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lunedì 7 novembre 2016

Carlo Tenuta, Università di Padova. ‘“Lui prega di nascosto”. Letteratura e lato marrano’.

La psicoanalisi ci ha insegnato che i morti - i genitori morti, per esempio - possono ancora vivere per noi ed essere ancora più potenti, più spaventosi che da vivi. È questo il problema dei fantasmi.
Jacques Derrida


Si è anche preteso, recentemente, che la questione del marranismo fosse morta.
Non lo credo affatto. Ci sono ancora dei figli e delle figlie, che senza saperlo,
incarnano e metempsicotizzano i fantasmi ventriloqui dei propri antenati.
Jacques Derrida



Jacques Derrida, Breve storia della menzogna. Prolegomeni



"Ogni volta che si cede (che io cedo) alle proprie vanità,
ogni volta che si pensa e si vive «per apparire», si tradisce.
E ogni volta è sempre la gran disgrazia di voler apparire
che mi ha rimpicciolito dinanzi al vero.
Non è necessario offrirsi agli altri:
solo a coloro che si amano.
Perché in questo caso non ci si offre per apparire
ma soltanto per dare.
Veramente forte è colui che appare esclusivamente quando è necessario.
Andare sino in fondo significa saper serbare il proprio segreto".
Albert Camus, Taccuini



Ciò che hai scritto, non so perché, ma mi fa pensare al marrano descritto da Jacques Derrida che, invece, tradisce la propria fede non solo per salvarsi la pelle, ma per custodire il segreto di un'appartenenza culturale irriducibile, per conservare qualcosa del suo ebraismo.


"[...]  Parlando altrove, in relazione ai lavori di Y. Yovcl sulla cultura marrana, di questo affetto, mi sembrava di potervi riconoscere una sorta di parabola del "marrano" o di trascrizione del paradosso genealogico che lo caratterizza: condannato a scegliere fra due religioni che lo confondono e lo tormentano, il "marrano" rifiuta la trascendenza e sceglie di vivere un'ascesi intramondana, laica, razionale che lo porta verso un'ermeneutica costitutiva e un'etica delle liberazione. [...]"


25 Derrida 199lb
è il libro che introduce la tematica del sé scisso come ibrido migrante: 
"Mi sento tra l'altro europeo, significherebbe essere, con questa stessa dichiarazione, più o meno europeo? (...). Dipende dagli altri, in ogni caso, e da me tra loro, decidere." (p. 55). 
Aporie 1996, Io rintraccia in un precedente testo di ibrìdità — la Spagna Cattolica — e introduce il Marrano: "Se si chiama marrano, figuratamente, chiunque rimanga fedele ad un segreto che non ha scelto, nel luogo stesso in cui abita" (p. 70). 
Attraverso la grafica di questa figura (se non la logica della metafora) è possibile pensare che il discorso dominante, totalmente persuasivo, della critica di Derrida della metafisica occidentale, contenga segni (o almeno segnali) di una precedente identità nascosta dalla convenzione collettiva in risposta alla minaccia condivisa. [...]

"[...] l'alterità nell'identità. Il marrano rimane fedele a un segreto che non ha scelto presso il luogo dove soggiorna senza dire di no, ma senza identificarsi con esso. Egli porta nel segreto del proprio nome la continua distinzione dal luogo con il quale sembra identificarsi e rappresenta l'eccedenza, ossia l'impossibile congiunzione di ciò che è possibile e manifesto e del suo contrario. Il marrano è la figura dell'aporia. [...]"
Andrea Potestio
https://books.google.it/books?id=Bn7RElgwYK0C&pg=PA132&dq=Derrida+%22il+marrano%22&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwib7Obu9ZfQAhUEJ8AKHbaQAdEQ6AEIITAB#v=onepage&q=Derrida%20%22il%20marrano%22&f=false



Carlo Tenuta, Università di Padova.
TENUTA, Carlo. ‘“Lui prega di nascosto”. Letteratura e lato marrano’.
Ebrei migranti: le voci della diaspora, a cura  di Raniero Speelman, Monica Jansen e Silvia Gaiga.
ITALIANISTICA ULTRAIECTINA 7.
Utrecht: Igitur Publishing, 2012. ISBN 978‐90‐6701‐032‐0.
http://www.italianisticaultraiectina.org/publish/articles/000162/article.pdf


"Nel marrano lo stesso aspetto esteriore è traditore, dal momento che non lo si distingue più dai cristiani, rendendolo così irriconoscibile. Se non può venire identificato facilmente quanto l’ebreo che egli è stato, in ognuno potrà nascondersi un marrano [e i marrani] rivelano così quell’inquieta terra di nessuno che si estende tra l’ebraismo e [le altre cose], terra ignota all’interno della loro stessa separazione". (Solla 2008, 22‐23)



Si prenda ad esempio un lacerto di prosa di un novelliere dimenticato del primissimo Novecento ebraico‐italiano, Gino Racah: 
"Allora uno scoppio irrefrenabile di pianto scosse tutta la persona della vecchia infelice, che senza potersi alzare strinse la tefilà al petto e nascose la faccia nel venerabile drappo sabatico, quasi per rifugiarsi nel seno d’Israele; e pensò nell’angoscia convulsa dell’anima sua con invidia a coloro ch’eran morti e dormivano tranquilli laggiù nel piccolo cimitero della sua antica cheilà d’origine [...] sotto le pietre bianche, dov’erano incisi nella scrittura antica e famigliare le parole consolatrici che davano la quiete ai cuori più dolorosi. Di quel cimitero [...] che le ritornava al pensiero in quell’ora di sconforto supremo, di struggimento infinito come un porto sicuro, come un asilo inviolabile di pace". 
(Racah 1913, 242)


Il ritorno (questo ‘ritorno’) rompe un precedente silenzio: ecco che allora la condizione di questa anziana protagonista di Racah, intenta a celebrare segretamente, ‘intimamente’, Kippur, nella famiglia non‐ebrea cui la scelta del matrimonio del figlio l’aveva costretta, è di fatto la condizione del marrano:

"Certo era il Chippur!
[E] quando queste cose le venivano in mente, provava sempre uno stringimento di cuore per non conoscere i giorni delle feste mai. Ma questa volta lo sapeva, e ad un tratto [...] un pensiero l’assalì, una volontà la prese, quella di celebrare il giorno santo degnamente come si conveniva ad un’ebrea. Era un pensiero assurdo, un desiderio pazzo ed irragionevole, benché la vecchia si proponesse di limitare strettamente alla sua persona la celebrazione, di farne cosa sua privata senza ostentazione, senza neanche farsi scorgere. (Racah 1913, 235)

La scelta – l’unica scelta possibile – per l’anziana protagonista della novella di Racah è quella di un dolorosissimo ripiegare su se stessa e soltanto su sé, nel tentativo di salvare ciò che è inscritto nella memoria più antica e profonda – ed è una memoria che rimanda sempre alle generazioni che il qui e l’ora hanno preceduto; una memoria che rimanda cioè ad un tempo dal corso diversamente ritmato, ad un tempo da trenodia:

l’anziana di Racah, avvilita per la derisione, piange irrefrenabilmente nascondendo infatti la faccia
“nel venerabile drappo sabatico, quasi per rifugiarsi nel seno d’Israele”
(Racah 1913, 242).


La sua [dell’ebreo] è un’essenza contradditoria [...].
L’ebreo, e molti di essi non sfuggono a questo movimento, manifesta un desiderio a doppio senso (“il controdesiderio del proprio desiderio”): vorrebbe cancellarsi in quanto ebreo protendendosi verso l’assimilazione per poi, spinto dal rimorso, recuperare l’ebreità rimossa e riaffermare la propria particolarità e determinazione umana. Questo è anche il motivo per cui non è sufficiente
“per cessare di essere ebrei, che ci si converta”.
(De Angelis 2006, 65)3




"Ho il gusto del segreto, il che ha certo a che fare con la non appartenenza; ho un misto di timore o terrore davanti a uno spazio politico, per esempio, a uno spazio pubblico che non dia spazio al segreto [...] L’appartenenza, il fatto di confessarla e di mettere in comune, che si tratti di famiglia, di nazione o di lingua, significa la perdita del segreto".
(Derrida 1990, 52‐53)


Per assomigliare a tutti gli altri, il marrano ‘marranicamente’ tace persino di essere un marrano:
la sua identità e la sua natura sono, come quella dell’opera letteraria, proprietà di chi di volta in volta intende possederla.  [...]



Dei “marrani di marrani” si ricorda Derrida, ancora, pensando all’ebreo Marx (e a Spinoza):

"E se per finire, suggerissimo l’idea che non solo Spinoza ma Marx stesso, Marx l’ontologista liberato, fosse un marrano? Una specie di immigrato clandestino, un ispano‐portoghese travestito da ebreo tedesco che avrebbe finto di convertirsi al Protestantesimo e persino di essere un po’ antisemita? Sarebbe un duro colpo. Si potrebbe aggiungere che gli stessi figli di Karl non sapevano niente.
E neanche le figlie. Il colpo supremo, l’eccesso abissale, il plus‐valore assoluto: dei marrani così ben nascosti, così ben criptati che neppure loro stessi hanno mai sospettato di esserlo!
O forse lo hanno dimenticato; l’hanno rimosso, negato, rinnegato.
Si sa che ciò succede anche ai “veri” marrani, a coloro che, essendo realmente, presentemente, attualmente, effettivamente, ontologicamente dei marrani, non sanno più di esserlo".
(Derrida 2008, 295)



NOTE
1 Canetti 1990, 1661.
2 “Teshuvah [...] è un’idea portante (dal verbo la‐shuv, ‘tornare’), tra le più forti dell’ebraismo:
‘la parola ebraica per pentimento, Teshuvah – come spiega Adam Steinsaltz –, ha tre diversi significati
che sono tuttavia in relazione fra loro. Prima di tutto significa ritorno, un tornare a Dio o alla fede
ebraica. In secondo luogo può significare voltarsi indietro o invertire direzione, scegliendo un altro
orientamento, un’altra direzione nella vita. Terzo significa risposta” (De Angelis, 2006, 77). La citazione in Steinsaltz 2000, 104‐106.
3 La citazione in Jankélévitch 1995, 7‐8, 85‐94.
4 Si veda Jankélévitch 1995, 86.
5 La citazione in Blanchot 1977, 405.
6 “Quella frase è mia. Adam Kasev non esiste. Avevo bisogno di lui solo per quella traccia.
Mi piacciono gli ex‐ergo ma devono essere precisi e non svelare al tempo stesso.
Una chiave, una rotta possibile che il lettore può seguire nel romanzo”, ricorda Scianna.


BIBLIOGRAFIA
Amichai, Yehuda. Poesie. Milano: Crocetti, 2001.

Bassani, Giorgio. Opere. Milano: Mondadori, 2001.

Blanchot, Maurice. L’infinito intrattenimento: scritti sull’”insensato gioco di scrivere”.
Torino: Einaudi, 1977.

Bloom, Harold. Kafka, Freud Scholem. Milano: Spirali, 1989.

Canetti, Elias. Opere (1973‐1987). Milano: Bompiani, 1990. 166

Celan, Paul. Microliti. Rovereto: Zandonai, 2010.

De Angelis, Luca. Qualcosa di più intimo. Aspetti della scrittura ebraica del Novecento italiano:
da Svevo a Bassani. Firenze: Giuntina, 2006.

Debenedetti, Giacomo. 16 ottobre 1943. Palermo: Sellerio, 1993.

Derrida, Jacques. Abramo l’altro. Napoli: Cronopio, 2005.

‐‐‐. Marx & Sons. Politica, spettralità, decostruzione. Milano‐Udine: Mimesis, 2008.

Derrida, Jacques & Maurizio Ferraris. Il gusto del segreto. Bari: Laterza, 1990.

Donno, Stefano, ‘Giorgio Scianna, Fai di te la notte’ [29.12.2007] Stefano donno –
http://stefanodonno.blogspot.com/2007/12/giorgio‐scianna‐fai‐di‐te‐la‐notte.html.

Geraci, Silvia. L’ultimo degli ebrei. Jacques Derrida e l’eredità di Abramo. Milano‐Udine: Mimesis, 2010.

Heymann, Fritz. Morte o battesimo. Una storia di marrani. Firenze: Giuntina, 2007.

Loewenthal, Elena. Scrivere di sé. Identità ebraiche allo specchio. Torino: Einaudi, 2007.

Jankélévitch, Vladimir. La coscienza ebraica. Firenze: Giuntina, 1995.

Jesi, Furio. L’esilio. Roma: Silva, 1970.

Racah, Gino. La vita e gli scritti di Gino Racah. Firenze: Giuntina, 1913.

Renda, Marilena. Bassani, Giorgio. Roma: Gaffi, 2010.

Scholem, Gershom. L’idea messianica nell’ebraismo e altri saggi sulla spiritualità ebraica. Milano: Adelphi, 2008.

Scianna, Giorgio. Fai di te la notte. Torino: Einaudi, 2007.

Solla, Gianluca. Marrani. Il debito segreto. Genova‐Milano: Marietti 1820, 2008.

Steinsaltz, Adam. La rosa dai tredici petali. Un incontro con la mistica ebraica. Firenze: Giuntina, 2000.

Vigevani, Alberto. L’esistenza. Tutte le poesie 1980‐1992. Torino: Einaudi, 2010

http://www.italianisticaultraiectina.org/publish/articles/000162/article.pdf


giovedì 20 febbraio 2014

Pharmakos. Il Pharmakos era un rituale largamente diffuso nelle città greche, ed era la purificazione mediante l'espulsione dalla città di un individuo, che veniva chiamato Pharmakos questo seguiva uno schema di credenza simile all'espulsione del capro espiatorio, che veniva utilizzato nella religione ebraica. Ad Atene, durante le feste del Targhelie, venivano scelte delle persone di aspetto ripugnante, una per gli uomini e un'altra per le donne, addobbati di vestiti ridicoli e infine scacciati fuori dalle mura. Sul significato del rito si era molto discusso e si era pensato che fosse stato un residuo di primitivi sacrifici umani. Secondo altri sarebbe stato un rito simbolico legato alle pratiche agricole fatto per allontanare dalle messi la sfortuna, ma anche le disavventure della comunità. II Pharmacos era colpevole di NULLA, ma il suo compito era quello di essere il rappresentante di ogni sfortuna. Espellendolo dalla città, essa, si liberava di un essere tabù che assumeva le colpe e le maledizioni di tutti. Perciò il Pharmacos era contemporaneamente il delitto e il salvatore, che con il suo sacrificio permetteva alla comunità di ritrovare la propria sicurezza garantendo così la pace nel paese.

Il Pharmakos era un rituale largamente diffuso nelle città greche, ed era la purificazione mediante l'espulsione dalla città di un individuo, che veniva chiamato Pharmakos questo seguiva uno schema di credenza simile all'espulsione del capro espiatorio, che veniva utilizzato nella religione ebraica. Ad Atene, durante le feste del Targhelie, venivano scelte delle persone di aspetto ripugnante, una per gli uomini e un'altra per le donne, addobbati di vestiti ridicoli e infine scacciati fuori dalle mura.
Sul significato del rito si era molto discusso e si era pensato che fosse stato un residuo di primitivi sacrifici umani. Secondo altri sarebbe stato un rito simbolico legato alle pratiche agricole fatto per allontanare dalle messi la sfortuna, ma anche le disavventure della comunità.
II Pharmacos era colpevole di NULLA, ma il suo compito era quello di essere il rappresentante di ogni sfortuna. Espellendolo dalla città, essa, si liberava di un essere tabù che assumeva le colpe e le maledizioni di tutti.
Perciò il Pharmacos era contemporaneamente il delitto e il salvatore, che con il suo sacrificio permetteva alla comunità di ritrovare la propria sicurezza garantendo così la pace nel paese.
http://cronologia.leonardo.it/mondo11c.htm


Pharmakos (greco φαρμακός) era il nome di un rituale largamente diffuso nelle città greche, simile a quello del capro espiatorio, che mirava ad ottenere una purificazione mediante l'espulsione dalla città di un individuo chiamato pharmakos (qualcosa come "il maledetto").
Ne parla, per esempio, il poeta Ipponatte: egli dice che un uomo scelto per la sua bruttezza veniva nutrito a spese della città, poi, un giorno stabilito, era scacciato a frustate; in altri luoghi ogni anno uno sventurato veniva "comprato" e nutrito a spese pubbliche, poi lo si espelleva a sassate dalla città.
Ad Atene, durante le feste Targelie (greco θαργήλια), in onore di Apollo, venivano scelte due persone di aspetto ripugnante, un uomo e una donna, adornate con collane di fichi e infine scacciate fuori dalle mura.

Sul significato del rito si è molto discusso; si è pensato che esso fosse un residuo di primitivi sacrifici umani; secondo altri sarebbe invece un rito legato alle pratiche agricole, posto in atto per allontanare dalle messi la sfortuna e le calamità naturali. In sostanza, si tratta di un rito simbolico destinato a placare l'angoscia per la contaminazione incombente sopra la comunità. Così il gruppo scarica la propria aggressività su un emarginato, scelto per la sua deformità come simbolo del male. Evidentemente egli non è colpevole di nulla, ma il suo compito è proprio quello di essere il rappresentante di ogni forma possibile di sventura: espellendolo, la città si libera di un essere tabù, un intoccabile, un perturbatore della pace, che assume su di sé le colpe e le maledizioni di tutti. Perciò il pharmakos è contemporaneamente il reietto e il salvatore, che con il suo sacrificio permette alla comunità di ritrovare la propria sicurezza e ne garantisce la pace. Non può andare perduta l'associazione con il mito cristiano dell'Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo ("Agnus Dei qui tollis peccata mundi == Agnello di Dio che SOPPORTI i peccati DEL mondo", QUINDI Te ne fai carico) e la stessa crocifissione del Salvatore, diventato egli tale proprio in virtù del sacrificio al quale prende parte.

Walter Burkert e René Girard hanno fornito interpretazioni moderne notevoli del rito del pharmakos. Burkert mostra come le persone erano sacrificate o espulse dopo essere state ben nutrite e, secondo alcune fonti, le loro ceneri erano sparse nell'oceano. Era un rituale di purificazione, una forma di catarsi sociale.[1]

Il Pharmakos è un termine fondamentale anche nel decostruzionismo di Jacques Derrida. Nel suo famoso saggio "La farmacia di Platone" [2], Derrida decostruisce molti testi di Platone, come il Fedro, e rivela l'interconnessione tra la catena significante pharmakeia-pharmakon-pharmakeus e la notevole assenza della parola pharmakos. Così facendo, Derrida attacca il confine tra interno ed esterno, dichiarando che il fuori (pharmakos, parola mai usata da Platone) è sempre-già presente proprio all'interno (pharmakeia-pharmakon-pharmakeus). 
Si può dire che, come concetto, pharmakos è collegato ad altri termini di Derrida, come "traccia".
Per alcuni studiosi al rito del pharmakos si ricollega la pratica dell'ostracismo, procedura con cui si esiliava da Atene un uomo politico importante, dopo una votazione in cui si scriveva il suo nome su pezzi di coccio. Però l'ostracismo era un episodio puntuale, contrariamente all'esecuzione o espulsione del pharmakos.


Più tardi il termine Pharmakos si trasformò in pharmakeus, che indica una droga, pozione magica, guaritore, avvelenatore, per estensione un mago o uno stregone.[3] Una variante di questo termine è "pharmakon" (φάρμακον), che significa pianta curativa, veleno o droga. Da questa variante deriva il termine moderno "farmacologia".[4]

L'analisi decostruttiva di Derrida
Nel 1968 la rivista francese Tel Quel pubblicò un lungo saggio di Jacques Derrida, intitolato La farmacia di Platone [5], che poi fu inserito nel suo libro del 1972, La dissémination. Questo libro ha come punto di partenza il Fedro di Platone.

Anche se la catena significante pharmakeia-pharmakon-pharmakeus compare molte volte nei testi di Platone, il filosofo non usa mai un termine strettamente collegato, pharmakos, che significa "capro espiatorio". Secondo Derrida, il fatto che Platone non usi quel termine non indica che la parola è necessariamente assente, o piuttosto, è sempre-già presente come "traccia". Certe forze o tendenze di associazione linguistica uniscono le parole che sono "in pratica presenti" in un testo con tutte le altre parole del sistema lessicale, indipendentemente dal fatto di comparire o meno in tale testo. Derrida evidenzia che la catena testuale non è semplicemente "interna" al lessico di Platone. 

È possibile affermare che tutta la catena significante "farmaceutica" (un altro componente della stessa catena) si manifesti effettivamente nel testo, anche se sempre nascosta nello sfondo, mostrandosi sempre furtivamente. "È sempre nella stanza nascosta, nelle ombre della farmacia, antecedente rispetto alle opposti conscio e inconscio, libertà e costrizione, volontario e involontario, parola e linguaggio, che queste 'operazioni' testuali hanno corso"[6] 

Quello che è in gioco qui è proprio l'idea della dicotomia interno/esterno; se la parola pharmakos che Platone non usa pur risuona all'interno del testo, allora non ci può essere possibilità di chiusura per quanto riguarda il testo. Se l'esterno è sempre-già presente all'interno, in opera all'interno, allora qual è lo status dei concetti "presente" e "assente", "corpo" e "anima", "centro" e "periferia"? Però è importante ricordare che Derrida classifica i farmaci come qualcosa "nello sfondo"; in altre parole, l'"esterno" sempre presente nell'"interno" non diventa mai pura presenza, ma resta nascosto come "traccia", un'allusione, un'"aporia". Con questo insistere tenacemente su questo punto, Derrida evita la trappola di quello che lui chiama "Metafisica della Pura Presenza", o "Logocentrismo"[7]

Nell'antica Atene il rito del pharmakos era usato per espellere e allontanare il male (fuori dal corpo e fuori dalla città). Per raggiungere questo scopo, gli ateniesi mantenevano a spese pubbliche alcuni poveri diavoli. Quando si verificava una calamità, ne sacrificavano uno o più come rituale di purificazione e rimedio curativo. Il pharmakos, il "capro espiatorio", era condotto fuori dalle mura della città e ucciso al fine di purificare l'interno della città. Il male che aveva infettato la città dall'"esterno" è rimosso e restituito all'"esterno", per sempre. 
Ma, paradossalmente, il rappresentante dell'esterno (il pharmakos) era ciononostante mantenuto nel cuore stesso dell'interno, la città, e anche a spese pubbliche. Per essere cacciato dalla città, il capro espiatorio doveva essere già stato dentro la città. 

"La cerimonia del pharmakos si svolge sulla linea di confine tra l'"interno" e l'"esterno", e il suo compito è di tracciare e rintracciare incessantemente quella linea".[8] 

Similmente, il pharmakos sta sulla sottile linea rossa tra sacro e maledetto, "...benefico in quanto cura - e per questo temuto e trattato con cura - dannoso in quanto incarna i poteri del male - e per questo, temuto e trattato con cautela".[9] 

Il pharmakos è il guaritore che cura ed è il criminale che è l'incarnazione dei poteri del male. Il pharmakos è come una medicina, pharmakon, nel caso di una malattia specifica, ma, come la maggior parte delle medicine, è allo stesso tempo un veleno, allo stesso tempo un male. Pharmakos, pharmakon: essi sfuggono a entrambi i lati con l'essere e non essere allo stesso tempo su un lato. Tutte e due le parole hanno in sé più di un significato, cioè dei significati confliggenti.

Pharmakos non significa solo capro espiatorio. È un sinonimo di pharmakeus, una parola spesso ripetuta da Platone, che significa "stregone", "mago", perfino "avvelenatore". 

Nei dialoghi di Platone, spesso Socrate è rappresentato e definito pharmakeus. 
Socrate è considerato uno che sa come fare magia con le parole e, in particolare, non con le parole scritte. Le sue parole agiscono come un pharmakon (come una sostanza curativa, o anche un veleno) e trasformano, curano l'anima di chi ascolta. Nel Fedro, Socrate si oppone fermamente agli effetti negativi della scrittura. Socrate paragona la scrittura a un pharmakon, una droga, una pozione: scrivere ripete senza sapere, crea abominevoli simulacri. Qui Socrate trascura deliberatamente l'altro significato della parola: la cura. 
Socrate suggerisce un pharmakon diverso, una medicina: la dialettica, la forma filosofica del dialogo. Questo, sostiene Socrate, può condurci alla verità dell'eidos, ciò che è identico a se stesso, sempre se stesso, immutabile. Qui Socrate di nuovo trascura l'"altra" lettura della parola pharmakon: il veleno. Socrate agisce come un mago (pharmakos) - lui stesso parla di una voce soprannaturale che parla attraverso di lui - e la sua medicina (pharmakon) più famosa è il discorso, la dialettica e il dialogo che conduce al sapere e alla verità ultima. Ma paradossalmente Socrate diventa anche il più famoso "altro" pharmakos di Atene, il capro espiatorio. Diventa uno straniero, perfino un nemico che avvelena la repubblica e i suoi cittadini. 
È un abominevole "altro"; non l'altro assoluto, il barbaro, ma l'altro (l'esterno) che è molto vicino, come quei poveri diavoli, che è sempre-già nell'interno. Egli è allo stesso tempo la "cura" e il "veleno" e, proprio come lui, gli ateniesi scelsero di dimenticare uno di quei significati in base alla necessità. E, alla fine, Platone colloca Socrate in quello che per Socrate era il più vile di tutti i veleni: nella scrittura, che sopravvive fino a oggi.

http://it.wikipedia.org/wiki/Pharmakos


Il mio farmacista aveva una targhetta al muro che diceva:
se no ghe fosse Dottore e Farmacia quanti morti de manco ve saria.


Il farmaco nel corpo.
Ogni farmaco ha un suo destino dentro il corpo. Viene metabolizzato in un certo modo, ha particolari bersagli in questo o quell'organo nei quali svolge la sua azione terapeutica e viene eliminato dal corpo in modi diversi. Per esempio, un farmaco usato per la cura dell'ulcera e preso come compresse, arrivato nell'intestino penetra nella parete dell'organo sino a raggiungere i capiIlari ed entra così nel sangue. Questa fase di assorbimento è graduale e raggiunge il massimo dopo 1-2 ore. Una volta nel sangue, il farmaco può raggiungere tutti gli organi e quindi ogni cellula del corpo, ma, in realtà, penetra solo in quelle che all'esterno possiedono particolari "serrature molecolari", i recettori, capaci di agganciarlo.In questo caso, il farmaco blocca le serrature e le rende così inaccessibili a una sostanza che stimola la produzione di acido nello stomaco. Altri farmaci, entrano nella cellula e ne condizionano il funzionamento o la riproduzione come è il caso dei farmaci contro il tumore.
Con il passare del tempo - minuti, ore o giorni a seconda dei casi - il farmaco può essere eliminato localmente da sostanze presenti nelle cellule oppure in altre parti del corpo, in genere il fegato o i reni. Ecco perché - a seconda dei casi - si può misurare la sua dose nel sangue o nelle urine, una pratica che aiuta a capire, in caso di mancata efficacia del farmaco, se questo è dovuto a una quantità troppo bassa assorbita dall'organismo o se un effetto tossico è da mettere in relazione a quantità eccessive. Casi entrambi che permettono al medico di correggere la dose sul singolo malato.

Gli effetti del farmaco
Un farmaco può avere nel corpo numerose conseguenze, apparentemente sconnesse. Viene preso per ottenere un effetto terapeutico, ma può provocarne anche altri, gli effetti indesiderati o sotto la variante più lieve di effetti collaterali o sotto forma di una reazione allergica. In tutti i casi, la distinzione effetto terapeutico/indesiderato è in qualche modo arbitraria perché ciò che è curativo oggi in un malato può rappresentare un inconveniente in un altro così come può darsi che in una circostanza diversa l'inconveniente sia l'effetto cercato. La storia dei farmaci è piena di esempi in cui un effetto indesiderato è stato poi considerato un effetto terapeutico. Per esempio, in caso di allergia si usano gli antistaminici che hanno come effetto collaterale la sonnolenza, ma è proprio per questa ragione che sono usati come sedativi. L'Aspirina non può essere usata nelle persone con malattie della coagulazione perché ostacola la trombosi ma proprio per questa ragione è usata dalle persone con malattie cardiocircolatorie perché riduce il rischio d'infarto dovuto a fenomeni di trombosi.

Le cause degli effetti del farmaco
Effetti terapeutici e indesiderati del medesimo farmaco possono essere legati o avere cause diverse. Per esempio, la sonnolenza o l'instabilità nel camminare causate dall'assunzione di un ansiolitico sono fenomeni collaterali rispetto all'azione di ridurre l'ansia. Entrambi gli effetti sono prodotti dalle medesime azioni biologiche nel cervello. Altre volte non è così. Per esempio l'uso della penicillina è accompagnato in certi casi da diarrea, ma mentre l'azione antibatterica è dovuta direttamente agli effetti del farmaco sui batteri, la diarrea è provocata dall'azione irritante dell'antibiotico sulla parete dell'intestino.
Una forma particolare di effetto indesiderato è l'idiosincrasia che consiste in una reazione abnorme a un farmaco dovuta a motivi genetici, cioè costituzionali. In genere la reazione non ha nulla a che fare con i normali effetti della medicina.
Un altro effetto indesiderato piuttosto comune è costituito dalle reazioni allergiche che possono comparire in teoria con ogni tipo di farmaco anche se alcune medicine le provocano più facilmente, in certe persone. Per esempio, quanti soffrono di una qualche forma di allergia generalmente sono più esposti a questo rischio. Inoltre, le manifestazioni allergiche come prurito e orticaria sono provocate da farmaci in qualche modo simili (penicillina e cefalosporine) mentre è praticamente impossibile trovare persone genericamente "allergiche ai farmaci" nonostante molte ritengano di esserlo.
Naturalmente quanto più importante è l'effetto terapeutico e quanto pochi o poco importanti sono gli effetti indesiderati tanto maggiore è l'utilità pratica del farmaco, una variabile che gli esperti indicano come rapporto beneficio/rischio. Occorre decidere allora, di volta in volta, se siano maggiori i rischi connessi con una certa terapia o i benefici che da quella terapia possono derivare al paziente. Per esempio, la penicillina causa nell'1-5 per cento dei casi reazioni allergiche e ciò ha creato un clima di diffidenza nei confronti di questo farmaco. Tuttavia nessuno pensa di ritirarlo dalla circolazione vista la sua straordinaria efficacia in molte circostanze e la non gravità dei suoi effetti collaterali, tranne pochissimi casi.

Effetti soggettivi dei farmaci
L'effetto complessivo di un farmaco non dipende solo dalle molecole che contiene, ma anche dalla persona che lo prende. Dalla sua età, sesso, stato di salute, dal suo peso e anche dal suo Dna.
I bambini prendono dosi più piccole di farmaco perché oltre a pesare di meno e quindi ad avere una minore quantità di cellule complessive del corpo, hanno un corpo che funziona in parte in modo diverso. In particolare, i loro fegato e reni non sono completamente sviluppati e questo condiziona il metabolismo del farmaco che in genere ne viene rallentato. Ecco perché importa sia il peso che l'età. Per dare un'idea di quanto possa variare la dose secondo l'anagrafe, in caso di shock anafilattico, serve una dose intramuscolo di adrenalina di 0,5 con età dai 12 anni in su, di 0,25 tra 12 e 6 anni, di 0,125 tra 6 anni e 6 mesi mentre sotto quest'età la dose scende a 0,05 mg. La capacità totale di metabolizzare il farmaco si raggiunge a 20 anni: dopo di che inizia a diminuire, tanto più marcatamente quanto più l'età sale. Questo succede almeno per due ragioni.
Con gli anni fegato e reni perdono progressivamente la loro capacità di metabolizzare il farmaco, oltre i 65 anni del 35 per cento e anche più. Inoltre cambia la composizione del corpo perché diminuisce l'acqua e aumentano i grassi, fatto che condiziona l'effetto del farmaco. Per questo gli anziani hanno bisogno di dosi più piccole.
Del resto fegato o reni possono funzionare in modo diverso anche a causa di malattie ed ecco perché una persona con epatite può aver bisogno di dosi più basse di un farmaco per lo stesso effetto.
Ma bisogna fare i conti anche con il sesso. Per esempio, uno studio statunitense ha dimostrato che il 25 per cento circa dei farmaci sono eliminati dal corpo diversamente in base al sesso di appartenenza, in qualche caso più rapidamente nell'uomo, in qualche altro nella donna.

Reazioni diverse allo stesso farmaco
Recenti ricerche hanno dimostrato che la diversità nel metabolismo dei farmaci costituisce la regola e non l'eccezione. Questo rappresenta il principale motivo per cui persone diverse con lo stesso problema possono reagire in modo diverso allo stesso farmaco. Del resto il fatto è facilmente comprensibile considerato che ogni persona ha un proprio Dna, una variante individuale della stessa macchina chimica in grado di condizionare peso, colore degli occhi e statura ma anche di determinare la possibilità di sviluppare allergie piuttosto che di codificare diversamente la risposta individuale ai farmaci. La storia della medicina ci ricorda il caso di una persona che tentò di uccidersi con una quantità di acido acetilsalicilico equivalente a 230 aspirine senza riuscirci, anche se sappiamo che neanche metà di quella dose è da considerare senza rischi per la gran parte delle persone.
Le variazioni del Dna possono agire in più modi, per esempio condizionando il modo in cui il farmaco è assorbito e metabolizzato, la velocità con cui entra nelle cellule o la struttura chimica delle serrature chimiche alle quali si lega per ottenere i suoi effetti. Con tutte queste variazioni ci si potrebbe persino sorprendere che due qualsiasi persone possano prendere una compressa qualsiasi per il mal di testa con lo stesso risultato. Eppure è così nella gran parte dei casi. Per questo bisogna tenere presente due cose.
In primo luogo, la possibilità di una variazione non esclude la ricorrenza prevalente attorno a certi valori. Anche se consideriamo cosa determina la statura umana siamo di fronte a un concorso di variabili ereditarie e chimiche, ma questo non esclude che la statura umana oscilli in media attorno a certi valori così che persone alte mt 1,23 o mt 2,60 sono da considerarsi mere eccezioni.
In secondo luogo, anche per fare i conti con questa variabilità umana qualsiasi farmaco è sottoposto a studi preliminari che studiano come il farmaco viene assorbito ed eliminato o che effetto hanno dosi diverse sulle persone. In caso di sorprese o effetti eterogenei, la sperimentazione del farmaco non procede. Insomma, queste ricerche servono proprio a controllare che la variazione della risposta non vada oltre certi valori.

A che ora si assumono i farmaci?
Il momento della somministrazione del farmaco ne condiziona l'efficacia tanto che ci sono farmacologi specializzati nello studio dei tempi di assunzione, la cronofarmacologia. Per esempio, nella malattia di Addison, che comporta una produzione ridotta di certi ormoni, sono più utili due dosi di cortisone alle 7 del mattino e alle 11 di sera che tre dosi alle ore dei pasti. I danni prodotti nei reni dal cisplatino, che viene usato contro il cancro, possono essere ridotti se il farmaco arriva nel corpo dalle 5 alle 6 del pomeriggio. E anche la tossicità della doxorubicina, un altro antitumorale, può essere ridotta al minimo, se la persona prende il farmaco verso le 6 del mattino. Ma forse la dimostrazione più convincente dell'importanza del momento in cui avviene l'assunzione proviene da esperimenti condotti sui ratti col fenobarbitale, un barbiturico: la mortalità degli animali varia da O a 100 per cento solo cambiando l'ora della somministrazione. Il perché di queste differenze non lo sappiamo ancora e quindi non possiamo che arrenderci di fronte a queste constatazioni e tenerne conto.

Se si dimentica di prendere il farmaco
La questione tocca un aspetto importante visto che - come abbiamo detto - diverse ricerche hanno dimostrato che tra il 40 e il 70 per cento delle persone dimentica una o più volte il farmaco nel corso di una terapia. Il fatto che questo non abbia spesso conseguenze serie non è una buona scusa per non prestare al fatto l'attenzione dovuta.
La prima cosa da tenere presente è che occorre prestare attenzione alle dosi prescritte e alla durata della terapia perché entrambe le cose dipendono dalla natura della malattia e dalle caratteristiche del farmaco. Ciascun farmaco viene eliminato dal corpo entro un certo numero di ore, per esempio 6, 12 o 24 ore e ciò significa che, se ci ricordiamo del farmaco dopo 12 ore mentre andava preso dopo 6, nel frattempo la dose di farmaco presente nel corpo è scesa progressivamente sino a scomparire del tutto. Questo significa che i microbi - nel caso di un antibiotico - sono rimasti senza avversario, che febbre o dolore - nel caso di un antipiretico-analgesico - sono risalti a livelli superiori di prima o che la pressione arteriosa - se pensiamo a un antiipertensivo - può essere risalita a valori superiori.
In tutti i casi è bene evitare di commettere un altro errore, ovvero prendere una dose doppia quando ce ne siamo accorti. In caso di dimenticanza è consigliabile chiedere al medico o al farmacista. Molte volte non succede niente di serio, altre è diverso, per esempio in caso di ipertensione arteriosa o di epilessia. Per i farmaci contro l'ipertensione si può ovviare alla dimenticanza con un controllo della pressione, mentre nel secondo caso è meglio consultare direttamente il medico.

Cos'è l'effetto placebo?
"La somministrazione di un placebo - ha detto qualcuno - sembra far parte delle funzioni biologiche del medico. Funzioni di cui di solito non si parla". L'effetto placebo - parola di origine latina che significa "piacerò", "darò sollievo" - indica l'azione apparentemente "curativa" e il conforto che una terapia può procurare per il fatto stesso che la persona si aspetta un miglioramento dall'intervento medico. E questo in modo indipendente dagli effetti diretti del "prodotto" somministrato e quindi per un fenomeno simile ad "autosuggestione". Si tratta di un fenomeno così importante che è difficile capire quanto di una terapia sia attribuibile a effetti farmacologici e quanto all'effetto placebo. In particolare il placebo è un preparato sotto forma di pillole, compresse o fiale con componenti privi di effetti diretti sull'organismo.I farmacologi più informati prendono molto sul serio l'effetto placebo perché è quello con cui devono fare i conti tutti coloro che sono disposti a giurare sull'effetto curativo di una qualche terapia. Per esempio, quando bisogna studiare l'efficacia di un nuovo farmaco, questo viene messo a confronto o con un composto già in commercio oppure con un preparato apparentemente identico, privo però di effetti farmacologici, il placebo appunto.
Si è osservato che sulla culla del placebo si sono chinati molti personaggi, maghi, stregoni, ciarlatani, ma anche medici, sapienti e scienziati. Persino istituzioni, perché se l'Institutional Review Board - l'organismo Usa che si occupa dell'approvazione dei trial valutando i rischi per i soggetti - ha diminuito le approvazioni di studi clinici che propongono l'uso del placebo, la Food and Drug Administration continua ancora oggi a sostenere l'utilizzo del placebo per testare l'efficacia delle nuove terapie farmacologiche, in particolare di quelle psichiatriche.
Negli anni l'interesse sull'argomento non ha fatto che aumentare e si sono moltiplicati gli articoli: appena due nei 148 anni tra il 1785 e il 1933, 15 nei 7 anni tra il 1945 e il 1952, 44 nel quinquennio 1953-1958 e addirittura 1.500 tra il 1976 e il 1978.
Il fatto che il placebo sia diventato lo standard di riferimento negli studi di nuovi farmaci ha sollevato anche questioni morali e polemiche, dentro e fuori la comunità scientifica. Si è fatto notare che se ci sono cure e farmaci collaudati ed efficaci è sempre immorale privarne un gruppo di malati solo perché serve un confronto tra un farmaco allo studio e un placebo. Un lungo rapporto in proposito è stato pubblicato sul periodico statunitense New England Journal of Medicine nel gennaio del 1995. Anche se in caso di malattie serie e dolorose, ci aspetteremmo sempre un confronto tra il farmaco disponibile e quello nuovo, gli studiosi statunitensi Rothman e Michels nel rapporto intitolato The Continuing Unethical Use of Placebo Controls (l'uso continuo e immorale dei controlli che prendono placebo) dimostrano che, almeno in passato, non è stato sempre così.

I farmaci interagiscono tra loro?
I farmaci interagiscono tra loro nel corpo umano, talvolta anche in modo imprevedibile e con risultati sorprendenti. Da queste interazioni può risultare un'attenuazione o un'esaltazione dell'effetto e per questo è importante segnalare al medico che prescrive una medicina se se ne sta prendendo un'altra. Per esempio, ci sono interazioni tra la pillola contraccettiva e diversi antibiotici perché la decimazione dei batteri operata da questi farmaci riduce l'efficacia contraccettiva della pillola. La cimetidina, per esempio, prolunga l'attività di farmaci come barbiturici, ansiolitici, anticoagulanti e diversi altri. Le reazioni indesiderate possono comparire a distanza di minuti, ore, giorni, o settimane dall'assunzione del farmaco. Per esempio, le reazioni allergiche possono comparire quasi istantaneamente mentre i possibili danni tossici sul sangue e sui reni si avvertono molto più tardi.
Le interazioni dipendono dal fatto che molti farmaci di largo uso hanno lo stesso bersaglio chimico dentro le cellule, agiscono cioè sulle stesse reazioni chimiche così che uno interferisce con l'altro, per esempio prolungandone e intensificandone gli effetti oppure smorzandoli. In ogni caso, le interazioni non dipendono sempre dalla dose o dall'azione del farmaco e quindi non possono essere previsti.
In tutti i casi è bene tenere presente una cosa: prima che il medico faccia una prescrizione è sempre opportuno fargli presente se si stanno prendendo altri farmaci e quali.

Sovradosaggio di un farmaco
In genere, un farmaco preso in dosi sbagliate o eccessive diventa un tossico a conferma che "solo la dose fa il veleno". In particolare, la tossicità da dosi eccessive - o sovradosaggio - è provocata da un'"esasperazione" dei normali effetti del farmaco. Per esempio, a dosi eccessive, l'insulina causa stanchezza, tremori, sudorazione e persino convulsioni, l'eparina può dare pericolose emorragie e i barbiturici sonnolenza e coma. In tutti e tre i casi gli effetti tossici sono collegati all'azione della sostanza, ipoglicemizzante per l'insulina, anticoagulante per l'eparina e ipnotico-sedativa per i barbiturici.
Oltre ai sovradosaggi assoluti, occorre ricordare la possibilità di sovradosaggi relativi di un farmaco, che possono verificarsi quando la persona si cura con farmaci o sostanze con effetti simili, oppure in caso di malattia dell'organo che dovrebbe metabolizzarli, cioè smaltirli. Per esempio, alcol e ipnotici hanno lo stesso effetto sedativo sul sistema nervoso e quindi prendere un ipnotico al termine di una bevuta significa, in pratica, aumentare la dose della sostanza. Recenti studi hanno indicato che molti incidenti stradali sono dovuti all'uso contemporaneo di psicofarmaci e alcol. Un sovradosaggio relativo si verifica anche con malattie del fegato come epatiti o cirrosi, quando l'azione delle bevande alcoliche e dei farmaci metabolizzati dal fegato è più intensa e prolungata.

Cos'è l'adesione alla cura?
Il successo di una terapia non dipende solo dal fatto che il medico abbia scelto il farmaco giusto per un malato in certe condizioni. È decisivo il fatto che il malato aderisca alla cura ovvero che segua fino in fondo le indicazioni fornitegli a parole durante la visita e successivamente indicate sulla ricetta. La mancata adesione dei malati alla cura prescritta - una variabile che in lingua inglese è nota come compliance - rappresenta uno degli errori più comuni commessi da chi ha in mano una ricetta e anche una delle più frequenti ragioni di apparente insuccesso di una terapia. Due esempi sono a questo proposito particolarmente illuminanti.
L'ipertensione è una delle malattie nei confronti della quale i farmaci hanno ottenuto i risultati migliori, ma è anche causa di fallimento per due ragioni. La prima è che la persona ipertesa spesso non si rivolge al medico per la cura del caso. La seconda è che una volta che l'ha ricevuta non la rispetta, per esempio prendendo due pillole anziché quattro o la sospende di propria iniziativa considerando sufficientemente soddisfacente la diminuzione della pressione ottenuta a quel momento.
Un'altra ragione d'insuccesso apparente sono gli antibiotici che prescritti per una settimana o 10 giorni vengono erroneamente sospesi al terzo solamente perché la febbre è scomparsa.
Qualsiasi dubbio va discusso col medico o col farmacista perché se farmaci e cure sono stati prescritti in un determinato modo, ciò significa che hanno bisogno di agire nel tempo e nel corpo in "quel modo". Evidentemente agiscono a quelle condizioni. L'adesione alla cura rappresenta una conditio sine qua non affinché i farmaci ottengano il risultato sperato ed è il prodotto di un rapporto di mutuo rispetto tra medico e malato.

L'adesione alla cura e il medico
Prendere un farmaco non dev'essere un azzardo e quante più informazioni si riescono ad avere da parte del medico al momento della prescrizione, tanto meno si corrono rischi di effetti collaterali o indesiderati e tanto più si è convinti che si sta facendo qualcosa di utile per la propria salute. Del resto, ottenerle è semplice perché il medico e il farmacista sono lì anche per questo. Ecco alcune domande che possono aiutare il malato ad assumere il farmaco con tranquillità, in particolare il malato anziano che in genere prende più farmaci insieme e che anche per questo ha maggiori probabilità di commettere errori:
Di che farmaco si tratta e perché può essermi utile?
Forse è la prima domanda che condiziona l'accettazione di una cura e l'adesione alle indicazioni del medico: si segue più attenti una regola se si è convinti della sua bontà e utilità.
Come e quando devo prenderlo?
In particolare per le persone anziane, può essere utile preparare uno schema molto chiaro dove riassumere a che ora prendere un farmaco e in quale dose. Può anche essere utile associare un farmaco a un'attività o a un particolare momento della giornata (prima o dopo i pasti, al risveglio, prima di addormentarsi, ecc.).
Quanto e per quanto tempo?
Un errore comune è quello di cambiare la dose suggerita dal medico di propria iniziativa così che molte persone prendono due compresse al giorno anziché tre o interrompono la terapia perché stanno meglio. Soprattutto le malattie che richiedono una terapia "cronica" comportano questo rischio. Non solo l'ipertensione, ma anche, per esempio, il diabete o l'epilessia, le malattie di cuore o la depressione.
Come faccio a sapere se il farmaco sta facendo effetto? Si tratta di una domanda semplice ma utile per combattere un disturbo, una malattia. Suggella l'alleanza medico-malato, il primo stratega a tavolino, il secondo osservatore sul campo.
Che devo fare se dimentico una dose?
Si tratta di un'eventualità frequente visto che diverse indagini hanno indicato che tra il 40 e il 70 per cento delle persone dimentica di prendere o più pasticche durante trattamenti prolungati. D'altra parte, considerata la varietà delle cure, il diverso effetto e il differente meccanismo d'azione dei farmaci, questa domanda non ha una sola risposta. Molte volte non succede nulla se ci si dimentica di prendere una compressa, ma ci sono casi in cui saltare una dose può essere pericoloso, come nel caso dell'epilessia.
Possono prendere altre medicine oltre questa? Debbo evitarne qualcuna in particolare?
Il rischio delle interazioni è sempre possibile, con certi farmaci molto probabile. Ecco perché è bene informarsi.
Si può guidare dopo aver preso il farmaco?
Diversi farmaci causano sonnolenza come effetto collaterale. In qualche caso si tratta di una caratteristica nota, per esempio nel caso degli antistaminici, in altri no. Ecco perché è sempre bene informarsi.
In caso di allattamento o durante la gravidanza si può prendere il farmaco?
Nelle due circostanze vale la regola d'oro che meno farmaci si prendono meglio è. È opportuno prenderli solo in caso di effettiva necessità e, comunque, prima di farlo è bene accertarsi che non si corrano rischi. Nel corso della gravidanza, in particolare durante il primo trimestre, il farmaco potrebbe addirittura causare malformazioni nel feto. Durante l'allattamento può succedere che, per la sua composizione chimica, il farmaco si concentri nel latte e che il neonato sia esposto a dosi particolarmente alte e tossiche. O può succedere semplicemente che il farmaco passi nel latte con reazioni più o meno prevedibili. Per esempio, se la madre prende sonniferi mentre allatta, i farmaci possono arrivare nel latte e far dormire anche il neonato, mentre se le sono stati prescritti antibiotici, questi possono causare una reazione allergica nel figlio e niente di simile nella madre.

Le piccole patologie
Si tratta di un'espressione che torna spesso, diverse ragioni. Primo, perché indica malattie o disturbi destinati a durare pochi giorni e che non presentano rischi particolari per la persona. Secondo, perché si tratta di problemi molto comuni come, per esempio, raffreddore, mal di testa, raffreddore da fieno. Si tratta di situazioni nelle quali possiamo fare a meno del medico, anche rivolgendoci semplicemente al farmacista per un consiglio su quale farmaco OTC potrebbe esserci di aiuto.
La durata è un elemento che aiuta molto a distinguere le piccole patologie dalle grandi. Un episodio febbrile di 38 gradi in un adulto che finisce dopo tre giorni è un disturbo non grave che può essere affrontato da soli con l'automedicazione. Una febbre di 37 gradi e mezzo con tosse che dura da 15 giorni richiede l'intervento del medico perché potrebbe segnalare una malattia seria. Allo stesso modo, un episodio di stitichezza che dura da pochi giorni può essere risolto chiedendo l'aiuto del farmacista e con la scelta di un lassativo OTC. Se il disturbo dura più di 7-10 gg non è la stessa cosa e rende indispensabile una visita dal medico di famiglia.

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domenica 12 febbraio 2012

Derrida e la Decostruzione. Paul Ricoeur, ha individuato un filone all'interno della storia del pensiero raccogliendo sotto l'etichetta di «scuola del sospetto» tre pensatori: Marx, Nietzsche e Freud. Que­sti tre pensatori sono accomunati dal fatto di avere introdotto nella filosofia criteri di smascheramento, di critica e di sospetto nei confronti di quello che ci viene tramandato.

La psicoanalisi ci ha insegnato che i morti - i genitori morti, per esempio - possono ancora vivere per noi ed essere ancora più potenti, più spaventosi che da vivi. È questo il problema dei fantasmi.
Jacques Derrida


Si è anche preteso, recentemente, che la questione del marranismo fosse morta.
Non lo credo affatto. Ci sono ancora dei figli e delle figlie, che senza saperlo,
incarnano e metempsicotizzano i fantasmi ventriloqui dei propri antenati.
Jacques Derrida




Derrida sottolinea come nel conflitto e nell'aggressività l'unica possibilità sia farsi carico dell'altro e non proiettare su di esso ogni istanza negativa o distruttiva, in particolare di riferisce ad un verso di Paul Celan:
“Ti porto dentro di me come si porta l’altro morto nel lutto”,
Derrida parla di un processo di rinascita dell'altro come in una gravidanza
“Ti porto dentro di me anche come un altro a venire, senza annullare la tua alterità, come si porta un bambino che deve ancora nascere”
Forse bisogna riflettere su questo proprio nel momento in cui la distruttività messa in scena a Parigi ci fa sentire tutti impotenti e perturbati così da evitare derive paranoiche e persecutorie.



[...] non esiste l'Animale al singolare generale. Separato dall'uomo da un unico limite indivisibile. Bisogna rendersi conto che ci sono dei «viventi» la cui pluralità non può essere raccolta nella sola figura dell'animalità semplicemente opposta all'umanità. [...] La confusione di tutti gli esseri viventi non umani nella categoria comune e generale dell'animale non è solo un errore contro le esigenze del pensiero, della vigilanza o della lucidità, dell'autorità dell'esperienza, ma è anche un crimine: non un crimine contro l'animalità, appunto, ma un primo crimine contro gli animali, contro degli animali.
Jacques Derrida, L'animale che dunque sono - pag. 89

"L'animale ci guarda e noi siamo nudi davanti a lui. E pensare comincia forse proprio qui". Cosa comincia? Comincia il senso dell'alterità, noi siamo altro dall'animale, ma altro da come noi stessi ci siamo ridotti. Ridotti ad esigenze, bisogni, prospettive piccole, meschine, carrieriste, violente nella loro piccolezza, egoiste. L'animale, la sua diversità ci obbliga a ricominciare ad essere uomini.
Jacques Derrida, L'animale che dunque sono - pag. 68



Richard Rorty.
- Alla periferia della storia della filosofia -
“Alla periferia della storia della filosofia moderna, si trovano delle figure che, senza formare una “tradizione”, si rassomigliano l'un l'altra nella loro sfiducia nei confronti dell’idea che l’essenza dell’uomo consista nell’essere conoscitore di essenze. Sono figure di questo tipo Goethe, Kierkegaard, Santayana, William James, Dewey e l’ultimo Wittgenstein. Questi filosofi vengono spesso accusati di relativismo e di cinismo. Spesso sono dubbiosi nei confronti del progresso e in particolare delle più recenti tesi secondo le quali di volta in volta la disciplina ha finalmente reso tanto chiara la natura della conoscenza umana, che la ragione non potrà ora che diffondersi in tutta la restante attività umana. Questi scrittori hanno tenuto vivo il sospetto che anche quando ci trovassimo ad aver giustificato una credenza vera riguardo a tutto quello che ci è necessario conoscere, non avremmo raggiunto probabilmente niente più che la conformità alle norme del giorno. Essi hanno tenuto vivo il senso storicista che riconosce nella “superstizione” di questo secolo il trionfo della ragione del secolo passato, e il senso relativista per il quale l’ultimo vocabolario, tratto dagli ultimi risultati scientifici, più che esprimere le rappresentazioni privilegiate delle essenze, costituisce appunto un altro dei vocabolari potenzialmente infiniti con cui il mondo può essere descritto.”
RICHARD RORTY (1931 – 2007), “La filosofia e lo specchio della natura”, nota introduttiva di Diego Marconi e Gianni Vattimo, trad. di Gianni Milone e Roberto Salizzoni, Bompiani, Milano 2004 (I ed.), Parte terza ‘Filosofia’, Capitolo VIII ‘La filosofia senza specchi’, p. 735.



Credo che la funzione della filosofia sia di diagnosi più che di prognosi, e sia quella di farci conoscere meglio l'un l'altro in modo meno menzognero. Credo che ci sia nonostante tutto un problema di veracità, se non di verità. C'è un problema della veracità perché, gli scrittori in particolare, rappresentano una forza sovversiva estremamente avanzata e sono spesso loro che vanno più lontano nell'esplorazione del sottosuolo e dei bassifondi della vita moderna. E allora io credo che la requisitoria della filosofia attualmente si debba articolare su due punti: sulla nozione che la crisi non è passeggera, ma è come una condizione permanente della nostra esistenza e che, in secondo luogo, il conflitto fa anch'esso parte - non soltanto il conflitto d'interessi ma anche quello di idee fanno parte - della condizione moderna o post-moderna, come la si vuol chiamare. Se la si chiama moderna è perché si crede di poterla unificare un giorno mediante la ragione; post-moderna è l'idea che la crisi è una maniera d'essere per tutti noi.
Paul Ricoeur



RICOEUR, I MAESTRI DEL SOSPETTO
Pur essendo esponenti di dottrine diverse fra di loro, anzi opposte su molti punti, MARX, NIETZSCHE E FREUD SONO ACCOMUNABILI NELL’OPPOSIZIONE AD UNA FENOMENOLOGIA DEL SACRO COME PROPEDEUTICA ALLA RIVELAZIONE DEL SENSO. La loro critica è occasione per “liberare l’orizzonte per una parola piú autentica”.

P. Ricoeur, De l’interprétation. Essai sur Freud, Paris, 1965, trad. it. Dell’interpretazione. Saggio su Freud, di E. Renzi, Il Saggiatore, Milano, 1967, pagg. 46-48

Piú che per la scuola della reminiscenza, questo fatto è indubbiamente vero per LA SCUOLA DEL SOSPETTO. LA DOMINANO TRE MAESTRI CHE IN APPARENZA SI ESCLUDONO A VICENDA, MARX, NIETZSCHE E FREUD. È piú facile mettere in mostra la loro COMUNE OPPOSIZIONE A UNA FENOMENOLOGIA DEL SACRO, intesa come propedeutica alla “rivelazione” del senso, che non il loro articolarsi all’interno di un unico metodo di demistificazione. Relativamente facile è constatare che QUESTE TRE IMPRESE HANNO IN COMUNE LA CONTESTAZIONE DEL PRIMATO DELL’“OGGETTO” NELLA NOSTRA RAPPRESENTAZIONE DEL SACRO, nonché del “riempimento” della mira intenzionale del sacro tramite una sorta di analogia entis che ci inserirebbe nell’essere in virtú di una intenzione assimilatrice. Facile è anche riconoscere che si tratta di un esercizio del sospetto che per ogni singolo caso è differente. Sotto la formula negativa, “la verità come menzogna”, si potrebbero porre questi tre esercizi del sospetto. Ma il senso positivo di queste imprese siamo ancora lontani dall’averlo assimilato, siamo ancora troppo attenti alle loro differenze e alle limitazioni che i pregiudizi del loro tempo fanno subire ai loro epigoni ancor piú che alle imprese stesse. SI RELEGA ANCORA MARX NELL’ECONOMICISMO e nell’assurda teoria della coscienza-riflesso; SI RIPORTA NIETZSCHE A UN BIOLOGISMO E A UN PROSPETTIVISMO INCAPACE DI ENUNCIARE SE STESSO SENZA CONTRADDIRSI; E FREUD È ACCANTONATO NELLA PSICHIATRIA E GLI SI AFFIBBIA UN PANSESSUALISMO SEMPLICISTICO. Se risaliamo alla loro intenzione comune, troviamo in essa la DECISIONE DI CONSIDERARE INNANZITUTTO LA COSCIENZA NEL SUO INSIEME COME COSCIENZA “FALSA”. Con ciò ESSI RIPRENDONO, OGNUNO IN UN DIVERSO REGISTRO, IL PROBLEMA DEL DUBBIO CARTESIANO, ma lo portano nel cuore stesso della fortezza cartesiana. IL FILOSOFO EDUCATO ALLA SCUOLA DI CARTESIO SA CHE LE COSE SONO DUBBIE, CHE NON SONO COME APPAIONO; MA NON DUBITA CHE LA COSCIENZA NON SIA COSÍ COME APPARE A SE STESSA; in essa, senso e coscienza del senso coincidono; DI QUESTO, DOPO MARX, NIETZSCHE E FREUD, NOI DUBITIAMO. DOPO IL DUBBIO SULLA COSA, È LA VOLTA PER NOI DEL DUBBIO SULLA COSCIENZA. MA QUESTI TRE MAESTRI DEL SOSPETTO NON SONO ALTRETTANTI MAESTRI DI SCETTICISMO; INDUBBIAMENTE SONO TRE GRANDI “DISTRUTTORI”; e tuttavia anche questo fatto non deve ingannarci; LA DISTRUZIONE, AFFERMA HEIDEGGER IN ESSERE E TEMPO, È UN MOMENTO DI OGNI NUOVA FONDAZIONE, compresa la distruzione della religione, nella misura in cui essa è, secondo Nietzsche, un “platonismo per il popolo”. È OLTRE LA “DISTRUZIONE” CHE SI PONE IL PROBLEMA DI SAPERE CIÒ CHE ANCORA SIGNIFICANO PENSIERO, RAGIONE E PERSINO FEDE. Ora tutti e tre liberano l’orizzonte per una parola piú autentica, per un nuovo regno della Verità, non solo per il tramite di una CRITICA “DISTRUGGITRICE”, ma mediante l’INVENZIONE DI UN’ARTE DI INTERPRETARE. CARTESIO TRIONFA DEL DUBBIO SULLA COSA CON L’EVIDENZA DELLA COSCIENZA; del dubbio sulla coscienza essi trionfano per mezzo di una esegesi del senso. A PARTIRE DA LORO, LA COMPRENSIONE È UNA ERMENEUTICA; cercare il senso non consiste piú d’ora in poi nel compitare la coscienza del senso, ma nella DECIFRAZIONE DELLE ESPRESSIONI.

Novecento filosofico e scientifico, a cura di A. Negri, Marzorati, Milano, 1991, vol. II, pagg. 458-459


http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaR/RICOEUR_%20I%20MAESTRI%20DEL%20SOSPETTO.htm

“I MAESTRI DEL SOSPETTO E LA NEGAZIONE DELL’ESPERIENZA MORALE: MARX, FREUD, NIETZSCHE. INTRODUCONO IL SOSPETTO CHE L’ESPERIENZA MORALE NON SIA LIBERA MA CHE, AGISCANO MECCANISMI AUTOMATICI, CHE IL SOGGETTO SUBISCE NON ESERCITANDO LA SUA LIBERTÀ.

Karl Marx (1818- 1883): INDIVIDUA NEL RAPPORTO STRUTTURA-SOVRASTRUTTURA IL MECCANISMO CHE GUIDA L’ESPERIENZA MORALE. NON È LA COSCIENZA DELL’UOMO A DETERMINARE IL SUO ESSERE, MA IL SUO ESSERE SOCIALE A DETERMINARE LA SUA COSCIENZA.
L’UNICA STRUTTURA REALE PER MARX SONO I RAPPORTI ECONOMICI DI POTERE E LA MORALE NON È CHE UNA SOVRASTRUTTURA DIPENDENTE DA TALI RAPPORTI. Dunque LA MORALE NON È CHE LA DIFESA DI UN DETERMINATO ASSETTO DI POTERE: in questo caso si tratta della morale borghese della società capitalista- borghese.

Sigmund Freud (1859- 1939): INDIVIDUA NEI RAPPORTI TRA IO, ES E SUPER-IO IL MECCANISMO CHE IDENTIFICA LA LIBERTÀ DELL’ESPERIENZA MORALE.
L’Io è determinato nel conflitto tra l’istintività (Es) e la razionalità (Super-Io).
L’Es è l’uomo allo stato naturale, il bimbo che persegue il piacere senza remore.
IL SUPER IO SI COSTITUISCE QUANDO AL BIMBO VIENE NEGATO IL PIACERE CHE DERIVA DAL POSSESSO DELLA MADRE A CAUSA DELL’INGRESSO DELLA FIGURA PATERNA. In questo momento avviene la rimozione della libido (pulsione sessuale) e l’introduzione della morale nell’identificazione del bambino con la figura paterna.
LA MORALE È QUINDI LA REPRESSIONE DELLA LIBIDO (PULSIONI DI VITA) E DELLA REPRESSIONE SESSUALE.

Friedrich Nietzsche (1844- 1900): INDIVIDUA NEL RISENTIMENTO LA CONSEGUENZA DELL’ESPERIENZA MORALE. RITIENE CHE LA MORALE TRADIZIONALE, IDENTIFICATA CON LA MORALE CRISTIANA, SIA UNA CONSEGUENZA DEL RISENTIMENTO DEI DEBOLI. QUESTI, UMILIATI DALL’ESPERIENZA DEI FORTI E NON POTENDO RIBALTARE LA REALTÀ, SI COSTRUISCONO UNA MORALE ROVESCIATA E CHIAMANO “MALE” CIÒ CHE È BENE (FORZA, PIACERE) E “BENE” CIÒ CHE È MALE (UMILTÀ, RINUNCIA). IN PRATICA, NON POTENDO ROVESCIARE LA REALTÀ, LA ROVESCIANO A LIVELLO DI MORALE”.
di Priscilla Cavalieri

http://www.tesionline.it/v2/appunto-sub.jsp?p=7&id=447




"Tutta la filosofia […] è fondata su due sole cose: cioè sul fatto che il nostro spirito è curioso e la nostra vista cattiva; poiché se aveste occhi migliori di quelli che avete, vedreste bene se le stelle sono dei soli che illuminano altrettanti mondi, oppure se non lo sono; e se d'altra parte foste meno curioso, non vi preoccupereste di saperlo, il che sarebbe lo stesso; ma si vuole sapere più di ciò che si vede, e in questo sta la difficoltà."
J. Derrida, Memorie di cieco




Derrida e la Decostruzione

Le origini della decostruzione


Un importante filosofo del Novecento, Paul Ricoeur, ha individuato un filone all'interno della storia del pensiero raccogliendo sotto l'etichetta di «scuola del sospetto» tre pensatori: Marx, Nietzsche e Freud. Que­sti tre pensatori sono accomunati dal fatto di avere introdotto nella filosofia criteri di smascheramento, di critica e di sospetto nei confronti di quello che ci viene tramandato. I pensatori della scuola del sospetto sono figure che giocano un gioco inverso a quello dell'uomo che gioca d'astuzia: mentre l'uomo che gioca d'astuzia cerca di ingannarci, questi pensatori, per vie diverse (mostrando la natura reale dei rapporti di produzione nel caso di Marx, o cosa si nasconde dietro le strutture di potere e di potenza nel caso di Nietzsche, o cosa si nasconde dietro la coscienza nel caso di Freud), fanno apparire la scena retrostante, smontano questa sorta di gerarchia prestabilita.


Questo tipo di atteggiamento nel '68 parigino entra all'interno di un complesso sistema di relazioni e di figure filosofiche importanti: si pensi alla generazione di Derrida, a quella di Gilles Deleuze, Michel Foucault e Jean-Francois Lyotard, che sono un po' più anziani di lui, e, risalendo indietro nel tempo, a Jean-Paul Sartre. Tutti questi filosofi, pur nella differenza degli atteggia­menti politici, hanno in comune questo tipo di atteg­giamento: guardano con sospetto alla tradizione, inten­dono smascherare ciò che viene trasmesso e l'attualità che ci viene presentata.

Tengo a sottolineare che Derrida è stato, in primo luogo, un pensatore dell'attualità, capace di coniugare la riflessione sull'attualità con la riflessione sulla classicità filosofica, che è riuscito a usare questo doppio livello — da un lato l'arcaico, l'antico, il tradizionale, dall'altro l'estremamente attuale - per mettere in luce, molto più lucida­mente di altri interpreti, la complessità delle strutture sociali. In breve, è riuscito a cogliere qualcosa che molto spesso risulta semplificato, minimizzato, trascurato. Da


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questo punto di vista, è proprio questo l'insegnamento della decostruzione: decostruire, per Derrida, non significa semplicemente smontare quello che ci è stato consegnato dalla tradizione, ma significa mostrare che cosa c'è dietro a certi comportamenti o pensieri, soprattutto mostrare che cosa c'è dietro alle varie gerarchie che stanno all'interno del nostro mondo, per esempio alla gerarchia uomo/donna (dove l'uomo sarebbe in una posizione di superiorità rispetto alla donna), europeo/non-europeo (ai tempi in cui Derrida incomincia a pubblicare si discute molto della cosiddetta decolonizzazione), coscienza/inconscio. Tutte queste coppie binarie costituiscono il discorso filosofico, e compito del filosofo decostruzionista è far vedere come ci siano dei continui rapporti di interdipendenza fra queste coppie che sembrano essere antitetiche: ciò che sembra antitetico in realtà è complementare. Questo è, in fondo, il nocciolo filosofico della dottrina della decostruzione, cioè ciò che viene rimosso, messo in secondo piano e tralasciato, è in realtà una condizione di possibilità di ciò che opera la rimozione. Per esempio, la nostra tradizione è molto legata allo spirito, inteso come emancipazione e libertà da qualunque tipo di condizionamento tecnico; bene, ma al tempo stesso dobbiamo considerare che tutto quello che riteniamo libero, spontaneo, non mediato tecnicamente, in realtà trova la propria condizione di possibilità in strumenti tecnici, in funzionamenti del corpo che, a sua volta, è pieno di condizionamenti di tipo materiale. Una grande quantità di cose viene espulsa dal discorso filosofico e invece un discorso filosofico consapevole dovrebbe farsene carico.


Il nocciolo della decostruzione
Derrida è stato uno dei pensatori che maggiormente hanno segnato la scena filosofica del Novecento, e questo sino alla sua morte che è avvenuta nell'ottobre del 2004: a cosa si deve questa presenza così importante? Le tracce che ha lasciato sono facilmente ritrovabili con un sistema empirico, che avrebbe affascinato probabilmente lo stesso Derrida, così attento a tutte le questioni che hanno a che fare con la scrittura e le trasformazioni tecniche dell'attualità: se cercate su Google «Jacques Derrida», vi renderete conto della quantità enorme di citazioni di questo filosofo, e quindi della vasta influenza che ha esercitato sul mondo presente. Penso che l'influenza di Derrida si debba alla sua capacità di coniugare l'interesse quasi spasmodico per l'attualità con il riferimento ai temi eterni della filosofìa, il significato di «che cosa c'è», il nostro rapporto con la morte, cosa vuol dire essere presenti o scomparire, che cosa vuol dire pensare, che cos'è la tecnica, la natura, la spontaneità. Tutto questo è stato al centro della riflessione di Derrida, che è stato capace di parlare contemporaneamente di televisione e di Platone; in effetti, ha scritto di entrambe le cose, così come di tutto quello che si trova fra la televisione e Platone.
Per avere un'idea di che cos'è la decostruzione, quel tipo di operazione che Derrida cercava di fare rispetto al pensiero, prendiamo l'esempio di una cartolina di cui Derrida aveva preso tante copie e che usava per la corrispondenza, per piccole comunicazioni, che riproduce una miniatura della Bodleian Library di Oxford che raffigura Socrate e Platone. La cosa curiosa è che si
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Ai tre maestri del sospetto, Marx, Nietzsche, Freud, aggiugnerei un quarto: Kierkegaard.


sia per Nietzsche che per Marx Dio è morto o è "un grido di dolore" legato alle sofferenze umane in relazione alle disuguaglianze e allo sfruttamento sulla terra; per Freud Dio è la "nevrosi" dell'umanità... con Dio quindi non c'è dialogo possibile perché o è morto o non esiste...


Scusatemi, ci sarebbe qualcuno che ha la la pazienza di spiegarmi cosa intende Kierkegaard quando parla, in Timore e Tremore, di "sospensione teleologica dell'etica"? (vi prego di usare se possibile un linguaggio divulgativo, io mi occupo di mercati finanziari per cui chiedo la vs indulgenza, la filosofia non é davvero il mio forte).


Kiekkegaard ritiene che l'etica come legge generale, legata ad un telos (fine/finalità) che accomuna tutti in modo generale sfumi dinanzi alla decisione del singolo, che, nella sua scelta inevitabile, vedi Abramo, non ha appoggi, se non la fede in Dio e la sua coscienza.

credo che sia l'opposto - l'esperienza di Abramo è unica e non proponibile ad altri... quello che dici è giusto ma per lo stadio etico come esposto in Enten-Eller


Io l'ho letto due volte Timore e Tremore e lo trovo affascinante ma ovviamente di difficile comprensione per il sottoscritto. In effetti sempre nelle pagine del libro la domanda che l'autore pone é la seguente : esiste un dovere assoluto verso Dio?
E poi un'altro domanda: perché K. é considerato il precursore dell'esistenzialismo ?

esiste comunque un dovere assoluto verso Dio superiore a quello verso gli uomini...



per il concetto della scelta direi (se leggi Sartre, l'esistenza prima dell'essenza trovi una similitudine)



comunque secondo Salvatore Spera (Introduzione a Kierkegaard, Laterza) Kierkegaard non c'entra nulla con l'esistenzialismo; [...] il problema è che l'esistenzialismo di Sartre è ovviamente ateo, Kierkegaard è religioso invece...
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Per capire in che senso Kierkegaard si può considerare un maestro del sospetto, si legga a p. 24 di K. JASPERS, Psicologia delle visioni del mondo.


Andretta Cosimo Dal un punto di vista etico, nel momento in cui uccide Isacco - suo figlio - Abramo è un assassino; Kierkegaard con "sospensione teleologica dell'etica" vuole dunque indicare quel momento che permette di non giudicare Abramo un assassino ma un uomo (il Cavaliere della Fede) che ha avuto - appunto - Fede (è Dio che chiede lui di sacrificare suo figlio): Abramo si trova così in un "rapporto assoluto con l'Assoluto"; tale momento richiede una sospensione del giudizio etico. Se così non fosse, Abramo risulterebbe solamente un assassino, commettendo un gesto inammissibile di fronte all'Etica. Tant'è che Kierkegaard in "Timore e tremore" prova a ripercorrere il viaggio di Abramo, non riuscendo però ad agire come lui.


In effetti, Carolina (grazie della spiegazione ovviamente), la problematica che, se ricordo bene, il libro pone in maniera diretta é : può la fede trasformare il più orrendo dei delitti in una azione santa ?
Anche perché , sempre ripercorrendo Timore e Tremore, K. ringrazia Abramo perché non ha avuto esitazioni nell'alzare il coltello. Cosa ci sarebbe stato di sbagliato in una eventuale esitazione di Abramo?


se avesse esitato la sua Fede sarebbe stata fasulla e debole. 
Cosimo; esitazione comprensibile per il mondo della morale ma non per quello della fede.


Sul rapporto Kierkegaard e la filosofia delll'esistenza, ha fornito un grande contributo Pareyson sia in "Karl Jaspers e la filosofia dell'esistenza" sia in "Studi sull'esistenzialismo". Pareyson non é per niente d'accordo con Spera , ma nemmeno Jaspers, il più kierkegaardiano di tutti.


Credo che K. volesse porre l’accento sull’angoscia che ci invade nel provare realmente a capire il dramma di Abramo; rivivere quella vicenda nel suo aspetto tragico, in quella contraddizione che non ha risoluzione (in polemica con il pensiero sistematico). Il lettore stesso è chiamato a misurarsi con il problema. K. stesso lo fa, tramite De Silentio, in una comprensione empatico esistenziale. Lui mostra la difficoltà nel trovare una risoluzione a questo conflitto insanabile: ognuno è chiamato a misurarsi in quelle parole, ognuno deve specchiarsi nella propria interiorità; è una contraddizione che provoca dolore in chi si mette nei panni di Abramo. Kierkegaard mostra e dice “si tratta di cose tue”. Qualsiasi sia la domanda (etica, filosofica, ..) essa ci porrà dinnanzi a quell’angosciosa contraddizione e alla domanda “ed io?”.. Ecco perché la libertà, ecco perché l’Assoluto.









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