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lunedì 27 marzo 2017

La schiavitù era considerata normale come la nascita, il matrimonio, la morte. Il cambiamento della coscienza collettiva iniziò a piccoli passi, impiegando non poco tempo a maturare. I quaccheri furono la prima comunità cristiana a contrastare la schiavitù. In Pennsylvania si erano pronunciati chiaramente in tal senso fin dagli anni Ottanta del XVII secolo, sostenendo che lo schiavismo violava il comandamento evangelico “fate agli altri quello che vorreste fosse fatto a voi” (Matteo 7,12).

INGHILTERRA 1807: L’ABOLIZIONE DELLA TRATTA DEGLI SCHIAVI
di Massimo Ragazzini - 9 luglio 2016


Tra le principali nazioni schiaviste del mondo, l’Inghilterra si trasforma nella principale nazione emancipatrice grazie a un profondo cambiamento collettivo delle coscienze. Per abolire il traffico degli schiavi, residuo di un ancien régime agonizzante ma duro a morire, furono  necessari anche pragmatismo, pressioni politiche e l’impiego della forza militare.

Il 23 febbraio 1807 il Parlamento inglese approvò a larga maggioranza l’abolizione della tratta  degli schiavi: cento voti contro trentasei alla camera dei Lord e duecentottantatré contro sei a quella dei Comuni. Successivamente, a partire dal 1811, la tratta fu considerata un reato e i condannati per commercio di schiavi rischiarono la deportazione nella colonia penale britannica in Australia. 

L’Inghilterra, che probabilmente era stata la principale nazione schiavista del mondo, si era così trasformata nella principale nazione emancipatrice grazie a un profondo cambiamento collettivo delle coscienze [1]. 

L’abolizionismo francese, infatti, fu più debole e incerto di quello inglese. 
Nella Francia rivoluzionaria un decreto per l’abolizione della schiavitù nelle colonie era stato approvato all’unanimità dalla Convenzione già il 4 febbraio 1794, ma la sua applicazione fu fortemente osteggiata e, nel 1802, il primo console Napoleone Bonaparte ripristinò la tratta e la schiavitù [2].

Il ruolo preminente dell’Inghilterra del XVIII secolo non deve però farci trascurare che le lontane radici del movimento abolizionista, come ha documentato la storiografia, vanno cercate in un insieme di dati culturali propri di buona parte dell’Occidente. 

Lo storico americano David Eltis ci ricorda che la schiavitù è presente in gran parte della storia umana, anche se con notevoli differenze a seconda delle epoche e delle zone geografiche; e si possono tra l’altro distinguere società schiavistiche in senso proprio da altre nelle quali la schiavitù ha rivestito un ruolo marginale [3]. 

L’abolizionismo, scrive un altro storico americano, David Brion Davis, può essere collocato nella lunga storia delle idee dall’antichità classica in poi [4]. Già Ulpiano aveva definito la schiavitù una creazione dello jus gentium contraria allo jus naturalis (Digesto, 1. L., 17,32) [5].

La ricerca delle origini del movimento abolizionista conduce, come afferma lo storico francese Olivier Pétré-Grenouilleau, al concetto di umanesimo, un’idea che, sotto forme e gradi diversi, può essere trovata in numerose società e in differenti epoche [6]. 

Nel mondo occidentale essa ha rapporti sia con il corpo d’idee derivate dalla tradizione cristiana, sia con l’affermazione di una concezione laica della libertà individuale nel quadro degli stati nazione. 

Dall’antichità al Rinascimento, passando per il Medioevo, ogni epoca ha dato un suo contributo alla costruzione delle lontane origini ideologiche del movimento abolizionista. Non erano, tuttavia, basi definitive e con forti radici e, a partire dal XVII secolo, furono in pratica negate. Il peggioramento della congiuntura economica in Europa con il manifestarsi di fasi di depressione, e la guerra dei Trent’anni (1618- 1648), sintomo di quella che lo storico francese Paul Hazard chiama “la crisi della coscienza europea” [7], testimoniano di un tempo di grandi cambiamenti, ma anche di grandi disorientamenti e deviazioni. 

Così, in America, si svilupparono le colonie e con esse il sistema schiavistico e la tratta degli africani. Se il mondo antico vacillava, quello destinato a sostituirlo faticava a trovare la propria strada. L’umanesimo, dunque, lasciò il passo a questi importanti mutamenti culturali. 

“La schiavitù era considerata normale come la nascita, il matrimonio, la morte”, sottolinea lo scrittore americano Eric Metaxas, “e la stessa idea di civilizzazione senza la schiavitù era inimmaginabile”[8]. Nella letteratura occidentale l’immagine dell’uomo di colore iniziò a deteriorarsi e, in parallelo con lo sviluppo della tratta, furono progressivamente poste le basi di un vero e proprio razzismo nei confronti degli africani.

L’ora del risveglio suonò con l’illuminismo. 
Nell’epoca dei Lumi apparvero nuovi concetti, fra cui spiccava quello di libertà universale, che sostituì poco alla volta una concezione plurale di libertà che si realizzava nei privilegi concessi ai singoli, generalmente in deroga alla legge comune. L’uomo ‘illuminato’, tuttavia, non era esattamente un abolizionista. Era sì un critico del sistema schiavistico, ma ondeggiava fra la volontà di riformarlo per accrescerne l’efficienza, la compassione che poteva nutrire per la figura dello schiavo, la speranza che questi potesse migliorare la propria condizione e l’auspicio che, progressivamente, la schiavitù potesse essere abbandonata. Si era ancora all’interno di un modo di pensare nel quale convivevano la tolleranza del sistema e l’idea di una sua riforma: “il progetto grandioso e radicalmente nuovo chiamato ‘abolizionismo’ non esisteva affatto prima del 1770-1780” [9].

Il cambiamento della coscienza collettiva iniziò a piccoli passi, impiegando non poco tempo a maturare. I quaccheri furono la prima comunità cristiana a contrastare la schiavitù. In Pennsylvania si erano pronunciati chiaramente in tal senso fin dagli anni Ottanta del XVII secolo, sostenendo che lo schiavismo violava il comandamento evangelico “fate agli altri quello che vorreste fosse fatto a voi” (Matteo 7,12). 

Negli anni Quaranta e Cinquanta del Settecento il cosiddetto Grande Risveglio in America e l’ascesa del metodismo in Inghilterra contribuirono alla promozione di una nuova sensibilità morale. 
Nel 1770 il puritano Samuel Seward, giudice della Corte suprema del Massachusetts, sostenne, avvalendosi di citazioni bibliche, che la schiavitù era contro natura. La Costituzione federale degli Stati Uniti, adottata nel 1787, riconobbe implicitamente l’esistenza della servitù perpetua ed ereditaria sul territorio nazionale, ma ciò non impedì ad alcuni stati – Connecticut, New York, Massachusetts, Pennsylvania e Delaware – di legiferare contro la tratta negli anni immediatamente successivi. I quaccheri erano presenti sia nell’America del nord che in Inghilterra e le loro idee si diffusero anche in altre chiese protestanti. Si sviluppò così in Inghilterra un movimento di opinione sempre più consistente e in grado di coinvolgere la maggior parte degli strati sociali. Esso attingeva dall’illuminismo, ma s’ispirava anche all’evangelismo egualitario delle chiese protestanti non conformiste. Alcuni dei pensatori illuministi (Adam Smith, [10] Adam Ferguson [11]) erano giunti a considerare la schiavitù moralmente riprovevole ed economicamente inefficace, eredità di un barbaro passato. I pastori evangelici, e in particolare i metodisti, proclamavano nei loro sermoni che la tratta era orrenda e sostenevano che l’Inghilterra doveva essere la prima nazione ad abolirla e doveva anche operare per estinguerla nel mondo.

Negli anni Ottanta del Settecento la campagna contro lo schiavismo assunse un peso tale da acquistare vasti consensi e influire sulle decisioni dei legislatori. I suoi promotori fecero nascere un movimento di opinione pubblica come mai prima si era visto. Lo storico inglese Niall Ferguson evidenzia che venne realizzata “una politica di nuovo tipo, la politica dei gruppi di pressione” ad opera di “zelanti attivisti armati soltanto di carta, penna e sdegno morale”[12]. 

Il movimento abolizionista non intendeva dichiarare fuori legge solo la tratta, ma la stessa istituzione della schiavitù nelle colonie inglesi. L’idea pragmatica e vincente dei promotori di questa grande battaglia fu quella di non mirare direttamente all’abolizione della schiavitù, un obbiettivo che avrebbe causato la forte reazione dei proprietari delle piantagioni nelle colonie inglesi e della “potente consorteria delle Indie occidentali” [13], ma di procedere gradualmente e cioè di ottenere prima l’abolizione della tratta e successivamente quella della stessa schiavitù. Essi erano convinti che, se avessero tentato di ottenere subito entrambi gli obbiettivi, sarebbero andati incontro a una sicura sconfitta [14]. L’eliminazione della tratta avrebbe comunque contrastato indirettamente il funzionamento del sistema schiavistico, poiché l’esaurirsi dell’approvvigionamento di nuovi schiavi avrebbe avuto l’effetto di aumentare i problemi e i costi dell’economia di piantagione e, quindi, reso economicamente meno vantaggiosa la schiavitù.

La leadership del movimento abolizionista venne definita la ‘Setta di Clapham’, dal nome di una zona di Londra nella quale si trovava la Holy Trinity Church. I principali animatori del movimento erano infatti parrocchiani di quella chiesa. Fra questi c’erano Zachary Macaulay, già direttore di una piantagione schiavista in Giamaica, che a un certo punto non aveva più potuto conciliare quel ruolo con la fede cristiana; Henry Thornton, banchiere e membro del Parlamento; William Wilberforce, anch’egli membro del Parlamento; Granville Sharp, studioso di diritto, che nel 1772 era riuscito ad ottenere un importantissimo principio giurisprudenziale riguardante gli schiavi fuggiaschi [15]; Thomas Clarkson, autore di numerosi saggi contro la schiavitù. Essi fondarono la Society for the Abolition of the Slave Trade, alla cui guida vi erano anglicani come Sharp e Clarkson, mentre i soci erano in maggioranza quaccheri.

La società si allargò ben oltre la zona di Clapham. 
Vi aderirono anche i parlamentari Edmond Burke ed William Pitt il giovane, il poeta Samuel Taylor Coleridge e l’imprenditore della ceramica Josiah Wedgwood, della chiesa unitariana. Intellettuali e religiosi appartenenti a chiese diverse si batterono quindi concordemente, con passione e con abilità comunicativa, per conquistare il consenso dell’opinione pubblica all’abolizione della tratta. 

Wedgwood produsse migliaia di medaglioni antischiavisti che ritraevano la figura di un nero genuflesso in catene su uno sfondo bianco con la scritta: “Non sono anch’io un uomo e un fratello?”. I medaglioni ebbero una diffusione capillare. Macaulay aveva fatto una full immersion per apprendere il funzionamento di quel commercio che voleva eliminare e non esitò ad attraversare l’Atlantico su di una nave negriera per osservare personalmente le sofferenze degli schiavi a bordo. Quando tornò in Inghilterra egli era ormai diventato l’esperto per eccellenza del commercio degli schiavi [16]. 

Grazie a Macaulay gli abolizionisti poterono prendere di mira i modi inumani con i quali veniva realizzato il trasporto, mostrando in pubblico i disegni delle sovraffollate navi negriere. Fra il 1787 e il 1792 il movimento ottenne un ampio consenso anche nei ceti popolari e riuscì a darsi una struttura organizzativa articolata territorialmente e finanziata dagli aderenti. La stampa dette spazio al dibattito che si era sviluppato nel paese e, gradualmente, i risultati arrivarono. 

Nel 1788 venne applicato il Dolben Act, in base al quale veniva aumentato lo spazio a disposizione di ciascun prigioniero a bordo delle navi negriere. 

Nel 1791 una proposta di abolizione della tratta fu respinta da centosessantatré voti contro ottantotto. 

Nel 1792 una proposta di abolizione graduale, sull’esempio di quanto in quell’anno aveva deciso la Danimarca, fu approvata dalla Camera dei Comuni, ma fu respinta dai Lord. Nei medesimi anni fu promossa una petizione per la fine del commercio degli schiavi che raccolse 400.000 firme, delle quali 11.000 nella sola Manchester, due terzi della popolazione maschile della città. 

Il Parlamento non poté non ascoltare un appello con tale consenso popolare. 
Nel 1805 venne proibita l’introduzione di schiavi nei territori recentemente acquisiti della Guyana britannica e di Trinidad e nel 1806 fu interdetta ai cittadini inglesi la possibilità di tratta con le colonie straniere. Nel 1807 il commercio degli schiavi venne abolito e, dal 1811, sanzionato penalmente. I riformatori non si fermarono a questa prima vittoria e nel 1814 almeno 750.00 firme vennero apposte a petizioni che chiedevano l’abolizione dello schiavismo in quanto tale. L’obbiettivo venne raggiunto nel 1833, quando le ultime resistenze furono vinte e lo schiavismo diventò illegale in tutti i territori britannici. Gli schiavi delle colonie dei Caraibi vennero emancipati e i loro ex proprietari indennizzati.

Quanto avvenuto in Inghilterra non pose fine al commercio degli schiavi sull’Atlantico e allo schiavismo nelle Americhe, che continuò nel Sud degli Stati Uniti e in Brasile. Dai primi decenni dell’Ottocento Londra divenne tuttavia la più decisa oppositrice del traffico che, con la successiva cooperazione della Francia, fu perseguito attraverso operazioni internazionali di polizia oceanica. 

Anche i governi spagnolo, portoghese, svedese e olandese, e quelli delle nuove nazioni sudamericane in cambio del riconoscimento ufficiale della loro sovranità, accettarono gradualmente la proibizione del commercio, permettendo alla marina da guerra britannica di procedere contro i loro cittadini e accettando l’istituzione di corti internazionali di arbitrato. 

Nonostante ciò, i trasporti di schiavi si protrassero a lungo, spesso in condizioni crudeli, principalmente verso Brasile, Cuba e Stati Uniti. L’abolizione della tratta non cambiava radicalmente la domanda di schiavi finché la schiavitù continuava a essere legale. 

Dopo l’abolizione da parte dell’Inghilterra, alla quale fece seguito quella da parte della Francia nel 1848, la schiavitù venne abolita nelle colonie olandesi nel 1860. Negli Stati Uniti il presidente Lincoln emanò, nel corso della guerra di Secessione, il decreto di emancipazione degli schiavi, entrato in vigore nel 1863 e ribadito nel 1865, alla fine del conflitto, nel XIII emendamento della Costituzione. La Spagna vietò la schiavitù a Porto Rico nel 1872 e a Cuba nel 1885. Il Brasile l’abolì solo nel 1888 [17]. La tratta attraverso l’oceano atlantico cessò quindi definitivamente negli anni Ottanta dell’Ottocento.

L’abolizionismo fu una tappa fondamentale nella progressiva affermazione dei diritti universali dell’uomo. L’obbiettivo fu raggiunto grazie alla pressione di movimenti a forte componente morale e idealista che si trovarono ad agire in una situazione di evoluzione dei costumi e di cambiamenti economici e sociali. Per abolire il traffico degli schiavi, residuo di un ancien regime agonizzante ma duro a morire, furono anche necessari, come si è visto, il pragmatismo, le pressioni politiche e l’impiego della forza militare.


Per saperne di più
[1] Niall Ferguson, Impero, come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno, Mondadori, Milano, 2008.
[2] Carminella Biondi, Ces esclaves sont des hommes. Lotta abolizionista e letteratura negrofila nella Francia del Settecento, La Goliardica, Pisa, 1979.
[3] David Eltis, The Rise of African Slavery in the Americas, Cambridge University Press, 2000.
[4] David Brion Davis, Il problema della schiavitù nella cultura occidentale, SEI, Torino, 1971.
[5] Toni Honoré, Ulpian pioneer of human rights, Oxford University Press, 2002.
[6] Olivier Pétré-Grenouilleau, La tratta degli schiavi, Il Mulino, Bologna, 2006.
[7] Paul Hazard, La crisi della coscienza europea, Il Saggiatore, Milano, 1983.
[8] Eric Metaxas, Amazing grace: William Wilberforce and the heroic campaign to end slavery, Harper, San Francisco, 2007.
[9] Olivier Pétré-Grenouilleau, cit.
[10] Adam Smith, Ricerche sulla natura e le cagioni della ricchezza delle nazioni, Libro aperto, Ravenna, 2006.
[11] Adam Ferguson, Saggio sulla storia della società civile, Laterza, Bari, 1999.
[12] Niall Ferguson, cit.
[13] Olivier Pétré-Grenouilleau, cit.
[14] Renato Mazzolini, Darwin: schiavismo e razze umane, Scienza & Politica, vol. 21, n. 40, 2009.
[15] Nel caso dello schiavo fuggiasco James Somersett, il magistrato Lord Mansfield così decise: “Lo stato di schiavitù è tanto odioso che solo una legge positiva potrebbe sostenerlo; in assenza di tale legge in Inghilterra gli schiavi fuggiaschi, sul suolo dell’isola, non possono più ritornare schiavi del loro padrone”.
[16] Niall Ferguson, cit.
[17] Olivier Pétré-Grenouilleau, cit.

http://www.storiain.net/storia/inghilterra-1807-labolizione-della-tratta-degli-schiavi/



Quando gli schiavi eravamo noi.
Per secoli i cacciatori di schiavi nordafricani hanno seminato terrore in Italia. Ecco la loro storia.

Il mercato degli schiavi ad Algeri in un disegno europeo del 1700. 
I prigionieri europei vengono portati in catene, spogliati, esaminati con cura, talvolta picchiati e poi comprati da mercanti che li rivendevano, da privati, o presi come rematori.

Due navi slanciate si avvicinano da poppa alla Francis. 
Emergono dai flutti con una virata ardita. Gli uomini a bordo della Francis, una piccola nave da carico che nel 1716 è sulla via del ritorno da Genova verso l’Inghilterra, sono impietriti dalla paura: quelle navi sono sciabecchi, le navi dei cacciatori di uomini nordafricani. E i marinai sanno fin troppo bene quale destino incomba su di loro: la schiavitù.

ARREMBAGGIO. 
Perderanno la libertà e molti anche la vita. Verranno stipati in segrete putride, saranno torturati e umiliati, maltrattati fino alla morte. Solo pochi di loro rivedranno la patria.
Ma ecco accadere il miracolo: un’altra nave inglese, la Southwark, li incrocia. 
È più grande delle 4 imbarcazioni e fornita di 16 bocche da fuoco. Ma con abili manovre, gli agili sciabecchi raggiungono la fiancata della Southwark, fuori dal tiro dei cannoni sulla murata. I nordafricani gettano i rampini d’arrembaggio e, con grida infernali, saltano a bordo. I corsari trionfano e fanno bottino di 2 navi e tonnellate di carico: tessuti e vino, coralli e porcellane. Ma il vero tesoro sono i 52 uomini caduti nelle loro mani: merce fresca per i mercati di schiavi del Nord Africa.

ORO BIANCO. 
Schiavi europei, padroni africani: una situazione insolita, che solo di recente è diventata oggetto d’indagine. Il quadro che abbiamo di quell’epoca, nella quale i cristiani erano “oro bianco” sui mercati del Maghreb, è ancora ricoperto da una patina di descrizioni folkloristiche.

Nel XIX secolo, il bisogno di esotismo orientale (e di erotismo: “la donna bianca rapita e portata negli harem” era un filone venduto in molte varianti fantasiose) trovò risposta in un genere letterario. Gli storici invece non hanno mai preso sul serio il fenomeno. Oggi però un libro dello storico statunitense Robert Davis  traccia un quadro radicalmente diverso.

Secondo Davis ci sono stati non meno di un milione di schiavi europei asserviti a padroni africani. Tra il 1580 e il 1680 ad Algeri, Tunisi, Tripoli e in una manciata di località affacciate sulle coste maghrebine, vivevano stabilmente ben 35.000 schiavi. 

FINO IN ISLANDA. 
Cercando di calcolare quanti uomini dovessero essere catturati per mantenere stabile questo numero, tenendo conto di fughe (meno dell’1%), riscatti (4%), morti per la peste che in Africa dilagava con spaventosa regolarità, Davis ha stimato che ogni anno bisognasse catturare almeno 8.500 persone, cioè 850.000 nel periodo compreso tra il 1580 del 1680.

Per tutta l’epoca della schiavitù, dal 1500 fino al 1800, Davis stima così «con buona approssimazione» 1,25 milioni di europei ridotti in schiavitù. E si riferisce soltanto alle roccaforti dei cacciatori di schiavi nel Mediterraneo occidentale: Algeri, Tunisi e Tripoli. Ma anche in Marocco o in Egitto decine di migliaia di europei vivevano in schiavitù, e anche nell’Impero ottomano: a Costantinopoli, tra il 1500 e il 1800, c’era una presenza stabile di 30.000 schiavi.

1, 25 MILIONI Gli europei deportati in Nord Africa tra il 1500 e il 1800.
Gli africani deportati in America dagli europei tra il 1451 e il 1870 furono
12 MILIONI

I cacciatori di schiavi del Nord Africa arrivavano fino in Gran Bretagna, dove facevano irruzione nelle taverne e nelle chiese, vestendo abiti lunghi e con la testa completamente rasata, sguainando le scimitarre e portando via avventori al bancone o fedeli che assistevano alla Messa. Nel 1627 un gruppo algerino di cacciatori di uomini arrivò fino in Islanda, dove rapì centinaia di uomini, donne e bambini.

TERRORE IN ITALIA. 
Ma soprattutto i corsari imperversavano nel Sud Italia. Nel 1543 sbarcarono sulla penisola circa 12.000 corsari, un esercito che si spinse nell’entroterra anche per 30 km. Un’altra volta arrivarono a 20 chilometri dal Vaticano. Le milizie locali non osavano attaccare gli invasori, nettamente superiori. E il potere centrale era distante oppure, come nel caso dei piccoli Stati in cui era frammentata l’Italia, non esisteva affatto. 

Nel 1544, i cacciatori di uomini fecero prigioniere 7.000 persone nel golfo di Napoli, nel 1554 deportarono 6.000 persone da Vieste, in Puglia. Quando le navi tornavano a casa dopo queste scorrerie, nei mercati del Maghreb i testimoni dell’epoca raccontavano che “un europeo vale solo una cipolla”.

Qualche volta le spedizioni avevano un tale successo che le navi corsare non riuscivano a trasportare tutti i prigionieri. Allora questi erano rivenduti sul posto ai loro congiunti a prezzo scontato. In questi casi comparivano immediatamente usurai locali che facevano prestiti a chi non era in grado di pagare il riscatto dei parenti schiavi e, come avvoltoi, traevano profitto dalla sventura dei loro conterranei. I parenti del prigioniero davano loro in pegno la casa e il podere; nel giro di un paio d’ore, potevano riabbracciare i loro cari, ma non avevano più di che vivere.

La schiavitù fu usata ovunque nel mondo fin dalle prime grandi civiltà: 
Egitto e Grecia. A Roma gli schiavi erano così disperati che, guidati da Spartaco, osarono la rivolta. Con il cristianesimo ai cristiani fu proibito di comprare altri cristiani. E la schiavitù in Europa ebbe una battuta di arresto. Ma in epoca coloniale furono deportati 12 milioni di africani in America.

TRAVESTITI. 
Solo a partire dal 1600 circa, la portata di questo fenomeno si ridimensionò. 
La sorveglianza delle coste migliorò grazie alle torri di avvistamento e di difesa, le unità di cavalleria sbarravano la strada ai corsari mentre tornavano alle loro navi. Piccole, innumerevoli scorrerie presero il posto delle grandi battute di caccia. Il numero delle vittime di questi cosiddetti “furti di cristiani” si sommava a quello di persone catturate nel corso di grandi operazioni spettacolari. 

Le popolazioni cercarono riparo nell’entroterra, in paesi fortificati cinti da mura, sulle colline. Le zone costiere si spopolarono, le isole furono abbandonate. 
Poi iniziarono gli attacchi alle navi mercantili. Spesso i corsari si avvicinavano alle loro vittime a bordo di navi già conquistate, sotto falsa bandiera e travestiti con le uniformi di nazioni amiche. Tra il 1613 e il 1621 furono sequestrate e portate in Algeria 1.000 navi provenienti dall’Inghilterra e dalla Francia, dai Paesi Bassi e dalla Spagna. 

Gli europei catturati erano portati nelle città del Nord Africa, trascinati per le strade come appestati, percossi e coperti di sputi da una folla urlante. 
Quindi condotti nelle carceri sotterranee. Lì, ammassati in grandi celle sovrappopolate, vivevano in mezzo a escrementi e parassiti. 
La luce penetrava da una grata sul soffitto. Per abbandonare la prigione, gli schiavi dovevano arrampicarsi su una scala di corda che veniva calata dall’alto. 

IL MERCATO. 
Questo fino al giorno dell’asta al mercato degli schiavi. 
Qui i prigionieri erano tirati di qua e di là, dovevano saltellare e muoversi ballando: i clienti volevano essere sicuri che la merce fosse in buono stato. 
I potenziali acquirenti valutavano la muscolatura, esaminavano le mani, osservavano scrupolosi i denti. Al mercato si decideva la partita tra la vita o la morte. L’acquirente aveva bisogno di un animale da lavoro o puntava a una speculazione? Soltanto se il nuovo padrone poteva sperare di ricavare un compenso elevato dal riscatto del proprio prigioniero, avrebbe evitato di maltrattarlo fino alla morte. 

Varie torture fatte agli schiavi: 
impalati, squartati da 2 navi, bruciati vivi, crocefissi, bruciati con candele, murati vivi, fatti a pezzi, trascinati da cavalli.

VESCOVI “JACKPOT”. 
Per questo i ricchi passeggeri a bordo delle navi catturate erano un bottino di cui i corsari andavano sempre a caccia: commercianti, con familiari disposti a pagare somme elevate per il loro riscatto, o, ancor meglio, vescovi, che in questo gioco valevano un jackpot: si era sparsa la voce che, per i suoi dignitari, la Chiesa pagasse velocemente, senza fare chiasso e profumatamente. 

Il destino più benevolo toccava di solito a chi entrava in servizio in case private: svuotare le latrine, condurre cammelli, magari solo fare musica in giardino e servire il caffè. Agli schiavi da lavoro di Stato, invece, era riservato un trattamento duro e spietato. Ad Algeri dovevano trascinare per chilometri blocchi di pietra di 20-40 tonnellate, dalla cava di estrazione al cantiere del molo al porto. E poteva andar peggio: la forma più brutale di sfruttamento toccava ai rematori di galea.

NEL FETORE. 
A bordo di una galea  l’acqua da bere era centellinata. 
Chi non resisteva, veniva buttato in mare. Gli uomini erano incatenati ai remi. Non potevano né spostarsi né alzarsi in piedi e dovevano dormire seduti in file di 3-4 persone. Per fare i loro bisogni, si arrampicavano sui vicini e li scavalcavano fino ad arrivare alla murata. Molti di loro, esausti, rinunciavano persino a spostarsi; non a caso, le galee erano circondate da un fetore bestiale. 
Sulle galee da guerra ottomane, i rematori rimanevano incatenati anche quando la nave restava in porto durante l’inverno. 
E quando la nave affondava in battaglia.

Molti finivano per convertirsi all’Islam. 
Per i padroni, la conversione degli schiavi era un evento contraddittorio: 
utile per compiacere Allah, ma negativo per gli affari. I convertiti, infatti, non potevano più essere sfruttati in modo disumano. Per chi invece si allontanava dal cristianesimo, il passaggio all’Islam era un patto con il diavolo: per il governo inglese diveniva un traditore e non poteva più sperare nel riscatto. Spesso gli ex cristiani si distinguevano per il particolare zelo come collaboratori del regime: «Superano anche i barbari per crudeltà e picchiano i loro fratelli senza pietà» racconta un testimone oculare. 

Per l’harem. 
SCHIAVO NEL LUSSO. 
Ma si poteva anche fare carriera. 
Il veneziano Giacomo Colombin, catturato in mare nel 1602, fu corteggiato dal capitano dei corsari per la sua arte ingegneristica, che gli portò grandi ricchezze: era uno schiavo, ma abitava in un villa di lusso sulle colline di Algeri. Dopo 30 anni, usando una delle navi da lui stesso progettate, fuggì insieme ad altri 22 prigionieri.

Già esempi di questo tipo mostrano che le società schiavistiche del Nord Africa erano molto più complesse di quanto si sia immaginato finora. Nuove fonti permettono anche di gettare uno sguardo alla vita sociale che si svolgeva nei cosiddetti “bagni” di Algeri. Già dal 1700, questi labirintici quartieri-prigione, dove vivevano molti schiavi, furono dotati di una cappella per il culto cattolico, gestita da monaci accreditati nelle metropoli dei corsari. I musulmani ne apprezzavano l’aiuto in campo pastorale e medico. I religiosi, nel frattempo, acquistarono un ruolo sempre più importante come agenti nelle trattative per il riscatto che, con il passare del tempo, si trasformarono da “vendite al dettaglio” a commercio all’ingrosso di uomini-merce.

ARMATI DAI DANESI. 
Il riscatto era costoso: nel 1646 un emissario inglese pagò 38 sterline per schiavo, il guadagno annuale di un commerciante inglese benestante. 
La politica europea nei confronti dei pirati, in particolare quella francese, rimase a lungo caratterizzata da titubanze e tatticismi: era più importante un accordo commerciale del destino degli schiavi. 

Alla fine del XVIII secolo, il re di Danimarca inviava ogni anno ai cacciatori di uomini un tributo di armi purché lasciassero in pace le sue navi. Ma con la fine delle guerre napoleoniche i rapporti cambiarono. Durante il congresso di Vienna nel 1814-1815, su pressioni del governo inglese, fu messo al bando il commercio transatlantico di schiavi. Contemporaneamente, l’ammiraglio inglese Sir Sidney Smith lanciò con la sua “Società dei Cavalieri Liberatori degli uomini Bianchi che gemono schiavi in Africa” un intervento umanitario in Nord Africa.

ASSALTO FINALE. 
Nel­l’agosto del 1816 una flotta composta da 18 navi da guerra inglesi, alcune delle quali dotate di oltre 100 cannoni, e con l’appoggio di navi olandesi, si ancorò nella baia di Algeri. Scaduto un ultimatum, tutte le navi aprirono il fuoco. Le bordate si conficcarono una dopo l’altra nei bastioni fino a quando, verso sera, su Algeri piovvero 50.000 palle di cannone. La flotta dei corsari, con le navi ormeggiate nel porto, bruciò. Il fuoco si propagò alle strutture del porto e all’arsenale e in poco tempo si estese alla città. Il comandante in capo dei corsari si arrese e rimise in libertà tutti gli schiavi. Anche Tunisi, Tripoli e il Marocco si affrettarono a dichiarare che la schiavitù era abolita. 

18 AGOSTO 2017
http://www.focus.it/cultura/storia/quando-gli-schiavi-eravamo-noi

sabato 14 novembre 2015

Gli schiavi nella società e nella cultura romana. Aristotele: «Gli schiavi e gli animali domestici sono quasi uguali e rendono su per giù gli stessi servizi. La natura stessa vuole la schiavitù, perché fa differenti i corpi degli uomini liberi da quelli degli schiavi: gli schiavi col vigore che richiedono i lavori a cui sono predestinati, gli uomini liberi incapaci di curvare la loro diritta statura a opere servili e a datti, invece, alla vita politica e alle occupazioni guerresche o pacifiche. Dunque gli uomini sono liberi o schiavi per diritto di natura: la cosa è evidente. Utile agli stessi schiavi, la schiavitù è giusta.»




Nel mondo romano la schiavitù diventò un fenomeno generale con le guerre di conquista in Italia:
i liberi impegnati nei conflitti erano sostituiti con gli schiavi e questi divennero sempre più numerosi con l’intensificarsi delle campagne anche fuori d’Italia. Dalla nemica Cartagine, che partecipava a un florido commercio di schiavi su tutte le coste del Mediterraneo, i Romani appresero a impiegare gli schiavi anche come soldati. Per la coltivazione dei latifondi, che diventavano sempre più estesi, Roma ricorse anche a metodi più brutali, come le catture di uomini abili al lavoro nelle regioni occupate o il ricorso ai mercati pubblici (a Deio funzionava un mercato che vendeva fino a 10.000 schiavi al giorno); si aggiungevano a questo l’allevamento di bambini abbandonati e la concessione di privilegi agli schiavi che procreavano figli (futuri schiavi). Il trattamento riservato loro era piuttosto duro e ne sono testimonianza le frequenti insurrezioni, che interessavano intere regioni: Roma stessa fu minacciata da ribellioni di schiavi, capeggiati da Enno (136-132 a.C.) e da Spartaco (72-70 a.C.).
Dal lato giuridico lo schiavo non poteva avanzare nessun diritto e il suo padrone aveva su di lui il diritto di vita e di morte: lo stesso suo sostentamento non costituiva un obbligo de iure, ma piuttosto un interesse o, al massimo, una tradizione. Si valutavano però attentamente le qualità degli schiavi e, se si trattava di persona colta, poteva essere adibita a lavori di segreteria o utilizzata come amanuense, bibliotecario o pedagogo. Gli si concedeva anche, pere antichissima tradizione, di poter tenere un piccolo peculio privato, in deroga al principio che tutto ciò che era acquistato dallo schiavo apparteneva al suo padrone.
Lo schiavo giungeva alla liberazione: per riscatto, con l’adozione, con la manomissione da parte del padrone che costituiva l’ex schiavo nella condizione di «liberto». In età imperiale si concesse allo schiavo di poter essere venduto a un altro padrone se sistematicamente maltrattato; di essere venduto assieme alla moglie, se sposato; di possedere ed ereditare.
L’economia fondata sul lavoro servile fu a Roma una delle cause della sua scarsa produttività e lo aveva ben compreso Columella, che considerava la schiavitù «distruttrice della fecondità del terreno», mentre Varrone faceva osservare che l’interesse del libero coltivatore era la vera causa della maggiore produttività della terra. Diocleziano rese il lavoro servile ancora più costrittivo. Nel campo delle idee, gli stoici e Plinio il Vecchio dichiaravano uguali tutti gli uomini – e quindi la schiavitù contro il diritto naturale -, ma nella pratica, pur di puntellare il sistema schiavistico, si ricorreva alla distinzione fra ius naturale e ius gentium: il primo condannava la schiavitù, il secondo la ammetteva come prassi generale e quindi come diritto.
Lo stesso cristianesimo nulla poté contro la schiavitù, anzi, la patristica ne legittimò l’esistenza come punizione dei peccati, trovando un sottile quanto capzioso argomento: il corpo dello schiavo apparteneva al padrone per diritto di proprietà, la sua anima a Dio, perché sua creatura. La schiavitù continuò anche fra i popoli germanici, che s’insediarono nelle terre dell’ex impero. La condizione giuridica degli schiavi non mutò, perché dove mancavano tradizioni germaniche subentrava il diritto romano: in particolare era concesso allo schiavo di sposarsi, ma solo con una schiava; numerose norme regolavano la vita degli schiavi dello Stato e dei conventi, ma identica era la sostanza della loro posizione giuridica: una cosa nelle mani del padrone.

Nel 109 d. C. Traiano conquistò la Dacia, quella che ora si chiama Romania.
L’insaziabile fame di frumento della plebe romana trovava nuova soddisfazione; occorreva, però, che il rifornimento fosse il più regolare possibile, anche nei periodi di navigazione precaria: da novembre a marzo. Brindisi divenne così più che mai indispensabile scalo mercantile: pochissimi giorni di bonaccia facevano azzardare la traversata invernale.
Il trasporto terrestre, da Brindisi a Roma, doveva procedere anch’esso regolarmente. La via Appia c’era già ormai da oltre 400 anni, ma, proprio la sua età pluricentenaria reclamava restauri che l’Imperatore intraprese in modo sistematico, lungo l’intero percorso.
Nel tratto terracinese per accorciare il percorso di un solo miglio e risparmiare la salita fino a quota 147 metri venne affrontato l’immenso lavoro della tagliata di Pisco Montano. Risale dunque a quel tempo la variante costiera dell’Appia qui stretta tra le rupi e gli spruzzi delle onde del mare.
Fonte: Silvio Adriano Augusto




Gli schiavi nella società e nella cultura romana
«Gli schiavi e gli animali domestici sono quasi uguali e rendono su per giù gli stessi servizi. La natura stessa vuole la schiavitù, perché fa differenti i corpi degli uomini liberi da quelli degli schiavi: gli schiavi col vigore che richiedono i lavori a cui sono predestinati, gli uomini liberi incapaci di curvare la loro diritta statura a opere servili e a datti, invece, alla vita politica e alle occupazioni guerresche o pacifiche. Dunque gli uomini sono liberi o schiavi per diritto di natura: la cosa è evidente. Utile agli stessi schiavi, la schiavitù è giusta.»
Secondo Aristotele, il grande filosofo greco del IV secolo a.C., la distinzione fra liberi e schiavi ha origine nella natura stessa: vi sono uomini che nascono liberi, altri che sono destinati da sempre a essere schiavi. L’esistenza degli schiavi sarebbe dunque una necessità naturale, e come tale impossibile da contestare o modificare. L’opinione di Aristotele è l’opinione di tutto il mondo antico, quasi senza eccezione. Per tutta la loro storia, la società greca e quella romana furono società schiaviste, in cui cioè agli schiavi era affidata una quota consistente delle attività produttive; soprattutto furono società in cui, a parte casi rarissimi, nessuno si sognava di mettere in discussione l’esistenza della schiavitù, il diritto di un uomo di essere proprietario di un altro uomo e di poterne disporre liberamente, come oggetto di piacere, o viceversa, come vittima di punizioni e torture, come merce da vendere e comprare, come risorsa da sfruttare in quanto totalmente priva di diritti.

Gli schiavi erano presenti a Roma dai tempi più antichi, ma è nel periodo compreso tra la metà del III e la metà del II secolo a.C., che il loro numero aumentò in modo esponenziale a causa delle grandi conquiste territoriali. Per fare solo un esempio, Emilio Paolo, il vincitore di Pidna (168 a.C.), nei rastrellamenti seguiti alla campagna in Grecia ridusse in schiavitù 150.000 Molossi, una popolazione che abitava la sponda orientale dell’Adriatico. Ed era una cifra modesta rispetto agli sviluppi del secolo successivo: Cesare e Pompeo, i due grandi protagonisti della storia romana nel I secolo a.C., portarono con sé dai territori conquistati rispettivamente un milione e due milioni di schiavi.

Una volta catturate, queste masse sterminate venivano immesse sul mercato. La loro vendita era regolamentata da disposizioni che non si differenziavano, in sostanza, da quelle valide per altre merci: per esempio, gli schiavi erano esposti ai potenziali acquirenti in modo che questi potessero apprezzarne l’aspetto e la robustezza, e il venditore era tenuto a informare l’acquirente di eventuali “difetti della mercanzia”. Dalla metà del II secolo, il cuore del grande commercio internazionale fu l’isola di Delo, al centro del mar Ego: qui il volume delle vendite si aggirava, secondo stime, nei momenti di più intensa attività, a 10.000 schiavi al giorno.

La gran parte degli schiavi razziati in guerra finiva a coltivare i campi. 
Di conseguenza, nel corso del II secolo a.C., la proprietà terriera tese sempre di più a scomparire a favore dei grandi latifondi, nei quali il lavoro era affidato a veri e propri eserciti di schiavi. Sulla condizione di questi schiavi siamo informati abbastanza bene grazie ad un’opera di Catone il Censore, il De Agricoltura, una sorta di manuale di buona amministrazione destinato al proprietario di una azienda agricola. Ecco alcuni dei suoi consigli:

«Il padrone faccia vendite all’asta. Venda l’olio, se ha il prezzo alto; venda il frumento in sovrappiù, buoi invecchiati, bestiame e pecore in cattivo stato, lana, pelli, carri vecchi, ferri vecchi, schiavi vecchi, schiavi malati; se ha qualcos’altro di superfluo, lo venda.»

Due cose colpiscono nelle parole di Catone. 
Anzitutto, gli schiavi sono inclusi in un elenco che li pone sullo stesso piano di bestiame, carri e ferri vecchi. In secondo luogo, il consiglio di vendere schiavi vecchi e malati rivela una mentalità prettamente utilitaristica: dato che un servo in cattive condizioni fisiche non è redditizio per il padrone, tanto vale che si cerchi di ricavarne un ultimo guadagno, vendendolo. In un altro punto del suo manuale Catone spiega che il padrone «quando gli schiavi sono ammalati, non deve dare loro molto cibo»: ancora una volta, evidentemente, perché durante la malattia lo schiavo risulta improduttivo, e dunque “consuma” cibo senza restituirlo in forma di lavoro prestato. Catone del resto aveva trovato il modo di rendere economicamente conveniente persino l’attività sessuale dei propri schiavi, visto che organizzava, beninteso a pagamento, appositi incontri fra i suoi servi e le sue ancelle. Tra l’altro, poiché i figli di una schiava erano essi stessi schiavi, con questo meccanismo Catone incrementava anche a costo zero il numero dei suoi servi.

Non tutti gli schiavi andavano incontro alla medesima sorte. 
Gli addetti al lavoro nelle miniere vivevano in assoluto la condizione peggiore del mondo antico; migliore, invece, quella di chi serviva presso la residenza urbana di un aristocratico. Qui confluivano normalmente schiavi dotati di una certa cultura, che potevano svolgere anche compiti di responsabilità nella gestione dei beni del padrone, o divenire precettore dei suoi figli.

Tutti gli schiavi potevano essere impunemente picchiati, torturati, uccisi, e non solo dai loro padroni; durante le inchieste giudiziarie, per esempio, era normale impiegare la tortura per estorcere la confessione a uno schiavo, mentre questa prassi era rigorosamente vietata nei confronti di uomini liberi. Inoltre, un’antica norma imponeva che, se un servo uccideva il proprio padrone, tutti gli schiavi presenti sotto lo stesso tetto dovevano essere messi a morte insieme al colpevole, sulla base del presupposto che erano stati complici dell’assassino o, quanto meno, non gli avevano impedito di agire. Ancora nel I secolo d.C. (più precisamente nel 57 d.C.), l’uccisione di un importante magistrato da parte di un suo schiavo portò a giustiziare tutti i suoi 400 servi; e a chi si lamentava del’eccessivo rigore della punizione, un senatore spiegò che «l’unico modo per tenere a freno questa accozzaglia di schiavi è il terrore.»

Abbiamo parlato finora degli schiavi maschi, ma naturalmente esistevano a Roma anche moltissime schiave. Le ancelle erano perlopiù al servizio personale della padrona come cameriere, truccatrici, ecc.; in questo caso la loro condizione era per molti aspetti migliore di quella dei loro colleghi uomini, ma anche qui non si può generalizzare: sappiamo dalle fonti che una signora scontenta del lavoro della sua schiava pettinatrice poteva punirla conficcandole nella carne le forcine e le spille usate per reggere i capelli. Le schiave erano però anche oggetti sessuali a disposizione dei loro padroni, che potevano goderne i favori in qualsiasi momento. D’altra parte, come si è già detto, i figli delle schiave ereditavano la condizione della madre: un modo come un altro per incrementare senza oneri economici il numero dei propri servi.
Fonte: Antonio Palo

mercoledì 27 maggio 2015

Schiavitù. dopo un gesto di assenso del magistrato un littore toccava lo schiavo con una verga, infine la pronuncia dell'addictio secundum libertatem, permetteva allo schiavo di acquisire la libertà




UN COLLARE ... PER SCHIAVI
I padroni degli schiavi, per prevenirne la fuga, soprattutto nelle campagne, dove le condizioni di vita e lavoro erano più dure, ricorrevano agli ergastula, luoghi sotterranei in cui la schiavitù veniva rinchiusa di notte. Capitava, però, che qualcuno eludesse la sorveglianza e riuscisse a scappare: in questo caso, il padrone poteva sperare di riprenderlo grazie a un collare, che gli aveva legato al collo. Sul metallo erano frequentemente incise brevi iscrizioni che chiedevano a chi trovava il ribelle di riportarlo al legittimo padrone. Il collare nell'immagine, conservato al Museo delle Terme di Diocleziane e fatto in ferro e bronzo, è un tipico esempio di questi oggetti.

L’iscrizione dice:
"Fugi, tene me, cum revocuveris me domino meo Zonino, accipis solidum",
cioè "Sono fuggito, quando mi riporterai dal mio padrone Zonino, riceverai un solido".
Piuttosto umiliante, ma perfettamente in linea con la mentalità romana per cui lo schiavo è un oggetto e un investimento, che non può andare in fumo.

Nell'immagine, il collare del Museo delle Terme di Caracalla (IV-VI d.C.).




La manumissio vindicta conosciuta già in epoca regia, era una negoziazione formale e solenne, dove non si tolleravano condizioni o termini. si svolgeva davanti al magistrato, con la presenza del padrone e lo schiavo. Il padrone, affrancatore dello schiavo, assertor libertatis, conduceva questi di fronte ad un pretore, il quale gli toccava leggermente il capo con una verga, detta vindicta, pronunciava la rituale formula della "vindictam imponere", pronunciando la frase:
«hunc hominem ex iure Quiritium meum esse aio secundum suam causam»,
Il padrone rispondeva rispondeva al magistrato:
hunc hominem liberum esse volo.
poi dopo un gesto di assenso del magistrato un littore toccava lo schiavo con una verga, infine la pronuncia dell'addictio secundum libertatem, permetteva allo schiavo di acquisire la libertà.

venerdì 24 aprile 2015

Vilfredo Pareto. La teoria di Aristotele sulla schiavitù naturale è pure quella dei popoli civili moderni per giustificare le loro conquiste ed il loro dominio sui popoli da essi detti di razza inferiore. [...] Da ciò segue che un inglese, un tedesco, un francese, un belga, un italiano, se pugna e muore per la sua patria, è un eroe; ma un africano, se ardisce difendere la sua patria contro queste nazioni, è un vile ribelle ed un traditore. [...] Occorre aggiungere che, con ipocrisia veramente ammirevole, i buoni popoli civili pretendono di fare il bene dei popoli a loro soggetti, quando li opprimono e anche li distruggono. [...] Il gatto chiappa il sorcio e se lo mangia, ma non dice che fa ciò pel bene del sorcio, non proclama il domma dell'uguaglianza di tutti gli animali e non alza ipocritamente gli occhi al cielo per adorare il Padre comune.

La teoria di Aristotele sulla schiavitù naturale è pure quella dei popoli civili moderni per giustificare le loro conquiste ed il loro dominio sui popoli da essi detti di razza inferiore. [...]
Da ciò segue che un inglese, un tedesco, un francese, un belga, un italiano, se pugna e muore per la sua patria, è un eroe; ma un africano, se ardisce difendere la sua patria contro queste nazioni, è un vile ribelle ed un traditore. [...] Occorre aggiungere che, con ipocrisia veramente ammirevole, i buoni popoli civili pretendono di fare il bene dei popoli a loro soggetti, quando li opprimono e anche li distruggono. [...] Il gatto chiappa il sorcio e se lo mangia, ma non dice che fa ciò pel bene del sorcio, non proclama il domma dell'uguaglianza di tutti gli animali e non alza ipocritamente gli occhi al cielo per adorare il Padre comune.
Vilfredo Pareto, da Trattato di sociologia generale: Capitolo VI - I residui, par. 1050


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LA STORIA E' UN CIMITERO DI ARISTOCRAZIE

"Le aristocrazie non durano.
Qualunque ne siano le ragioni, è incontrastabile che dopo un certo tempo spariscono.
La Storia è un cimitero di aristocrazie.
Non è solo per il numero che certe aristocrazie decadono, ma anche per la qualità, nel senso che in esse scema l'energia. La classe governante viene restaurata non solo in numero, ma, ed è ciò che più preme, in qualità dalle famiglie che vengono dalle classi inferiori, che recano in essa l'energia necessaria per mantenersi al potere.
Ove uno di questi movimenti cessi e, peggio ancora, se cessano entrambi, la parte governante si avvia verso la rovina, che spesso trae seco quella dell'intera nazione. E' causa potente di turbamento dell'equilibrio l'accumularsi di elementi superiori nelle classi inferiori e, viceversa, di elementi inferiori nelle classi superiori.
Per via della circolazione delle classi elette, la classe eletta di governo è in uno stato di continua e lenta trasformazione, essa scorre come un fiume e questa d'oggi è diversa da quella di ieri. Ogni tanto si osservano repentini e violenti turbamenti come sarebbero le inondazioni di un fiume e, dopo, la nuova classe eletta di governo torna a modificarsi lentamente: il fiume, tornato nel suo letto, scorre di nuovo regolare.
Le rivoluzioni seguono perché, sia per il rallentarsi della circolazione della classe eletta, sia per altra causa, si accumulano negli strati superiori elementi scadenti che rifuggono dall'uso della forza, mentre crescono negli strati inferiori gli elementi di qualità superiore che sono disposti ad adoperare la forza".

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V. PARETO, Trattato di sociologia generale, cit. in G. Galli, Storia delle dottrine politiche, Milano, Paravia Bruno Mondadori Editori, 2000, pp. 200-201.
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Per approfondire:
- S. Caputo: Vilfredo Pareto ✍️ http://bit.ly/caputopareto;
- P. Chiantera-Stutte: politica, classi sociali, élite ✍️ http://bit.ly/chianteraelite


Carlo De Luca
Riflessioni interessantissime che fanno riferimento, mi pare, alla “teoria delle élites”, intesa in senso ampio e comprensiva di orientamenti anche molto diversi che hanno però in comune l’assunzione di base: la tendenza intrinseca di ogni aggregato sociale a produrre una oligarchia. In qualunque collettivo umano, sono sempre emerse delle élites che sono riuscite ad accumulare una maggiore quantità di risorse la cui natura varia in rapporto al contesto (la ricchezza nelle società mercantili, il comando nei regimi militari, il potere politico nelle democrazie e nelle dittature, la cultura nelle organizzazioni più evolute). Molti i problemi di contenuti posti da questa definizione: dalla legittimità politica e sociale dell’élite alla sua effettiva corrispondenza con il merito, dalla sostanziale omogeneità alla sua multiforme pluralità, dal rapporto unidirezionale governanti/governati alla loro relazione osmotica. Dalle valutazioni su questi aspetti scaturiscono i diversi orientamenti che caratterizzano la teoria: dalle interpretazioni più reazionarie a quelle progressiste.


Il Sestante Grazie
Carlo per il commento molto puntuale.
Innanzitutto, la teoria classica delle élites ha avuto tre esponenti principali:
Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Robert Michels, che l'hanno delineata su basi ideologiche (parzialmente) diverse.
Il primo e l'ultimo in un contesto latamente liberale, Pareto partendo dall'economia e giungendo alla sociologia attraverso la considerazione dell'irrazionalità delle scelte umane, insuscettibili di essere descritte dalle leggi economiche.

L'evoluzione della teoria nel corso del Novecento, poi, ha seguito direttrici così diverse e multiformi da non poter essere riassunta qui, se non con il rischio di farvi rientrare fenomeni che solo marginalmente ne attingono il succo della dottrina. Mi ha interessato, però, anche la parte del tuo commento in cui ti soffermi sulla natura delle élites. Lo stesso Pareto lo ha affrontato in un'altra sua opera "I sistemi socialisti", del 1902. Riporto qui brevemente un frammento che ho potuto leggere nell'opera di Giorgio Galli "Storia delle dottrine politiche":
"Le élites si manifestano in parecchi modi, secondo le condizioni della vita economica e sociale. 
La conquista della ricchezza, presso i popoli commercianti e industriali, il successo militare, presso i popoli bellicosi, l'abilità politica e spesso lo spirito d'intrigo e la bassezza di carattere, presso le aristocrazie, le democrazie e le demagogie, i successi letterari nel popolo cinese, la conquista di dignità ecclesiastiche nel Medioevo ecc., sono altrettanti modi coi quali si effettua la selezione degli uomini. Nulla si può comprendere se non si separa la sostanza dalla forma. La sostanza è il movimento di circolazione delle élites, la forma è quella che domina nella società dove il movimento ha luogo".




domenica 22 marzo 2015

Sono scappato, se mi riporterete al mio padrone Zoninus, vi ricompenserà con monete d'oro.



Trovato antico collare di uno schiavo romano con queste iscrizioni:
"Sono scappato, se mi riporterete al mio padrone Zoninus, vi ricompenserà con monete d'oro."

Un reperto davvero molto affascinante!




giovedì 18 settembre 2014

William Garrison. Contraddizioni dell'ideologia della Non Violenza. Il caso dell'abolizionista statunitense William Garrison. Sono un non-resistente, un credente nell'inviolabilità della vita umana in ogni circostanza. E dunque, in nome di Dio, io disarmo John Brown e ogni schiavo del Sud. Ma non mi fermo qui; se lo facessi sarei un mostro. Io disarmo altresì, in nome di Dio, ogni proprietario di schiavi e ogni tiranno nel mondo [...] Sono un non-resistente e non solo desidero ma ho lavorato incessantemente per realizzare un'abolizione pacifica della schiavitù, mediante un appello alla ragione e alla coscienza del proprietario di schiavi. E, tuttavia, in quanto uomo di pace e "oltranzista" uomo di pace, sono pronto ad augurare il successo ad ogni insurrezione di schiavi nel Sud e in ogni altro paese schiavistico [...]. Dovunque ci sia una contesa tra oppressi e oppressori ed entrambe le parti siano armate, Dio sa che il mio cuore dev'essere con l'oppresso e sempre contro l'oppressore. Pertanto, una volta che esse siano iniziate, io non posso che augurarmi il successo di tutte le insurrezioni di schiavi. Ringrazio Dio allorchè uomini che credono nel loro diritto e dovere di impugnare armi carnali sono così avanzati da prendere tali armi dal campo del dispotismo per portarle nel campo della libertà. E' un'indicazione di progresso e un segno positivo di crescita morale. E' una via che si innalza verso la sublime piattaforma della non-resistenza; ed è il metodo di Dio per far giungere la sua punizione sulla testa del tiranno. Piuttosto che vedere uomini portare le loro catene con spirito codardo e servile, come uomo di pace preferirei vederli spaccare la testa del tiranno con le loro catene.

CONTRADDIZIONI DELL'IDEOLOGIA DELLA NON-VIOLENZA. 
IL CASO DELL'ABOLIZIONISTA STATUNITENSE WILLIAM GARRISON


William L. Garrison (12 dicembre 1805 – 24 maggio 1879) è conosciuto soprattutto come direttore del giornale abolizionista radicale The Liberator, e come uno dei fondatori dell'American Antislavery Society; promosse l'"immediata emancipazione" degli schiavi negli Stati Uniti. Garrison era anche un'importante voce a favore del suffragio universale e critica nei confronti della diffusa tradizionale ortodossia religiosa che supportava lo schiavismo e si opponeva al suffragio alle donne.
Il suo approccio nei confronti dell'emancipazione poneva l'accento sulla non-violenza e la resistenza passiva, ed attirò un seguito appassionato. Col tempo però si rese conto della contraddizione di portare avanti una lotta non-violenta nel momento in cui due parti in lotta adottano entrambe pratiche violente. [...]

E' celebre un suo discorso proferito dopo che le forze reazionarie degli Stati del Sud ebbero impiccato il militante abolizionista non-violento John Brown nel 1859, in cui arriva alla conclusione che in presenza di un conflitto che vede entrambe le parti in lotta far ricorso alle "armi carnali", si può operare una scelta solo distinguendo tra oppressori e oppressi, augurandosi dunque la vittoria dei secondi. Ecco il discorso:

"Sono un non-resistente, un credente nell'inviolabilità della vita umana in ogni circostanza. E dunque, in nome di Dio, io disarmo John Brown e ogni schiavo del Sud. Ma non mi fermo qui; se lo facessi sarei un mostro. Io disarmo altresì, in nome di Dio, ogni proprietario di schiavi e ogni tiranno nel mondo [...] Sono un non-resistente e non solo desidero ma ho lavorato incessantemente per realizzare un'abolizione pacifica della schiavitù, mediante un appello alla ragione e alla coscienza del proprietario di schiavi. E, tuttavia, in quanto uomo di pace e "oltranzista" uomo di pace, sono pronto ad augurare il successo ad ogni insurrezione di schiavi nel Sud e in ogni altro paese schiavistico [...].

Dovunque ci sia una contesa tra oppressi e oppressori ed entrambe le parti siano armate, Dio sa che il mio cuore dev'essere con l'oppresso e sempre contro l'oppressore. Pertanto, una volta che esse siano iniziate, io non posso che augurarmi il successo di tutte le insurrezioni di schiavi. Ringrazio Dio allorchè uomini che credono nel loro diritto e dovere di impugnare armi carnali sono così avanzati da prendere tali armi dal campo del dispotismo per portarle nel campo della libertà. E' un'indicazione di progresso e un segno positivo di crescita morale. E' una via che si innalza verso la sublime piattaforma della non-resistenza; ed è il metodo di Dio per far giungere la sua punizione sulla testa del tiranno. Piuttosto che vedere uomini portare le loro catene con spirito codardo e servile, come uomo di pace preferirei vederli spaccare la testa del tiranno con le loro catene."

Il testo è interessante perchè testimonia di come anche un noto credente, così appassionato nella fede per la non-violenza, posto di fronte alla situazione storica concreta, abbandoni il rifiuto di principio della violenza, rovesciandolo anzi nella consacrazione teologica, più o meno accentuata, della violenza stessa.

(citazione e commenti rielaborati da D. Losurdo, "La non-violenza. Una storia fuori dal mito", pp. 20-22)



giovedì 29 maggio 2014

Burhanuddin Herrmann. Tutti voi indossate abiti e scarpe di marca come se foste i rappresentanti di queste compagnie. Questa è la vostra forma, la vostra religione. Avete uno stile di vita inconsapevole, creato dalla tv, dalla pubblicità. Pensate di essere liberi e in grado di decidere liberamente ma siete gli esseri più manipolati del mondo. La scelta del vostro vestito è la scelta di uno schiavo. Quello che compare sulle riviste è lo standard della moda dell'anno, lo seguite e siete così manipolati che arrivate perfino al punto di dire che vi vestite così perchè vi piace. Siete forzati dai vostri desideri, dalle vostre immagini. E la pubblicità funziona con desideri e immagini, è per questo che avete tutti lo stesso aspetto.

"Tutti voi indossate abiti e scarpe di marca come se foste i rappresentanti di queste compagnie. Questa è la vostra forma, la vostra religione. Avete uno stile di vita inconsapevole, creato dalla tv, dalla pubblicità. Pensate di essere liberi e in grado di decidere liberamente ma siete gli esseri più manipolati del mondo. La scelta del vostro vestito è la scelta di uno schiavo. Quello che compare sulle riviste è lo standard della moda dell'anno, lo seguite e siete così manipolati che arrivate perfino al punto di dire che vi vestite così perchè vi piace. Siete forzati dai vostri desideri, dalle vostre immagini. E la pubblicità funziona con desideri e immagini, è per questo che avete tutti lo stesso aspetto."
Burhanuddin Herrmann


"Le forze esterne ti ingannano, ti manipolano. Ciò in cui credi è un prodotto elaborato ad arte. In parte l'hai creato tu, in parte i tuoi genitori e la società in cui vivi. La sola cosa che ci serve è l'autenticità: dobbiamo vedere le cose per quello che sono. Perchè è così difficile dire la verità, vivere la verità? Per le conseguenze. Se inizi ad essere vero, a vivere nella verità, tutti i tuoi giochetti che hai fatto finora devono finire. La mente può adattarsi ai compromessi, il cuore no. Può darsi che tu viva rettamente, però non vivi nella verità. Se trovi il coraggio di seguire ciò che è vero per te, forse perdi il tuo lavoro, forse resti da solo o finisci sotto un ponte. Ma una cosa ti succede di sicuro: raggiungi la pace del cuore. La verità è oltre la concezione umana del bene e del male; è il nome più alto del divino: da lì ogni cosa si manifesta."
Burhanuddin Herrmann





giovedì 10 aprile 2014

Robert Lee. Dopo quattro anni di difficile servizio, segnati da coraggio e forza d'animo insuperabili, l'Armata della Virginia Settentrionale è costretta ad arrendersi di fronte a numeri e risorse schiaccianti. Non ho bisogno di dire ai valorosi sopravvissuti a tante dure battaglie, perseveranti fino all'ultimo, che ho acconsentito alla resa non perché non abbia fiducia in loro, ma perché sono deciso a evitare l'inutile sacrificio di coloro che, con il loro servizio, sono diventati così cari ai propri connazionali. Vi saluto con affetto.



10 aprile 1865. A 24 ore dalla resa al generale unionista Ulysses Grant, Robert Edward Lee parla ai suoi soldati per l'ultima volta.
"Dopo quattro anni di difficile servizio, segnati da coraggio e forza d'animo insuperabili, l'Armata della Virginia Settentrionale è costretta ad arrendersi di fronte a numeri e risorse schiaccianti. 
Non ho bisogno di dire ai valorosi sopravvissuti a tante dure battaglie, perseveranti fino all'ultimo, che ho acconsentito alla resa non perché non abbia fiducia in loro, ma perché sono deciso a evitare l'inutile sacrificio di coloro che, con il loro servizio, sono diventati così cari ai propri connazionali. 
Vi saluto con affetto."



Si certo, è vero che il governo Grant è stato uno dei più corrotti, ma stare con gli schiavisti...direi di no. Vero è che la schiavitù non è stata l'unica causa e che, leggendo questo discorso, capisco che Lee almeno alla vita dei suoi uomini ci teneva. 



a dire il vero la schiavitù fu un espediente per portarla avanti e provocare dissidi interni ai sudisti. Le motivazioni della guerra furono squisitamente economiche.



ogni nazione ed il popolo che vi vive ha il diritto di vivere come crede. il problema della schiavitù fu solo un espediente per iniziare la guerra. e comunque ricordo che 100 anni dopo il problema della discriminazione razziale non era proprio risolto se pensiamo che l'atto fatto da una donna che si sedette qualche posto più avanti in un autobus fa ancora oggi notizia.



ANCHE LINCOLN AVEVA SCHIAVI..E ALMENO DUE STATI DEL NORD COMINCIARONO LA GUERRA CIVILE TOLLERANDO ANCORA LA SCHIAVITU'





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