Marco Aurelio
Di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo come è spesso citato, gli storici antichi sottolineano lo scrupolo con il quale amministrava la giustizia. Ad essa prestava tutte le sue cure, ogni volta che non era impegnato in una spedizione o in una guerra, dedicandole tutto il tempo necessario. Dava “molta corda” agli avvocati delle due parti, faceva durare a lungo le indagini preliminari, in moda da scoprire con certezza da che parte stesse il diritto. Al punto che, vien fatto osservare, un processo poteva durare sino a undici o dodici giorni ed il tribunale lavorare finanche la notte. Anche nei minimi particolari l’imperatore era di un’estrema meticolosità, vi si soffermava a lungo perché, diceva, un imperatore non deve fare niente in fretta. Riteneva, non senza ragione, che un errore commesso su un punto, anche trascurabile, avrebbe potuto far dubitare della fondatezza di tutto il resto.
Marco Aurelio e la giustizia
Quanto precede è stato tratto da PIERRE GRIMAL, Marco Aurelio, Il giornale, Biblioteca storica
http://banzai43.wordpress.com/2011/08/16/marco-aurelio-e-la-giustizia/
Ciò che non giova all'alveare non giova neppure all'ape.
Marco Aurelio, Pensieri; VI, 54
Tutte le cose sono reciprocamente intrecciate, il loro legame è sacro e quasi nessuna cosa è estranea ad un'altra. Si trovano, infatti, armonicamente ordinate e insieme danno ordine e bellezza al medesimo mondo. E quest'ultimo è unico, formato da tutte le componenti, unico è il dio che le attraversa tutte quante, unica la sostanza e unica la legge, la ragione comune a tutti i viventi intelligenti, unica la verità, se è vero che una sola è la perfezione dei viventi aventi medesima natura e partecipanti alla medesima ragione.
Marco Aurelio, Pensieri; VII, 9
Spesso mi sono stupito di come ciascuno,
pur amando se stesso più di ogni altra cosa,
tenga in minor conto l'opinione che ha di se stesso
di quella degli altri.
Marco Aurelio, Pensieri; XII, 4
Non dire a te stesso niente più di quanto le rappresentazioni che più contano ti comunicano.
Ti è stato annunciato che un tale parla male di te. Questo è l'annuncio fatto.
Però che tu ne abbia avuto un danno non si trova nell'annuncio.
Marco Aurelio, Pensieri; VIII, 49
Contro le cose non conviene adirarsi,
giacché esse non se ne curano affatto.
Marco Aurelio, Pensieri
Il cetriolo è amaro? Buttalo.
Ci sono rovi sul sentiero? Evitali.
Fermati lì, non chiederti:
“ma perché al mondo ci sono anche queste cose?”
Marco Aurelio
Quando sei come costretto dalle circostanze a turbarti, rientra subito in te stesso, e non uscir di misura più di quanto sia necessario, perché tornando continuamente all'armonia ne diventerai sempre più padrone.
Sii come il promontorio contro cui si infrangono incessantemente i flutti:
resta immobile e intorno ad esso si placa il ribollire delle acque
«Me sventurato, mi è capitato questo».
Niente affatto! Semmai: «Me fortunato,
perchè anche se mi è capitato questo resisto senza provar dolore,
senza farmi spezzare dal presente e senza temere il futuro»,
infatti una cosa simile sarebbe potuta accadere a tutti,
ma non tutti avrebbero saputo resistere senza cedere al dolore.
Allora perché vedere in quello una sfortuna anziché in questo una fortuna?
Marco Aurelio, 4.49
Volgi subito lo sguardo dall'altra parte, alla rapidità dell'oblio che tutte le cose avvolge, al baratro del tempo infinito, alla vanità di tutto quel gran rimbombo, alla volubilità e superficialità di tutti coloro che sembrano applaudire.. Insomma tieni sempre a mente questo ritiro che hai a tua disposizione in questo tuo proprio campiello.
Marco Aurelio, Ricordi, IV, 3.
Sulla morte:
o dispersione, se ci sono gli atomi;
se invece c'è l'unità,
o spegnimento o trasferimento.
Marco Aurelio, Pensieri; VII, 32
Ciò che muore non va a finire fuori dell’universo,
ma vi rimane trasformandosi nei suoi eterni elementi,
che sono anche i tuoi; i quali pure si trasformano, ma senza batter ciglio.
Marco Aurelio
Sei un’animuzza che sorregge un cadavere, come diceva Epitteto.
Marco Aurelio
Alessandro il Macedone e il suo stalliere, una volta morti, hanno fatto la stessa fine: riassorbiti entrambi nei medesimi princìpi seminali del mondo o entrambi dispersi in atomi.
Marco Aurelio
[...] dopo aver curato tanti mali Ippocrate cadde malato a sua volta e morì. Alessandro, Pompeo, Gaio Cesare, che pure tante volte rasero al suolo intere città e fecero a pezzi in battaglia schiere intere di decine di migliaia di fanti e cavalieri, infine anch'essi lasciarono la vita. Dopo tanti studi finali sulla conflagrazione del mondo Eraclito, il corpo gonfio per l'idropisia e la pelle spalmata di sterco, morì. Democrito morì a causa dei pidocchi...
Ebbene, ti sei imbarcato, il viaggio é finito, sei giunto all'approdo: sbarca. Se ciò significherà entrare in una nuova vita, lì non troverai più nulla che sia vuoto di dei. Se ciò significherà non sentire nulla, cesserai di provare pene e piaceri.
Marco Aurelio, A se stesso III, 3
Il ragno si fa bello perché ha preso una mosca;
qualcuno perché ha preso una lepre;
un altro, una sardella con la rete adatta; un altro, un cinghiale;
un altro, un orso; un altro, dei sàrmati.
Non si tratta pur sempre d'assassini,
se fai attenta indagine su quello che ne muove il pensiero?
Marco Aurelio,Colloqui con se stesso; X, 10
Vivi con gli dei.
Perché infatti vive con gli dei
chi costantemente mostra loro
di essere intimamente soddisfatto
di ciò che gli hanno assegnato.
Marco Aurelio, Pensieri; V, 27
Quanto è bella l'anima che si tiene pronta, se è necessario, a liberarsi subito dal corpo per estendersi, disperdersi o sopravvivere. Ma questo stato di preparazione deve venire da un giudizio personale e non da un puro spirito di opposizione come nei cristiani.
Esso deve essere ragionato, grave, senza posa teatrale.
Marco Aurelio
Quale uso faccio dell'anima mia ?
lo debbo domandare di continuo,
esaminando me stesso:
che cosa avviene ora in quella parte di me
che chiamano organo direttivo?
Quale anima ora ospito?
Forse quella di un bimbo,
di un giovanetto,
di una femmina,
di un despota,
di una bestia da soma,
di una belva?
Marco Aurelio, Libro V-11.
1.4.5.
Marco Aurelio (161 - 180)
1.4.5.1.
La morte di Antonino Pio e la fine della Pax romana.
1.4.5.1.1.
I Parti in Siria.
Nel 161 scompariva Antonino Pio e, con ciò, la guerra torna a essere lo strumento normale della politica e sicuramente non per colpa dei due nuovi imperatori, associati nel potere dalla designazione del vecchio principe. Con Antonino parvero eclissarsi gli effetti della sua politica in oriente.
Il suo carisma presso gli Arsacidi divenne repertorio della memoria e i due nuovi principi, Marco Aurelio e Lucio Vero, dovettero affrontare una situazione fin da subito critica.
Vologese III, infatti, aveva preso l'iniziativa, occupando l'Armenia, penetrando in Siria e Cappadocia e giungendo, nel 162, a occupare Edessa. L'evento parve il preludio della fine del potere romano in oriente e Lucio Vero si vide costretto a intavolare trattative di pace su un piano davvero sfavorevole e svantaggioso.
1.4.5.1.2.
La controffensiva del 163.
Qui, però, si ripete uno dei miracoli dell'impero; uno sforzo organizzativo e militare notevole permise di passare all'offensiva nel breve torno di un anno e con un colpo magistrale:
la rioccupazione dell'Armenia.
Le truppe di Vologese che stazionavano in Siria e Cappadocia rischiavano, ora, l'accerchiamento e si ritiravano. E proprio da Edessa partì una seconda direttrice di attacco.
Nel 163 a Doura – Europos, a poche miglia dall'Eufrate, i Parti subirono un terribile rovescio militare. La situazione era radicalmente cambiata:
si apriva la strada ai legionari per la Mesopotamia e per l'altopiano iranico medesimo.
Infatti
furono occupate Seleucia al Tigri, Ctesifonte medesima e tutta la Mesopotamia, Babilonia compresa. Fu un trionfo, dopo il quale
l'Eufrate divenne un fiume romano, per entrambe le sponde.
1.4.5.1.3. Seleucia, Avidio Cassio e l'oriente problematico.
La ribellione di Seleucia e il lungo assedio necessario a riprenderla fecero, però, chiaramente intendere che le conquiste, quella sorta di emulazione di Traiano, erano più instabili che mai.
A Seleucia riconquistata, il comandante della guarnigione, Avidio Cassio, ordinò un massacro e saccheggio minuziosi (165) che susciterà non poche polemiche nel mondo politico romano.
Il resto lo fece
la peste che, pare, originata in Egitto si diffuse proprio in Mesopotamia, contagiò le legioni e le legioni contagiarono l'intero oriente, fino ad arrivare in occidente.
Pare che quasi la metà dei soldati abbia contratto il morbo. La peste, dunque, salvò Vologese III: i Romani, infatti, abbandonarono la Babilonia e Ctesifonte.
Tuttavia, e questo è un dato fondamentale per l'agibilità militare e commerciale dell'Eufrate da parte romana, la Mesopotamia rimase stato vassallo all'impero. In ogni caso e in mezzo al contagio sempre più diffuso, il 12 ottobre 166, Lucio Vero e Marco Aurelio celebrarono il trionfo in Roma.
1.4.5.2. Tra peste e salute: un grande impero commerciale.
1.4.5.2.1. Seleucia al Tigri.
Il saccheggio di Seleucia sul Tigri provocò notevole malumore nel mondo politico romano:
la città, infatti, era di fondazione ellenistica ed era stata, per tutto il secolo precedente, una valida alleata di Roma, una sorta di quinta colonna di Roma incuneata nel feudalesimo partico.
Amica di Tiberio, alleata di Nerone, Seleucia al Tigri era considerata una città 'romana' o, per lo meno, greca. Molte cose, però, erano cambiate in quella metropoli orientale dai tempi dei Giulio – Claudi: la componente ellenica era diminuita, il paganesimo sempre più attratto da fascinazioni mitriache e orientalizzanti; insomma Seleucia si era trasformata in una città orientale in senso pieno. La più alta istituzionalità romana, il senato e i principi, non percepirono l'evento, mentre al contrario Avidio Cassio lo esaminò e risolse a modo suo e in modo estremamente brutale.
1.4.5.2.2. La peste e le sue origini divine.
Per la mentalità pagana, in ogni caso, la peste non originò dall'Egitto, cosa assai probabile, ma proprio da Seleucia al Tigri e dal saccheggio abominevole ordinato da Avidio Cassio. I soldati romani avevano oltraggiato, infatti, i sacerdoti caldei che in quella città continuavano da generazioni a officiare e che erano depositari di una sapienzialità millenaria e i custodi di scienze potentissime. Roma, attraverso Avidio Cassio, si era messa in aperta lotta contro l'antichissima cultura mesopotamica, rinnegandola senza, però, averne alcun diritto: un popolo soggetto non doveva essere brutalizzato e ridicolizzato nelle sue credenze religiose. L'inclusione tipica del tradizionalismo pagano e romano era stata scioccamente dimenticata da Avidio. Così l'empietas commessa da Avidio Cassio era ricaduta su tutto l'impero e i sacerdoti caldei avevano usato la loro antichissima scienza allo scopo di suscitare il morbo tra i Romani. Questo è certamente un piccolo saggio dell'immaginario pagano dell'epoca, un esempio utile a capire molti progrom anticristiani nelle città, soprattutto orientali, dell'impero.
1.4.5.2.3. Traiano oltre Traiano.
Al di là del terribile contagio e dell'abbandono della Babilonia e di Ctesifonte, comunque, il bilancio della controffensiva romana in oriente fu assolutamente positivo, forse ancora più vantaggioso di quello dell'epoca di Traiano:
la Mesopotamia era stabilmente posseduta e la grande via verso il golfo Persico, l'Eufrate, era un fiume romano.
Questo scenario apriva delle possibilità affatto nuove e queste possibilità furono analizzate programmaticamente da Marco Aurelio. Il controllo del golfo Persico permetteva ai mercanti greco – romani di evitare la via di terra verso l'India e l'oriente estremo, via che passava attraverso l'altopiano iranico e il regno dei Parti. Al contrario ci si imbarcava a Nisibi sull'Eufrate, lo si percorreva fino alla sua foce e da quella, percorrendo la costa orientale della penisola arabica, si affrontava l'oceano indiano. Marco aveva creato tutte le condizioni necessarie per rendere possibile questo progetto:
a) aveva realizzato una penetrazione diplomatico – militare nell'Arabia diserta, ovverosia nell'Oman e nell'attuale Yemen, nei mitici territori della regina di Saba, in modo da mettere al riparo i mercanti greco – romani da qualsiasi episodio di pirateria nella prima parte del percorso verso l'estremo oriente.
b) era stata rafforzata una politica di 'buon vicinato' con gli stati costieri indiani, già messa a punto, in verità, sotto il principato di Adriano.
c) erano state inaugurate relazioni diplomatiche e commerciali dirette con i bersagli di questo progetto: il sud est asiatico e la Cina.
1.4.5.2.4 Ta – Tsin e Au - Tun.
E' qui il motivo della
missione diplomatica in Cina, nella Cina degli imperatori della dinastia Han, e le uniche fonti per questo evento sono quelle cinesi giacché la Historia Augusta tace del tutto in proposito.
Le fonti cinesi scrivono di una delegazione di Ta – Tsin (l'impero romano) inviata dall'imperatore Au – Tun (Marco Aurelio secondo la traduzione del suo cognomen dinastico di Antoninus). Marco stabilisce statio commerciali a Kattigara (Singapore) di sapore intermedio.
Per quanto riguarda la via di terra, ebbene questa non viene definitivamente abbandonata, anzi.
Si hanno elementi per credere che l'imperatore si sia adoperato per una penetrazione 'alternativa' nel Kushan ove il protocollo, l'intestazione del protocollo reale, ripercorre moduli tipici del protocollo imperiale romano: il Deva putrasa kaisarasa dei reali del Kushan corrisponde perfettamente al Divi filius Caesar dell'intestazione di protocollo di Marco Aurelio.
1.4.5.3. Tra peste e salute: un impero militare.
1.4.5.3.1.
I Germani.
Le sventure non amano la solitudine e preferiscono viaggiare accompagnate tra loro.
La peste stava dimezzando il potenziale demografico dell'impero, si trattava, d'altronde, della prima epidemia di peste bubbonica della storia e la pace con i Parti non era ancora raggiunta.
Di là dal Reno e dal Danubio,
Quadi, Marcomanni, Bastarni e Rossolani osservavano, con occhio attento, il trasferimento delle legioni verso l'oriente infiammato dalla guerra e lo sguarnirsi delle guarnigioni di confine.
Fu un complotto ben orchestrato e potentemente eseguito: di concerto i Germani passarono i confini augustei. Fu un autentico inferno: Rezia, Norico, Dacia e Mesia bruciarono di rapide razzie. Poi i barbari, acquisito il controllo stabile di quelle province, si lanciarono all'attacco del 'cuore' dell'impero, il suo cuore greco e il cuore romano.
1.4.5.3.2. L'attacco al cuore dell'impero.
La tribù scitica dei Bastarni dilagò in Asia minore, alcuni gruppi saccheggiarono la stessa Grecia, sfiorando Atene; ma la parte maggiore la compirono
Marcomanni e Quadi, tribù germaniche.
Tra 168 e 169 Verona e Aquileia, cioè l'Italia medesima, furono minacciate dai loro movimenti militari. In quei terribili anni si spense Lucio Vero e Marco Aurelio si trovò da solo alla guida dell'impero, con un bilancio positivo a metà: oriente pacificato ma peste e scorrerie germaniche in occidente.
Accadde qualcosa di simile a quello che era successo per l'oriente:
Marco trasformò la difesa in un incredibile contrattacco e in un piano generale di ridefinizione delle relazioni con i Germani d'oltre Reno e Danubio.
1.4.5.3.3. La controffensiva romana e la sua ideologia,
1.4.5.3.3.1.
La Marcomannia e la Sarmatia.
Il piano di Marco prevedeva la realizzazione del sogno di Germanico:
la creazione di una provincia di Marcomannia cioè di una Germania romana fino all'Elba.
Ma non si fermava lì, nel suo progetto, andando notevolmente oltre:
alla riconquista della Dacia sarebbe seguita la sottomissione definitiva di Rossolani, Bastarni e Jazigi e, cioè, la creazione di un'immensa provincia, la Sarmatia, capace di raggiungere il Mar Caspio, attraverso la costa settentrionale del mar Nero.
Era un piano davvero grandioso che avrebbe, tra l'altro, se realizzato,
accerchiato definitivamente il regno dei Parti, aperto relazioni dirette con gli stati indiani e permesso di mettere le mani sulla principale via della seta e strada verso la Cina. Inoltre Marco doveva essere perfettamente consapevole del fatto che dietro questa confederazione tribale che si era abbattuta sull'impero stavano le mene diplomatiche di Vologese III.
1.4.5.3.3.2.
Estinzione e genocidio.
Come romanizzare i nuovi territori e cioè in quel progetto l'intera Germania e l'attuale Ucraina?
La risposta di Marco Aurelio è semplice:
nessuna latinizzazione ma una deportazione in massa delle tribù sottomesse dentro i confini tradizionali dell'impero, in modo da aumentarne il potenziale demografico e porre la romanizzazione sotto lo stretto controllo dello stato, uno sradicamento di interi popoli.
Questo progetto parrebbe in piena rotta di collisione con la tradizione umanistica della sua 'dinastia' e 47 in conflitto con l'ideale di 'imperatore filosofo' che lo contraddistinse. Niente affatto.
Innanzitutto i termini e precedenti giuridici di questa
foederatio di massa e coatta esistevano già nella tradizione romana, in secondo luogo è
l'idea stessa di humanitas che non va equivocata: non tutti gli uomini sono portatori dei valori tipici della loro specie e sanno, tra le altre cose, ragionare su sé medesimi. Il Romano, che sa compiere queste cose, ha, come uomo, vero uomo, un 'penoso dovere' da realizzare. La sua vittoria sarà la vittoria dell'uomo. I barbari, per parte loro, una volta latinizzati, dietro i confini dell'impero, saranno uomini.
1.4.5.3.3.3. Politica e filosofia.
Non c'è contraddizione tra l'autore del diario filosofico (che fu redatto, e non a caso, sotto una tenda militare piantata nella Pannonia appena riconquista ai Marcomanni) e il deportatore di massa.
Infine aggiungiamo un'ultima riflessione: il ragionamento di Marco pare lineare e non troppo 'anti – umanistico'.
Se, infatti, per diversi motivi, i vicini desiderano le terre dell'impero, perché non andare incontro a questo desiderio, in un quadro, ovviamente, controllato saldamente e militarmente, e permettere loro, dunque, di stabilirsi sulle terre romane?
È un'idea nuova che, in altri contesti e qualche decennio più tardi, verrà messa in pratica.
La campagna di Marco fu davvero trionfale:
tutte le province furono riacquisite, Quadi e Marcomanni vennero circondati e costretti in una sacca militare dalla quale difficilmente si sarebbero potuti salvare; per quanto riguarda il 'fronte' danubiano, i Sarmati erano in rotta e Marco si poté permettere il lusso di stabilire taglie sulla testa dei loro capi.
Il 17 marzo 180, però, fu la peste, questo prodotto dell'empietas di Avidio Cassio a spegnere il progetto del principe e a fare ritornare l'impero sulle
dritte programmatiche di Augusto:
non oltre il Reno e il Danubio.
1.4.5.4. L'oriente contro l'occidente: Avidio Cassio.
1.4.5.4.1. La delega orientale.
Il 'massacratore' di Seleucia, come pure l'espugnatore di Ctesifonte, il governatore della Siria,
Avidio Cassio, venne insignito di un potere enorme: in buona sostanza egli governava, in vece del principe, l'intero oriente; si anticipava così, anche se non con il titolo ma nei fatti, l'istituto del corrector totius orientis che sarà una carica tipica del secolo successivo.
Marco, impegnato sul fronte danubiano e renano decise, quindi, di delegare il suo potere in un quadro di perfetta armonia tra occidente e oriente romano, un ideale adrianeo, ripreso da Antonino, un ideale tipico dell'umanesimo di questa 'dinastia'.
Nella colonna Aurelia, Marco è rappresentato come vincitore dei Germani nel 171/172 e come vincitore dei Sarmati nel 173 / 175 e il suo principato iniziava a caratterizzarsi, dopo i successi orientali del decennio precedente, come un regno tutto volto ai problemi dell'occidente.
1.4.5.4.2.
L'usurpazione di Avidio Avidio, tenutario di un potere immenso, cercò di approfittare degli impegni in occidente di Marco Aurelio e della latenza del principe: si ha, in effetti, l'impressione che l'oriente si senta 'orfano' dell'imperatore e che, in ogni caso, emergano delle aporie tra le due parti dell'impero, quella romana e quella greca, ovvero che Avidio cerchi di, surrettiziamente, cavalcare e approfondire tali antinomie.
Il plenipotenziario governatore della Siria si proclamò imperatore e usurpò il trono di Marco:
l'oriente rivendicava la sua parte del potere. Siamo nel 175 e Marco ha appena terminato una prima 'sistemazione' del fronte danubiano e delle cose con i Sarmati. Pare anche che, ma probabilmente si tratta di pettegolezzi, la stessa Faustina Minore, moglie dell'imperatore, non fosse del tutta ignara delle manovre di Avidio.
Due eventi salvarono l'impero dalla guerra civile:
l'opposizione del governatore di Cappadocia, Pertinace (poi imperatore 'lampo' nel 193) e
l'inerzia di Vologese III che non se la sentì di appoggiare il nuovo imperatore.
1.4.5.4.3. Dietro e dopo Avidio Cassio.
Nel giro di un anno, Avidio Cassio venne battuto, decapitato, e seguirono energiche epurazioni in oriente; a farne le spese fu anche uno dei massimi funzionari dell'impero e quello che sarebbe dovuto essere uno dei più intimi collaboratori del principe, il prefetto d'Egitto Calvisiano.
La gravità e profondità della congiura non sfuggì a Marco che, immediatamente,
decretò per l'oriente l'illiceità di governatorati amministrati da oriundi di quelle province (Avidio era siriaco). Con questo atto legislativo, però, Marco riconosceva, indirettamente, la problematicità del governo dell'oriente e la difficoltà di assimilarne le peculiarità in un quadro omogeneo e 'universale'. È il segno di una sconfitta e l'ombra dell'antagonismo tra oriente greco, aramaico, egizio e arabo e occidente romano e latino anziché ridursi si approfondisce.
1.4.5.5. Il deflazionismo e la politica economica.
1.4.5.5.1. Marco Aurelio e il Senato.
Marco fu amato dal Senato tanto quanto il suo precedente al principato e lo fu non solo per gli innegabili meriti militari ma per la concezione politica ed economica che aveva sposato.
Potrebbe essere in questa, anche, la radice dello scontento che Avidio aveva inteso cavalcare.
Già
l'assunzione di un principato in correggenza era piaciuta alla Curia:
il principe accettava di limitare il suo potere e, tra le altre cose, i due imperatori, Lucio Vero e Marco, seppero collaborare e dividersi le responsabilità amministrative e di governo per sfere di competenza. Sotto il profilo della politica economica Marco fu un deflazionista per eccellenza e sotto il suo principato furono molteplici e senatoconsulti volti a diminuire la spesa pubblica.
1.4.5.5.2. La riforma dell'ordine equestre: i quattro ranghi.
Marco fu un tradizionalista anche sotto il profilo della politica sociale.
Uno dei cavalli di battaglia del programma dell'aristocrazia senatoria era quello della separazione dei borghesi di dignità equestre che praticavano l'amministrazione pubblica dal resto della loro classe, programma già portato avanti, un secolo prima e in maniera utopistica e confusa da Seneca.
Centoventi anni dopo, Marco fece proprie queste esigenze e riformò l'ordo equestre.
Se, da una parte, i senatori erano insigniti del titolo ereditario e per certi versi inimitabile di viri clarissimi (uomini chiarissimi e specchiatissimi), ora gli amministratori provenienti dall'ordine equestre e dalla borghesia produttiva e commerciale erano soggetti a una titolatura scalare, non ereditaria e limitata all'esercizio delle loro funzioni, che gli distingueva dal resto della loro classe e li costituiva in una serie di ranghi e di 'sotto ranghi'.
Così compaiono, dall'alto verso il basso di questa scala, i
viri eminentissimi (uomini che stanno in cima all'ordine equestre),
titolo riservato ai soli prefetti del pretorio e dunque davvero esclusivo, i
viri perfectissimi, rango medio e riservato al prefetto imperiale d'Egitto, ai prefetti dell'annona e dei vigili di Roma e al praefectus classis di Miseno (il comandante supremo della flotta militare per l'occidente), nonché ai componenti dell'amministrazione centrale dello stato (capo archivisti, segretari generali, capo documentaristi, diplomatici di 'carriera' e via discorrendo) e infine giungevano i viri egregi (letteralmente coloro che escono dal gregge) che, solitamente, ricoprivano incarichi e competenze subordinate a quelle degli eminentissimi e dei perfectissimi.
Insomma
anche la borghesia aveva, ora, la sua aristocrazia interna.
1.4.5.5.3. I quattro ranghi e il futuro dell'impero.
Questo provvedimento, che, sicuramente, rispetta un modus operandi già istituito da Adriano qualche decennio prima, avrà delle conseguenze notevoli per la futura storia sociale, politica e amministrativa dell'impero:
si forgia l'idea di una serie di ranghi scalari e cristallizzabili a ciascuno dei quali spetta di diritto un particolare livello nell'amministrazione pubblica.
Diocleziano, poco più di un secolo dopo, concluderà i presupposti ipostatizzanti di questo provvedimento, ma, per il momento, siamo di fronte a un'
intrapresa di razionalità amministrativa e al tentativo di selezionare le esperienze professionali, classificarle e disporle al meglio.
1.4.5.6. Dopo Marco Aurelio.
Marco morì in Pannonia nel 180, lasciando a metà strada il suo sogno:
latinizzare la steppa e le pianure tedesche e ucraine. Questo imperatore amante del Senato lasciò anche e inopinatamente un erede diretto all'impero, un erede di sangue, suo figlio diciottenne.
Insomma il suo principato, nel momento più delicato ed estremo, pare rinnegare i suoi stessi presupposti; d'altronde, Marco Aurelio aveva un figlio e come rinnegare con una differente adozione la propria paternità? Neppure il Senato di Roma avrebbe potuto pretendere tanto.
http://joantoedox.it/Roma1/14(MarcoAurelio).pdf
La famiglia è la cosa più importante ...tutto il resto è solo un contorno ^__^