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domenica 8 luglio 2018

Ovidio, Metamorfosi, Tiresia.

Tu biasimi la mia indole, e non vedi quella che sta in profondo dentro di te.
E parli male di me!
Tiresia, Edipo re


Come è terribile conoscere, quando la conoscenza non giova a chi la possiede!
Tiresia, Edipo Re




COME TIRESIA DIVENTA CIECO

Un giorno Giove, rallegrato dal nettare, si mette a discutere con Giunone su chi provi più piacere, se l’uomo o la donna,. Poiché non riescono a risolvere la questione, interpellano il pastore Tiresia, che, avendo provato a essere anche donna, poteva saperne qualcosa. Egli dà ragione a Giove, che sostiene sia la donna a provare più piacere e, adirata da ciò, Giunone lo punisce accecandolo: poiché la punizione sembra al padre degli dei troppo severa, per attenuarla, egli dona a Tiresia la facoltà di prevedere gli eventi futuri.

"Mentre in terra avvenivano, per volere del fato, quei fatti
e l'infanzia di Bacco, nato di nuovo, scorreva tranquilla,
raccontano che Giove, rallegrato dal nettare, per caso
tenesse lontani i gravi affanni e piacevolmente scherzasse
con una Giunone. "Ben più grande è il vostro 
piacere", le disse, "di quello tocca ai maschi."
Lei lo nega. Decisero allora di chiedere il parere
del sapiente Tiresia, a cui erano noti l'uno e l'altro amore.
In un bosco rigoglioso, infatti, due corpi, uniti insieme,
di grandi serpenti con un colpo di bastone aveva battuto
e, diventato da uomo femmina (sorprendente!), aveva
trascorso così sette autunni. All'ottavo, nuovamente
li vide e "Se il potere della vostra ferita è tale",
disse, "da stravolgere la natura di chi vi colpisce,
vi colpirò ancora!". E percossi gli stessi serpenti,
gli tornò l’aspetto di prima e riapparve la sua naturale figura.
Egli, dunque, scelto come arbitro di quella gaia contesa,
conferma le parole di Giove. Più del giusto e troppo
per l’argomento, la figlia di Saturno – si narra - se la prese
e gli occhi di chi l’aveva contraddetta condannò a tenebra eterna.
Ma il padre onnipotente (nessun dio, infatti, può annullare
ciò che un altro dio ha fatto), in cambio della vista perduta,
gli concesse di predire il futuro e mitigò con l'onore la pena".
(Ovidio, Metamorfosi, III, vv. 316-338)


mercoledì 16 luglio 2014

11 letture antiche da non dimenticare. 11 testi latini che, a mio modesto parere, andrebbero assolutamente letti, perché da loro parte la grandiosa tradizione poetica italiana e, tutt’ora la influenzano. Prima di iniziare a presentarvi questi autori, vorrei sottolineare un fatto importante, per quanto riguarda la letteratura latina. Per i Romani e per il mos maiorum (le tradizioni degli antichi) la letteratura era una perdita di tempo, non era un’attività concretamente produttiva.



11 letture antiche da non dimenticare

Vista la mia passione per la letteratura classica greca e latina, vorrei parlarvi e consigliarvi 11 testi latini che, a mio modesto parere, andrebbero assolutamente letti, perché da loro parte la grandiosa tradizione poetica italiana e, tutt’ora la influenzano.
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Prima di iniziare a presentarvi questi autori, vorrei sottolineare un fatto importante, per quanto riguarda la letteratura latina. Per i Romani e per il mos maiorum (le tradizioni degli antichi) la letteratura era una perdita di tempo, non era un’attività concretamente produttiva. La letteratura doveva essere utile allo Stato in forma di legislatura, orazioni o trattati di qualunque argomento (navigazione, agricoltura, medicina, tattiche militari).

La massima espressione lirica concessa e accettata dai costumi latini era il poema epico a scopo celebrativo oppure gli Annales, trattazioni con l’obbiettivo di raccontare fatti o celebrare vittorie e virtù dei condottieri in esse coinvolte.
La poesia e l’elegia, quindi, diventano un extra, uno strappo alla regola che, con l’aumento dell’influenza greca sulla civiltà romana, porta personalità come Cicerone ad indicarne i cultori come effeminati, vires che hanno perso il rispetto per i propri avi.

Gli autori lirici che vi presenterò ora sono tra i più affascinanti della letteratura latina.

1. Gneo Nevio e il Bellum Poenicum (275-201 a. C., circa)

Gneo Nevio fu una personalità importante perché fu il primo scrittore di origini latine documentato. La sua opera più importante è il Bellum Poenicum (La guerra punica, tra Roma e Cartagine), a cui aveva partecipato e dalla quale trae i maggiori esempi di virtus, per spronare i giovani ad emulare le gesta degli antenati. La sua opera diventerà modello di riferimento per i due grandi scrittori epici successivi Ennio, autore degli Annales, e Virgilio, autore dell’Eneide.
Oltre al Bellum Poenicum, Nevio fu autore di varie commedie di grande successo. La lettura consigliata è una delle sue commedie la Tarentilla di cui vi riporto uno stralcio. (ricordo che per la maggior parte dei primi autori latini sono rintracciabili solo raccolte con gli stralci rinvenuti).
“Come una palla che rimbalza in un cerchio (di giocatori) a turno si dà, e a tutti appartiene; ad uno fa cenno con il capo, all’altro ammicca; ne carezza uno, ne abbraccia un altro; mentre da una parte è occupata la sua mano, ad un altro stuzzica dolcemente il piede; ad un altro dà l’anello da guardare, a un altro fa un invito con le labbra, con uno canta, e intanto a un altro manda un messaggio con le dita.”
(fr. 63 Traglia)

Gaio Valerio Catullo
Gaio Valerio Catullo

2. Gaio Valerio Catullo, Canti (84-54 a.C., Verona)

Catullo vive a Verona fino al 61 a.C., quando si trasferisce a Roma. Nella capitale entra in contatto con i poeti neòteroi (“poeti nuovi” che rifiutano il lungo poema epico a favore di componimenti più brevi e più semplici da elaborare stilisticamente). Con loro si diletta a scrivere poesie, discutere di arte e letteratura, e appagare ogni sorta di piacere. Probabilmente già nel 60 a.C. l’uomo rivede la terribile e amatissima Clodia (che nei suoi componimenti prenderà il nome di Lesbia). Questa donna sarà gioia e dolore per l’autore che la renderà musa ispiratrice schizofrenica delle sue opere liriche. Per mostrare cosa intendo con “schizofrenica”, vi riporto una lirica catulliana molto interessante.
Iucundum mea vita (Carme 109)
“Mi prometti, vita mia, che questo nostro amore
Sarà felice ed eterno.
Dei grandi, fate che possa promettere il vero,
e che dica ciò sinceramente e di cuore,
così che per tutta la vita ci sia consentito far durare
questo eterno patto di inviolabile amore.”

Interessante anche il Carme 48, che racconta l’amore per i giovinetti.
“Se quei tu occhi di miele, Giovenzio,
fosse dato baciarli sempre sempre
trecentomila volte, neanche allora
penserei di saziarmene in futuro,
fosse messe di baci fitta fitta
come mai fu messe di spighe asciutte.

3. Tito Lucrezio (ipoteticamente 98-55 a.C.)

Si hanno notizie troppo contraddittorie per avere delle certezze. È probabile che sia stata emanata una “congiura del silenzio” nei suoi confronti). Lucrezio fu di fede epicurea, quindi dedito al piacere e lontano dal mos maiorum. Tra i suoi oppositori troviamo in prima linea Cicerone che, però, non nega l’abilità letteraria dell’autore come si legge da una sua lettera al fratello Quinto.
(Ad Quintum fratrem, II, 10, 3.): “I versi di Lucrezio, come tu scrivi, possiedono molti bagliori di intelligenza, ma anche molta ricercatezza.”
L’opera più celebre di Lucrezio è il De rerum natura (Sulla natura), poema epico-didascalico, con l’obbiettivo di diffondere temi filosofici e medici, ma con uno stile dolce e allettante. Ne ritengo interessante la lettura non tanto per gli argomenti trattati, quanto per la tecnica elegante con cui vengono narrati.
Stralcio tratto dal primo libro de De rerum natura:
“Infatti questo non sembra privo di una valida ragione, ma come quando i medici vogliono dare ai ragazzi il ributtante succo dell’assenzio e prima cospargono gli orli della tazza con il biondo e dolce miele per ingannare fino alle labbra l’ingenua età dei bambini […], così io ora, poiché questa dottrina sembra per lo più troppo sgradevole a coloro che non l’hanno studiata e il popolo fugge via, ho voluto esporti la mia teoria con il dolce canto delle Muse[…].”

Unica miniatura del pirmo artista della prima egloga della Bucoliche
Unica miniatura del primo artista della prima egloga della Bucoliche

4. Publio Virgilio Marone, Bucoliche (15 ottobre 70 a.C, Cremona- 21 settembre 19 a.C., Napoli)

Studiò grammatica a Cremona, poi retorica a Milano e, infine, si trasferì a Roma alla scuola di Epidio. Fu autore del celeberrimo poema epico Eneide e di altre due raccolte le Bucoliche (Bucolica), ossia “componimenti scelti” (egloghe), dieci poesie pastorali, ispirate ai carmi bucolici del poeta greco Teocrito di Siracusa, e le Georgiche (oGeorgica) un poema epico didascalico che ha come soggetto dei canti agresti, o canti di contadini.
Ci sarebbe molto da dire e da raccontare di questo importante autore. Per ora mi limito a suggerire come lettura poetica le Bucoliche, di cui vi riporto uno stralcio.

Bucoliche, Egloga prima.
“Titiro, tu riposi al riparo di un gran faggio
E intoni un’aria silvestre sulla sottile canna;
noi, la patria terra lasciamo e i dolci campi.
Partiamo esuli, noi, via dal paese; tu giaci all’ombra,
Titiro, e insegni al bosco a risonare il nome di Amrìlli.”

5. Publio Virgilio Marone, Georgiche

(Georgiche, Incipit, Libro I, 1-5)
“Cosa fecondi le messi, sotto quale stella
convenga arare la terra, O Mecenate, unire agli olmi le viti,
come si accudisca ai buoi e si curi l’allevamento delle greggi,
quanta esperienza si debba dedicare alle frugali api,
di qui l’inizio del canto.”

6. Quinto Orazio Flacco (8 dicembre 65 a.C. – 27 novembre 8 a.C.)

Studiò a Roma presso la scuola del plagosus Orbilius (il manesco Orbilio) e completò i suoi studi filosofici e letterari in Grecia, dove incontrò Bruto e Cassio e si unì a loro nella battaglia di Filippi contro Ottaviano. Rientrato a Roma subì la confisca dei beni e, spinto dalle difficoltà economiche, decise di pubblicare la prima raccolta dei suoi versi. Grazie a questa fortunata decisione ottenne la stima e l’amicizia di Virgilio, che lo presentò a Mecenate, affezionato amico di Agusto.
Il princeps Augusto propose un incarico a Orazio come proprio segretario personale ma l’autore rifiutò per tenersi lontano dalla politica. Tuttavia il poeta colse al volo la seconda offerta dell’uomo che gli affidò la composizione del celebre Carmen saeculare (celebrazione del destino di Roma e della pax Romana). La produzione di Orazio conta l’Epodon Liber, una raccolta di diciassette componimenti contro i vizi e la corruzione; le Saturae o Sermones, due libri che contano 18 componimenti satirici. Di grande interesse, sono anche le Odi (o Carmina), 103 poesie raccolte in quattro libri, sul modello della grande poesie greca arcaica. Riporto le prime tre strofe del Carmina 7, del secondo libro.
(Una rievocazione del passato, II, 7.)
“O tu che spesso con me fosti spinto
all’ora estrema sotto il comando di Bruto,
chi ti ha restituito cittadino romano
agli dei patri e al cielo italico,
o Pompeo, il più caro dei miei compagni,
con cui spezzai il giorno che indugiava,
con una corona sui capelli lucenti
di unguento siriaco?”


7. Quinto Orazio Flacco, Le satire

(Libro secondo, Satira prima, Incipit)
“C’è gente cui sembra ch’io sia troppo aggressivo nella mia satira e che tenda l’arco dell’opera mia oltre quel che la legge consente; altri, invece, pensano che tutto ciò che ho composto sia privo di nerbo e che versi come i miei mille al giorno se ne posson filare. Trebazio, prescrivimi tu cosa fare.”


8. Albio Tibullo (54 a.C.- 21 settembre 19 a.C.)

Proveniente da una ricca famiglia equestre caduta in disgrazia riuscì ugualmente ad entrare nel circolo culturale di Messalla Corvino e strinse amicizia con esponenti di spicco come Ovidio, Suplicia, Ligdamo. Nelle sue odi le donne da lui cantate sono tre: Delia (vero nome Plania), Glìcera, ricordata da Orazio come donna inmitis (crudele), e Nemesi (la vendicatrice). Le opere di Tibullo sono raccolte nel Corpus Tibullianum, formato da tre libri: i primi due sono sicuramente attribuiti all’autore, il terzo ha dubbia attribuzione. Vi propongo un estratto dal secondo libro, nel quale si parla di Nemesi e della schiavitù d’amore per lei.
(II, 4, 1-4)
“Così vedo per me pronte una schiavitù e una padrona:
o libertà dei miei antenati, ormai ti dico addio;
invece a me viene imposta una gravosa schiavitù,
e sono incatenato, e Amore non allenta
mai i ceppi a me infelice”


9. Fedro (20 a.C.- 50 d.C.)

Fedro era originario della Macedonia, ma venne portato a Roma in qualità di schiavo. Entrato nelle simpatie di Augusto, fu liberato sia per i suoi meriti sia per la sua grande cultura. Attraverso le sue favole, l’autore attacca i potenti dell’epoca finendo per essere processato e condannato, anche se senza alcuna ritorsione concreta. Importantissime le sue favole non solo per il fondo satirico, ma anche per la forte allegoria della vita umana. Le favole di Fedro sono adatte sia ai bambini che agli adulti perché in grado di mostrare una morale semplice e complessa allo stesso tempo. Ne riporto il Prologo.

(Prologus, Phedri Augusti liberti fabulae Aesopiae)
“Io ho levigato in versi senari le storie che Esopo ha inventato. Duplice è il pregio del libro: muove il riso e consiglia saggiamente per la vita. Se qualcuno volesse criticare il fatto che qui parlano gli alberi, e non solo gli animali, si ricordi che noi scherziamo, con favole inventate!”


10. Publio Ovidio Nasone (43 a.C.- 18 d.C.)

Publio Ovidio frequenta a Roma la scuola dei retori Procio Latrone e Arellio Fusco, distinguendosi per l’ottima abilità retorica. Tuttavia il suo cuore è rapito dalla poesia elegiaca. Entra poi a far parte del circolo di Messalla Corvino, dove incontra Albio Tibullo. La personalità frivola e superficiale, lontana dagli ideali politici e morali spiega i tre matrimoni. Divorziò due volte fino al matrimonio con Fabia, fedele e affettuosa compagna. Probabilmente a causa di uno scandalo di corte tra Ovidio e la nipote di Augusto, l’autore fu costretto ad un “soggiorno obbligato”, senza moglie ne figli, a Tomi sul Mar Nero. Di particolare interessa è opera Ars amatoria o Ars amandi, trattato in tre libri in versi su come conquistare l’amore di una donna, un vero e proprio codice e galateo dell’amore, con tanto di illustrazioni delle diverse tattiche di corteggiamento. Ne riporto l’incipit del primo libro:
(Ars amatoria, Libro I, 1-7)
“Se c’è tra voi chi non conosca ancora
l’arte d’amare, legga il mio poema
e fatto esperto colga nuovi amori!
Solcano l’onde con le vele o i remi,
sospinte ad arte, l’aglili carene;
con arte noi guidiamo il live cocchio:
con arte dunque è da guidarsi Amore!”


Favola dell'asino d'oro di Apuleio in un mosaico bizantino
Favola dell’asino d’oro di Apuleio in un mosaico bizantino

11. Apuleio (125 d.C.-150 d.C.)

Apuleio fu brillante oratore, filosofo ed esperto di magia, imparando soprattutto l’eloquenza latina. Affascinato dal misticismo e dalla magia si fece introdurre ai vari culti misterici come quello di Mitra e di Eleusi. Di piacevole lettura sia per l’ironia che per lo stile elegante è L’Apologia o De magia e conta 103 capitoli, frutto della rielaborazione del discorso da lui realmente tenuto in tribunale, per difendersi dall’accusa di stregoneria nei confronti di una nobile vedova che aveva acconsentito a sposarlo.
Il vero capolavoro della produzione di Apuleio sono i Metamorphoseon libri XI, (Undici libri sulle metamorfosi), perché l’unico romanzo della letteratura latina in nostro possesso. Sant’Agostino lo definisce Asinus aureus, da qui prese poi il nome di Asino d’oro.
Riporto qui di seguito un estratto dal De magia.

(De magia, Dentifricio o veleno?, 6)
“Calpurniano, ti saluto con versi improvvisati.
Ti ho mandato (come mi hai chiesto) nettezza di denti,
splendore di bocca composto di arabiche erbe,
una polverina fine, candeggiante, nobile,
che appiana la gengivetta gonfia,
che spazza via i resti del cibo del giorno prima,
perché non si veda alcuna scura traccia di sporco
se per caso riderai con le labbrucce aperte.”

Come avrete visto dai testi che vi ho riportato, i latini erano uomini pratici, che avevano a cuore le tradizioni romane; tuttavia nella serietà degli Annales, dei poemi epici celebrativi e della pura elegia amorosa c’è sempre spazio per una risata, una satira o una battuta sagace.

http://www.lundici.it/2013/12/11-letture-antiche-da-non-dimenticare/

domenica 2 febbraio 2014

La prima volta che m'inganni la colpa è tua, ma la seconda volta la colpa è mia.


Spergiuri d'amore

Lo spergiuro nel mondo antico era considerato una delle più gravi colpe di cui l'uomo potesse macchiarsi, tranne in un caso, in amore. Già Esiodo (VII sec. a.C.) nel 'Catalogo delle donne' afferma che venne reso immune da pena 'il giuramento riguardante le opere furtive di Cipride' e questo concetto divenne proverbiale sia nella cultura greca che in quella latina...

Ha giurato Callignoto a Ionide che non avrà nessun altro,
né uomo né donna, più caro di lei; l'ha giurato.
Ma è vero quello che dicono, che i giuramenti d'amore
non arrivano mai all'orecchio degli immortali.
Callimaco, Antologia Palatina, V, 6, 1-4

Sacra notte e tu lampada,
qui davanti a voi, soli testimoni,
giurammo noi due: egli di amarmi sempre
ed io di non lasciarlo mai. Voi due soltanto
conoscete il nostro patto.
Ma ora egli dice: 'Tali giuramenti
sono scritti sull'acqua'. Già; e tu lampada
lo vedi in altre braccia."
Meleagro, Antologia Palatina, V, 8

La mia donna dice di non voler fare l'amore con altri,
se non con me, neppure con Giove, se la corteggiasse.
Dice così; ma quel che la donna dice all'amante folle di passione
bisogna scriverlo sul vento, sull'acqua che scorre veloce.
Catullo, LXX

(...) i venti rendono vani gli spergiuri degli amanti portandoli per le terre e sulla superficie del mare.
Tibullo, C.T., I, 4, 21-22

La prima volta che m'inganni la colpa è tua, ma la seconda volta la colpa è mia.
Proverbio arabo

Giove dall'alto sorride degli spergiuri degli amanti e
lascia che i venti di Eolo se li portino via  senza effetto.
Ovidio, Ars amatoria, I, 633-634







venerdì 30 marzo 2012

Ovidio. Crudelitas in animalia est tirocinium crudelitatis contra homines - La crudeltà verso gli animali è tirocinio della crudeltà contro gli uomini

I buoi che rifiutano il giogo prendono più bastonate di quelli che si adattano subito all'aratro.
Il cavallo ribelle si rovina la bocca sul duro morso, mentre quello che accetta i finimenti, lo sente meno. Così Amore grava molto più acerbamente e crudelmente su chi non si piega che su chi gli si sottomette.
Publio Ovidio Nasone


"Crudelitas in animalia est tirocinium crudelitatis contra homines."
La crudeltà contro gli animali è apprendistato della crudeltà contro gli umani
Publio Ovidio Nasone
(43 a .c.-17/18 d.c.) - poeta latino

Causa latet, vis est notisima
La causa è nascosta, l'effetto notissimo
Ovidio

Tendiamo sempre verso ciò che è proibito,
e desideriamo quello che ci è negato.
Ovidio

La porta della curia rimane chiusa per i poveri
Ovidio

Se si scuote la fiaccola, la fiamma agitata divampa più forte:
invece se nessuno la scuote, la fiamma muore
Ovidio


L'amore è una milizia: via di qui,
o gente fiacca, ché le sue bandiere
non impugni la mano di chi è vile!
La notte, la tempesta, il lungo andare,
il più crudo dolore, ogni fatica,
attendono chi vuol questa battaglia."
Ovidio, L'arte di amare


Ego nec sine te nec tecum vivere possum
Non riesco a vivere nè con te nè senza di te.
Publius Ovidius Naso, Amores 3.11 b
Ovidio, Gli Amori

Lottano tra loro e tirano il mio debole cuore in opposte direzioni
l’amore e l’odio ma (penso) vince l’amore.
Ti odierò se potro; altrimenti, ti amerò controvoglia:
anche il toro non ama il giogo che porta, eppure porta il giogo che che odia.
Fuggo dalla tua infedeltà, ma mi riporta indietro la tua bellezza;
detesto la tua condotta colpevole,ma amo il tuo corpo.
Così non riesco a vivere nè con te nè senza di te,
e mi sembra di non sapere che cosa voglio davvero.
  Vorrei che tu fossi meno bella o meno impudica:
una bellezza così incantevole non si accorda con costumi corrotti.
Le tue azioni meritano l'odio, il tuo bel viso induce all'amore:
o me infelice, esso è più potente delle tue colpe!
Rispàrmiami, te ne prego, per i diritti del letto che ci unisce,
in nome di tutti gli dèi, che spesso si lasciano ingannare da te,
in nome della tua bellezza, che per me ha potere divino,
in nome dei tuoi occhi, che hanno conquistato i miei!
Comunque ti comporterai, sarai sempre mia; tu scegli soltanto
se vuoi che io ti ami perché anch'io lo desidero, oppure perché vi sono costretto!
Piuttosto alzerei le vele e mi affiderei al soffio dei venti
e vorrei una donna che, s'io non volessi, mi costringesse ad amarla.

Luctantur pectusque leve in contraria tendunt hac amor hac odium, sed, puto, vincit amor. odero, si potero; si non, invitus amabo. nec iuga taurus amat; quae tamen odit, habet. nequitiam fugio -- fugientem forma reducit; aversor morum crimina -- corpus amo. sic ego nec sine te nec tecum vivere possum, et videor voti nescius esse mei. aut formosa fores minus, aut minus inproba, vellem; non facit ad mores tam bona forma malos. facta merent odium, facies exorat amorem -- me miserum, vitiis plus valet illa suis! Parce, per o lecti socialia iura, per omnis qui dant fallendos se tibi saepe deos, perque tuam faciem, magni mihi numinis instar, perque tuos oculos, qui rapuere meos! quidquid eris, mea semper eris; tu selige tantum, me quoque velle velis, anne coactus amem! lintea dem potius ventisque ferentibus utar, ut, quam, si nolim, cogar amare, velim.





"Corri più piano, ti prego, rallenta la tua fuga e anch'io t'inseguirò più piano". Senza più forze, vinta dalla fatica di quella corsa allo spasimo, Dafne si rivolge alle correnti del Peneo: «Aiutami, padre», dice.
«Se voi fiumi avete qualche potere,dissolvi, mutandole, queste mie fattezze.
"Allora un torpore profondo pervade le sue membra,il petto morbido si fascia di fibre sottili,
i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami;
i piedi, così veloci un tempo, s'inchiodano in pigre radici, il volto svanisce in una chioma.
Ovidio, Le Metamorfosi


L'anno si snoda in quattro stagioni diverse, come se cercasse d'imitare la nostra vita. Tenero, come un bambino che succhi ancora il latte, è l'anno a primavera: allora l'erba fresca e ancora elastica è turgida, morbida, e incanta di speranze i contadini; allora tutto fiorisce e del colore dei fiori sorride la campagna in sboccio, ma nelle fronde ancora non c'è forza. Dopo primavera, l'anno invigorito si trasforma in estate crescendo in baldo giovane: non c'è infatti stagione più robusta, stagione più feconda o ardente dell'estate. E viene l'autunno che, perduto il fervore della giovinezza, è maturo e mite, giusto in equilibrio fra un giovane e un vecchio, con qualche capello bianco sparso sulle tempie. Infine con passo incerto, senile e squallido, giunge l'inverno, spoglio dei suoi capelli o, se qualcuno gliene rimane, canuto. Anche il nostro corpo si modifica senza sosta, continuamente, e domani più non saremo ciò che siamo stati o che siamo.
Publio Ovidio Nasone, Metamorphoseon


Prima del mare e della terra e del cielo che tutto ricopre, unico e indistinto era l'aspetto della natura in tutto l'universo, e lo dissero Caos, mole informe e confusa, nient'altro che peso inerte, ammasso di germi discordi di cose mal combinate. Nessun Titano ancora donava al mondo la luce, né Febe ricolmava crescendo la sua falce, né la terra, creato il proprio equilibrio, stava immersa e sospesa nell'aria, né Anfitrite aveva proteso le braccia a ricingere i lunghi orli della terraferma. E per quanto lì ci fosse la terra, e il mare, e l'aria priva di luce: nulla riusciva a mantenere la sua forma, ogni cosa contrastava le altre, poiché nello stesso corpo il freddo lottava col caldo, l'umido con l'asciutto, il molle col duro, il peso con l'assenza di peso
Ovidio, Le metamorfosi


Presi un pugno di sabbia e glielo porsi, scioccamente chiedendo un anno di vita per ogni granello; mi scordai di chiedere che fossero anni di giovinezza.
Ovidio, Le metamorfosi


Apollo l'ama, e abbraccia la pianta come se fosse il corpo della ninfa; ne bacia i rami, ma l'albero sembra ribellarsi a quei baci. Allora il dio deluso così le dice:
"Poichè tu non puoi essere mia sposa, sarai almeno l'albero mio: 
di te sempre, o lauro, saranno ornati i miei capelli, la mia cetra, la mia faretra"
Ovidio, Le metamorfosi.  I, 555-559

«Astenetevi, o mortali, dal contaminarvi il corpo con pietanze empie! 
Ci sono i cereali, ci sono i frutti che piegano con il loro peso i rami, grappoli d’uva turgidi sulle viti. Ci sono verdure deliziose, ce n’è di quelle che si possono rendere più buone con la cottura. E nessuno vi proibisce il latte, e il miele che profuma di timo. La terra generosa vi fornisce ogni ben di dio e vi offre banchetti senza bisogno di uccisioni e di sangue.
Ah, che delitto enorme è cacciare visceri nei visceri, ingrassare il corpo ingordo stipandovi dentro un altro corpo, vivere della morte di un altro essere vivente!
In mezzo a tutta l’abbondanza di prodotti della Terra, la migliore di tutte le madri, davvero non ti piace altro che masticare con dente crudele povere carni piagate, facendo il verso col muso ai Ciclopi? E solo distruggendo un altro potrai placare lo sfinimento di un ventre vorace e vizioso?»
Ovidio, Le metamorfosi, XV, 75-95

Ermafrodito, come è stato chiamato, che era nato da Ermes e di Afrodite e ha ricevuto un nome che è una combinazione di quelli di entrambi i genitori. Alcuni dicono che questo è un dio e appare in certi momenti tra gli uomini, e che egli è nato con un corpo fisico che è una combinazione di quella di un uomo e quella di una donna, in quanto egli ha un corpo che è bello e delicato come quello di una donna, ma ha la qualità maschile e il vigore di un uomo.
Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi libro IV

Figlio di Hermes e Afrodite, Ermafrodito è un bellissimo giovane dai lunghi capelli ("aveva un aspetto così bello che potevano esservi riconosciuti il padre e la madre; persino il nome era tratto dai loro") di cui si innamora follemente la ninfa Salmace ("vide il ragazzo e, alla sua vista, decise di averlo"). Respinta ("un rossore si diffuse in volto al ragazzo -non sa cosa sia l'amore- Smettila! -urlò- altrimenti me ne vado e ti abbandono qui!"), la ninfa gli tende un agguato sulla riva del laghetto in cui il giovane, nudo, si bagna ("e allora, ammirata, s'infiamma di desiderio per quella nuda bellezza! Di fiamma le si accendono gli occhi... ormai smania d'abbracciarlo, ormai fuori di sé non può frenarsi"). Posseduta dal furore della passione erotica, lo assale ("Ho vinto! E' mio!"), ingaggia con lui una lotta corpo a corpo ("afferra l'adolescente che si dibatte e a viva forza gli strappa baci, lo accarezza sotto il ventre, gli palpa il petto"), gli si avvinghia stretta e supplica gli dèi di non venirne mai separata ("Dibattiti, dibattiti, tanto, infame, non mi sfuggirai! Fate che mai venga il giorno, o dèi, che da me lui si stacchi ed io da lui!"). Gli dèi accolgono la sua implorazione e da quel momento Ermafrodito sarà nel corpo e nell'anima un unico essere maschile e femminile ("così, quando le loro membra si fusero in quel tenace abbraccio, non furono più due, ma un essere doppio che femmina non è o giovinetto, che ha l'aspetto di entrambi e di nessuno dei due").
Ovidio, Metamorfosi, IV, 46-47


E, disgustato dai vizi che la natura
diede in così gran numero all’indole femminile, visse a lungo
celibe senza moglie, senza compagna di letto.
Nel frattempo scolpì con arte mirabile
il candido avorio, e gli diede una forma con cui non può nascere
nessuna donna, e s’innamorò della sua opera:
l’aspetto è quello di una ragazza vera, e si crederebbe
che sia viva e voglia muoversi, salvo il pudore;
a tal punto l’arte nasconde l’arte. La guarda
e si consuma d’amore per il corpo finto.
Spesso avvicina le mani per tastare se sia
carne o avorio, e neanche allora si persuade che è avorio.
La bacia e crede di essere a sua volta baciato,
le parla, la tocca e crede che le sue dita
s’imprimano sulle membra, teme che restino lividi.
Ora usa blandizie, ora i regali che piacciono
alle ragazze, conchiglie e pietruzze lisce,
uccellini e fiori di mille colori,
gigli, palline colorate e le lacrime
delle Eliadi cadute dall’albero; veste la statua,
le mette anelli alle dita, lunghi monili al collo,
perle alle orecchie e pendenti sul petto:
tutto le sta bene, ma nuda non è meno bella.
La mette in un letto coperto di porpora,
la chiama sua compagna, le adagia il capo
sulle morbide piume, come potesse sentirle.
Era venuto il giorno della festa di Venere,
celebrata in tutta Cipro, e le giovenche dalle ampie corna dorate
erano cadute, colpite nel candido collo;
fumavano gli incensi e Pigmalione, compiute
le offerte, rimase in piedi e disse con voce esitante:
«Se voi potete tutto, fate che sia mia moglie», e non osò dire
“la ragazza d’avorio”, ma disse «qualcuna che le somigli».
Ma l’aurea Venere, che era presente alla sua festa,
capì il vero senso della preghiera, ed in segno
del suo favore la fiamma si accese tre volte e guizzò la punta nell’aria.
Tornato a casa, andò dalla statua della sua ragazza,
si gettò sul letto a baciarla, e gli parve che si riscaldasse.
Di nuovo la bacia, le tocca il petto,
e l’avorio toccato s’ammorbidisce dalla sua durezza
e cede alle dita come la cera d’Imetto
s’ammorbidisce al sole e, trattata dal pollice,
assume moltissime forme e con l’uso diventa usabile.
Mentre stupisce e gode, ma la sua gioia è dubbiosa, temendo l’inganno,
l’innamorato tocca e ritocca l’oggetto del suo desiderio.
Era davvero un corpo: le vene toccate pulsavano.
Allora l’eroe di Pafo pensò le parole più piene
per rendere grazie alla dea, e intanto con le sue labbra
preme quelle altre labbra finalmente vere, e la ragazza
sentì i baci e arrossì e, sollevando alla luce
gli occhi timidi, vide insieme il cielo e l’amante.
La dea fu presente alle nozze che aveva volute,
e quando la luna fu piena per la nona volta,
partorì Pafo, da cui l’isola ebbe il suo nome.
Ovidio, Metamorfosi X, 243-297



Da chi avete imparato ad amare, ora imparate a guarire.
Ovidio, da Rimedi dell’amore


Giove dall'alto sorride degli spergiuri degli amanti e
lascia che i venti di Eolo se li portino via  senza effetto.
Ovidio, Ars amatoria, I, 633-634


"Lottano fra loro e straziano il mio debole cuore l’amore e l’odio: e so che vincerà l’amore.
Ti odierò se potrò, altrimenti, ti amerò mio malgrado.
Anche il toro non ama il giogo, eppure ne è schiavo.
Fuggo la tua infedeltà, ma mi riporta indietro la tua bellezza;
detesto la tua malizia, ma amo il tuo corpo.
E quindi non riesco a vivere, né con te, né senza di te.
E non capisco cosa voglio davvero.”
Publio Ovidio Nasone,43 a.C./18 d.C, "Amores"


Nella vita ci sono, abbiamo sempre gli opposti;
ciò che ci allontana e avvicina, schiavizza e libera,
ci addolora e guarisce, ci insegue e ci abbandona,
ci vuole liberi e al tempo stesso dimoranti
Publio Ovidio Nasone



.......Un dolce sonno si insinuò di nascosto negli occhi vinti, e la mano, ormai languida, le cadde dal mento. Marte la vede, desidera colei che ha visto e prende colei che ha desiderato, e con divino inganno le cela il furto d'amore. Se ne va nel sonno, lei giace gravida. Ormai nelle sue viscere era il fondatore di Roma.
Ovidio, Fasti III 11-24. Trad. Carandini



ARACNE TRASFORMATA IN RAGNO DA MINERVA
“Aracne, fanciulla d'umili origini nativa della Lidia, tesseva tele mirabilmente e le ricamava con l'ago in modo splendido. Un giorno Aracne, con gran superbia in pubblico s'era paragonata a Minerva, dea delle arti. Allora la dea, saputolo, si recò in Lidia dalla giovinetta in sembianze d'una vecchia e l'ammonì: "Nessuna delle mortali ti supera nell'arte del tessere, ma certamente non sei all'altezza di Minerva!". Ma Aracne rispose arrogantemente a Minerva "Le mie tele sono meravigliose; neppure la dea Minerva supera la mia perizia". Allora la dea adirata cancellò da sè le sembianze senili, si rivelò e disse "Scellerata, quando sperimenterai il castigo per la tua superbia, invano invocherai il mio perdono! Sempre penderai da un filo, trarrai fili in giù e tesserai in eterno!" e subito trasformò in ragno la misera ragazza”.
Ovidio



In quel giorno è anche consuetudine che la Vestale getti dal ponte
di quercia immagini di vecchi uomini fatte di giunchi.
Chi crede che fossero davvero immolati in tal modo uomini
di più di sessant'anni, accusa gli avi di una colpa scellerata.
E' di antica tradizione, quando la terra fu chiamata Saturnia,
che il fatidico Giove abbia detto queste parole:
"Gettate nelle acque del Tosco fiume due del popolo
in qualità di sacrificio al vecchio portatore di falce"
Finché il Tirinzio venne in questi campi, ogni anno
l'atroce rito fu compiuto così, come a Leucade*:
ma egli gettò nel fiume, invece di Quiriti, fantocci di paglia:
seguendo l'esempio di Ercole si gettano corpi finti.
Alcuni ritengono che i giovani precipitassero dai ponti
i vecchi ammalati per essere soli a votare.
Ma tu, o Tevere, rivela la verità…
Ovidio,  Fasti, V, 620 ss.

*Leucade: isola e città omonima sulle coste occidentali della Grecia.






Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-1625, 
Roma, Galleria Borghese, marmo, cm 243


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