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giovedì 5 marzo 2015

José Ortega y Gasset propose una soluzione ai mali della società che, pur nella sua follia, mi colpisce ancora per la sua ingegnosità. Ortega sosteneva che i dipendenti del settore pubblico, dai livelli più alti a quelli più bassi (anche se, a pensarci bene, perché non tutti gli altri?) dovrebbero essere retrocessi al grado subito precedente a quello che ricoprono. Il suo ragionamento anticipava il principio di Peter, formulato dal professor Laurence J. Peter, secondo il quale “in una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza”.

"Le masse saranno sempre al di sotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all'assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell'Uguaglianza, che dispensa l'ignorante di istruirsi, l'imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sull'uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell'appiattimento. L'adorazione delle apparenze si paga."
Henri-Frédéric Amiel, Frammenti di diario intimo (1871)



L’irresistibile attrazione della mediocrità

Oliver Burkeman, giornalista britannico. 
All’inizio del novecento il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset propose una soluzione ai mali della società che, pur nella sua follia, mi colpisce ancora per la sua ingegnosità. Ortega sosteneva che i dipendenti del settore pubblico, dai livelli più alti a quelli più bassi (anche se, a pensarci bene, perché non tutti gli altri?) dovrebbero essere retrocessi al grado subito precedente a quello che ricoprono. Il suo ragionamento anticipava il principio di Peter, formulato dal professor Laurence J. Peter, secondo il quale “in una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza”. Chi fa bene il suo lavoro viene premiato con una promozione, fino a quando non arriva a ricoprire una posizione per la quale non ha le capacità necessarie, e lì si ferma.

In un libro di recente pubblicazione, The hard thing about hard things, Ben Horowitz aggiunge a questa teoria la cosiddetta “legge dei peggiori”: appena una persona che occupa una certa posizione in un’azienda diventa competente quanto la peggiore della posizione superiore, probabilmente si aspetta una promozione. Ma se gli viene concessa, il livello di competenza dell’azienda andrà gradualmente diminuendo. Perché questo succeda non è necessario che qualcuno sia particolarmente inadeguato: le burocrazie tendono semplicemente a essere peggiori della somma delle loro parti.

Ma sarebbe sbagliato pensare che solo le organizzazioni cadano in questa trappola. L’attrazione gravitazionale della mediocrità agisce in tutti i campi della vita. Per usare le parole di John Stuart Mill: “La tendenza generale del mondo è quella di fare della mediocrità la potenza dominante dell’umanità”. Questo appare più evidente nei posti di lavoro (come qualcuno ha osservato, “il ritmo di una riunione è quello della mente più lenta tra quelle dei presenti”), ma è pur vero che in qualsiasi campo – nel lavoro, in amore, nell’amicizia, nella salute – le soluzioni mediocri hanno sempre la meglio, purché non siano così dannose da distruggere il sistema. Le persone e le organizzazioni non vanno oltre un certo limite non perché non possano fare di meglio, ma perché trovano quel limite tollerabile, se non addirittura confortevole. Perfino l’evoluzione, l’essenza stessa della vita, si accontenta della mediocrità. “La sopravvivenza del più adatto” non è il progresso verso l’eccellenza, significa solo che sopravvive chi non è troppo inadatto.

E la mediocrità è astuta: può mascherarsi da successo. Il cliché dell’impiegato “mediocre” è il Dilbert dell’omonimo fumetto. Ma, come osserva Greg McKeown nel suo libro Dritto al sodo. Come scegliere ciò che conta e vivere felici, anche l’intraprendenza può portare alla mediocrità. Se ci buttiamo su tutte le opportunità che ci capitano finiamo per fare cose poco importanti, e farle male. Questa tendenza non si può combattere con la motivazione né dandosi obiettivi altisonanti: per contrastare l’attrazione della mediocrità ci vuole disciplina, una regola da applicare ogni giorno.

Per un’azienda, questo può significare una politica delle promozioni più rigida e obiettiva. Per le persone che si danno troppo da fare, c’è la regola del “90 per cento” di McKeown: quando state prendendo in considerazione una scelta, chiedetevi: risponde ad almeno nove su dieci delle mie priorità? Se non è così, lasciate perdere. Idealmente, la domanda dovrebbe essere: “È soddisfacente?”, ma funziona anche se diventa: “Mi permette di tirare avanti?”.

La mediocrità non è solo un difetto individuale, è una tendenza dell’universo, che va combattuta incessantemente senza sperare in una vittoria definitiva. Mi dispiace, ma le regole non le stabilisco io.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

http://www.internazionale.it/opinione/oliver-burkeman/2015/03/03/mediocrita-soluzioni



La “mediocrazia” ci ha travolti, così i mediocri hanno preso il potere.
Una «rivoluzione anestetizzante» si è compiuta silenziosamente sotto i nostri occhi ma noi non ce ne siamo quasi accorti: la “mediocrazia” ci ha travolti. I mediocri sono entrati nella stanza dei bottoni e ci spingono a essere come loro, un po’ come gli alieni del film di Don Siegel “L’invasione degli ultracorpi”. Ricordate?
“Mediocrazia” è il titolo dell’ultimo libro del filosofo canadese Alain Deneault, docente di scienze politiche all’università di Montreal. Il lavoro (“La Mediocratie”, Lux Editeur) non è stato ancora tradotto in italiano ma meriterebbe di esserlo se non altro per il dibattito che ha saputo suscitare in Canada e in Francia.

Deneault ha il pregio di dire le cose chiaramente: 
«Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia – scrive all’inizio del libro -, niente di comparabile all’incendio del Reichstag e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato nessun colpo di cannone. Tuttavia, l’assalto è stato già lanciato ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere». Già, a ben vedere di esempi sotto i nostri occhi ne abbiamo ogni giorno. Ma perché i mediocri hanno preso il potere? Come ci sono riusciti? Insomma, come siamo arrivati a questo punto?
Quella che Deneault chiama la «rivoluzione anestetizzante» è l’atteggiamento che ci conduce a posizionarci sempre al centro, anzi all’«estremo centro» dice il filosofo canadese. Mai disturbare e soprattutto mai far nulla che possa mettere in discussione l’ordine economico e sociale. Tutto deve essere standardizzato. La “media” è diventata la norma, la “mediocrità” è stata eletta a modello.

Chi sono i mediocri.
Essere mediocri, spiega Deneault, non vuol dire essere incompetenti. Anzi, è vero il contrario. 
Il sistema incoraggia l’ascesa di individui mediamente competenti a discapito dei supercompetenti e degli incompetenti. Questi ultimi per ovvi motivi (sono inefficienti), i primi perché rischiano di mettere in discussione il sistema e le sue convenzioni. Ma comunque, il mediocre deve essere un esperto. Deve avere una competenza utile ma che non rimetta in discussione i fondamenti ideologici del sistema. Lo spirito critico deve essere limitato e ristretto all’interno di specifici confini perché se così non fosse potrebbe rappresentare un pericolo. Il mediocre, insomma, spiega il filosofo canadese, deve «giocare il gioco».

Giocare il gioco
Ma cosa significa? Giocare il gioco vuol dire accettare i comportamenti informali, piccoli compromessi che servono a raggiungere obiettivi di breve termine, significa sottomettersi a regole sottaciute, spesso chiudendo gli occhi. Giocare il gioco, racconta Deneault, vuol dire acconsentire a non citare un determinato nome in un rapporto, a essere generici su uno specifico aspetto, a non menzionarne altri. Si tratta, in definitiva, di attuare dei comportamenti che non sono obbligatori ma che marcano un rapporto di lealtà verso qualcuno o verso una rete o una specifica cordata.
È in questo modo che si saldano le relazioni informali, che si fornisce la prova di essere “affidabili”, di collocarsi sempre su quella linea mediana che non genera rischi destabilizzanti. «Piegarsi in maniera ossequiosa a delle regole stabilite al solo fine di un posizionamento sullo scacchiere sociale» è l’obiettivo del mediocre.
Verrebbe da dire che la caratteristica principale della mediocrità sia il conformismo, un po’ come per il piccolo borghese Marcello Clerici, protagonista del romanzo di Alberto Moravia, “Il conformista“.
Comportamenti che servono a sottolineare l’appartenenza a un contesto che lascia ai più forti un grande potere decisionale. Alla fine dei conti, si tratta di atteggiamenti che tendono a generare istituzioni corrotte. E la corruzione arriva al suo culmine quando gli individui che la praticano non si accorgono più di esserlo.

I mali della politica
All’origine della mediocrità c’è – secondo Deneault – la morte stessa della politica, sostituita dalla “governance”. Un successo costruito da Margaret Thatcher negli anni 80 e sviluppato via via negli anni successivi fino a oggi. In un sistema caratterizzato dalla governance – sostiene l’autore del libro – l’azione politica è ridotta alla gestione, a ciò che nei manuali di management viene chiamato “problem solving”. Cioé alla ricerca di una soluzione immediata a un problema immediato, cosa che esclude alla base qualsiasi riflessione di lungo termine fondata su principi e su una visione politica discussa e condivisa pubblicamente. In un regime di governance siamo ridotti a piccoli osservatori obbedienti, incatenati a una identica visione del mondo con un’unica prospettiva, quella del liberismo. La governance è in definitiva – sostiene Deneault – una forma di gestione neoliberale dello stato, caratterizzata dalla deregolamentazione, dalle privatizzazioni dei servizi pubblici e dall’adattamento delle istituzioni ai bisogni delle imprese. Dalla politica siamo scivolati verso un sistema (quello della governance) che tendiamo a confondere con la democrazia.
Anche la terminologia cambia: i pazienti di un ospedale non si chiamano più pazienti, i lettori di una biblioteca non sono più lettori. Tutti diventato “clienti”, tutti sono consumatori.
E dunque non c’è da stupirsi se il centro domina il pensiero politico. Le differenze tra i candidati a una carica elettiva tendono a scomparire, anche se all’apparenza si cerca di differenziarle. Anche la semantica viene piegata alla mediocrità: misure equilibrate, giuste misure, compromesso. È quello che Denault definisce con un equilibrismo grammaticale «l’estremo centro». Un tempo, noi italiani eravamo abituati alle “convergenze parallele”. Questa volta, però, l’estremo centro non corrisponde al punto mediano sull’asse destra-sinistra ma coincide con la scomparsa di quell’asse a vantaggio di un unico approccio e di un’unica logica.

Che fare?
La mediocrità rende mediocri, spiega Denault. 
Una ragione di più per interrompere questo circolo perverso. Non è facile, ammette il filosofo canadese. E cita Robert Musil, autore de “L’uomo senza qualità”: «Se dal di dentro la stupidità non assomigliasse tanto al talento, al punto da poter essere scambiata con esso, se dall’esterno non potesse apparire come progresso, genio, speranza o miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido e la stupidità non esisterebbe».
Senza scomodare Musil, viene in mente il racconto di fantascienza di Philip Klass, “Null-P“, pubblicato nel 1951 con lo pseudonimo di William Tenn. In un mondo distrutto dai conflitti nucleari, un individuo i cui parametri corrispondono esattamente alla media della popolazione, George Abnego, viene accolto come un profeta: e’ il perfetto uomo medio. Abnego viene eletto presidente degli Stati Uniti e dopo di lui i suoi discendenti, che diventano i leader del mondo intero. Con il passare del tempo gli uomini diventano sempre più standardizzati. L’homo abnegus, dal nome di George Abnego, sostituisce l’homo sapiens. L’umanità regredisce tecnologicamente finché, dopo un quarto di milione di anni, gli uomini finiscono per essere addomesticati da una specie evoluta di cani che li impiegano nel loro sport preferito: il recupero di bastoni e oggetti. Nascono gli uomini da riporto.
Fantascienza, certo. Ma per evitare un futuro di cui faremmo volentieri a meno, Deneault indica una strada che parte dai piccoli passi quotidiani: resistere alle piccole tentazioni e dire no. Non occuperò quella funzione, non accetterò quella promozione, rifiuterò quel gesto di riconoscenza per non farmi lentamente avvelenare. Resistere per uscire dalla mediocrità non è certo semplice. Ma forse vale la pena di tentare.


 19 giugno 2016  Angelo Mincuzzi 

angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com
http://angelomincuzzi.blog.ilsole24ore.com/2016/06/19/la-mediocrazia-travolti-mediocri-hanno-preso-potere/


giovedì 21 agosto 2014

Ernest Hello. L'uomo. L'uomo mediocre non avverte né la grandezza, né la miseria, né l'Essere, né il nulla; non è né estasiato né decaduto: resta sul penultimo gradino della scala, incapace di salire e troppo pigro per scendere. Nei suoi giudizi come nelle sue azioni, sostituisce la convenzione alla realtà, approva ciò che trova posto nel suo casellario, condanna ciò che sfugge alle denominazione e alle categorie che conosce, teme la meraviglia e, non avvicinandosi mai al mistero terribile della vita, evita le montagne e gli abissi lungo i quali essa accompagna i propri amici. L'uomo geniale è superiore a ciò che compie: il suo pensiero è superiore alla sua opera. Il mediocre è inferiore a ciò che compie; la sua opera non è la realizzazione di un'idea, è un lavoro eseguito secondo certe regole. L'uomo di genio lascia sempre incompiuta la sua opera; l'uomo mediocre è pieno della propria, pieno di se stesso, pieno di niente, pieno di vuoto, pieno di vanità. Quest'odioso personaggio sta interamente in queste due parole: freddezza e vanità!



L'uomo mediocre non avverte né la grandezza, né la miseria, né l'Essere, né il nulla; non è né estasiato né decaduto: resta sul penultimo gradino della scala, incapace di salire e troppo pigro per scendere. Nei suoi giudizi come nelle sue azioni, sostituisce la convenzione alla realtà, approva ciò che trova posto nel suo casellario, condanna ciò che sfugge alle denominazione e alle categorie che conosce, teme la meraviglia e, non avvicinandosi mai al mistero terribile della vita, evita le montagne e gli abissi lungo i quali essa accompagna i propri amici. L'uomo geniale è superiore a ciò che compie: il suo pensiero è superiore alla sua opera. Il mediocre è inferiore a ciò che compie; la sua opera non è la realizzazione di un'idea, è un lavoro eseguito secondo certe regole. L'uomo di genio lascia sempre incompiuta la sua opera; l'uomo mediocre è pieno della propria, pieno di se stesso, pieno di niente, pieno di vuoto, pieno di vanità. Quest'odioso personaggio sta interamente in queste due parole: freddezza e vanità!
Ernest Hello, da "L'uomo"





Purtroppo la mediocrità, così come definita dall'autore, è la cifra della stragrande maggioranza degli individui. 




lo amava molto Carmelo Bene, attraverso il quale lo conobbi...





giovedì 23 febbraio 2012

Carlos Castaneda. La paura è il primo nemico naturale che l'uomo deve superare lungo la strada verso la conoscenza, i vili afferrano per le gambe chi è intento a volare. Si sentono meglio se tutti strisciano, li umilia che qualcuno possa osservarli da un piano a loro inaccessibile

«Io sono più interessato al lavoro di Castaneda piuttosto che alle storie riguardo la sua personalità. A chi importa se era nato in Brasile o in Perù? A chi importa se egli realmente visse con gli indiani Yaqui, Mazatechi o Huicol? A chi importa se Don Juan e Don Genaro esistettero veramente? Questo è semplicemente "pensare povero". Ciò di cui io mi interesso è il lavoro di Castaneda: Idee, filosofia, paradigmi, ecc. Se i libri di Castaneda sono fantasia, grandioso, sono i migliori libri di finzione che io abbia mai letto.»
Octavio Paz - Premio Nobel per la letteratura 1990


"Il mondo non si offre a noi direttamente" disse don Juan. "Di mezzo vi è la descrizione del mondo. Propriamente, quindi, noi siamo sempre a un passo di distanza e la nostra esperienza del mondo é sempre un ricordo della esperienza. Noi siamo perennemente in atto di ricordare l'istante che è appena accaduto, trascorso. Noi ricordiamo, ricordiamo, ricordiamo."
Carlos Castaneda, L'isola del tonal


La nostra mentalità da schiavi, che nella cultura giudaico-cristiana ci promette consolazione nell'aldilà, non porta alcun vantaggio a noi stessi, bensì ad una forza estranea, che in cambio della nostra energia ci fornisce credenze, fedi e modi di vedere che limitano le nostre possibilità e ci fanno cadere nella dipendenza.
Carlos Castaneda


Il punto da cui ha preso le mosse questo studio su Carlos Castaneda è la cruciale domanda: 
come può un uomo con un carattere già formato, rinunciare a se stesso e a tutto ciò che lo rappresenta sia individualmente che collettivamente e, rinascendo a se stesso, diventare letteralmente un "altro" del quale, fino ad allora, ignorava persino l'esistenza? L'unica possibile risposta a questa domanda é che questo "altro" fosse già in lui, sconosciuto persino a se stesso.
Maria Capaldi - "Oltre i limiti del corpo. Il sogno del nagual e il corpo energetico nella esperienza di Carlos Castaneda."


CARLOS CASTANEDA: «Cosa chiami mondo?»
DON JUAN: «Il mondo è tutto ciò che qui è racchiuso.» disse, e calpestò il suolo. «Vita, morte, persone, gli alleati e tutto quello che ci circonda. Il mondo è incomprensibile. Non lo capiremo mai e non penetreremo mai i suoi segreti. Dobbiamo di conseguenza prenderlo per quello che è: un mistero insondabile! Ma l'uomo comune non fa questo: il mondo non è mai un mistero per lui, e quando arriva alla vecchiaia è convinto che non ci sia più nulla per cui valga la pena di vivere. Un vecchio non ha esaurito il mondo, ha esaurito solo ciò che la gente fa, ma nella sua stupida confusione crede che il mondo non abbia più misteri per lui. Che prezzo infelice dobbiamo pagare per i nostri scudi! Un Guerriero è consapevole di questa confusione e impara a trattare le cose in modo appropriato. In nessuna circostanza ciò che gli esseri umani fanno può essere più importante del mondo. Un Guerriero, quindi, considera il mondo un mistero infinito e le azioni degli uomini un'infinita follia.»
Carlos Castaneda, Una Realtà Separata, pagg. 277-280


"Ci sono due modi di affrontare l'esistenza" disse don Juan.
"Uno é quello rinunciatario, che o cede alle sue esigenze o le combatte. L'altro, invece, plasma la nostra particolare situazione di vita perchè si adatti alle nostre configurazioni personali."
Carlos Castaneda, L'arte di sognare


"Un impeccabile cacciatore in agguato può fare di qualsiasi cosa la sua preda, anche se stesso, ovvero i propri difetti e debolezze" disse la Gorda.
"Come si catturano i nostri difetti, Gorda?"
"Allo stesso modo che le prede. Osservi le tue abitudini, finché conosci ogni mossa dei tuoi difetti, poi vieni fuori e li acchiappi, come conigli dentro una gabbia."
Carlos Castaneda, "Il secondo anello del potere"


Dove rivolgi il tuo pensiero, là vivi la tua vita.
Carlos Castaneda


La paura è il primo nemico naturale che l'uomo deve superare lungo la strada verso la conoscenza, i vili afferrano per le gambe chi è intento a volare. Si sentono meglio se tutti strisciano, li umilia che qualcuno possa osservarli da un piano a loro inaccessibile
Carlos Castaneda


Siamo intrappolati all'interno della bolla di percezione e quello di cui siamo testimoni è un riflesso della nostra visione del mondo, la nostra descrizione. Arrestando il dialogo interiore, sfondiamo la barriera che ci separa da noi stessi.
Carlos Castaneda

Don Juan si avvicinò e mi dette un colpetto con le dita sul petto; fu un tocco lievissimo.
"Questi sono i confini di cui ti parlavo" disse. "Si può uscirne fuori".
"Siamo un qualcosa che sente, un qualcosa che é consapevole, inscatolato qui dentro".
Carlos Castaneda, "L'isola del tonal"


Gli esseri umani sono dei percettori, ma il mondo che percepiscono è un illusione:
un illusione scaturita dalla descrizione che hanno ricevuto quando sono nati. In sostanza, quindi, il mondo che la loro ragione vuole affermare è il mondo scaturito da una descrizione e dalle sue regole dogmatiche e inviolabili, che la ragione impara ad accettare e a difendere. La loro ragione li induce a dimenticare che la descrizione è soltanto una descrizione, e prima che arrivino a capirlo, gli esseri umani hanno intrappolato la loro essenza in un circolo vizioso da cui emergono solo di rado nell'arco della vita.
Carlos Castaneda. da La ruota del tempo - L'isola del Tonal



"Un guerriero" disse don Juan " non subisce mai assedi. Essere assediati significa avere delle proprietà personali che possono essere bloccate. Un guerriero non possiede nulla in questo mondo tranne la propria impeccabilità e questa non può subire minacce.
Carlos Castaneda, "Il dono dell'Aquila"

Siamo stati programmati a vivere come bestie, caricando un fardello di abitudini e credenze altrui fino alla fine, ma noi possiamo cambiare! La libertà che ci offre il cammino del guerriero è a portata di mano.
Carlos Castaneda - "Incontri con il Nagual"


COMANDI SINTATTICI
I nostri automatismi sociali dipendono, in larga parte, dalla lingua, da semplici frasi che gli stregoni chiamano comandi sintattici.
Ci lasciamo guidare, e guidiamo gli altri, con comandi linguistici che, con la tecnica del bastone e della carota, ci legano alle gerarchie sociali e rafforzano il senso del nostro ego.
Ma non capisci? - Non sarai mica scemo? - Guarda è una cosa semplicissima! - Non ci riesco. - Ci devo riuscire! - Scusa. - Non c'è problema. - Lascia fare a me. - Sono il migliore. - Sono una schiappa. - A me non la racconti. - Tutto chiaro?
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i guerrieri di don Juan



Quando il dialogo interno si ferma,
il mondo collassa,
e affiorano aspetti straordinari di noi stessi,
come se fossero stati severamente tenuti
sotto sorveglianza dalle nostre parole.
Don Juan Matus. La ruota del tempo





Certamente per sprigionare l'intero suo potere suggestivo la parola deve fondarsi sull'ascolto, sulla relazione, sulla accettazione. Allora ci siamo chiesti se fosse la parola a indurre il cambiamento mediante la suggestione o il cambiamento può avvenire al di là della parola...


Carlos Castaneda poco prima della morte volle riunire in un antologia (“La ruota del Tempo”) i passi centrali delle sue opere precedenti, corredandoli di un suo commento. Ne risulta una preziosa antologia che è la summa dei suoi insegnamenti, un libro in cui riecheggia la voce dello sciamano “yaqui “don Juan Matus, la tradizione spirituale degli sciamani messicani e la loro eredità...


LA FOLLIA CONTROLLATA (Carlos Castaneda) *
«Un Uomo di Conoscenza vive agendo, non pensando all’agire, né pensando a quello che penserà quando avrà terminato di agire.
Un Uomo di Conoscenza sceglie un sentiero che ha un cuore e lo segue; poi si rallegra e ride.
Sa, perché vede che la sua vita finirà anche troppo presto; sa che lui come tutti gli altri, non andrà da nessuna parte; sa perché vede che non c’è nulla che sia più importante di tutto il resto.
Un Uomo di Conoscenza non ha onore né dignità, non ha famiglia né nome né patria, ma solo la vita da vivere, e in queste circostanze il solo legame con i suoi simili è la sua follia controllata.
Così un Uomo di Conoscenza si affatica, suda, sbuffa e se lo si guarda è esattamente come un uomo normale, solo che la follia della sua vita è sotto controllo. Poiché non c’è nulla che sia più importante di qualcos’altro, un Guerriero decide le proprie azioni e le compie come se per lui avessero importanza. La sua follia controllata lo porta a dire che ciò che fa importa e lo fa agire come se importasse, pur sapendo che non è così; per questo, dopo aver agito, si ritira in pace e, che le sue azioni siano buone o cattive, più o meno efficaci, non è cosa che lo riguardi.
Un Guerriero deve sapere prima di tutto che le sue azioni sono inutili e nonostante ciò deve procedere come se lo ignorasse.
Questa è la follia controllata.»

Ogni strada.
Ogni strada è soltanto una tra un milione di strade possibili.
Perciò dovete sempre tenere presente che una via è soltanto una via.
Se sentite di non doverla seguire, non siete obbligati a farlo in nessun caso.
Ogni via è soltanto una via.
Non è un affronto a voi stessi o ad altri abbandonarla,
se è questo che vi suggerisce il cuore.

Ma la decisione di continuare per quella strada, o di lasciarla,
non deve essere provocata dalla paura o dall’ambizione.
Vi avverto: osservate ogni strada attentamente e con calma.
Provate a percorrerla tutte le volte che lo ritenete necessario.
Poi rivolgete una domanda a voi stessi, e soltanto a voi stessi.
Questa strada ha un cuore?

Tutte le strade sono eguali.
Non conducono in nessun posto.
Ci sono vie che passano attraverso la boscaglia, o sotto la boscaglia.
Questa strada ha un cuore? E’ l’unico interrogativo che conta.
Se ce l’ha è una buona strada.
Se non ce l’ha, è da scartare.
Carlos Castaneda

VOLONTÀ E FELICITÁ
"Don Juan descrisse la volontà come un livello di abilità, o uno stato esistenziale che piomba all'improvviso nella vita quotidiana di un guerriero.
Lo si può sentire come una forza che irradia dal centro del corpo dopo un momento di assoluto silenzio, o di profondo terrore o di cupa malinconia, ma mai dopo un momento di felicità perché la felicità è troppo tumultuosa per permettere al guerriero la concentrazione necessaria a usare la luminosità del corpo e trasformarla in silenzio."
Carlos Castaneda. "Il dono dell'aquila"


LA MENTE SI METTE D'OSTACOLO, COMPLICA ED OFFUSCA LA PERCEZIONE DIRETTA, porta il giudizio, la mancanza di fiducia e svaluta ciò che invece avvertiamo con il cuore. La mente che interiormente continua a dire "io.., io…, io,…" con il suo rumore copre tutti gli altri segnali e le altre percezioni che sono disponibili all'uomo. IL SILENZIO INTERIORE È UNO STATO DI COSCIENZA IN CUI TUTTI I PENSIERI DELLA MENTE SI FERMANO, SONO COME CONGELATI E INATTIVI. NEL SILENZIO È POSSIBILE SENTIRE QUELLO CHE PROVIENE DA SPAZI E TEMPI CHE VANNO OLTRE CIÒ CHE LA MENTE IN CONDIZIONI NORMALI PUÒ PERCEPIRE. È possibile accedere a conoscenze che hanno molto poco di "umano" ma che nello stesso tempo appartengono profondamente all'umanità.
Carlos Castaneda


Non concedere troppe spiegazioni. Gli sciamani dicono che ogni spiegazione nasconde una richiesta di scuse. Questo significa che quando spieghi per quale motivo puoi o non puoi fare una determinata cosa in realtà ti stai scusando per le tue mancanze nella speranza che chiunque ti stia ascoltando abbia la gentilezza di comprenderle.
Carlos Castaneda, Il lato attivo dell'infinito


VOLONTÁ E MORTE
Quando un guerriero ha acquistato la pazienza è sulla via che porta alla volontà. Sa come aspettare. La sua morte si siede con lui, sulla sua stuoia, sono amici. La sua morte, in modi misteriosi, lo consiglia come scegliere, come vivere strategicamente. E il guerriero aspetta! E un giorno riuscirà a compiere qualcosa che, ordinariamente, sarebbe del tutto impossibile compiere. Può non accorgersi nemmeno del suo gesto straordinario.
Carlos Castaneda - "Una realtà separata"


VOLONTÁ
"La "volontà", sosteneva don Juan, era coltivata solo dagli stregoni.
Giungeva loro velata nel mistero e mirava a conferire loro la capacità di compiere azioni straordinarie.
La "volontà" si sviluppa nel guerriero nonostante qualsiasi opposizione della ragione".
Carlos Castaneda - L'isola del tonal




"Non stai pensando quadrimensionalmente, Martin" ripete spesso il dottor Emmett Brown al giovane amico Marty McFly nella saga di "Ritorno al futuro".

"Il tuo problema é che valuti le cose in termini di spazio-tempo" dice lo sciamano don Juan all'allievo Carlos Castaneda."

Il dialogo (il filosofare), Platone allude spesso, non puó svolgersi "in" questo mondo.

Il dialogo, come l'amore, é un evento multidimensionale che avviene al di fuori dello spazio e del tempo.

Per dialogare occorre "uscire da Flatlandia".

A piú di un secolo dall'avvento della, mediaticamente censuratissima, meccanica quantistica, risulta ancora difficile liberarsi dal paradigma tridimensionale.





Ecco perché non perdiamo occasione per promuovere il libro di Jill Bolte Taylor "La scoperta del giardino della mente - Cosa ho imparato dal mio ictus cerebrale"...... In modo del tutto involontario, grazie al suo incidente ha potuto dare una convalida inequivocabilmente scientifica alla teoria castanediana. Arrestando il dialogo interiore il mondo collassa e ci ritroviamo nella "seconda attenzione" o "nagual", la dove "il potere si libra". La Taylor realizza la condizione di arresto del dialogo interiore grazie al fatto che é andato distrutto il centro del linguaggio che contiene anche la nostra "storia personale" la cui cancellazione costituisce il principale obiettivo del guerriero-stregone.
Ricarico il tablet e posto un ulteriore ed interessante parallelismo Taylor/Castaneda.





Ne "Il lato attivo dell'infinito" don Juan spiega, ad un inorridito Castaneda, che l'umanità é stata schiavizzata, in epoca immemorabile, da creature inorganiche, prive di corpo, che gli sciamani del Messico chiamarono "voladores". Questi parassiti cosmici si nutrirebbero delle nostre emozioni, buone o cattive poco importa (qualcosa di simile agli "arconti" dei racconti gnostici). Riescono in questa impresa grazie a quella che veniva chiamata "installazione aliena". Dalla descrizione si direbbe una sorta di microcippatura contenente la "storia personale" e responsabile del "chiacchericcio interiore" attraverso il quale viene costruita la realtà. Gli sciamani dicevano che, sbarazzandosene, si sarebbe raggiunto uno stato di libertà totale. La Taylor ha, in pratica, individuato la localizzazione della installazione aliena e, nel libro, racconta di come liberarsene (senza l'ictus , ovviamente)


Un altro bell'esempio cinematografico a sfondo multidimensionale ci viene da "MOSTER & CO.": film di animazione che racconta di mostri che escono di notte dagli armadi per spaventare i bambini. Dal punto di vista dei bambini (quello tridimensionale) la cosa non ha alcun senso e le incursioni notturne sembrerebbero solo atti di crudeltà gratuita. Il tutto appare perfettamente logico, però, nel momento in cui veniamo a sapere che i mostri provengono da un'altra dimensione dove le urla di spavento costituiscono una fonte energetica che permette di far funzionare le città dei mostri. Il film é tutt'altro che banale. In un classico della fantascienza degli anni '40 si narra una vicenda identica, dai toni decisamente più dark. Esseri invisibili che si nutrono dei flussi energetici generati dalle emozioni. Ovviamente un budda o uno stoico dediti, "professionalmente", alla apatia contribuirebbero ben poco al sostentamento degli invisibili predatori che, da parte loro, ce la mettono tutta per suscitare quante più emozioni possibili attraverso guerre, crisi finanziarie, epidemie e tutto l'armamentario di orrori che ben conosciamo..... Fortuna si tratta "solo" di fantascienza.........












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