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mercoledì 5 luglio 2017

Sigmund Freud. Mai dare troppo ad una persona. Il troppo stanca. Chi ha bisogno di troppo amore? Chi di troppe attenzioni? Chi ha bisogno di un amore così autentico da far sì che l'altro si annulli totalmente per noi? Nessuno signori. Nessuno. [...] Se due individui sono sempre d'accordo su tutto, vi posso assicurare che uno dei due pensa per entrambi Sigmun Freud




Mai dare troppo ad una persona. Il troppo stanca.
Chi ha bisogno di troppo amore? Chi di troppe attenzioni?
Chi ha bisogno di un amore così autentico
da far sì che l'altro si annulli totalmente per noi?
Nessuno signori. Nessuno.
Sigmund Freud


Se due individui sono sempre d'accordo su tutto, 
vi posso assicurare che uno dei due pensa per entrambi
Sigmun Freud


Cosa vuol dire, "pensare a qualcuno"? Vuol dire: dimenticarlo (senza oblio, la vita non sarebbe possibile) e risvegliarsi spesso da questo oblio. Per associazione di idee molte cose ti riportano al mio discorso. "Pensare a te" non vuol dire niente altro che questa metonimia. Poiché, in sé, questo pensiero è vuoto: io non ti penso; ti faccio semplicemente tornare alla mente (a misura che cresce in me l'oblio di te). E' la forma (il ritmo) che io chiamo "pensiero": non ho Niente da dirti, senonché questo Niente è a Te che lo dico. 
Sigmund Freud, Lettere alla fidanzata Marta.


Possiamo affermare che le persone felici non fantasticano mai; lo fanno solo gli insoddisfatti. Le forze motrici delle fantasie sono desideri insoddisfatti, ed ogni singola fantasia è la realizzazione di un desiderio, una correzione della realtà insoddisfacente.
Sigmund Freud


Non siamo mai così privi di difese, come nel momento in cui amiamo
Sigmund Freud

"La melanconia è psichicamente caratterizzata da un profondo e doloroso scoramento, da un venir meno dell'interesse per il mondo esterno, dalla perdita della capacità di amare, dall'inibizione di fronte a qualsiasi attività e da un avvilimento del sentimento di sé che si esprime in autorimproveri e autoingiurie e culmina nell'attesa delirante di una punizione."
Sigmun Freud, Lutto e melanconia, 1915-1917, in Opere, 8, pag.103.


Il fatto di dipendere dall'oggetto amato fa calare l'autostima: chi ama è umile. 
Chi ama ha, per così dire, rinunciato a una parte del suo narcisismo, 
e tale parte può essere rimpiazzata solo dal venire ricambiato in amore
Sigmund Freud

Sigmund Freud. L'uomo Mosè e la religione monoteistica. NESSUNO PUÒ PRETENDERE CHE LE COSTRUZIONI MITICO-RELIGIOSE PONGANO GRANDE ATTENZIONE ALLA COERENZA LOGICA. Altrimenti il sentire popolare avrebbe ben potuto trovare ragione di SCANDALO NEL COMPORTAMENTO DI UNA DIVINITÀ CHE CONCLUDE CON GLI ANTENATI UN PATTO CON OBBLIGAZIONI RECIPROCHE, POI PER SECOLI NON SI CURA DI QUEGLI UOMINI, FINCHÉ IMPROVVISAMENTE LE VIENE IN MENTE DI TORNARE A MANIFESTARSI AI LORO DISCENDENTI. Ancor più strana è l'idea che un dio tutt'a un tratto 'scelga' un popolo, dichiarandolo suo popolo e dichiarando se stesso suo dio. Io credo che sia l'unico caso del genere nella storia delle religioni umane. Altrove dio e popolo sono indissolubilmente connessi, sono sin dall'inizio una cosa sola; certo talvolta si sente che un popolo si prende un altro dio, ma mai che un dio si cerchi un altro popolo.


Le dottrine religiose ... possiamo dire che sono tutte illusioni indimostrabili e che nessuno può essere costretto a tenerle per vere, a crederci. Alcune di esse sono a tal punto inverosimili, talmente antitetiche a tutto ciò che faticosamente abbiamo appreso circa la realtà dell'universo, che, tenuto il debito conto delle differenze psicologiche, possono essere paragonate ai deliri.
Sigmund Freud, L'avvenire di un'illusione. (1927)

Le verità che le dottrine religiose contengono sono così deformate e sistematicamente mascherate, che la massa degli uomini non può riconoscerle come verità. È un caso analogo a quello che si ha quando raccontiamo al bambino che la cicogna porta i neonati. [...] Nei nostri discorsi coi bambini siamo convinti che sia meglio omettere queste dissimulazioni simboliche della verità. (p. 88)

Continuo a sostenere che per un certo aspetto il mio scritto è del tutto innocuo. Nessun credente si lascerà smarrire nella sua fede da questi o da analoghi argomenti. Un credente ha col contenuto della religione determinati legami di affezione. (p. 90)

Atrofia educativa. Penso che passerebbe molto tempo prima che un bambino non influenzato cominciasse a crearsi pensieri su Dio e sulle cose al di là di questo mondo. [...] Ritardare lo sviluppo sessuale e anticipare l'influsso della religione: non sono questi i due cardini del programma dell'odierna pedagogia? (p. 91)
Sigmund Freud, L'avvenire di un'illusione. (1927)



NESSUNO PUÒ PRETENDERE CHE LE COSTRUZIONI MITICO-RELIGIOSE PONGANO GRANDE ATTENZIONE ALLA COERENZA LOGICA. Altrimenti il sentire popolare avrebbe ben potuto trovare ragione di SCANDALO NEL COMPORTAMENTO DI UNA DIVINITÀ CHE CONCLUDE CON GLI ANTENATI UN PATTO CON OBBLIGAZIONI RECIPROCHE, POI PER SECOLI NON SI CURA DI QUEGLI UOMINI, FINCHÉ IMPROVVISAMENTE LE VIENE IN MENTE DI TORNARE A MANIFESTARSI AI LORO DISCENDENTI. Ancor più strana è l'idea che un dio tutt'a un tratto 'scelga' un popolo, dichiarandolo suo popolo e dichiarando se stesso suo dio. Io credo che sia l'unico caso del genere nella storia delle religioni umaneAltrove dio e popolo sono indissolubilmente connessi, sono sin dall'inizio una cosa sola; certo talvolta si sente che un popolo si prende un altro dio, ma mai che un dio si cerchi un altro popolo.
Sigmund Freud - "L'uomo Mosè e la religione monoteistica"



Sigmund Freud. L’illusione religiosa.
“Consideri la differenza tra il Suo e il mio atteggiamento nei confronti delle illusioni. Lei deve difendere con tutte le sue forze l’illusione religiosa; se questa viene screditata – e di fatto è abbastanza minacciata – il suo universo crolla, non le rimane che disperare di tutto, della civiltà e dell’avvenire dell’umanità. Da tale schiavitú io sono, noi siamo, liberi. Essendo pronti a rinunciare a parte notevole dei nostri desideri infantili, possiamo tollerare che certune delle nostre aspettative si palesino illusorie.
L’educazione liberata dalla pressione delle dottrine religiose non produrrà forse grandi mutamenti nell’essenza psicologica dell’uomo; il nostro dio ‹Λόγος› non è forse cosí onnipotente, esso può adempiere solo una piccola parte di ciò che i suoi predecessori hanno promesso. Se dovremo ammettere ciò, lo accetteranno con rassegnazione. Non perderemo l’interesse per il mondo e per la vita; abbiamo infatti in un punto un sostegno sicuro che a Lei manca. Crediamo che sulla realtà dell’universo tramite il lavoro scientifico si possa apprendere qualcosa, qualcosa che servirà ad accrescere il nostro potere e a governare la nostra esistenza. Se questa credenza è un’illusione, siamo nella Sua stessa condizione; tuttavia, grazie a numerosi e importanti successi, la scienza ci ha dato la prova di non essere un’illusione. Essa ha molti nemici dichiarati, e piú ancora sono i Suoi nemici nascosti, che non possono perdonarle di aver indebolito la fede religiosa e di minacciare di abbatterla. A suo biasimo viene addotto il poco che ci ha appreso e la mole incomparabilmente superiore di ciò che ha lasciato nel buio. Ma in tal modo si dimentica quanto la scienza sia giovane, come furono ardui i suoi inizi e la brevità del tempo trascorso da quando l’intelletto umano si è rafforzato al punto da poter affrontare i compiti della scienza. Non commettiamo tutti l’errore di porre a fondamento dei nostri giudizi periodi di tempo troppo brevi? Dovremmo rifarci all’esempio dei geologi. Deploriamo l’incertezza della scienza, il fatto che essa oggi enunci come legge ciò che la prossima generazione riconoscerà come errore e sostituirà con una nuova legge, destinata anch’essa a non durare a lungo. Ma ciò è ingiusto e in parte falso. I cambiamenti delle opinioni scientifiche sono sviluppo, progresso, non sovvertimento. Una legge, che in un primo tempo è stata ritenuta valida incondizionatamente, si palesa quale caso speciale di una legalità piú vasta oppure viene limitata da un’altra legge, la cui scoperta viene fatta solo in seguito; un’approssimazione rozza alla verità viene sostituita da un’altra, piú scrupolosamente adeguata, la quale a sua volta attende un ulteriore perfezionamento. In diversi campi non è stata ancora superata una fase di ricerca in cui vengono azzardate ipotesi che non tardano a dover essere rifiutate per la loro inadeguatezza; in altri campi esiste invece già un nocciolo di conoscenze sicure e pressoché immutabili. Si è infine cercato di screditare radicalmente lo sforzo scientifico adducendo che, in quanto vincolato alle condizioni della nostra specifica organizzazione, esso non potrà fornire che risultati soggettivi, mentre la natura effettiva delle cose al di fuori di noi rimarrà ad esso inaccessibile. Ma si prescinde in tal modo da alcuni fattori che ai fini della concezione del lavoro scientifico sono decisivi: la nostra organizzazione, che è poi il nostro apparato psichico, si è sviluppata proprio nello sforzo di esplorare il mondo esterno, e deve quindi aver realizzato nella propria struttura un certo grado di congruenza; essa stessa è parte costitutiva di quel mondo che dobbiamo esplorare e consente benissimo tale ricerca; il compito della scienza è assolutamente circoscritto se ci limitiamo a fargli dire come il mondo deve apparirci in ragione del carattere particolare della nostra organizzazione; i risultati ultimi della scienza, proprio a causa del modo in cui vengono acquisiti, sono condizionati, non solo della nostra organizzazione, ma anche da ciò che su tale organizzazione incide; il problema di una natura dell’universo non riferita al nostro apparato psichico percettivo è, infine, una vuota astrazione, priva di qualsiasi interesse pratico.
No, la nostra scienza non è un’illusione. Sarebbe invece un’illusione credere di poter ottenere da altre fonti ciò che essa non è in grado di darci.”
SIGMUND FREUD (1856 – 1939), “L’avvenire di un’illusione” (1927), in “Opere di Sigmund Freud”, ed. diretta da Cesare Luigi Musatti, corredo critico di James Strachey (1887 – 1967), trad. di Sandro Candrea e E. A. Panaitescu, Boringhieri, Torino, 12 voll., vol. 10 ‘Opere 1924 – 1929. Inibizione, Sintomo e angoscia e altri scritti”, 1980 (ristampa, I ed. 1978), 10., pp. 483 – 485.

Sigmund Freud. Così come si alimentano i dolori dando loro importanza nello stesso modo questi scompaiono quando se ne distoglie l'attenzione e se ne riduce l’importanza che gli attribuiamo


Così come si alimentano i dolori dando loro importanza nello stesso modo questi scompaiono quando se ne distoglie l'attenzione e se ne riduce l’importanza che gli attribuiamo
Sigmund Freud

Se nutriamo odio verso qualcuno, è perchè odiamo in lui qualcosa che è in noi. 
Quel che non è in noi non riesce a darci emozioni
Hermann Hesse

Ciò a cui opponi resistenza persiste. 
Ciò che accetti può essere cambiato
Carl Gustav Jung

Quello che tu resisti in realtà persiste 
e quello che invece accetti scompare
Neale Donald Walsh

Contrastate il male che vi viene fatto ma non odiatene l'autore, 
non lasciatevi trascinare contro di lui, 
non cercate di vendicarvi. È questa la vera saggezza. 
Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama

Valentina Cabboi:
È vero! Quando accetti un qualcosa si dissolve...


Confermo anch'io. Quello che non possiamo cambiare dobbiamo accettarlo ed ecco che una volta accettato si dissolve...come neve al sole...



Desistere dal resistere...:) non e' perdere carattere...ma solo accettazione di se' e dei propri limiti... Nel senso che non si può insistere a negare qualcosa a cui accettazione porterebbe serenità...

Sigmund Freud. Il disagio della civiltà. Il principale compito della cultura, la sua vera ragione d'essere, è di difenderci contro la natura.

L'uomo ha sempre barattato un po di felicità per un po di sicurezza
Sigmund Freud

Il prezzo del progresso della civiltà si paga con la riduzione della felicità
Sigmund Freud

Il principale compito della cultura,
la sua vera ragione d'essere,
è di difenderci contro la natura.
Sigmund Freud

Da tempi immemorabili l'umanità è soggetta al processo dell'incivilimento.
Dobbiamo a esso il meglio di ciò che siamo diventati e buona parte dei nostri mali.
Sigmund Freud

La civiltà è una cosa imposta a una maggioranza recalcitrante da una minoranza che ha saputo appropriarsi degli strumenti del potere e della coercizione.
Sigmund Freud

La massa è un gregge docile che non può vivere senza un padrone. È talmente assetata di obbedienza da sottomettersi istintivamente a chiunque se ne proclami padrone.
Sigmund Freud


“[...] le tre fonti da cui proviene la nostra sofferenza: la forza soverchiante della natura, la fragilità del nostro corpo e l’inadeguatezza delle istituzioni che regolano le reciproche relazioni degli uomini nella famiglia, nello Stato e nella società. Circa le prime due il nostro giudizio non può esitare a lungo; bisogna riconoscere queste fonti di sofferenza e sottometterci all’inevitabile. [...]
Circa la terza fonte di sofferenza, quella sociale, il nostro atteggiamento è diverso. Non vogliamo ammetterla, non riusciamo a comprendere perché le istituzioni che noi stessi abbiamo creato non debbano rappresentare invece una protezione e un beneficio per tutti.”

Sigmund Freud. Il disagio della civiltà (1929)


"La parte di verità che si preferisce negare è che l'uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d'amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccata; è vero invece che bisogna attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale soccorritore e oggetto sessuale, ma anche un oggetto su cui può magari sfogare la propria aggressività, sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, umiliarlo, farlo soffrire, torturarlo e uccidere. Homo homini lupus: chi ha il coraggio di contestare quest'affermazione dopo tutte le esperienze della vita e della storia? Questa crudele aggressività è di regola in attesa di una provoca, oppure si mette al servizio di qualche altro scopo, che si sarebbe potuto raggiungere anche con mezzi meno brutali. In circostanze che le sono propizie, quando le forze psichiche contrarie che solitamente la inibiscono cessano di funzionare, essa si manifesta anche spontaneamente e rivela nell'uomo una bestia selvaggia, alla quale è estraneo il rispetto della propria specie.  [...] La civiltà domina dunque il pericoloso desiderio di aggressione dell'individuo, infiacchendolo, disarmandolo e facendolo sorvegliare da una istanza nel suo interno, come da una guarnigione nella città conquistata."
Sigmun Freud, Il disagio della civiltà, 1929 (in Opere, vol. 10, p. 599)



"Se per soddisfare una parte dei suoi componenti, una civiltà non può fare a meno di opprimerne un'altra, magari addirittura la maggioranza - il che avviene in tutte quelle contemporanee - è comprensibile che gli oppressi sviluppino un'intensa ostilità nei confronti della civiltà che essi rendono possibile grazie al proprio lavoro, ma dei cui beni sono troppo poco partecipi. Non ci si può aspettare che gli oppressi ne interiorizzino le interdizioni: anzi non sono nemmeno disposti a riconoscerle, tendono a distruggere la civiltà stessa, in taluni casi ad annullarne i presupposti. Superfluo aggiungere che una civiltà che lascia insoddisfatta una parte così numerosa dei suoi componenti, spingendola alla ribellione, non merita, e soprattutto non ha prospettiva, di durare a lungo."
Sigmund Freud


“Sono del tutto alieno dal dare una valutazione della civiltà umana. – scrive – Ho cercato di tenermi lontano dal pregiudizio entusiastico secondo cui la nostra civiltà sarebbe la cosa più preziosa che possediamo o che potremmo acquisire e che il suo cammino ci debba condurre ad altezze inimmaginabili di perfezione. ... La mia imparzialità è facilitata dal fatto che so ben poco di tutte queste cose. Ma questo soltanto, invece, so con sicurezza: che I GIUDIZI DI VALORE DEGLI UOMINI SONO GUIDATI ESCLUSIVAMENTE DAI LORO DESIDERI DI FELICITÀ E SONO QUINDI UN TENTATIVO DI ARGOMENTARE LE LORO ILLUSIONI. ... Mi manca il coraggio di erigermi a profeta di fronte ai miei simili e accetto il rimprovero di non saper recare loro nessuna consolazione: perché in fondo tutti chiedono ‘consolazione, i più fieri rivoluzionari non meno appassionatamente dei più virtuosi credenti”
Sigmun Freud, Il disagio della civiltà (1929)



Angoscia, dolore e lutto secondo Freud Quand'è che parliamo di angoscia, quando di dolore, e quando di lutto? Si tratta di tre sentimenti legati alla perdita di qualcosa a cui teniamo: la risposta di Sigmund Freud

Angoscia, dolore e lutto secondo Freud
Quand'è che parliamo di angoscia, quando di dolore, e quando di lutto? Si tratta di tre sentimenti legati alla perdita di qualcosa a cui teniamo: la risposta di Sigmund Freud

A cura di Antonella Marchisella
Sigmund Freud inizia con l'affermare che l'angoscia è la reazione al pericolo, ma dal momento che i pericoli sono fatti che fanno normalmente parte dell'umanità - "per tutti gli individui gli stessi" - cerca di comprendere in che modo riescano alcuni individui a sottomettere l'affetto d'angoscia alla normale attività psichica, oppure di cogliere quel fattore che determini chi debba fallire in tale compito. Discorre così di due tentativi di scoprire questo fattore: il primo è quello di Alfred Adler, che espone una teoria secondo cui coloro che "falliscono nell'eseguire il compito posto dal pericolo sono quelli che si trovano in grandi difficoltà a causa dell'inferiorità dei loro organi"; il secondo tentativo risale al 1923 ed appartiene ad Otto Rank, il quale enuncia che la nascita è la prima situazione di pericolo per una persona e a questa primissima situazione di pericolo (nonchè prima condizione d'angoscia) collega tutte le seguenti. Riportiamo testualmente una frase importantissima: "Il trauma della nascita colpisce i singoli individui con diversa intensità, al variare della forza del trauma varia anche la violenza della reazione d'angoscia e dall'intensità di questo inizio dello sviluppo dell'angoscia dipenderebbe se l'individuo possa mai raggiungere il controllo dell'angoscia, ossia se diventerà un nevrotico o un individuo normale".
angoscia_1La teoria di Rank è indubbiamente interessante, Sigmund Freud tuttavia precisa che si tratta di una teoria che non considera in alcun modo i fattori costituzionali o filogenetici e che peraltro lascia supporre che gli individui che non sono riusciti a far fronte ai pericoli iniziali, falliranno anche nelle future situazioni di pericolo sessuale; da qui la nevrosi. Freud disapprova chiaramente questa teoria e riprende alcuni punti psicoanalitici:
- l' Io, tramite la rimozione, può riuscire a difendersi da un moto pulsionale pericoloso, a scapito dell'Es ;
- Se la situazione di pericolo cambia e l'Io non ha più bisogno di difendersi da un nuovo moto pulsionale analogo a quello rimosso, il nuovo decorso della pulsione si compie sotto l'influsso dell'automatismo.
A volte l'Io può riacquistare il proprio influsso sul moto pulsionale abbattendo la rimozione che esso stesso ha generato, ma ciò avviene raramente, in quanto le rimozioni generate dall'Io sono nella maggior parte dei casi irreversibili. Possiamo pertanto elencare tre dei fattori che causano la nevrosi:
- il fattore biologico ("stato di impotenza e di dipendenza a lungo protratto del bambino piccolo... Questo fattore biologico produce le prime situazioni di pericolo e crea il bisogno di essere amati che non abbandonerà più l'uomo");
- il fattore filogenetico (sviluppo della libido);
- il fattore psicologico (questo fattore risiederebbe nella differenziazione in Io e in Es, che sarebbe un'imperfezione del nostro apparato psichico).
Avendo appurato che l'angoscia nasce come reazione al pericolo della perdita dell'oggetto, come possiamo stabilire in quali casi separarsi dall'oggetto porta all'angoscia, quando porta al dolore e quando al lutto? Ripartiamo dalla situazione della nascita e supponiamo che il neonato venga a trovarsi davanti un estraneo anzichè sua madre. Ecco gli elementi che vengono a manifestarsi: l'angoscia come reazione al pericolo della perdita d'oggetto (tenendo presente che un neonato non fa distinzione tra una mancanza temporanea della madre ed un'assenza permanente, all'angoscia si accompagna dunque anche dolore. Non essendoci questa distinzione, la mancanza della madre,seppure temporanea, è un trauma per il piccolo e più precisamente, volendo riportare le parole di Freud "è una situazione traumatica se il neonato in quel momento prova un bisogno che la madre dovrebbe soddisfare"). Dobbiamo comunque porre l'attenzione sul fatto che la situazione traumatica della mancanza della madre è differente dalla situazione traumatica della nascita. Possiamo sintetizzare in questo modo:
- l'angoscia è la reazione al pericolo della perdita dell'oggetto;
- il dolore è la vera reazione alla perdita dell'oggetto;
- il lutto è un'altra delle reazioni emotive alla perdita dell'oggetto: si forma dalla consapevolezza di doversi separare effettivamente dall'oggetto perchè di fatto non c'è più.


Fonte: "L'Io e l'Es Inibizione,sintomo e angoscia" di Sigmund Freud - Newton Compton Editori.
http://www.girlpower.it/sos/psicologia/angoscia_dolore_lutto_secondo_freud.php

domenica 12 febbraio 2017

La psicoanalisi tra Illuminismo e Romanticismo.

La psicoanalisi tra Illuminismo e Romanticismo.
Sotto il profilo storico-culturale, la psicoanalisi è pensabile come il risultato dell'incontro tra le conseguenze dell'Illuminismo e del Romanticismo. In questo senso, essa è il tentativo di applicare la ragione illuministica al fondo buio della coscienza tematizzato dal Romanticismo. Freud, per comprendere le dinamiche psichiche, mutua alcuni concetti fondamentali dalle scienze positive (eredi dell'Illuminismo) e, in particolar modo dalla fisica, come per esempio quelli di “forza” ed “energia”. Allo stesso tempo, il linguaggio scientifico che egli utilizza è inserito nell'orizzonte culturale romantico.


È possibile seguire una linea di continuità che dal mondo greco conduce all'Illuminismo fino ai sui diretti discendenti: il Positivismo e il Neopositivismo. Il punto di partenza è individuabile nel razionalismo socratico (Platone), benché anche Socrate rinvii a un daímon, il progenitore dell'inconscio freudiano

Nonostante la filosofia platonica veda in esso l'irrazionale nell'umano, lo mantiene ai margini del proprio edificio: la psyché (anima) può essere il fondamento di una conoscenza incontrovertibile soltanto se si libera dell'irrazionale e del corpo

In Platone, l'irrazionale è riconosciuto, ma è tenuto a debita distanza per non contaminare la ragione e, soprattutto, non è indagato. Il razionalismo platonico – che colloca l'irrazionale alla periferia del pensiero – attraversa l'età antica e il medioevo per approdare alla modernità, trovando una formulazione nuova e potente in Cartesio: la realtà esterna si rivela trasparente alla mente, e quest'ultima è auto-trasparente a se stessa. Il lascito cartesiano è accolto dagli illuministi e, in seguito, dai positivisti, nonché da Freud stesso, il cui progetto era fondare una scienza della mente sul modello delle scienze della natura

La radice illuministica della psicoanalisi sta nell'idea di portare la ragione lì dove non c'è (inconscio), e poco conta, per me, in questa sede, mostrare perché Freud non sia riuscito a fare della propria creatura una scienza della natura. M'interessa invece mostrare in che modo questo spirito illuministico s'intrecci con quello romantico, in relazione alla categoria d'inconscio.

Com'è noto, l'inconscio freudiano, in generale, è un insieme di contenuti psichici non presenti alla coscienza. Esistono, a seconda delle formulazioni che Freud ne dà nei vari contesti, due tipi d'inconscio: rimosso e non rimosso

L'inconscio rimosso è l'esito delle operazioni di rimozione: elementi mentali non tollerabili dalla coscienza perché troppo dolorosi, e fonte di conflitti, le sono “nascosti”. 

Il secondo tipo d'inconscio è, invece, più originario ed è costituito da rappresentazioni (o nuclei di rappresentazioni) cooriginarie al processo di distinzione tra Io ed Es (1). Esso presiederebbe, pertanto, all'indistinto che precede il formarsi della coscienza. È precisamente a questo secondo modello d'inconscio, nella sua struttura, che Freud è debitore al Romanticismo.

La decostruzione delle condizioni di possibilità di un'oggettività trasparente e di una soggettività auto-trasparente (razionalismo cartesiano) è il nucleo della critica che il Romanticismo rivolge all'Illuminismo. L'operazione compiuta da Freud è applicare il razionalismo di origine cartesiana al razionalismo medesimo: il centro dello spazio mentale (psiche) non è più la ragione ma l'irrazionale; compito della ragione è rischiarare l'irrazionale. In altre parole, osservando mediante l'indagine razionale lo spazio psichico, si scorge l'esistenza di un nucleo essenziale che sfugge alla razionalità. Nel disegno freudiano, la ragione illuministica assume a proprio oggetto d'indagine l'inconscio così come elaborato dai romantici, fondendo due progetti in uno solo. La cultura romantica radica il soggetto in un terreno profondo e oscuro da cui deriveranno i concetti d'inconscio individuale e collettivo. Ad esempio, la natura per Schelling e la specie per Schopenhauer sono i veri arbitri della condizione umana. Per quest'ultimo, in particolare, l'individuo è uno strumento in mano alla specie che ha come unico obiettivo la conservazione di se stessa. Pertanto, all'uomo non resta che crearsi delle illusioni per conferire una parvenza di senso alla propria esistenza.

Schopenhauer toglie il velo all'io mostrandone l'osceno – il retroscena nascosto. Nietzsche scrive che Schopenhauer è uno di «quei grandi vincitori, i quali, giacché hanno pensato le cose più profonde […] si muovono e vivono realmente, e non a quel modo di maschere sinistre nel quale solitamente gli uomini vivono» (2). 

Nietzsche qui tratteggia l'idea centrale della filosofia di Schopenhauer, che riprende e rielabora il più vasto programma romantico, e che Schopenhauer stesso così sintetizza: «Tutto ciò che nell'uomo è originario e perciò genuino agisce, come le forze della natura, in modo inconscio. Ciò che è passato attraverso la coscienza è, appunto perciò, diventato una rappresentazione. Ne discende che la manifestazione di questa coscienza è, in un certo senso, la comunicazione di una rappresentazione. In conformità a ciò tutte le qualità del carattere e dello spirito che reggono alla prova sono di origine inconscia, e soltanto come tali esse producono un'impressione profonda» (3). 

In queste parole non vi è soltanto una ricapitolazione del Romanticismo e un inquadramento dell'essenza della filosofia di Schopenhauer, ma anche l'anticipazione di quello che sarà l'impianto teorico della psicoanalisi che, come Freud riconobbe, è sin dall'inizio a Schopenhauer debitrice.

Per quanto il Romanticismo sia un fenomeno complesso e contraddittorio, gran parte di esso vuole essere una sovversione delle pretese della soggettività platonica e della ragione cartesiana, minando la fiducia nell'onnipotenza della razionalità e rivelandone il volto celato. A tal riguardo, Goethe scrive che la natura «parla incessantemente con noi e non ci rivela il suo segreto. Sembra che abbia puntato tutto sull'individualità, eppure niente le importa degli individui. Costruisce sempre e sempre distrugge e la sua officina è inaccessibile […] Essa avvolge l'uomo nell'oscurità e lo sprona eternamente verso la luce» (4). 

Vi è, dunque, una doppia opacità in contrasto con la concezione platonico-cartesiana, che caratterizzerà su larga scala anche l'Illuminismo: l'opacità della natura e l'opacità dell'individuo stesso. Su quest'onda, Freud mette in discussione la ragione nelle sue pretese d'immediatezza. Gli oggetti (fra cui la psiche) non sono immediatamente auto-evidenti, ma lo diventano unicamente attraverso e dopo il “toglimento” del negativo (irrazionale-inconscio). In questo senso, Freud è profondamente hegeliano.

Proprio in riferimento al dibattito con Hegel, Schelling, nell'ultima parte della sua riflessione (5), espone l'intreccio originario di razionale e irrazionale in varie forme, riassumibili nei concetti di Positivo (razionale) e Negativo (irrazionale). L'operazione schellinghiana consiste nel radicare l'intima connessione di Positivo e Negativo, che abita in ciascuno di noi, nella divinità. Positivo e Negativo, per Schelling, sono già delle concettualizzazioni che rinviano a uno sfondo indistinto che sta alla fonte della vita (in cui riecheggia l'ápeiron di Anassimandro). La riflessione novecentesca sulla coappartenenza originaria di razionale e irrazionale (6) è una secolarizzazione del pensiero del filosofo di Weimar.

Lo scientismo (Platone-Cartesio-Illuminismo-Positivismo) è una manovra di evitamento della sofferenza. Soffocare il Negativo con l'esaltazione della ragione è un tentativo di non farne esperienza, che significa precludersi la possibilità di comprendere e accettare i propri limiti e la propria finitezza. L'oblio del Negativo, che raggiunge il suo culmine nell'età della tecnica, confligge con l'esperienza fondante del dolore; fondante perché l'esperienza del dolore «è la modalità classica tramite cui si fa esperienza della propria individualità […] per la semplice ragione che nessuno è sostituibile nel proprio dolore, così come non lo è nella propria morte» (7). La domanda di senso, in fondo, non è altro che la nobile espressione della mancata accettazione dei limiti umani. Rimuovere l'irrazionale, in ultima analisi, vuol dire rimuovere la morte, non tanto come evento in sé, di cui, in assenza di gravi patologie, siamo tutti consapevoli, ma rimuoverne l'anticipazione. La morte, pensata e sentita come irrazionale a causa del desiderio di vivere, è rimossa non solo a livello fisico, ma soprattutto sul piano mentale, poiché l'anticipazione della morte determina sofferenza. Soffrire è propriamente patire, ossia subire l'ineluttabile senza possibilità di scelta. Rimuovere il pensiero della morte serve a evitare quello del nulla e l'angoscia che ne deriva, poiché l'angoscia è la via maestra che ci guida verso l'irrazionale che da sempre ci costituisce.

Freud e Heidegger gettano luce su quest'aspetto della condizione umana (il Negativo, per dirla alla Schelling), compreso dal Romanticismo, quando definiscono l'angoscia “paura del nulla”, paura senza oggetto, che si differenzia dalla paura comunemente intesa, che, invece, ha sempre un oggetto (8). Non ci si angoscia per una cosa o per un'altra, ma per il nulla da cui proveniamo e verso il quale tendiamo, come afferma Schelling ripreso da Heidegger (9). La rimozione dell'angoscia del nulla, che si rappresenta nella paura della morte, ci consegna alla disperazione, perché non ci consente di riconoscere e di elaborare il dolore come costitutivo dell'esistenza. Freud fa suo il rovesciamento romantico di prospettiva, per cui il nocciolo dell'orizzonte psichico è occupato dall'inconscio. Esso resta inconoscibile in quanto tale, come il fondo ontologico di Schelling, e si rende accessibile mediante le proprie manifestazioni, ad esempio il sogno, che è sempre la narrazione del sogno. La psicoanalisi codifica il Negativo, rendendolo parzialmente accessibile alla ragione, alla quale ne resta, però, ineffabile uno scarto differenziale. In Freud, la ragione è pensabile entro i confini – che si possono spostare ma non del tutto abbattere – dell'irrazionale.


Bibliografia
Freud S., Metapsicologia (1915), in Opere: vol. VIII, Torino, Boringhieri, 2002, pp. 38-71.
Nietzsche F., Considerazioni inattuali, III: Schopenhauer come educatore (1874), in Opere, vol. III, Milano, Adelphi, 1972, p. 388.
Schopenhauer, Parerga e paralipomena (1851), vol. II, Milano, Adelphi, 1981-1983, p. 340.
Goethe J. W., La natura (1783), in Teoria della natura, Torino, Boringhieri, 1969, pp. 138 e 141.
Mi riferisco eminentemente a Schelling F., Ricerche filosofiche sull'essenza della libertà umana (1809), Milano, Bompiani, 2007; id., Filosofia della rivelazione (1854), Milano, Bompiani, 2002.
Penso soprattutto a Foucault M., Storia della follia nell'età classica (1961), Milano, Rizzoli, 2012.
Natoli S., L'esperienza del dolore, Milano, Feltrinelli, 1986, p. 15. Su questo tema si veda anche Galimberti U., Psiche e techne, Milano, Feltrinelli, 1999, cap. 53.
Freud S., Inibizione, sintomo e angoscia, in Opere, vol. X, Torino, Boringhieri, p. 310; Heidegger M., Che cos'è metafisica (1929), in Segnavia (1967), Milano, Adelphi, 1987, p. 67.
Gli argomenti sul Positivo-Negativo e sull'angoscia sono anche esposti in Heidegger M., Schelling (1971), Napoli, Guida, 1998.

Mirko Bradley

http://mirkobradley.blogspot.it/2017/02/la-psicoanalisi-tra-illuminismo-e.html


giovedì 15 dicembre 2016

Roberto Ruga. TECNICHE IN PSICOANALISI. Le associazioni libere danno voce all’inconscio, a patto che la persona non ragioni troppo su ciò che dice, cavalcando il flusso di coscienza senza censurarsi o giudicarsi. E' allora che l'inconscio partorisce simboli. Questo è l’uomo ideale di FREUD e di JUNG: uno che parla, che esprime se stesso senza difese, senza restrizioni, che non è costretto a resistere al flusso della sua autenticità e delle sue visioni. Insomma, uno che non si nasconde, ma parla e immagina se stesso liberamente. Ecco l’etica implicita alla tecnica: per non essere parlati e agiti dagli altri, per non essere delle tristi marionette, bisogna parlare e parlare come si deve, cioè “ad arte”, non parlare solo razionalmente.


TECNICHE IN PSICOANALISI
Le associazioni libere danno voce all’inconscio, a patto che la persona non ragioni troppo su ciò che dice, cavalcando il flusso di coscienza senza censurarsi o giudicarsi. 
E' allora che l'inconscio partorisce simboli. 
Questo è l’uomo ideale di FREUD e di JUNG: 
uno che parla, che esprime se stesso senza difese, senza restrizioni, che non è costretto a resistere al flusso della sua autenticità e delle sue visioni. Insomma, uno che non si nasconde, ma parla e immagina se stesso liberamente. 
Ecco l’etica implicita alla tecnica: per non essere parlati e agiti dagli altri, per non essere delle tristi marionette, bisogna parlare e parlare come si deve, cioè “ad arte”, non parlare solo razionalmente.
Roberto Ruga

giovedì 10 dicembre 2015

L'osservazione dei caratteri e la nascita della psicologia. [...] l'osservazione psicologica dei caratteri si è espressa, in epoca classica, anche nell'arte visuale. Basti pensare non tanto alla statuaria greca, che rappresenta tipi umani molto idealizzat (più simili a dei che a persone), quanto a quella romana.



L'OSSERVAZIONE DEI CARATTERI E LA NASCITA DELLA PSICOLOGIA
Secondo Il critico letterario newyorkese Harold Bloom, la psicologia moderna nasce grazie a William Shakespeare e alla sua brillante osservazione di molteplici caratteri umani.

L'affermazione mi pare tanto apodittica quanto sbagliata; e testimonia del tradimento che gli Stati Uniti d'America e più genericamente il Patto Atlantico hanno inferto da anni all'Europa e alle sue radici, che sono mediterranee prima che atlantiche.

La psicologia moderna non nasce con il pur grandissimo poeta inglese, di cui anche gli americani si fregiano. Nasce piuttosto a cominciare dalla letteratura greca, dai caratteri umani mirabilmente descritti da Omero nell'Iliade e dai grandi tragici: Sofocle, Eschilo, Euripide, e poi dai latini nella loro letteratura epica e tragica: da Virgilio a Seneca. Personaggi come Achille, Ettore, Priamo, Edipo, Antigone, Oreste, Medea, Anchise, Enea, Didone... sono indimenticabili e costituiscono ciascuno una profonda indagine (del tutto psicologica) su un complesso e problematico carattere umano

Ma oltre che nella letteratura, l'osservazione psicologica dei caratteri si è espressa, in epoca classica, anche nell'arte visuale. Basti pensare non tanto alla statuaria greca, che rappresenta tipi umani molto idealizzati (più simili a dei che a persone), quanto a quella romana

Osservate il volto di Lucio Giunio Bruto (545 a.C. circa – 509 a.C.), che fu il fondatore della Repubblica romana. Dal volto traspare un carattere non solo coraggioso, quanto soprattutto amaro, astuto, indomabile. Secondo la tradizione egli abbattè la monarchia romana per fondare la Repubblica dopo che la sua famiglia subì pesanti angherie da parte della famiglia del re.

Il volto reca impressi l'amarezza e l'odio per il trauma subito.
La scultura, che ha 2.500 anni, è un capolavoro di osservazione "clinica".

E osservate il ritratto di questa donna, ritratto su tavola, sempre romano, ma di epoca molto più tarda, già imperiale. Si tratta di uno delle decine di ritratti romani ritrovati ad Al Fayyum, in Egitto, ritratti funerari fatti per ricordare i parenti morti. In questo volto femminile c'è quasi uno stupore malinconco per la propria morte, uno stupore che suscita commozione e un'attenzione (appunto psicologica!) a quell'entità umana che oggi chiamiamo "persona".

Un po' di analisi della formazione culturale dei grandi psicopatologi moderni confermerà questa mia tesi: Freud era un appassionato lettore tanto di Shakespeare quanto di Sofocle, Jung spaziava da Jakob Boeme a Goethe ma i suoi concetti più importanti sono tratti da Aristotele e Platone, Jaspers aveva una padronanza totale della cultura greca sia filosfica che letteraria, Lacan conosceva i tragici greci tanto quanto sant'Agostino e Heidegger, e Hillman ha fondato la sua psicologia archetipica sulla conoscenza dell'ellenismo e del rinascimento.


sabato 28 marzo 2015

Qual è oggi, possiamo domandarci, la funzione della religione, nel momento in cui vediamo che il suo ruolo non è più di configurare la vita sociale dandole una legge fondata su un principio trascendente? Se prendiamo quel che dice Lacan nella conferenza stampa tenuta a Roma nel 1974 e pubblicata con il titolo Il trionfo della religione, dobbiamo dire che la religione è una terapia. Per Freud era il contrario, era una nevrosi: Freud considerava che la religione avesse la struttura della nevrosi ideale, della nevrosi ossessiva. Per Lacan la religione è una terapia giacché, con la sua capacità di secernere senso, di dare senso a tutto, e in particolare alla vita umana, essa è in grado di "acquietare i cuori", particolarmente quando questi vengono turbati dal reale messo in circolazione dalla scienza.



Qual è oggi, possiamo domandarci, la funzione della religione, nel momento in cui vediamo che il suo ruolo non è più di configurare la vita sociale dandole una legge fondata su un principio trascendente? Se prendiamo quel che dice Lacan nella conferenza stampa tenuta a Roma nel 1974 e pubblicata con il titolo Il trionfo della religione, dobbiamo dire che la religione è una terapia
Per Freud era il contrario, era una nevrosi: Freud considerava che la religione avesse la struttura della nevrosi ideale, della nevrosi ossessiva. Per Lacan la religione è una terapia giacché, con la sua capacità di secernere senso, di dare senso a tutto, e in particolare alla vita umana, essa è in grado di "acquietare i cuori", particolarmente quando questi vengono turbati dal reale messo in circolazione dalla scienza.
Naturalmente quando Lacan parla di terapia in questo senso si riferisce a un rimedio per l'insanabile, si riferisce all'incurabile della vita. Quest'idea della religione come terapia ha sedotto gli ideologi dello scientismo, che l'hanno ripresa a modo loro, un modo piuttosto monocorde, bisogna dire, ma che riesce sempre a stupirci e a volte anche a divertirci. L'Herald Tribune del 1 aprile scorso riferisce di uno studio, condotto in una clinica del Minnesota, intorno al potere di guarigione esercitato dalla preghiera su pazienti che avevano subito un intervento cardiochirurgico di una certa importanza. L'esperimento su cui si basa lo studio, questo è l'aspetto interessante, non ha preso ad oggetto la preghiera meditativa, e quindi quello stato di benessere fisico e spirituale che può derivare dalla concentrazione e dal raccoglimento in se stessi, ma la preghiera intercessoria, cioè una domanda, rivolta a Dio, perché eserciti il proprio intervento sul corso delle cose terrene. Dopo che Kant ha reso impercorribile l'argomento ontologico di S. Anselmo, lo scientismo contemporaneo aggira l'ostacolo passando a un sondaggio diretto dell'esistenza di Dio con il metodo del doppio cieco
I pazienti studiati sono stati divisi in tre gruppi
per un gruppo non si pregava, per gli altri due sì; uno dei due gruppi per cui si pregava ne veniva informato, l'altro veniva lasciato in situazione dubitativa: ai partecipanti veniva detto che per loro si poteva pregare oppure no. Le preghiere erano affidate a tre diverse congregazioni dove gli oranti erano istruiti a utilizzare il nome e l'iniziale del cognome della persona per cui pregavano - per proteggere la privacy suppongo, tanto Dio dall'iniziale può già capire di chi si tratta - e di includere la frase: "Per il successo dell'intervento chirurgico e per una rapida guarigione senza complicanze". 
La ricerca su cui si basa lo studio è costata $ 2.400.000.

In questo tentativo di negoziare con il divino attraverso i più aggiornati strumenti scientifici potremmo ravvisare un residuo d'incantamento del mondo che resiste alle analisi di Weber, risalenti ormai ai primi decenni del secolo scorso. Nella visione del disincantamento di Weber tuttavia, il razionalismo moderno non coincide con la cancellazione di Dio: semplicemente l'uomo disincantato, grazie alla potenza della tecnica, è portato a costruire attivamente il proprio mondo perché non pensa più di poter condizionare la divinità.
Weber scrive prima della Shoa, prima dell'orrore smisurato che ha piegato la potenza della tecnica alla distruzione dell'uomo. La Shoa, oltre a sollevare mille interrogativi nella riflessione etica, ha rilanciato anche i temi classici della teodicea, con il suo tipico vizio assolutorio di fondo. Una delle voci che ha avuto maggiore risonanza in questo senso è stata quella di Hans Jonas, stimato allievo di Heidegger, che non ha potuto risolvere il dilemma del male assoluto se non pensando a un Dio impotente.
Benedetto XVI, teologo senz'altro più sottile, nella sua visita ad Auschwitz del maggio scorso, interrogandosi sul silenzio di Dio di fronte allo sterminio degli ebrei, non solo non ha avuto bisogno dell'ipotesi depotenziante di Jonas, ma si è anche spinto più in là di Weber, e ha visto nella potenza della tecnica messa al servizio del genocidio la prefigurazione di un mondo dove l'uomo si sostituisce a Dio, ha visto l'incubo di un mondo senza Dio. Qui l'onnipotenza divina è salvata, anche se si paga il prezzo semplificativo di ridurre il nazismo al colpo di mano di una banda di criminali sui quali le colpe ricadono in modo esclusivo.
L'immagine di un mondo senza Dio appare, nelle parole di Joseph Ratzinger, quando ancora non porta al dito l'anello pontificale, in un intervento del 2001 al Sinodo dei Vescovi, dove richiamandosi alle epistole paoline, afferma: "Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza, e una cultura senza Dio porta nel suo nucleo la disperazione, diventa inevitabilmente cultura della morte".
La speranza, virtù teologale, è un tramite che consente alle facoltà dell'uomo di partecipare alla natura divina, e nella fattispecie è la mediazione che porta a desiderare il regno dei cieli, la salvezza. Senza speranza non c'è salvezza. Auschwitz ci dà un'immagine completamente terrena di un luogo senza salvezza, dove tra i sommersi e i salvati anche i salvati sono perduti. Il problema è stato ben inquadrato da Giorgio Agamben, che fa del Lager il paradigma di uno spazio in cui lo stato d'eccezione diventa la regola. Abitualmente lo stato d'eccezione riguarda una situazione d'emergenza, quando viene sospeso l'ordine giuridico e il governo viene rimesso al decreto, alla forza o, al limite, all'arbitrio. Commettere atrocità, in questo caso, non è più correlato al diritto, ma piuttosto al senso di misura, o alla moralità di chi provvisoriamente esercita azione di polizia in modo sovrano. Il campo come luogo in cui lo stato d'eccezione diventa la regola è allora anche il luogo dove tutto è possibile, dove non c'è la protezione del diritto, dove si è in balìa del capriccio di chi governa senza nessun altro controllo sulla situazione.
Se facessimo funzionare in modo automatico le nostre formule diremmo che un luogo dove tutto è possibile è un luogo irreale, come un racconto di Hoffmann che tocca le corde delle nostre inquietudini più segrete. E' facile vedere tuttavia che in questo caso è vero il contrario: l'inferno sulla terra, il mondo senza Dio, è un luogo dove sono saltati i fondamenti della legge, e dove il reale impazza senza argine.
Senza andare agli estremi del Lager, questa dimensione della contemporaneità, dove il reale non sta più nelle briglie, è stata ben dipinta da Alejandra Eidelberg in uno dei Papers preparatori al nostro incontro, dove ha mostrato, come correlato di un declino dell'amore, la gabbia di ferro dei nuovi sintomi e il loro rovescio: i corpi di ferro per i quali impossible is nothing.
Dio nella tradizione era il fondamento della legge: se questo fondamento salta e la legge è sospesa, il mondo diventa un luogo dove lo stato d'eccezione si trasforma in regola e dove, con la miccia accesa dell'emergenza dovuta al terrorismo, i fondamentalismi si scontrano. Nello spazio globalizzato del mercato, Dio ridiventa tribale, si moltiplica per legittimare contrapposte rivendicazioni identitarie. Il lato drammatico, nel cedimento dell'universale, è l'esplosione delle identità. Dio è a brandelli, come suonava il titolo di un articolo nel dossier di una rivista francese - Dieu en lambeaux - e ognuno ne agita un lacerto per farsene insegna.
Il NdP, nei primi seminari di Lacan, era definito come il fondamento della legge. Poi, man mano che il suo insegnamento ha fatto posto alla logica e alla matematica, man mano che ha dato spazio alle tematiche della crisi dei fondamenti e dei suoi paradossi, il NdP non ha più potuto essere il fondamento. Si è logicizzato a sua volta, è diventato funzione, si è moltiplicato, si è pluralizzato. Pluralizzazione però non vuol dire andare a pezzi, non significa essere a brandelli: piuttosto suppone l'effetto implicato dalle conseguenze dello squarcio apertosi nell'universale. Questa falla fa naufragare la possibilità di pensare il NdP come fondamento.
Un mondo in cui Dio non è più il fondamento della legge deve allora per forza essere pensato come la globalizzazione del Lager, come incubo senza risveglio, come deserto senza speranza dove, secondo il detto di Feuerbach, l'uomo è ciò che mangia? C'è in questo detto l'oscillazione tra l'autoerotismo orale e la chiusura tautologica che la formulazione in tedesco permette di far risuonare - der Mensch ist, was er ist - riducendo la biografia di ogni uomo al cerchio insensato: nacque, mangiò, morì.
Credo tuttavia sia possibile vedere un'altra prospettiva, che non si dibatte tra la nostalgia del fondamento e la disperazione riduzionista di un materialismo senza prassi.
Abbiamo bisogno di una terapia che ci colmi di senso solo se abbiamo, come correlato, una civiltà la cui secolarizzazione si basa sulla programmazione totale, sulla prevedibilità, sul controllo come unico mezzo per contrastare l'angoscia. Il mondo moderno, che ha distolto lo sguardo dal passato, dal fondamento della tradizione dove si alimentava una vita immutabile, guarda avanti, verso il nuovo che gli viene incontro, e al tempo stesso, angosciato da quel che non conosce, cerca di sterilizzarne la sorpresa. La scienza ci nutre di novità che servono a placare le nostre apprensioni, e contemporanemente fa crescere la nostra angoscia del futuro, del corpo che invecchia, di una morte che la medicina cancella come esito naturale della vita e che tuttavia ci ghermirà. Abbiamo tutti gli agi, ma il piacere della vita è corroso dal futuro che la inghiotte. Sembra che la sola risposta sia illuminare di senso il buco nero delle nostre inquietudini, suturare la fenditura nativa del godimento. Se si vive la vita come un prodotto fallato, che contiene il vizio redibitorio della morte, non resta che rivolgere lo sguardo al produttore, meglio detto Creatore, al Dio da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna, il Dio del fondamento, per restituirla avendo in cambio la salvezza.
Lacan menziona spesso Dio negli ultimi anni del suo insegnamento e nei modi più svariati. Difficile trarne una dottrina. Una divertente rassegna in chiave di dialogo immaginario è presentata dal testo di Antonio Di Ciaccia nel CD del Congresso. Se non si può fare una sintesi si può però tirare qualche filo. Uno è in RSI, dove Lacan definisce Dio come la rimozione in persona o, meglio, come la persona supposta alla rimozione. Lacan parla qui di rimozione originaria, Ûrverdrangung, che è l'inconscio irriducibile, quello a cui non è possibile dare nessun senso. Prendiamo la via lineare di dire che la rimozione è una difesa, la barriera che ci permette di non essere in preda al reale. La rimozione originaria non dà un senso al reale, lo contiene, diciamo così, nei limiti del ragionevole, quel tanto da potercisi abituare.
A questo punto si tratta solo di porre le questioni giuste: per avere il senso della vita occorre interpellare il Dio del fondamento, perché il senso della vita trascende la vita. Per il godimento della vita invece la faccenda è diversa, perché il godimento è immanente alla vita, e il fatto che sia fessurato non richiede terapia, piuttosto: accortezza.
Destreggiarsi, se debrouiller, è una delle ultime parole di Lacan. Occorre destreggiarsi nell'inestricabile vita. Il sogno dedalico del colpo d'ala che fa uscire dal labirinto è lo stesso che ci imprigiona nell'incubo di un'esistenza senza speranza. La verità è che non c'è uscita dal labirinto perché il mondo stesso è un labirinto in cui cercare un filo, un filo all'altro capo del quale c'è una donna, una donna con la quale non c'è rapporto sessuale, una donna che non è La donna, che non è Dio, e che non si può amare di amore perfetto, ma della quale si può fare il proprio partner-sintomo, e con la quale, nei momenti migliori, si può anche fare l'amore.
Marco Focchi, L'incubo di un mondo senza Dio, Roma, 13 luglio 2006




sabato 31 maggio 2014

Daniel Paul Schreber. Memorie. Della eccezionale importanza di questo testo si accorse per primo Jung, che lo citava già nel 1907 e lo fece leggere a Freud nel 1910." "La lettura di queste Memorie fece cristallizzare in Freud la teoria della paranoia, e così nacque il suo famoso saggio universalmente noto come «il caso Schreber»

Daniel Paul Schreber, presidente della Corte d’Appello di Dresda, figlio di un illustre educatore dalle idee ferocemente rigide, ebbe nel 1893, a cinquantun anni, una grave crisi nervosa ed entrò nella clinica psichiatrica di Lipsia, affidandosi all’autorità del suo direttore, l’anatomista P.E. Flechsig. La crisi aveva avuto inizio quando un giorno, nel dormiveglia, il presidente Schreber si era trovato a pensare che «dovesse essere davvero molto bello essere una donna che soggiace alla copula». A partire da questo punto si sviluppò in lui un prodigioso delirio, che lo fece passare per tutti gli estremi della tortura e della voluttà, coinvolgendo dèi, astri, demiurghi, complotti, «assassinii dell’anima», catastrofi cosmiche, rivolgimenti politici. Al centro di tutto erano la convinzione, in Schreber, di trovarsi vicino a essere trasformato in donna, e la sua lotta stremante contro un Dio doppio e persecutore. È comunque difficile dare un’idea in poche parole della sconvolgente architettura di immagini, nessi, illuminazioni tragiche e comiche che il lettore incontrerà in questo libro, scritto da Schreber dopo sei anni di malattia, con lo scrupolo di uno specchiato magistrato prussiano, con fermo rigore logico, con sprazzi di paurosa intelligenza, con la cupa determinazione di un trattatista gnostico, allineando pacatamente la sequenza di enormità che aveva vissuto e ragionandoci sopra. Con queste Memorie egli voleva, fra l’altro, dimostrare di non essere pazzo – e incredibilmente ci riuscì, sicché il suo ricorso in appello contro la sentenza di interdizione venne accolto, permettendogli di tornare a vivere per qualche tempo nella società.
Della eccezionale importanza di questo testo si accorse per primo Jung, che lo citava già nel 1907 e lo fece leggere a Freud nel 1910. Anche Freud ne fu subito molto impressionato, e scrisse a Jung che Schreber «avrebbe dovuto essere fatto professore di psichiatria». La lettura di queste Memorie fece cristallizzare in Freud la teoria della paranoia, e così nacque il suo famoso saggio universalmente noto come «il caso Schreber», che sarà una delle occasioni su cui scoppierà il dissenso con Jung. Ben meno conosciute – fra l’altro perché la famiglia di Schreber sequestrò gran parte dell’edizione originale – sono le Memorie, che invece meritano di essere considerate uno dei libri-chiave della nostra epoca. E infatti nel corso degli anni, e soprattutto in questi ultimissimi tempi, un nugolo di interpretazioni si è addensato intorno a esse, sicché questo testo è diventato una sorta di prova del fuoco della teoria psicoanalitica, come ha visto Lacan nel lungo saggio che gli ha dedicato. Ma, anche al di fuori del contesto psicoanalitico, le Memorie di Schreber agiscono come una provocazione potente: basterà ricordare le memorabili pagine su Schreber in Massa e potere di Elias Canetti, che illuminano il rapporto fra paranoia e potere politico. Alla fine del volume, nella Nota sui lettori di Schreber di Roberto Calasso, il lettore troverà una analisi dei più importanti studi che su questo libro sono stati scritti negli ultimi ottant’anni.
Le Memorie sono apparse per la prima volta nel 1903.


venerdì 25 aprile 2014

Arthur Schnitzler. La mia formazione medica mi ha aiutato a capire il problema del comportamento umano. Nei miei lavori teatrali ho anticipato la teoria freudiana del sogno. Ciò non deve sembrare strano. Ogni lavoro teatrale è prodotto nella psiche del drammaturgo prima di essere rappresentato in teatro. Un lavoro teatrale è un colloquio del drammaturgo con se stesso. Rappresentando dei conflitti sulla scena il drammaturgo combatte con la sua anima [...]. Per alcuni aspetti io costituisco un «doppio» del dottor Freud. Lo stesso Freud mi ha definito una volta un suo gemello psichico. Nella letteratura io percorro la stessa strada su cui Freud avanza con temerarietà sorprendente nella scienza. Entrambi, il poeta e lo psicoanalista, guardano attraverso le finestre dell’anima. Leibniz ha sostenuto che l’anima non ha «finestre». Freud ha dimostrato il contrario.

La mia formazione medica mi ha aiutato a capire il problema del comportamento umano.
Nei miei lavori teatrali ho anticipato la teoria freudiana del sogno. Ciò non deve sembrare strano. Ogni lavoro teatrale è prodotto nella psiche del drammaturgo prima di essere rappresentato in teatro. Un lavoro teatrale è un colloquio del drammaturgo con se stessoRappresentando dei conflitti sulla scena il drammaturgo combatte con la sua anima [...]. Per alcuni aspetti io costituisco un «doppio» del dottor Freud. Lo stesso Freud mi ha definito una volta un suo gemello psichico. Nella letteratura io percorro la stessa strada su cui Freud avanza con temerarietà sorprendente nella scienza. Entrambi, il poeta e lo psicoanalista, guardano attraverso le finestre dell’anima. Leibniz ha sostenuto che l’anima non ha «finestre». Freud ha dimostrato il contrario.
Arthur Schnitzler. Sulla psicoanalisi


Lettera ad Arthur Schnitzler-Vienna, 8 maggio 1906:
"Stimato dottore, da moti anni sono consapevole della vasta coincidenza che sussiste tra le Sue e le mie interpretazioni di parecchi problemi psicologici ed erotici, e poco tempo fa ho avuto il coraggio di sottolinearla espressamente (Frammento di un'analisi d'isteria, 1905). Spesse volte mi sono chiesto con meraviglia, dove Lei potesse attingere questa o quella segreta conoscenza che io ho acquistato con faticosa indagine dell'oggetto, e infine sono giunto al risultato di invidiare il poeta, che altrimenti ammiro. Ora può immaginare quanta gioia mi hanno dato e quanta mi hanno commosso le righe nelle quali anche Ella mi dice di aver attinto stimolo dai miei scritti. Quasi mi sento amareggiato di aver dovuto arrivare a cinquant'anni per sentirmi dire una cosa così onorevole. Con grande stima, Suo devoto Dr. Freud ".

Sempre Freud a Schnitzler (Vienna,14 maggio 1922):
 [...] Penso di averLa sempre evitata per una specie di -timore del sosia-.



"Credo alla tua saggezza solo se viene dal cuore, credo alla tua bontà solo se viene dalla ragione."
Arthur Schnitzler (Vienna, 15 maggio 1862 – Vienna, 21 ottobre 1931) è stato uno scrittore, drammaturgo e medico austriaco.


"Ah, non capiamo la morte, non la capiremo mai, e ogni essere è in realtà solo allora morto, quando sono morti anche tutti quelli che lo hanno conosciuto." (pag.143).
Sono otto racconti, più o meno lunghi, più o meno riusciti, scritti in gioventù.
Arthur Schnitzler (1862-1931), I morti tacciono



Sì, il passo si riferisce alla conoscenza diretta, almeno io ho capito così. E del resto andiamoci piano a parlare di immortalità, non darei per scontato che il genere umano non si estingua in un modo o nell'altro.



È conosciuto soprattutto per aver messo a punto un artificio narrativo conosciuto come monologo interiore al quale fece spesso ricorso nelle sue opere per descrivere lo svolgersi dei pensieri dei suoi personaggi.

Schnitzler nasce da famiglia ebraica a Vienna, dove frequenta le scuole superiori dal 1871 al 1879. Successivamente si iscrive alla facoltà di medicina e consegue la laurea nel 1885. Già durante gli studi universitari emerge la sua inclinazione letteraria, ma la sua prima opera è del 1888: l'atto unico L'avventura della sua vita. In essa compare per la prima volta il personaggio di Anatol che darà il nome ad un ciclo di atti unici.

Alla morte del padre, nel 1893, lascia l'impiego ospedaliero e apre uno studio medico privato. Nel 1895 viene rappresentato al Burgtheater di Vienna, Amoretto che dà subito notorietà e successo all'autore. Nel 1900 pubblica Il sottotenente Gustl che provoca la sua radiazione da tenente medico dell'esercito, a seguito della impietosa rappresentazione della vita militare fatta nel romanzo.

Nel 1902 nasce il figlio Heinrich, avuto dalla cantante Olga Gussmann, con cui si sposa nel 1903. Nello stesso anno va in scena a Monaco di Baviera Girotondo, scritto tre anni prima e mai pubblicato, provocando un notevole scandalo per il presunto cinismo con cui vengono rappresentati i rapporti tra cinque uomini e altrettante donne che sono uniti da un filo comune. Il testo teatrale viene pubblicato dopo pochi mesi dalla rappresentazione, riportando un successo di vendite strepitoso. Girotondo è tuttora un lavoro molto rappresentato.
Nel 1905 debutta Intermezzo con cui otterrà il Premio Grillparzer per la commedia. Nel 1909 nasce la figlia Lili. Nel 1913 pubblica Beate e suo figlio. L'anno successivo esce un film tratto dalla commedia Amoretto, con sceneggiatura dell'autore. È l'inizio di un filone di opere cinematografiche basate, più o meno strettamente, sull'opera di Schnitzler che arriva fino ai giorni nostri con Eyes Wide Shut (1999) di Stanley Kubrick versione cinematografica di Doppio sogno.
Nel 1917 pubblica Il dottor Gräsler medico termale e nel 1918 Il ritorno di Casanova. Schnitzler era molto attratto dalla vita dell'avventuriero veneziano e ne fece il protagonista di opere di pura invenzione che riuscivano però a rendere con grande precisione introspettiva il carattere del personaggio. Nel 1924 pubblica La signorina Else. Tra il 1925 e il 1926 esce, pubblicato su una rivista, Doppio sogno.
Il 26 luglio del 1928 la figlia Lili si suicida. È un atto inspiegabile e per il padre un durissimo colpo dal quale non si riprenderà più.
Tre anni dopo Schnitzler muore, a Vienna, per un ictus.




Fuga nelle tenebre è un'avvincente descrizione di come nasce e si sviluppa un delirio.






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