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sabato 28 febbraio 2015

New York - La Grande Mela. La città di New York è anche conosciuta con un altro simbolo: essa è definita “la Grande Mela”. Nel 1909, Edward S. Martin nel suo libro “The Wayfarer in New York” definì lo stato di New York come un melo con le radici piantate nella valle del Mississipi e il frutto, la mela, a New York. Negli Anni ’20, il termine fu ripreso dal cronista sportivo John Fitzgerald, riferendo come per gli scommettitori di corse di cavalli, New York fosse "la mela" (cioè il frutto) più ricca per i guadagni.



LA GRANDE MELA
New York è una città degli Stati Uniti, una delle più grandi e più famose del mondo intero. 
Affaccia sull’Oceano Atlantico, ed è stata la porta verso il nuovo mondo e una nuova vita nei lunghi anni del fenomeno dell’immigrazione. Ad accogliere milioni di disperati, che da lontano partivano affrontando il viaggio della speranza, la Statua della Libertà, simbolo del “sogno americano”. La città di New York è anche conosciuta con un altro simbolo: essa è definita “la Grande Mela”. Nel 1909, Edward S. Martin nel suo libro “The Wayfarer in New York” definì lo stato di New York come un melo con le radici piantate nella valle del Mississipi e il frutto, la mela, a New York. Negli Anni ’20, il termine fu ripreso dal cronista sportivo John Fitzgerald, riferendo come per gli scommettitori di corse di cavalli, New York fosse "la mela" (cioè il frutto) più ricca per i guadagni. Intanto, l’idea dell’identificazione col frutto prendeva sempre più piede, considerando che i musicisti jazz, durante il proibizionismo, suonavano nei locali di Harlem e Manhattan e ricevevano come ricompensa una grande mela rossa. Da qui l’affermarsi di questo soprannome. Fino a quando, nel 1997, il sindaco della città, Rudolph Giuliani, denominò "Big Apple Corner" l'angolo tra la 54° West Street e Broadway, dove il giornalista John J. Fitzgerald aveva abitato, per rendergli omaggio.




Se il "frutto" della civiltà occidentale per antinomasia è New York, uno dei posti meno rappresentativi della natura, ove cemento, grattacieli e consumi di energia sono vertiginosi da molti molti anni ormai, se tale "frutto" simbolico nasce da una similitudine con un albero, e se tale "frutto" sia proprio una mela, ossia simbolo del peccato originale nei testi sacri della religione cristiana, quella prevalente a New York, è facile associare quella città al declino culturale, ambientale e morale che stiamo vivendo. A New York il dominio del potere, del controllo delle risorse e delle decisioni su come impiegarle sono senza dubbio sotto gli occhi di tutti: imparare a vedere le cose come stanno è necessario per progredire...



Quando penso a questa città, dove sono nato e cresciuto, questa Manhattan di cui canta Whitman, una rabbia cieca, incandescente, mi sfiora le budella. New York. Le prigioni bianche, i marciapiedi brulicanti di vermi, le file del pane, gli spacci d'oppio costruiti come palazzi, gli sporchi ebrei che ci stanno dentro, i lebbrosi, sicari, e sopra tutto, l'ennui, la monotonia dei volti, strade, gambe, case, grattacieli, pasti, manifesti, mestieri, delitti, amori... Una città intera eretta sopra una vuota fossa di nullità. Senza significato. Assolutamente senza significato. E la Quarantaduesima Strada! La vetta del mondo, la chiamano. E il fondo allora dov'è? Se vai con la mano tesa, ti mettono cenere nel berretto. Ricchi o poveri, camminano con la testa buttata all'indietro e quasi si rompono l'osso del collo per levare lo sguardo sulle loro bellissime prigioni bianche. Vanno avanti come oche cieche e i riflettori spandono sui loro volti vuoti chiazze di estasi.
Henry Miller, Tropico del Cancro



“Immagino che le strade d’America si uniscono tutte a formare una enorme latrina, una latrina dello spirito in cui tutto è assorbito e ridotto a merda imperitura. Sopra a questa latrina lo spirito del lavoro intesse una magia: palazzi e fabbriche spuntano fianco a fianco, polverifici e stabilimenti chimici e acciaierie e sanatori e prigioni e manicomi. Tutto il continente è un incubo che produce la più gran miseria per la più grande massa.”
Henry Miller, "Tropico del Capricorno"


L'uomo bianco è come un serpente che si mangia la coda per vivere.
E la coda diventa sempre più corta.
Le nostre usanze sono diverse dalle vostre.
Noi non viviamo bene nelle vostre città, che sembrano un'infinità
di nere verruche sulla faccia della terra.
La vista delle città dell'uomo bianco fa male agli occhi dell'uomo rosso
come la luce del sole che colpisce gli occhi di chi emerge da una grotta buia.
Nelle città dell'uomo bianco ci si sforza sempre di superare in velocità una valanga.
Il rumore sembra perforare le orecchie.
Ma che senso ha di vivere se non si riesce a sentire
il verso solitario del tordo o il gracidare delle rane di notte intorno ad uno stagno?
Ma io sono un uomo rosso e non capisco.
Io preferisco il vento che dardeggia sulla superficie di uno stagno
e il profumo del vento stesso, purificato da uno scroscio di pioggia a mezzogiorno.
L'aria è preziosa per l'uomo rosso, perchè tutte le cose condividono lo stesso respiro;
gli animali, gli alberi, e l'uomo, partecipano tutto dello stesso respiro.
L'uomo bianco non si preoccupa dell'aria fetida che respira.
Come un uomo che ormai soffre da molti giorni, è insensibile al tanfo.
Tutte le cose sono collegate.
Tutto ciò che accade alla terra accade ai figli e alle figlie della terra.
L'uomo non ha intrecciato il tessuto della vita;
ne è solamente un filo.
Tutto ciò che egli fa al tessuto, lo fa a se stesso.
IL DIO DELL'UOMO BIANCO GLI DIEDE IL POTERE SUGLI ANIMALI,
SUI BOSCHI E SULL'UOMO ROSSO, per qualche scopo preciso,
ma questo destino è un mistero per l'uomo rosso.
Noi forse potremmo arrivare a capire se sapessimo che cosa sogna l'uomo bianco,
quali sono le speranze di cui parla ai propri figli nelle lunghe notti d'inverno,
quali sono le visioni che marcano a fuoco i suoi occhi e che questi desidereranno
all'indomani.
I sogni dell'uomo bianco sono ignoti, noi ce ne andremo sulla nostra strada.
Capo seattle degli Suquamish 1853.



sabato 4 gennaio 2014

Mario Rigoni Stern. Cinquant’anni fa si sentiva la gente cantare. Cantava il falegname, il contadino, l’operaio, quello che va in bicicletta, il panettiere. Oggi hanno smesso. La gente non canta e non racconta più




Cinquant’anni fa si sentiva la gente cantare.
Cantava il falegname, il contadino, l’operaio, quello che va in bicicletta, il panettiere.
Oggi hanno smesso. La gente non canta e non racconta più.
Mario Rigoni Stern

Una mela guasta può far marcire una mela sana, ma una mela sana non può sanare una mela guasta.
Mario Rigoni Stern. Il sergente nella neve




Illustrazione di Kiyo Murakami


martedì 18 settembre 2012

Khaled Hosseini. Una volta quando ero molto piccolo, mi sono arrampicato su un albero ed ho mangiato delle mele verdi, acerbe. La pancia mi si gonfiò e divenne dura come un tamburo. Mi faceva male. La mamma mi spiegò che se avessi aspettato che le mele fossero mature, non mi sarebbe successo niente. Così adesso quando desidero molto qualcosa, penso alle mele.

Il cacciatore di aquiloni - Incipit
Sono diventato la persona che sono oggi all'età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto. Nell'estate del 2001 mi telefonò dal Pakistan il mio amico Rahim Khan. Mi chiese di andarlo a trovare. In piedi in cucina, il ricevitore attaccato all'orecchio, sapevo che in linea non c'era solo Rahim Khan. C'era anche il mio passato di peccati non espiati. Dopo la telefonata andai a fare una passeggiata intorno al lago Spreckels. Il sole scintillava sull'acqua, dove dozzine di barche in miniatura navigavano sospinte da una brezza frizzante. In cielo due aquiloni rossi con lunghe code azzurre volavano sopra i mulini a vento, fianco a fianco, come occhi che osservassero dall'alto San Francisco, la mia città 'adozione. Improvvisamente sentii la voce di Hassan che mi sussurrava : Per te farei qualsiasi cosa.
Hassan, il cacciatore di aquiloni.




Essere guardato e non soltanto visto,
essere ascoltato e non soltanto udito.
Khaled Hosseini, Il Cacciatore di aquiloni



Amir: Non sapevo più in che mese o anno fosse successo.
Ma il ricordo viveva in me, un frammento di passato perfettamente conservato,
una pennellata di colore sulla tela della nostra vita che era diventata vuota e grigia.
Khaled Hosseini, Il Cacciatore di aquiloni


Una volta quando ero molto piccolo, mi sono arrampicato su un albero ed ho mangiato delle mele verdi, acerbe. La pancia mi si gonfiò e divenne dura come un tamburo. Mi faceva male. La mamma mi spiegò che se avessi aspettato che le mele fossero mature, non mi sarebbe successo niente. Così adesso quando desidero molto qualcosa, penso alle mele.
Khaled Hosseini, Il Cacciatore di aquiloni



Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato.
Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente.
Khaled Hosseini, Il Cacciatore di aquiloni



Aveva trascorso tutti quegli anni LONTANA DA SE STESSA. UN CAMPO ARIDO, riarso, al di là di ogni lamento o desiderio, al di là del sogno, della delusione. IL FUTURO NON AVEVA IMPORTANZA. E dal passato aveva appreso solo questa lezione di saggezza: L'AMORE ERA UN ERRORE PERICOLOSO E LA SUA COMPLICE, LA SPERANZA, UN'ILLUSIONE INSIDIOSA. E ogni qualvolta quei DUE FIORI VELENOSI incominciavano a sbocciare nella terra assetata di quel campo, Mariam li sradicava. LI SRADICAVA E LI GETTAVA VIA, PRIMA CHE POTESSERO ATTECCHIRE
Khaled Hosseini, "Mille splendidi soli"


Distesa sul divano, con le mani tra le ginocchia, Mariam fissava i mulinelli di neve che turbinavano fuori dalla finestra.
Una volta Nana le aveva detto che ogni fiocco di neve era il sospiro di una donna infelice da qualche parte del mondo. Che tutti i sospiri che si elevavano al cielo si raccoglievano a formare le nubi, e poi si spezzavano in minuti frantumi, cadendo silenziosamente sulla gente.
"A ricordo di come soffrono le donne come noi" aveva detto. "Di come sopportiamo in silenzio tutto ciò che ci cade addosso".
Khaled Hosseini, "Mille splendidi soli"


Imparai che il mondo non vede la tua anima, che non gliene importa un accidente delle speranza, dei sogni e dei dolori che si nascondono oltre la pelle e le ossa.
Khaled Hosseini




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