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giovedì 24 maggio 2018

Ken Wilber. La proiezione è molto facile da identificare sul piano dell’ego: se qualcosa o qualcuno nel nostro ambiente ci informa, probabilmente non stiamo proiettando; se invece ci turba, ci sono buone possibilità che siamo vittime delle nostre stesse proiezioni.

«La proiezione è molto facile da identificare sul piano dell’ego: 
se qualcosa o qualcuno nel nostro ambiente ci informa, probabilmente non stiamo proiettando; 
se invece ci turba, ci sono buone possibilità che siamo vittime delle nostre stesse proiezioni.» 
Ken Wilber – Meeting The Shadow

venerdì 15 gennaio 2016

Ana Maria Sepe. Cosa spinge certe persone a criticare gli altri? Le proiezioni psicologiche. meccanismo di difesa attraverso cui il soggetto espelle da sé e localizza nell’altro (persona o cosa), sentimenti, desideri o qualità che sono suoi ma che egli non riconosce o rifiuta in sé [...] quelle persone che noi critichiamo sono portatrici di caratteristiche che noi stessi non riconosciamo di avere

Cosa spinge certe persone a criticare gli altri? Le proiezioni psicologiche
Ana Maria Sepe

“Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa piacere così come sei! Quindi vivi, fai quello che ti dice il cuore, la vita è come un’opera di teatro, ma non ha prove iniziali: canta, balla, ridi e vivi intensamente ogni giorno della tua vita prima che l’opera finisca priva di applausi.” 
Lo diceva Charlie Chaplin. Questo pensiero offre molti spunti di riflessione.

Vi siete mai soffermati a pensare quante volte vi trovate a giudicare qualcuno ogni giorno? 
Quante sono le critiche che sentiamo e quante quelle che facciamo da quando ci svegliamo a quando andiamo a letto? Sicuramente saranno molte o in ogni caso, un numero sempre troppo elevato per poter vivere con la serenità mentale di cui abbiamo bisogno.

Uno dei segreti che ci insegna la filosofia buddista per riscoprire la pace spirituale è di non criticare, mai. Tuttavia, questo è probabilmente uno dei principi più difficili da applicare dato che siamo portati a criticare per natura. Vediamo qualcosa che non ci piace o non soddisfa le nostre aspettative e valori, e lo critichiamo immediatamente.

Ci sono persone che sono veri e propri specialisti in questo campo, sono persone che vivono praticamente solo per criticare ciò che fanno gli altri. 
Ma vi siete mai chiesti cosa si cela dietro ad una critica?

Il meccanismo della proiezione
Innanzitutto che cos’è esattamente la proiezione? 
Si tratta di quel meccanismo di difesa attraverso cui il soggetto espelle da sé e localizza nell’altro (persona o cosa), sentimenti, desideri o qualità che sono suoi ma che egli non riconosce o rifiuta in sé. In un’accezione prettamente psicanalitica questo meccanismo di difesa serve a fare economia mentale, dal momento in cui ci libera di sensazioni, emozioni, sentimenti, caratteristiche che sono percepiti come sgradevoli e non si vuole tenere per sé.

Il SE’ rinnegato
Ecco perché dobbiamo stare ben attenti ogni qualvolta ci troviamo a formulare giudizi rigidi e lapidari nei confronti degli altri. Se guardassimo bene e attentamente dentro di noi ci accorgeremmo che quelle persone che noi critichiamo sono portatrici di caratteristiche che noi stessi non riconosciamo di avere: possiamo dire che quelle persone portano caratteristiche che risiedono, per dirla con Jung, nella nostra parte Ombra, o che fanno parte di quelli che chiamiamo i nostri sé rinnegati.

In ogni caso si tratta di quelle parti che noi non vogliamo accettare di avere: 
vuoi per motivi religiosi, etici, morali, educativi, familiari, si tratta di caratteristiche che se ammettessimo di avere, manderebbero in crisi un certo coerente sistema valoriale-personale sul quale per anni ci siamo costruiti. Basterebbe comprendere che questa è una falsa individuazione: ci facciamo forti dell’essere persone moralmente rette, ma dentro una parte di noi vorrebbe essere smaliziata e priva di inibizioni; ci facciamo forti di essere abili risparmiatori come ci ha insegnato il papà, ma di fatto dentro di noi c’è una parte più spendacciona che vorrebbe emergere e trovare spazio; ci consideriamo fieramente riservati e attenti al buon comportarsi quando in realtà c’è la parte di noi più casinista e sfacciata che vorrebbe essere ascoltata. E così via.

In pratica, molte delle persone che si dedicano a criticare gli altri cercano semplicemente di distrarre la loro mente dal disagio esistenziale che stanno vivendo. Criticano gli altri per non essere costrette a criticare se stesse e non dover prendere delle misure per risolvere i loro problemi. Quindi, si limitano a guardare la pagliuzza nell’occhio altrui ignorando la trave che c’è nei loro occhi.

Ma, come avviene nel concreto questo meccanismo? 
Lo possiamo riconoscere in tantissime occasioni: 
ad esempio interroghiamoci quando chiamiamo “poco di buono” una donna solo perchè ha un fare molto espansivo con gli uomini; interroghiamoci quando critichiamo il vicino che compra sempre un cellulare nuovo ogni mese; interroghiamoci quando critichiamo l’amico buffone che fa l’idiota del villaggio. Non vorremmo forse essere un pò smaliziate come quelle che chiamiamo “poco di buono”? Non vorremmo forse spendere più soldi come il vicino di casa ma non possiamo permettercelo? Non vorremmo forse essere più espansivi come l’amico buffone? Se pensiamo che qualcuno stia con con noi per raggiungere degli scopi, per interesse, quegli obiettivi sono i nostri. Se pensiamo sempre che il nostro partner ci tradisca è perchè noi siamo dei potenziali traditori nelle medesime situazioni in cui lo immaginiamo tradirci.


Ecco perché dobbiamo stare ben attenti ogni qualvolta ci troviamo a formulare giudizi rigidi e lapidari nei confronti degli altri. Se guardassimo bene e attentamente dentro di noi ci accorgeremmo che quelle persone che noi critichiamo sono portatrici di caratteristiche che noi stessi non riconosciamo di avere: possiamo dire che quelle persone portano caratteristiche che risiedono, per dirla con Jung, nella nostra parte Ombra, o che fanno parte di quelli che chiamiamo, per dirla con i coniugi Stone, i nostri sé rinnegati. In ogni caso si tratta di quelle parti che noi non vogliamo accettare di avere: vuoi per motivi religiosi, etici, morali, educativi, familiari, si tratta di caratteristiche che se ammettessimo di avere, manderebbero in crisi un certo coerente sistema valoriale-personale sul quale per anni ci siamo costruiti.

Conoscete la storia dei tre setacci?

Nell’antica Grecia Socrate aveva una grande reputazione di saggezza.

Un giorno venne qualcuno a trovare il grande filosofo, e gli disse:
“Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?”
“Un momento“, rispose Socrate, “Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.”
“I tre setacci?”
“Sì“, continuò Socrate. “Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Io lo chiamo il test dei tre setacci. Il primo setaccio è la verità. Hai verificato se quello che mi dirai è VERO?”
“No… ne ho solo sentito parlare.”
“Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di BUONO?”
“Ah no, al contrario!”
“Dunque“, continuò Socrate, “vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere. Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell’utilità. È UTILE che io sappia cosa avrebbe fatto questo amico?”
“No, davvero.”
“Allora“, concluse Socrate, “se ciò che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile, io preferisco non saperlo; e consiglio a te di dimenticarlo.“
La storia dei  tre setacci di Socrate è un grande insegnamento per portarci a riflettere prima di parlare male degli altri o ascoltare le maldicenze altrui.


Come uscire da questa trappola?
Impariamo a riconoscere quando e cosa stiamo proiettando sull’altro;
Impariamo ad accettare che quello che stiamo proiettando è un qualcosa che risiede dentro di noi da qualche parte del nostro sé
In effetti, si tratta di un cammino di consapevolezza che implica grande capacità e sforzo di mettersi in discussione. È un cammino non privo di sofferenze che spesso implica il sostegno di uno psicologo, che aiuti progressivamente ad accettare che non siamo fatti di poche parti rigide, ma di molte parti flessibili.

Concludo con una citazione di Osho che parla proprio della proiezione:

“Quando vedi rabbia negli altri,
va e scava profondamente dentro di te
e vedrai che quella rabbia
si trova anche lì.
Quando vedi troppo ego negli altri,
va semplicemente dentro di te
e vedrai quell’ego seduto lì dentro.
La dimensione interiore
opera come un proiettore:
gli altri diventano schermi
e tu inizi a vedere dei film su di loro,
che di fatto sono solo i nastri registrati
di ciò che tu sei”


http://psicoadvisor.com/cosa-spinge-certe-persone-a-criticare-gli-altri-le-proiezioni-psicologiche-104.html


lunedì 7 dicembre 2015

Francesco Corrao. L'abitante di una città come Palermo è tendenzialmente in una posizione difensiva di stile paranoicale, soprattutto perché deve gestire la violenza che si palpa nell'atmosfera che a sua volta attiva la sua violenza che egli tende a scaricare proiettivamente all'esterno



L'abitante di una città come Palermo è tendenzialmente in una posizione difensiva di stile paranoicale, soprattutto perché deve gestire la violenza che si palpa nell'atmosfera che a sua volta attiva la sua violenza che egli tende a scaricare proiettivamente all'esterno. Il primo termine è: "Io sono agitato mi sento violentato e quindi violento": Ma il movimento è quello di negare, e dire no, è l'altro che minaccia, io devo stare all'erta, perché altrimenti potrei ricevere del male. Quindi divento diffidente e sospettoso. Così ha il suo avvio un micidiale circolo chiuso.
(Intervista di Roberto Andò a Francesco Corrao, psicoanalista SPI, Centro Palermitano di Psicoanalisi - Il maestro e i porcospini, ed. della Battaglia).




In questi periodi bui questo atteggiamento credo appartenga a tutto il paese, molto vero !

sabato 21 novembre 2015

In una società basata ormai quasi prevalentemente sull’apparenza, oggi, si tende a dare più importanza a come una persona appare. Anche se, come tutti sappiamo…, la realtà è esattamente opposta: le persone fredde sono in realtà le più sensibili… le persone nervose… arrabbiate… sono le più fragili, quelle silenziose sono quelle che avrebbero più da dire. In genere è la delusione a far sì che le persone costruiscano sui loro volti delle maschere… maschere per difendersi, maschere per piacere di più, maschere che alla fine, prendono il posto dei nostri stessi volti.

Se una persona dorme tanto, è triste. (Dice la psicologa)

di Aurora Rory

Ogni persona ha un suo equilibrio. Se questo equilibrio viene compromesso c’è qualcosa che non va. Una persona sana, fisicamente e mentalmente, riesce a dare il giusto spazio ad ogni cosa nella sua vita. Dorme bene, vive pienamente… ma più il suo equilibrio è leso più questa routine viene compromessa. A ledere il nostro equilibrio sono gli sterminati fattori esterni che quotidianamente ci mettono a dura prova. Delusioni, fallimenti, sogni svaniti… sono tutte componenti di un caos mentale ed emotivo che ci arrecano danno. I più forti reagiscono… ma per rientrare in questa fortunata élite occorre avere un carattere poco sensibile. Per i più dolci di cuore si sa… tutto è amplificato, soprattutto i dolori… e allora si cerca di contrastarli come meglio si può… e qualcuno si rifugia nel tepore del proprio letto. Dormire infatti aiuta a staccare la mente, a evitare di pensare.

In una società basata ormai quasi prevalentemente sull’apparenza, oggi, si tende a dare più importanza a come una persona appare. Anche se, come tutti sappiamo…, la realtà è esattamente opposta: le persone fredde sono in realtà le più sensibili… le persone nervose… arrabbiate… sono le più fragili, quelle silenziose sono quelle che avrebbero più da dire. In genere è la delusione a far sì che le persone costruiscano sui loro volti delle maschere… maschere per difendersi, maschere per piacere di più, maschere che alla fine, prendono il posto dei nostri stessi volti. Ecco perchè questa psicologa, di cui però non si conosce l’identità, ha perfettamente ragione… leggete.

Se una persona dorme tanto, è triste.
Se una persona parla poco, ma veloce, è perché si tiene molte cose dentro.
Se una persona non riesce a piangere, è debole.
Se una persona mangia in una maniera assurda, è nervosa.
Se una persona piange per ogni minima cosa, è innocente e di buon cuore.
Se una persona si arrabbia per cose sciocche, ha bisogno di amore.
Se una persona ride molto, anche per le cose più stupide, si sente molto sola.
Prima di giudicare qualcuno, cerca di comprenderlo.
(Tumblr)

Psicologa Psicoterapeuta Teresa Tucci






Se una persona dorme tanto, è triste. (Dice la psicologa)



venerdì 13 novembre 2015

Cardinal Mazzarino. Non mostrarti mai troppo esperto di pratiche viziose, e non raccontare i vizi altrui con troppo vituperio o troppo zelo, o si penserà che ci caschi anche tu

Non mostrarti mai troppo esperto di pratiche viziose, e non raccontare i vizi altrui con troppo vituperio o troppo zelo, o si penserà che ci caschi anche tu.
Cardinal Mazzarino, Breviario dei politici

venerdì 23 ottobre 2015

L’identificazione proiettiva come concetto clinico Dell’identificazione proiettiva sono state fornite diverse interpretazioni. Basti pensare che Herbert Rosenfeld (1987) ne ha addirittura indicate una ventina. Sono anche state proposte delle classificazioni generalizzate che suddividevano questo fenomeno in varie sottospecie o categorie. Prescindendo, in questo ambito, dall’approfondire ulteriormente gli aspetti teorici del concetto, è opportuno invece evidenziare che l’identificazione proiettiva si connota, in ogni caso, come una forma di comunicazione. E’ in questa peculiare manifestazione che può aiutare a comprendere gli aspetti inconsci del rapporto fra attore e pubblico.




A teatro, le dinamiche psicologiche avvengono tra persone vere, tra attori e pubblico; perciò la situazione teatrale è profondamente diversa da quella cinematografica. In quest’ultima, gli affetti si esprimono, esclusivamente, in una platea che assiste alla proiezione di immagini su uno schermo bianco.

Valutando, in breve, la situazione cinematografica si constata che essa è, psicologicamente, più passiva di quella teatrale. Il pubblico può solo esercitare i suoi meccanismi di proiezione e identificazione nei confronti di alcune ombre colorate, che rappresentano i personaggi che si muovono sullo schermo (Angelini 1992). Tutto avviene nell’ambito della mente dello spettatore. Sono identificazioni e proiezioni interne all’apparato psichico. Non esiste nessuna vera relazione tra lo spettatore cinematografico ed i personaggi presenti sullo schermo. Non potrebbe mai verificarsi una identificazione proiettiva, perché non c’è una altra persona.

A teatro si determinano, invece, una serie di processi psicodinamici tipici di tale situazione e propri del rapporto mentale fra attore e pubblico.

Più autori, a partire dallo stesso Freud (1905; 1912-1913) si sono occupati dell’argomento. Ricordiamo in particolare Ernest Jones (1949), Ella Freeman Sharpe (1950), la Klein (1963), Bennett Simon (1988), Donald Meltzer (1994) e Rustin & Rustin (2002).

Il riferimento alla situazione teatrale e ai suoi modi di funzionamento entra nel linguaggio della psicoanalisi come una delle sue metafore più importanti (Resnik S., 1982; McDougall, 1982).

In ambito italiano, in particolare, F. Petrella (1985) e C. Musatti (1988) hanno dedicato saggi specifici al rapporto tra psicoanalisi e teatro. In tempi relativamente recenti, Zanzi e Spadoni (2000) hanno trattato l’argomento

Nel passato, riferendosi specificamente alla recitazione, Otto Fenichel, in un suo fondamentale saggio On acting (1946), così ha scritto:

“Nel presentare il suo lavoro, che inconsciamente manifesta una

espressione dei desideri istintuali repressi, derivati dal complesso

di Edipo, l’artista induce nel suo pubblico una partecipazione

ai desideri proibiti, tramite l’accettazione e l’elogio del suo lavoro”.

André Green (1982) ha evidenziato come la disposizione a recitare appartenga sia all’attore, sia al pubblico, consentendo a tutti di far emergere contenuti interni e così ha affermato:

“Totus mundus agit histrionem. Tutti recitano. Ciò non significa soltanto che tutti noi interpretiamo dei personaggi, che noi siamo più agiti che agenti, recitando il ruolo che un altro ha scritto per noi, a nostra insaputa, ma che l’attore si nutre della sostanza del mondo, perché questo mondo non può essere che teatrale. Mondo esterno, mondo interno, il teatro è il luogo della loro intersezione. Esso è l’estensione in cui tutte le follie, gaie o tristi, trovano lo spazio per dispiegarsi e in cui la rappresentazione ci offre il distacco dello spettacolo. E’ l’appuntamento in cui incontriamo i nostri doppi senza riconoscerli. E’ infine occasione di una gratitudine in cui l’intollerabile ci è stato reso tollerabile e in cui, anche, ogni emozione, perfino la più tragica si trasforma in piacere”

Quando l’attore viene applaudito, viene anche accettato e sono contemporaneamente accettati i contenuti, consentiti e proibiti, che egli propone.

Nella situazione teatrale risulta particolarmente utile, ai fini dell’indagine e della comprensione di ciò che accade, quello specifico strumento teorico, appartenente al patrimonio della psicoanalisi contemporanea, che prende il nome di identificazione proiettiva.

In anni recenti, il concetto di identificazione proiettiva ha offerto nuove prospettive e interpretazioni a molteplici situazioni comunicative ed interpersonali. Il rapporto fra attore e pubblico si configura, appunto, adatto all’uso di questo strumento.

L’identificazione proiettiva come concetto clinico

Dell’identificazione proiettiva sono state fornite diverse interpretazioni. Basti pensare che Herbert Rosenfeld (1987) ne ha addirittura indicate una ventina. Sono anche state proposte delle classificazioni generalizzate che suddividevano questo fenomeno in varie sottospecie o categorie. Prescindendo, in questo ambito, dall’approfondire ulteriormente gli aspetti teorici del concetto, è opportuno invece evidenziare che l’identificazione proiettiva si connota, in ogni caso, come una forma di comunicazione. E’ in questa peculiare manifestazione che può aiutare a comprendere gli aspetti inconsci del rapporto fra attore e pubblico.

Ovviamente, non bisogna dimenticare che la teorizzazione su questo fenomeno nasce all’interno della psicoanalisi come riflessione sui fenomeni transferali, in situazioni connotate da una dimensione psicopatologica grave. In questo contesto clinico, come definizione generale, l’identificazione proiettiva designa la modalità attraverso la quale un soggetto, il cosiddetto proiettante, nutre la fantasia, originariamente inconscia, di spostare una parte di sé compromessa, per depositarla in una altra persona, esercitando su di essa un potente controllo. Ciò per recuperare, alla fine, una versione “migliorata” di quanto comunicato; proprio perché quest’ultimo era un contenuto compromesso e non accettabile. Il soggetto che riceve la proiezione, ovvero il ricevente, è indotto a conformarsi, ossia a identificarsi, con lo specifico aspetto che il proiettante tende a depositare.

E’ opportuno sottolineare che si tratta di un fenomeno che oltrepassa, nettamente, il piano intrapsichico, per riverberare su quello interpersonale. Perciò l’identificazione proiettiva non deve essere intesa come un concetto metapsicologico; essa riguarda assai più il mondo dei sentimenti e del comportamento degli individui, che non l’ambito del loro funzionamento mentale. Anche se il concetto di identificazione proiettiva rimane una delle tematiche psicoanalitiche meno definite, nonostante le numerose trattazioni avvenute, si deve, psicoanaliticamente, riconoscere il grande contributo, come “formulazione-ponte” fra la realtà intrapsichica e il mondo esterno; ovvero il mondo delle relazioni interpersonali.

Quest’ultimo aspetto, oltrepassando la clinica, trasforma l’identificazione proiettiva in un concetto, filosoficamente, molto forte, capace di spiegare fenomeni presenti in molteplici situazioni relazionali, al di là della situazione analitica. La relazione tra attore e pubblico è solo uno degli esempi in cui è possibile applicare questo concetto, a scopo interpretativo.

Dal punto di vista storico, J. Sandler (1987) ha individuato tre periodi nello sviluppo della nozione di identificazione proiettiva.

— Il primo periodo è legato a Melanie Klein, che nel 1946, in Note su alcuni meccanismi schizoidi presentò una prima elaborazione teorica dell’identificazione proiettiva, per riferirsi ad un processo psicologico tipico della fase schizo-paranoide dello sviluppo, nella quale parti “cattive” e inaccettate del Sé sono scisse e proiettate in un’altra persona, al fine di liberare il Sé dalla loro minaccia di distruzione. Nella sua teorizzazione, l’identificazione proiettiva rimaneva ancorata al piano dei processi di cambiamento delle rappresentazioni psichiche e non comportava modificazioni dell’oggetto reale.

— Il secondo periodo è rappresentato da Paula Heimann (1950) e Heinrich Racker (1957), i quali ampliano la nozione, includendovi le identificazioni dell’analista con le rappresentazioni del Sé e dell’oggetto, che popolano le fantasie inconsce del paziente. Nella teorizzazione della Klein infatti l’identificazione proiettiva rimaneva confinata all’attività di fantasia della persona, nella quale si verificava anche la corrispondente alterazione dell’immagine dell’analista.

–Il terzo periodo è riconducibile a Wilfred Bion (1967), la cui revisione perviene ad una graduale definizione dell’identificazione proiettiva come meccanismo relazionale. Partendo dall’assunto secondo il quale tale concetto costituisce una modalità di comunicazione inconscia propria dello sviluppo normale dell’individuo, sia di tipo preverbale che verbale, in ambito terapeutico si dispiega un processo in cui i diversi aspetti delle fantasie inconsce del paziente non sono più oggetto di identificazione dell’analista. Essi sono, piuttosto, l’esteriorizzazione di parti del Sé o dell’oggetto interno che avvengono direttamente nell’oggetto esterno, realizzando un concreto “mettere all’interno dell’oggetto”. Si tratta di fatto della forma di comunicazione più importante che si instaura tra paziente ed analista.

È evidente come il concetto di identificazione proiettiva si inserisca nel filone dei contributi tendenti a studiare l’evoluzione dei concetti di transfert e controtransfert. Per quanto concerne il transfert, l’identificazione proiettiva è analoga ad esso ma, in un certo senso, oltrepassa tale nozione. Essa costituisce quell’aspetto del transfert, nel quale il terapeuta viene reso attore, insieme al paziente, di una rappresentazione, di una scena interpersonale che si riferisce ad una parte del mondo interno del paziente. Allo stesso tempo l’identificazione proiettiva va tuttavia oltre il transfert, poiché con essa il paziente, oltre ad alterare la visione del terapeuta, collocandolo nel quadro delle proprie trascorse relazioni oggettuali, esercita su di esso una sorta di pressione. Quest’ultima è finalizzata a fargli sperimentare una immagine di sé corrispondente alla fantasia inconscia che egli ha proiettato su di lui.

T.Ogden (1991), osserva come il termine stesso identificazione proiettiva, formulato per la prima volta dalla Klein (1946) nella terapia con i bambini, abbia poi preso piede soprattutto nel lavoro con gli psicotici. In quella situazione, i sentimenti che i terapeuti erano costretti a vivere, nel contatto quotidiano con i pazienti, erano particolarmente violenti, primitivi, a volte angoscianti e relativamente nuovi per loro. Inoltre era concettualmente difficile ascriverli sempre alla categoria del controtransfert. In sostanza, alcuni terapeuti trovavano rassicurante pensare che, se stavano troppo male, “non era colpa loro, ma del paziente”. Ciò permetteva lo sblocco di faticose situazioni di stallo terapeutico, in cui l’analista poteva sentirsi colpevolizzato per quello che provava. E’ sempre Ogden (1991) che propone di trattare il concetto di identificazione proiettiva, anche nella sua applicazione al contesto terapeutico, come un processo formato da tre fasi.

— La prima fase è quella nella quale il paziente nutre la fantasia inconscia di proiettare una parte di sé nel terapeuta: perciò l’identificazione proiettiva ha origine dal desiderio di liberarsi di una rappresentazione di sé, mettendola nell’altro. Secondo questa linea concettuale, nell’identificazione proiettiva, si tratta, in questa prima fase, necessariamente, di proiettare qualcosa dove questa cosa prima non c’era. In tal senso, il termine “proiezione” viene utilizzato anche per diversificarsi da parole come “stimolazione” o “evocazione”, che indicano l’attivazione di sentimenti già preesistenti.

La fantasia di collocare un aspetto di sé in un altro individuo e di esercitare su tale immagine anche un controllo dall’interno costituisce il nucleo centrale dell’identificazione proiettiva. Questo processo si fonda su una concezione non evoluta, poiché sentimenti e pensieri sono ritenuti oggetti concreti, forniti di esistenza autonoma ed i confini tra il Sé e le rappresentazioni degli oggetti sono estremamente confusi. Sono concetti, generalmente, considerati attinenti all’area metapsicologica, sebbene Ogden (1991) ritenga che l’identificazione proiettiva possa restare una idea solo clinica.

— La seconda fase, sempre seguendo il modello di Ogden (1991), sarebbe caratterizzata da una precisa “pressione interpersonale”, di tipo psicologico e comportamentale, attuata da chi proietta su colui che riceve la proiezione, affinchè quest’ultimo si senta in maniera conforme ai contenuti proiettati. Tale pressione non è immaginaria, ma concreta, dal momento che si realizza attraverso un insieme di interazioni tra i due soggetti in causa. Ciò implica l’esistenza di un rapporto interpersonale stretto, intimo o di dipendenza. Sul modello primitivo del rapporto tra madre e bambino, si fa qui riferimento alla dinamica che intercorre tra paziente e analista o tra tutti i soggetti di una relazione compresa, fatte le dovute distinzioni, quella che intercorre tra attore e pubblico.

Infatti il rapporto tra chi recita e chi partecipa alla rappresentazione come spettatore è fisico e concreto.

L’attore è collegato al pubblico; o meglio, l’attore, per esistere, ha bisogno della presenza di un pubblico. In virtù dell’azione eseguita, chi recita “si aspetta” che il pubblico reagisca in un modo determinato. L’attore impiega tutta la sua forza artistica ed umana, per ottenere questo risultato. Se il pubblico non reagisce, come è fortemente auspicato, l’attore, artisticamente e psicologicamente, “muore”. D’altra parte, il pubblico, proprio perché ha scelto di venire a teatro, è decisamente predisposto a reagire come desidera chi recita. Il pubblico teatrale, fin dall’attesa al botteghino e dall’ingresso in sala, è partecipe di una cerimonia rituale che lo porta, progressivamente, a raggiungere una forte relazione emozionale con gli attori. E’ un pubblico che “vuole” collegarsi mentalmente con chi recita.

Ritornando all’ambito clinico, in virtù della interazione nella coppia analitica, trovano conferma due aspetti della fantasia originaria del paziente: in primo luogo che il terapeuta possiede adesso le caratteristiche delle parti proiettate del sé interno ed in secondo luogo che l’oggetto-terapeuta è controllato dal proiettante-paziente. L’esito sarà che il terapeuta si identifica inconsciamente con quanto è stato proiettato e comincia a sentirsi, o a comportarsi, in consonanza alla rappresentazione della quale funge adesso da contenitore. Come conseguenza, il terapeuta può nutrire sentimenti pensando che gli appartengano, quando invece essi sono propri del paziente.

Per alcuni, come Meissner (1988), la differenza tra proiezione e identificazione proiettiva potrebbe essere solo quantitativa, nel senso che quest’ultima avrebbe, molto più, il carattere della pressione e dell’inevitabilità, o addirittura quel carattere della minaccia, quando aleggia una atmosfera del tipo “altrimenti guai a te”. La minaccia nasce da un disperato bisogno che l’altro sia depositario della proiezione, altrimenti ne va della sopravvivenza stessa di chi proietta.

Valga l’esempio di quelle madri disturbate e intrusive che nutrono cronicamente i loro figli con morbose identificazioni proiettive. In esse vi è l’implicita minaccia che, se i figli non incarneranno i vissuti da loro stesse identificatoriamente proiettati, essi “cesseranno di esistere” per la loro madre. Essi diventeranno inutili, o ne sarà minacciata la sopravvivenza psichica e quindi la madre, o loro, o entrambi, mentalmente, moriranno. E’ come se queste madri dicessero ai bambini: “Posso vedere in te solo quello che io ti metto dentro: se non lo vedo non vedo niente”. I bambini, acutamente, percepiscono questi bisogni della madre e tentano di adeguarsi al ruolo richiesto, non solo per amore della madre, quanto per pura sopravvivenza.

A questo proposito, su un piano più generale, le identificazioni proiettive non sempre sono patogene; anzi, cambiando contenuto e qualità possono essere utili e benevole e costituire il terreno in cui matura l’io del bambino. Quest’ultimo, tornando alla psicoanalisi classica, è appunto il “precipitato delle identificazioni”.

Per inciso, tornando al piano della tecnica psicoanalitica, le implicazioni di questi concetti porterebbero a fare attenzione e a distinguere, nei sentimenti che proviamo, quello che è nostro da quello che è del paziente. Del resto, una caratteristica del funzionamento analitico è proprio quella di non essere impulsivi o troppo “emotivi”, di non scaricare subito sul paziente le nostre emozioni, ma di essere riflessivi, calmi, di dilazionare decisioni o impressioni affrettate.

— La terza fase vede il terapeuta sperimentare, in una certa misura, se stesso nel modo corrispondente alla fantasia proiettata dal paziente. Si tratta comunque di una coincidenza solo parziale, perché colui che prova tali sentimenti, ovvero, come si è scritto, il terapeuta, è comunque diverso da chi li ha proiettati; infatti, possiede una organizzazione di personalità dotata di differenti e specifici requisiti. Tale differenza è quella che consente una diversa gestione del materiale proiettato: il terapeuta avrà quindi una sua modalità personale di “processare” i contenuti proiettati Essi, a seguito del suo contenimento e della sua metabolizzazione, assumeranno dunque significato differente, dando luogo ad una nuova esperienza.

A questo proposito, la terza fase del processo di identificazione proiettiva viene definita “reinternalizzazione”, in quanto la parte prima proiettata verrebbe ora reinternalizzata. Applicando questo modello al piano clinico e alla relazione analitica, ciò implica che il paziente non abbia più bisogno di proiettare questa parte e quindi che qualcosa sia cambiato, in senso curativo. E’ possibile che la parte prima proiettata venga vissuta ora come meno pericolosa, poiché il paziente si sente, dopo l’analisi, più forte e tale da poterla tenere dentro assumendosene, per così dire, la responsabilità. In realtà, questo è un passaggio teorico delicato. Non si deve rischiare di dimenticare che l’analista ha ricevuto addosso questa parte proiettata e, per un po’, l’ha dovuta far propria “contenendola”, “digerendola” o “metabolizzandola”. La metafora più diretta è quella del cibo masticato dalla madre, che trasforma il bolo alimentare con la saliva e con i denti, per poi restituirlo al piccolo, che riesce così a digerirlo. Ancor più in generale, si può qui applicare la metafora di Bion (1962, 1963), dell’analista come “contenitore”, che trasforma i contenuti proiettati dal paziente.

Come ha osservato Migone (1995), è impressionante la somiglianza con certe teorizzazioni della fenomenologia, quando, per esempio, Binswanger affermava che un aspetto importante del lavoro del terapeuta è quello di sentire dentro di sé gli affetti che il vissuto del paziente provoca, farli vibrare ed eventualmente parlare al paziente di quello che prova. Sembrerebbe che certi concetti della psicoanalisi contemporanea ripropongano le stesse intuizioni alle quali erano giunti, molti anni prima, i fenomenologi. E’ questo un passaggio cruciale di tutto il processo terapeutico, in quanto mette alla prova sia l’attitudine al contenimento del terapeuta, sia la capacità di fare propria una nuova esperienza da parte del paziente, vale a dire la sua idoneità in termini di crescita psicologica.

In tema di identificazione proiettiva, il concetto del contenimento, da parte del terapeuta, assume dunque una valenza di primaria importanza: è fondamentale che egli sia in grado di accogliere i contenuti proiettati dal paziente senza negarli o tentando di disfarsene con altre modalità; tuttavia è necessario puntualizzare ulteriori elementi relativi alla regolazione di questo processo interpersonale. Innanzitutto è ovvio che anche il terapeuta, come il paziente, è una persona che possiede tutto un suo bagaglio di punti di forza e di vulnerabilità e che quindi non è immune dall’ampia gamma di sentimenti e conflitti che affliggono ogni essere umano. Si tratta però di un soggetto che, grazie ad un training formativo personale, si presume essere dotato di una maggiore integrazione psicologica, che lo pone in grado di gestire in modo sufficientemente adeguato le aree più problematiche della sua personalità.

Molto spesso gli sbagli di tecnica nel processo terapeutico sono riconducibili proprio ad una difficoltà del terapeuta di contenere efficacemente le identificazioni proiettive del paziente; quando si verifica un fallimento di questo genere, la risposta del terapeuta di fronte all’identificazione proiettiva può assumere due forme.
Nella prima il terapeuta mette in atto una ferma difesa contro i sentimenti che la proiezione del paziente ha evocato dentro di lui; nella seconda eventualità, il terapeuta agisce il sentimento oppure la difesa eretta contro di esso. L’esito di entrambe le due alternative sarà il medesimo, ossia l’impossibilità del paziente di reinteriorizzare modalità nuove e funzionali di gestione delle esperienze, con il suo conseguente riappropriarsi non solo dei sentimenti originariamente espulsi e collocati nella persona del terapeuta, ma anche delle relative paure di questo, unitamente alla sua incapacità di metabolizzare i contenuti proiettati.
L. Grinberg – link – (1962) si è riferito alla incapacità da parte del terapeuta di contenere le identificazioni proiettive del paziente utilizzando il concetto di “controidentificazione proiettiva”. Tale fenomeno rappresenta una risposta all’identificazione proiettiva, nella quale il terapeuta si sperimenta, rimanendone inconsapevole, proprio nel modo in cui è rappresentato nella fantasia proiettata dal paziente. Egli cioè non possiede una sufficiente padronanza e consapevolezza per impedire a se stesso di uniformarsi al modo in cui il paziente lo induce a sperimentarsi.
È quindi necessario che il terapeuta sia in grado di entrare ed uscire dall’identificazione proiettiva, dimostrandosi recettivo nei confronti delle proiezioni del paziente, ma mantenendo al contempo una distanza psicologica sufficiente per un’adeguata elaborazione dei contenuti ricevuti e per una corretta lettura del processo terapeutico.

L’identificazione proiettiva nella situazione teatrale

(I concetti accennati in questo paragrafo saranno sviluppati verbalmente)

Storicamente, la riflessione sul rapporto tra attore e pubblico ha una sua particolare evoluzione.

Nel secolo scorso, chiunque si sia interessato alla questione ha messo in evidenza le caratteristiche di “unione psichica” che, nello spettacolo, si realizzano fra questi due soggetti. Ossicini (1973), partendo dall’evidenza della comunicazione e del rapporto che si va a manifestare, ha introdotto, per quel che riguarda l’attore e il suo pubblico, il concetto di “campo psichico”.

Quel che interessa, qui, è solo ricordare che la nozione di “campo” può essere considerata, storicamente, la diretta antenata del concetto di identificazione proiettiva. Quest’ultima, comunque la si voglia considerare, corrisponde, in senso generale, alla forma di comunicazione che si realizza nella situazione teatrale. La cellula elementare della teatralità va proprio individuata nel rapporto complessivo tra attore e spettatore.

Parallelamente, i tanti aspetti che costituiscono, comunemente, il teatro istituzionale – la distanza scenica, gli spazi impenetrabili e celati al pubblico e così via – sono tutti riconducibili al gioco dell’attore e del suo corpo, sotto lo sguardo dello spettatore. Le suddivisioni e i riempimenti degli spazi concreti del teatro istituzionale possono essere, in questa prospettiva, materializzazioni, estensioni e amplificazioni degli spazi psicologici della relazione dell’attore con il suo pubblico.

Sul piano psicodinamico, la nozione di identificazione proiettiva ha un grande potere esplicativo nell’ambito della situazione teatrale.

Compito dell’attore è “depositare” il personaggio, con le sue emozioni, nella mente del pubblico. Egli, utilizzando la sua arte ed il suo carisma, esercita una “pressione” emotiva sugli spettatori e si attende che il pubblico reagisca come egli desidera.

In effetti, come si è accennato, l’attore “ha bisogno” che il pubblico reagisca come egli vuole. L’alternativa è il fallimento della performance e la sua simbolica “morte” come attore.

Anche se il rapporto interpersonale tra i membri del pubblico e l’attore non è individuale e, personalmente, intimo, il fenomeno della identificazione proiettiva può attuarsi ugualmente. Infatti il pubblico teatrale possiede la caratteristica di essere disponibile all’incantamento ed alla relazione con il personaggio proposto, o meglio imposto dall’attore. Ciò compensa, anche se il contesto è diverso, la limitata prossimità della persona dell’attore con il singolo spettatore. In questo ambito vale il supporto della forza mentale dello spettatore che “desidera”, proprio perché è venuto a teatro, credere all’attore.

La nozione di identificazione proiettiva può contenere l’intera pluralità degli attori. Quest’ultima può essere vista come il risultato di sdoppiamenti, parcellizzazioni e moltiplicazioni di una cellula elementare unitaria: l’unità duale costituita dalla coppia attore-spettatore. L’apparato teatrale permette di conferire una unità a questo insieme molteplice, funzionando da schermo, sfondo di proiezione e cornice di contenimento.
BIBLIOGRAFIA

Angelini A. (1992), Psicologia del cinema, Liguori, Napoli.

Bion W. R. (1962), Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1983.

Bion W. R. (1963), Gli elementi della psicoanalisi, Armando, Roma, 1981.

Bion W.R. (1967), Il pensare: una teoria. In Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico. Armando Roma, 1970

Fenichel O. (1946), On Acting, in Collected Papers, Second Series; Fenichel H., Rapaport D. eds.; New York, Norton & Company.

Freud (1905), Personaggi psicopatici sulla scena, in Opere, v. 5.

Freud (1912-13), Totem e Tabù, in Opere, v.


giovedì 15 ottobre 2015

Aniela Jaffè. Tutte le volte che la coscienza conscia o razionale ha raggiunto i limiti delle proprie possibilità, si rivela il mistero, e l’uomo tende a riempire il mondo del mistero e dell’inesplicabile con i contenuti del proprio inconscio. Egli proietta tali contenuti, per così dire, in un vaso vuoto e sconosciuto

Tutte le volte che la coscienza conscia o razionale ha raggiunto i limiti delle proprie possibilità, si rivela il mistero, e l’uomo tende a riempire il mondo del mistero e dell’inesplicabile con i contenuti del proprio inconscio. Egli proietta tali contenuti, per così dire, in un vaso vuoto e sconosciuto.
Aniela Jaffè



mercoledì 26 agosto 2015

I perversi narcisisti sono considerati psicotici senza sintomi, che trovano il loro equilibrio scaricando su qualcun altro il dolore che non provano e le contraddizioni interiori che si rifiutano di percepire. 'Non lo fanno apposta' a ferire, ma non sanno fare altro per esistere. Sono stati feriti a lor volta da piccoli e cercano di mantenersi in vita così. Questo transfert di dolore permette loro di valorizzarsi a spese altrui.

I perversi narcisisti sono considerati psicotici senza sintomi, che trovano il loro equilibrio scaricando su qualcun altro il dolore che non provano e le contraddizioni interiori che si rifiutano di percepire. 'Non lo fanno apposta' a ferire, ma non sanno fare altro per esistere. Sono stati feriti a lor volta da piccoli e cercano di mantenersi in vita così. Questo transfert di dolore permette loro di valorizzarsi a spese altrui.
M.F. Hirigoyen





mercoledì 15 aprile 2015

“Gli innocenti si sforzano sempre di escludere da sé e di negare nel mondo le possibilità del male. Questa è la ragione del persistere del male - ed è il suo segreto. La funzione del male è di mantenere in movimento le dinamiche del mutamento. Cooperando con le forze benefiche, seppure in modo antagonistico, le forze del male contribuiscono alla tessitura dell'arazzo della vita; perciò l'esperienza del male, e in qualche misura questa esperienza soltanto, produce la maturità, la vita reale, il reale controllo dei poteri e dei compiti della vita. Il frutto proibito -il frutto della colpa mediante l'esperienza, della conoscenza mediante l'esperienza- doveva essere inghiottito nel Giardino dell'Innocenza prima che la storia umana potesse avere inizio. Il male doveva essere accettato e assimilato, non evitato”.
Heinrich Zimmer


domenica 5 aprile 2015

Stefania Paparella. Ho fatto un "gioco". Ho chiesto a ciascun mio conoscente o amico di definirmi con una sola parola, cercando di essere il più onesto possibile. Ognuno mi ha definito con attributi molto distanti l'uno dall'altro, talvolta antitetici. Dalla "Comprensione" alla "Vanità", dall' "Equilibrio" alla "Follia", dal "Pessimismo" all' "Ottimismo" ecc ecc. Mi ha sorpreso il constatare che ciascuno mi ha definito con lo stesso attributo che avrei utilizzato io per definire lui/lei. Ognuno vede in noi solo una parte di Sé stesso e chiaramente anche noi vediamo in lui una parte di noi (vediamo nell'altro solo ciò che risiede in noi, o non avremmo gli strumenti per notarlo). Provate anche voi - fra il serio e il faceto - per capire non tanto come vi vedono gli altri, ma cosa ognuno, attraverso voi, pensa di sé


Ho fatto un "gioco". Ho chiesto a ciascun mio conoscente o amico di definirmi con una sola parola, cercando di essere il più onesto possibile. Ognuno mi ha definito con attributi molto distanti l'uno dall'altro, talvolta antitetici. Dalla "Comprensione" alla "Vanità", dall' "Equilibrio" alla "Follia", dal "Pessimismo" all' "Ottimismo" ecc ecc. Mi ha sorpreso il constatare che ciascuno mi ha definito con lo stesso attributo che avrei utilizzato io per definire lui/lei. Ognuno vede in noi solo una parte di Sé stesso e chiaramente anche noi vediamo in lui una parte di noi (vediamo nell'altro solo ciò che risiede in noi, o non avremmo gli strumenti per notarlo). Provate anche voi - fra il serio e il faceto - per capire non tanto come vi vedono gli altri, ma cosa ognuno, attraverso voi, pensa di sé 




le regole del gioco sono che 'l'esaminato\a' NON deve replicare! di solito si mette al centro e gli altri intorno che a turno dicono 3 cose negative e 3 cose positive ...molti piangono e vanno via  ....altri si incavolano  ! ...altri restano fermi e 'accolgono'...dipende dalla persona che sta al centro...quanto è centrata ! 

venerdì 27 febbraio 2015

Debbie Ford. La proiezione è un fenomeno affascinante che a scuola difficilmente ci viene insegnato. E’ un trasferimento involontario del nostro comportamento inconscio sugli altri, in modo da farci credere che queste qualità in realtà appartengano ad altre persone.

Luisa Ferrari Scopelliti 
La proiezione è sempre in atto anche per gli aspetti positivi come per esempio quando ci innamoriamo.


LA PROIEZIONE: Ciò che vediamo negli altri quanto ci appartiene?
8 giugno 2014

Il fenomeno psichico della “PROIEZIONE” è uno dei fenomeni più discussi e rivoluzionari della mente umana scoperti  dalla psicologia.
Come molti altri fenomeni psicologici anche questo ha un fortissimo correlato neurofisiologico, legato anche ai nuclei di personalità più o meno autonomi chiamati in psichiatria e psicologia “Complessi a tonalità affettiva” (cliccare per leggere il post sui Complessi).
Qui di seguito vari estratti molto esaustivi di noti autori che descrivono il fenomeno della proiezione in maniera brillante con relativi esempi.

SULLA PROIEZIONE
«Se provate a indicare qualcuno tenendo la mano dritta davanti a voi, vi accorgete che un dito è puntato verso l’altra persona ma tre sono rivolte verso di voi: questo può servire a ricordarvi che quando denigriamo gli altri in realtà stiamo solo negando un aspetto di noi stessi.»
(Illumina il tuo lato Oscuro – Debbie Ford. Macro Edizioni 2012, p.46)

La Proiezione (Debbie Ford)
La proiezione è un fenomeno affascinante che a scuola difficilmente ci viene insegnato. 
E’ un trasferimento involontario del nostro comportamento inconscio sugli altri, in modo da farci credere che queste qualità in realtà appartengano ad altre persone. Quando siamo ansiosi riguardo alle nostre emozioni o ai lati inaccettabili della nostra personalità, per un meccanismo di difesa attribuiamo queste qualità agli oggetti esterni e agli altri. Se per esempio abbiamo scarsa tolleranza nei confronti degli altri, probabilmente è perché tendiamo ad attribuire loro il nostro stesso senso di inferiorità. Ovviamente c’è sempre un “gancio” che ci invita a compiere la proiezione; una particolare qualità imperfetta degli altri attiva alcuni aspetti del nostro io che rivendicano la nostra attenzione. Così qualunque cosa dell’io non riconosciamo come nostra viene proiettata sugli altri. Tutti noi vediamo solo ciò che siamo. 

Mi piace pensare a questo fenomeno in termini di energia elettrica. 
Immaginate di avere un centinaio di prese elettriche differenti sul petto, e ognuna di esse rappresenti una qualità. Le qualità che riconosciamo e abbracciamo hanno un coperchio di protezione, perciò sono sicure: non sono percorse dalla corrente. Invece le qualità che ci creano problemi, quelle che non abbiamo ancora riconosciuto e fatto nostre, hanno carica elettrica. Così, quando si presentano individui che mettono in atto una di queste qualità, è come se essi inserissero la spina direttamente nella nostra presa. Se per esempio siamo a disagio con la nostra rabbia o la neghiamo, attireremo persone colleriche nella nostra vita, sopprimeremo il nostro personale senso di rabbia e sentenzieremo che gli altri sono collerici. Dal momento che mentiamo a noi stessi riguardo ai nostri sentimenti più intimi, l’unico modo per ritrovarli è vederli negli altri: essi ci rimandano l’immagine riflessa delle nostre emozioni nascoste, e questo ci permette di riconoscerle e riappropriarcene. Istintivamente ci ritraiamo dalle nostre proiezioni negative: è più facile esaminare ciò da cui siamo attratti piuttosto che guardare ciò che ci ripugna. 
Se mi offendo della tua arroganza è perché non sto accettando la mia stessa arroganza. 
Si può trattare di un sentimento che senza accorgermene sto manifestando nella vita presente, oppure di arroganza che nego di poter manifestare nel futuro. Se la tua arroganza mi offende, devo rivolgere uno sguardo attento a tutte le aree della mia vita e devo pormi qualche domanda. 
Quando sono stato arrogante in passato? 
Mi sto comportando in modo arrogante nel presente? 
Potrei essere arrogante in futuro? 
Sarebbe certo arrogante da parte mia rispondere negativamente a tutte queste domande senza davvero esaminare me stesso o senza chiedere agli altri se abbiano mai visto in me atteggiamenti arroganti. L’atto di giudicare qualcun altro è arrogante, perciò ovviamente noi tutti siamo capaci di arroganza. Se abbraccio la mia stessa arroganza, quella altrui non mi potrà turbare: potrò notarla, ma non avrà alcun effetto su di me. (…)

E’ solo quando mentiamo a noi stessi o odiamo qualche aspetto del nostro io che riceviamo una scossa emozionale dal comportamento di qualcun altro. (…)
Se non fosse per il fenomeno della proiezione, (l’ombra) potrebbe rimanere nascosta per tutta la vita perché alcuni di noi hanno seppellito questi tratti quando avevano tre o quattro anni.
(…) Ciò che proiettiamo, se non lo possedessimo anche noi, non potremmo riconoscerlo nemmeno negli altri. (…) Un vecchio detto dice: “Si riconosce solo ciò che si conosce”. 
Negli altri vediamo solo quello che ci piace o non ci piace di noi stessi. (…)
Non possiamo vedere noi stessi: dobbiamo avere uno specchio per farlo. 
Voi siete il mio specchio e io sono il vostro.
 Debbie Ford (da "Illumina il tuo lato Oscuro" – Macro Edizioni 2012, p.56-70)



«La proiezione è molto facile da identificare sul piano dell’ego: se qualcosa o qualcuno nel nostro ambiente ci informa, probabilmente non stiamo proiettando; se invece ci turba, ci sono buone possibilità che siamo vittime delle nostre stesse proiezioni.»
(Ken Wilber – Meeting The Shadow)


«Sappiamo che la proiezione ha luogo quando qualcuno è emotivamente colpito dal comportamento di un’altra persona, positivo o negativo che sia.»
(Illumina il tuo lato Oscuro – Debbie Ford. Macro Edizioni 2012, p.66)


“Siamo tutti maestri nell’uso della proiezione, un meccanismo di autodifesa che ci toglie dall’imbarazzo di doverci guardare
dentro.”
Deepak  Chopra)


“Tutto ciò che ci irrita negli altri, può portarci a capire noi stessi”
(Carl Gustav Jung)



” (…) il portatore di proiezione non è infatti, e l’esperienza ce lo insegna, un oggetto preso a piacere, ma è sempre un oggetto che offre per così dire un aggancio adatto a ciò che è destinato a sostenere.”
(Carl Gustav Jung, 1946)


«Di solito la nostra indignazione per il comportamento degli altri riguarda un aspetto irrisolto del nostro io.»
(Illumina il tuo lato Oscuro – Debbie Ford. Macro Edizioni 2012, p.61)


“Jung definì la proiezione come un trasferimento inconscio, cioè inconsapevole e non intenzionale, di elementi psichici soggettivi su un oggetto esterno. L’individuo vede in questo oggetto qualcosa che non c’è, o c’è solo in piccola parte. Talvolta nell’oggetto non è presente nulla di ciò che viene proiettato (…). Non sono soltanto le qualità negative di una persona a essere proiettate all’esterno in questo modo, ma in uguale misura anche quelle positive. La proiezione di queste ultime genera una valutazione e ammirazione eccessive, illusorie e inadeguate dell’oggetto. L’introspezione nelle proprie proiezioni d’Ombra implica in primo luogo una umiltà morale e una intensa sofferenza. Invece l’introspezione nelle forme di proiezione dell’Animus e dell’Anima richiede, più che umiltà, soprattutto riflessione, nel senso di saggezza e umanità. Infatti quelle figure intendono sedurci e allontanarci dalla realtà, assorbendoci e conquistandoci. Chi non si impegna in questo non ha vissuto. Chi vi si perde non ha compreso nulla.”
(Marie Louise Von Franz – Rispecchiamenti dell’anima. Proiezione e raccoglimento interno nella psicologia di C. G. Jung)



«Per quel che ci è dato sapere, i contenuti inconsci “costellati” (vale a dire attivati) sono sempre proiettati, il che significa che o vengono scoperti in oggetti esterni o per lo meno vengono asseriti come esistenti fuori della propria psiche. Un conflitto rimosso e il suo tono affettivo devono riapparire da qualche parte. La proiezione causata dalla rimozione non è fatta coscientemente dall’individuo, ma sempre automaticamente, e non è riconosciuta come tale a meno che non intervengano condizioni del tutto particolari le quali costringano al ritiro di essa.
Il “vantaggio” della proiezione consiste nel fatto che ci si libera definitivamente (almeno in apparenza) di un conflitto penoso: ne divengono responsabili un’altra persona o circostanze esterne.»
(C.G.Jung – Simboli della Trasformazione, Edizioni Bollati Boringhieri, p.70)


«Il mio amico Bill Spinoza (…) sostiene:
“Ciò con cui non riuscite ad essere non vi lascerà essere”.
Dovete imparare a consentire di esistere a tutto ciò che siete: se volete essere liberi, dovete essere capaci di “essere”.»
(Illumina il tuo lato Oscuro – Debbie Ford. Macro Edizioni 2012, p.22)


https://carljungitalia.wordpress.com/2014/06/08/la-proiezione-cio-che-vediamo-negli-altri-quanto-ci-appartiene/




martedì 4 novembre 2014

Brian Weiss, Messaggi dai Maestri. "Me lo ha fatto fare il diavolo." Che potente proiezione! L'idea di non essere noi responsabili delle nostre azioni è attraente: è estremamente conveniente avere qualche forza superiore da incolpare. Alcune persone incolpano la sorte. Sebbene le nostre vite viaggino lungo percorsi predeterminati, il fato non è responsabile delle nostre azioni; noi abbiamo il dovere di assumerci la piena responsabilità per la nostra condotta negativa e dannosa, così come per il nostro comportamento positivo e amorevole. Nessun altro ci può sostituire in questo. Nessun demonio può nuocervi e, fondamentalmente, nessun guru vi può salvare. I guru, o la guida interiore per chi si sia messo in contatto con essa, possono insegnarci le abilità e le tecniche, possono accrescere la nostra comprensione della vita, della morte, e dei livelli spirituali e aiutarci a rimuovere paure e ostacoli; possono anche indicare l'entrata, ma siamo noi che dobbiamo varcare la porta.


"Me lo ha fatto fare il diavolo." Che potente proiezione! 
L'idea di non essere noi responsabili delle nostre azioni è attraente: è estremamente conveniente avere qualche forza superiore da incolpare. 
Alcune persone incolpano la sorte. Sebbene le nostre vite viaggino lungo percorsi predeterminati, il fato non è responsabile delle nostre azioni; noi abbiamo il dovere di assumerci la piena responsabilità per la nostra condotta negativa e dannosa, così come per il nostro comportamento positivo e amorevole. Nessun altro ci può sostituire in questo. 
Nessun demonio può nuocervi e, fondamentalmente, nessun guru vi può salvare. I guru, o la guida interiore per chi si sia messo in contatto con essa, possono insegnarci le abilità e le tecniche, possono accrescere la nostra comprensione della vita, della morte, e dei livelli spirituali e aiutarci a rimuovere paure e ostacoli; possono anche indicare l'entrata, ma siamo noi che dobbiamo varcare la porta. 
Brian Weiss, Messaggi dai Maestri

martedì 12 agosto 2014

Elena Gianini Belotti. Quando attribuiamo ad altri sentimenti personali, in genere negativi, facciamo una proiezione. È un meccanismo inconscio di difesa contro impulsi che vengono avvertiti come inaccettabili da parte dell'ego, e non ne sono esenti nemmeno individui molto equilibrati.




Quando attribuiamo ad altri sentimenti personali, in genere negativi, facciamo una proiezione. È un meccanismo inconscio di difesa contro impulsi che vengono avvertiti come inaccettabili da parte dell'ego, e non ne sono esenti nemmeno individui molto equilibrati.
Elena Gianini Belotti



venerdì 1 agosto 2014

Elenco blog personale