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mercoledì 5 luglio 2017

Seneca. De Tranquillitate Animi. [...] quanto a ciò di cui senti la mancanza, è qualcosa di grande, di eccelso, di vicino a dio, il non essere turbato. Questa stabilità dell’animo, sulla quale c’è quel volume egregio di Democrito, i Greci la chiamano "euthymìa", io la chiamo tranquillitas

TRANQUILLITAS
Seneca, proprio come un medico dell’anima, pone al centro della terapia la "tranquillitas". Rivolgendosi a Sereno dice:

“quanto a ciò di cui senti la mancanza, è qualcosa di grande, di eccelso, di vicino a dio, il non essere turbato. Questa stabilità dell’animo, sulla quale c’è quel volume egregio di Democrito, i Greci la chiamano "euthymìa", io la chiamo tranquillitas”.

Essa non è la tranquillità dell’isolarsi dal mondo e dell’"inertia", piuttosto è il frutto di una autoeducazione modellata nel dinamismo del vivere quotidiano, quella forza d’animo caratteristica che fa affrontare le avversità della imprevedibile Provvidenza. Il saggio vive con questa disposizione psichica nel mezzo delle vicissitudini della vita sociale, negli inganni del lusso, nelle asperità, nelle ingiustizie, senza cadere negli estremi della depressione o dell’esaltazione. La "tranquillitas" è piena salute mentale, realizzazione di una personalità equilibrata, serena, sicura di sé. Non è una realizzazione banale, ma il frutto di un lavoro interiore impegnativo e talvolta duro che richiede razionale prudenza e la consapevole adesione etica alla "misura mediana", ossia l’evitare gli eccessi opposti della brama (piaceri estremi) e della rinuncia (mancanza totale di piaceri e di affetti). Si tratta di una meta ideale alla portata dell’essere comune e, che se realizzata, lo avvicina all’esperienza dello stato divino (deo vicinum).
(Cfr. Seneca, De Tranquillitate Animi, BUR, p. 73). 

Seneca, De brevitate vitae. Nessuno ti restituirà i tuoi anni, nessuno ti restituirà te stesso. La vita proseguirà per la via che ha imboccato senza tornare indietro, senza interruzioni. Non farà rumore, non ti avvertirà del suo rapido correre: scivolerà via silenziosa.


Nessuno ti renderà gli anni, nessuno ti restituirà a te stesso; andrà il tempo della vita per la via intrapresa e non tornerà indietro né arresterà il suo corso; non farà rumore, non darà segno della sua velocità: scorrerà in silenzio, non si allungherà per editto di Re o favore di popolo; correrà come è partito dal primo giorno, non farà mai fermate, mai soste. Che avverrà? tu sei affaccendato, la vita si affretta: e intanto sarà lì la morte, per la quale, tu voglia o no, devi aver tempo.
 Lucio Anneo Seneca


Nessuno ti restituirà i tuoi anni, nessuno ti restituirà te stesso. 
La vita proseguirà per la via che ha imboccato senza tornare indietro, senza interruzioni. 
Non farà rumore, non ti avvertirà del suo rapido correre: scivolerà via silenziosa.
Seneca, De brevitate vitae


“Nessuna attività può es­sere bene esercitata da un uomo affaccendato, non l’elo­quenza, non le professioni liberali, dal momento che l’a­nimo deconcentrato non recepisce nulla in profondità, ma tutto rigetta come cibo ingozzato. […]
Non c’è dunque motivo di credere che uno sia vissuto a lungo perché ha i capelli bianchi o le rughe: non è vissuto a lungo, ma è stato al mondo a lungo. Come credere che ha molto navigato chi la tempesta ha sorpreso all’uscita dal porto menandolo qua e là in un turbine di venti opposti e facendolo girare in tondo entro lo stesso spazio. Non ha navigato molto, ma è stato sballottato molto.”
Lucio Anneo Seneca, “De brevitate vitae”, VII, 3-10


SENECA, LA BREVITA' DELLA VITA
La maggior parte dei mortali, o Paolino, si lagna per la cattiveria della natura, perché siamo messi al mondo per un esiguo periodo di tempo, perché questi periodi di tempo a noi concessi trascorrono così velocemente, così in fretta che, tranne pochissimi, la vita abbandoni gli altri nello stesso sorgere della vita. Né di tale calamità, comune a tutti, come credono, si lamentò solo la folla e il dissennato popolino; questo stato d'animo suscitò le lamentele anche di personaggi famosi. Da qui deriva la famosa esclamazione del più illustre dei medici, che la vita è breve, l'arte lunga; di qui la contesa, poco decorosa per un saggio, dell'esigente Aristotele con la natura delle cose, perché essa è stata tanto benevola nei confronti degli animali, che possono vivere cinque o dieci generazioni, ed invece ha concesso un tempo tanto più breve all'uomo, nato a tante e così grandi cose. Noi non disponiamo di poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto. La vita è lunga abbastanza e ci è stata data con larghezza per la realizzazione delle più grandi imprese, se fosse impiegata tutta con diligenza; ma quando essa trascorre nello spreco e nell'indifferenza, quando non viene spesa per nulla di buono, spinti alla fine dall'estrema necessità, ci accorgiamo che essa è passata e non ci siamo accorti del suo trascorrere. È così: non riceviamo una vita breve, ma l'abbiamo resa noi, e non siamo poveri di essa, ma prodighi. Come sontuose e regali ricchezze, quando siano giunte ad un cattivo padrone, vengono dissipate in un attimo, ma, benché modeste, se vengono affidate ad un buon custode, si incrementano con l'investimento, così la nostra vita molto si estende per chi sa bene gestirla.
Seneca, De brevitate vitae


Nessuno ti restituirà i tuoi anni, nessuno ti restituirà te stesso.
La vita proseguirà per la via che ha imboccato senza tornare indietro, senza interruzioni.
Non farà rumore, non ti avvertirà del suo rapido correre: scivolerà via silenziosa.
Seneca. De brevitate vitae

Seneca, De tranquillitate animi. Esplorando l'animo mio avverto un senso di malessere quanto mai sgradevole, che mi rende lunatico e lagnoso: insomma non sono malato, ma non sto neppure bene. Io temo che con l'abitudine - la quale porta le cose a fossilizzarsi in una persistente stabilità - questo mio difetto possa mettere radici, giacché la continua dimestichezza con i nostri mali alla lunga ce li fa gustare ed amare come se fossero dei beni.

Esplorando l'animo mio avverto un senso di malessere quanto mai sgradevole, che mi rende lunatico e lagnoso: insomma non sono malato, ma non sto neppure bene.
Io temo che con l'abitudine - la quale porta le cose a fossilizzarsi in una persistente stabilità - questo mio difetto possa mettere radici, giacché la continua dimestichezza con i nostri mali alla lunga ce li fa gustare ed amare come se fossero dei beni.
Seneca, De tranquillitate animi



venerdì 2 dicembre 2016

Seneca, De ira. Chiedi quale sia la strada per la libertà? Una qualsiasi vena del tuo corpo


«Chiedi quale sia la strada per la libertà?
Una qualsiasi vena del tuo corpo».
Seneca, “De ira” III, 15, 4



Bisogna ogni giorno chiamare l’anima alla resa dei conti. 
Così faceva Sestio: finita la giornata, una volta ritirandosi nella sua camera per il riposo della notte, 
egli interrogava la sua anima: 
<<Di quale male ti sei guarita oggi? 
Quale vizio hai combattuto? 
In che cosa sei migliore?>> 
Vi è nulla di più bello che indagare tutta la giornata? 
Quale sonno segue un simile esame di se stessi, com’è tranquillo, profondo e libero, quando lo spirito è stato lodato o avvertito quando è stato osservatore e giudice segreto dei suoi propri costumi! 
Uso questo potere, e ogni giorno difendo la mia causa di fronte a me stesso. 
Quando si è spenta la fiaccola e mia moglie, già abituata al mio modo di agire, tace, 
esamino tutta la mia giornata e misuro ciò che ho fatto e ciò che ho detto; 
non nascondo nulla, non transigo su nulla.
Seneca, De ira



domenica 16 ottobre 2016

De vita beata - De beata vita - Seneca - Agostino. Concetto di felicità. “Tutti, o fratello Gallione, vogliono vivere felici, ma quando poi si tratta di riconoscere cos'è che rende felice la vita, ecco che ti vanno a tentoni…” Seneca, De vita beata


De vita beata - De beata vita - Seneca - Agostino.

Si potrebbe, per la felicità, parafrasare quel che Agostino dice del tempo: 
se non me lo chiedi so cosa sia, ma divento incerto quando mi costringi a parlarne. 

Eppure vogliamo iniziare il nuovo anno di letture con l’ostinazione esigente di Paolo e interrogarci sulle radici del concetto di felicità attraverso la competenza amica del latinista Ivano Dionigi. 

Stoicismo versus cristianesimo: 
una linea di continuità o di divaricazione? 
Quali indicazioni ci danno i due filosofi latini nelle loro opere dal titolo “a specchio”?

“Tutti, o fratello Gallione, vogliono vivere felici, ma quando poi si tratta di riconoscere cos'è che rende felice la vita, ecco che ti vanno a tentoni…”
Seneca, De vita beata

(Lucio Anneo Seneca, Sulla felicità, Introduzione di Alessandro Schiesaro, traduzione di Donatella Agonigi testo latino a fronte, Milano, Rizzoli,BUR, 1996).
1. Tutti, o fratello Gallione, vogliono vivere felici, ma quando poi si tratta di riconoscere cos'è che rende felice la vita, ecco che ti vanno a tentoni; a tal punto è così poco facile nella vita raggiungere la felicità, che uno, quanto più affannosamente la cerca, tanto più se ne allontana, per poco che esca di strada; che se poi si va in senso opposto, allora più si corre veloci e più aumenta la distanza. 

Perciò dobbiamo prima chiederci che cosa desideriamo; poi considerare per quale strada possiamo pervenirvi nel tempo più breve, e renderci conto, durante il cammino, sempre che sia quello giusto, di quanto ogni giorno ne abbiamo compiuto e di quanto ci stiamo sempre più avvicinando a ciò verso cui il nostro naturale istinto ci spinge. 

Finché vaghiamo a caso, senza seguire una guida ma solo lo strepito e il clamore discorde di chi ci chiama da tutte le parti, la nostra vita si consumerà in un continuo andirivieni e sarà breve anche se noi ci daremo giorno e notte da fare con le migliori intenzioni. 

Si stabilisca dunque dove vogliamo arrivare e per quale strada, non senza una guida cui sia noto il cammino che abbiamo intrapreso, perché qui non si tratta delle solite circostanze cui si va incontro in tutti gli altri viaggi; in quelli, per non sbagliare, basta seguire la strada o chiedere alla gente del luogo, qui, invece, sono proprio le strade più frequentate e più conosciute a trarre maggiormente in inganno. 

Da nulla, quindi, bisogna guardarsi meglio che dal seguire, come fanno le pecore, il gregge che ci cammina davanti, dirigendoci non dove si deve andare, ma dove tutti vanno. E niente ci tira addosso i mali peggiori come l'andar dietro alle chiacchiere della gente, convinti che le cose accettate per generale consenso siano le migliori e che, dal momento che gli esempi che abbiamo sono molti, sia meglio vivere non secondo ragione, ma per imitazione. 

Di qui tutta questa caterva di uomini che crollano gli unì sugli altri. 
Quello che accade in una gran folla di persone, quando la gente si schiaccia a vicenda (nessuno cade, infatti, senza trascinare con sé qualche altro, e i primi provocano la caduta di quelli che stan dietro), capita nella vita: nessuno sbaglia solo per sé, ma è la causa e l'origine degli errori degli altri; infatti è uno sbaglio attaccarsi a quelli che ci precedono, e poiché ognuno preferisce credere, piuttosto che giudicare, mai si esprime un giudizio sulla vita, ma ci si limita a credere: così l'errore, passato di mano in mano, ci travolge e ci fa precipitare. 

Gli esempi altrui sono quelli che ci rovinano; noi invece staremo bene appena ci staccheremo dalla folla. Ora, in verità, il popolo, contro la ragione, si fa difensore del proprio male. E succede come nei comizi quando, mutato che sia il volubile favore popolare, a meravigliarsi dell'elezione dei pretori sono proprio quelli che li hanno eletti: approviamo e nello stesso tempo disapproviamo le medesime cose; è questo il risultato di ogni giudizio che si dà secondo quel che dicono i più.
[…]

3. Cerchiamo un bene che non sia appariscente, ma solido e duraturo, e che abbia una sua bellezza tutta intima: tiriamolo fuori. Non è lontano; si troverà, bisogna soltanto che tu sappia dove allungare la mano; ora, invece, come se fossimo al buio, passiamo davanti alle cose che ci sono vicine, inciampando magari proprio in quelle che desideriamo. Ma per non fartela molto lunga, lascerò stare le opinioni degli altri (e infatti sarebbe lungo elencarle e discuterle): tu ascolta la nostra. E quando dico nostra non è che resto legato a qualcuno dei grandi stoici: anche io ho il diritto di dire la mia. 

Pertanto con qualcuno sarò d'accordo, a qualche altro suggerirò di difendere solo in parte la sua idea, e può darsi che, invitato a parlare per ultimo, io non avrò nulla da ribattere alle cose dette da quelli che mi hanno preceduto e aggiunga: "In più, ecco quel che io penso". Intanto, d'accordo con tutti gli stoici, io seguo la natura; è saggezza, infatti, non allontanarsi da essa e conformarsi alla sua legge e al suo esempio. È dunque felice una vita che segue la propria natura, che tuttavia non può realizzarsi se prima di tutto l'animo non è sano, anzi nell'ininterrotto possesso della sua salute, e poi forte ed energico, infine assolutamente paziente, adattabile alle circostanze, sollecito ma senza angoscia del suo corpo e di ciò che gli concerne, attento a tutte quelle cose che ornano la vita, senza però ammirarne alcuna, disposto a usare i doni della natura ma senza esserne schiavo. Tu capisci, anche se io non lo dico, che ne deriva una ininterrotta tranquillità e libertà, una volta rimosse le cose che ci irritano o ci atterriscono; infatti, ai piaceri e alle seduzioni, che sono ben meschini e fragili e dannosi per il loro stesso profumo, subentra una gioia infinita inestinguibile, costante e, ancora, la pace, l’armonia de animo e la grandezza insieme alla bontà: infatti ogni cattiveria deriva dalla debolezza.

4. La nostra felicità può essere anche definita altrimenti, nel senso che lo stesso concetto può essere espresso con parole diverse. Allo stesso modo che un esercito si può schierare ora su un fronte molto ampio, ora restringersi in uno spazio più angusto o rientrare al centro curvando le ali o spiegarsi su una linea diritta, esso sempre, comunque sia disposto, ha la medesima forza e la medesima volontà di battersi per la stessa causa: così la definizione del sommo bene può essere ampliata ed estesa o condensata e ristretta. E, quindi, sarà lo stesso se dirò: "Il sommo bene è l'animo che ha in dispregio i doni della fortuna e si compiace della virtù" oppure: "È un'indomita forza d'animo, esperta delle cose, serena nell'azione, dotata di grande umanità e sollecitudine nei riguardi degli altri". Ma si può definire ancora dicendo felice quell'uomo per il quale il bene e il male non sono se non un animo buono o un animo cattivo, che pratica l'onestà, che si compiace della virtù, che non si lascia esaltare né abbattere dagli eventi fortuiti, che non conosce altro bene più grande di quello che lui stesso è in grado di procurarsi, per cui il piacere più vero sarà il disprezzo dei piaceri. E se vuoi dilungarti, si può ancora presentare lo stesso concetto sotto vari e diversi aspetti, lasciandone intatto il valore; che cosa, infatti, ci vieta di dire che la felicità consiste in un animo libero, elevato, intrepido, saldo, che lascia fuori di sé timore e cupidigia, che considera unico bene l'onestà e unico male la turpitudine e tutto il resto un vile coacervo di cose che non tolgono né aggiungono nulla a una vita felice e che possono venire o andarsene senza accrescere o diminuire il sommo bene? A un comportamento così saldo, si voglia o no, seguirà una ininterrotta serenità e una profonda letizia che nasce dall'intimo, perché si rallegra di quel che ha e non desidera nulla di più di quanto le è proprio Ebbene, tutto questo non ripaga ampiamente i meschini, futili, effimeri moti del nostro fragile corpo? Il giorno in cui si sarà schiavi del piacere lo si sarà anche del dolore; e tu vedi a quale spietata e funesta schiavitù dovrà soggiacere colui che sarà posseduto alternativamente dai piaceri e dai dolori, i più capricciosi e dispotici dei padroni; quindi bisogna trovare un varco verso la libertà. E nessun'altra cosa può darcela se non l'indifferenza nei riguardi della sorte: allora nascerà quel bene inestimabile, la pace della mente che si sente al sicuro, e l'elevazione spirituale, e, una volta scacciati i timori, dalla conoscenza del vero una gioia grande e immutabile e l'amabilità e la disponibilità dell'animo, che di queste cose godrà non in quanto beni, ma in quanto nate da un bene che è suo proprio.

5. Visto che ormai ho cominciato a trattare l'argomento ampiamente, possiamo ancora definire felice chi, grazie alla ragione, non ha né timori né passioni. In effetti, né i sassi provano paura e tristezza né certamente gli animali. Non per questo si potrebbe dire che sono felici, dal momento che manca loro la consapevolezza della felicità. Vanno messi sullo stesso piano gli uomini che la loro stupidità e l'incoscienza di sé relegano tra le bestie. Non c'è nessuna differenza tra questi e quelle: infatti, le bestie non sono dotate di ragione, questi uomini ne hanno poca e per di più si ritorce a loro danno. Ora, nessuno può dirsi felice se sta fuori dalla verità. Dunque è beata la vita che si basa costantemente su un giudizio retto e fermo. E' allora infatti che la mente è pura, libera da ogni male, capace di sottrarsi sia alle ferite sia alle graffiature, decisa a restare dove si trova e a difendere la sua posizione anche contro le avversità e le persecuzioni della sorte. Per quanto poi concerne il piacere, se pure si spande tutto intorno e si insinua in ogni fessura, ci blandisce l'anima con sue lusinghe e ci mette davanti una tentazione dopo l'altra per sedurci completamente o almeno in parte, c'è forse un uomo, cui resti un briciolo di umanità, che vorrà lasciarsi trastullare giorno e notte e vorrà trascurare l'animo per dedicarsi solo al corpo?

6. "Ma anche l'animo" mi puoi dire "avrà i suoi piaceri". E li abbia pure, e sieda giudice del lusso e dei piaceri, si sazi di tutto quello che di solito alletta i sensi, poi rivolga il pensiero al passato e, memore dei piaceri trascorsi, si rallegri per le gioie passate e pregusti quelle future, organizzi le sue speranze e, mentre il corpo è ancora appesantito dal lauto pasto di oggi, corra già col pensiero a quello di domani. Tutto questo mi parrà davvero meschino, dato che preferire il male al bene è pura follia. Nessuno può essere felice se non è sano di mente e certo non lo è chi desidera quello che gli nuocerà. E' felice dunque chi giudica rettamente. E' felice chi è contento della sua condizione, qualsiasi essa sia, e gode di quello che ha. E' felice chi affida alla ragione la condotta di tutta la sua vita.

7. Anche quelli che hanno detto che il sommo bene risiede nei piaceri vedono in quale posto vergognoso l'hanno relegato. Per questo affermano che il piacere non può essere separato dalla virtù e sostengono che non vive con onore chi non vive anche con piacere e che non vive con piacere chi non vive anche con onore. Non vedo come si possano accoppiare cose tanto diverse. Per quale ragione, vi chiedo, non si può separare il piacere dalla virtù? Forse perché il principio di ogni bene deriva dalla virtù e dalle sue radici nasce anche quello che voi amate e desiderate? Ma se piacere e virtù non fossero separati non esisterebbero cose piacevoli ma disonorevoli né cose onorevolissime ma difficili e che si raggiungono solo a prezzo di sofferenze. Aggiungi poi che il piacere si accompagna anche alla vita più vergognosa ma la virtù non ammette una vita disonesta, poi che alcuni sono infelici non perché privi di piaceri ma proprio a causa dei piaceri: cosa che non accadrebbe se il piacere fosse mescolato alla virtù, che spesso ne è priva ma mai ne ha bisogno. Perché volete mettere insieme cose diverse, anzi opposte? La virtù è qualcosa di alto, eccelso, regale, invincibile, infaticabile, invece il piacere è una cosa bassa, servile, debole, effimera e sta di casa nei bordelli e nelle taverne. La virtù la troverai nel tempio, nel foro, nella curia, a difesa delle mura, impolverata, accaldata e coi calli alle mani. Il piacere se ne sta quasi sempre nascosto, in cerca del buio intorno ai bagni e alle stufe, nei luoghi che hanno paura degli edili, fiacco, snervato, madido di vino e di profumi, pallido, imbellettato e imbalsamato come un cadavere. Il sommo bene è immortale, non conosce fine, non dà sazietà né rimorso perché la mente retta non cambia, non prova odio per se stessa, non modifica ciò che è già ottimo. Al contrario il piacere si esaurisce sul più bello, è limitato perciò sazia subito, viene a noia e dopo il primo slancio si affloscia. Non può essere stabile quello che per natura è in movimento. Allo stesso modo non può avere nessuna consistenza quello che va e viene in un baleno, destinato a finire nell'attimo stesso in cui si consuma: infatti tende al punto in cui cessa e quando comincia ha già presente la fine.

8. E poi perché mai il piacere esiste tanto tra i buoni che tra i malvagi e gli scellerati godono della loro infamia come gli onesti delle buone azioni? Per questo gli antichi ci hanno insegnato a seguire la vita migliore e non la più piacevole, in modo che il piacere sia compagno e non guida di una buona e retta volontà. E' la natura infatti che dobbiamo prendere come guida: a lei si rivolge la ragione, a lei chiede consiglio. Allora vivere felici e secondo natura è lo stesso. Ti spiego cosa intendo: se sapremo conservare con cura e serenità le doti fisiche e le inclinazioni naturali come beni di un solo giorno e fugaci, se non saremo loro schiavi né soggetti al potere delle cose esterne, se le occasionali gioie del corpo per noi avranno lo stesso posto che hanno le truppe ausiliarie e quelle armate alla leggera nell'esercito (devono servire, non comandare), allora di certo saranno utili alla mente. L'uomo non deve lasciarsi corrompere e dominare dagli eventi esterni e deve fare affidamento solamente su se stesso, sicuro di sé e pronto a tutto, insomma artefice della propria vita. La sua sicurezza non manchi di conoscenza e la conoscenza di costanza. Siano sempre saldi i suoi principi e le sue decisioni non subiscano modifiche. Si capisce, anche se non lo dico, che un uomo così sarà equilibrato e ordinato in ogni sua azione, magnifico ma non senza benevolenza. La ragione si interroghi stimolata dai sensi e li prenda come punto di partenza (del resto non ha altro da cui cominciare per prendere slancio verso la verità) ma poi torni in sé. Infatti anche l'universo che tutto abbraccia e Dio che governa il mondo tendono verso l'esterno, e tuttavia sempre rientrano in sé. Così deve fare la nostra mente: anche quando seguendo i sensi si spinge all'esterno deve avere il controllo su questi e su se stessa. In questo modo si realizzerà una forza unica e un'armonia tra le sue facoltà e nascerà quella razionalità sicura che è senza contraddizioni e che non ha incertezze sulle sue opinioni, conoscenze e convinzioni, quella razionalità che, quando si è organizzata ed è concorde in tutte le sue parti e, per così dire, agisce all'unisono, allora ha toccato il sommo bene. Perché non c'è più niente di riprovevole, niente di incerto, niente che la faccia inciampare e scivolare. Farà tutto secondo il proprio volere e non gli capiterà nulla che non abbia previsto. Tutte le sue azioni avranno buon esito in modo facile, agevole e senza ripensamenti: infatti, pigrizia e indecisione denotano contrasto e incoerenza. Perciò si può affermare senza esitazione che il sommo bene è l'armonia dell'animo, infatti le virtù dovranno stare dove c'è accordo e unità: sono i vizi che non vanno d'accordo.

9. "Ma anche tu" mi puoi dire "non coltivi la virtù per altro se non perché speri di ricavarne qualche piacere." Per prima cosa, anche se la virtù procurerà piacere, non è per questo che la si cerca. Infatti non procura piacere, ma "anche" piacere, e non si affatica per questo, ma la sua fatica, per quanto miri ad altro, ha come conseguenza anche questo. Come in un campo seminato a frumento nascono qua e là i fiori, ma non è per queste piantine (anche se sono belle da guardare) che è stata fatta tanta fatica (diverso era il proposito di chi seminava, il resto è venuto da sé), allo stesso modo il piacere non è il prezzo né la causa della virtù ma un suo accessorio e non piace perché diletta, ma, se piace, allora diletta. Il sommo bene consiste proprio nella convinzione e nel comportamento di una mente perfetta che, quando ha compiuto il suo corso e fissati i suoi limiti, ha pienamente realizzato il sommo bene e non desidera niente di più: fuori del tutto non esiste nulla, nulla oltre la fine. Per questo sbagli a chiedere il motivo che mi spinge ad aspirare alla virtù: cerchi qualcosa al di sopra di ciò che è sommo. Vuoi sapere cosa mi aspetto dalla virtù? La virtù. Infatti non ha nulla di più prezioso del suo stesso valore. Ti sembra poco? Se ti dico: "il sommo bene è la fermezza di un animo saldo e la sua previdenza e la sua elevatezza e il suo equilibrio e la sua libertà e la sua armonia e la sua dignità", pretendi ancora qualcosa di più grande cui riferire questi beni? Perché mi nomini il piacere? lo cerco il bene dell'uomo, non del ventre, che, del resto, è più capiente negli animali."

10. "Travisi" mi puoi dire "quello che dico. Infatti, io affermo che non si può vivere con piacere se non si vive anche con onore, e questo non può accadere né agli animali né a chi misura la felicità dal cibo. Affermo con molta chiarezza che la vita che definisco piacevole non può che essere associata alla virtù." Ma chi è che non sa che sono proprio i più stolti a essere stracolmi dei vostri piaceri, che la malvagità è ricca di soddisfazioni e che l'animo stesso suggerisce tanti tipi di piaceri vergognosi? Prima di tutto l'arroganza e l'eccesso di stima di sé, l'orgoglio che disprezza tutti e l'amore cieco e incauto per le sue cose, l'esaltazione per i più piccoli e futili motivi e poi la maldicenza e la superbia che si compiacciono di offendere, l'inerzia e l'indolenza dell'animo che, fiaccato dalla profusione dei godimenti, si addormenta su se stesso. Tutto questo la virtù lo spazza via, ci dà una tiratina di orecchie, fa una valutazione dei piaceri prima di accettarli e non tiene neanche in gran conto quelli che approva: infatti non li accetta per goderseli, al contrario, si rallegra di poterli moderare? Siccome però la moderazione limita i piaceri, è un'offesa per il sommo bene. Tu il piacere lo tieni stretto, io lo tengo a freno. Tu godi del piacere, io me ne servo. Tu credi che sia il sommo bene, io neanche un bene. Tu fai tutto per il piacere, io niente."
11. Quando dico che non faccio nulla per il piacere, mi riferisco a quel sapiente al quale soltanto concediamo il piacere. Ma non chiamo sapiente chi ha qualcosa sopra di sé, tantomeno il piacere. Perché, se è tutto preso da questo, come farà a resistere alla fatica, al pericolo, alla povertà e alle tante minacce che strepitano intorno alla vita umana? Come potrà sopportare la vista della morte, come i dolori, come il rumore del mondo e di nemici tanto violenti se cede davanti a un avversario così debole? "Farà tutto ciò che il piacere lo persuaderà a fare." Ma via, non vedi di quante cose lo persuaderà? "Non potrà persuaderlo di niente di turpe" puoi dire "perché è unito alla virtù." Ma ancora non vedi che razza di sommo bene è, se ha bisogno di un guardiano per essere un bene? Come potrà la virtù guidare il piacere mentre lo segue, se è ai subordinati che tocca seguire e ai comandanti guidare? Tu metti in coda chi comanda. Ha davvero un illustre incarico la virtù secondo voi: assaggiare i piaceri! Ma vedremo se la virtù, da loro così maltrattata, sarà ancora virtù, perché non può conservare il suo nome se ha abbandonato il suo posto. Intanto, per restare in argomento, ti mostrerò molti uomini assediati dai piaceri che la sorte ha coperto di tutti i suoi doni ma che, devi riconoscere, sono malvagi. Guarda Nomentano e Apicio che vanno a ricercare i beni (così li chiamano loro) della terra e del mare e fanno sfilare sulla mensa animali di ogni paese; li vedi che dal trono adorno di rose contemplano la loro tavola e si deliziano le orecchie al suono dei canti, gli occhi con spettacoli e il palato con ghiottonerie . Hanno tutto il corpo carezzato da stoffe morbide e delicate e, per evitare che le narici nel frattempo restino inerti, viene impregnato dei più svariati profumi il luogo dove la dissolutezza si celebra. Puoi dire che sono in mezzo ai piaceri, ma non ne ricaveranno un bene, perché non godono di un bene.
12. "Sarà male per loro" dirai "perché interverranno molte cose a sconvolgere l'animo e le opinioni contrastanti renderanno inquieta la mente." E' così, te lo concedo. Comunque, anche se stolti e volubili e soggetti al pentimento, proveranno grandi piaceri al punto che si deve ammettere che sono lontani allo stesso modo da qualsiasi inquietudine e serenità e, come succede ai più, sono preda di un'allegra follia e impazziscono dalle risate. Al contrario i piaceri dei saggi sono miti e pacati, quasi affievoliti, controllati e appena percettibili in quanto sopraggiungono senza che siano stati chiamati e, nonostante si presentino da sé, non sono accolti con onore né con particolare gioia da chi li riceve. Infatti il saggio li mescola con la vita come il gioco e il divertimento con le cose serie. La devono smettere, allora, di associare cose incompatibili e di confondere piacere e virtù. E' con questo vizio che lusingano gli uomini peggiori. Chi si è lasciato andare in mezzo ai piaceri e va ruttando sempre ubriaco, siccome sa di vivere col piacere, crede di vivere anche con la virtù: infatti sente dire che virtù e piacere non possono essere separati e così fregia i suoi vizi col nome di sapienza ed esibisce ciò che dovrebbe nascondere. Non è Epicureo che li spinge a essere dissoluti, sono loro che, dediti al vizio, nascondono in grembo alla filosofia la loro dissolutezza e si precipitano dove sentono che si loda il piacere. Non considerano però quanto sia sobrio e moderato il piacere di Epicuro (questo, per Ercole, è quello che penso io) ma accorrono al solo nome, sperando di trovare giustificazione e copertura per le loro dissolutezze. Così perdono anche l'unico bene che possedevano fra tanti mali: il pudore del peccato. Infatti lodano ciò per cui arrossivano e si vantano del vizio. E non può neppure risvegliarsi il pentimento, perché si è dato un nome nobile a una turpe ignavia. Per questo è pericolosa l'esaltazione del piacere, perché i nobili insegnamenti restano nascosti e le fonti di corruzione emergono.
[…]
16. Dunque la vera felicità risiede nella virtù. Ma quali consigli ti darà questa virtù? Di considerare bene solo ciò che è legato alla virtù e male ciò che è legato alla malvagità. Poi di restare ben saldo di fronte al male e al seguito del bene in modo da imitare Dio nei limiti del possibile. E che premio ti promette per questa impresa? Privilegi grandi e degni degli dei: non sarai costretto a nulla, non avrai bisogno di nulla, sarai libero sicuro e inviolabile, non tenterai niente invano e non sarai mai ostacolato, tutto andrà secondo il tuo desiderio, nulla ti sarà avverso né contrario al tuo intento e alla tua volontà. "Allora basta la virtù per essere felici?" Perfetta e divina com'è, perché non dovrebbe essere sufficiente, anzi più che sufficiente? Cosa può mancare infatti a chi è al di là di ogni desiderio? Di cosa può aver bisogno dall'esterno chi ha raccolto tutto in se stesso? Ma chi ancora non ha raggiunto la virtù, anche se ha fatto molta strada, ha bisogno che la sorte gli sia benevola finché si dibatte in mezzo ai difetti umani e non riesce a sciogliere questo nodo e ogni vincolo mortale. Allora che differenza c'è? Che questi sono ben bene legati stretti e incatenati e invece a chi ha cercato di arrivare più in alto si è allentata la catena e anche se non è ancora libero è come se già lo fosse.



Agostino, De beata vita
(Sant’Agostino, La felicità. La libertà. De beata vita. De libero arbitrio. Testo a fronte. Trad. Riccardo Fedriga. Milano, Rizzoli BUR 1995)
Le condizioni della vita e la vocazione alla filosofia (1, 1-5)
La sventura e la vocazione alla filosofia.
1. 1. O coltissimo ed egregio Teodoro, se il tragitto indicato dalla ragione e la sola scelta conducessero al porto della filosofia, dal quale si può sbarcare nella regione e terraferma della felicità, non saprei se può offendere l'affermazione che in molto minor numero sarebbero gli uomini che lo raggiungono. Adesso ancora, come osserviamo, di rado e pochi assai vi arrivano. Infatti ci ha lanciato in questo mondo come in un mare tempestoso, irrazionalmente e a caso, almeno all'apparenza, o Dio, o la natura, o la necessità ovvero una nostra scelta o alcuni di questi principi congiunti o tutti insieme. Il problema è di difficile soluzione. Tu hai cominciato a chiarirlo. Nessuno potrebbe dunque sapere dove dirigersi o per dove ritornare se talora, contro la nostra scelta e mentre ci affatichiamo in direzione opposta, una qualche tempesta, di cui gli ignoranti possono ritenere che ci allontani dalla meta, non ci gettasse, senza la nostra consapevolezza e malgrado il nostro errore, nella terra tanto desiderata.
Le tre categorie di naviganti.
1. 2. Ritengo quindi di poter classificare gli individui che la filosofia può accogliere, in tre categorie di naviganti. La prima è di coloro che, raggiunto l'uso della ragione, senza sforzo, con qualche leggero colpo di remi, salpano senza tentare il largo e si rifugiano nella tranquillità. Di là erigono per quanti è possibile, affinché si sforzino di raggiungerli, il faro splendente di qualche loro opera. La seconda categoria, opposta alla precedente, è di coloro che, ingannati dalla fallace superficie del mare, hanno deciso d'avanzare al largo ed osano allontanarsi dalla patria e spesso se ne dimenticano. E se un vento, che credono favorevole, li sospingerà da poppa non saprei in quale direzione e in maniera assai occulta, incorrono nel colmo dell'infelicità. Ma ne sono orgogliosi e soddisfatti perché fino a tal punto li favorisce la serenità assai ingannevole dei piaceri e degli onori. E ad essi non si deve augurare altro che una sfavorevole e, se è poco, una veramente crudele tempesta, proprio in quelle soddisfazioni da cui sono trattenuti nel piacere ed inoltre il vento contrario che li conduca, magari piangenti e gementi, a godimenti sicuri e stabili. Tuttavia taluni di questa categoria, non essendosi ancora molto allontanati, sono ricondotti da avversità non tanto gravi. Sono gli uomini che, quando le lacrimevoli perdite delle loro sostanze o le angustianti difficoltà per futili interessi li stimoleranno a leggere, poiché non rimane loro altro da fare, libri di uomini dotti e molto saggi, si svegliano, per così dire, nel porto stesso, da cui non possono farli uscire le lusinghe del mare troppo falsamente tranquillo. Fra le due precedenti v'è una terza categoria. È di coloro che o fin dall'adolescenza, ovvero dopo essere stati a lungo e duramente sballottati qua e là, tengono lo sguardo volto ad alcuni fari e, sebbene fra i marosi, si ricordano della patria diletta e con dritto corso senza inganni e senza indugi vi ritornano. O più spesso lasciando la retta via a causa delle nebbie o fissando lo sguardo su stelle che declinano all'orizzonte o presi da qualche allettamento, rimandano il tempo propizio alla navigazione, errano piuttosto a lungo e spesso anche rischiano di naufragare. Anche essi spesso sono ricondotti alla auspicata vita serena dalla sventura nei beni caduchi, la quale può apparire come tempesta contraria ai loro tentativi.
Il monte della vanagloriosa filosofia classica.
1. 3. Tutti coloro che in una maniera o nell'altra sono condotti alla regione della felicità devono temere fortemente ed evitare con ogni cura un alto monte che si erge proprio davanti al porto e lascia un adito assai stretto a coloro che vi entrano. Esso è tanto splendido ed è fasciato da luce così ingannevole che invita a soffermarvisi coloro che arrivano e non sono ancora entrati e lusinga di soddisfare, sostituendosi alla regione della felicità, la loro aspirazione. E spesso adesca anche gli uomini giunti al porto e li fa tornare indietro allettandoli con la propria altezza, da cui è gradevole disprezzare gli altri. Essi tuttavia ammoniscono i frequenti viaggiatori di non finire sugli scogli sommersi nelle acque e di non credere che sia facile salire fino a loro e con molta umanità indicano la via da seguire senza pericolo a causa della vicinanza della regione felice. E poiché non vogliono averli soci di una futile gloria, mostrano il luogo della sicurezza. Infatti non altro la ragione vuol fare intendere per alto monte, temibile a coloro i quali si avvicinano o sono già entrati nella filosofia, che l'orgogliosa aspirazione è gloria caduca e vuota. Esso infatti nell'interno è cavo e privo di compattezza sicché, squarciandosi il fragile suolo, può trascinare nella rovina e inghiottire i tronfi individui che vi camminano sopra e sottrarre ad essi, piombati nelle tenebre, la splendida patria che avevano intravisto.
Le esperienze spirituali di Agostino.
1. 4. Stando così le cose, ascolta, o mio Teodoro, poiché a te solo mi rivolgo e te ritengo capace di comprendere il mio intento, ascolta dunque quale delle tre categorie di persone mi ha fatto rivolgere a te, in quale luogo ritengo di essere e quale aiuto mi attendo da te. Fin dal diciannovesimo anno della mia vita, dopo aver letto, nella scuola del retore, il libro di Cicerone, dal titolo L'Ortensio, fui preso da tanto amore per la filosofia che subito decisi di dedicarmi ad essa. Ma non mancarono nebbie per cui il mio navigare fu senza mèta e a lungo, lo confesso, ebbi fisso lo sguardo su stelle che tramontavano nell'oceano e che inducevano nell'errore. Difatti una falsa e puerile interpretazione della religione mi distoglieva dall'indagine. Reso più maturo, mi allontanai dalla foschia e mi creai la persuasione che ci si dovesse affidare più a coloro che usano la ragione che a coloro che usano l'autorità. M'incontrai allora con individui i quali ritenevano che la luce sensibile si deve venerare fra le cose altamente divine. Non ero d'accordo, ma supponevo che intendessero celare una nobile dottrina in concetti arcani. In seguito me li avrebbero svelati. Ma quando, dopo averli esaminati attentamente, li abbandonai soprattutto con la traversata di questo mare, a lungo gli accademici tennero il mio timone fra i marosi in lotta con tutti i venti. Alfine giunsi in questa regione e qui conobbi la stella polare cui affidarmi. Avvertii infatti spesso, nei discorsi del nostro vescovo e talora nei tuoi, che all'idea di Dio non si deve associare col pensiero nulla di materiale e neanche all'idea dell'anima che nel mondo è il solo essere assai vicino a Dio. Ma, lo confesso, ero trattenuto dal volare in seno alla filosofia dagli allettamenti della donna e dell'onore con questa mira che, una volta conseguìtili, sorte che è toccata a pochi fortunati, alfine a vele spiegate e con tutta la forza dei remi sarei potuto rifugiarmi nel seno della filosofia e ottenervi la quiete. E letti assai pochi libri di Plotino, di cui so che sei grande ammiratore, e, per quanto mi fu possibile, messa a confronto con essi anche l'autorità che ci ha trasmesso la sacra dottrina, m'infiammai talmente da voler levare subitamente tutte le ancore. Mi trattenne l'apprezzamento di alcune persone. Che altro mancava se non che venisse in aiuto a me, che stavo gingillandomi in problemi di poco conto, una tempesta che può sembrare contraria? E proprio a proposito mi assalì un così grave mal di petto che non avendo forze per sostenere il peso della professione, con la quale avrei forse volto le vele verso le Sirene, ho abbandonato tutto e ho ricondotto la nave, sia pure tutta squassata, alla desiderata quiete.
Lo strato attuale della coscienza di Agostino.
1. 5. Puoi dunque osservare in quale filosofia, come in un porto, io navighi. Ma anche esso è assai largo e la sua ampiezza non del tutto esclude la possibilità dell'errore, sebbene con minor pericolo. Intanto ignoro del tutto a quale parte della regione, la quale sola è felice, devo dirigermi e attraccare. Nulla infatti ho raggiunto di sicuro. Anche il problema dell'anima rolla e beccheggia....


lunedì 08 ottobre 2007 legge Ivano Dionigi
http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:nv9UdWRo_XIJ:bottegaelefante.blogspot.com/2014/08/de-vita-beata-de-beata-vita-seneca.html+&cd=7&hl=it&ct=clnk&gl=it

sabato 15 febbraio 2014

Ziferblat, Londra. Un caffé con un’idea nuova. Chi entra prende una delle tante sveglie sullo scaffale all’ingresso e prende nota dell’orario. Poi resta quanto vuole, consumando quanti caffé desidera, o bevande, frutta, biscotti e altri spuntini, tutti gratuiti. All’uscita si paga a seconda del tempo che si é passato nel locale. Il prezzo é di 3p al minuto, 1,80 sterline all’ora (circa 2,2o euro), senza un tempo minimo di permanenza.



Il tempo non è gratis, perché gli Inglesi, a differenza di noi Italiani, hanno letto Seneca (vedi il Teatro Elisabettiano) e sanno quanta importanza abbia il tempo, non perdono persino un minuto. 
Hanno una fisima per il tempo,proprio come me, che mi sento un londinese adottato! 


Un locale dove tutto é gratis tranne il tempo: ha aperto a Londra Ziferblat, un caffé con un’idea nuova. Chi entra prende una delle tante sveglie sullo scaffale all’ingresso e prende nota dell’orario. Poi resta quanto vuole, consumando quanti caffé desidera, o bevande, frutta, biscotti e altri spuntini, tutti gratuiti. All’uscita si paga a seconda del tempo che si é passato nel locale. Il prezzo é di 3p al minuto, 1,80 sterline all’ora (circa 2,2o euro), senza un tempo minimo di permanenza.

Lo Ziferblat di Londra é il debutto in Europa occidentale di una catena russa che ha giá dieci locali a Mosca, San Pietroburgo, Kiev e altre cittá dell’ex impero sovietico (il nome significa ‘quadrante’ in russo). Nato quasi per caso, vuole essere l’opposto di catene come Starbucks dove notoriamente molti clienti comprano una solitaria tazza di caffé, si piazzano con il cellulare e il laptop per sfruttare il wifi gratuito e restano lí per ore. L’abitudine a trasformare i bar in una sorta di ufficio é talmente consolidata che ha generato un neologismo: coffice.

Qui invece l’obiettivo é creare un centro sociale, un luogo dove la gente puó lavorare se vuole ma puó anche chiacchierare e interagire. Chi vuole puó anche portarsi il cibo da casa e cucinarlo o scaldarlo nei micro-onde a disposizione. Il locale é spazioso e arioso e ha tanti tavoli e poltrone comode con un mix di moderno e vintage. C’é anche un pianoforte che gli ospiti possono suonare, se gli altri clienti non hanno obiezioni. Si puó parlare, ballare, cantare, discutere, suonare e dipingere – tutto tranne bere alcolici, che sono severamente vietati.

“I londinesi hanno capito istantaneamente la nostra proposta, – spiega Ivan Mitin, 29 anni, il proprietario di Ziferblat. – Ad esempio, lavarsi tazze e piatti non é obbligatorio, ma abbiamo notato che la gente non solo lo fa, ma lava anche i piatti degli altri. Si comportano come inquilini temporanei in una casa condivisa. Noi consideriamo il pagamento per il tempo passato qui come una donazione per far proseguire questo esperimento. Il nostro é un progetto sociale, non un business model.”

Ziferblat, 388 Old Street, Londra EC1V 9LT

www.ziferblat.net



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sabato 1 febbraio 2014

Anita Brookner. Le lezioni che s'insegnano nei grandi libri sono ingannevoli. Le relazioni nella vita raramente sono così semplici.


"Il gatto non fa nulla, 


Il gatto non fa nulla,
semplicemente è,
come un re.
Claudio Magris

In un incendio,
tra un Rembrandt ed un gatto,
salverei il gatto.
(Dans un incendie,
entre un Rembrandt et un chat,
je sauverais le chat.)
Alberto Giacometti


La pazienza è la chiave per la gioia.
"Patience is the key to joy."
Rumi

Re è chi non teme niente,
re è chi nulla desidera,
un regno simile
ciascuno può darlo
a sé stesso.
Seneca (Thyestes, atto II)

"La pazienza è la chiave per la gioia."
"Patience is the key to joy."
Rumi

AUTOCONTROLLO
"L'unica via per sopravvivere in questo mondo dominato da idioti."
[cit. foto]

La pazienza fa contra alle ingiurie non altrementi che si faccino i panni contro del freddo;
imperò che se ti multiplicherai di panni secondo la multiplicazione del freddo, esso freddo nocere non ti potrà; similmente alle grandi ingiurie cresci la pazienza, esse ingiurie offendere non ti potranno la tua mente.
Leonardo Da Vinci


La virtù di un nativo americano secondo i loro Comandamenti
Coraggio,
Forza d'animo,
Generosità,
Altruismo,
Pazienza,
Tolleranza,
Umiltà,
Saggezza.


Il problema sono le pecore mica i lupi.
Francesco Crescente


Quando ti morde un lupo, pazienza.
Quello che secca è quando ti morde una pecora.
Arthur Bloch


Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.
Pablo Neruda


Che io possa avere la forza di cambiare
le cose che posso cambiare,
che io possa avere la pazienza di accettare
le cose che non posso cambiare,
che io possa avere soprattutto l'intelligenza
di saperle distinguere
Tommaso Moro

Gli uomini che desiderano conoscere il mondo,
devono imparare a conoscerlo nei particolari.
Eraclito

La verità sta nelle sfumature
Charles Bukowsky

Dio è nei dettagli
Gustave Flaubert

Il tempo è breve; chi insegue l'immenso perde l'attimo presente.
Euripide

Le lezioni che s'insegnano nei grandi libri sono ingannevoli.
Le relazioni nella vita raramente sono così semplici.
Anita Brookner

Ci sono due modi in cui puoi vivere la vita.
Uno sta nel non ritenere possibile il miracolo.
L'altro sta nel ritenere ogni cosa un miracolo.
Albert Einstein

La scoperta consiste nel vedere
quello che tutti hanno visto
e pensare ciò a cui nessuno ha pensato.
Albert Von Szent- Györgyi Nagyrapolt,
1937 Scienziato che ha isolato la vitamina C,
premio Nobel in fisiologia e medicina

Tutta l'arte è imitazione della natura.
Lucio Anneo Seneca

L'arte è la scienza resa chiara.
Jean Cocteau

La scienza non mi interessa.
Non tiene in considerazione
il sogno, l'azzardo, il riso, il sentimento e la contraddizione,
cose a me preziose.
Luis Buñuel

Che epoca terribile
quella in cui degli idioti
governano dei ciechi."
(What a terrible time
than where idiots
are leading the blind.)
William Shakespeare

Secondo me non siamo diventati ciechi,
secondo me lo siamo.
Ciechi che vedono.
Ciechi che,
pur vedendo,
non vedono.
José Saramago

Viva il teatro, dove tutto è finto e niente è falso.
Gigi Proietti

Una maschera non è principalmente ciò che rappresenta, bensì ciò che trasforma,
vale a dire ciò che essa sceglie di non rappresentare.
Come un mito, una maschera nega tanto quanto afferma:
non è fatta solo di quanto dice o crede di dire,
ma anche di ciò che esclude.
Claude Lèvi-Strauss

Durante il carnevale, gli uomini indossano una maschera in più.
Xavier Fornere.

Pochi vedono come siamo,
ma tutti vedono quello che fingiamo di essere.
Niccolò Machiavelli

Ognuno vede quello che tu sembri,
pochi sentono quello che tu sei.
Niccolò Macchiavelli


venerdì 28 dicembre 2012

Seneca. Vulnerant omnes, ultima necat - omnes feriunt, ultima necat - tutte feriscono, l'ultima uccide



“Vulnerant omnes, ultima necat”
(omnes feriunt, ultima necat)

(tutte feriscono, l'ultima uccide)

Iscrizione dell’orologio della Cattedra Normanna di Pisa.

Seneca 'il vecchio'



"Diciamo di ammazzare il tempo come se, purtroppo, non fosse il tempo ad ammazzare noi."

Alphonse Allais



Si è stati cattivi spettatori della vita, se non si è vista anche la mano che delicatamente uccide.

Friedrich Nietzsche

Quanto più pensiamo a tutto quello che fu e che sarà, tanto più pallido ci diventa quel che è ora 
Friedrich Nietzsche

Nessuno che abbia degli amici sa cosa sia la vera solitudine, 
avesse pure attorno a sé come suo avversario il mondo intero
Friedrich Wilhelm Nietzsche


Pochi possono dirsi: "sono qui". 

La gente si cerca nel passato e si vede nel futuro 
Georges Braque




Il TEMPO E' DENARO...

Nella società industriale, il tempo domina sovrano. L'attuale modo di produzione esige che ogni azione sia esattamente calcolata nel tempo, che non soltanto la catena di montaggio senza fine ma, sia pure con minore immediatezza, anche gran parte delle altre nostre attività siano governate dal tempo. Come se non bastasse, il tempo non è soltanto tale: il tempo è denaro.

La macchina va usata al massimo delle sue prestazioni; ne consegue che la macchina impone il proprio ritmo al lavoratore. Tramite la macchina, il tempo è divenuto il nostro sovrano, e soltanto nelle ore libere abbiamo, ma solo in apparenza, una certa scelta. Infatti, di regola organizziamo il nostro tempo libero esattamente come organizziamo il nostro lavoro, oppure ci ribelliamo alla tirannia del tempo dandoci all'assoluta pigrizia. Non facendo null'altro che disobbedire alle esigenze del tempo, abbiamo l'illusione di essere liberi, mentre in realtà siamo soltanto in libertà condizionata dalla nostra prigione temporale.
Erich Fromm 1976

"Il pericolo del passato era che gli uomini fossero schiavi.
Il pericolo del futuro è che diventino robot"
Erich Fromm



... la radice del problema è "l'umanizzazione" delle cose e la conseguente disumanizzazione delle persone ...

"Le persone sono state create per essere amate, mentre le cose sono state create per essere utilizzate. Il motivo per cui il mondo è nel caos è perché le cose sono amate e le persone sono utilizzate"
Anonimo


"Voi potreste essere l'ultima generazione a cui è ancora possibile ribellarsi. Se non vi ribellate, potrebbero non esserci più opportunità: l'umanità potrebbe essere ridotta allo stato di robot. Quindi ribellatevi, mentre c'è ancora tempo!"
Osho

domenica 19 febbraio 2012

Seneca. Non si può trovare sollievo nella fuga poiché si fugge sempre in compagnia di se stessi

Un popolo affamato non ascolta ragioni, né gl’importa della giustizia e nessuna preghiera lo può convincere.
Seneca

La vergogna dovrebbe proibire a ognuno di noi di fare ciò che le leggi non proibiscono.
Seneca

Perché nessuno ammette i propri difetti? Perché vi è ancora immerso:
i sogni li racconta chi è sveglio e così i propri vizi li ammette solo chi è guarito.
Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio


Abbiamo davanti agli occhi i peccati degli altri uomini,
ma i nostri li portiamo sulla schiena.
Seneca


L'uomo virtuoso farà quello che ritiene onesto anche se gli costerà fatica, anche se lo danneggerà o sarà rischioso; non compirà, invece, un'azione indegna, anche se gli procurerà denaro o piacere o potenza: niente lo distoglierà dal bene, niente lo indurrà al male. Quindi, se perseguirà sempre l'onestà, eviterà sempre la disonestà e in ogni azione della sua vita terrà presente questi due principî, non c'è altro bene che l'onestà, non c'è altro male che la disonestà.
Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio, 62/65


"Al malvagio fa comodo negare l’esistenza delle persone virtuose, perché i pregi di queste suonano come un rimprovero alle sue malefatte. Perciò il suo pensiero fugge da tali persone, così come gli scarafaggi, alla vista della luce, corrono a nascondersi nelle loro tane o si rifugiano in qualche fessura."
Seneca

La natura non costringe l’uomo a peccare, ma gli ha dato l’inclinazione a peccare; la natura non dà né la sapienza né la virtù. Si diviene saggi, non si nasce saggi: e diventare buoni è un’arte che dipende dalla libera volontà nostra, nella quale risiede il merito ed il demerito della nostra vita.
Seneca



Avere lo Scopo! 
Le stesse cose appaiono oneste o disoneste, secondo il motivo o il modo con cui sono fatte.
Tutto sarà onesto, se ci siamo consacrati all'onestà, considerata insieme a tutto ciò che, come bene unico per gli uomini, abbia attinenza con essa. Il resto, se pure é bene, é certamente effimero. Urgono convinzioni profonde circa la totalità della nostra vita; ed io le chiamo principi. Pensieri nostri e azioni nostre, cioè praticamente tutta la nostra vita, si dirigeranno secondo queste convinzioni. L'ordine nei dettagli è secondario, per chi voglia ordinato il tutto. M. Bruto si diffonde, nel libro dei DOVERI, in insegnamenti per i genitori, i figli, i fratelli; ma nessuno li praticherà, se tutto ciò non abbia una vera finalità. Ci vuole, quindi, la meta di un supremo bene, al quale mirare e al quale, con zelo, dirigere le nostre azioni e conversazioni; come, per i naviganti, ci vuole una stella direttrice della navigazione. La vita senza uno scopo è vagabondaggio
Lucio Anneo Seneca. Epistulae.


La verità bisogna dirla solo a chi è disposto ad intenderla
Lucio Anneo Seneca. Epistole morali

Preferisco molestare con la verità che compiacere con le adulazioni.
Lucio Anneo Seneca

Se guardiamo un pezzo di legno perfettamente diritto, immerso nell'acqua, ci sembra curvo e spezzato. [...] Non ha importanza che cosa guardi, ma come guardi: la nostra mente si ottenebra nello scrutare la verità
Lucio Anneo Seneca


Il sommo bene, cioè la felicità, non cerca al di fuori mezzi per realizzarsi; è un bene interiore e nasce tutto da se stesso; diventa schiavo della sorte se ricerca una parte di sé all'esterno.
Lucio Anneo Seneca


Chi domanda timorosamente, insegna a rifiutare
Seneca

La violenza ha le proprie radici nella debolezza
Lucio Anneo Seneca



Le difficoltà rafforzano la mente e il carattere,
così come il lavoro rafforza il corpo e la muscolatura
Lucio Anneo Seneca


Un albero non diventa solido e robusto se non è continuamente investito dal vento e sono queste raffiche che ne fanno il fusto compatto e ne rinsaldano le radici, che si abbarbicano con maggior forza al terreno; fragili sono invece quegli alberi che crescono in una valle tranquilla.


Lucio Anneo Seneca

Al saggio non può capitare nulla di male: non si mescolano i contrari.
Come tutti i fiumi, tutte le piogge e le sorgenti curative non alterano il sapore del mare, né l’attenuano, così l’impeto delle avversità non fiacca l’animo dell’uomo forte:
resta sul posto e qualsiasi cosa avvenga la piega a sé; è infatti più potente di tutto ciò che lo circonda. 
De Providentia, Lucio Anneo Seneca

Nihil accidere bono uiro mali potest: non miscentur contraria. Quemadmodum tot amnes, tantum superne deiectorum imbrium, tanta medicatorum uis fontium non mutant saporem maris, ne remittunt quidem, ita aduersarum impetus rerum uiri fortis non uertit animum: manet in statu et quidquid euenit in suum colorem trahit; est enim omnibus externis potentior.
De Providentia, Lucio Anneo Seneca



Non c’è bene di cui si possa godere davvero 
se non si ha qualcuno con cui dividerlo
Lucio Anneo Seneca. Epistuale morales

Guarderò tutte le terre come se fossero mie
e le mie come se fossero di tutti...
Lucio Anneo Seneca

Nessuna conoscenza, se pur eccellente e salutare,
mi darà gioia se la apprenderò per me solo.
Se mi si concedesse la sapienza con questa limitazione,
di tenerla chiusa in me, rinunciando a diffonderla, la rifiuterei.
Seneca




Non si può trovare sollievo nella fuga poiché si fugge sempre in compagnia di se stessi
Lucio Anneo Seneca 



La religione è considerata vera dalle masse, falsa dai saggi e utile dai governanti. 
Lucio Anneo Seneca

Non è necessario levare le mani al cielo né supplicare il custode del tempio perché ci lasci andare all’orecchio della statua, quasi potessimo essere esauditi di più: dio è vicino a te, è con te, è dentro di te. (...). In ogni uomo virtuoso abita un dio (quale non si sa). Se si presenterà a te un bosco fitto da alberi secolari che superano la comune altezza e per la densità dei rami, che si coprono l'un l'altro, proibendo la vista del cielo, quell'altezza della selva, la solitudine del luogo e lo stupore dell’ombra in uno luogo aperto tanto densa e ininterrotta, ti indurrà a credere nella presenza di una divinità.
Non sunt ad caelum elevandae manus nec exorandus aedituens ut nos ad aurem simulacri, quasi magis exaudiri possimus, admittat: prope est a te deus, tecum est, intus est. (...). In unoquoque virorum bonorum (quis deus incertum est) habitat deus. Si tibi occurrerit vetustis arboribus et solitam altitudinem egressis frequens lucus et conspectum caeli "densitate" ramorum aliorum alios protegentium summovens, illa proceritas silvae et secretum loci et admiratio umbrae in aperto tam densae atque continuae fidem tibi numinis faciet.
LUCIO ANNEO SENECA, da "Lettere a Lucilio"



L'uomo più potente è quello che è padrone di se stesso
Seneca

Ricordati di spogliare gli avvenimenti dal tumulto di pensieri che li accompagna e di considerarli nella loro essenza: capirai che in essi non c’è niente di terribile se non la nostra paura.
Lucio Anneo Seneca

Il sommo bene, cioè la felicità, non cerca al di fuori mezzi per realizzarsi; è un bene interiore e nasce tutto da se stesso; diventa schiavo della sorte se ricerca una parte di sé all'esterno.

Lucio Anneo Seneca

Chi è più infelice dell'uomo che dimentica i benefici e ricorda i torti?
Seneca

«Chiedi quale sia la strada per la libertà?
Una qualsiasi vena del tuo corpo».
Seneca, “De ira” III, 15, 4

Il sommo bene, cioè la felicità, non cerca al di fuori mezzi per realizzarsi; è un bene interiore e nasce tutto da se stesso; diventa schiavo della sorte se ricerca una parte di sé all'esterno.
Lucio Anneo Seneca


Se mi arrenderò al piacere, dovrò arrendermi anche al dolore, alla fatica, alla povertà; anche l'ambizione e l'ira vorranno le mie energie, anzi sarò straziato fra tante passioni. Aspiro alla libertà; questo è il premio a cui sono rivolte tutte le mie fatiche. Mi chiedi che cosa sia la libertà? 
È indipendenza da ogni cosa, da qualunque circostanza esterna, da qualunque necessità.
Lucio Anneo Seneca


Mutano i cieli sotto i quali ti trovi, ma non la tua situazione interiore, 
poiché sono con te le cose da cui cerchi di fuggire
Lucio Anneo Seneca


Non si può trovare sollievo nella fuga 
poiché si fugge sempre in compagnia di se stessi

Lucio Anneo Seneca


Dovresti cambiar l'anima, non il cielo. 
A un tale che di ciò, al par di te, si lamentava, Socrate disse: 
"Perchè ti meravigli che a nulla ti giovino i viaggi, dal momento che porti in giro te stesso? 
Ciò stesso che ti ha mandato in esilio, ...continua a non darti tregua". 
Che giovamento ti può dare la novità delle regioni? O la notizia delle città o dei luoghi? 
E' un darti da fare vuoto. Tu vuoi sapere perchè questa fuga non ti giovi? 
Ma in questa fuga tu porti te stesso. 
E' il peso dell'anima che in precedenza tu devi deporre; prima, nessun luogo ti potrà piacere.
Lettera di Seneca a Lucilio


Esplorando l'animo mio avverto un senso di malessere quanto mai sgradevole, 
che mi rende lunatico e lagnoso: insomma non sono malato, ma non sto neppure bene.
Io temo che con l'abitudine - la quale porta le cose a fossilizzarsi in una persistente stabilità - questo mio difetto possa mettere radici, giacché la continua dimestichezza con i nostri mali alla lunga ce li fa gustare ed amare come se fossero dei beni.

Seneca, De tranquillitate animi

Le grandi risorse dell'umanità sono dentro di noi e alla nostra portata, 
ma noi chiudiamo gli occhi, e come persone nel buio più completo, 
brancoliamo e impazziamo alla ricerca di quello che ci serve, senza mai trovarlo.
Lucio Anneo Seneca

Povero non è chi ha poco, ma chi vuole di più. (...)
Mi domandi quale sia la giusta misura della ricchezza?
Primo avere il necessario, secondo quanto basta.
Seneca, Lettere a Lucilio, I 2

I desideri naturali hanno limiti ben definiti,
quelli nati da una falsa opinione non ne hanno: il falso non ha confini.
Seneca




Sono CADUTE IN DISCREDITO LE COSE VERAMENTE DEGNE DI ONORE, e noi, DIVENUTI DI VOLTA IN VOLTA MERCANTI E MERCI, CERCHIAMO NELLE COSE NON LA QUALITÀ, MA IL PREZZO.
Seneca


«Da quando il denaro, che tanti magistrati e tanti giudici tiene avvinti, che addirittura crea magistrati e giudici, ha iniziato a venire in onore, il reale valore delle cose è caduto in discredito, e noi, diventati ora mercanti ora merce in vendita, non esaminiamo più la qualità, ma il prezzo. Per interesse siamo onesti, per interesse siamo disonesti, e inseguiamo la virtù fin tanto che c’è la speranza di guadagnarci, pronti a cambiare rotta se il vizio promette di più.
I nostri genitori ci hanno inculcato l’ammirazione per l’oro e l’argento, e la cupidigia, instillata in noi fin da piccoli, ha messo radici profonde ed è cresciuta con noi. Cosi il popolo intero, in tutte le altre cose discorde, su questo soltanto conviene: questo ammirano, questo si augurano per i loro cari, questo consacrano agli dèi, come espressione massima delle cose umane […]. I costumi si sono ridotti a un livello tale che la povertà è considerata maledetta e infamante, disprezzata dai ricchi, invisa ai poveri».
Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio



La casa del saggio è così: piccola, senza arredi superflui, senza rumore, senza cerimoniale, non custodita da portinai che suddividono la folla con astio mercenario; ma da quell’ingresso, spalancato e libero da portinai, la sorte non passa: sa che per lei non c’è posto, là dove non c’è nulla di suo
Lucio Anneo Seneca. La casa del saggio
Domus haec sapientis angusta, sine cultu, sine strepitu, sine apparatu, nullis adservatur ianitoribus turbam venali fastidiodigerentibus, sed per hoc limen vacuum et ab ostiariis liberum fortuna non transit: scit non esse illic sibi locum ubi sui nihil est.
LUCII ANNAEI SENECAE “Ad Serenum nec iniuriam nec contumeliam accipere sapientem. De constantia sapientis”, Carolus Rufus Fickert, Lipsiae 1845, volumen tertium, caput XV, 5, p. 61.


Seneca al suo discepolo... non usare una carica pubblica per imporre il tuo potere....
Delectat te, quemadmodum scribis, Lucili virorum optime, Sicilia et officium procurationis otiosae, delectabitque, si continere id intra fines suos volueris nec efficere imperium quod est procuratio.
A giudicare da quel che scrivi, ottimo Lucilio, la Sicilia ti piace e così pure la riposante carica di amministratore e continuerà a piacerti se saprai contenerla entro i suoi limiti senza trasformare in STRUMENTO DI POTERE QUELLO CHE E' SEMPLICE UFFICIO.

Seneca Naturale Quaestiones, liber IV



Lo spirito dei fanciulli si sviluppa con la libertà, si fiacca con la servitù: si eleva se è lodato e portato ad avere fiducia in se stesso. Ma questo stesso genera l'insolenza e l'ira, e pertanto bisogna barcamenarsi tra le due condotte facendo appello talvolta al freno tal'altra allo sprone. Non subisca nessuna umiliazione, nessuna bassezza: non sia costretto a domandare supplicando nè gli giovi la preghiera.Gli si doni piuttosto in ragione del suo caso, della sua condotta passata delle sue promesse per l'avvenire...
Ogni qualvolta sarà vincitore e compirà un'impresa lodevole cerchiamo che non brami di essere esaltato:alla soddisfazione segue la gioia sfrenata e alla gioia sfrenata l'orgoglio e un'idea troppo alta di sé..... Non saprà sostenere i colpi della vita chi non ha mai subito un rifiuto, chi ha avuto sempre la madre sollecita ad asciugargli le lacrime, chi ha avuto sempre ragione del suo maestro. Conosca le ricchezze dei suoi genitori ma non ne disponga.... soprattutto sia semplice l'alimentazione, il vestire non ricercato, il tenore di vita simile a quello dei suoi coetanei. Colui che hai già dall'inizio posto sullo stesso piano degli altri non si adirerà se un altro sarà posto sul suo stesso piano. 
Seneca.

Bisogna sempre dire ciò che si pensa e pensare ciò che si dice:
le nostre parole devono concordare con il nostro modo di vivere
Lucio Anneo Seneca

Nessuno può portare per lungo tempo la maschera.
Tutte le finzioni rapidamente ritornano alla loro natura.
Seneca

Come l'eccessiva sontuosità dei banchetti e delle vesti è indice di una SOCIETA' MALATA, così la LICENZA DEL LINGUAGGIO, quando diventa piuttosto frequente, attesta che anche gli ANIMI da cui escono le parole si sono ormai CORROTTI. 
Seneca


Ogni giorno metti da parte qualcosa che ti serva contro la miseria e dei tanti libri che leggi, conserva sempre una frase o un pensiero sul quale riflettere ogni giorno. Io faccio così. Di tante cose che leggo salvo sempre qualcosa.
Lucio Anneo Seneca

Se non ti è possibile leggere tutti i libri che potresti avere, basta che tu abbia i libri che puoi leggere. Ma – tu dici – a me piace sfogliare ora questo volume ora quello. 
– Assaggiare qua e là è proprio di uno stomaco viziato e troppi cibi diversi non nutrono, ma rovinano l’organismo.
Perciò leggi sempre i migliori autori e, se talvolta vuoi passare ad altri, torna poi ai primi. 
Cerca ogni giorno nella lettura un aiuto per sopportare la povertà e affrontare la morte e tutte le altre sventure umane. Dopo aver letto molto, scegli un pensiero che tu possa assimilare in quel giorno.
Anch’io faccio così: del molto che leggo prendo sempre qualcosa.
Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio, libro I, lettera II



‎Gran parte di ogni miglioramento sta nella volontà di migliorare.
Seneca

Tutto ciò che è grande si ottiene attraverso una lenta ed impercettibile crescita.
Seneca

Ciò che il cuore conosce oggi, la testa comprenderà domani.
Seneca

Vivi con quelli che possono renderti migliore e che tu puoi rendere migliori. 
C’è un vantaggio reciproco, perché gli uomini, mentre insegnano, imparano.
Seneca

Ma se sei uomo, ammira chi tenta grandi imprese, anche se fallisce
Seneca



Nec recisa recedit - Mi spezzerò, ma non mi piegherò.
Seneca

Armando Dino Ciasca:
... Quel che non mi uccide mi fa diventare più forte

Frank Zappa II: 
A ROMA SE DICE ...BARCOLLO MA NUN MOLLO



La filosofia non respinge né preferisce nessuno: splende a tutti. 
La filosofia insegna ad agire, non a parlare
Seneca



DONARE non è facile, e chi pensa che lo sia sbaglia di grosso: 
quel gesto, infatti, presenta molte difficoltà, almeno quando lo si compia non a casaccio o impulsivamente. Ad uno doneremo per farcelo amico, ad un altro per restituirgli un favore, ad un altro ancora per soccorrerlo; a questo per compassione, a quello perché merita di non perdersi tra i morsi della fame; ad alcuni invece non daremo nulla, anche se si trovano in ristrettezze, per il semplice fatto che se li aiutassimo non muoverebbero un dito per tirarsene fuori da sé; a certuni ci limiteremo ad offrire, ad altri, addirittura, imporremo di accettare. 
Seneca



Sii servo del sapere, se vuoi essere veramente libero.
Seneca. Lettere a Lucilio

Nessuno che sia schiavo del proprio corpo è libero
Seneca



Non lasciar cadere e raffreddarsi gli slanci del tuo animo, 
ma dominali e regolali, affinché quelli che sono solo slanci 
diventino una costante disposizione dell' animo.
Seneca


Ho fatto ogni cosa per innalzarmi sulla moltitudine e mettermi in evidenza per qualche mio pregio: ma che altro ho ottenuto se non di espormi ai dardi e mostrare alla malvagità dove mordere?
Seneca


Una bella donna non è colei di cui si lodano le GAMBE o le BRACCIA, ma quella il cui ASPETTO COMPLESSIVO e' di tale bellezza da togliere la possibilità di ammirare le singole parti.
Seneca




[…] Questa matta di colpo ha perso la vista.
Ti racconto un fatto incredibile, ma vero: non sa di essere cieca; chiede continuamente al suo accompagnatore di condurla via, dice che la casa è buia. Ti sia chiaro che accade a tutti noi quello che in lei ci fa ridere: nessuno si rende conto di essere avaro, nessuno di essere avido. I ciechi, però, chiedono una guida, noi andiamo errando senza guida e diciamo: “Io non sono ambizioso, ma nessuno può vivere diversamente a Roma; io non sono uno spendaccione, ma è proprio la città a richiedere grandi spese; non è colpa mia se sono collerico, se non ho ancora stabilito una precisa condotta di vita: è colpa della mia giovane età”. Perché vogliamo ingannarci? Non viene dall'esterno il nostro male: è dentro di noi, sta nelle nostre stesse viscere e, perciò, difficilmente possiamo guarire: ignoriamo di essere malati. Se pure cominciassimo a curarci, quando potremo disperdere le enormi forze di tante malattie?
Seneca - Epistulae ad Lucilium 50


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