martedì 25 febbraio 2014

Michael Novak. La felicità non è un'emozione. Non è un sentimento. È una pratica- la pratica dell'eccellenza nell'azione. La gente davvero capace negli affari (come in altre attività impegnative) la gusta spesso.


La felicità non è un'emozione. Non è un sentimento. È una pratica- la pratica dell'eccellenza nell'azione. La gente davvero capace negli affari (come in altre attività impegnative) la gusta spesso.
Michael Novak





lunedì 24 febbraio 2014

Adlai Stevenson. La natura è neutrale. L'uomo ha strappato il potere di fare un deserto del mondo o di far fiorire i deserti. Non v'è male nell'atomo, solo nelle anime degli uomini.

La natura è neutrale. L'uomo ha strappato il potere di fare un deserto del mondo o di far fiorire i deserti. Non v'è male nell'atomo, solo nelle anime degli uomini.
Adlai Stevenson



Umberto Saba. Patriottismo, nazionalismo e razzismo stanno fra di loro come la salute, la nevrosi e la pazzia

Patriottismo, nazionalismo e razzismo stanno fra di loro come la salute, la nevrosi e la pazzia.
Umberto Saba

Edward Mordake (o Edward Mordrake ) era il nome dato ad un apocrifo erede del 19 ° secolo a un imprecisato inglese nobile che è stato detto di aver sofferto di una forma di Diprosopus. Secondo le fonti, aveva un volto aggiuntivo sulla parte posteriore della sua testa, che non poteva né mangiare né parlare ad alta voce, anche se è stato descritto in grado di ridere e piangere. Edward ha implorato i medici di rimuovere il secondo volto, sostenendo che gli sussurrava di notte, ma nessun medico avrebbe tentato l'intervento. Si suicidò quando aveva soltanto 22 anni.

Edward Mordake (o Edward Mordrake ) era il nome dato ad un apocrifo erede del 19 ° secolo a un imprecisato inglese nobile che è stato detto di aver sofferto di una forma di Diprosopus. Secondo le fonti, aveva un volto aggiuntivo sulla parte posteriore della sua testa, che non poteva né mangiare né parlare ad alta voce, anche se è stato descritto in grado di ridere e piangere. Edward ha implorato i medici di rimuovere il secondo volto, sostenendo che gli sussurrava di notte, ma nessun medico avrebbe tentato l'intervento. Si suicidò quando aveva soltanto 22 anni.

La storia è stata contestata in passato e probabilmente è stata arricchito con elementi di fantasia. 
La descrizione delle condizioni di Edward Mordake è in qualche modo simili a quelle di Chang Tzu Ping e Pasqual Pinon . Sia Mordake e Pinon sono presenti i due casi molto particolari su un elenco di 10 persone con arti extra in The Book of Lists edizione del 1976.

Il testo del 1896 Anomalie e curiosità della medicina cita una versione della storia, ed Edward ora è stato descritto in molti testi, giochi e canzoni.

Fonte:http://en.wikipedia.org/wiki/Edward_Mordake



Chang Tzu Ping : l’homme chinois à deux visages
Le contenu de cet article peut heurter la sensiblité de certaines personnes.
Ce vieux document vidéo présente Chang Tzu Ping, un agriculteur chinois qui possède deux visages suite à une malformation. Sa seconde face se compose d'une petite bouche comportant une langue et plusieurs dents, un crâne avec le cuir chevelu, de petits yeux, un nez et des oreilles. Dans son petit village, il était craint par les enfants qui pensaient qu'il était un monstre. À l'âge de 40 ans, il subira une opération chirurgicale pour se faire retirer cette seconde tête, avant de retourner dans son village.

Le document vidéo original et rare de Chang Tzu Ping, l’homme chinois à deux visages.

http://www.spi0n.com/chang-tzu-ping-lhomme-chinois-a-deux-visages/



Foto: (Visita la nostra pagina - ► Pianeta blu◄ - per ulteriori foto e notizie)
Edward Mordake (o Edward Mordrake ) era il nome dato ad un apocrifo erede del 19 ° secolo a un imprecisato inglese nobilte che è stato detto di aver sofferto di una forma di Diprosopus . Secondo le fonti, aveva un volto aggiuntivo sulla parte posteriore della sua testa, che non poteva né mangiare né parlare ad alta voce, anche se è stato descritto in grado di ridere e piangere. Edward ha implorato i medici di rimuovere il secondo volto, sostenendo che gli sussurrava di notte, ma nessun medico avrebbe tentato l'intervento. Si suicidò quando aveva soltanto 22 anni.
La storia è stata contestata in passato e probabilmente è stata arricchito con elementi di fantasia. La descrizione delle condizioni di Edward Mordake è in qualche modo simili a quelle di Chang Tzu Ping e Pasqual Pinon . Sia Mordake e Pinon sono presenti i due casi molto particolari su un elenco di 10 persone con arti extra  in The Book of Lists edizione del 1976.
Il testo del 1896 Anomalie e curiosità della medicina cita una versione della storia,  ed Edward ora è stato descritto in molti testi, giochi e canzoni. 
Fonte:http://en.wikipedia.org/wiki/Edward_Mordake

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http://youtu.be/pwfdTndbNfA




Pasqual Pinon, era conosciuto come il messicano con due teste ed era un grande attrazione del Sells Floto Circus nei primi anni del 1900. La storia dice che Pinon, fuggito dal Messico dopo aver perso il ranch di famiglia, a causa della sua unica deformità è stato in grado di mostrare se stesso per una notevole quantità di denaro e sostenere la sua famiglia di sette personeLa seconda testa era costantemente immobile, la sua bocca chiusa e gli occhi vuoti e inespressivi. La mancanza di movimento è dovuta a un ictus che Pinon ha subito a 20 anni di età. 
Pinon non dava spettacolo, la maggior parte delle sue prestazioni consisteva semplicemente nel sedersi e, occasionalmente, sollevare il suo mento in aria per mostrare meglio la connessione tra la naturale e la piccola testa secondaria. 

L'intera storia della sua origine è, ovviamente, falsa. Mentre è del tutto possibile avere due teste complete, una condizione nota come craniopagus parasiticus, la testa "di troppo" è sempre situata al rovescio sulla sommità del capo principale - come nel caso di un ragazzo del Bengala vissuto nel 1700. Il secondo capo di Pinon era un falso. 

La vera storia di Pasqual Pinon è in realtà più interessante nella sua stranezza. Pinon era effettivamente una ferroviere del Texas, a cui è cresciuto un grande tumore benigno sulla parte superiore della sua testa. Egli è stato scoperto da un promotore nel 1917, mentre lavorava sulle rotaie. Per qualche ragione il promotore ha pensato che l'enorme tumore sporgente di Pinon non era abbastanza strano e ha deciso di creare una falsa faccia con una maschera di cera. Maschera che ha fatto nascere il mito del messicano con due teste. Alcune voci sostengono che la maschera fosse fatta d'argento e impiantata chirurgicamente sotto la pelle, tuttavia, è altamente improbabile. Altre voci sostengono che questo manufatto d'argento rese Pinon matto. Anche in questo caso, è più probabile che si tratti di invenzioni del promotore. Ciò che è accaduto a Pinon dopo questa storia è sconosciuto. Si presume che si sia ritirato e abbia ripreso la sua vita come operaio, con un po' meno cose per la mente.
http://thepolloweb.blogspot.it/2010/03/pasqual-pinon-l-con-due-teste.html







Globuli Rossi. Una caratteristica peculiare del cammello è la forma dei suoi globuli rossi, che sono ovoidali anziché circolari come in tutti gli altri mammiferi.


Una caratteristica peculiare del cammello è la forma dei suoi globuli rossi, che sono ovoidali anziché circolari come in tutti gli altri mammiferi.

I cammelli non solo sopportano bene la carenza d'acqua, ma quando ne hanno a disposizione approfittano per reintegrare immediatamente le riserve bevendone ingenti quantità.

Qualsiasi altro animale subirebbe uno shock bevendo tanta acqua in così poco tempo: le cellule, soprattutto i globuli rossi scoppierebbero con le gravi conseguenze facilmente immaginabili. I globuli rossi dei cammelli sono invece ovoidali (invece che tondi), molto resistenti, sono in grado di espandersi fino al 240 % del volume originale senza rompersi.

Nei periodi di carenza d'acqua, la disidratazione provoca un aumento della viscosità del sangue con conseguenti difficoltà a livello del sistema circolatorio. Questo inconveniente viene risolto grazie alla capacità di sottrarre acqua maggiormente dai tessuti che dal sangue, mantenendo inalterato il volume plasmatico, e, soprattutto, grazie all'elevato numero di globuli rossi, molto piccoli e di forma ellittica, che riescono a circolare liberamente anche in condizioni di forte viscosità.






Cervello. L'amigdala è la centrale di controllo delle emozioni, e in particolare della paura, ma può svolgere adeguatamente questo compito solo con il contributo dell'ippocampo. Sono alcuni neuroni dell'ippocampo, infatti, che permettono o impediscono all'amigdala di identificare i contesti e le condizioni da considerare pericolosi.

L'amigdala è la centrale di controllo delle emozioni, e in particolare della paura, ma può svolgere adeguatamente questo compito solo con il contributo dell'ippocampo. Sono alcuni neuroni dell'ippocampo, infatti, che permettono o impediscono all'amigdala di identificare i contesti e le condizioni da considerare pericolosi.

Non tutta la paura passa dall'amigdala

Reazioni alla paura: non decide solo l'amigdala

I circuiti neuronali della paura.
C'è uno specifico gruppo di neuroni dell'ippocampo che ha un ruolo essenziale nell'apprendimento della paura, la capacità – essenziale per la sopravvivenza - di collegare una certa situazione a un pericolo

A scoprirlo sono stati alcuni neuroscienziati della Columbia University che firmano un articolo su “Science”. 

E' noto che il centro cerebrale che sovrintende alla gestione delle emozioni, e in particolare della paura, è l'amigdala. Tuttavia studi recenti hanno indicato che nel processo di selezione degli stimoli multisensoriali che definiscono il ricordo pauroso - o più precisamente, la situazione da associare alla paura, e quindi attivare la reazione adeguata – entra in gioco anche l'ippocampo, una struttura cerebrale chiave per la memoria a lungo termine

Per chiarire l'interazione tra amigdala e ippocampo, Matthew Lovett-Barron e colleghi hanno sfruttato i metodi dell'optogenetica, creando un ceppo di topi i cui neuroni esprimono una proteina, l'alorodopsina, che reagisce alla luce e può servire da interruttore per attivare o disattivare a comando specifici neuroni.


Il ruolo dell'ippocampo nell'apprendimento della paura
Sia l'amigdala sia l'ippocampo appartengono al sistema libico, la parte più profonda ed evolutivamente antica del cervello. (© Visuals Unlimited/Corbis)


I ricercatori hanno quindi sottoposto gli animali a classici test di condizionamento, in cui un particolare stimolo, per esempio un lampo luminoso o il suono di un campanello, viene presentato subito prima di uno stimolo negativo, come una leggera scossa alle zampe. 

Normalmente, dopo un pò il topo impara che il primo stimolo (il lampo) fa prevedere l'arrivo della scossa, e manifesta una chiara reazione di paura - interrompendo la propria attività e immobilizzandosi, come “congelato” - ogni volta che vede il lampo, anche se poi la scossa non c'è. 

Lovett-Barron e colleghi hanno attivato e disattivato diversi gruppi di neuroni nell'ippocampo dei roditori, scoprendo che l'attivazione di alcuni specifici neuroni colinergici (cioè neuroni che usano come principale neuromediatore l'acetilcolina) di una regione dell'ippocampo nota come CA1 sopprime i comportamenti di  "congelamento" dopo la presentazione del lampo. 

La soppressione si verifica perché questi neuroni colinergici inibiscono l'attività di altri neuroni destinati a creare un quadro unitario fra i diversi tipi di stimolo che arrivano in un certo arco di tempo: l'esperienza della vista del lampo restava così un'esperienza a sé stante, non collegata a quella immediatamente successiva della scossa. La soppressione si verifica perché questi neuroni colinergici inibiscono l'attività di altri neuroni destinati a creare un quadro unitario fra i diversi tipi di stimolo che arrivano in un certo arco di tempo: l'esperienza della vista del lampo restava così un'esperienza a sé stante, non collegata a quella immediatamente successiva della scossa.

http://www.lescienze.it/news/2014/02/24/news/apprendimento_paura_ippocampo-2022175/



Venezia praticava la separazione dei poteri, situazione che divenne più evidente il 31 luglio 1411 quando il Consiglio dei Dieci, dotato di pieni poteri in materia di sicurezza interna ed esterna, decise di escludere dalle riunioni del Senato tutti i nobili, i titolari di prelature o di benefici ecclesiastici e i loro familiari, padre, fratelli, zii, nipoti, specie quando venivano trattati argomenti che riguardavano “gli affari del papa, l’obbedienza dovuta al papa o la disobbedienza, ed ogni cosa che possa concernere lo stesso papa”.


La repubblica di Venezia, microcosmo delle divisioni religiose d’Europa, risultava sospetta a Roma per il suo spirito di tolleranza: essa, di fatto, si sarebbe mantenuta lontana dalle lotte e dalle persecuzioni religiose, nella logica di non voler fare atti che potessero nuocere al commercio.
In effetti la Serenissima avrebbe utilizzato per la sua ripresa commerciale proprio le minoranze religiose: i mercanti tedeschi protestanti per le sue relazioni con la Germania e i Paesi del Mare del Nord, gli ebrei e i greci per quelle verso l’Impero ottomano.

Venezia, città cattolica ma gelosa della propria autonomia nei confronti di Roma, non smise mai di voler regolare autonomamente i propri affari: non esitò infatti a contrastare l’autorità del Papa. 

Confinante con i territori pontifici che tagliavano in due la penisola, la città lagunare assunse il ruolo di difensore della libertà della penisola nel corso delle guerre che vedevano opposti il Papa, l’Imperatore, i re di Francia e di Spagna.

La Spagna cattolica risulterà vincitrice di questo scontro – nel 1559 con la Pace di Cateau Cambresis – e in tale contesto provvederà a rinforzare la propria presenza in Italia, in particolare a Milano al nord e a Napoli nel sud della penisola.

 Il papato aveva scelto l’alleanza con il re di Spagna e Venezia si trovò così rapidamente circondata dagli Spagnoli e dai suoi alleati, gli Asburgo e il papato. Nella pratica questa triplice alleanza risultava estremamente pericolosa per il commercio veneziano, sul mare così come sulla terraferma. 

In effetti gli spagnoli facevano risalire nell’Adriatico (il golfo di Venezia) le loro navi verso i porti di Trieste e di Fiume, porti degli Asburgo imperiali, e cercavano nel contempo di intaccare il monopolio della navigazione di cui godeva la Serenissima nel suo golfo, mentre sulla terraferma Leone X, vietando – a partire dal 15 giugno 1514 – al Duca di Ferrara di lasciar passare lungo il fiume Po il sale e le mercanzie dei Veneziani, toglieva alla Repubblica il suo monopolio, ovvero l’accesso ai mercati lombardi e francesi. Il Pontefice con questa decisione, si impegnava a difendere militarmente il ducato degli Este, nel caso che Venezia avesse cercato di riprendere, “manu militari“, il controllo della navigazione sul fiume.

Due patriarchi e una religione civica.
La Serenissima aveva saputo ritagliarsi una posizione di privilegio nella Cristianità occidentale. 

Essa faceva tradizionalmente risalire al V secolo la sua fondazione mentre la regione sarebbe stata anteriormente evangelizzata da San Marco, inviato ad Aquileia dall’apostolo Pietro. Il vescovo di Aquileia – che aveva assunto il titolo orientale di Patriarca nel 568 in occasione delle invasioni longobarde – aveva deciso di rifugiarsi a Grado nella laguna veneta; il dogato dei Veneziani aveva pertanto detenuto una sede patriarcale, per mezzo della quale esso avrebbe creato sei micro-vescovati insulari nella Laguna, fra i quali quello, urbano, di Castello, al fine di rinforzare l’autorità del suo patriarca (827), quando Aquileia avrebbe riassunto la propria sede originale.

In tal modo Venezia si era posta come rivale di Roma, in quanto di fronte alla città di San Pietro essa rappresentava la città dell’evangelista Marco. Roma, di fatto, aveva un vescovo mentre Venezia un Patriarca. [...]

Potere e debolezza della chiesa di Venezia.
I membri del clero non potevano sedere nel Gran Consiglio, l’organo sovrano del Comune. 
Venezia praticava la separazione dei poteri, situazione che divenne più evidente il 31 luglio 1411 quando il Consiglio dei Dieci, dotato di pieni poteri in materia di sicurezza interna ed esterna, decise di escludere dalle riunioni del Senato tutti i nobili, i titolari di prelature o di benefici ecclesiastici e i loro familiari, padre, fratelli, zii, nipoti, specie quando venivano trattati argomenti che riguardavano “gli affari del papa, l’obbedienza dovuta al papa o la disobbedienza, ed ogni cosa che possa concernere lo stesso papa”

Tutti quelli che “non sono attaccati a tali benefici” possono garantire che “il loro giudizio avrà sempre in vista la giustizia, il bene e l’onore della nostra Signoria e del nostro Stato”. Il fatto di detenere un ufficio ecclesiastico o di godere di una rendita proveniente da beni della Chiesa (beneficio) rischiava di nuocere all’imparzialità di giudizio, “allo scrupolo della coscienza e dell’intelligenza”, qualità necessarie alla classe dirigente nel momento in cui deve interessarsi dei rapporti con il Papato.

In effetti, la conquista della regione nord-orientale della penisola italiana che avrebbe costituito la base dello Stato di terraferma, aveva posto nelle mani dei Veneziani ben dodici diocesi, che godevano di grandi risorse: i vescovi di Padova (70.000 ducati d’oro), Brescia (2.500), Verona (3.000), Treviso (1.400), Bergamo (1.200), le rendite dei capitoli, delle parrocchie, di una sessantina di monasteri, importanti priorati, conventi di ordini mendicanti, conventi femminili, con le rendite di giurisdizioni territoriali, le rendite fondiarie, censi, affitti, prodotti di ammende. Questi benefici erano particolarmente concupiti dai nobili veneziani come fonte di nuove entrate così come dallo Stato che, a partire dal 1463, avrebbe messo in essere l’imposta diretta su tutte le entrate.

Nel frattempo il papa non rinunciava a imporre la propria autorità
nel febbraio 1510 papa Giulio II della Rovere, approfittando della vittoria militare della coalizione europea che aveva contribuito a creare (Lega di Cambrai), privò la Signoria del “diritto di nomina dei vescovi”, vale a dire del diritto di raccomandare al papa i nomi graditi

Le proteste di Venezia non ebbero successo ma nel 1552 papa Giulio III avrebbe concesso alla Serenissima la designazione di quattro candidati al patriarcato di Aquileia, fra i quali il papa avrebbe compiuto la sua scelta. Le grandi famiglie nobili Grimani, Corner, Pisani e Barbaro – che consideravano le sedi episcopali e patriarcali, i cappelli cardinalizi e le abbazie come parte del loro patrimonio – beneficiavano di importanti appoggi presso la corte di Roma. Queste famiglie cardinalizie si sarebbero allineate così sulle posizioni pontificie. Ma la volontà di indipendenza nei confronti di Roma e della Chiesa avrebbe continuato a dominare all’interno dei Consigli di governo, che – ad esempio in occasione della introduzione dei Tribunali dell’Inquisizione, creati a Roma nel 1542 sotto il nome di “Congregazione del Santo Uffizio per la Repressione delle Eresie” – avrebbero deciso la salvaguardia della sovranità della Repubblica attraverso gli atti dell’Inquisizione validi solo se adottati in presenza di magistrati laici, appositamente creati a tal fine (“i tre Saggi all’eresia”) con il compito di controllare la procedura e gli atti dei monaci.

Allo stesso modo, al Concilio di Trento (1545-1563), riunito per restaurare l’unità dei Cristiani d’Occidente e definire le vie della Riforma cattolica, i prelati veneziani sarebbero stati invitati dal Consiglio dei Dieci “a votare unanimemente contro i decreti che avrebbero potuto ledere la sovranità di Venezia”: in tal modo la Repubblica lagunare avrebbe adottato la stessa linea di condotta delle grandi monarchie (Francia e Spagna), gelose di preservare la loro autorità davanti alle pretese pontificie.

La ricchezza della chiesa, una questione politica.
Meno dell’1% della popolazione (il clero) possedeva ormai poco meno di un quarto delle proprietà dello Stato, ovvero una fortuna superiore ai trenta milioni di ducati in beni immobiliari ed entrate, che ammontavano a circa un milione e mezzo di ducati

Lo Stato, che voleva prelevare l’imposta diretta (decima) su queste ricchezze, vi sottometteva senza troppe difficoltà il basso clero, ma per i cardinali, prelati, monasteri, ordini mendicanti si trattava di un problema diverso, in quanto gli assoggettati a tale regime denunciavano una violenza che attentava alle libertà ecclesiastiche.

La ricchezza della Chiesa presentava un altro inconveniente in una città mercantile simultaneamente caratterizzata da una forte mobilità sociale e da un mercato fondiario e immobiliare particolarmente ridotto. In effetti durante tutto il Medioevo gli uffici notarili della città erano stati gestiti da preti-notai abili a orientare le ultime volontà dei testatori verso donazioni pie in favore di chiese e di monasteri che accumulavano beni in “mano morta”, in perpetuo. 

Venezia cercava, in ogni caso, di mobilitare per fini produttivi queste eredità che, nella pratica, “congelavano” terreni e immobili. Dal 1333 il Gran Consiglio aveva limitato a dieci anni qualsiasi trasmissione di beni a fini religiosi (pie cause), al di là dei quali essi sarebbero dovuti essere rimessi sul mercato per essere venduti. Nel 1536 una legge del Senato veneto riprende questo principio per impedire che “tutti i beni immobili di questa città non siano, attraverso legati e donazioni, accaparrati dai religiosi” e ordina la loro messa in vendita all’asta pubblica nel tempo massimo di due anni. Nel 1605 tale legge venne estesa a tutto lo Stato. I monasteri aggirarono tali disposizioni orientando i testatori verso donazioni in denaro, accumulando, in tal modo, un patrimonio finanziario considerevole, che acconsentiranno a prestare al tasso d’interesse del 4-5% annuo al patriziato urbano.


L’interdetto (1606-1607).
Nell’autunno del 1605 il Consiglio dei Dieci aveva fatto arrestare un canonico, e successivamente un abate, accusati di crimini di diritto comune (l’abate per rapimento a mano armata della sposa di un mercante), mentre la Chiesa richiedeva il rispetto dell’immunità e il papa Paolo V Borghese esigeva la consegna dei due sospetti, che sarebbero stati deferiti presso i tribunali ecclesiastici. Il pontefice accompagnava le sue richieste con minacce non tanto velate: scomunica del Senato della Repubblica e “interdetto” (divieto di qualsiasi attività liturgica) in tutto lo Stato in caso di mancata ottemperanza. Con questa minaccia il sovrano pontefice metteva in causa la sovranità della Repubblica, affermando il suo diritto a giudicare sul territorio veneto

In tale contesto il Consiglio dei Dieci condannò comunque a morte l’abate, mentre il Gran Consiglio, come replica al papa, elesse nel dicembre 1605 il doge Leonardo Donà e istituì l’ufficio del “Consulente religioso del governo” in teologia e diritto canonico, carica affidata a un “servita” (Ordine dei Servi di Maria ovvero i Serviti), frà Paolo Sarpi, brillante intellettuale e scienziato in matematica, fisica e medicina. 

Nell’aprile 1606 Paolo V scaglia le sue censure ma la Repubblica protesta solennemente contro questo “breve” ingiusto, senza valore e illegittimo. Il conflitto diventava ormai aperto e la Sede Apostolica vi avrebbe gettato tutta le sua autorità politica e spirituale, mentre Venezia, per mezzo dei suoi uomini di governo avrebbe resistito.

Frà Paolo Sarpi si limitò alla denuncia etico-politica: 
il papa si sbagliava ed era un dovere di ogni cristiano non prestargli obbedienza nel caso specifico. In conseguenza il governo veneziano aveva il dovere di costringere i religiosi dello Stato a proseguire nella loro attività liturgica; quelli che erano di opinione contraria (Cappuccini e Gesuiti) dovevano lasciare lo Stato e quelli che rimanevano sul territorio della Serenissima per predicare l’obbedienza al papa sarebbe stati perseguiti in giustizia

Il governo veneziano avrebbe scelto di celebrare con uno sfarzo particolare la festa del Corpus Domini, dove le confraternite, mobilitate in processione avrebbero assecondato la propaganda governativa, esibendo carri che mostravano “una chiesa decadente sostenuta dal Doge circondato dai santi Francesco e Domenico” o illustrando il tema “reddite quae sunt Caesaris Cesari et quae sunt Dei Deo” e, ancora più suggestivo, un giovane vestito da doge, in ginocchio davanti a San Marco benedicente. La Repubblica si sarebbe appoggiata anche sui vescovi della Terraferma, tutti derivati dal patriziato veneziano, e sul patriarca d’Aquileia, il cui capitolo aveva affermato “tenere in maggiore considerazione il Doge rispetto al Papa.”

Il re di Francia, Enrico IV di Borbone aveva proposto la sua mediazione per negoziare un compromesso, concluso il 21 aprile 1607: i decreti del Senato e del Gran Consiglio erano stati confermati, Venezia avrebbe mantenuto le sue leggi sulla proprietà ecclesiastica, la Compagnia di Gesù non sarebbe stata richiamata, ma Sarpi e il Doge Donà non avrebbero più ottenuto la restituzione del diritto di nominare i vescovi. Nel 1621, tirando le conclusioni del conflitto, il Segretario di Stato (ministro degli Esteri del papa) deplorava: “La giurisdizione ecclesiastica e il rispetto verso il papa e la sede apostolica, non senza pericoli per tutta la religione cattolica, hanno ricevuto delle gravi ferite, che, invece di un guadagno e di restaurazione, sono state il risultato di mediocri perdite”.

Il contenzioso non risultava completamente risolto, ma Venezia per il futuro si sarebbe astenuta di dare corso a nuovi conflitti poiché, come osservava uno dei suoi, “c’erano ormai troppi patrizi, che sotto la pressione di esigenze economiche, avevano dei legami troppo stretti con la Curia, troppi ‘papalini’, che raggiungono ormai la metà del Senato; per diminuire il loro numero occorrerebbe che lo Stato potesse offrire loro una alternativa alle possibilità offerte dalla Chiesa”.

La politica dei benefici non mancava di attrattiva per una nobiltà che doveva sistemare i suoi numerosi figli.

In occasione dell’interminabile Guerra di Candia (Creta; durata 25 anni) nel 1656, la Repubblica avrebbe soppresso qualche piccolo convento, mettendo in vendita i suoi beni per procurarsi un milione di ducati, inghiottiti dalla guerra turca. Venezia avrebbe poi chiesto a papa Alessandro VII la libera disponibilità di questi beni: questi acconsentirà a condizione del richiamo dei gesuiti nella Repubblica (il Senato avrebbe accettato tale condizione, assegnando alla Compagnia un vasto convento rimasto vacante). Agli inizi del XVIII secolo i Gesuiti, ormai consolidati nella Serenissima, inizieranno a rinnovare la loro sede: essi fanno abbattere la vecchia chiesa dei Crociferi e affidano, nel 1715, all’architetto svizzero Domenico Rossi il compito di ricostruirne una secondo le direttive aderenti alle disposizioni del Concilio di Trento. La chiesa dei Gesuiti verrà dedicata all’Assunzione della Vergine (Santa Maria Assunta), protettrice di Venezia già troneggiante in cima alla cupola della Salute insieme alle insegne del grande ammiraglio della flotta veneta.

Per saperne di più

Lane, Frederic, Storia di Venezia, Einaudi, Torino, 2015;
Del Torre, Giuseppe, Patrizi e Cardinali: Venezia e le istituzioni ecclesiastiche nella prima età moderna, Franco Angeli, Milano, 2010;
Frajese, Vittorio, Sarpi scettico. Stato e Chiesa a Venezia tra Cinque e Seicento, Il Mulino, Bologna, 2007;
Zorzi, Alvise,   La Repubblica del Leone. Storia di Venezia, Bompiani, 2001.






Nel XVII scoppia fra la Francia e Venezia una strana guerra: senza eserciti, ma con soldati; senza battaglie, ma con morti; senza generali, ma segnata dal contrapporsi di abili strategie.

Si tratta della "guerra degli #specchi".

Tutto comincia nel 1665, quando il governo di Luigi XIV invia delle spie a #Venezia per reclutare specialisti di dell'arte vetraria, provocando una furiosa reazione delle autorità della Serenissima.

Scopri tutto su #Storica 61 in questi giorni in edicola.


http://www.storiain.net/storia/venezia-e-roma-la-serenissima-contro-il-papato/




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