto dal modo in cui abbiamo imparata a immaginarla" significa dire "e per i fatti peggio per loro": non tutti sono resilienti, anzi ritengo che siano pochi coloro che riescono a superare storie infantili drammatiche! E' molto più verosimile, invece quanto dice Winnicot psicanalista di scuola inglese, a mio avviso giustamente e cioè "Ritengo sia utile dividere il mondo in due categorie di persone. Ci sono quelle che nell'infanzia non sono state abbandonate e che in un certo senso sono candidate a godere della vita. Ma vi sono anche coloro che hanno vissuto esperienze traumatiche, come l'abbandono da parte dell'ambiente e che devono sopportare tutta la vita il peso del ricordo della situazione in cui si trovavano al momento del trauma . Costoro sono candidati a una vita burrascosa, a tensioni e probabilmente alla malattia". Non dico che non si possa uscire dall'ergastolo della memoria, ma è molto difficile. Hilmann a volte va proprio preso con le pinze, lo considero a tratti più letterato, poeta, che vero conoscitore delle vicende umane.



Rosanna concordo con la teoria di Winnicot e anche in parte con Hillman, le mescolo volentieri perchè è vero che è l'immagine personale e non l'accaduto in sè che a volte lascia traumi e microtraumi, da qui l'importanza della rielaborazione da parte degli adulti educatori di quel passaggio particolare sempre e in assenza di essi una ricerca di trasformazione adulta facendosi aiutare a ritrovare il passaggio interrotto così bruscamente che ha lasciato il segno e che non permette di vivere appieno la propria vita......belle riflessioni, grazie




Infatti, ognuno proiettando se stesso può riconoscersi o no ... 
a patto di non confondere soggettività con oggettività!!



Un giorno l'apprendista Carlos Castaneda, accenna al suo insegnante don Juan della possibilità che le vicende infantili abbiano una influenza sulle sue condotte di adulto. Don Juan dà questa risposta fulminante: "Non ha importanza come si è stati allevati! Ciò che determina il modo in cui viviamo, e muoriamo, é il "potere personale". Il "potere personale" corrisponde al "Sé transpersonale" di assagioliana memoria.Ciò a dire che gli uomini di Conoscenza dell'Antico Messico avevano anticipato, di svariati millenni, gli assunti della Psicologia Transpersonale.



comunque lo spieghi, tutto è riconducibile al simbolo!



E' proprio questo il succo del discorso: 
l'impotenza, e supponenza, della ragione (spiegazioni e ragionamenti)
Il problema è riuscire a rinunciare, alla ragione, ed adoperare l'intelligenza che é sensibile ai simboli, ed anche al dialogo euristico (filosofare). Nel prossimo post un simbolo (mandala) che la "attrae", invariabilmente, come attestano tre anni di sperimentazione (fatta in casa bricoleur).




Lo stesso Jung raccomandava: "Studiate bene le vostre teorie, ma mettetele da parte quanto vi trovate di fronte al mistero dell'animo umano".




La verità è ovunque nelle nostre Unicità. Il resto è statistica.


Dice bene Nadia, viviamo "statisticamente" pilotati da algoritmi in quello che Guénon definì "Il regno della quantità". Scaricabile in PDF (raccomandato!!!)


René Guénon
IL REGNO DELLA QUANTITÀ E I SEGNI DEI TEMPI.
http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/reneguenon/regnotempi.pdf


E' proprio l' "intelligenza" (non il ragionamento, non l'emozione) che ci permettere di percepire l' "unicità", che é il "conosci te stesso" socratico. In greco l'intelligenza é "gnosi" o, anche "epìnoia" (la salvifica e "luminosa" epinoia dei testi gnostici).







José Ortega y Gasset. Molti uomini, come i bambini, vogliono una cosa ma non le sue conseguenze


Molti uomini, come i bambini, vogliono una cosa ma non le sue conseguenze
José Ortega y Gasset


Tutto ciò che amiamo perde la metà del suo piacere se non c'è qualcuno a condividerlo con noi
Josè Ortega Y Gasset









  Gli aforismi dei filosofi



Protagora. Il bravo insegnante è una giusta sintesi di disposizione naturale e di esercizio costante

Il bravo insegnante è una giusta sintesi di disposizione naturale e di esercizio costante
Protagora



Di tutte le cose misura è l'uomo: di quelle che sono, per ciò che sono, di quelle che non sono, per ciò che non sono.
Protagora


Giusto sarà ciò che appare tale alla maggioranza, ciò che giova ed ottiene il consenso più ampio possibile.
Protagora


 Storia della filosofia greca
In ogni caso Protagora doveva essere carissimo: un suo allievo, tale Evatlo, scandalizzato per i mille denari che gli chiese a fine corso, cercò di non pagarlo, con la scusa che il compenso pattuito era subordinato al primo successo che avrebbe avuto in tribunale. Protagora non si scompose minimamente e disse: «Caro Evatlo, tu non hai scampo, giacché io ti cito subito in giudizio: se i magistrati ti daranno torto, mi dovrai pagare perché hai perso, se invece ti daranno ragione, mi dovrai pagare perché hai vinto».




“Rimetto a Protagora la scelta di ciò che più gli piace. Però, se acconsente, smettiamola di discutere sui carmi e sui poemi. Mi pare, infatti, che le discussioni che si fanno sulla poesia siano del tutto simili a quei banchetti che fanno gli uomini volgari e di bassa levatura. Questi, infatti, essendo incapaci di trarre da se stessi materia di conversazione per il banchetto e di esprimerla con voce e discorsi propri, per mancanza di formazione spirituale, fanno rincarare le suonatrici di flauto, abbondantemente pagando una voce estranea, cioè la voce di flauti, e con la voce di flauti si intrattengono tra di loro. Invece, dove ci sono commensali dotati di personale virtù e di formazione spirituale, non ti accadrà di vedere né suonatrici di flauto, né danzatrici né citaredi. Costoro si intrattengono a conversare l'uno con l'altro con la propria voce, perché bastano per se medesimi, senza avere bisogno di queste scempiaggini e di questi trastulli, e parlano e ascoltano un po' per ciascuno ordinatamente, anche se libano in abbondanza. Così, anche queste nostre riunioni, se veramente accolgono uomini quali i più di noi dicono di essere, non hanno bisogno della voce di altri e neppure di quella dei poeti, che non è possibile interrogare su ciò che dicono. E i più, quando discutono di questioni che non sono in grado di risolvere, chiamando i poeti a testimonianza nei loro discorsi, fanno loro dire chi una cosa chi un'altra. Invece gli uomini per bene lasciano stare le conversazioni di questo genere, e si intrattengono tra loro con argomenti loro propri, saggiandosi l'un l'altro nei discorsi.” 
Platone, “Protagora”, 347b-348a




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