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sabato 28 marzo 2015

L'ascesa di Dionisio di Siracusa.

L'ascesa di Dionisio di Siracusa.
Dionisio è oggi ricordato da tutti come il "Tiranno" di Siracusa. Capace di azioni terribili come la distruzione di Reggio e la deportazione dei sopravvisuti a Siracusa per essere venduti come schiavi. 
Ma quale fu la sua storia?

Dionisio visse tra V e IV secolo a.C a cavallo tra il periodo di maggior splendore delle colonie greche di Sicilia e l'invasione dei Cartaginesi che volevano vendicare la sconfitta di Imera del 480 a.C, in cui la coalizione siceliota e italiota guidata da Siracusa annientò l'armata di Amilcare. 
70 anni dopo i cartaginesi tornarono alla ribalta distruggendo prima Selinunte (419 a.C) e da qui si posero come obiettivo di annientare tutte le colonie greche di Sicilia.
Dionisio faceva parte del contingente siracusano inviato da Siracusa. Ma a causa dei ritardi nelle decisioni prese dall'assemblea democratica della città il contingente arrivò in ritardo ma in tempo per assistere al massacro dei selinuntini.
Dionisio riuscì a salvarne poco più di un migliaio tra cui Arete, la figlia del generale Ermocrate esiliato da Siracusa con l'accusa di aspirare alla Tirannia. Dionisio, non si sa se per vero amore o per entrare a far parte della famiglia di Ermocrate sposò Arete poco dopo.
I Cartaginesi intanto attaccarono Imera con l'intento di farla scomparire dalle mappe geografiche. Ancora una volta la burocrazia e la codardia di alcuni generali alleati favorirono la distruzione della città.
Dionisio cominciò a farsi l'idea che affidare il comando dell'esercito solo ai ceti nobiliari era sbagliato. Solo gli uomini valorosi dovevano stare al comando e inoltre cominciò a pensare che in periodo di guerra la democrazia fosse di ostacolo alle decisioni importanti. Solo un uomo, il più valoroso, doveva detenere il potere assoluto e poter prendere decisioni immediate.
Decise così insieme ad alcuni uomini fidati di organizzare il rientro di Ermocrate a Siracusa. 
Dopo la disfatta di Imera accusò pubblicamente il generale Diocle di codardia e alto tradimento e ottenne il suo esilio da Siracusa. Quando tutto fu pronto l'armata di Ermocrate entrò in città e occupò l'Agorà ma venne qui accerchiata e massacrata. Lo stesso Ermocrate venne ucciso nella battaglia.
Dionisio, gravemente ferito, fu messo in salvo da alcuni amici.
La vendetta dei Siracusani colpì tutti quelli che avevano sostenuto Ermocrate.
Arete fu torturata e stuprata.
Dionisio la trovò in casa, riversa in una pozza di sangue.
Da allora il suo unico scopo sarà la vendetta.
Grazie ad amici fidati, mentre era lontano da Siracusa per motivi di sicurezza, ottenne la lista di coloro che avevano ucciso barbaramente la moglie, esecutori e mandanti.
Nessuno ebbe salva la vita, li uccise uno per uno con la stessa crudeltà.

I Cartaginesi arrivarono alle porte di Agrigento. La più bella città del mondo non potè essere difesa per l'incapacità dei generali Agrigentini che furono lapidati dai loro soldati per non aver inseguito e annientato il nemico dopo aver vinto il primo scontro come aveva suggerito lo stesso Dionisio.
I Cartaginesi si riorganizzarono, costruendo una rampa fino all'altezza delle mura. 
L'unica scelta fu quella di evacuare la città. 
I Cartaginesi la saccheggiarono e distrussero i grandiosi Templi.
Poi misero qui base in attesa di attaccare Gela.

Grazie all'aiuto dell'amico Filisto, persona influente a Siracusa, fu adottato da un tale Heloris e secondo il diritto greco poteva essere riammesso in patria. Dall'interno eliminò i nemici uno ad uno e si fece nominare comandante supremo dell'esercito Siracusano.
Nel frattempo i cartaginesi attaccarono Gela.
Dioniso ottenne rinforzi anche dalle alleate Locri e Kroton. 
L'armata greca raggiunse Gela e Dionisio guidò con pieni poteri la difesa. 
Il suo piano, ritenuto perfetto, fallì.
Nel primo scontro armato i greci riportarono meno perdite ma persero quasi l'intera cavalleria e i cartaginesi erano in numero quasi doppio. Dionisio prese l'amara decisione di evacuare la città.
I comandanti della Cavalleria però lo tradirono anticipando il suo rientro a Siracusa per aizzargli contro la popolazione. Dionisio che aveva capito il loro piano lasciò amici fidati a guidare i profughi gelesi e si avviò con un piccolo esercito a Siracusa.
Scovò e uccise i traditori prima che il popolo fosse aizzato contro di lui.
Adesso non rimaneva che attendere i Cartaginesi.
Siracusa era l'ultima roccaforte della grecità di Sicilia.
[continua..]


immagine: (guerriero siceliota. Romeo Models http://www.romeomodels.com/product_info.php?products_id=67)

martedì 4 giugno 2013

giovedì 10 gennaio 2013

Pierre-Joseph Proudhon. 'Chiunque mi metta le mani addosso per governarmi è un usurpatore ed un tiranno: io lo proclamo mio nemico

Non spreco la mia vita a difendere il pensiero biforcuto di chi vuole mettermi la catena al collo e sfruttarmi. Io sono una persona, non sono un soldato, io difendo me stesso, il mio pensiero, le mie esigenze, la mia unicità, il mio modo di voler essere. Non sono un burattino, né un kapò che difende un tizio che aspira a sottomettere me e tutti gli altri. Non sono neanche un servo che attacca chi gli parla di libertà e autonomia. Nessuna persona, tanto meno un padrone, può sostituirsi a me, alla mia precisa idea di come voglio essere per sentirmi davvero, completamente, profondamente, una persona. Perciò non ho partiti, non difendo capi, e mai lo farò. Questione di dignità e di umanità.
Pierre-Joseph Proudhon.


'Chiunque mi metta le mani addosso per governarmi è un usurpatore ed un tiranno:
io lo proclamo mio nemico'
Essere governati significa essere guardati a vista, ispezionati, spiati, diretti, legiferati, regolamentati, parcheggiati, indottrinati, pregati, controllati, soppesati, apprezzati, censurati, comandati da esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù. Essere governati significa essere, a ogni operazione, a ogni transazione, a ogni movimento, annotati, registrati, recensiti, tariffati, timbrati, tosati, quotati, patentati, diplomati, autorizzati, ammoniti, impediti, riformati, raddrizzati, corretti. Significa, col pretesto dell'utilità pubblica e in nome dell'interesse generale, essere tassati, addestrati, taglieggiati, sfruttati, monopolizzati, concussi, spremuti, mistificati, derubati; poi, alla minima resistenza, alla prima parola di protesta, repressi, multati, vilipesi, braccati, strapazzati, picchiati, disarmati, legati, imprigionati, fucilati, mitragliati, giudicati, condannati, deportati, sacrificati, venduti, traditi e, come se non bastasse, presi in giro, beffati, oltraggiati, disonorati. Ecco il governo, ecco la sua giustizia, ecco la sua morale! 
E dire che ci sono tra noi dei democratici che pretendono che il governo abbia del buono; dei democratici che sostengono, in nome della Libertà, dell'Eguaglianza, della Fraternità, quest'ignominia [...]!
Pierre-Joseph Proudhon. "Idée générale de la Révolution au XIX siècle [1851]


Essere governato significa essere guardato a vista, ispezionato, spiato, diretto, legiferato, regolamentato, recintato, indottrinato, catechizzato, controllato, stimato, valutato, censurato, comandato, da parte di esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù. Essere governato vuol dire essere, ad ogni azione, ad ogni transazione, ad ogni movimento, annotato, registrato, censito, tariffato, timbrato, squadrato, postillato, ammonito, quotato, collettato, patentato, licenziato, autorizzato, impedito, riformato, raddrizzato, corretto. Vuol dire essere tassato, addestrato, taglieggiato, sfruttato, monopolizzato, concusso, spremuto, mistificato, derubato, e, alla minima resistenza, alla prima parola di lamento, represso, emendato, vilipeso, vessato, braccato, tartassato, accoppato, disarmato, ammanettato, imprigionato, fucilato, mitragliato, giudicato, condannato, deportato, sacrificato, venduto, tradito, e per giunta schernito, dileggiato, ingiuriato, disonorato, tutto con il pretesto della pubblica utilità e in nome dell'interesse generale.
Pierre-Joseph Proudhon
(da: "Idée générale de la Révolution au XIXe siècle",1851

Essere governati significa essere controllati a vista, ispezionati, spiati, diretti, legiferati, regolamentati, parcheggiati, indottrinati, pregati, controllati, soppesati, apprezzati, censurati, comandati da esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù […]. Essere governati significa essere, a ogni operazione, a ogni transazione, a ogni movimento, annotati, registrati, recensiti, tariffati, timbrati, tosati, quotati, patentati, diplomati, autorizzati, ammoniti, impediti, riformati, raddrizzati, corretti. Significa, col pretesto dell’utilità pubblica e in nome dell’interesse generale, essere messi a contribuzione, addestrati, taglieggiati, sfruttati, monopolizzati, concussi, spremuti, mistificati, derubati; poi, alla minima resistenza, alla prima parola di protesta, repressi, multati, vilipesi, braccati, strapazzati, picchiati, disarmati, legati, imprigionati, fucilati, mitragliati, giudicati, condannati, deportati, sacrificati, venduti, traditi e, come se non bastasse, presi in giro, beffati, oltraggiati, disonorati. Ecco il governo, ecco la sua giustizia, ecco la sua morale!”
— Pierre-Joseph Proudhon, Idée générale de la Révolution au XIX siècle [1851], traduzione italiana L’idea generale di rivoluzione nel XIX secolo, Firenze 2000, pagine 240-241.



 Voglio Essere Intercettato

mercoledì 11 gennaio 2012

Simón Bolívar. La continuazione dell'autorità in uno stesso individuo in maniera frequente è... stata la fine dei governi democratici. Le ripetute elezioni sono essenziali nei sistemi popolari, perché non c'è niente di più pericoloso come lasciar permanere per lungo tempo il potere nello stesso cittadino. Il popolo si abitua ad obbedirgli e lui si abitua a comandarlo; da dove si origina l'usurpazione e la tirannia.


La continuazione dell'autorità in uno stesso individuo in maniera frequente è... stata la fine dei governi democratici. Le ripetute elezioni sono essenziali nei sistemi popolari, perché non c'è niente di più pericoloso come lasciar permanere per lungo tempo il potere nello stesso cittadino. Il popolo si abitua ad obbedirgli e lui si abitua a comandarlo; da dove si origina l'usurpazione e la tirannia. 
 Simón Bolívar


sabato 26 novembre 2011

La Tirannide.


STORIA: LA BATTAGLIA DI TRIPOLI

Il Tiranno, da seduttore a idolo infranto

Il suicidio di Nerone, la buca di Saddam. Il destino dei despoti è la polvere. Unica eccezione, Stalin

Fu al calar del sole che Acab re d'Israele, che aveva pur fondato tante città e costruito un palazzo d'avorio, morì per un colpo di freccia mentre combatteva sul suo carro da guerra. Una bella morte, in fondo: ma il grande e terribile profeta Elia gliel'aveva predetta, come si legge nella Bibbia, nel I libro dei Re. Correva l'anno 852 a. C.; e il glorioso re Acab aveva meritato che il Signore lo abbandonasse, poiché aveva restaurato in Israele e in Samaria il culto degli idoli e aveva commesso ogni sorta di prevaricazioni.
Eppure, non pare fosse quella la sua natura. Ma era stato travolto dalla passione per una bella e malvagia dame sans merci, la sua sposa Gezabele: avida, corrotta, idolatra, assassina di profeti. Per lei aveva malgovernato, rubato e ucciso.
Adolf Hitler saluta i soldati bambini
Adolf Hitler saluta i soldati bambini
Acab è rimasto nei secoli l'archetipo del rex iniustus, che sovente è buono e giusto agli inizi ma che finisce con l'abusare del suo potere e della fortuna, magari dello stesso favore divino. Non è solo malvagio: la sua malvagità è frutto della corruzione di qualcosa di originariamente buono, corruptio optimi pessima. La Bibbia ce ne fornisce altri esempi, da Nabucodonosor e da Baldassarre sovrani di Babilonia all'orgoglioso faraone avverso a Mosè fino allo stesso Saul roso dalla vanagloria e dall'invidia; e a Erode, odiatore del Messia e infanticida, che muore divorato dai vermi nati dal suo stesso corpo infermo.
Per qualificare il sovrano o il capo di Stato ingiusto e prevaricatore, la cultura occidentale ha sottoposto a una vorticosa avventura semantica un termine greco, tyrannos, che nella lingua degli elleni non ha affatto un valore di per sé moralmente peggiorativo, ma che suona esclusivamente come una denunzia giuridica. È tyrannos chi s'impadronisce del potere e lo esercita senza possederne i necessari requisiti ereditari o istituzionali; poi, può essere in realtà anche il migliore e più giusto. Ma il governo in Atene dei cosiddetti «trenta tiranni», fra il 404 e il 403 a. C., impresse al termine il valore negativo, legato al malgoverno e all'ingiustizia, che ancor oggi esso conserva. Furono soprattutto alcuni personaggi della Magna Grecia, come Gelone e Dionisio di Siracusa, a divenir modelli di tirannia; ma i greci, seguiti in ciò dai romani, preferivano indicare come esempi ovvi e inevitabili di tirannide i re o i capi barbari (dai re persiani a Pirro d'Epiro ad Annibale). Attenzione, però: se la tirannide era condizione «naturale» dei barbari, in quanto inferiori e corrotti, essa era eccezione orribile e vergognosa in Atene o in Roma, patrie di libertà e di giustizia garantite dagli dei. Difatti, in ultima analisi, la vera natura del tiranno non è neppure la crudeltà, neppure la violenza: bensì l'hybris, l'empietà. Ciò soprattutto condanna lo spartano Pausania o il tebano Creonte al pari dei romani Tullio Ostilio o Tarquinio il Superbo; ciò condanna gli imperatori come Caligola, Nerone o Domiziano che, secondo l'aristocrazia senatoriale custode delle tradizioni, hanno prevaricato nell'abuso e nell'arbitrio.
Il Tiranno, da seduttore a idolo infrantoIl Tiranno, da seduttore a idolo infranto    Il Tiranno, da seduttore a idolo infranto    Il Tiranno, da seduttore a idolo infranto    Il Tiranno, da seduttore a idolo infranto    Il Tiranno, da seduttore a idolo infranto    Il Tiranno, da seduttore a idolo infranto    Il Tiranno, da seduttore a idolo infranto
La cultura cristiana ha ereditato pienamente il concetto del tiranno come rex iniustus, in un primo tempo fissandolo - come ha fatto Lattanzio fra III e IV secolo - nell'immagine del persecutore che, in quanto tale, è condannato a una morte atroce ed esemplare. Dagli agiografi medievali agli umanisti - si pensi al ritratto atroce di un Ezzelino III da Romano o alla violenza ridicola e plebea che si attribuisce a un Cola di Rienzo - ai gesuiti fautori del diritto dei popoli al tirannicidio sino ai tardi epigoni dell'Illuminismo settecentesco che hanno recalcitrato dinanzi all'idea che Robespierre potesse essere un tiranno, ma tale hanno qualificato il «despota superstizioso» Luigi XVI o il «nuovo Cromwell» Napoleone.
Assistiamo in queste ore al ripresentarsi sulla scena del mondo di un antico dramma, legittimato da un topos storico-letterario a modo suo venerabile e sempre fedele a se stesso pur nelle sue molte varianti. Il capo che ha sedotto e poi tradito il suo popolo, che è stato osannato e idolatrato ma che ha abusato dell'amore e della fiducia di cui era oggetto, riceve, sulla terra e nella storia, il triste salario simbolo della sua condanna. Ordinariamente, non basta che la fine del tiranno sia terribile e che attraverso le sue sofferenze e la sua morte giustizia sia fatta per le sofferenze ch'egli ha inflitto. Non è sufficiente che le sue effigi siano profanate, che le sue statue siano distrutte, che i suoi sostenitori siano uccisi o imprigionati a meno che non si pentano e che non lo rinneghino.
Mussolini e i suoi gerarchi esposti a piazzale Loreto
Mussolini e i suoi gerarchi esposti a piazzale Loreto
No. Deve esserci di più. Ce lo insegnano i nostri grandi maestri di creazioni archetipiche: la Bibbia, Euripide, Plutarco, Tacito, Shakespeare, Schiller. Prendete Nerone, che si uccide per paura di essere ucciso e muore tremando eppur continuando a recitare la tragedia del suo potere. Prendete Riccardo III che - se Caligola aveva fatto senatore il suo cavallo - finisce cercando di barattare il suo regno con un equino. Nella tragedia della tirannide e della sua conclusione, il vero contrappasso che il topos storico-letterario richiede è l'ombra del grottesco: la sola in grado di sfrondare gli allori dell'idolo infranto e di dimostrare che la sua non era vera gloria. Nella società cristiana, il grottesco era il segno del demoniaco; nella società laica, è il segno della delegittimazione e della degradazione di chi, alla fine di una parabola politica, viene indicato come tiranno. È quindi necessario che Saddam Hussein e Gheddafi terminino la parabola del loro potere nascosti in una buca sottoterra, com'era necessario che Mussolini morisse tentando di scappare travestito e che Hitler, temendo di venir catturato vivo e di diventare lo zimbello dei vincitori, si suicidasse dando però l'ordine che l'ultima trasmissione radiofonica del Reich lo presentasse - mentendo - come caduto nibelungicamente in combattimento alla testa degli ultimi tenaci eroi della Berlino in fiamme. Quel che il tiranno supremamente teme, che i suoi avversari supremamente vogliono, è che crolli il monumento del Superuomo e che, dalle rovine, sgattaioli fuori il «Borghese piccolo piccolo» che lo abitava, privo ormai del potere e del carisma della propaganda, nudo nella miseria della sconfitta.
La fine di un tiranno non può mai esser grande: non si può permettere che lo sia, «per la contraddizion che nol consente». Bisogna che alla fine tremi di paura, o scodinzoli dietro alle gonne della sua ultima amante, o cerchi di sistemare al sicuro il malloppo che ha messo insieme. Una vita politicamente grande, quando non è coronata dal successo e quando il consenso non le sopravvive, richiede una fine piccola e meschina. Sono le regole del gioco. Se e quando la realtà storica minaccia di parlare un linguaggio diverso, la manipolazione propagandistica s'incarica di metter le cose a posto.
Budapest, folla intorno alla statua di Stalin abbattuta durante nel 1956
Budapest, folla intorno alla statua di Stalin abbattuta durante nel 1956
Ecco perché in fondo, tra i tiranni archetipici del nostro tempo, la sola vera «scandalosa» eccezione è Stalin, morto da vincitore e al culmine della gloria e del consenso mondiale; e la cui stessa damnatio memoriaeè arrivata tardiva e ambigua. Ma per descrivere davvero il tragico paradosso storico di Josip Vissarionovich, sarebbero necessari lo stilo di Plutarco o la penna di Shakespeare. Per troppi suoi squallidi o ridicoli succedanei, sarebbe stata o sarebbe già troppo quella di Pitigrilli.
Franco Cardini
26 agosto 2011 15:20
© RIPRODUZIONE RISERVATA
La parola: TYRANNOS
Per qualificare il sovrano o il capo di Stato ingiusto e prevaricatore, la cultura occidentale ha ripreso il termine tyrannos, che per gli antichi greci non aveva però valore di per sé moralmente peggiorativo. In origine era tyrannos chi s’impadroniva del potere e lo esercitava senza possederne i necessari requisiti ereditari o istituzionali. Fu il governo ateniese dei cosiddetti «trenta tiranni», fra il 404 e il 403 a. C., a imprimere al termine quel valore negativo, legato al malgoverno e all’ingiustizia, che ancor oggi conserva. La cultura cristiana ha ereditato il concetto del tiranno come rex iniustus, il sovrano che può essere buono e giusto agli inizi ma finisce con l’abusare del potere e della fortuna contro il suo stesso popolo

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