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sabato 28 marzo 2015

Kant. L’Io dipende dall’oggetto più di quanto l’oggetto dipenda dall’io. «Sepolti in casa». Se le vittime da accumulo sono sempre più numerose, con varie gradazioni di intensità, dalle forme lievi a quelle non più gestibili, non mancano i «padri» illustri. Per esempio i fratelli Collyer, la cui storia risale al 1947 e che è rimasta celebre: quando la polizia di Harlem entrò nel loro appartamento, scoprì che il primo era morto schiacciato dal crollo dei troppi oggetti ammucchiati alla rinfusa e l’altro per inedia, incastrato nel disordine. Ci vollero mesi per svuotare la casa che conteneva di tutto, da scatole di gioielli a mucchi di spazzatura, oltre a 14 pianoforti. Dal giorno della macabra scoperta iniziò un vero e proprio pellegrinaggio in quel luogo-icona: tantissimi furono attratti dall’idea che si potesse morire «di troppe cose». Un destino che ha segnato anche un signore canadese di 65 anni: costretto a dormire in auto dopo avere riempito fino all’orlo la propria abitazione di ogni genere di oggetti, alla sua morte, nel 2013, è stato rinvenuto di tutto, compresi 250 mila dischi in vinile. È la più grande collezione mai messa insieme.

Io non butto nulla: così gli oggetti diventano un’ossessione

Disordine: Quello fisico spesso tradisce una forma di confusione mentale



Gli oggetti da cui ci lasciamo circondare sono molto più che semplici oggetti: parlano di noi e noi parliamo con loro. Già Immanuel Kant scriveva che «l’Io dipende dall’oggetto più di quanto l’oggetto dipenda dall’io»: teoria profetica per un’epoca - la nostra - dove il possesso genera lo status symbol e dunque la nostra carta d’identità sociale. Un possesso sempre più fuori controllo. 

Smartphone, tablet e laptop e poi, oltre l’high tech, tantissime «cose» di tutti i tipi, fino all’onnipresente carta, in ogni forma possibile. Una massa - sia fisica sia virtuale - che non smette più di crescere e che ora, per le sue conseguenze, è finita sotto i riflettori anche della psicologia. L’ultima edizione del «Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali» distingue, per la prima volta, l’accumulo patologico di oggetti dagli altri disturbi ossessivo-compulsivi. E adesso gli dà pure un nome: «Disturbo da accumulo» o più semplicemente «DA». 
Fatti di cronaca 

A raccontare il fenomeno - mettendo nero su bianco cause, caratteristiche e rimedi - è il saggio (edito da Raffaello Cortina) «Il disturbo da accumulo»: l’hanno scritto Claudia Perdighe e Francesco Mancini, rispettivamente psicoterapeuta cognitivo-comportamentale e neuropsichiatra infantile, oltre che docente all’Università degli Studi Guglielmo Marconi di Roma. Spiegano gli autori che, ormai, l’«ossessione da oggetti» è un’esperienza comune. Quotidiana. Prima della medicina è infatti la cronaca a svelare l’estensione (e la gravità) della sindrome. Tanto che negli Usa è stato realizzato per la tv un «docu-reality» di successo: è «Hoarding: Buried Alive», in Italia mandato in onda da Real Time con il significativo titolo «Sepolti in casa». 

Se le vittime da accumulo sono sempre più numerose, con varie gradazioni di intensità, dalle forme lievi a quelle non più gestibili, non mancano i «padri» illustri. Per esempio i fratelli Collyer, la cui storia risale al 1947 e che è rimasta celebre: quando la polizia di Harlem entrò nel loro appartamento, scoprì che il primo era morto schiacciato dal crollo dei troppi oggetti ammucchiati alla rinfusa e l’altro per inedia, incastrato nel disordine. Ci vollero mesi per svuotare la casa che conteneva di tutto, da scatole di gioielli a mucchi di spazzatura, oltre a 14 pianoforti. Dal giorno della macabra scoperta iniziò un vero e proprio pellegrinaggio in quel luogo-icona: tantissimi furono attratti dall’idea che si potesse morire «di troppe cose». Un destino che ha segnato anche un signore canadese di 65 anni: costretto a dormire in auto dopo avere riempito fino all’orlo la propria abitazione di ogni genere di oggetti, alla sua morte, nel 2013, è stato rinvenuto di tutto, compresi 250 mila dischi in vinile. È la più grande collezione mai messa insieme. 

Per gli esperti al centro della disfunzione c’è un rapporto alterato tra Io e mondo esterno. 
Un rapporto che si modella già nell’infanzia. I bambini, secondo gli psicologi dello sviluppo, si percepiscono come un prolungamento della madre. E questo prolungamento, a volte, sopravvive: in un diario di scuola, nella t-shirt con l’autografo del cantante preferito, nella prima edizione di un libro che si ama. Nulla di strano, finché i legami si moltiplicano all’eccesso e diventano manie. Favorito dall’eccesso di oggetti e informazioni che ci assediano, oggi il «DA» è un disturbo in crescita: ne soffre tra il 2 e il 5% degli italiani. Persone in cui scattano meccanismi mentali da cui è difficile liberarsi: secondo lo psicologo Randy Frost, questi individui vedono nelle cose «impossibili-da-buttare» altrettante «opportunità future». Così passato, presente e futuro si confondono. E il disordine in casa tradisce il disordine della mente. 

23/03/2015
MARCO PIVATO

http://www.lastampa.it/2015/03/23/societa/e-io-non-butto-nulla-cos-gli-oggetti-diventano-ossessioni-wcgHeLSZuCWi9UwxWnecnN/pagina.html

mercoledì 11 febbraio 2015

Moscovici. Il fisico inglese Maxwell disse una volta che ciò che sembrava astratto ad una generazione diventa concreto per quella successiva. Ciò che è inconsueto e non è percepito da una generazione, diviene consueto e ovvio per la generazione successiva.


La definizione di oggettivazione secondo Moscovici.
Il fisico inglese Maxwell disse una volta che ciò che sembrava astratto ad una generazione diventa concreto per quella successiva. Ciò che è inconsueto e non è percepito da una generazione, diviene consueto e ovvio per la generazione successiva. Ciò non è dovuto semplicemente al passare del tempo o all’abitudine, sebbene siamo probabilmente necessari entrambi. Questo addomesticamento è il risultato dell’oggettivazione che è un processo di gran lunga più attivo dell”ancoraggio. L’oggettivazione satura di realtà l’idea della non familiarità, la trasforma nella vera e propria essenza della realtà. Percepita in un primo momento in un universo remoto, puramente intellettuale, essa appare davanti ai nostri occhi fisica e accessibile. Lewin afferma che ogni rappresentazione realizza un differente livello di realtà. Questi livelli sono creati e mantenuti da una collettività e svaniscono con essa, non avendo alcuna realtà propria. Oggettivare qualcosa significa scoprire la qualità iconica di un’idea o di un essere imprecisi, riprodurre un concetto di un’immagine. Tuttavia non tutte le parole possono essere collegate ad immagini, quelle che possono essere rappresentate si fondono, sono integrate in un modello di nucleo figurativo, un complesso di immagini che riproduce visibilmente un complesso di idee.
Moscovici

http://www.igorvitale.org/2015/02/10/la-definizione-di-oggettivazione-secondo-moscovici/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-definizione-di-oggettivazione-secondo-moscovici

moscovici


giovedì 18 luglio 2013

Baudrillard. NICHILISMO E VIRTUALE. È LO STESSO VIRTUALE A ESSERE NICHILISTA, È IL VIRTUALE CHE SVUOTA IL MONDO REALE DI OGNI SOSTANZA E LO DESTABILIZZA. L’incredulità impazza dappertutto. NESSUN AVVENIMENTO È PIÙ «REALE». Attentati, processi, guerre, corruzione, sondaggi: TUTTO È TRUCCATO O INDECIDIBILE. IL POTERE E LE ISTITUZIONI SONO LE PRIME VITTIME DI QUESTA DISGRAZIA DEL PRINCIPIO DI REALTÀ. Di qui l’URGENZA MORALE, di fronte a questo nichilismo rampante, di uno «sguardo civile», di un partito preso a favore della realtà, contro la fragilità di ogni informazione. LO SPECCHIO DELL’INFORMAZIONE È ROTTO. LO SPECCHIO DEL TEMPO STORICO È IN FRANTUMI. E quindi la possibilità di negare la Shoah e molte altre cose (il Pentagono, lo sbarco sulla luna). IL REGNO DEL VIRTUALE È ANCHE QUELLO DEL PRINCIPIO D’INDETERMINAZIONE

Il corpo che si pone il problema della propria esistenza è già quasi morto, e il culto che attualmente gli si dedica, metà yogico metà estetico, è una preoccupazione funebre.
Jean Baudrillard, L'America, 1997



"Con la modernità, in cui non smettiamo di accumulare, di aggiungere, di rilanciare, abbiamo disimparato che è la sottrazione a dare la forza, che dall’assenza nasce la potenza.
E per il fatto di non essere più capaci di affrontare la padronanza simbolica dell’assenza, oggi siamo immersi nell’illusione inversa, quella, disincantata, della proliferazione degli schermi e delle immagini"
Jean Baudrillard (20 giugno 1929 – 6 marzo 2007)


..."ciò che caratterizza i mezzi di comunicazione di massa, è il fatto che impediscono ogni mediazione, sono “intransitivi”, realizzano la “non comunicazione” […] essi sono ciò che proibisce per sempre una risposta, che rende impossibile ogni processo di scambio (…). In questo consiste la loro vera astrazione. Ed è su questa che si basa il sistema di controllo sociale e di potere. […] Attraverso i media si perde il principio di realtà, diventa impossibile distinguere fra ciò che è vero e ciò che è falso. La fine della pretesa di dare un senso unitario alla realtà comporta quindi il manifestarsi, nel periodo postmoderno, della diversità dei sensi, una diversità che è irriducibile, non può venir in alcun modo negata da un qualsiasi principio unificatore. Ogni ambito della realtà è dotato di un certo senso, ogni tentativo di ricondurre un senso unitario è solo apparenza. La realtà è differenza, molteplicità irriducibile, mutamento non ingabbiabile entro un unico schema"
Jean Baudrillard, Per una critica dell'economia politica del segno, trad. it. Mazzotta, Milano


La televisione è il controllo sociale direttamente nel salotto di casa. Essa mantiene l'ordine simbolico, garantendo la conformità del comportamento dei sudditi ignari. Facendo diventare favola il mondo, la televisione è strumento al servizio dei dominanti. La fabbrica televisiva del consenso, proprio come il clero giornalistico, induce a odiare gli oppressi e ad amare gli oppressori, producendo docili servi che lottano in difesa delle proprie catene.
Jean Baudrillard




Il tubo catodico simbolico e' un cervello alieno che pensa al posto del nostro... è come aver in casa un "ultracorpo" (mi riferisco al film" l'invasione degli ultracorpi" in cui esseri alieni come parassiti entravano nei corpi umani sostituendosi alle loro coscienze...questi diventavano felici ed amebe perché privi proprio della coscienza





“La vera gioia della scrittura sta nella possibilità di sacrificare un intero capitolo per una sola frase, una intera frase per una sola parola, di sacrificare tutto per un effetto artificiale o per un’accellerazione nel vuoto”.
Jean Baudrillard


E in difesa del frammento e dell’aforisma scrive anche:
“Egemonia del commento, della chiosa, della citazione, della referenza. E tuttavia superiorità assoluta dell’ellissi, del frammento, dell’abbozzo, dell’aforisma, dell’enigma. Quello che dico è già troppo. E’ già chiosa. Bisogna estirpare tutti metalinguaggi, strappare la lingua a se stessa, fermare l’emorragia”.
Jean Baudrillard



Gli intellettuali sono destinati a sparire con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale com’è avvenuto per gli eroi del cinema muto con l’invenzione del sonoro. Siamo tutti dei Buster Keaton.
Jean Baudrillard


I tre diari di Cool Memories (scritti tra il 1980 e il 1995)
sono stati tradotti e pubblicati in Italia dall’editore Sugarco (1980 – 1990)
e dall’editore Theoria (1990 – 1995).





Supremazia dell’Oggetto. Il soggetto non può che desiderare, solo l’oggetto può sedurre.
Abbiamo sempre vissuto dello splendore del soggetto, e della miseria dell’oggetto.
È il soggetto che fa la storia, è lui che totalizza il mondo. Soggetto individuale o soggetto collettivo, soggetto della coscienza o soggetto dell’inconscio, l’ideale di tutta la metafisica è quello di un mondo-soggetto, l’oggetto non è che una peripezia sulla via regale della soggettività. Il destino d’oggetto, per quanto ne so, non fi rivendicato da nessuno. Non è nemmeno intellegibile in quanto tale: non è che la parte alienata, la parte maledetta del soggetto. L’oggetto è svergognato, osceno, passivo, prostituibile, è l’incarnazione del male, dell’alienazione pura. Schiavo, la sua unica promozione sarà di entrare in una dialettica del signore e dello schiavo, ove si vede sorgere un nuovo vangelo, la promessa per l’oggetto di essere trasfigurato in soggetto. Chi ha mai avuto sentore della potenza propria, della potenza sovrana dell’oggetto? Nel nostro pensiero del desiderio, il soggetto detiene un privilegio assoluto, poiché è lui che desidera. Ma tutto si rovescia se si passa a un pensiero della seduzione. Qui, non è più il soggetto che desidera, è l’oggetto che seduce. Tutto parte dall’oggetto e vi ritorna, come tutto parte dalla seduzione e non dal desiderio. Il privilegio immemorabile del soggetto s’inverte. Perché il soggetto è fragile, non potendo che desiderare, mentre l’oggetto si fa forte proprio dell’assenza di desiderio. Esso seduce mediante questa assenza di desiderio, provoca nell’altro l’effetto del desiderio, lo provoca o l’annulla, l’esalta o lo delude – questa potenza si è preferito dimenticarla.
Jean Baudrillard



Jean Baudrillard. NICHILISMO E VIRTUALE.
Noi oggi siamo tutti dei dissidenti della realtà, dissidenti perlopiù clandestini. Se il pensiero non si scambia con la realtà, allora la sua negazione immediata diviene il solo pensiero della realtà.
La negatività corrispondeva a una positività semplice, a una realtà critica, non ancora passata dall’altra parte dello specchio. Allo stadio della positività assoluta corrisponde una negazione radicale - giacché ogni possibilità dialettica di negatività è stata assorbita e liquidata. Questa reazione ultima all’integralismo della realtà alla fine tende verso il nichilismo. Ma bisogna rendersi conto del fatto che È LO STESSO VIRTUALE A ESSERE NICHILISTA, È IL VIRTUALE CHE SVUOTA IL MONDO REALE DI OGNI SOSTANZA E LO DESTABILIZZA. L’incredulità impazza dappertutto. NESSUN AVVENIMENTO È PIÙ «REALE». Attentati, processi, guerre, corruzione, sondaggi: TUTTO È TRUCCATO O INDECIDIBILE. IL POTERE E LE ISTITUZIONI SONO LE PRIME VITTIME DI QUESTA DISGRAZIA DEL PRINCIPIO DI REALTÀ. Di qui l’URGENZA MORALE, di fronte a questo nichilismo rampante, di uno «sguardo civile», di un partito preso a favore della realtà, contro la fragilità di ogni informazione. LO SPECCHIO DELL’INFORMAZIONE È ROTTO. LO SPECCHIO DEL TEMPO STORICO È IN FRANTUMI. E quindi la possibilità di negare la Shoah e molte altre cose (il Pentagono, lo sbarco sulla luna). IL REGNO DEL VIRTUALE È ANCHE QUELLO DEL PRINCIPIO D’INDETERMINAZIONE. È il contraccolpo inevitabile di una realtà divenuta irreale a causa del suo eccesso di positività.
Siamo dunque definitivamente PRIGIONIERI DI QUESTO TRANSFER DEL REALE VERSO UNA POSITIVITÀ TOTALE, E DEL CONTRO-TRANSFER ALTRETTANTO MASSICCIO CHE TENDE ALLA SUA NEGAZIONE PURA E SEMPLICE?
Contro l’ASSORBIMENTO TOTALE, CONTRO QUESTA ESTINZIONE DEL SEGNO E DELLA SUA RAPPRESENTAZIONE, abbiamo detto che bisognava salvare le differenze, tutte le differenze. Salvare, in particolare, la distinzione fra il mondo così com’è il mondo reale. MENTRE TUTTO CI SPINGE VERSO LA REALIZZAZIONE VIRTUALE DEL MONDO, BISOGNA INVECE STRAPPARE IL REALE AL SUO PRINCIPIO DI REALTÀ. Perché è QUESTA CONFUSIONE CHE CI NASCONDE IL MONDO COSÌ COM’È (Italo Svevo: «LA RICERCA DELLE CAUSE È UN IMMENSO MALINTESO, UNA SUPERSTIZIONE TENACE CHE IMPEDISCE ALLE COSE, AGLI AVVENIMENTI DI VERIFICARSI COSÌ COME SONO»). Vale a dire, in fin dei conti, come singolarità. Il mondo reale è dell’ordine della generalità, il mondo così com’è è dell’ordine della singolarità. Vale a dire non soltanto della differenza, ma di una differenza assoluta, di una differenza radicale, di qualcosa di più differente della differenza, cioè il più lontano possibile da questa fusione e da questa confusione.”
JEAN BAUDRILLARD (1929 – 2007), “Violenza del virtuale e realtà integrale” (“Violence du virtuel et réalité intégrale” 2004 [testo inedito in francese]), tr. dall’inglese di M. Leone, Le Monnier, Firenze 2005, pp. 22 – 24.


“We are all dissenters of reality today, clandestine dissenters most of the time. When there is no possibility of exchange between thought and reality, immediate denial becomes the only way to think reality.
Negativity used to correspond to plain positivity, or critical reality, that had not yet crossed over to the other side of the mirror. When positivity turns out to be absolute, denial becomes radical. Every option of dialectical negativity has been absorbed and liquidated.
The limiting case of that ultimate reaction to the fundamentalism of reality is absolute denial (i.e. ‘négationnisme’, as we speak of «denying» the Holocaust). Think about it: it is the virtual itself that is ‘négationniste’. It is the virtual that takes away the substance of the real, setting it off balance. We are living in a society of ‘négationnisme’ by virtue of its virtuality. Disbelief reigns everywhere. No event is perceived as «real» anymore. Criminal attempts, trials, wars, corruption, opinion polls: all of that is either falsified or undecidable. State power and its institutions are the first victims of the disgrace of the principle of reality. Hence the moral urgency, in the face of rampant ‘négationnisme’, of recovering the «citizen’s viewpoint,» taking one’s stand for reality, against the frailty of all information. The mirror of information has been broken. The mirror of historical time has been broken. This is why it has become possible to negate the existence of the Shoah, together with the rest (the Pentagon crash, man landing on the moon). The reign of the virtual is also the reign of the principle of uncertainty. It is the inevitable counterpart of a reality turned unreal by excess of positivity.
Will this last forever? Are we doomed to remain captives of this transfer of the real into total positivity, and of its no less ponderous counter-transfer shift toward pure and simple negativity?
Against total absorption, against extinction of the sign and its representation, we have said it was imperative to save difference, all differences. In particular, to save the distinction between the world-as-is and the real world. Whereas everything pushes us toward the virtual realization of the world, we need instead to wrench the real out of its reality principle. In fact, it is this very confusion that prevents us from seeing the world-as-is. In the words of Italo Svevo: “the search for causes is an immense misunderstanding, a clinging superstition, preventing things and events from coming into being as they are”. Namely: in their singularity. The real world belongs to the order of generality, the world-as-is to singularity. To repeat: not
only is it a world of difference, it is one of absolute, radical difference, more different than difference, at the remotest distance from that sort of fusion/confusion.”

JEAN BAUDRILLARD, “Violence of the Virtual and Integral Reality” (Translation by Marilyn Lambert-Drache, pp. 124 - 141), in AA.VV., “Light Onwords/Light Onwards”, Living Literacies Text of the November 14 – 16, 2002 Conference at York Univerity, Stong College, North York- Toronto, editor, B. W. Powe, co-editor Stephanie Hart, The Coach House Press, Toronto 2004, Part Three ‘E-Literacy’, pp. 136 – 138.



giovedì 6 dicembre 2012

Non un computer, ma il nostro cervello farà sufficiente casino per far sembrare bello ciò che non lo è, vicino ciò che non lo è, accettabile ciò che non lo è



La credenza in una virtualità che funzioni come sostituto dei rapporti umani è una sciocchezza di questi tempi. Noi ci affidiamo alle tecnologie telematiche anche quando ci rendiamo conto che ci stiamo forzando a farlo. Il miracolo del vedere vicino ciò che è lontano e la possibilità di una esplorazione praticamente infinita ci attraggono. La nostra pigrizia e la pubblicità convincente rendono il processo quasi automatico. Soddisfatti al massimo due sensi su cinque, costruiamo la grande illusione. Ma la vista e l'udito sono, nella nostra era, così bistrattati da aver perduto quasi completamente la capacità di differenziare, selezionare, preferire. Sono diventati due poteri maleducati e sgangherati. Chattare fa passare un po' di tempo e ci ingombra in quei pezzi di noi che sono o che lasciamo momentaneamente un po' più liberi e sensibili. [...] Mi piacerebbe essere genericamente dissacratoria nei confronti della pratica della virtualità. Economia 
virtuale, amore virtuale, conoscenze virtuali, cultura virtuale, comunicazione virtuale, partecipazione virtuale. Devi per forza testare quale odore, quale sapore, quale consistenza abbia la persona, prima di decidere se o che ti piace. Solo dopo comparirà il livello di smaterializzazione e idealizzazione che, comunque, tutti adottano soprattutto affrontando il cosiddetto amore. Non un computer, ma il nostro cervello farà sufficiente casino per far sembrare bello ciò che non lo è, vicino ciò che non lo è, accettabile ciò che non lo è. Ma questa è un'altra storia. È la storia della libertà intellettuale e sentimentale che caratterizza la dimensione umana. Questa storia non ha, però, giustificazione di accadere prima di, e a prescindere da, olfatto, gusto e tatto. 
Mina Mazzini, da Vanity Fair, n. 48, 7 dicembre 2011

martedì 20 novembre 2012

Edmund Husserl. Guardiamo un pezzo di gesso; chiudiamo ed apriamo gli occhi. Abbiamo così due percezioni. Diciamo allora che VEDIAMO LO STESSO GESSO DUE VOLTE. ABBIAMO QUI CONTENUTI TEMPORALMENTE SEPARATI, AVVERTIAMO BENSÌ UNO STACCO, UNA SEPARAZIONE, FENOMENOLOGICA, TEMPORALE, MA NELL’OGGETTO NON C’È ALCUNA SEPARAZIONE, È SEMPRE LO STESSO: NELL’OGGETTO DURATA, NEL FENOMENO CAMBIAMENTO. Allo stesso modo, POSSIAMO SENTIRE SOGGETTIVAMENTE UNA SUCCESSIONE TEMPORALE LÀ DOVE, OBBIETTIVAMENTE, BISOGNA CONSTATARE UNA COESISTENZA.



Edmund Husserl. Sentire soggettivamente una successione temporale.
IL TEMPO OBBIETTIVO RIENTRA NEL CONTESTO DELL’OGGETTUALITÀ D’ESPERIENZA.
I dati di tempo <sentiti> non sono semplicemente sentiti, ma comportano altresì dei caratteri apprensionali cui competono, a loro volta, certe PRETESE E LEGITTIMAZIONI a commisurare l’un l’altro i tempi e i rapporti di tempo che, in base ai dati sentiti, appaiono, a imporre loro questo o quell’ordine obbiettivo, a SELEZIONARE SECONDO DETERMINATI CRITERI ORDINI REALI E ORDINI APPARENTI. Ciò che allora si costituisce come essere obbiettivamente valido è, in ultima analisi, quell’uno e infinito tempo obbiettivo in cui tutte le cose e gli eventi, i corpi e le loro proprietà fisiche, le anime e i loro stati psichici, hanno i loro posti temporali determinati e determinabili per mezzo di un CRONOMETRO.
Può darsi – ma la cosa in questa sede non ci riguarda – che la base ultima di tali DETERMINAZIONI OBBIETTIVE sia dovuta e constatazioni di differenze e relazioni tra i dati di tempo, o semplicemente a un’immediata adeguazione a tali dati. Ma non c’è dubbio che, per esempio, UN <SIMULTANEAMENTE> SENTITO NON È SIMULTANEITÀ OBBIETTIVA; eguaglianza sentita di distanze fenomenologico-temporali non è eguaglianza obbiettiva di distanze di tempo ecc.; l’assoluto dato di tempo, sentito, non è senz’altro l’esser-vissuto di un tempo obbiettivo (e questo vale anche per il dato assoluto dell’<ora>). Afferrare e afferrare in evidenza un contenuto, così come esso è vissuto, non significa afferrare una obbiettività in senso empirico, una realtà obbiettiva nel senso in cui si parla di cose, eventi, situazioni obbiettive, di posizione obbiettiva nello spazio e nel tempo, di forma spaziale e temporale obbiettivamente reale ecc.
Guardiamo un pezzo di gesso; chiudiamo ed apriamo gli occhi. Abbiamo così due percezioni. Diciamo allora che VEDIAMO LO STESSO GESSO DUE VOLTE. ABBIAMO QUI CONTENUTI TEMPORALMENTE SEPARATI, AVVERTIAMO BENSÌ UNO STACCO, UNA SEPARAZIONE, FENOMENOLOGICA, TEMPORALE, MA NELL’OGGETTO NON C’È ALCUNA SEPARAZIONE, È SEMPRE LO STESSO: NELL’OGGETTO DURATA, NEL FENOMENO CAMBIAMENTO. Allo stesso modo, POSSIAMO SENTIRE SOGGETTIVAMENTE UNA SUCCESSIONE TEMPORALE LÀ DOVE, OBBIETTIVAMENTE, BISOGNA CONSTATARE UNA COESISTENZA. Il contenuto vissuto viene <obbiettivato>, ed ecco che L’OGGETTO È COSTITUITO, NEL MODO DELL’APPRENSIONE, IN BASE AL MATERIALE DEI CONTENUTI VISSUTI. L’oggetto non è però la semplice somma o il complesso di questi <contenuti>, che non vi rientrano affatto, esso è più che un contenuto e, in certo modo, altra cosa. L’OBBIETTIVITÀ APPARTIENE ALL’<ESPERIENZA> E PRECISAMENTE ALL’UNITÀ DELL’ESPERIENZA, a quello che, IN BASE ALLE LEGGI DELL’ESPERIENZA, È IL CONTESTO DELLA NATURA. IN TERMINI FENOMENOLOGICI: NON È NEI CONTENUTI <PRIMARI> CHE SI COSTITUISCE L’OBBIETTIVITÀ, ma nei caratteri apprensionali e nelle legalità d’essenza ad essi inerenti. Sviscerare e comprendere tutto ciò è, appunto, il compito di una FENOMENOLOGIA DELLA CONOSCENZA.”
EDMUND HUSSERL, “Per una fenomenologia interna del tempo”, a cura di Rudolf Boehm, ed. it. a cura di Alfredo Marini, Franco Angeli, Milano 1985 (I ed. 1981), Parte I. ‘Le lezioni sulla coscienza interna del tempo dell'anno 1905’, § 1. ‘Messa fuori causa del tempo obbiettivo’, pp. 46 – 47.




“ Die objektive Zeit gehört in den Zusammenhang der Erfahrungsgegenständlichkeit. Die <empfundenen> Temporaldaten sind nicht bloß empfunden, sie sind auch mit Auffassungscharakteren behaftet, und zu diesen wiederum gehören gewisse Forderungen und Berechtigungen, die auf Grund der empfundenen Daten erscheinenden Zeiten und Zeitverhältnisse aneinander zu messen, so und so in objektive Ordnungen zu bringen, so und so scheinbar in wirkliche Ordnungen zu fondern. Was sich da als objektiv gültiges Sein konstituiert, ist schließlich die eine und endliche objektive Zeit, in welcher alle Dinge und Ereignisse, Körper mit ihren physischen Beschaffenheiten, Seelen mit ihren seelischen Zuständen ihre bestimmten Zeitstellen haben, die durch Chronometer bestimmbar find.
Es mag sein - hier haben wir darüber nicht zu urteilen – daß diese objektiven Bestimmungen letztlich ihren Anhalt besitzen an Konstatierungen von Unterscheiden und Verhältnissen der Temporaldaten oder in unmittelbarer
Adäquation an diese Temporaldaten selbst. Aber ohne weiteres ist z. B. Empfundenes <Zugleich> nicht objektive Gleichzeitigkeit, empfundene Gleichheit von phänomenologisch-temporalen Abständen nicht objektive Gleichheit von Zeitabständen usw., das empfundene absolute Zeitdatum nicht ohne weiteres Erlebtsein objektiver Zeit (auch für das absolute Datum des Jetzt gilt das). Erfassen und zwar evident Erfassen eines Inhalts, so wie er erlebt ist, das heißt noch nicht, eine Objektivität im eimpirischen Sinne erfassen, eine objektive Wirklichkeit in dem Sinne, in welchem von objektiven Dingen, Ereignissen, Verhältnissen, von objektiver Raumlage und Zeitlage, von objektiv wirklicher Raumgestalt und Zeitgestalt usw. Die Rede ist.
Blicken wir auf ein Stück Kreide hin; wir schließen und öffnen die Augen. Dann haben wir zwei Wahrnehmungen. Wir sagen dabei: wir sehen dieselbe Kreide zweimal. Wir haben dabei zeitlich getrennte Inhalte, wir erschauen auch ein phänomenologisches zeitliches Auseinander, eine Trennung, aber am Gegenstand ist keine Trennung, er ist derselbe: im Gegenstand Dauer, im Phänomen Wechsel. So können wir auch subjektiv ein zeitliches Nacheinander empfinden, wo objektiv eine Koexistenz festzustellen ist. Der erlebte Inhalt wir <objektiviert>, und nun ist das Objekt aus dem Material der erlebten Inhalte in der Weise der Auffassung konstituiert.
Der Gegenstand ist aber nicht bloß die Summe oder Komplexion dieser <Inhalte>, die in ihn garnicht eingehen, er ist mehr als Inhalt und anderes. Die Objektivität gehört zur <Erfahrung> und zwar zur Einheit der Erfahrung, zum erfahrungsgesetzlichen Zusammenhang der Natur. Phänomenologische gesprochen: die Objektivität konstituiert sich eben nicht in den <primären> Inhalten, sondern in den Auffassungscharakteren und in den zu dem Wesen dieser Charaktere gehörigen Gesetzmäßigkeiten. Das voll zu durchschauen und zum klaren Verständnis zu bringen, ist eben Erkenntnisphänomenologie.”
EDMUND HUSSERL, “Vorlesungen zur Phänomenologie des inneren Zeitbewußtfeins”, herausgegeben von Martin Heidegger, Sonderdruck aus: ‘Jahrbuch für Philosophie und phänomenologische Forschung’, Bd. IX
Herausgegeben von E. Husserl, Niemeyer Verlag, Halle 1928 (S. 367 – 490), Erster Teil ‘Die Vorlesungen über das innere Zeitbewußt. Sein aus dem Jahre 1905, § 1. ‘Hausschaltung der objektiven Zeit’, S. 371 – 373.

venerdì 25 novembre 2011

Dorotea de Spirito, Angel. Lettura. Reale e Irreale.

Quando leggi il mondo non esiste più,
puoi fingere che quello che stai leggendo sia assolutamente
reale, o che la realtà semplicemente svanisca. Puoi essere tutto ciò che desideri in un libro.Dorotea de Spirito, Angel

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