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lunedì 16 gennaio 2012

Gaetano Salvemini. La realtà è che quando un clericale usa la parola libertà intende la libertà dei soli clericali (chiamata libertà della Chiesa) e non le libertà di tutti. Domandano le loro libertà a noi laicisti in nome dei principi nostri, e negano le libertà altrui in nome dei principi loro

«Il mondo sarebbe molto più pacifico, se fossimo tutti atei.» 
José Saramago, Premio Nobel per la Letteratura nel 1998.


Le religioni sono come le lucciole: per brillare hanno bisogno del buio.
Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena, 1851 Dalla bacheca di Angelica Diamante.


La realtà è che quando un clericale usa la parola libertà intende la libertà dei soli clericali (chiamata libertà della Chiesa) e non le libertà di tutti. Domandano le loro libertà a noi laicisti in nome dei principi nostri, e negano le libertà altrui in nome dei principi loro" 
Gaetano Salvemini


La libertà significa il diritto di essere eretici, non conformisti di fronte alla cultura ufficiale e che la cultura, in quanto creatività sconvolge la tradizione ufficiale
Gaetano Salvemini

«Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere.»
Gaetano Salvemini, storico, politico e antifascista italiano


Molte volte per spiegare, o peggio ancora per giustificare, gli spropositi e le porcherie fatte ieri e oggi dai politicanti italiani di ogni denominazione, si ripete che “gli italiani son fatti così” e la botte non può dare che il vino che ha.
Giolitti ai suoi tempi diceva che il popolo italiano era gobbo e – lui – non poteva fare a un gobbo altro che un abito da gobbo. E certo il popolo italiano era gobbo. Ma Giolitti invece di tentare quanto sarebbe stato possibile per farlo, non dico dritto come un fuso, ma un gobbo meno gobbo di quanto egli aveva trovato, lo rese più gobbo di quanto fosse prima. Poi venne Mussolini e disse che il popolo italiano era buono a nulla. Poi sono venuti molti – troppi – antifascisti e anch’essi dicono che il popolo italiano è fatto così. Dove tutti sono responsabili, nessuno è responsabile.
La verità è che dove tutti sono responsabili, ciascuno è responsabile per la parte che gli spetta, in proporzione della sua capacità a fare il bene o fare il male, e in proporzione del male che ha realmente fatto e non ha cercato di impedire. Un contadino sardo è anche lui responsabile per la sua quarantacinquemilionesima parte di quanto avviene oggi in Italia. Ma un Ministro che sta a Roma è infinitamente più responsabile che un contadino sardo, per quel che avviene col suo consenso, o per suo ordine, o con la sua complice passività.
Gli italiani furono responsabili per non aver mandato al diavolo il re col suo duce, sebbene, a dire il vero, sia difficile spiegare che cosa gli italiani avrebbero potuto fare, ridotti come erano a polvere incoerente e passiva da un’organizzazione di pretoriani armati e da una polizia onnipotente. Ma lui il re, che non correva nessun pericolo di essere bastonato o mandato al domicilio coatto e in galera, lui, il re che aveva ai suoi ordini un esercito, non ebbe dunque nessuna responsabilità nelle vigliaccherie e nelle perfidie per cui rimarrà immortale nella storia?
Sissignori, gli italiani presi uno per uno sono quello che sono. Ma grazie al cielo, non tutti sono allo stesso modo. Ve ne sono alcuni che…sono fatti diversamente.
Quanti siano stati partigiani in Italia fra il settembre 1943 e l’aprile 1945 nessuno saprà mai. Il comandante delle truppe angloamericane ammise che nei primi mesi del 1945 essi distrassero dal fronte di combattimento sei divisioni nazifasciste. Sei divisioni, anche calcolando diecimila uomini per divisione, fanno 60.000 uomini. Per tenere a bada 60.000 uomini bene armati, organizzati alla tedesca sotto una direzione centrale, quei partigiani scalcagnati, divisi in gruppi scombinati, senza rapide comunicazioni, e con un direzione centrale che funzionava come Dio voleva, devono essere stai almeno tre volte più numerosi delle divisioni nazifasciste. Dunque non corriamo pericolo di esagerare se mettiamo che nei primi mesi del 1945 vi erano nell’Italia del Nord non meno di 180.000 partigiani. Ma mettiamo fossero non più di 100.000. Dietro a quei 100.000 uomini di prima linea, c’erano le seconde e le terze linee, senza il cui favore la prima linea non avrebbe potuto tenere duro per mesi. Se calcoliamo tre persone (uomini e donne) di seconda e terza linea per ogni uomo di prima linea, siamo certi di non esagerare. Abbiamo dunque un totale di 100.000 più 300.000 uomini e donne: cifra tonda 400.000 italiani.
Non tutti sono stinchi di santo. D’accordo. Molti erano anch’essi fatti così. D’accordo. Facciamo una tara della metà. Facciamo una tara dei due terzi. Facciamo una tara dei tre quarti. Si potrebbe essere più pessimisti di così? Restano sempre 100.000 uomini e donne, in tutti i partiti e fuori di tutti i partiti, che erano fatti diversamente.
E quand’anche gli italiani che sono fatti diversamente, fossero non centomila, ma appena mille, cento, dieci, uno solo, quell’uomo solo – degno di rispetto e non carogna – dovrebbe tener duro e non mollare. E sarebbe dovere approvarlo, incoraggiarlo, sostenerlo e non dirgli: “Pensa alla salute, tira a campare, chi te lo fa fare, bada ai fatti tuoi, lascia correre: gli italiani son fatti così”.
Un uomo degno di rispetto è una ricchezza che non si deve buttare via. Chi sa? Quell’uomo solo potrebbe diventare, quando meno lui stesso se lo aspetta, centro d’attrazione e di cristallizzazione per molti altri.
Gaetano Salvemini – Gli italiani sono fatti così, 1947.


Il problema della scuola italiana? Genitori pelandroni
La lezione attualissima di Gaetano Salvemini in un libro di Gaetano Pecora dedicato ai principi della scuola laica: “Le famiglie mandano i figli a scuola , come li mandano a messa, come li lasciano andare al postribolo se si tratta di maschi, o a nozze se si tratta di donne”

Una lezione in una scuola italiana nei primi del Novecento




NICCOLÒ GAETANI, 12/10/2015
[...] Gaetano Salvemini, figura di spicco del partito socialista italiano dei primi del ‘900, fondatore del quotidiano “L’Unità” e autore di diverse opere sull’istruzione. Ripercorrendo il suo pensiero, brillantemente analizzato nel saggio “La scuola laica” di Gaetano Pecora (Pubblicato da Donzelli), ci si imbatte in questioni che in realtà sono attualissime. Altro che secolo scorso… 

I poteri del super-preside
L’articolo 9 della riforma, quello sulle competenze del dirigente scolastico, è stato senza dubbio il più contestato. D’ora in avanti sarà infatti il capo d’istituto a decidere su assunzioni e licenziamenti, valutazioni e premi in denaro per i docenti. E ai dirigenti toccherebbe, inoltre, la predisposizione del Piano triennale dell’offerta formativa. Sono “superpoteri” che potrebbero creare un clima di eccessiva competitività tra gli insegnanti, a discapito del ruolo educativo della scuola, e che farebbero gridare allo scandalo uno come Salvemini, contrario a ogni forma di centralizzazione del potere che potesse minare la libera concorrenza di idee. E se nei primi del ‘900 bastava un nulla perché l’insegnante eterodosso fosse punito dal patrono del luogo con trasferimento per ragioni di servizio, allo stesso modo oggi le tante facoltà attribuite ai presidi rischiano di “espropriare i docenti delle loro idee e di annullarli tutti in una sciatta e desolata uniformità”. Perché o è la scuola della concorrenza di idee opposte o non è, pensava Salvemini, prima di aggiungere: “Noi dobbiamo affermare l’indipendenza dell’insegnante nella scuola pubblica, da tutte le chiese e da tutti i partiti politici”.

Queste sue convinzioni, allo stesso tempo socialiste (nei fini di giustizia) e liberali (nel metodo), lo porterebbero ad avere nei confronti dei presidi la stessa avversione che al tempo provava per clericali e massoni. Come sottolinea Pecora, infatti, “Salvemini si era speso perché nessun docente smarrisse il centro della propria vita, quel centro che per ognuno è l’autonomia della coscienza morale… Per sciogliere gli insegnanti dal sistema di ricatti e intromissioni che appunto quella vita e quella coscienza morale piegavano all’arbitrio di altri”.

Scuola pubblica o scuola privata?
Fin dal 1907, anno in cui a Napoli si svolse il sesto congresso degli insegnanti delle scuole medie, Salvemini – un socialista sui generis, dicevamo, ma anche e soprattutto un educatore - non ebbe remore a individuare nella libera concorrenza il fondamento degli istituti laici. Concorrenza, quindi, anche con le paritarie: “Chi ha miglior filo, tesserà migliore tela”. A questo punto, però, l’intellettuale pugliese precisa che “i poteri pubblici alle scuole private non devono concedere sussidi o protezioni di nessun genere”. Guai a riservare loro un trattamento privilegiato, come di fatto ha deciso di fare Renzi (e prima di lui, è bene ricordarlo, il governo di centro-sinistra, nel 2000, e il governo Berlusconi nel 2005) perché “sugli umori del mercato potrebbe nascere la muffa parassita del dumping”.

L’assunto da cui parte l’attuale governo è però diverso: con i dieci milioni di studenti della scuola statale e il milione e passa che frequentano la non statale, si può dire che il sistema di educazione pubblica nazionale poggi ormai su due gambe. Così si spiegano gli incentivi previsti dal nuovo disegno di legge: lo school bonus, finanziamenti che partner privati potranno devolvere agli istituti scolastici, e la detrazione fiscale (fino a 400 euro l’anno) per coloro che mandano i figli nelle scuole paritarie. Il 5 per mille è stato invece stralciato, per il pericolo che si potesse aggravare la sperequazione tra scuole ricche e povere della stessa città e di aree diverse del Paese. Un rischio, sostengono i critici, tutt’altro che scongiurato. I finanziamenti – e comunque la maggior parte di essi - verranno infatti indirizzati verso quegli istituti frequentati da figli di benestanti. Una pratica già molto diffusa nel nord Italia, dove privati, fondazioni e imprese da tempo aiutano le scuole. Questo processo punta deciso verso la “aziendalizzazione” della scuola pubblica, a favore dei dirigenti scolastici e dei loro sponsor territoriali. Funzionerà?
La risposta in questo caso Salvemini la fornisce in un editoriale apparso sull’Unità il 17 aprile 1914, nel quale, smessi i panni dell’erudito pacato e liberale, con ironia e un sarcasmo vagamente anticonformistico esprime la sua analisi sociale:

“… Il cattivo funzionamento di tutte le scuole non si deve attribuire tanto all’essere o non essere pubbliche o private, quanto all’indifferenza che tutte le famiglie, di qualunque partito o di nessun partito, hanno per la scuola. Le famiglie mandano i figli a scuola , come li mandano a messa, come li lasciano andare al postribolo se si tratta di maschi, o a nozze se si tratta di donne. Dove c’è scuola pubblica, mandano il figlio alla scuola pubblica; dove c’è la sola scuola privata, lo mandano alla scuola privata; dove c’è una scuola pubblica e una privata, lo mandano alla scuola privata dopo che è stato bocciato alla scuola pubblica, oppure preferiscono la scuola privata perché fornita di un convitto che consenta loro di sbarazzarsi del tutto del caro rampollo… L’Italia è un paese di pelandroni: clericali, anticlericali, conservatori, rivoluzionari, pubblici, privati, sono tutti eguali – questa è la verità; e questa è la spiegazione del cattivo funzionamento di tutte le scuole, e non solo delle scuole!”.

http://www.lastampa.it/2015/10/12/cultura/il-problema-della-scuola-italiana-genitori-pelandroni-coGyHWK1RrjaRXKzE6TGeN/pagina.html






 

José Saramago. La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice


E’ così che muoiono le infanzie, quando i ritorni non sono più possibili perché i ponti tagliati inclinano verso l’instancabile acqua le travi sconnesse nello spazio estraneo. Non c’è allora altro rimedio che quello del serpente: abbandonare la pelle nella quale non entriamo più, lasciarla a terra, tra i cespugli, e passare all’età successiva. La vita è breve, ma in essa entra più di quel che siamo in grado di vivere.
José Saramago, Di questo mondo e degli altri


E' questo il difetto delle parole. Stabiliamo che non c'è altro mezzo d'intenderci e di spiegarci, e finiamo con lo scoprire che restiamo a metà della spiegazione e così lontani dal comprenderci che sarebbe stato molto meglio lasciare agli occhi e al gesto il loro peso di silenzio. Forse anche il gesto è un di più. In fin de conti, non è altro che il disegno di una parola, il muoversi di una frase nello spazio. Ci restano gli occhi e il loro accesso privilegiato alle apparizioni.
José Saramago, Di questo mondo e degli altri


Perché le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perché non se ne oda un’altra. La parola, anche quando non afferma, si afferma. La parola non risponde, né domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula.
Per questo urge mondare le parole perché la semina si muti in raccolto. Perché le parole siano strumento di morte - o di salvezza. Perché la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto.
C’è anche il silenzio. Il silenzio, per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Tutte le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane.
José Saramago, Di questo mondo e degli altri
Quante volte, per cambiare vita, abbiamo bisogno della vita intera, pensiamo lungamente, prendiamo la rincorsa e poi esitiamo, poi ricominciamo da capo, pensiamo e ripensiamo, ci spostiamo nei solchi del tempo con un movimento circolare, come quei mulinelli di vento che sui campi sollevano polvere, foglie secche, quisquilie, che per molto di più non gli bastano le forze, sarebbe meglio se vivessimo in un paese di tifoni.
Ma certe volte una parola basta.
José Saramago


Capita spesso che non facciamo le domande perché non saremmo ancora pronti per udire le risposte, o semplicemente perché ne avremmo paura.
José Saramago


Le risposte non vengono ogni qualvolta sono necessarie, come del resto succede spesse volte che il rimanere semplicemente ad aspettarle sia l'unica risposta possibile.  
Josè Saramago


Non si può mai sapere in anticipo di cosa siano capaci le persone, bisogna aspettare, dar tempo al tempo, è il tempo che comanda, il tempo è il compagno che sta giocando di fronte a noi, e ha in mano tutte le carte del mazzo, a noi ci tocca inventarci le briscole con la vita, la nostra.
Josè Saramago


Si dice che ogni persona è un’isola, e non è vero, ogni persona è un silenzio, questo sì, un silenzio, ciascuna con il proprio silenzio, ciascuna con il silenzio che è.
José Saramago


Quindicimila giorni secchi sono passati,
quindicimila occasioni che si sono perse,
quindicimila soli inutili che sono nati,
ore su ore contate..
In questo solenne ma grottesco gesto
di dare corda ad orologi inventati
per cercare, negli anni smemorati,
la pazienza di andar vivendo il resto.
José Saramago


Penso che per gli studenti sarebbe molto meglio partire dalla contemporaneità. Si rimane sempre indietro di un secolo, nella scuola si vive come dentro una specie di capsula senza collegamento con il tempo presente, mancano i nessi.
José Saramago


"La fine del ventesimo secolo ha visto scomparire il colonialismo, mentre si ricomponeva un nuovo impero coloniale. Nel territorio degli Stati Uniti non c'è nessuna base militare straniera, mentre ci sono basi militari statunitensi in tutto il mondo."
Josè Saramago


Mi hanno chiesto: lei è in favore della liberalizzazione delle droghe?
Ho risposto: prima cominciamo con la liberalizzazione del pane.
E’ soggetto a proibizionismo feroce in metà del mondo
Jose Saramago


...Tutta la vita ho passato in attesa di assistere a uno sciopero in una fabbrica di armamenti, ho atteso invano, perché un simile prodigio non è mai accaduto né accadrà.. E questa era la mia povera e unica speranza che l'umanità fosse ancora capace di cambiare strada, rotta, destino.
José Saramago, L'ultimo quaderno



Mi lascia indifferente il concetto di felicità, ritengo più importanti la serenità e l’armonia.
Il concetto di felicità presuppone che uno sia contentissimo, che se ne vada in giro ridendo, abbracciando tutti, dicendo sono felice, che meraviglia. È chiaro che anche un mal di denti gli toglierà la gioia e, quindi, la felicità. Penso che la serenità sia una cosa diversa. La serenità ha molto dell’accettazione, ma include anche un certo autoriconoscimento dei propri limiti. Vivere in armonia non significa non avere conflitti, ma poter convivere con gli stessi serenamente.
Josè Saramago


Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno.
Le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perchè non se ne oda un’altra. La parola,anche quando non afferma, si afferma. La parola non risponde nè domanda: accumula.
La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula. Per questo urge mondare le parole perchè la semina si muti in raccolto. Perchè le parole siano strumento di morte o di salvezza. Perchè la parola valga ciò che vale il silenzio dell’atto.
C’è anche il silenzio. Il silenzio, per definizione, è ciò che non si ode.
Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Tutte le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane.
José Saramago


Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. 
E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.
Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:
"Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero.
Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto,
vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte,
con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo,
la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati,
per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio.
Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.
José Saramago, Viaggio in Portogallo.


«C'è chi passa la vita a leggere senza mai riuscire ad andare al di là della lettura, restano appiccicati alla pagina, non percepiscono che le parole sono soltanto delle pietre messe di traverso nella corrente di una fiume, sono lì solo per farci arrivare all'altra sponda, quella che conta è l'altra sponda».
José Saramago, “La caverna”


Chiamami quando ti va, quando ne hai voglia, ma non come chi si sente obbligato a farlo, questo non sarebbe bene né per te né per me, a volte mi metto ad immaginare quanto sarebbe meraviglioso se mi telefonassi solo perché sì, semplicemente come uno che ha avuto sete ed è andato a bere un bicchiere d’acqua, ma so già che sarebbe chiederti troppo, con me non dovrai fingere mai una sete che non senti."
 José Saramago, L’uomo duplicato


"La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice"
José Saramago, L'anno della morte di Ricardo Reis


Si dice che il tempo non si ferma, che nulla ne trattiene l'incessante avanzata, lo si dice sempre con queste trite e ritrite parole, eppure non manca chi si spazientisca per la sua lentezza, ventiquattr'ore per fare un giorno, pensate, e quando si arriva alla fine si scopre che non è servito a niente, il giorno dopo è di nuovo così, sarebbe meglio che saltassimo le settimane inutili per vivere una sola ora piena, un folgorante minuto, se tanto può durare la folgore.
José Saramago, L'anno della morte di Ricardo Reis



Il mondo dimentica, te l'ho già detto, il mondo dimentica tutto. Credi che ti abbiano dimenticato.
Il mondo dimentica a tal punto da non accorgersi neanche della mancanza di ciò che ha dimenticato.
José Saramago, “L’anno della morte di Riccardo Reis”


Secondo me non siamo diventati ciechi,
secondo me lo siamo.
Ciechi che vedono.
Ciechi che,
pur vedendo,
non vedono.
José Saramago




Anche dentro il corpo la tenebra è profonda, e tuttavia il sangue arriva al cuore, il cervello è cieco e può vedere, è sordo e sente, non ha mani e afferra, l'uomo è chiaro, è il labirinto di se stesso
José Saramago


Le parole sono buone - Le parole sono cattive - Le parole offendono - Le parole chiedono scusa - Le parole bruciano - Le parole accarezzano - Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate - Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno.
José Saramago


«[…] Ecco come sono le parole, nascondono molto, si uniscono pian piano tra di loro, sembra non sappiano dove vogliono andare, e all’improvviso, per via di due o tre, o di quattro che all’improvviso escono, parole semplici, un pronome personale, un avverbio, un verbo, un aggettivo, ecco lì che ci ritroviamo la commozione che sale irresistibilmente alla superficie della pelle e degli occhi, che incrina la compostezza dei sentimenti, a volte sono i nervi a non riuscire a reggere, sopportano molto, sopportano tutto, come se indossassero un’armatura».
José Saramago, “Cecità”


Ho passato la vita a guardare negli occhi della gente, è l'unico luogo del corpo dove forse esiste ancora un'anima
José Saramago, “Cecità”



"Ma come, non sai che c'è il seguito di Cecità?" E no, mica lo sapevo...
Ed è stato così, un po' per caso, che son venuta a conoscenza di quest'altra geniale opera firmata Saramago. A quattro anni dall'epidemia di cecità bianca che colpì l'intera città, ritroviamo la moglie del medico, col cane delle lacrime e gli altri ciechi da lei guidati, coinvolti in un'altra surreale vicenda. Siamo, infatti, di fronte ad una nuova forma di cecità dilagante, metaforica questa volta: quasi tutti i cittadini hanno votato scheda bianca alle elezioni. Da questo paradossale episodio, scaturiscono riflessioni terribilmente lucide sulle folli macchinazioni del potere, sugli imbrogli assurdi di cui la politica è capace, sulle sopraffazioni che è pronta a mettere in atto pur di trovare a tutti i costi un colpevole.
Ironico e a tratti beffardo, questo "Saggio sulla lucidità" non fa altro che sbatterci sotto gli occhi una realtà tristemente nota e fin troppo attuale.
José Saramago, Saggio sulla lucidità







La lampada del corpo è l’occhio; se dunque l’occhio tuo è puro, tutto il tuo corpo sarà illuminato.
Ma se l’occhio tuo è viziato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso, se dunque la luce che è in te è tenebre, quanto grandi saranno quelle tenebre. (Vangelo di Matteo 6, 22-23)


“CECITÀ” ROMANZO DI JOSÉ SARAMAGO

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Due elementi fondamentali del romanzo di Saramago, vengono da lontano:

uno –letterario – è l’epidemia che, isolando dal resto del mondo, fa affiorare istinti primordiali.
L’altro – storico -è la la creazione di un ghetto da parte delle autorità.

In merito al tema dell’epidemia, il pensiero va subito a “La peste” il romanzo di Albert Camus del 1947 ambientato nella città algerina di Orano - sotto la dominazione francese.

Come ne “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, la peste avviene come per caso, nella grande disattenzione di tutti che sottovalutano i primi indizi mentre le autorità preposte addirittura si affannano a negarne la pericolosità (e qui la realtà storica supera la fantasia letteraria: il virus aviario H10N8 in Cina, Chernobil in Ucraina, Fukushima in Giappone…).

Il morbo proustiano/manzoniano diviene la normalità in un decadimento morale scandito da indifferenza e cinismo, rispetto alla tragedia che pure collettivamente si vive. 03

Come Manzoni, Camus guarda alla psicologia della diffusione della epidemia a livello di massa, ai meccanismi antropologici che essa scatena.

La peste non può  essere considerata castigo, né misericordia come fa dire Manzoni a padre Cristoforo, ma bensì è conseguenza dell’indifferenza.

Solo quando l'epidemia degenererà dalla forma bubbonica a quella polmonare, molto più contagiosa, da Parigi verrà ordinato di chiudere la città con un cordone sanitario e le scuole saranno convertite in lazzaretti.

Gli abitanti reagiranno in modi differenti.
Alcuni non rinunciando alla vita di ogni giorno:
i bar e i ristoranti resteranno aperti, mentre a teatro verrà riproposta di continuo la rappresentazione di un gruppo di attori rimasti bloccati nell’enclave.

Altri, invece, temendo il contagio si barricheranno in casa.

Il protagonista, Bernard Rieux, medico francese che narra i fatti come cronaca in terza persona, sarà tra i pochi che non si tirereranno indietro, prestando le cure agli appestati.

« J’ai compris alors que moi, du moins, je n’avais pas cessé d’être un pestiféré, pendant toutes ces longues années où pourtant, de toute mon âme, je croyais lutter justement contre la peste»
«Ho capito allora che io, almeno, non avevo finito di essere un appestato durante i lunghi anni in cui, tuttavia, con tutta la mia anima, credevo appunto di lottare contro la peste».


[...] Dal romanzo di Saramago è stato tratto il film “Blindness” di Fernando Meirelles e interpretato da Julianne Moore.

L'autore portoghese era restio a cedere i diritti cinematografici, temendo che - per via dei temi trattati – divenisse una sorta di Zombie-movie e pose precise condizioni, come ad esempio non specificare in quale Paese si svolgesse la vicenda.

Si optò su San Paolo in quanto per il pubblico statunitense ed europeo è una metropoli poco conosciuta.
Antesignano è il romanzo “The Day of the Triffids” (Il giorno dei trifidi), di John Wyndham del 1951 da cui venne tratto nel 1962 il film omonimo (uscito in Italia come “L'invasione dei mostri verdi”).

In esso il protagonista, temporaneamente bendato per un incidente agli occhi, si risveglia in un ospedale deserto, scoprendo che tutti coloro che hanno assistito allo spettacolo di una pioggia di meteore che ha illuminato il cielo di verde, sono diventati ciechi. Egli si ritroverà quindi a vagare per la città di Londra, silenziosa e brancolante, in mezzo a nuovi “gruppi etnici”: vedenti che forti della propria condizione di superiorità ricercano un personale tornaconto. Vedenti altruisti che cercano di salvare la vita ai ciechi procurando loro del cibo (salvo rendersi conto della impossibilità pratica nel lungo termine). Vedenti disposti a mantenere in vita solo donne fertili e capaci di procreare figli vedenti.E poi, con un ribaltamento dei ruoli: Ciechi che schiavizzano i vedenti per sopravvivere.

In questa situazione di caos e di impotenza dei poteri militari e civili, la disgregazione sociale si completa a causa di una nuova “peste”: i “Trifidi”. Nuova specie vegetale carnivora di origine artificiale che - grazie alla capacità di sfilarsi dal terreno e muoversi lentamente su tre steli – è in grado di colpire il malcapitato non vedente con un aculeo velenoso, aspettando quindi che la vittima cominci a decomporsi per nutrirsene.

Per quanto concerne l’altro tema:
la reazione prevaricatrice delle autorità ad una necessità di contenimento, essa ha – sempre - come facile soluzione la creazione di un ghetto. E’ utile ricordarne la definizione: ghetto è un'area nella quale persone considerate di un determinato retroterra etnico, o unite da una determinata cultura o religione, vivono in gruppo, in regime di reclusione più o meno stretto. Il termine nasce dal Ghetto di Venezia del XIV secolo, il quartiere della città in cui gli ebrei erano anticamente confinati ad abitare, e rinchiusi durante la notte. (NdA: il termine deriva dal veneziano geto, pronunziato ghèto dai locali ebrei Aschenaziti, ed indicare il getto, la gettata di metallo fuso di una fonderia di ferro). Qui ci limitiamo a ricordare che il nazismo ripristinò il sistema dei ghetti come contenitori di un forzoso processo di concentramento della popolazione ebraica, prima della “soluzione finale”.

Un ultimo esempio che porta il concetto della segregazione all’estremo, viene dal film del 1981 per la regia di John Carpenter “Escape from New York” (1997 – Fuga da New York) . 08

Qui, veniamo informati che l’intera isola di Manhattan a New York è divenuta un carcere di massima sicurezza e che…:

There are no guards inside the prison:
only prisoners and the worlds they have made.
Non vi sono guardie dentro il carcere.
Solo i prigionieri e i mondi che si sono creati.


http://www.wow-wordsoftheworld.it/numeri-precedenti/giugno-agosto-2014/13-cecita-romanzo-di-jose-saramago?showall=&start=1




CECITÀ di José Saramago © Einaudi - pag. 316
In un città qualunque, di una Nazione qualsiasi, in un tempo indefinito, (e per questo spazio e tempo divengono universali) all'improvviso, nel tran-tran quotidiano (tanto è vero che il primo ad essere colpito è un uomo fermo ad un semaforo), esplode un'epidemia di CECITÀ.
Una cecità contagiosa che si trasmette non si sa come.
Il Governo correrà immediatamente ai ripari e, pur ignorando in che modo si diffonde l'epidemia, isolerà i primi ciechi (che ben presto diverranno centinaia), in un ex manicomio, impedendo loro qualsiasi contatto con l'esterno.
Questa cecità non solo è più contagiosa e si diffonde più rapidamente di un'influenza, ma per di più è BIANCA.
"E' come essere immersi in un mare di latte ad occhi aperti", dirà uno dei ciechi.
Già…."uno dei ciechi" . Ma chi?
Cosa importa? Sono, (siamo !?!?!?) tutti ciechi. Non solo gli uomini, anche Dio
 (leggete e capirete cosa intendo).
I personaggi del romanzo, infatti, rimarranno sempre "anonimi": niente Bruno, Mario, Lucia, Carla... no, no! Saranno semplicemente il primo cieco, il medico, la ragazza con gli occhiali scuri, il bambino strabico, il vecchio con la benda nera….
Il lettore accompagnerà questi ed altri personaggi guidato dagli occhi della moglie del medico, l'unica misteriosamente scampata al "mal bianco". Ella, infatti, per stare accanto al marito, si unirà agli altri ciechi, nascondendo loro di non aver perso la vista.
Non intendo dirvi cosa accadrà all'interno dell'ex manicomio e poi fuori (perché i reclusi abbandoneranno quella specie di lager e scopriranno che TUTTO IL MONDO è divenuto cieco). Né se recupereranno la vista…
Dovrete avere l'amabilità di leggere il libro.
Vi basti sapere che sarà un autentico inferno.
I ciechi vivranno nell'orrore senza vederlo, gli passeranno accanto forse solo intuendolo.
A chi legge, invece, non andrà altrettanto liscia atteso che quell'orrore lo vedrà attraverso gli occhi della moglie del medico.
E, infatti, il lettore "vedrà" come si perde l'etica, il rispetto, la dignità e come nascono i soprusi e la violenza.
Non sono una campionessa nelle "somiglianze" ma ci trovo un po' dell'ansia, dell'attesa de "Il deserto dei Tartari" di Buzzati e un po' della violenta trasformazione-involuzione dei ragazzi de "Il signore delle mosche" di Golding.
"E' una vecchia abitudine dell'umanità, passare accanto ai morti e non vederli….Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo…. Ciechi che, pur vedendo, non vedono…. Il mondo è pieno di ciechi vivi". Può sembrare, (ed è di certo), una metafora fin troppo banale e scontata.
Il classico "Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere" . Ma è magnificamente resa, (e forse la grandezza di uno scrittore sta anche in questo: rendere grande una cosa semplice fino quasi alla banalità).
Tenendo presente che il titolo originale del libro è "Saggio sulla cecità" , probabilmente si capisce meglio l'intento di Saramago che, sono parole sue, dice: "Volevo raccontare le difficoltà che abbiamo a comportarci come esseri razionali, collocando un gruppo umano in una situazione di crisi assoluta. La privazione della vista è, in un certo senso, la privazione della ragione. Quello che racconto in questo libro, STA SUCCEDENDO IN QUALUNQUE PARTE DEL MONDO IN QUESTO MOMENTO".
Insomma : un vero e proprio incubo, angosciante ma bello e ben raccontato.
Due parole sulla punteggiatura: non esiste. Pochi paragrafi, solo punti e virgole e niente virgolette a "circoscrivere" il racconto diretto. In altri termini : tutto di fila, tutto di un fiato.
Proprio come si legge il romanzo.






CECITÀ di José Saramago
© Einaudi - pag. 316
Genere: drammatico
A cura di Chebarbachenoia (2006)




Cecità

«C'era un vecchio con una benda nera su un occhio, un ragazzino che sembrava strabico [...] una giovane dagli occhiali scuri, altre due persone senza alcun segno visibile, ma nessun cieco, i ciechi non vanno dall'oculista»

Cecità (titolo originale, in lingua portoghese: Ensaio sobre a Cegueira, Saggio sulla cecità) è un romanzo dello scrittore e premio Nobel per la letteratura portoghese José Saramago, pubblicato nel 1995. In Italia, il titolo è stato tradotto eliminando parte di quello in lingua originale per esigenze editoriali; si è ritenuto infatti che Saggio sulla cecità avrebbe scoraggiato i lettori.
In un romanzo successivo di Saramago, Saggio sulla lucidità, si ritrovano personaggi presenti in Cecità. I fatti raccontati nei due romanzi sono legati, al punto che Saggio sulla lucidità può essere considerato come il "seguito" di Cecità.

In una città mai nominata, un automobilista fermo al semaforo si accorge di essere diventato improvvisamente cieco. La sua malattia, però, è peculiare: infatti egli vede tutto bianco. Tornato a casa con l'aiuto di un altro uomo (che ben presto si rivelerà un ladro) racconta l'accaduto a sua moglie. I due si recano da un medico specialista, dove trovano un vecchio con una benda nera su un occhio, un ragazzino che sembrava strabico, accompagnato da una donna e una ragazza dagli occhiali scuri.

Il medico, dopo aver esaminato l'uomo (che, nel seguito della storia, sarà chiamato il primo cieco), si accorge di non avere spiegazioni per quella improvvisa cecità. Ben presto, però, la cecità comincia a diffondersi. Il ladro di automobili, il medico, la moglie del primo cieco, sono tutti colpiti dalla strana malattia. La moglie del medico sembra l'unica a non essere contagiata. L'epidemia si diffonde in tutta la città e il governo del paese decide, provvisoriamente, di rinchiudere i gruppi di ciechi in vari edifici, allo scopo di evitare il contagio. Ogni giorno le guardie avrebbero fornito il cibo agli internati.
« Fra i ciechi c'era una donna che dava l'impressione di trovarsi contemporaneamente dappertutto, aiutando a caricare, comportandosi come se guidasse gli uomini, cosa evidentemente impossibile per una cieca, e più di una volta, o per caso o di proposito, si girò verso l'ala dei contagiati »
Il medico, la moglie del medico (l'unica dotata della vista), il primo cieco e sua moglie, la ragazza dagli occhiali scuri, il ladro di automobili e il ragazzino strabico si ritrovano tutti nello stesso edificio, un ex manicomio. Inizialmente, la distribuzione degli alimenti avviene regolarmente, ma ben presto i ciechi si ritrovano abbandonati, perché la cecità si diffonde anche tra i soldati e i politici, fino a colpire tutto il paese (tranne la moglie del medico). All'interno del manicomio, inoltre, un gruppo di ciechi (i "ciechi malvagi") si impossessa di tutte le razioni di cibo provenienti dall'esterno per poter ricattare gli altri malati e ottenere potere e altri vantaggi, compresi rapporti sessuali con le donne. Proprio durante uno di questi stupri collettivi, la moglie del medico uccide il capo dei "ciechi malvagi". Nel tentativo di rendere inoffensivi questi ultimi, un'altra donna dà fuoco ad un mucchio di coperte nella loro camerata, ma il fuoco si diffonde e finisce per avvolgere tutto l'edificio. Molti ciechi muoiono, ma una parte di loro (tra questi, il gruppo della moglie del medico), riesce a uscire all'aria aperta.
All'esterno dell'ex manicomio, la moglie del medico vedrà i risultati dell'epidemia. Morti per le strade, la città in totale abbandono, gruppi di ciechi che occupano le case altrui e lottano l'uno contro l'altro per assicurarsi del cibo. Mentre il gruppo della moglie del medico cerca di organizzare la vita del gruppo, tutti i ciechi guariscono inspiegabilmente, senza alcuna ragione apparente, proprio come all'inizio della vicenda era sopraggiunta l'epidemia.

Stile e tematiche [modifica]

In questa opera, come in altre opere di Saramago, viene utilizzato uno stile che prevede l'assenza di nomi propri per i personaggi, identificati tramite espressioni impersonali (come la ragazza dagli occhiali scuri, il vecchio con la benda e il ragazzino strabico, e così via). I dialoghi non sono introdotti dai due punti, né vengono utilizzate le virgolette. I dialoghi vedono le frasi dei vari partecipanti separate da una virgola, seguita da una parola che inizia con una lettera maiuscola.
« Il medico gli domandò, Non le era mai accaduto prima, voglio dire, la stessa cosa di adesso, o qualcosa di simile, Mai , dottore, io non porto neanche gli occhiali »
(Un esempio di come si svolgono i dialoghi nell'opera)
Il tema fondamentale del romanzo è quello dell'indifferenza, che esplode con il dilagare della cecità, ma che era già presente prima degli avvenimenti in questione.
« Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono »
(La moglie del medico)
Lo stesso scrittore, nel discorso fatto in seguito all'assegnazione del Premio Nobel, ha sottolineato come la società contemporanea sia cieca poiché si è perso il senso di solidarietà fra le persone.
Inoltre, il romanzo indaga a fondo la nostra società e le sue strutture di potere; essendo ambientato in un tempo e un luogo indefiniti, questa vicenda può riguardare chiunque. Durante la reclusione dei malati nel manicomio, infatti, essi si ritrovano in una situazione che ha fatto tabula rasa di tutte le condizioni sociali precedenti, lasciando loro la libertà di una organizzazione nuova e più equa, etica. Il pessimismo antropologico dell'autore, però, non fa sì che gli internati creino una società idillica, ma che attuino invece una regressione, che li porta a vivere in uno stato di natura hobbesiano in cui l'unica legge che conta è quella del più forte, e in cui viene messa in atto una guerra di tutti contro tutti per la sopravvivenza. L'unica organizzazione possibile risulta essere una dittatura di pochi che, tramite la violenza, tengono in scacco la maggior parte dei malati.
Nell'episodio del razionamento del cibo da parte dei ciechi malvagi si può inoltre notare la profonda riflessione dell'autore riguardo al problema della fame nel mondo: i ciechi malvagi infatti tengono gli altri internati in uno stato di fame perenne, accentrando nella loro camerata tutti i cibi che vengono portati dall'esterno e lasciando deperire quelli che per loro sono di troppo: la fame nella struttura non è dunque dovuta ad una mancanza reale di cibo, quanto piuttosto alla brutalità e all'egoismo di chi detiene il potere di distribuirlo.
Infine, fra i personaggi del romanzo non si sviluppa mai una vera solidarietà, che rimane circoscritta alle donne, le quali, in seguito al trauma collettivo dello stupro da parte dei ciechi malvagi, formano un nuovo noi, una comunità che assume una valenza salvifica nella figura della moglie del medico. Nonostante questo sia il personaggio più positivo della vicenda, però, anch'essa si macchia di alcuni crimini legati alla necessità della sopravvivenza, benché, nel suo caso, questi non siano rivolti solo alla sua persona ma al gruppo di cui ha deciso di farsi carico.

http://it.wikipedia.org/wiki/Cecit%C3%A0_(romanzo)





Duro? No. Sono fragile, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto.
José Saramago. Lucernario


Se questo è sovversivo, tutto è sovversivo, persino respirare. 
Io sento e penso proprio come respiro, con la stessa naturalezza, la stessa necessità. 
Se gli uomini si odieranno, non si potrà fare nulla. Saremo tutti vittime degli odi. 
Ci uccideremo tutti nelle guerre che non desideriamo e di cui non siamo responsabili. 
Ci agiteranno davanti agli occhi una bandiera, ci riempiranno le orecchie di parole. 
E per che cosa, in definitiva? Per creare la semente di una nuova guerra, per creare nuovi odi, per creare nuove bandiere e nuove parole. E' per questo che viviamo? Per fare figli e lanciarli nella fornace? Per costruire città e raderle al suolo? Per desiderare la pace e avere la guerra? 
- E l'amore sarà la soluzione a tutto questo? - domandò Abel, sorridendo con una tristezza in cui c'era una punta di ironia. - Non lo so. E' l'unica cosa che ancora non si è sperimentata... 
José Saramago, Lucernario



Ho cominciato a vivere così per capriccio, ho continuato per convinzione e continuo per curiosità.|
«Ma perchè vive così? Scusi se sono indiscreto…» «Non è indiscreto. Vivo così perchè lo voglio. Vivo così perchè non voglio vivere in un altro modo. La vita come la intendono gli altri per me non ha valore. Non mi piace essere intrappolato e la vita è un polpo dai mille tentacoli. Uno solo basta per imprigionare un uomo. Quando mi sento imprigionato, io taglio il tentacolo. A volte fa male, ma non c’è altro modo. Capisce?» «Capisco benissimo. Ma questo non porta a niente di utile.» «L’utilità non mi preoccupa.» «Sicuramente avrà avuto dei dispiaceri…» «Ho fatto il possibile perchè non accadesse. Ma quando è accaduto, non ho esitato». «È duro!» «Duro? No. Sono fragile, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto». «Finchè un giorno… Io sono vecchio. Ho una certa esperienza…» «Anche io». «Ma la mia è l’esperienza di anni…» «E che cosa le dice?» «Che la vita ha molti tentacoli, come ha detto lei poco fa. E per quanti se ne taglino, ce n’è sempre uno che resta e che finisce per acchiapparla». «Ho cominciato a vivere così per capriccio, ho continuato per convinzione e continuo per curiosità». «Non capisco. «Ora capirà. Ho la sensazione che la vita sia lì, dietro una tenda, a farsi risate dei nostri sforzi per conoscerla. Io voglio conoscerla». Silvestre accennò un sorriso tenero, in cui c’era una punta di scoramento: «C’è tanto da fare al di qua della tenda, amico mio… Anche se vivesse mille anni e avesse le esperienze di tutti gli uomini, non riuscirebbe a conoscere la vita!»
José Saramago, da Lucernaio



“Lucernario”: il Saramago che mancava





Alla fine Abel, sempre in giro per stanze in subaffitto, dovrà trasferirsi nuovamente per evitare pettegolezzi su uno scandaluccio sessuale fra dirimpettai. Anche nella Bibbia il pastore Abele rappresenta il nomadismo che lo stanziale Caino deve eliminare per affermarsi. Qui i caini condòmini di Saramago, pur nelle loro grette miserie, già si rivelano capaci di una strana forma di coerenza, tale che anche Abel dovrà cercarsi un nuovo percorso etico, una terza via fra la sua rivolta solipsistica e l’universalismo umanitario del ciabattino. «Chi le prende, se non le ha date ancora, le darà un giorno», dice nelle ultime pagine.

Forse questo Abele, che vuol smetterla di prenderle o di stare a guardare mentre altri le prendono, sta già meditando di diventare suo fratello, il ribelle metafisico dell’ultimo romanzo di Saramago, scritto quasi sessant’anni dopo. «In my beginning is my end... In my end is my beginning», direbbe T. S. Eliot.







http://www.booksblog.it/post/8211/claraboia-romanzo-inedito-di-jose-saramago-pubblicato-in-ebook-e-poi-in-cartaceo





Il 16 novembre 1922 nasceva José Saramago.

Josè Saramago. IL POETA VISIONARIO ED ERETICO

Scomodo, eretico e dissidente in tutta la sua vita e nella sua intera produzione, il maestro di Azinhaga ha scolpito capolavori destinati a scuotere la coscienza individuale e collettiva per decenni.
DI PIER FRANCESCO MICCICHÈ - 16 FEBBRAIO 2015
L'Intellettuale Dissidente - Unico premio Nobel nella storia del Portogallo, José de Sousa Saramago nasce in una piccolissima frazione del comune di Golegã nel 1922, quattro anni prima del colpo di stato che avrebbe condotto il paese sotto il dispotismo fascista di Antonio Salazar. Sono anni difficili per la nazione ed in particolare per la famiglia dello scrittore che, costretto ad abbandonare gli studi tecnici, si dedica ad occupazioni precarie di ogni tipo (fabbro, meccanico, disegnatore) prima di divenire direttore di produzione nel campo dell’editoria. Saramago è convinto oppositore della dittatura, ed è costretto a subire la censura di Salazar prima come giornalista poi come autore, con il primo romanzo -presto ripudiato- Terra del peccato. Si iscrive poi clandestinamente al Partito Comunista, riuscendo ripetutamente ad evitare la cattura. Pubblica alcune raccolte di poesia, dedicandosi infine – a partire dalla Rivoluzione dei Garofani (1974)- interamente alla scrittura di romanzi e alla formazione di un nuovo stile magistrale destinato a segnare inevitabilmente la futura letteratura europea. Ma è solo negli anni novanta che giunge il riconoscimento internazionale per la sua opera, con capolavori quali Cecità, Il vangelo secondo Gesù Cristo e Storia dell’assedio di Lisbona. Nel 1998 l’Accademia Reale delle scienze decide di consegnare il più alto riconoscimento per la letteratura proprio a Saramago “che con parabole sostenute da immaginazione, compassione e ironia ci permette ancora una volta di afferrare una realtà illusoria”, come recita la motivazione ufficiale.

Saramago è stato spesso accusato di antisemitismo per non aver esitato a paragonare gli orrori del massacro palestinese da parte degli israeliani a quelli di Auschwitz, oltre a essere stato al centro di significative polemiche con la chiesa cattolica per aver dichiarato manifestamente il suo ateismo in alcune delle opere più controverse (da alcuni espressamente definite blasfeme) quali Caino e Il vangelo secondo Gesù Cristo. All’esplicito rifiuto della possibile candidatura di quest’ultimo romanzo ad un importante premio letterario europeo, l’autore portoghese risponde con l’esilio volontario alle Canarie, dove morirà tempo dopo per un malore all’età di ottantasette anni. Ma le polemiche del genio eretico investirono anche casa nostra quando, dopo aver più volte criticato dal suo diario virtuale l’attività dell’allora presidente Silvio Berlusconi, l’Einaudi (allora di proprietà dello stesso imprenditore) decise di non pubblicare Il quaderno, raccolta degli scritti sul suo Blog. La totalità dei diritti editoriali dell’opera di Saramago passerà successivamente alla Feltrinelli.

Tecnicamente la sua produzione è caratterizzata da un uso assolutamente irrituale della punteggiatura, da frasi dalla lunghezza anticonvenzionale e dalla totale assenza di virgolette durante i dialoghi, separati tutt’al più da virgole. Ma è soprattutto nel contenuto e nella dipanazione del processo narrativo che Saramago mostra la sua geniale invenzione dissidente, allorché ci presenta i personaggi attraverso un’umanità denudata da qualsiasi finzione o ipocrisia letteraria, nelle grandi imprese come nei piccoli gesti, nell’Eden cristiano come nel misterioso e macroscopico “Centro” de La caverna, incarnazione metaforica e straordinaria di una globalizzazione che inghiotte gli individui e la loro humanitas. I romanzi del premio Nobel di Azinhaga offrono una prospettiva immanente di vicende e storie altrimenti narrate con asetticismo biografico o viceversa, attraverso una finzione e una spettacolarizzazione quasi cinematografica. È ciò che avviene, infatti, nell’unica interpretazione (se si trascura “Enemy” tratto da L’Uomo duplicato) su pellicola mai realizzata di una sua opera, Blindness (Cecità), espressamente lontana da quell’ironico ma compassionevole ritratto dell’umanità che rende invece il romanzo di riferimento un capolavoro. La filosofia di Saramago a tratti Hobbesiana, talvolta espressamente Platonica come ne La caverna) trova spesso origine in un evento o in una situazione inaspettati, e che per questo costringono a riadattare i propri parametri di valutazione e ad acquisire una coscienza disillusa, e purtuttavia leggera e quasi distante da quella stessa concretezza dei fatti in cui precedentemente si era stati calati.

Ed è proprio un apologia del pensiero l’ultimo messaggio lasciato sul suo blog, la mattina della morte. “Penso che la società di oggi abbia bisogno di filosofia. Filosofia come spazio, luogo, metodo di riflessione, che può anche non avere un obiettivo concreto, come la scienza, che avanza per raggiungere nuovi obiettivi. Ci manca riflessione, abbiamo bisogno del lavoro di pensare, e mi sembra che, senza idee, non andiamo da nessuna parte”.

http://www.lintellettualedissidente.it/homines/jose-saramago/





Il 16 novembre 1922 nasceva José Saramago.

Le religioni, tutte, senza eccezione, non serviranno mai per avvicinare e riconciliare gli uomini e, al contrario, sono state e continuano a essere causa di sofferenze inenarrabili, di stragi, di mostruose violenze fisiche e spirituali che costituiscono uno dei più tenebrosi capitoli della misera storia umana.
José Saramago


"Ratzinger è nulla più che un dettaglio. Un dettaglio di una istituzione mastodontica che pesa come un macigno sulla coscienza dell’uomo. Che Ratzinger abbia il coraggio di invocare Dio per rafforzare le sue mire di un neo-medievalismo universale, un Dio che non ha mai visto, con il quale non si è mai seduto a prendere un caffè, dimostra solamente l’assoluto cinismo intellettuale del personaggio. Mi sono sempre considerato un ateo tranquillo perché l’ateismo come militanza pubblica mi sembrava qualcosa di inutile, ma ora sto cambiando idea. Alle insolenze reazionarie della Chiesa Cattolica bisogna rispondere con l’insolenza dell’intelligenza viva, del buon senso, della parola responsabile. Non possiamo permettere che la verità venga offesa ogni giorno dai presunti rappresentati di Dio in terra ai quali in realtà interessa solo il potere. Alla Chiesa nulla importa del destino delle anime, quello che ha sempre voluto è il controllo sui corpi. La ragione può essere una morale. Usiamola."
Josè Saramago


Ci sarebbe da essere grati se la Chiesa Cattolica Apostolica Romana smettesse di
 intromettersi in quello che non la riguarda, cioè, la vita civile e la vita privata delle persone.
José Saramago. L'ultimo quaderno, 2010


Dimentichiamo troppo spesso che gli uomini sono fatti di carne facilmente rassegnata. È dall'infanzia che i maestri ci parlano di martiri, che diedero esempi di civiltà e di morale a loro spese, ma non ci dicono quanto doloroso fu il martirio, la tortura. Tutto rimane in astratto, filtrato come se guardassimo, a Roma, la scena attraverso spesse pareti di vetro che ammortizzano i suoni, e le immagini perdessero la violenza del gesto per opera, grazia e potere di rifrazione. E allora possiamo dirci tranquillamente l'un l'altro che Giordano Bruno fu bruciato. Se gridò, non lo sentiamo. E se non lo sentiamo, dove sta il dolore?
 José Saramago



Caino
José Saramago

Quando il signore, noto anche come dio, si accorse che ad adamo ed eva, perfetti in tutto ciò che presentavano alla vista, non usciva di bocca una parola né emettevano un sia pur semplice suono primario, dovette prendersela con se stesso, dato che non c'era nessun altro nel giardino dell'eden cui poter dare la responsabilità di quella mancanza gravissima, quando gli altri animali, tutti quanti prodotti, proprio come i due esseri umani, del sia-fatto divino, chi con muggiti e ruggiti, chi con grugniti, cinguettii, fischi e schiamazzi, godevano già di voce propria. In un accesso d'ira, sorprendente in chi avrebbe potuto risolvere tutto con un altro rapido fiat, corse dalla coppia e, uno dopo l'altro, senza riflessioni e senza mezze misure, gli cacciò in gola la lingua. Dagli scritti a cui sono stati via via, nel corso dei tempi, consegnati un po' a caso gli avvenimenti di queste epoche remote, vuoi di possibile certificazione canonica futura о frutto d'immaginazioni apocrife e irrimediabilmente eretiche, non si chiarifica il dubbio su che lingua sarà stata, se il muscolo flessibile e umido che si muove e rimuove nel cavo orale e a volte anche fuori, о la parola, detta anche idioma, di cui il signore si era deprecabilmente dimenticato e che ignoriamo quale fosse, dato che non ne è rimasta la minima traccia, neppure un semplice cuore inciso sulla corteccia di un albero con una legenda sentimentale, qualcosa sul tipo ti-amo, Eva. Siccome una cosa, teoricamente, non dovrebbe andare senza l'altra, è probabile che un secondo fine del violento spintone dato dal signore alle lingue mute dei suoi rampolli fosse di metterle in contatto con le interiorità più profonde dell'essere corporale, le cosiddette parti scomode dell'essere, perché in avvenire, ormai con qualche cognizione di causa, potessero parlare della loro oscura e labirintica confusione alla cui finestra, la bocca, già cominciavano a spuntare. Tutto può essere. Chiaramente, per uno scrupolo da buon artefice che andava unicamente a suo favore, oltre che compensare con la dovuta umiltà la precedente negligenza, il signore volle accertarsi che l'errore fosse stato corretto, e quindi domandò ad Adamo, Tu, come ti chiami, e l'uomo rispose, Sono adamo, tuo primogenito, signore. Il creatore, poi, si rivolse alla donna, E tu, come ti chiami tu, Sono eva, signore, la prima dama, rispose lei superfluamente, dato che altre non ce n'erano. Il signore si ritenne soddisfatto, si congedò con un paterno Arrivederci, e riprese la sua vita. Allora, per la prima volta, adamo disse a eva, Andiamo a letto.
Set, il terzogenito della famiglia, verrà al mondo solo centotrent'anni dopo, non perché la gravidanza materna richiedesse tanto tempo per ultimare la fabbricazione di un nuovo discendente, ma perché le gonadi del padre e della madre, i testicoli e l'utero rispettivamente, avevano tardato più di un secolo a maturare e a sviluppare sufficiente potenza generativa. C'è da dire ai precipitosi che il fiat ci fu una volta e mai più, che un uomo e una donna non sono mica delle macchine automatiche, gli ormoni sono una cosa piuttosto complicata, non si producono così da un giorno all'altro, non si trovano in farmacia né al supermercato, bisogna dare tempo al tempo. Prima di set erano venuti al mondo, a breve intervallo di tempo fra l'uno e l'altro, dapprima caino e poi abele. Quello cui non si può non fare immediatamente cenno è la profonda noia che erano stati tanti anni senza vicini, senza distrazioni, senza un bambino lì a gattonare tra la cucina e il salotto, senz'altre visite al di fuori di quelle del signore, e anche queste rarissime e brevi, intervallate da lunghi periodi di assenza, dieci, quindici, venti, cinquant'anni, immaginiamo che poco ci sarà mancato che i solitari occupanti del paradiso terrestre si vedessero come dei poveri orfanelli abbandonati nella foresta dell'universo, ancorché non sarebbero stati in grado di spiegare cosa fosse questa storia di orfani e abbandoni. E pur vero che, un giorno sì, un giorno no, e anche quel giorno no con altissima frequenza sì, adamo diceva a eva, Andiamo a letto, ma la routine coniugale, aggravata, nel loro caso, da nessuna varietà nelle posizioni per mancanza di esperienza, già allora si dimostrò altrettanto di un'invasione di tarli lì a rodere le travature della casa. All'esterno, salvo un po' di polverina che fuoriesce qua e là da minuscoli orifizi, l'attentato si coglie a stento, ma all'interno la processione è ben altra, non ci vorrà molto che venga giù tutto ciò che era parso tanto solido. In situazioni del genere, c'è chi sostiene che la nascita di un figlio può avere effetti rivitalizzanti, se non della libido, che è opera di chimiche assai più complesse che imparare a cambiare un pannolino, almeno dei sentimenti, il che, bisogna riconoscerlo, già non è poco. Quanto al signore e alle sue visite sporadiche, la prima fu per vedere se adamo ed eva avevano avuto problemi nell'installazione domestica, la seconda per sapere se avevano tratto qualche beneficio dall'esperienza della vita campestre e la terza per avvisare che tanto presto non si aspettava di tornare, giacché aveva da far la ronda negli altri paradisi esistenti nello spazio celeste. In effetti, sarebbe riapparso solo molto più tardi, in una data di cui non è rimasta traccia, per scacciare la sventurata coppia dal giardino dell'eden per il nefando crimine di aver mangiato del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male. Questo episodio, che diede origine alla prima definizione di un peccato originale fino ad allora ignorato, non è mai stato ben spiegato. In primo luogo, persino l'intelligenza più rudimentale non avrebbe alcuna difficoltà a com [...]
José Saramago

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