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giovedì 1 agosto 2019

Erling Kagge. Poiché qualcosa di cosi immediato e semplice non può far parte del settore del lusso, il silenzio è anche un bene sottovalutato. Si punta sempre ad «aggiungere», ad aumentare. La dopamina nella testa dei clienti li spinge a volere sempre di piu. Il silenzio agisce invece in senso opposto, toglie. Inoltre, è un’esperienza gratuita. Non c’è nemmeno bisogno di sostituirlo con nuovi beni di lusso la stagione successiva.

Erling Kagge è stato il primo uomo a raggiungere il Polo Sud in solitaria e il primo a raggiungere i «tre poli»: il Polo Nord, il Polo Sud e una cima dell'Everest. Il silenzio (Einaudi, 2017) è stato venduto in 20 Paesi.


«In un certo senso è il silenzio che deve parlare»
Il silenzio ha per l’appunto un compito, deve parlare.
Deve dirci delle cose, e noi dobbiamo parlare con lui e sfruttare il suo potenziale inespresso.

“Forse perché il silenzio contiene in sé lo stupore, ma anche una specie di violenza, un po’ come l’oceano o una distesa sconfinata di neve.
E chi non si è stupito davanti a questa violenza ne ha avuto paura.
È per questo che molti temono il silenzio e che la musica è dappertutto e sovrasta tutto.”
(Jon Fosse)

Ho ben presente la paura di cui scrive Fosse.
Una sottile inquietudine nei confronti di qualcosa che conosco a malapena e mi induce a non essere presente a me stesso, tenermi occupato in qualche modo, evitare il silenzio, tuffarmi a capofitto in qualche nuova attività.
Mando sms, ascolto musica, accendo la radio oppure lascio correre i pensieri, invece di resistere e magari chiudere fuori il mondo per un istante.
Io credo che la paura a cui Fosse non dà un nome sia il timore di conoscersi meglio.
Mi sento un codardo ogni volta che evito di guardarmi dentro.

Erling Kagge. Il silenzio. Uno spazio dell'anima.



Il silenzio ha per l'appunto un compito, deve parlare. Deve dirci delle cose, e noi dobbiamo parlare con lui e sfruttare il suo potenziale inespresso.
Erling Kagge

Poiché qualcosa di cosi immediato e semplice non può far parte del settore del lusso, il silenzio è anche un bene sottovalutato. Si punta sempre ad «aggiungere», ad aumentare. La dopamina nella testa dei clienti li spinge a volere sempre di piu. Il silenzio agisce invece in senso opposto, toglie. Inoltre, è un’esperienza gratuita. Non c’è nemmeno bisogno di sostituirlo con nuovi beni di lusso la stagione successiva.
Erling Kagge, Il silenzio 


In genere preferisco fare qualcosa, qualunque cosa, invece di riempire il silenzio con me stesso. Dopo un bel po’ di tempo ho capito che è proprio questa la causa di molti dei miei problemi.
Erling Kagge, Il silenzio


Aveva capito fino a che punto le parole possono limitare le esperienze che stiamo facendo. Le parole possono distruggere l'incanto. Non sono sufficienti.
Erling Kagge, Il silenzio


Cercare il silenzio. Non per voltare le spalle al mondo, ma per osservarlo e capirlo. Perché il silenzio non è un vuoto inquietante ma l'ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito.
«Il silenzio è una perla».
Erling Kagge, Il silenzio



«Camminare dà un senso di libertà. È contrario a tutto quel che spinge “più veloce, più in alto, più forte”. Quando cammino tutto si muove più lentamente, il mondo sembra ammorbidirsi, e per un breve momento non inseguo i miei impegni quotidiani: i lavori di casa, le riunioni, la lettura di manoscritti in ufficio. Camminare è una zona franca.»
Erling Kagge, Camminare. Un gesto sovversivo.


«Più cammino e meno sento la distinzione tra corpo, mente e ambiente intorno a me (…) La natura e il corpo acquisiscono una lingua comune e diventano un’unità.ci sono diversi modi per raggiungere un simile stato. Si può digiunare, meditare, prendere una pasticca o pregare, ma a me succede camminando.»
Erling Kagge, Camminare. Un gesto sovversivo.



«Finché non ho avuto una famiglia, non mi sono mai chiesto perché fosse così importante camminare. Invece le mie tre figlie volevano una spiegazione: perché bisogna muoverci su due gambe se si fa prima in macchina? Ho impiegato un anno e mezzo a scrivere questo libro e metà della mia vita a camminare per poter rispondere a questa domanda».
Erling Kagge, Camminare. Un gesto sovversivo, pp. 144, euro 13, trad. di Sara Culeddu.


«Le gambe arrivano a pensare prima che lo faccia il nostro cervello perciò è possibile trovare risposte a domande che non sapevamo nemmeno di porci».
Erling Kagge, Camminare


«La mia camminata preferita è sempre quella che farò. Potrebbe essere una passeggiata nei boschi questo pomeriggio o tornare a casa a piedi dall’ufficio domani».
Erling Kagge, Camminare

Come del resto scriveva il grande drammaturgo austriaco Thomas Bernhard nel 1971 in Camminare, un racconto riproposto di recente da Adelphi (pp. 124, euro 13, trad. di Giovanna Agabio): «Nulla è più istruttivo del veder camminare uno che pensa, così come nulla è più istruttivo del veder pensare uno che cammina».


Sylvain Tesson, lo scrittore e viaggiatore francese che dopo aver girato il mondo in bicicletta, aver passato sei mesi in una capanna siberiana, sulla sponda del lago Bajkal, in sola compagnia di libri, sigari e vodka, e aver ripercorso la Ritirata dalla Russia di Napoleone a bordo di un sidecar, ha deciso di attraversare la Francia a piedi da sud a nord prendendo solo strade sbagliate: i «sentieri neri, quelli più nascosti, bordati da siepi, tra i rovi del sottobosco, sulle piste tracciate dai solchi delle ruote tra due villaggi abbandonati»
(Sentieri neri, Sellerio, pp. 154, euro 15, trad. di Roberta Ferrara, dal 23 aprile).

Per Tesson camminare equivale a una cura, è la chiave del suo recupero:
«Mia madre era morta piantandoci in asso. Io, ubriaco fradicio, m’ero rotto la testa cadendo da un tetto». Significa ritemprare il fisico e chiudere i conti con il proprio destino, fuggendo da una società globalizzata e ultraconnessa che ha idolatrato la velocità.
Dal 24 agosto all’8 novembre 2015 si spinge nella Francia rurale lungo un itinerario tortuoso che lo porta da Mercantour, al confine italo-francese, attraverso la Provenza, il Massiccio Centrale, la Turenna, Mont Saint-Michel per arrivare infine sulle spiagge della Normandia. A fargli da guida le mappe dell’IGN, l’Institut Géographique National, che lo conducono alla scoperta di terre incolte e maggesi e costituiscono «il lasciapassare dei sogni».

E se per Erling Kagge, «ogni camminata è stata diversa dalle altre, ma guardandomi indietro posso individuare un tratto comune: il silenzio interiore. Il camminare e il silenzio sono collegati. Il silenzio è astratto, il camminare concreto», anche Tesson ambisce al silenzio: «i sentieri neri fornivano delle vie di fuga: erano luoghi dimenticati dove regnava il silenzio e non si incontrava mai nessuno».

http://www.minimaetmoralia.it/wp/erling-kagge-camminare-un-gesto-sovverisivo/



Camminare è secondo Erling Klagge un gesto sovversivo e libertario  (e nel sostenere questo punto di vista egli si ispira ovviamente, molto, a Thoreau e al suo saggio sul camminare.

http://ultramaratonemaratonedintorni.com/2018/05/camminare.il-breviario-di-erling-kagge-sul-camminare-gesto-sovversivo-e-di-scoperta-del-se.html




Uno.


Un giorno mia nonna non potè più camminare.

Quel giorno mori. Fisicamente visse ancora un po’, ma le ginocchia nuove che le avevano impiantato per sostituire le sue erano deboli e non riuscivano a sostenere il peso del suo corpo. Stando sempre a letto, anche la forza dei suoi muscoli andò scomparendo. Il suo apparato digerente si indebolì. Il cuore cominciò a batterle sempre più piano e a ritmo irregolare. I polmoni tenevano sempre meno ossigeno. Verso la fine annaspava in cerca d’aria.

In quel periodo avevo soltanto due figlie. La più piccola, Solveig, aveva tredici mesi. Mentre la sua bisnonna si rannicchiava lentamente in posizione fetale, per Solveig era arrivato il momento di imparare a camminare. Con le braccia alzate e tenendosi alle mie dita, avanzava tentennando sul pavimento del salotto. Ogni volta che lasciava la presa e provava a fare qualche passo da sola, scopriva cosa fossero l’alto e il basso e capiva la differenza tra vicino e lontano. Quando inciampava e colpiva lo spigolo del tavolo con la fronte, scopriva che alcune cose sono dure e altre morbide. Imparare a camminare forse è la cosa più pericolosa che facciamo nel corso della nostra vita. Con le braccia spalancate per tenersi in equilibrio, ben presto riuscì ad attraversare da sola il salotto. L’insicurezza la faceva avanzare a passi corti, a un ritmo scandito. Le prime volte che la guardavo mi stupiva il modo in cui allargava le dita dei piedi. Era come se cercassero di fare presa sul pavimento. «Il piede del bimbo ancora non sa di esser piede», desidera essere una farfalla oppure una mela, come recita l’inizio della poesia Al piede dal suo bimbo del poeta argentino Pablo Neruda.

A un certo punto cominciò a camminare a passi più sicuri, fino a varcare la portafinestra della terrazza e a uscire in giardino. Allora i suoi piedi non sperimentarono più solo il contatto col pavimento, ma anche con la terra. Erba, sassi, zolle e ben presto l’asfalto.

Parte della sua personalità - il temperamento, la curiosità e la volontà - affiorava meglio mentre camminava. Forse mi sbaglio, ma ogni volta che vedo un bambino che impara a camminare, si consolida in me la sicurezza che la gioia di scoprire e padroneggiare qualcosa sia la forza più grande al mondo. Mettere un piede davanti all’altro, esplorare e spingersi oltre sono cose insite nella nostra natura. I viaggi di scoperta non sono un inizio; sono punti d’arrivo.

Mia nonna nacque a Lillehammer novantatre anni prima di Solvcig e a quel tempo la sua famiglia usava ancora le gambe per spostarsi da un posto all’altro. Se avesse voluto fare un viaggio più lungo avrebbe potuto prendere il treno, ma non aveva poi tante ragioni per allontanarsi da Lillehammer. Al contrario, fu il mondo esterno ad andare da lei. Negli anni della sua giovinezza vide arrivare nell’Oppland automobili e biciclette frutto della produzione di massa, e aerei. Mi raccontava che il bisnonno una volta le chiese di andare con lui fino al lago Mjosa per vedere insieme un aereo. Lo raccontava con un trasporto tale che sembrava fosse successo il giorno prima. Il cielo non era più riservato esclusivamente agli uccelli e agli angeli.

Homo Sapiens ha sempre camminato. Fin da quando i nostri antenati hanno cominciato a girovagare, partendo dall’Africa orientale settantamila anni fa, la nostra è stata la storia di un cammino. Il bipedalismo, ovvero la capacità di camminare su due gambe, ha gettato le basi per tutto quel che siamo oggi. La nostra specie ha camminato attraverso l’Arabia e proseguito fino in cima all’Himalaya, si è diffusa per tutta l’Asia, ha superato lo stretto di Bering ghiacciato arrivando in America o ha preso verso sud, fino in Australia. Alcuni hanno scelto la ria dell’Occidente, verso l'Europa, e sono finiti in Norvegia. I primi uomini erano capaci di muoversi a piedi per molto tempo, di cacciare con metodi sempre nuovi su vaste superfici e di vivere un gran numero di esperienze. Questo stile di vita ha permesso al nostro cervello di svilupparsi più rapidamente rispetto a quello delle altre creature. Prima abbiamo camminato, poi abbiamo imparato ad accendere il fuoco e a preparare il cibo e infine abbiamo sviluppato il linguaggio.

Le lingue create dagli uomini rispecchiano l'idea che la vita sia una lunga camminata. In sanscrito, una delle lingue più antiche al mondo e originaria dell'India, il concetto di passato è espresso con il termine gata, «quel che abbiamo camminato», mentre il futuro si chiama anagàta «quel che non abbiamo ancora raggiunto». Il termine gata è imparentato con il norvegese gàtt («andato»). Come è naturale, in sanscrito il presente è associato al significato di «quel che si manifesta proprio di fronte a noi», pratyutpanna.

Mi è impossibile tenere il conto delle camminate che ho fatto.
Ne ho fatte di corte e di lunghe. Ho camminato per lasciare una città o per entrarvi. Ho camminato di notte e di giorno, lasciando fidanzate o andando incontro ad amici. Ho camminato per boschi e montagne, su superfici ghiacciate e in paesaggi trasformati dall’uomo. Ho camminato annoiandomi e ho camminato per fuggire l'inquietudine. Ho camminato nel dolore e nella gioia. Ma a prescindere dai dove e dai perché, ho camminato tanto. Ho camminato fino alla fine del mondo, letteralmente.
Ogni camminata è stata diversa dalle altre, ma guardandomi indietro posso individuare un tratto comune: il silenzio interiore. Il camminare e il silenzio sono collegati. Il silenzio è astratto, il camminare concreto.

Finché non ho avuto una famiglia, una casa e un lavoro, non mi sono mai chiesto perché fosse cosi importante camminare. Invece i bambini volevano una risposta: perché bisogna camminare se si fa prima in macchina? Molti adulti con cui mi sono trovato a parlare si chiedevano la stessa cosa: qual è il senso di muoversi lentamente da un posto a un altro?

Seppure io e te camminassimo a fianco, avremmo due esperienze diverse. Finora mi sono sempre limitato a fornire la spiegazione semplificata, quella a cui si ricorre perché è immediata ma, in quanto tale, contraria all’essenza stessa del camminare: ho risposto che chi cammina vive più a lungo. E ha una memoria migliore. La pressione sanguigna più bassa. Si ammala più raramente. Ogni volta che mi sono trovato a raccontare queste cose, però, ero cosciente di dire solo metà della verità. Camminare, infatti, è molto di più che una lista di benefici per la salute degna di una pubblicità sulle vitamine. E allora, in cosa consiste l’altra metà della verità?
Perché camminiamo? Perché cammino?
Da dove mi sto allontanando a piedi e verso cosa mi sto dirigendo?

Siccome le risposte sono piuttosto misteriose, alla fine ho sentito il desiderio di districare un po’ la matassa. Mi sono messo le scarpe, ho lasciato vagare un po’ i pensieri e ora di una cosa sono sicuro: mettere un piede davanti all'altro è tra le azioni più importanti che compiamo.
E allora andiamo.

Due

Camminare dà un senso di libertà. È contrario a tutto quel che spinge «pili veloce, più in alto, più forte». Quando cammino tutto si muove più lentamente, il mondo sembra ammorbidirsi, e per un breve momento non inseguo i miei impegni quotidiani: i lavori di casa, le riunioni, la lettura di manoscritti in ufficio. Camminare è una zona franca. Per trenta minuti, o qualche ora, le opinioni, le aspettative e gli umori di famiglia, colleghi e conoscenti paiono irrilevanti. Riesco a sentirmi il centro della mia vita e, poco dopo, a dimenticare completamente me stesso.

C'è un consenso diffuso sul fatto che andare da un posto a un altro in due ore invece che in quattro o in otto sia un risparmio di tempo. Si, certo, da un punto di vista matematico sembra corretto, ma l’esperienza mi dice il contrario: quando aumento il ritmo, il tempo scorre più veloce. La mia velocità e il tempo accelerano parallelamente. È come se un’ora durasse meno di sessanta minuti. Quando mi sbrigo, non riesco a cogliere quasi niente.
Se vai verso una montagna in macchina e lasci che i laghetti, le colline, le pietre, il muschio e gli alberi ti sfreccino accanto, la vita si fa più corta. Non puoi sentire il vento, gli odori, il tempo atmosferico o i cambiamenti di luce. I piedi non ti fanno male. Tutto si amalgama.

Quando aumenti il ritmo, non è solo il tempo a ridursi, ma anche la percezione dello spazio. A un tratto sei alle pendici della montagna. Viene meno l’esperienza della distanza. Una volta arrivato, la sensazione può essere quella di aver colto molte cose. Ma io ne dubito.

Se quello stesso tratto lo percorri a piedi e ci metti un giorno invece di mezz’ora, allora respiri con più calma, ascolti, senti il terreno sotto i piedi e la giornata diventa tutt’altra cosa. La montagna cresce gradualmente e l’ambiente circostante sembra diventare più grande.

Fare conoscenza con le cose che ti circondano richiede tempo. È come costruire un’amicizia. La montagna giù in fondo, che si trasforma via via che ti avvicini, diventa una buona compagna ancor prima che tu l’abbia raggiunta. Gli occhi, le orecchie, il naso, le spalle, la pancia e le gambe le parlano e la montagna risponde. Il tempo si dilata, indipendentemente dai minuti e dalle ore.
Ecco un segreto che condividono tutti i camminatori: la vita dura di più quando cammini. Camminare dilata ogni attimo.

Tra due o più alternative scelgo sempre la più semplice: quella che prende il minor tempo possibile. La più comoda. La più calda. Anche quando so che l’altra via sarebbe la più saggia. Certi giorni scelgo il percorso con meno ostacoli da quando mi sveglio a quando vado a dormire. Si, a volte mi capita di farlo anche per più giorni di fila. È una debolezza che mi infastidisce.

Scegliere liberamente di rendere la mia esistenza meno confortevole mi ha dato tanto in cambio. Da che ho memoria, dentro di me ho sempre avuto un diavoletto a suggerirmi di prendere la via più comoda ogni volta che mi trovavo di fronte a una scelta. Camminare meno di quanto avessi programmato, saltare la visita a un amico ammalato per andarmene al bar, non alzarmi dal letto quando invece avrei dovuto. Nei periodi in cui mi abituo a spostarmi in macchina, poi è difficile rinunciarci. Di fatto è troppo comodo.
Seguire sempre e regolarmente questa voce può portare a una specie di fuga dal mondo e a sprecare le opportunità che abbiamo nella vita. Il filosofo Martin Heidegger osservava che è molto facile diventare schiavi di questa voce interiore. Può indurci ad affondare e a rimanere del tutto intrappolati in una palude che ci risucchia. Heidegger distingue tra un’esistenza vissuta cosi e il guidare la propria vita. Essere non significa solo stare al mondo, come fanno le pietre, ma porsi la questione del come si sta al mondo. Secondo Heidegger gli uomini, per essere liberi, dovrebbero desiderare di caricarsi di fardelli. Scegliendo la via con meno ostacoli, si dà sempre la priorità all’opzione che comporta meno preoccupazioni. In questo modo le nostre decisioni sono stabilite a priori e viviamo non solo una vita non libera, ma anche noiosa.
Tante cose nel nostro quotidiano sono legate ai ritmi veloci. Camminare invece è un’azione lenta. E in questo senso una delle più radicali che si possano compiere.

Può sembrare esagerato suggerire a qualcuno di prendere la strada sbagliata, o di perdersi, ma può essere anche un buon consiglio. Quelle camminate me le ricordo bene. Nell’autunno del 1987 percorrevo con la mia ragazza il versante destro dello Jotunheimen e, lungo la strada, decidemmo di scalare lo Store Skagastolstind, la terza cima più alta della Norvegia. Lei era una scalatrice esperta e avrebbe guidato entrambi alla vetta. Arrivati quasi in cima, però, fummo sorpresi da nebbia e nevischio. C’erano dirupi scoscesi su ogni lato. Fare anche solo un altro passo nella nebbia era pericoloso e fummo costretti a pernottare li, senza tenda né sacchi a pelo. Saltellammo, tirammo pugni contro il vento, ci stringemmo le braccia intorno al torace per l'intera notte, e nonostante tutto ci congelammo completamente. Guardando indietro, oggi penso sia stata l’esperienza più bella che abbiamo vissuto insieme. Quella notte trascorsa in condizioni drammatiche si distinse da tutta la serie delle notti confortevoli. Al sorgere del sole, quando ci aiutammo a vicenda a ridiscendere in sicurezza, le ore di buio ci avevano avvicinati.

Ho sbagliato strada cosi tante volte da domandarmi se in fondo in fondo io non cerchi quella piccola insicurezza. Come disse mio fratello Gunnar -dovevamo avere otto e undici anni- una volta che ci perdemmo nell’Ostmarka: «Qui mi ci sono già perso una volta, perciò so dove siamo».

Ogni giorno passo accanto a una quercia che si trova a circa settantacinque passi dal portone di casa mia. Ricordo bene i cambiamenti che subisce nell’arco di un anno. D'inverno, nella luce fosca prima che sorga il sole, capita che l'albero spoglio assomigli a un mostro. Qualche ora più avanti, con la luce del giorno, ha un’aria pili amichevole. Nella chioma, nella corteccia e all’interno del legno ci sono innumerevoli piccole tane in cui centinaia di minuscoli insetti, funghi, muschi e licheni vivono le loro vite.
Con la primavera arrivano le foglie e i colori. La quercia - un albero che secondo la leggenda impiega cinquecento anni per vivere e cinquecento per morire - sembra raddrizzarsi un po’ e a ogni raffica di vento si cosparge di polline. Non posso vederlo, ma so che in quel momento la linfa sta salendo.

Di solito non faccio caso a molti dettagli quando vado in città in macchina. Superata Pilestredet il traffico rallenta, un automobilista non si accorge che è scattato il verde e un pedone mi attraversa davanti mentre scrive un sms. Non si colgono le espressioni dei visi. Nel traffico dell’ora di punta, poi, al massimo mi metto a guardare gli altri e penso male di loro perché - come me - buttano via il loro tempo seduti e in coda. Fino a oggi non mi è mai capitato di vedere un automobilista felice all'ora di punta.

Erling Kagge, Camminare, Un gesto sovversivo
Traduzione di Sara Culeddu
Giulio Einaudi editore

domenica 21 settembre 2014

Enrico Maria Secci. Quando qualcuno ti dice "non ti voglio parlare", dice, in realtà "tu non mi capisci, da tanto tempo non mi sento compreso da te". Nessuna comunicazione può interrompersi realmente tra due che sono stati amici o amanti, mai. Solo, i sentimenti continueranno a fluire oltre il silenzio e il distacco per tutta la vita, dove l'incomprensione a volte é un muro d'orgoglio che dovremmo saper abbattere insieme all'altro, altre volte é un argine, una diga necessaria.



Quando qualcuno ti dice "non ti voglio parlare", dice, in realtà "tu non mi capisci, da tanto tempo non mi sento compreso da te".
Nessuna comunicazione può interrompersi realmente tra due che sono stati amici o amanti, mai. 
Solo, i sentimenti continueranno a fluire oltre il silenzio e il distacco per tutta la vita, dove l'incomprensione a volte é un muro d'orgoglio che dovremmo saper abbattere insieme all'altro, altre volte é un argine, una diga necessaria.
Enrico Maria Secci




Un diga necessaria quando nonostante i sentimenti è necessario salvarsi da un rapporto che non funziona, ammala...


giovedì 21 agosto 2014

Jakob Böhme. Il tuo stesso udito, la tua stessa volontà e la tua stessa vista ti impediscono di vedere e udire Dio. Esercitando la tua volontà, ti separi da quella di Dio e impiegando la tua vista, tu vedi solo entro i tuoi desideri, mentre tali desideri ostruiscono il tuo stesso senso dell'udito, chiudendoti le orecchie con ciò che appartiene alle cose terrene e materiali. Ciò ti mette a tal punto in ombra che non puoi scorgere ciò che è supersensoriale e al di là della tua natura umana. Ma se rimani tranquillo, e ti trattiene dal pensare e dal sentire con il tuo sé personale, allora ti verranno rivelati l'udito, la vista e la parola eterni, e Dio vedrà, sentirà e udrà attraverso di te.


Il tuo stesso udito, la tua stessa volontà e la tua stessa vista ti impediscono di vedere e udire Dio. Esercitando la tua volontà, ti separi da quella di Dio e impiegando la tua vista, tu vedi solo entro i tuoi desideri, mentre tali desideri ostruiscono il tuo stesso senso dell'udito, chiudendoti le orecchie con ciò che appartiene alle cose terrene e materiali. Ciò ti mette a tal punto in ombra che non puoi scorgere ciò che è supersensoriale e al di là della tua natura umana. Ma se rimani tranquillo, e ti trattiene dal pensare e dal sentire con il tuo sé personale, allora ti verranno rivelati l'udito, la vista e la parola eterni, e Dio vedrà, sentirà e udrà attraverso di te.
Jakob Böhme




martedì 19 agosto 2014

Setterfield. Le parole hanno uno strano potere. In mani esperte, manipolate con brio, vi imprigionano. Si avvolgono alle vostre membra come una ragnatela, e quando siete stregati al punto da non poter più fare un gesto, vi attraversano la pelle, si infiltrano nel vostro sangue, paralizzano i vostri pensieri. Dentro di voi, compiono la loro magia


«Le parole hanno uno strano potere.
In mani esperte, manipolate con brio, vi imprigionano.
Si avvolgono alle vostre membra come una ragnatela, e quando siete stregati al punto da non poter più fare un gesto, vi attraversano la pelle, si infiltrano nel vostro sangue, paralizzano i vostri pensieri.
Dentro di voi, compiono la loro magia»
D. Setterfield



mercoledì 5 febbraio 2014

Irish Julienne Merza. Mia madre mi ha insegnato una cosa: non devi sempre dire alla gente che la ami. Devi solo non darle motivo di dubitarne

Mia madre mi ha insegnato una cosa: non devi sempre dire alla gente che la ami.
Devi solo non darle motivo di dubitarne.
Irish Julienne Merza

by Loriana Illustrazione: Claudia Tremblay


sabato 18 gennaio 2014

Eric-Emmanuel Schmitt. I dieci figli che la signora Ming non ha avuto. "Non faccio altro che dire la verità mamma! Perché dovrei esprimere qualcosa di diverso?" . "Figlio mio caro, credo che la domanda sia: perché gli uomini non sopportano la verità? Prima di tutto perché la verità li delude. In secondo luogo perché la verità è spesso poco interessante. Terzo, perché la verità non ha affatto l'eleganza del vero: quasi sempre la menzogna è imbastita meglio. E, quarto, perché la verità fa male. Non voglio che tu scateni guerre credendo di diffondere la pace." "Cosa devo fare, allora? Mentire?" . "No, tacere. Il silenzio è un amico che non tradisce mai"


"Non faccio altro che dire la verità mamma! Perché dovrei esprimere qualcosa di diverso?" .
"Figlio mio caro, credo che la domanda sia: perché gli uomini non sopportano la verità?
Prima di tutto perché la verità li delude.
In secondo luogo perché la verità è spesso poco interessante.
Terzo, perché la verità non ha affatto l'eleganza del vero:
quasi sempre la menzogna è imbastita meglio.
E, quarto, perché la verità fa male.
Non voglio che tu scateni guerre credendo di diffondere la pace."
"Cosa devo fare, allora? Mentire?" .
"No, tacere. Il silenzio è un amico che non tradisce mai"
Eric-Emmanuel Schmitt. I dieci figli che la signora Ming non ha avuto





sabato 20 luglio 2013

Einaudi. Non le lotte o le discussioni devono impaurire, ma la concordia ignava e l’unanimità dei consensi

La mente va a un altro Presidente. A Luigi Einaudi, un Presidente vero. 
Uno che tanti anni fa avvertiva:

“Non le lotte o le discussioni devono impaurire, ma la concordia ignava e l’unanimità dei consensi”

Luigi Einaudi

sabato 19 gennaio 2013

Nelson Goodman. “Il modo di essere del mondo”. A volte i filosofi confondono le caratteristiche del discorso con le caratteristiche dell’oggetto del discorso. È difficile che si arrivi a sostenere che il mondo consiste di parole solo perché una sua descrizione vera consiste di parole; eppure talvolta si suppone che il mondo presenti la medesima struttura di una sua descrizione



Nelson Goodman. Linguomorfismo e misticismo.
“A volte i filosofi confondono le caratteristiche del discorso con le caratteristiche dell’oggetto del discorso. È difficile che si arrivi a sostenere che il mondo consiste di parole solo perché una sua descrizione vera consiste di parole; eppure talvolta si suppone che il mondo presenti la medesima struttura di una sua descrizione. Questa tendenza può sfociare persino nel linguomorfismo qualora il mondo venga concepito come costituito da oggetti atomici corrispondenti a certi nomi propri e di fatti atomici corrispondenti a enunciati atomici. Ci imbattiamo in una vera e propria ‘reductio ad absurdum’, poi, quando qualche filosofo d’occasione afferma che una descrizione semplice risulterà adeguata soltanto se il mondo è semplice; o asserisce (e l’ho sentito dire in tutta serietà) che una descrizione coerente sarà una deformazione a meno che il mondo non sia anch’esso coerente. Secondo questa linea di pensiero presumo che, prima di descrivere il mondo in italiano [nel testo originale, qui sotto riportato: ‘in inglese’], dovremo stabilire se esso è scritto in italiano ed esaminarne molto attentamente la grafia.
È abbastanza ovvio che la lingua, la scrittura, la presentazione tipografica, la prolissità di una descrizione non riflettono alcuna caratteristica parallela del mondo. La coerenza è una caratteristica delle descrizioni, non del mondo: la domanda appropriata non è se il mondo sia coerente, ma se lo è la nostra spiegazione. E ciò che intendiamo con «semplicità» del mondo è soltanto la semplicità che riusciamo a ottenere nel descriverlo.
La confusione di cui ho parlato è relativamente evidente nel caso di enunciati isolati e, pertanto, relativamente meno pericolosa dell’errore di supporre che la struttura di una descrizione sistematica vera rispecchi la struttura del mondo. Poiché un sistema consta di termini o elementi di base o primitivi o di una gerarchia progressiva costruita a partire da questi, si potrebbe facilmente giungere a supporre che il mondo debba essere costituito di corrispondenti elementi atomici connessi in modo analogo. Nessuna teoria avanzata negli ultimi anni da eminenti filosofi sembra più ovviamente erronea della teoria raffigurativa del linguaggio. Eppure ancora si trovano acuti filosofi che ricorrono frettolosamente a una nozione di qualità o particella assolutamente semplice. E molti di coloro che non commettono l’errore di pensare che il mondo sia divisibile unicamente in elementi ultimi, pensano tuttavia che i ‘significati’ debbano essere analizzati mediante una scomposizione del genere, sottoscrivendo così l’assolutismo che si cela nella distinzione tra proposizioni analitiche e sintetiche.
[…]
Ciò che voglio discutere è una spiacevole sensazione che mi prende ogniqualvolta metto in guardia contro la confusione in questione. Mi par di sentire, infatti, l’anti-intellettualista, il mistico – il mio grane nemico – apostrofarmi più o meno così: «Certo, si tratta proprio do ciò che da tempo vado dicendo. Ogni descrizione non è che una misera caricatura. La scienza, il linguaggio, la percezione, la filosofia – nessuna di queste cose potrà mai darci un ritratto assolutamente fedele del mondo così come esso è. Tutte introducono delle astrazioni o convenzionalizzazioni di questo o di quell’altro tipo; tutte filtrano il mondo attraverso la mente, i concetti, i sensi, il linguaggio; e tutti questi strumenti di filtraggio deformano in qualche modo il mondo. Il punto non è che ciascuno dia soltanto una verità parziale, ma che ciascuno introduce proprie deformazioni. Non otteniamo mai, neanche parzialmente, un ritratto realmente fedele del modo di essere del mondo». 
Qui parla il bergsoniano, l’oscurantista, che mentre sembra ripetere le mie stesse parole, in realtà sta chiedendo: «Qual è la differenza fra noi? non possiamo essere amici?». 
[…]
Poiché il mistico è interessato al modo di essere del mondo e scopre che non v’è possibilità di esprimerlo o descriverlo, la sua risposta ultima alla domanda circa il modo di essere del mondo dovrà essere il silenzio, come egli stesso riconosce. Poiché io sono invece interessato ai modi di essere del mondo, la mia risposta consisterà nel costruire una o molteplici descrizioni. La risposta alla domanda «Qual è il modo di essere del mondo? Quali sono i modi di essere del mondo?» non è il silenzio, ma un continuo discorrere.”
NELSON GOODMAN (1906 – 1998), “Il modo di essere del mondo”, trad. di Antonio Rainone, in AA.VV., “Novecento filosofico e scientifico”, a cura di Antimo Negri, Marzorati, Milano, 1991, 5 voll., vol. II ‘Protagonisti’, 1. ‘Introduzione’, pp. 907 - 908; 5. ‘Il modo di essere del mondo’, p. 913.



“ Philosophers sometimes mistake feature of discourse for features of the subject of discourse. We seldom conclude that the world consists of words just because a true description of it does, but we sometimes suppose that the structure of the world is the same as the structure of the description. This tendency may even reach the point of linguomorphism when we conceive the world as comprised of atomic objects corresponding to atomic sentences. A ‘reductio ad absurdum’ blossoms when an occasional philosopher maintains that a simple description can be appropriate only if the world is simple; or asserts (and I have heard this said in all seriousness) that a coherent description will be a distortion unless the world happens to be coherent. According to this line of thinking, I suppose that before describing the world in English we ought to determine whether it is written in English, and that we ought to examine very carefully how the world is spelled.
Obviously enough the tongue, the spelling, the typography, the verbosity of a description reflect non parallel features in the world. Coherence is a characteristic of descriptions, not of the world: the significant question is not whether our account of it is. And what we call the simplicity of the world is merely the simplicity we are able to achieve in describing it.
But confusion of the sort I am speaking of relatively transparent at the level of isolated sentences, and so relatively less dangerous than the error of supposing that the structure of a veridical systematic description mirrors forth the structure of the world. Since a system has basic or primitive terms or elements and a graded hierarchy built out of these, we easily come to suppose that the world must consist of corresponding atomic elements put together in similar fashion. No theory advocated in recent years by first-rate philosophers seems more obviously wrong than the picture theory of language. Yet we still find acute philosophers resorting under pressure to a notion of absolutely simple qualities or particles. And most of those who avoid thinking of the world as uniquely divisible into absolute elements still commonly suppose that ‘meanings’ do resolve thus uniquely, and so accept the concealed absolutism involved in maintaining the distinct between analytic and synthetic propositions.
[…]
What I want to discuss is an uncomfortable feeling that come upon me whenever I warn against the confusion in question. I can hear the anti-intellectualistic, the mystic – my arch enemy – saying something like this: ‘Yes, that’s just what I’ve been telling you all along. All our descriptions are a sorry travesty. Science, language, perception, philosophy – none of these can ever be utterly faithful to the world as it is. All make abstractions or conventionalizations of one kind or another, all filter the world through the mind, trough concepts, trough the senses, through language; and all these filtering media in some way distort the world. It is not just that each introduces distortion of its own. We never achieve even in part a really faithful portrayal of the way the world is’.
Here speaks the Bergsonian, the obscurantist, seemingly repeating my own words and asking, in effect, ‘What’s the difference between us? Can’t we be friends?’.
[…]
Since the mystic is concerned with the way the world is and finds that the way cannot be expressed, his ultimate response to the question of the way the world is must, as he recognizes, be silence. Since I am concerned rather with the ways the world is, my response must be construct one or many descriptions. The answer to the question ‘What is the way the world is? What are the ways the world is?’ is not a shush, but a chatter.”
NELSON GOODMAN, “The Way the World Is” (This paper was read at Princeton University in November, 1955, and has since been read at Harvard and Brandeis Universities.), in ‘The Review of Metaphysics’, Philosophy Education Society Inc., Washington, Vol. 14, No. 1 (Sep., 1960), pp. 48 – 56, 1. ‘Introduction’, pp. 48 – 49; 5. ‘The Way the World Is’, p. 55. Rist. In NELSON GOODMAN, “Problems and Projects”, Bobbs-Merrill, Indianapolis & New York 1972, pp. 24 – 32.

giovedì 3 gennaio 2013

Efraim Medina Reye. E ho visto. Ho visto che le persone possono lasciarti, mandarti via con una facilità incredibile

 
E ho visto. Ho visto che le persone possono lasciarti, mandarti via con una facilità incredibile.
Ho visto che per loro è sempre più semplice perché ti sbattono la porta in faccia ridendo mentre tu piangi ripetendoti a mente i loro “ci sarò”, i loro “ti voglio bene”. Ho imparato la lezione. Se uno rimane lo si capisce quando ti guarda e intanto ti sorride, ma non dice nulla.
 Efraim Medina Reye
 
 

lunedì 26 novembre 2012

‎"Parlami di te". "E cosa dovrei dirti di me? Le persone non si raccontano, le persone si vivono"



‎"Parlami di te".
"E cosa dovrei dirti di me? Le persone non si raccontano, le persone si vivono"
Monia Ghesini



 [...]  talvolta è già felicità essere coinvolti in un racconto dell'altro..e poi vivere l'altro è più semplice...


venerdì 23 novembre 2012

Romano Battaglia. Silenzio. È molto difficile cancellare i segni profondi che gli avvenimenti hanno impresso sulla nostra anima. Siamo il frutto del nostro passato, siamo la vita stessa che ci è cresciuta dentro come il fusto di un albero con i colori, i profumi e le imperfezioni che i venti e le piogge hanno fissato per sempre sulla sua corteccia. Siamo anche il tempo trascorso



È molto difficile cancellare i segni profondi che gli avvenimenti hanno impresso sulla nostra anima. Siamo il frutto del nostro passato, siamo la vita stessa che ci è cresciuta dentro come il fusto di un albero con i colori, i profumi e le imperfezioni che i venti e le piogge hanno fissato per sempre sulla sua corteccia. Siamo anche il tempo trascorso: sta in noi scegliere se diventare uomini nuovi o rimanere vecchi come i nostri anni e i nostri ricordi. Dobbiamo trovare il coraggio di alzare le vele e prendere i venti del destino, dovunque spingano l'imbarcazione. Cercare di dare un senso alla nostra esistenza può esasperare il nostro animo, ma una vita priva di questo significato rappresenta la tortura del desiderio e dell'inquietudine.
Romano Battaglia, Silenzio





giovedì 22 novembre 2012

Io credo che la nostra Anima sappia sempre perfettamente cosa fare per guarire il nostro corpo. Quello che dobbiamo imparare a fare è far tacere l'ego per riuscire ad ascoltare la Sua voce.



Io credo che la nostra Anima sappia sempre perfettamente cosa fare per guarire il nostro corpo.
Quello che dobbiamo imparare a fare è far tacere l'ego per riuscire ad ascoltare la Sua voce.
(dal web)



 io penso invece che il nostro corpo non abbia così necessità dell'anima per autoguarirsi..il corpo è assolutamente perfetto come ogni "invenzione" della Natura.




lunedì 19 novembre 2012

David Allen. Nell'ambito delle sofferenze umane v'è un livello che io definisco "Del silenzio". La sofferenza profonda. I sentimenti che non possono essere espressi




Nell'ambito delle sofferenze umane v'è un livello che io definisco "Del silenzio". 
La sofferenza profonda. I sentimenti che non possono essere espressi
David Allen



 E non devono......




 niente di più vero.....in pochi lo capiscono.... ritrovare noi stessi è il primo passo per relazionarci con gli altri




 i sentimenti puri che si esprimono con le malattie...



Efraim Medina Reyes. Lei è schiva, silenziosa con ferite antiche. Devi amarla con attenzione, può diventare fredda e dura come un rospo di gesso, può chiudersi in se stessa come una chiocciola offesa

Lei è schiva, silenziosa con ferite antiche. Devi amarla con attenzione, può diventare fredda e dura come un rospo di gesso, può chiudersi in se stessa come una chiocciola offesa.
Efraim Medina Reyes, da C'era una volta l'amore e ho dovuto ammazzarlo

Si può cercare di capire qualcuno ma non si può cercare di amarlo. L’amore nasce involontario.
Efraim Medina Reyes


I FILM SONO MEGLIO DEI PRETI, degli psichiatri e dell'aspirina.
Seduto nell'oscurità VIAGGI ATTRAVERSO LE IMMAGINI E DIMENTICHI IL PRESENTE. 
A volte ti annoi e altre ti diverti ma dimentichi sempre il presente. 
L'unica cosa che mi rompe dei film, belli o brutti che siano, è LA PAROLA FINE.
Le luci si accendono e devi tornare al presente.
Efraim Medina Reyes



Un uomo non deve mai uccidere il reale ma l’astratto. Deve uccidere i brutti sogni e un amore assassino che lo fa stare da schifo. Ammazzare un uomo perché la tua donna se n’è andata con lui fa di te un cazzone. Una passerina morbida e pelosa non giustifica un cadavere. L'amore è personale, è di pertinenza di chi lo prova. E’ bello stare con colei che amiamo ma questo non significa che lei senta il nostro amore, significa forse che ci ama. Uno sente caldo, stanchezza, sonno. UNO. Nessuno sente il caldo, il sonno o la stanchezza di un altro. Due non saranno mai uno: sono solo storie per vendere i biglietti d’auguri a San Valentino. L’amore che provo ferisce me, per una certa ragazza non esiste. Voglio uccidere quest’amore perché è inutile, perché non può toccarla né far sì che la sua vita abbia nostalgia della mia. Non importa quanto mi sia lontana o vicina, la magia è finita. Se fosse qui sarebbe ancora ermetica ed estranea come una tomba senza nome. L’amore è chiuso a chiave, un amore così è più criminale e feroce di un amore morto.
Efraim Medina Reyes, C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo






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