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giovedì 23 luglio 2015

Cosa ha visto uno Sciamano in un ospedale psichiatrico.

Cosa ha visto uno Sciamano in un ospedale psichiatrico

Secondo gli sciamani la malattia mentale simboleggia la “nascita di un guaritore”, spiega Malidoma Patrice Somé. I disturbi mentali sono emergenze spirituali, crisi spirituali e devono essere presi in considerazione come tali per aiutare il guaritore a “nascere”.

Ciò che nella cultura Occidentale viene visto come malattia, il popolo Dagara lo considera una “buona notizia dall’altro mondo”. La persona che sta attraversando la crisi è stata scelta come mezzo per comunicare un messaggio alla comunità dal regno dello spirito.

“Disturbi mentali e  disturbi comportamentali di ogni tipo  sono tutti segni che due energie incompatibili si sono fuse nello stesso campo,” dice il Dott. Somé. Questi disturbi si verificano quando la persona non viene assistita nel rapportarsi con la presenza dell’energia del regno dello spirito.

Una delle cose che il Dott. Somé notò quando arrivò negli Stati Uniti nel 1980 per i suoi studi universitari fu il modo in cui l’Occidente tratta la malattia mentale.

Quando un suo collega fu ricoverato in un istituto mentale a causa di “depressione nervosa” il Dott. Somè decise di andare a fargli visita. Non sapeva però che questa visita sarebbe stata per lui una fonte di riflessione.

“Ero così scioccato. Quella fu la prima volta che mi sono ritrovato faccia a faccia con ciò che viene fatto qui alle persone che presentano gli stessi sintomi che ho visto nel mio villaggio”.
Ciò che colpì il Dott. Somè fu che  l’attenzione ai sintomi era basata sulla patologia, sull’idea che quella condizione era qualcosa che doveva essere fermata.
Questa visione era in completa opposizione con il modo in cui la sua cultura considera questa situazione.

Mentre si guardava intorno nel reparto osservando i pazienti, alcuni in camicie di forza, altri tenuti in celle perchè sotto  farmaci, altri urlando, fece questa considerazione: “Così è questo il modo in cui i guaritori che stanno tentando di nascere vengono trattati in questa cultura. Che peccato! Che peccato che una persona finalmente allineata con la potenza dall’altro mondo venga così sprecata”.

Noi occidentali non siamo educati ad affrontare e riconoscere l’esistenza di fenomeni psichici, di un mondo spirituale. In effetti le abilità psichiche sono quasi denigrate.
Quando le energie del mondo spirituale emergono in una psiche occidentale, l’individuo è completamente incapace di integrarle o anche soltanto di  riconoscere cosa sta accadendo. Il risultato è tremendo: senza  il giusto contesto e assistenza nei rapporti con un altro livello di realtà la persona è considerata folle.

Il dosaggio pesante di  farmaci anti-psicotici aggrava poi il problema e impedisce l’integrazione delle due energie  che potrebbe portare allo sviluppo dell’anima e alla crescita dell’individuo che ha ricevuto queste energie.

Nel reparto di salute mentale il Dott.Somè vide molti esseri in giro fra i pazienti, “entità” che sono invisibili alla maggior parte delle persone ma che gli sciamani e sensitivi sono in grado di vedere. “Sono loro la causa della crisi in queste persone”, ha detto. Gli sembrò che questi esseri stessero cercando di eliminare  i farmaci e i loro effetti dai corpi delle persone con cui stavano cercando di fondersi, aumentando così  il dolore dei pazienti.

“Gli esseri agivano quasi come una sorta di escavatore nel campo energetico delle persone. 
Le persone  a cui stavano facendo tutto ciò urlavano e basta” ha detto. 
Non poteva più stare in quell’ambiente e dovette andar via.

Nella tradizione Dagara la comunità aiuta la persona a conciliare le energie di entrambi i mondi. La persona così è in grado di essere un ponte tra i mondi e aiutare gli altri  con le informazioni e le guarigioni di cui hanno bisogno.
La crisi spirituale si conclude con la nascita di un nuovo  guaritore.

Gli esseri che stavano aumentando la sofferenza dei pazienti  in ospedale stavano in effetti cercando di fondersi con loro per trasmettere dei messaggi dall’altro mondo. Le persone con cui avevano scelto di unirsi non ricevevano assistenza per imparare a essere un ponte tra i mondi e tentativi di unione degli esseri erano falliti.
Il risultato è stato il mantenimento del disordine iniziale dell’energia e l’aborto della nascita di un guaritore.

“La cultura occidentale ha sempre ignorato la nascita di un  guaritore”, afferma il dottor Somé. “Di conseguenza, ci sarà una tendenza dall’altro mondo a continuare a provare con quante più persone possibile, nel tentativo di attirare l’attenzione di qualcuno”. Gli spiriti sono attratti da persone i cui sensi non sono stati anestetizzati, “La sensibilità è praticamente letta come un invito a entrare”, osserva.
Coloro che sviluppano i cosiddetti disturbi mentali sono più sensibili ed ecco perchè le entità del mondo dello spirito li scelgono, nella cultura occidentale sono considerai semplicemente ipersensibili.
Le culture indigene non la vedono in questo modo e di conseguenza le persone effettivamente sensibili non si sentono troppo sensibili, sanno semplicemente che il loro compito è fare da ponte tra i due mondi.


Come trattano gli sciamani quella che in Occidente è chiamata Schizofrenia?
La  schizofrenia è caratterizzata da una speciale “ricettività a un flusso di immagini e informazioni che non possono essere controllate”, ha detto il dottor Somé. 
“Quando questa condizione si verifica in un momento che non viene scelto personalmente, e in particolare quando si tratta di immagini che fanno paura e non coerenti, la persona va in delirio”.
In questa situazione è necessario prima separare l’energia della persona dalle energie estranee, utilizzando la pratica sciamanica (nota come “sweep”) per cancellare la seconda  aura della persona. Con la pulizia del campo energetico la persona non viene investita da marea di informazioni e  non ha più ragione di essere spaventata e turbata, spiega il dottor Somé.

Dopodichè è possibile aiutare la persona ad allinearsi con l’energia dello spirito che sta cercando di venire dall’altro mondo passando attraverso la persona e far nascere il guaritore.  
E' il  blocco di questo passaggio in cui lo spirito sta cercando di emergere che crea problemi. “L’energia del guaritore è un’energia ad alta tensione”, osserva. 
“Quando è bloccato, brucia  la persona. E ‘come un corto circuito. Questo è il motivo per cui può essere davvero spaventoso e capisco perché questa cultura preferisce confinare queste persone”.

Ancora una volta, l’approccio sciamanico è quello di lavorare sull’allineamento delle energie, non c’è blocco e la persona può diventare il guaritore che è  destinato ad essere.
Bisogna sottolineare però che non tutti gli esseri spirituali che entrano nel campo energetico di una persona sono lì per promuovere la nascita di un guaritore. Ci sono anche energie negative pure, presenze indesiderate nell’aura. In questi casi l’approccio sciamanico è quello di rimuoverli dall’aura, piuttosto che lavorare per allineare le energie discordanti.

Alex: Pazzo negli Stati Uniti, Guaritore in Africa.
Per testare la sua convinzione che la visione sciamanica della malattia mentale vale anche per il  mondo occidentale, così come nelle culture indigene, il Dottor Somè  portò con sè un malato mentale al suo ritorno in Africa, nel suo villaggio. “Sono stato spinto dalla mia curiosità di scoprire se c’è verità nell’idea che la malattia mentale sia collegata all’allineamento con un essere proveniente da un altro mondo” ha detto  il Dott. Somé.
Alex aveva  18 anni, aveva avuto un crollo psicotico all’età di 14.  
Aveva allucinazioni, tendenze suicide e aveva attraversato cicli di depressione pericolosamente gravi. Era in un ospedale psichiatrico, sotto farmaci,  ma non stava guarendo. “I genitori avevano fatto di tutto, senza successo” ha detto  il Dott. Somé. “Non sapevano cos’altro fare”.

Con il loro permesso, il Dott. Somè portò Alex con se in  Africa. 
“Dopo otto mesi lì, Alex era diventato abbastanza normale. E’ stato in grado di aiutare i guaritori nelle guarigioni; stava seduto con loro tutto il giorno e li aiutava, li assisteva in quello che stavano facendo con i loro pazienti . . . Ha trascorso circa quattro anni nel mio villaggio”.
Alex era rimasto per scelta, non perché aveva bisogno di essere guarito. 
Si sentiva “molto più sicuro in Africa che in America”.
Per allineare la sua energia con quella dell’essere spirituale Alex ha attraversato un rituale sciamanico leggermente diverso da quello utilizzato con le persone della cultura Dagara. 
“Il risultato è stato simile, anche se il rito non era letteralmente lo stesso “, spiega il Dott. Somé. 
Il fatto che allineare l’energia abbia funzionato  per guarire Alex ha dimostrato al Dott. Somè che la connessione tra mondo spirituale e malattia mentale  è davvero universale.
Dopo il rituale, Alex ha iniziato a condividere i messaggi che lo spirito  aveva per questo mondo.
L’intera esperienza lo ha portato  ad  andare al college per studiare psicologia. Ha deciso di tornare  negli Stati Uniti dopo quattro anni perché “ha scoperto che tutte le cose che doveva fare erano state fatte avrebbe quindi potuto andare avanti con la sua vita”.

L’ultima volta che il Dott. Somé ha sentito Alex, il ragazzo stava frequentando la  scuola di specializzazione in psicologia ad Harvard. Nessuno pensava che sarebbe mai stato in grado di completare gli studi universitari, tanto meno ottenere un grado avanzato.

Un approccio sacro rituale alla malattia mentale
Uno dei doni che uno sciamano può portare al mondo occidentale è quello di aiutare le persone a riscoprire i rituali. “L’abbandono dei rituali può essere devastante. Dal punto di vista spirituale, il rituale è inevitabile e necessario se si vuole vivere” ha scritto il Dott. Somè in Ritual: Power,  Healing and Community. “Dire che il rituale è necessario nel mondo industrializzato è un eufemismo.  Abbiamo visto con la mia gente che è probabilmente impossibile vivere una vita sana senza di esso”.
Il Dott. Somè ha capito che i rituali usati nel suo villaggio non potevano essere semplicemente trasferiti in Occidente, così durante i suoi anni di lavoro sciamanico ha progettato rituali che soddisfano le esigenze molto diverse di questa cultura.
Una di queste esigenze è ad esempio che le persone capiscano che il loro disagio proviene dal fatto che sono “chiamati da esseri provenienti da un altro mondo a collaborare  nel lavoro di guarigione”. Il rituale permette loro di uscire dal disagio e accettare questa chiamata.
Un’altra necessità  riguarda l’iniziazione. Nelle culture indigene di tutto il mondo, i giovani sono iniziati all’età adulta quando raggiungono una certa età. 
La mancanza di tale iniziazione in Occidente è parte della crisi che le persone vivono.

Un altro rito che va molto bene per le persone che chiedono il suo aiuto è fare un falò e metterci dentro elementi che simboleggiano le questioni che si stanno accendendo nella persona. “Potrebbe essere  rabbia e frustrazione nei confronti di un antenato che ha lasciato un’eredità di omicidio e riduzione in schiavitù o qualsiasi altra cosa, cose  con cui il discendente deve convivere “, spiega lo sciamano. “Se queste cose vengono viste come ciò che sta bloccando la persona , lo scopo di vita e anche il punto di vista della persona sulla vita come qualcosa che può migliorare, allora ha senso cominciare a pensare in termini di come trasformare quel blocco in una strada che porti a qualcosa di più creativo e appagante”.
Fonte: The Natural Medicine Guide to Schizophrenia, pages 178-189

Si può credere o meno in un mondo degli spiriti o nel fatto che siamo fatti di energie ma ciò che è davvero interessante di questo articolo è il punto di vista alternativo che offre. Siamo abituati a pensare al disturbo mentale come ad una malattia da guarire, qualcosa che non funziona più nella persona e deve essere aggiustata con trattamenti, farmaci, ricoveri.
Questo sciamano invece ci offre tanti spunti su cui riflettere soprattutto in una società come quella occidentale in cui si tende a dare molto credito a ciò che dice la scienza a discapito di una visione più spirituale ed energetica.
Lungi da me affermare che la scienza stia sbagliando o non sia utile, semplicemente ritengo che adottare un punto di vista completamente materialistico sia riduttivo in un campo vasto e per molti versi ancora sconosciuto come il benessere.
Dal mio punto di vista che si parli di  sciamani, guaritori, psicologi, medici bisogna tener presente sempre il fine ultimo di una professione di guarigione: aiutare la persona a ritrovare il benessere  e le gioia, componenti che sono la base su cui costruire la vita, non un optional.

Fonte: psyta.net




Sono convinta che il dott Somè dica qualcosa che fa orrore alla nostra cultura ma che ha elementi di verità . Per la medicina Ayurvedica ( esisteva un Dvd feltrinelli al riguardo) la malattia mentale è un'esplosione improvvisa del 6 chakra, e viene trattata con un massaggio energico di tutto il corpo del colpito avvolto in panni come una mummia: sarebbe a dire che di colpo e' andato dall'altra parte del ponte e va ristabilita la connessione con il primo corpo (chakra). Tutto ciò è rubricato nel magico onnipotente, "da noi", e persino chi ha attraversato il ponte si trova in posizione anomala rispetto ai colleghi. Così è accaduto a Gabriel Slonina Ubaldini, medico e psichiatra ora defunto che si e' inoltrato su questa strada e che ricordo con grande affetto e ammirazione.




http://www.pianetablunews.it/?p=17024



venerdì 13 giugno 2014

Canetti - Socrate. “Ciò che più mi ripugna dei filosofi è il processo di evacuazione del loro pensiero. Quanto più frequentemente e abilmente usano i loro termini fondamentali, tanto meno rimane del mondo intorno a loro. Sono come barbari in un nobile e vasto palazzo pieno di opere meravigliose. Se ne stanno là, in maniche di camicia e gettano tutto dalla finestra, metodici e irremovibili: poltrone, quadri, piatti, animali, bambini finchè non rimane altro che stanza vuote. Talvolta, alla fine, vengono scaraventate fuori anche le porte e le finestre. Rimane la casa nuda e si immaginano che queste devastazioni abbiano portato un miglioramento”.








Pillole di filosofia: lo schizofrenico che faceva troppe domande

Atene, giugno 410 a.C.. E’ sera, ma il sole rimbalza sulle case bianche e sulle strade lastricate ancora roventi. In fondo ai gradini che state scendendo c’è un uomo, basso e tarchiato, bruttino, con il naso a patata e un odore non propriamente piacevole. Il suo aspetto è trasandato ma i suoi occhi brillano. Lo potreste definire un bizzarro barbone graziato da una qualche luce carismatica.
Quest’uomo pone domande, incessantemente, continuamente. Sembra una macchinetta inceppata che ripete sempre all’infinito “Che cos’è?”. I più lo squadrano infastiditi e lo scacciano come si fa con un insetto. Con un tafano, per la precisione. L’uomo che sta per diventare il padre del pensiero razionalista occidentale e il primo grande martire della filosofia è un attempato e strambo signore che passa il suo tempo ciondolando al mercato e facendo ai passanti domande imbarazzanti. Tutto qui.
Socrate (470 a.C./469 a.C. – 399 a.C.)
Socrate (470 a.C./469 a.C. – 399 a.C.)
Beh, più o meno. Prima di tutto c’è da dire che queste domande erano veramente acute e perfettamente, paradigmaticamente, filosofiche. Le domande di Socrate atomizzavano il pensiero. Analiticamente sminuzzava le frasi per ridurle in primitive particelle linguistiche e poter così, procedendo come un riduzionista ante litteram, smascherare le false verità. Non crearne di nuove, sia ben chiaro. Sin dai suoi albori la filosofia si mostra come la scienza che non può e non vuole sviscerare nuovi elementi dalla realtà ma come la disciplina preposta a sbugiardare in pubblica piazza, e spesso in modo poco cortese, le fallacie logiche, i pregiudizi dogmatici e le illusioni mendaci.
E’ questo suo lavoro puramente in negativo che la renderà spesso malvista, maltrattata e malmenata e che farà dire al poeta Bulgaro Canetti circa 2400 anni dopo “Ciò che più mi ripugna dei filosofi è il processo di evacuazione del loro pensiero. Quanto più frequentemente e abilmente usano i loro termini fondamentali, tanto meno rimane del mondo intorno a loro. Sono come barbari in un nobile e vasto palazzo pieno di opere meravigliose. Se ne stanno là, in maniche di camicia e gettano tutto dalla finestra, metodici e irremovibili: poltrone, quadri, piatti, animali, bambini finchè non rimane altro che stanza vuote. Talvolta, alla fine, vengono scaraventate fuori anche le porte e le finestre. Rimane la casa nuda e si immaginano che queste devastazioni abbiano portato un miglioramento”.
Vicoli ciechi, assurdi logici e autocontraddizioni. Finire nel vortice delle domande di Socrate doveva essere un’esperienza poco piacevole e decisamente sconfortante. Il filosofo sentiva che la sua vocazione era quella di svelare i limiti di tutto quelle che le persone davano per scontato e mettere in discussione le fondamenta stesse delle credenze su cui avevano basato la loro vita. Non si sarebbe fermato finché il malcapitato non avesse ammesso in realtà di non sapere un bel niente. Quest’idea di Socrate è più che opinabile, in molti hanno sostenuto che nell’ottica di una vita serena e felice abbiamo bisogno di una corazza di illusioni e di certezze più o meno auto costruite. Ma il filosofo era convinto che fosse molto meglio non sapere nulla piuttosto che continuare a credere di sapere qualcosa che in realtà si ignora. La vita, sosteneva, vale la pena di essere vissuta solo se si pensa a ciò che si sta facendo.
Oggi Socrate sarebbe stato probabilmente diagnosticato come schizofrenico, se non altro per la sua convinzione di convivere con un dàimon, un demone interiore che stimolava la sua ragione e lo dissuadeva dal prendere decisioni sbagliate. Ma anche ai suoi tempi non se la passava troppo bene e in molti lo ritenevano un vero e proprio problema di ordine pubblico. Testimoniando e predicando l’uso della ragione senza riserve, Socrate induceva le menti dei giovani ateniesi a mettere in dubbio lo stato politico attuale e soprattutto la religione tradizionale con tutto lo schema comportamentale e morale che essa implicava.
"Morte di Socrate" di Jacques-Louis David
“Morte di Socrate” di Jacques-Louis David
Nel 399 a.C., quando aveva ormai settant’anni, un cittadino di nome Mileto lo denunciò, accusandolo di empietà e corruzione dei giovani. Il primo filosofo morì come era vissuto. Coerentemente con la sua figura di personaggio scomodo, non tentò neanche di difendersi o di accattivarsi la giuria che doveva deliberare sulla sua condanna. Indorare e deformare i fatti era proprio dei sofisti, i retori persuasori bistrattatori della verità, non certo di Socrate che accettò di bere la cicuta e andò serenamente incontro alla morte.
A questo personaggio a dir poco pittoresco, che preferì morire piuttosto che smettere di pensare alla vera natura delle cose, dobbiamo moltissimo. Non ha debellato malattie, non ha inventato niente di direttamente utile, non ha scritto poesie meravigliose, eppure possiamo dire che ha fatto molto di più. Ha spronato gli uomini del suo tempo e tutti quelli che sono venuti dopo a conoscere a non fermarsi all’apparenza delle cose e a diffidare delle facili soluzioni. A non accettare questo labirinto intricato del mondo come un dato di fatto ma a avventurarcisi senza pregiudizi o illusioni, sempre accompagnati dall’uso spregiudicato della razionalità. In una parola, ci ha insegnato la Filosofia. Ed è da quella che, poi, scende tutto il resto.

lunedì 28 aprile 2014

Robert Walser. “Ma perché era stato rinchiuso? Era pazzo, Robert Walser? Giro la domanda a Fleur Jaeggy, anche lei svizzera e scrittrice, che ne I beati anni del castigo ha dato conto della rigida educazione impartitale in un collegio di Teufen, sempre nell' Appenzell, non lontano da Herisau. Su Walser con le seguenti parole «Ma no, non ho mai pensato che fosse un folle», dice Jaeggy. «Era un poeta, e semplicemente non sapeva dove andare. «Nell'accettazione di quel ricovero, per così tanti anni, c'è tutta la sua pazienza. E non dimentichiamo il problema economico: oggi gli scrittori sono abbastanza aiutati, ma lui non ebbe aiuti. Da questo punto di vista, per quanto dura, la vita a Herisau fu una buona soluzione. Se invece consideriamo la cosa sotto il profilo medico, la diagnosi che precede il suo internamento ha dell' incredibile, parla di "tipica, stuporosa catatonia"


Anche quella era forse una sua cattiva abitudine, di essere contento e persino felice quando poteva eseguire lavori manuali. Ma tendeva davvero mal volentieri la mente che è la parte migliore dell'uomo? Era forse nato per fare lo spaccalegna o il vetturino? Doveva vivere nelle foreste vergini o fare il marinaio sulle navi? Peccato che nei pressi di Barenswil non ci fossero case di tronchi da costruire!
No, non era privo d'intelligenza, è difficile che un uomo sano lo sia. Ma aveva una certa predilezione per il fisico. A scuola (se ne ricordava spesso) era stato un buon ginnasta. Gli piaceva fare lunghe marce, scalare montagne, lavare stoviglie. Le aveva lavate spesso da ragazzo mentre raccontava storie a sua madre. Il movimento delle braccia e delle gambe gli procurava sensazioni deliziose. Preferiva fare il bagno nell'acqua fredda anziché star a riflettere su cose sublimi. Sudava volentieri, la qual cosa poteva avere un significato profondo. Era forse nato per trasportare mattoni? Bisognava attaccarlo a qualche carro? Un Ercole non era di certo.
Purché volesse, lo spirito non gli mancava, ma fin troppo volentieri smetteva di pensare.
Robert Walser, L’assistente




Robert Walser, poeta e e scrittore svizzero, (1878/1956,) personaggio malinconico e inquietante, in cui traspare l'anima di un poeta visionario, verosimilmente nemmeno schizofrenico, come era stato diagnosticato e conseguentemente ricoverato per oltre vent'anni ad Herisau in casa di cura, in Svizzera, ma in realtà solo dotato, come tutti gli artisti di una sensibilità particolare come tale recettiva a cogliere la soffernza del mondo.Tra l'altro Walser era stato anche segnato da dolorose esperienze familiari, quali la morte della madre affeta da disturvbi mentali e di quella di un fratello suicida. In un bell'articolo di Repubblica , pubblicato il 21 novembra 2006 il giornalista si chiede “Ma perché era stato rinchiuso? Era pazzo, Robert Walser? Giro la domanda a Fleur Jaeggy, anche lei svizzera e scrittrice, che ne I beati anni del castigo ha dato conto della rigida educazione impartitale in un collegio di Teufen, sempre nell' Appenzell, non lontano da Herisau. Su Walser con le seguenti parole «Ma no, non ho mai pensato che fosse un folle», dice Jaeggy. «Era un poeta, e semplicemente non sapeva dove andare. «Nell'accettazione di quel ricovero, per così tanti anni, c'è tutta la sua pazienza. E non dimentichiamo il problema economico: oggi gli scrittori sono abbastanza aiutati, ma lui non ebbe aiuti. Da questo punto di vista, per quanto dura, la vita a Herisau fu una buona soluzione. Se invece consideriamo la cosa sotto il profilo medico, la diagnosi che precede il suo internamento ha dell' incredibile, parla di "tipica, stuporosa catatonia". E' vero che aveva tentato il suicidio, ma erano stati tentativi inermi. «Nulla di realmente pericoloso, insomma. Walser aveva la gaiezza dei disperati, che li porta a occultare la profondità e a tenere tutto in superficie. Per questo voleva sparire. Se penso che io ero lì vicino, in collegio, proprio nel 1956, e nessuno dei miei professori lo conosceva... In seguito, quando lavoravo al mio libro, ho voluto tornare nell' Appenzell, sui luoghi delle sue camminate. E sono andata anche al manicomio di Herisau, per domandare sue notizie. Ma un' infermiera mi ha allontanato, bruscamente».
Emerge in questa vicenda un vecchio interrogativo sui confini fra sanità e follia. Mi chiedo cosa si intende veramente allorquando si evocano queste due locuzioni in forma manichea, usate e dirette, verosimilmente per proteggersi dalla Sragione, quella parte oscura che cerca di non emergere se non attraverso le difese trans-personali dell’immaginario collettivo cui dà voce poi la Psichiatria e La legislazione?
Ma ritorniamo a Walser, egli adorava fare lunghe passeggiate attraverso le quali forse esorcizzava l'angoscia che lo attanagliava, ma anche quella “volontà di vivere” causa dell'eterno soffrire di schopenhauriana memoria, facendo anche 80 chilometri in dieci ore, una consuetudine che era fondamentale del suo modo di essere. Significativamente, così, nacque “La passeggiata, racconto breve la cui vicenda si svolge nella sua città natale Bienne ,in Svizzera, di cui riporto alcuni bellissimi brani di sapore veramente poetico «La terra si faceva sogno, io stesso ero divenuto interiorità e procedevo come dentro di essa. Quale meta migliore di ciò che ci accade senza essere cercato. Quale altra possibilità di giungere fino all'interiorità essendo "colui che veramente esiste solo l'uomo interiore" ….e poi “E così la florida vita, tutti i bei colori allegri, ogni gioia di vivere e umano significato, l'amicizia, la famiglia e la donna amata, l'aria dolce e piena di lieti, felici pensieri, le case paterne e materne, le care strade note, la luna e il sole alto e gli occhi e i cuori degli uomini, tutto un giorno dovrà scomparire e morire".....Ho raccolto i fiori solo per deporli sulla mia infelicità?" mi domandai, e il mazzolino mi cadde di mano. M'ero alzato per ritornare a casa: era già tardi, e tutto si era fatto buio.”




mercoledì 5 febbraio 2014

Wilfred Bion. Essere capiti significa essere salvati, essere presi, essere tenuti. Non venire capiti è dunque enormemente penoso. Una angoscia ancora maggiore viene però sperimentata quando si è nel dubbio: sarò capito? sarò visto? sarò preso? È meglio essere abbandonati che essere nel terribile tumulto dell'incertezza.



Bion era uno psicoanalista e psichiatra, ha portato un gran contributo, si è interrogato per tutta la vita sulla nascita, le trasformazioni e in generale la natura dei pensieri, e sul problema della comunicazione tra studios.
La prima esperienza di Bion coi gruppi è stata durante la seconda guerra mondiale quando gli fu affidata la direzione di un reparto di soldati ricoverati per disturbi mentali. Descrive il lavoro che fece con questi soldati in "Esperienze nei gruppi". [...] Lui sapeva reggere bene la situazione, voglio dire: tollerava la frustrazione di sentirsi disapprovato, messo da parte, ignorato in diversi momenti dalla maggioranza dei membri del gruppo o anche da tutti. E ha smesso di occuparsi di gruppi, partendo però da ciò che aveva scoperto proprio lì per passare allo studio degli stati primitivi della mente come si manifestano nelle psicosi, individuando cioè uno stretto legame tra gruppi e psicosi. [...] A chi vuole iniziare a studiare come si muove l'inconscio nei gruppi e non sa da dove cominciare consiglio questi due testi di psicoanalisi:
Wilfred Bion, Esperienze nei gruppi, 1961, ed.it. 1971 Armando.
Claudio Neri, Gruppo, 1995 Borla.


[…] come il mangiare, il bere o il respirare inadeguatamente comportano nefaste conseguenze per la vita, così il non fare esperienza emotiva produce disastrosi effetti sullo sviluppo della personalità; in tali effetti vanno compresi quei profondi deterioramenti psicotici che possono essere descritti soltanto definendoli morte della personalità.
Wilfred Bion, "Attenzione e interpretazione", 1962, trad. it 1972, p. 83


"Il nesso di causa ha un'evidente validità solo nell'ambito dei fenomeni strettamente legati al tempo e allo spazio. (( ... )) La scoperta di una "causa" è più connessa con la tranquillità del ricercatore che con l'oggetto della ricerca."
Wilfred Bion (1897-1979), Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, Londra 1967, ed.it. 1970 Armando, pagg.247-248.


Essere capiti significa essere salvati, essere presi, essere tenuti.
Non venire capiti è dunque enormemente penoso.
Una angoscia ancora maggiore viene però sperimentata quando si è nel dubbio:
sarò capito? sarò visto? sarò preso?
È meglio essere abbandonati che essere nel terribile tumulto dell'incertezza. 
Wilfred Bion


La psicoanalisi è un processo che allarga il campo che esplora.
Wilfred Bion - esergo in Eugenio Gaburri, Emozione e interpretazione, 1997 Bollati Boringhieri, Introduzione pag. 9


"In metodologia analitica il criterio non consiste nello stabilire se un uso è giusto o sbagliato, se ha un significato o se è verificabile, ma nel determinare se esso sia in grado o meno di promuovere un avanzamento,"
"Secondo me tutto il pensare deve essere vagliato alla luce dell'esperienza psicoanalitica."
Wilfred Bion (1897-1979), Apprendere dall'esperienza, 1962, ed.it. Armando 1972, pag.13.


La memoria e il desiderio sono "illuminazioni" che distruggono il valore della capacità osservativa dell'analista, proprio come un'infiltrazione di luce in una camera oscura può distruggere il valore della pellicola che vi viene sviluppata.
Wilfred Bion (1897-1979), Attenzione e interpretazione, 1970, ed.it. 1973 Armando, pag.94.


In ogni studio di analista dovrebbero esserci due persone piuttosto spaventate: il paziente e lo psicoanalista. Se non sono spaventati, c'è da domandarsi perché si prendono il disturbo di scoprire quello che tutti sanno.
Wilfred Bion, Intervista, 1976, pubblicata in: Bion, Il cambiamento catastrofico 1976, ed.it. Loescher 1981 pag.353.


"Lo studio prolungato di un gruppo mostra però che, anche se non è necessario mettere in dubbio la capacità dei singoli membri di svolgere seriamente un lavoro, il gruppo, in quanto tale, si oppone totalmente all'idea di trovarsi riunito per compiere un lavoro; in effetti, reagisce come se venisse infranto qualche principio fondamentale nel caso che si dovesse lavorare."
Wilfred Bion (India 1897- Oxford 1979), Esperienze nei gruppi, 1961, ed.it. 1971 Armando, pag. 92.


Tutti i gruppi stimolano e allo stesso tempo frustrano le persone che li compongono; e questo perché il singolo da un lato è spinto a cercare di soddisfare le proprie necessità nel suo gruppo, dall'altro ne è allo stesso tempo ostacolato dalle ansie primitive risvegliate dal gruppo stesso.
Wilfred Bion (India 1897- Oxford 1979), Esperienze nei gruppi, 1961, ed.it. 1971 Armando, pag.198.


Siamo quindi arrivati a questo punto: il gruppo si trova impegnato nel sostenere, nel placare, nel calmare, nel blandire, nell'adulare e nel sottomettersi al suo membro più malato che è diventato adesso il capo (( ... ))
Wilfred Bion (India 1897- Oxford 1979), Esperienze nei gruppi, 1961, ed.it. 1971 Armando, pag.127.



"Nell'associazione parassitaria perfino l'amichevolezza è mortale. Un esempio facilmente riconoscibile di ciò è dato dal gruppo che promuova l'individuo ad una posizione nell'istituzione deviando in questo modo le energie dell'individuo stesso dal ruolo creativo-distruttivo e assorbendole in funzioni amministrative. A tale individuo potrebbe addirsi l'epitaffio: "Fu coperto di onori ed affondò senza lasciare traccia".
Wilfred Bion (1897-1979), Attenzione e interpretazione, 1970, ed.it. 1973 Armando, pag.107.



E "requiescat" nella sua pace perversa [...]; in fondo, il parassita si gode qualcosa a scapito di altri e ciò, a mio avviso, potrebbe anche essere una forma di aggressività ben mascherata perchè sottintende la negazione dei bisogni/desideri dell'altro. Bisognerebbe rifletterci. Di pancia, considero con un certo sospetto chi è dentro una situazione di mantenimento, senza fare nulla per uscirne





Sì, e in questo caso Bion parla di relazione parassitaria, dove cioè la responsabilità è di tutti e due.


Daniela Gariglio 

sì è una specie, allora, di sado-masochismo, non lo volevo dire per non appesantire ma dove c'è un parassita c'è sempre necessariamente un altro a cui sta bene (il masochista, cioè, gode anche lui!)



In effetti la relazione parassitaria richiama il sadomasochismo, forse una differenza è questa: il concetto di sadomasochismo è più pertinente al contesto individuale o meglio duale, mentre il concetto di relazione parassitaria pertiene sia alla relazione tra due persone sia alla relazione tra una persona (Bion parla di mistico nel brano citato) e il gruppo, sia alla relazione tra due gruppi.



Daniela Gariglio 

Per buona pace di tutti (mi auguro) si può parlare di "situazione sadomasochistica"; la nozione di "situazione"(che ho tratto dal mio ultimo Formatore), mi è molto utile nel lavoro analitico perchè, implicando l'attenzione a tutte le variabili coinvolte nelle relazioni duali o di gruppo, fa vedere chiaramente come, ad esempio, sia la situazione che tende a ripetersi, all'entrata in gioco anche di una sola di queste variabili.




Vuol dire che senza fantasie e senza sogni lei non ha strumenti per pensare e per risolvere i suoi problemi.
Wilfred R. Bion. Note sulla teoria della schizofrenia




"((Secondo Bion)) l'esistenza di "pensieri" non è una condizione sufficiente per fare di un individuo un "pensatore": occorre infatti che questi possieda anche UN APPARATO PER "TRATTARE" I PENSIERI, i quali "se pensati, conducono alla salute mentale, se non pensati danno inizio al disturbo"."
Serena Bertolone, Antonello Correale, Giuseppe De Spuches, Paola Fadda, L'identificazione proiettiva nella revisione bioniana, in: Claudio Neri, Antonello Correale, Paola Fadda, Letture bioniane, 1987, pag.35.





Che nesso c'è tra depressione e schizofrenia? 
Io pensavo che fossero due patologie differenti.


Gianluca Lubrano: 
Marco Paolino Secondo le mie esperienze la schizofrenia è prodotta da uno stato depressivo acuto. Però alcuni ritengono che la depressione non sia sintomatica della schizofrenia. Per cui con questi presupposti ipotizzo che per schizofrenia si intenda una patologia variegata misurabile temporalmente nella sua gravità (sporadica, episodica, cronica), Quando sporadica può trovare causa nello stress, se episodica da abuso di farmaci, se cronica da fattori complessi da valutare. Comunque secondo me la depressione è alla base di questa fenomenologia (schizofrenica, sono alla ricerca di casi di schizofrenici non depressi). 

Maria Grazia Monaco: 
E' un argomento che mi tocca profondamente in quanto una mia nipote a cui sono molto affezionata è schizofrenica. La malattia, forse latente, si è scatenata in seguito all'assunzione di majurana e acidi. Valentina una ragazza bellissima, sensibile, intelligente a 19 anni torna da Londra, dove avrebbe dovuto studiare, in uno stato confusionale e delirante. Da allora, adesso ha 36 anni, non è più guarita, nonostante i genitori la abbiano portata dai migliori specialisti e strutture. Il suo stato è borderline. Alterna periodi di miglioramento ad altri in cui sta molto male e deve assumere sempre farmaci che la intontiscono. Percepisce la realtà a modo suo, ovvero in modo distorto a causa di sintomi quali allucinazioni, ad esempio: sente voci che provengono dal suo interno che nessun altro sente o crede che gli altri stiano tramando contro di lei. Poiché vive in una realtà distorta, si sente spaventata, ansiosa, confusa e tende ad isolarsi. Il suo esprimersi ed il comportamento a volte sono così disorganizzati da essere incomprensibili. Altre volte invece ragiona perfettamente, è normale è tenerissima. Altre volte sembra distante, assente e mentre parla rimane immobile, si blocca con lo sguardo perso nel nulla, sintomo tipico della malattia. Altre volte, si sente onnipotente, si muove continuamente, perennemente impegnata alla ricerca di qualche attività, che poi cambia sempre ...un periodo si è dedicata a dipingere ceramiche, i suoi lavori erano stupendi, ma poi si è stufata e ora disegna modelli di abiti e sogna di diventare una stilista. Vorrebbe aprire un atelier, ma chi si può fidare di lei? Vorrebbe andare via da casa, ma dove? E poi a che fare è incapace di organizzarsi in un'attività stabile, non ha la concezione del valore del denaro. Valentina ha tanto bisogno di amore, ma ne riceve poco. Ha avuto storie con ragazzi che hanno solo approfittato di lei e del suo grande bisogno di affetto e di sesso. I familiari dopo anni sono stanchi e il padre sopratutto, con cui ha sempre avuto un pessimo rapporto, dimostra chiaramente di non sopportarla e non ha mai voluto partecipare alle terapie; in questi casi il terapeuta infatti richiede la presenza dei genitori. Mi si stringe il cuore a vedere la sua bellezza sfiorire, la sua solitudine, il suo dolore. Trascorre giorni interi senza fare niente ed addirittura occupandosi poco dell'igiene della propria persona. Questi problemi correlati all'incapacità di esprimere le emozioni o la propria motivazione, sono estremamente problematici per i familiari ed amici, rappresentano i sintomi della schizofrenia e non devono essere considerati difetti del carattere o debolezze personali.
Purtroppo vive a Roma ed io la posso vedere raramente, anche se passa alcuni periodi a casa mia. Colgo l'occasione per chiedere consigli e aiuto. Ecco per esempio avrebbe bisogno di amici della sua età con cui uscire come tutte le ragazze fanno, o di qualcuno con cui condividere una casa o con cui fare un viaggio. Avrebbe bisogno di motivazioni, stimoli per riacquistare la gioia di vivere. So che chiedo troppo, ma chissà.....!




Cara Maria Grazia, scusa te ti faccio una domanda, ma lo faccio solo perché tu hai condiviso un problema così doloroso, Valentina viene curata solo con psicofarmaci, o si avvale anche di un approccio psicoterapeutico, che ritengo potrebbe essere importante con la persona giusta, ovviamente, che potrebbe triangolare anche il conflitto familiare, non mi pare vista l'età che sia necessario tirare dentro un padre rifiutante..anzi ?.

Maria Grazia Monaco
Si certamente è anche in terapia, ma tutti sono concordi che in questi casi i familiari devono partecipare, altrimente la psicoanalisi da sola non aiuta.




Segue un approccio psicanalitico allora, ma da quanto tempo e con quali risultati?

Maria Grazia Monaco 
Ha cambiato tanti analisti perchè vorrebbe che le togliessero i farmaci e le consentissero di fare quello che vuole, cosa che evidentemente nessuno può consentirle. I risultati nulli.

Marco Paolino 
Ricordo di aver letto che le cosiddette diagnosi di schizofrenia, per lungo tempo furono la "pattumiera" dove si gettava "indifferenziatamente" tutto ciò che nella psichiatria non veniva compreso.

Carmela Prenestini 
Molte volte,i familiari espressione dei pregiudizi (non liberi perciò giudicanti) delegano allo psichiatra (organicista) la cura della salute dei propri cari. La domanda nonchè la richiesta dei familiari inconsapevolmente allo psichiatra di turno è la sedazione della sessualità e del carattere (farmaci).

Antonino Tamigi 
"Vuol dire che senza fantasie e senza sogni lei non ha strumenti per pensare e per risolvere i suoi problemi." 
W.R.B. Bion ha lavorato con le psicosi.. 
In questa frase è racchiuso tutto o gran parte del suo pensiero. 
Per Bion lo psicotico non è in grado di -sognare-. 
Per sognare l'apparato per pensare abbisogna della -barriera alfa- (membrana permeabile che consente il passaggio tra conscio e inconscio).. ovvero gli elementi beta primordiali, il sensoriale corporeo, primitivo (elementi beta) non sono stati trasformati in elementi alfa (capacità di pensare, capacità di sognare, reverie). Questa trasformazione avviene grazie alla capacità di reverie dell'analista (o della madre per il bambino).. Il quale metabolizza e restituisce gli elementi beta trasformati in elementi alfa (capacità di pensare) al paziente (o al bimbo la madre).. questo processo è fondamentale affinchè si costituisca un -apparato per pensare pensieri-. La capacità di reverie dell'analista (o della madre) viene, man mano che viene esercitata, introiettata dal paziente (o dal bimbo dalla madre).. così che lo stesso formi il proprio apparato per pensare pensieri e dare un -contenitore- ( psichico) al -contenuto- delle emozioni che lo assalgono all'inizio.

Alberto Alby Longhi 
Mi colpisce la domanda di Marco Paolino sul nesso tra schizofrenia e depressione. 
Non ci avevo mai pensato. Posso dire quello che so. In psichiatria, le due patologie sono marcatamente differenziate e non viene evidenziato un nesso. La schizofrenia é un...Altro...

Antonino Tamigi 
la schizofrenia fa parte delle psicosi proprio perchè in essa è presente una mancanza di contatto con la realtà come hai detto tu 

Gilberto Fornasari 
antonino, mi vien di pensare che lo psicotico non sogna perchè la sua attività mentale è già di per sè stessa sogno. Noi" normali" avvertiamo il trapasso verso la coscienza; mi pare sia il concetto di bion da te espresso detto in modo più diretto.




"Bion nasce a Muttra in India nel 1897, da famiglia di ceppo ugonotto, e lì vive fino agli otto anni, quando viene "spedito" in Inghilterra, dove per lo più vivrà, a lungo, e dove morirà nel 1979. Se da una parte la vita gli offre l'opportunità di affondare le sue radici nel pensiero orientale (conosceva anche il cinese, come del resto l'ebraico, il greco e il latino), dall'altra gli verrà impartita la formazione tipica dell'Inghilterra aristocratica edoardiana. È probabile che il suo lato indiano, più che il suo sotterraneo taoismo, abbia favorito quello che è stato definito il suo misticismo. Ma il "mistico" per lui è il "genio", che, come caratteristica di fondo, ha quella di portare l'apertura dei nuovi orizzonti, e allo stesso tempo la distruzione. Amava Meister Eckart ed era un lettore attento dei testi indiani come il Bhagavadgità; era affascinato dal paradosso (l'analista deve curare "senza memoria e senza desiderio" è il più famoso dei tanti); d'altro canto fu attratto dalla possibilità di abbozzare una teoria della mente. Progetto al limite del temerario che, secondo alcuni sofisticati studiosi, gli è riuscito.

La sua - è stato scritto - è la storia di un giocatore di rugby, di un matematico, d'un pittore, d'un filosofo, di uno studioso dei classici amante della poesia (in particolare T.S. Eliot), che fu anche fisico e psicoanalista. Forse non proprio tutto questo, ma comunque abbastanza per riempire due vite. Oltre a ciò, fu un militare. Ufficiale del Royal Tank Regiment sul fronte occidentale durante la prima guerra mondiale, combatté la battaglia di Cambrai, la prima dove furono impiegati mezzi corazzati contro i tedeschi. Si distinse qui e in altri scontri, fino a ricevere l'onorificenza D.S.O. da Giorgio V. L'accettò, mentre suo padre, un ingegnere civile che fu anche segretario del Congresso indiano, rifiutò il titolo di "sir". Cessata la guerra, che lasciò in lui il senso concreto dell'orrore, Wifred riprese gli studi a Oxford.

Ai numerosi volumi di psicoanalisi (quasi tutti tradotti in italiano, sia pure presso editori diversi), Bion - che amava scrivere almeno quanto dipingere - ci ha lasciato diversi scritti eterodossi, tra cui Memoria del futuro. Il sogno (Cortina, 1993), che lui stesso definì una "narrazione fantastica della psicoanalisi" e la sua autobiografia, che si snoda in un volume e... mezzo (pubblicati da Astrolabio). La prima parte, La lunga attesa. Autobiografia 1897-1919, (in inglese The long Week-End) è un libro uscito nel 1986 ma sempre richiesto, che racconta gli accadimenti di una esistenza non certo banale con un piglio e uno humor dalla presa straordinaria. La seconda parte dell'autobiografia appare ora nel primo "mezzo" libro, mentre il secondo "mezzo" produce una serie di lettere ai famigliari. Lo stile è lo stesso, pieno di fascino e di incognite.

Il titolo della prima parte era difficile da tradurre: All my sins remembered, ma Duccio Valori l'ha "tradito" con un bellissimo A ricordo di tutti i miei peccati. Il titolo della seconda parte, L'altra faccia del genio, riproduce in chiave autoironica l'interrogativo che più volte Bion ha sollevato attraverso quello che è stato il mito che probabilmente lui stesso ha aiutato a creare intorno a sé".

http://www.ibs.it/code/9788834013724/bion-wilfred-r-/ricordo-tutti-miei.html



Autobiografia 1897-1919
La narrazione delle memorie, nell'autobiografìa di Bion, si pone come il punto di intersezione di due correnti di verità: quella che proviene dai fatti, la verità storica, e quella che proviene dalla psicologia, la verità psicoanalitica. Esse, parlando solo per bocca della narrazione, lampeggiano, ora l'uria, ora l'altra, ora entrambe insieme, al di sotto del testo, che diventa cosi un esemplare unico di romanzo scientifico e di scienza romanzata.
Wilfred Bion, La lunga attesa


"Trascorse l'infanzia in India e di quel tempo sentì sempre la nostalgia, come scrive in "La Lunga Attesa" (The Long Weekend, un'autobiografia dei primi vent'anni; all'età di otto anni fu trasferito in Inghilterra per entrare in college".
http://it.wikipedia.org/wiki/Wilfred_Bion


Descrizione di La Lunga Attesa - Libro
Bion non è stato solo uno degli psicoanalisti più creativi di ogni generazione (Freud compreso).
È una persona in cui la concezione, anzi lo spirito della psicoanalisi è stato fecondato (evento quanto mai raro) da interrogativi più radicali e più vasti che, in mancanza di meglio, usualmente vengono chiamati filosofici: cosa è la percezione? Cosa è il pensiero? Cosa è l'esperienza? Cosa è la mente?





Mi ha colpita soprattutto il passo in cui racconta come un giorno, mentre era in vacanza mi pare a casa di un compagno di collegio, tutti e due si buttarono dalla finestra con l'idea di volare. Bion si ruppe un braccio, se ricordo bene.






L'ULTIMO BION A CONFRONTO CON L'ULTIMO FREUD SULLE ANTINOMIE FONDANTI L'ESISTENZA UMANA (nostre "cogitations")
DINO RICCIO
MARIELLA ALBERGAMO
IDA DI MAJO
PAOLO FARINARO
SUSANNA MESSECA
BRUNA TRAMONTANA

"Non vedo alcuna ragione per cui la specie umana debba sopravvivere: .... la nostra intelligenza scimmiesca potrà essere così brava ad inventare dei trucchi da poter inventare una bomba atomica, se non qualcosa di ancora migliore. Con ciò si risolverebbe il problema molto prima di avere la saggezza di sapere come adoperare la nostra capacità per la fissione nucleare".

Abbiamo scelto questa citazione come "esergo" perché ci sembra rendere appieno il senso di pericolo che Bion avvertiva per un uso sofisticato dell'intelligenza al servizio della distruttività.
Da circa dieci anni facciamo parte di un gruppo di lavoro tra psicoanalisti denominato "Gruppo Libero Memoria del Futuro" per sottolineare sia il testo bioniano da cui prendiamo sempre l'avvio sia l'assoluta libertà di approccio, di collegamenti, e di "espansione".
Abbiamo letto quest'opera "coralmente", affascinati dalla fantasiosa originalità ed insieme sconcertati da passaggi oscuri che tentavamo, attraverso le nostre libere associazioni, di rendere in qualche maniera fruibili.
E' suggestivo ricordare che il metodo delle libere associazioni, da noi ampiamente utilizzato sia negli incontri del nostro gruppo che nella stesura del presente lavoro, venne ispirato a Freud dalla pratica ebraica della "Melitzah" per la lettura della Bibbia, consistente nell'apertura a caso del libro sacro. Abbiamo pensato ad una sorta di espansione della Melitzah alla base della tecnica narrativa della trilogia, dove Bion si spinge fino ad assumere quella forma comunicativa originale e diretta che ha un effetto di rottura della stessa discorsività logica, lasciando inappagato il nostro desiderio di fluidità e distinzione, per i continui dirottamenti che il suo stile impone al nostro pensiero e per le suggestioni imponderabili a cui lo trascina.

Questo lavoro è stato scritto a più mani, per conservare la pluralità delle voci; ciò può pertanto provocare talvolta un senso di discontinuità dovuto ad improvvisi cambiamenti di stile.

Tra gli elementi costantemente emergenti nei nostri incontri ci ha particolarmente colpito l'insistenza dell'ultimo Bion sulle antinomie fondanti l'esistenza umana: individuo-gruppo, vita-morte, pace-guerra, speranza-disperazione, fede-catastrofe, sopravvivenza-olocausto.
Abbiamo pensato quindi di portare un contributo a questo convegno su tale tema, provando - per quanto possibile - a confrontare l'ultimo Bion con l'ultimo Freud, due titani del pensiero umano, al termine della loro vita terrena.

Cominciamo con l'osservare che le due guerre mondiali che hanno funestato e sconvolto la prima metà di questo secolo hanno profondamente influito sul pensiero e sul destino di entrambi. Freud, che aveva inizialmente quasi esultato per l'entrata in guerra degli Imperi Centrali nel 1914, ben presto si rese conto dell'immane tragedia che insanguinava l'Europa. Non a caso già nel 1915 scrisse "Considerazioni sulla guerra e sulla morte", per poi, nel 1920, sistematizzare il viraggio del suo pensiero in "Al di là del principio del piacere", dove compare la sconvolgente scoperta di Thanatos.. Dodici anni più tardi, mentre Hitler prendeva il potere in Germania, avvenne il famoso scambio di lettere tra Einstein e Freud, in cui quest'ultimo, pur argomentando con la consueta lucidità, e pur fornendo qualche elemento di speranza, appare peraltro permeato da un incombente senso di sfiducia. Accenna infatti alla possibilità che guerre future provochino lo sterminio di entrambi i contendenti, e suggerisce che il processo di incivilimento potrebbe condurre all'estinzione del genere umano, per quella mistura tra disagio e orgogliosa onnipotenza che può risultare distruttiva laddove non prevalga l'etica della responsabilità.

Nell'Opera Omnia edita da Boringhieri è riportato come ultimo scritto di Freud una sua lettera, incredibilmente breve, dal titolo "Antisemitismo in Inghilterra", inviata al direttore della rivista "Time and Tide", in cui cita un vecchio proverbio francese:

Le bruit est pour le fat Il rumore è per il fatuo,
la plainte est pour le sôt la pena è per lo sciocco
l'honnête homme trompé il gentiluomo tradito
s'en va et ne dit mot se ne va senza dir parola

E' suggestivo pensare che il vecchio Freud in esilio a Londra possa essersi soffermato a considerare l'inquietante senso profetico implicito nel nome della rivista cui stava scrivendo "Time and Tide" (il tempo e la marea), proprio mentre la marea del tempo e il cancro alla mascella stavano per travolgerlo.

Nicola Perrotti parlava spesso, nelle sue lezioni, di quello che chiamava il "robusto pessimismo" di Freud, dapprima sotterraneo, e poi più evidente alla fine della sua giornata terrena.
Non ci sembra però di poter concordare pienamente con tale osservazione. Se c'è un "filo rosso" di pessimismo, possiamo anche intravedere, intrecciato, una sorta di "filo verde" di speranza. Per esempio, nell'opera tradizionalmente considerata la più pessimistica, "Il disagio nella civiltà", va considerato il mutamento del titolo (da "Infelicità" a "Disagio") e l'ariosa e poetica conclusione. "E ora c'è da aspettarsi che l'altra delle due potenze celesti, l'Eros eterno, farà uno sforzo per affermarsi nella lotta con il suo avversario parimenti immortale". Così finiva il libro, ma nel 1931, quando gli eventi politici andavano prendendo una piega minacciosa, Freud aggiunse un interrogativo che lascia l'antinomia pienamente insatura; "Chi può prevedere se avrà successo o quale sarà l'esito?" Ci sembra che il cambiamento del titolo e l'aggiunta dell'ultima frase, nettamente interrogativa, siano espressione di una vitale pendolarità insatura tra i termini dell'antinomia.

Nato oltre quarant'anni dopo Freud, Wilfred Bion, anche per motivi generazionali, si trovò immerso personalmente nel fango e nella follia distruttiva della Ia guerra mondiale, e lo scoppio del carro armato che dilaniò e uccise i suoi soldati costituì forse il potente "segno" iniziale del suo destino di uomo e di futuro psicoanalista innovatore.
A differenza di Freud, dunque, Bion s'interroga sulla guerra dall'interno della sua personale esperienza e al tempo stesso si chiede in che modo la mente fa esperienza.

Il lavoro con i gruppi iniziato a Northfield pose Bion di fronte all'antinomia, ma anche alla continuità individuo-gruppo.
La domanda che Freud si poneva circa la vittoria di Eros o di Tanathos sembra riformulata da Bion più o meno in questi termini: "Saprà l'individuo riconoscere che non esiste più la salvezza individuale, se non in relazione alla salvezza dell'intera umanità?"

Abbiamo riletto "Seminari italiani", "La lunga attesa" e soprattutto "Memoria del futuro", con particolare attenzione all'ultimo libro della trilogia "The dawn of oblivion".

I "Seminari italiani" del luglio '77, a cui i meno giovani tra noi hanno avuto l'eccezionale privilegio di assistere e partecipare, ebbero luogo a Roma quando il "vecchio saggio" Wilfred, alto e diritto come un quercia, aveva già varcato la soglia degli ottanta anni, e forse avvertiva oscuramente dentro di sé l'imminenza della propria morte che si sarebbe verificata circa due anni dopo. Ci sembra quasi un "evento sincronico" il fatto che il presente Convegno si situi esattamente vent'anni dopo!
Nella registrazione scritta di questi seminari, che ovviamente non potrà mai rendere la vivacità, la creatività, e l'emozionalità dell'atmosfera che si attivava, sono molto presenti e strettamente collegate le antinomie vita-morte e pace-guerra.

Per es.: " ..... questa 'morte annunciata' del paziente non mi interessa di più che la sua nascita. Quel pezzettino piccolo fra nascita e morte, quello sì mi interessa. Si dice che questo particolare paziente stia morendo. Ancora una volta questo non mi interessa. Noi tutti stiamo morendo, dal momento che in effetti stiamo vivendo. Ma mi interessa se la vita e lo spazio che ci restano sono tali che valga la pena di viverli oppure no."

Ed ancora "Finora l'animale umano è stato abbastanza bravo nel distruggere i propri rivali; ogni tanto, però, non ha tanto successo: nel 1918, nel breve volgere di poche settimane questi oggetti minuscoli - i virus - uccisero più esseri umani di quanti non fosse riuscita a uccidere la guerra in quattro anni. Così la nostra capacità suicida di autodistruzione non ha quasi bisogno di essere aumentata; ci sono innumerevoli forze che aspettano di compiere questo lavoro e di mettere fine a quelle capacità creative che abbiamo."

Soffermandoci su questo inquietante atto definitorio - la nostra capacità suicida di autodistruzione - vorremmo sottolineare l'importanza della cecità, dell'inerzia, dell'incapacità di inventare modelli nuovi, della noncuranza di eventi storici trascorsi, della miopia individuale e collettiva nell'attivare processi distruttivi irreversibili che si autonomizzano accelerando l'autodistruttività. Un esempio su tutti: la "morte annunciata" della foresta Amazzonica, grande polmone verde dell'intera umanità.

Nel romanzo "La lunga attesa" ci ha colpito, nella prima parte, l'episodio della ferita al pollice del piccolo Wilfred, mentre giocava con un fucile ad aria compressa.
"Perché il cuore mi batte così, dentro il pollice?"
"La cicatrice sul pollice è ancora ben visibile, e sono passati settant'anni".
Questo episodio ci sembra emblematico della separazione, bruscamente e violentemente lacerante, del bimbo Wilfred dalla "grande madre" India, e il suo pianto disperato, immediatamente accolto dalla sollecitudine dei genitori, può considerarsi come premessa antica allo stabilirsi dell'antinomia fra speranza e disperazione. Bion conservò sempre l'attaccamento alla sua terra d'origine, da cui era stato violentemente "espiantato" all'età di otto anni e coltivò sempre la speranza di tornare in India; questo desiderio era allo stesso tempo struggente e minaccioso, e proprio quando stava per realizzarsi sopraggiunse la morte, che lo colse ad Oxford, due mesi prima della progettata partenza per Bombay.

Come non ricordare analoghi "luoghi mentali" nella vita di Freud: Roma ed Atene?
Osserviamo allora quanto sia complesso lo sforzo di mantenere la compresenza di culture diverse, di livelli embricati di realtà psichica soggettiva ed oggettiva, presente e passata, cui comunque si appartiene.
La cicatrice sul pollice, ben visibile anche dopo settant'anni, ci fa pensare, espandendo il discorso sul filo delle libere associazioni, a quante cicatrici siano ancora presenti nei "pollici" dell'umanità, pronte a riaprirsi e virulentarsi, per esempio nei terribili conflitti etnici dell'epoca contemporanea, ma anche pronte ad una funzione vitale sul filo del ricordo. Non a caso Freud nel "Mosè" aveva usato la metafora della cicatrice per sottolinearne il valore positivo quale traccia che rende visibile il luogo della rottura e che mantiene aperta la mobilità psichica. Riprendendo questa metafora, Adorno parla del carattere come di un sistema di cicatrici integrate dalla sofferenza.

Sempre ne "La lunga attesa" Bion introduce alla fine un interrogativo, esattamente come aveva fatto Freud per la già citata frase finale de "Il disagio nella civiltà". Per Bion l'interrogativo è il seguente "Che può fare un poeta contro la fissione nucleare?".
Vediamo cioè ancora una volta la capacità ed il coraggio di tollerare l'enorme squilibrio di forze tra la fragilità del pensiero poetico - piccolo animale immaturo - e l'immensità delle potenze distruttive che lo minacciano.

Proviamo ora a parlare di "Memoria del futuro", la più controversa e la meno compresa delle sue opere che Bion nel Prologo afferma essere, con atto definitorio, una "narrazione fantastica della psicoanalisi", e che a noi oggi appare, confusamente, quasi come la confluenza di tutte le correnti di pensiero che hanno traversato Bion nella sua lunga vita, adombrando il possibile sviluppo di una nuova sintesi sorgiva, alla luce della invidiabile saggezza raggiunta.
Il titolo originale ci appare volutamente ambiguo "A memoir of the Future". In realtà "memoir" non significa "memoria" , eppure certamente evoca il concetto di "memoria". Memoir, in inglese, è una parola non molto comune, per di più usata raramente al singolare che può pronunziarsi sia "mem'war" che "mem wôr", e cioè sia alla francese che all'inglese. Viene subito in mente la lontana ascendenza di W.B. dagli Ugonotti francesi della Dordogne, di cui andava talmente fiero da chiamarsi a volte, per scherzo, Bion (pronunziato alla francese!), a sottolineare ancora una volta la sua appartenenza multiculturale.
Dal confronto tra vari dizionari emerge che il termine Memoir al plurale significa "narrazione a partire da esperienze e memorie personali", mentre al singolare, come qui appare, significa più generalmente "una biografia scritta senza speciale considerazione per la completezza". In italiano, molto opportunamente, il titolo è stato tradotto come "Memoria del futuro", a sottolineare sia l'ambiguità semantica che la potenza evocativa. Inoltre se colleghiamo la prima parola del titolo della trilogia con l'ultima parola del titolo del terzo volume della trilogia stessa, ne risulta la perfetta antinomia "Memoria - Oblio".
Tale dialettica tra memoria ed oblio è anche uno dei fili conduttori più significativi della comprensione della forma della storia nel pensiero freudiano. Nel "Mosè e il monoteismo", sua ultima grande opera, il fenomeno del tempo che ripete il suo passato spiega il carattere coattivo degli eventi collettivi ed il continuo alternarsi di ritorni e ripetizioni, oblio e ricordo. La "verità" dell'evento traumatico è fissata nel tempo passato, mitico e primitivo, ma i suoi effetti agiscono nel presente conferendo continuità alla vita emotiva degli uomini nel prolungarsi di processi e contenuti psichici da una generazione all'altra. A questo proposito i versi di Goethe tanto spesso citati da Freud "Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo, se vuoi possederlo davvero" rendono più chiara tutta la difficoltà degli uomini a farsi attori, sia pure di frammenti della propria esistenza psichica, che va ben oltre il tempo della vita singola, sottolineando la doppia appartenenza del soggetto alla collettività attuale ed alla collettività storica.
Tale prospettiva transgenerazionale è poi enormemente amplificata da Bion nelle conseguenze collettive di quella vastissima area emozionale che sfugge ad una presa mentale e che si irradia nel sociale. L'eredità arcaica di cui l'uomo è materiato non si limita all'umano storico e mitico, ma raggiunge, producendo un effetto inquietante di vertigine conoscitiva, addirittura i livelli embriogenetico e paleontologico.

Ne "L'Alba dell'oblio", in molti dialoghi tra i più disparati personaggi Bion insiste sulla necessità di mantenere vive le tracce primitive di conoscenza dando loro spazio e senso, ma al tempo stesso, da un vertice parallelo ed opposto, avverte la minaccia di un loro potenziale sopravvento che impedirebbe lo sviluppo.

Tra le suggestioni più belle ripensiamo al mal di pancia di Soma, espressione di una potenziale comunicazione, ed al muco ed alle lacrime, residui liquidi sia di una vita primordiale acquosa sia della più recente intra-uterina, la cui essenza comunicativa si perderebbe inevitabilmente se curati da un dottore o liquidati come catarro, ma che, lasciati lievitare senza il limite della comprensione, impedirebbero di respirare, di annusare e di vedere.
Bion valorizza, anzi addirittura vitalizza il legame tra passato e futuro, creando un continuum tra esperienze conoscitive primordiali e strumenti attuali più raffinati. Sempre ne "L'alba dell'oblio" ad es. è lo P.A. che recupera l'antico "annusare la puzza del pericolo" per condividere il sentimento del paziente. Ed ancora il senso della continuità circolare e in divenire è evidente nel dialogo in lingue reciprocamente straniere tra "settantacinque anni" e "Somite tre": "Penso che è la prima volta che riesco a raggiungerti. Anche adesso non riesco ad immaginare come ciò che dico possa essere abbastanza adeguato al viaggio da qui alle mie origini ittiche".
Tale incessante movimento, derivante dalla compresenza di livelli arcaici e livelli più evoluti della mente nel suo esperire il mondo, conduce Bion a parlare di "deriva catastrofica", concetto che potremmo rappresentare con l'immagine di un peduncolo che fluttua nel caos primigenio alla ricerca del suo punto di inserzione. La "deriva catastrofica" è costitutiva della relazione del soggetto col mondo e, sempre in qualche modo all'orizzonte di essa, comporta l'oscillazione, altrettanto costitutiva, PsD, che dà conto sia della frammentazione caotica che del dispiegarsi di infinite e diverse possibilità di sviluppo, di punti di appoggio e di radicamento. Evoluzione e destrutturazione si compiono pertanto nel segno della catastrofe; senza di essa avremmo un mondo contenitore rigido di esseri deterministicamente programmati, come "visitors" estranei a se stessi.
Bion traccia le linee di un mondo primordiale dove il soggetto nascente è esso stesso un miracolo di sopravvivenza ed è perciò continuamente sul punto di una dissoluzione, eppure dotato di una possibilità di dare senso, raggiunta, perduta e recuperata innumerevoli volte; è qui che la catastrofe si articola con la fede, intesa come salto nel vuoto e slancio verso il futuro. La fede è indicata da Bion come la nostra capacità di andare oltre la conoscenza (K) ed esperire l'impatto della realtà emozionale (F in O). La deriva catastrofica, accolta al centro della relazione soggetto-oggetto, diviene allora il luogo della sintesi di senso tra catastrofe e fede.
In parole più semplici, questo discorso sembra rimandare ad una spinta vitale che informa di sé la materia vivente, in una sorta di richiamo al Bergson dell'élan vital, al Freud di "Aldilà del principio del piacere" e soprattutto al Freud del "Mosè", che, interrogandosi sul destino del mondo, sottolinea l'inermità dell'essere umano, la Hilflogigkeit, l'impotenza primaria ad aiutarsi da sé: ciò rende necessario sia la costruzione di quel concentrato eccezionale di verità storiche che è la religione, sia anche la fede nella sacralità della vita, mediata culturalmente dai custodi e garanti della nostra esistenza. Se il Mosè è il testamento spirituale di Freud, l'Alba dell'oblio è il testamento spirituale di Bion, dove viene esplicitamente sottolineato il profondo rispetto per l'esperienza mistica autentica, che è cosa ben diversa dalla religione, che è priva di mediazione culturale, ricca di immediatezza, irriducibile a categorie psicoanalitiche, in quanto espressione di un vertice "altro" dal quale l'uomo tenta con strumenti diversi la ricerca della verità. Per esempio, nel cap. 7° de "L'alba dell'oblio" il personaggio "Priest" dice, rivolto al personaggio "P.A." "Potremmo accordarci sul fatto che entrambi tendiamo alla ricerca della verità, anche se i nostri sentieri spesso sembrano separarsi?"
Consideriamo ora le parole finali di tutta la trilogia, due parole soltanto, ironiche, amare, e inquietanti, seguite da un punto esclamativo: Happy Holocaust! A prima vista sembrerebbe una chiusura totalmente disperante sul futuro dell'umanità, eppure l'ambiguità ironica dell'aggettivo "Happy" ci ha stimolato, con un volo pindarico circolare, a collegare queste due ultime parole alla prima parola del titolo "The dawn" - l'alba, e cioè a collegare l'olocausto come fine globale con l'alba del principio possibile di qualcosa di nuovo, un pensiero sorgivo al di là del pensato. Come l'immagine del "Bambino delle stelle" al termine di "2001 Odissea nello spazio", che nel libro corrisponde alla frase finale, stupendamente insatura, "Forse gli verrà in mente qualcosa di nuovo".
Nel capolavoro di Stanley Kubrik l'alba dell'umanità è rappresentata dalla trasformazione di un osso spolpato in clava distruttiva, che roteando nei millenni si trasforma nell'astronave che nasconde nella sua pancia il computer assassino inventato dall'uomo.
Si potrebbe aggiungere che l'alba del pensiero e della socialità venga rappresentata dalla perturbante immagine del monolite mentre l'alba di una nuova possibile umanità, finalmente cosciente della sacralità della vita, venga poeticamente adombrata dal fotogramma finale del "Bambino delle stelle".
L'immagine dell'alba compare più volte ne "La lunga attesa" di Bion, per es., all'inizio del capitolo sulla guerra: "L'alba di quella libertà a cui da tanto tempo agognavo" o "L'azione doveva iniziare all'alba".
Qui l'alba assurge a dignità di titolo: "L'alba dell'oblio". Ma che cos'è l'oblio se non il reciproco della memoria? In quale fiume Lete dobbiamo avere il coraggio di immegerci per guadagnare forse una nuova alba? Ci sembra che l'oblio suggerito da Bion abbia a che fare con uno dei più grandi "scandali" da lui proposti, icasticamente espresso nelle parole finali del suo libro "Attenzione e interpretazione" e cioè "No memory, no desire, no comprehension" scritte tutte a lettere maiuscole nell'edizione originale inglese.
Questo violento triplice NO viene poi temperato e reso più soft nelle traduzioni e nelle varie esegesi del pensiero bioniano, per esempio con "sospensione calibrata". Ma ciò risulta fuorviante in quanto tendente ad edulcorare questo senso di rottura.
Proponiamo di espandere il concetto dalla pratica psicoanalitica alle antinomie fondanti l'esistenza umana, utilizzando proprio il termine oblio
Prima di tutto, allora, oblio di quella memoria storica che condiziona culturalmente le guerre tra gli uomini, a partire da una clava e a finire con una bomba termonucleare. E ancora: oblio del desiderio, diventato impossibile, di potersi salvare dall'apocalisse annunciata in quanto individui e pertanto esseri biologicamente finiti, destinati a morire, ma anche aventi una protogruppalità interna che si prolunga al di là del singolo.
E infine: oblio della comprensione, cioè oblio dei contenitori culturali calcificati, comprese le teorie psicoanalitiche conchiuse, e pertanto ossificate.
Se riusciremo a tuffarci nel Lete di questo triplice oblio forse potremo vedere l'alba di qualcosa di nuovo, un pensiero sorgivo, un'idea nuova, una diversa umanità.
Ci piace interrompere (non concludere) queste libere associazioni con una citazione di Francesco Corrao, che è stato per così dire il profeta di Bion in Italia; la citazione è pubblicata nell'introduzione ai "Seminari Brasiliani" ed è la seguente: "Credo che Bion sia uno di quegli uomini rari, come Socrate e Freud, come Sant'Agostino e Einstein, capaci di accettare la dimensioni relativistiche dell'uomo, ed al tempo stesso di scoprire processi conoscitivi assolutamente nuovi e con essi aprire orizzonti inaspettati di esperienza e di speranza."

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