lunedì 23 marzo 2015

Lee Kuan Yew. Singapore. l’identità nazionale del piccolo stato venne rifondata sulla cultura cinese, per distinguersi dai malesi e dagli indonesiani che li circondavano. Lee Kuan Yew promosse l’uso del mandarino, insieme a una robusta iniezione di inglese nelle scuole (il premier cinese Zhou Enlai disse nel 1965: «Lee è come una banana, gialla fuori e bianca dentro»).



L’uomo che creò Singapore.
È morto a 91 anni Lee Kuan Yew: fece di un’ex colonia povera uno degli stati più ricchi del mondo
Giovanni Zagni

Morto Lee Kuan Yew, padre della Singapore moderna.

Lunedì 23 marzo 2015 è morto a 91 anni Lee Kuan Yew, primo ministro di Singapore dal 1959 al 1990, poi ministro per altri vent’anni, e padre riconosciuto dello sviluppo moderno del paese. È stato uno dei leader asiatici più noti e riconosciuti a livello internazionale – nella sua residenza ufficiale, Istana, furono ospitati sei presidenti degli Stati Uniti – e allo stesso tempo un controverso critico dei valori democratici occidentali.
Il suo stile di governo, una sorta di tecnocrazia autoritaria, ha reso Singapore una storia di successo economico unica al mondo. Quando pubblicò il secondo volume delle sue memorie, nel 2000, Lee Kuan Yew scelse un titolo che riassumeva bene la rivoluzione di Singapore durante gli oltre trent’anni sotto la sua guida: Dal terzo mondo al primo. Numeri alla mano, la descrizione è appropriata.
Oggi Singapore, con 5,5 milioni di abitanti, ha un Pil pro capite tra i più alti del mondo, maggiore di quello della sua ex potenza coloniale, il Regno Unito. Negli ultimi 40 anni la crescita media dell’economia è stata del 7 per cento. Il livello di corruzione all’interno della classe dirigente è stimato tra i più bassi del mondo, lontano anni luce dai più travagliati vicini del Sudest asiatico.
Ma il modello delle “tigri asiatiche” di cui Singapore è uno dei campioni non è solo il trionfo del puro libero mercato, alla Margaret Thatcher. A fianco dell’apertura ai mercati e agli investimenti stranieri, lo Stato mantiene un ruolo fondamentale, ad esempio nella costruzione di infrastrutture. I progetti maggiori, a Singapore, sono stati nel campo dell’edilizia popolare negli anni Sessanta e nel Mass Rapid Transit, il sistema ferroviario, negli anni ’80.

I primi passi di Singapore.
Lee Kuan Yew, nato nel 1923, veniva da una famiglia che aveva un buon rapporto con i coloni britannici. Suo nonno gli diede il soprannome ‘Harry’, che gli rimase attaccato mentre si distingueva come un brillante studente prima della guerra e poi nei suoi studi alla London School of Economics e a Cambridge. George Brown, ministro degli Esteri britannico negli anni Sessanta, lo chiamò una volta «il dannato miglior inglese a est di Suez». Alla LSE, Lee entrò in contatto con il politologo Harold Laski, importante teorico dell’ala sinistra del Labour, e partecipò alle attività del partito.

Dopo la Seconda guerra mondiale e la brutale occupazione giapponese, Lee Kuan Yew diventò uno dei leader del movimento anti-coloniale fondando il Partito di Azione Popolare (PAP). Nel 1959, ottenuto l’autogoverno dal Regno Unito, il PAP vinse le prime elezioni nella città-stato. Per due anni Singapore fece parte della Malesia – il giorno della piena indipendenza dal Regno Unito, il 16 settembre, era anche il compleanno di Lee – ma nel 1965 si staccò e prese la sua strada.
Non fu una scelta facile e Lee pianse, al momento di annunciarla in televisione. Singapore era un piccolo stato, poco più di una città, povera e priva di risorse naturali. Anche per l’acqua Singapore dipendeva da una condotta che arrivava dalla Malesia. La popolazione, eredità del periodo coloniale, era formata da una moltitudine di etnie diverse: cinesi, indiani, malesi e indonesiani (Lee appartiene al gruppo etnico cinese sudorientale degli Hakka). Non c’era una storia e un’identità comune a tenerli insieme – ma Lee avrebbe pensato anche a quelle.
Molti dubitavano che la sua fragile indipendenza sarebbe durata a lungo, stretta tra l’Indonesia e la Malesia (che si considerava ancora padrona del paese), le basi militari britanniche in via di chiusura (che fornivano gran parte delle entrate), e il dissenso politico all’interno, specialmente dei sindacati.

Il pragmatismo di Lee
Lee Kuan Yew e il ristretto circolo alla guida del PAP decisero che la strada da seguire era abbracciare il capitalismo estero, abbandonando nel frattempo i toni dell’anticolonialismo socialista per un solido anticomunismo. I tempi del Labour britannico e di Laski erano lontani, nello spazio se non nel tempo, e Lee adottò da subito un grande pragmatismo. Se in patria era contro i comunisti, ad esempio, sul fronte diplomatico Lee riuscì sempre a portare avanti una politica su più fronti, facendo affari con Taiwan ma tenendo stretti rapporti con la Cina, senza opporsi mai alla presenza statunitense nel continente asiatico.
Inoltre, l’identità nazionale del piccolo stato venne rifondata sulla cultura cinese, per distinguersi dai malesi e dagli indonesiani che li circondavano. Lee Kuan Yew promosse l’uso del mandarino, insieme a una robusta iniezione di inglese nelle scuole (il premier cinese Zhou Enlai disse nel 1965: «Lee è come una banana, gialla fuori e bianca dentro»).

Nell’arco di pochi anni le scommesse economiche cominciarono a pagare, mentre Singapore si faceva promotore delle organizzazioni regionali per il libero mercato come l’Asean. La posizione strategica sullo Stretto di Malacca venne sfruttata al meglio (si stima che per lo stretto transiti oggi il 40 per cento del commercio mondiale). Libero da eccessivi vincoli ideologici, Lee è stato un grande promotore del talento e delle competenze ai massimi posti di governo, garantendo stipendi altissimi per i ministri – in grado di attirare i talenti migliori anche dal mondo privato.

Una “democrazia” particolare.
Sul fronte politico, il sistema costruito a Singapore da Lee Kuan Yew ha caratteristiche uniche. 
Il parlamento unicamerale è formato da 87 membri eletti, tre seggi riservati ai “migliori sconfitti” alle elezioni e nove membri nominati. I collegi elettorali sono accuratamente disegnati per favorire il PAP – assegnano tipicamente tra i 4 e i 6 parlamentari ciascuno, e il partito che vince anche di un solo voto li ottiene tutti. L’opposizione, fragile e divisa, in molti collegi non si presenta neppure.
Per dare un’idea dei rapporti di forza, il PAP ha ottenuto nel 2011 uno dei peggiori risultati elettorali dagli anni Settanta, ma conta ugualmente su 79 seggi dei 99 nel parlamento. Il risultato portò comunque al ritiro di Lee anche dal ruolo di rango ministeriale che manteneva da quando non era più primo ministro. Il suo posto è stato preso dal figlio Lee Hsien Long, leader del PAP e primo ministro dal 2004.
Riconosciuto da tutti come molto brillante e altrettanto sincero e aperto nella discussione, Lee durante la sua carriera è stato variamente definito “piccolo imperatore”, “re-filosofo” o “imperatore confuciano”. Nelle sue memorie parla con grande candore di quelli che vede come i limiti delle democrazie occidentali e difende a spada tratta le sue scelte antidemocratiche e repressive. A lungo contrario a un culto della personalità centrato su di lui – aveva visitato troppi paesi nel mondo in cui i nomi degli ex leader venivano cancellati, diceva – negli ultimi anni era sembrato più attento agli onori.
Una tipica frase contenuta nelle sue memorie dice: «Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, l’America è diventata dogmatica ed evangelica quanto lo erano i comunisti. Vogliono promuovere la democrazia e i diritti umani da tutte le parti, tranne dove farebbe loro danno, come nella Penisola araba piena di petrolio». 

Come ha scritto qualche anno fa Nicholas Kristof del New York Times, «l’intolleranza e l’autoritarismo non hanno mai avuto un portavoce così eloquente e stimolante».
C’è un altro lato della storia di Lee Kuan Yew e di Singapore. Le armi del PAP per combattere il dissenso politico sono andate dal carcere senza processo alle costosissime cause per diffamazione in tribunale. Lee ha stroncato il dissenso sindacale nei primi anni del suo governo, arrestando quindici leader dopo le proteste del 1967. «Avremmo potuto sconfiggerli [i comunisti] se avessimo concesso loro l’habeas corpus e rinunciato ai poteri della detenzione senza processo? Ne dubito». Alcuni oppositori sono rimasti in carcere per anni.

Lee Kuan Yew ha dimostrato un simile disincanto anche per quanto riguarda la libertà di stampa e di opinione, sfruttando le leggi che risalgono al periodo coloniale. I media locali ospitano molto raramente un’aperta critica al sistema di potere. I libri e le ricerche critiche su Singapore vengono regolarmente messi al bando.

La spesa militare di Singapore è sempre stata altissima, per proteggersi dai ben più grandi vicini. Il servizio militare dura quasi due anni e nel 2014 il budget per la difesa ha assorbito oltre il 20 per cento del bilancio pubblico. Singapore spende per l’esercito quasi 250 milioni di dollari, più dell’Indonesia, che ha cinquanta volte più abitanti.

Tra ordine e controllo.
Il luogo comune vuole che Singapore sia una città ordinata, pulita e tranquilla. Persino troppo: la fama di posto in cui non succede nulla è ben radicata, come dimostra la classifica di CNN Travel sulle «dieci cose più noiose da fare a Singapore».
Le gomme da masticare sono fuori legge e, nei primi anni del governo di Lee, chi girava per Singapore con i capelli troppo lunghi rischiava un taglio di capelli forzato. Ancora nel 1994, un ragazzo americano di 19 anni venne fustigato con una canna di rattan (quattro colpi) perché aveva portato via alcuni segnali stradali e vandalizzato automobili con lo spray, finendo sui media di mezzo mondo e provocando quasi una crisi diplomatica con gli Stati Uniti.

Nei sotterranei della metropoli perfettamente funzionante ci sono problemi più profondi: un famoso articolo di copertina di Wired, pubblicato nel 1993, la definì «Disneyland con la pena di morte». Un’altra frase molto famosa di Lee dice: «tra essere amato ed essere temuto, ho sempre creduto che Machiavelli avesse ragione. Se nessuno ha paura di me, vuol dire che non valgo nulla». Oltre alle già citate limitazioni alla libertà di stampa e di espressione, la pena di morte è ancora prevista a Singapore per crimini come l’omicidio o il traffico di droga. L’omosessualità rimane illegale.

La minaccia maggiore allo status quo di Singapore è la demografia. Nel 1965, il governo di Singapore avviò anche una campagna demografica con lo slogan ‘Fermarsi a due’, che portò il tasso di fertilità da una media di cinque figli per donna a poco meno di due, dieci anni più tardi. Ma ai primi anni Ottanta Lee Kuan Yew dovette abbandonare il piano e tentare una inversione di rotta, invitando le famiglie della classe media ad avere più figli. Non ebbe successo e a Singapore il tasso di fertilità resta da decenni – come in molti paesi occidentali – sotto la soglia che evita il progressivo invecchiamento della popolazione.
Per questo motivo, il grande aumento della popolazione di Singapore degli ultimi anni – da circa 2 milioni al momento dell’indipendenza ai 5,5 milioni di oggi – si basa sull’immigrazione straniera. Questo ha portato a uno strisciante problema di intolleranza e razzismo, oggetto anche di alcuni studi (prontamente banditi a Singapore).

L’eredità di Lee Kuan Yew promette di durare a lungo. Ha creato un’isola di benessere economico, ordine e stabilità nel Sudest asiatico, al prezzo di restrizioni delle libertà personali e di repressione del dissenso. Il sistema, mentre Lee era in vita, non ha ancora mostrato segni di cedimento; sarà il futuro a dire se i suoi successori sapranno governarlo con altrettanta abilità.

Morto Lee Kuan Yew, padre della Singapore moderna
Lee Kuan Yew nel 1969




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