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martedì 1 novembre 2016

Pier Paolo Pasolini. La religione del mio tempo. Il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci.


Il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci.
Pier Paolo Pasolini


Negli insegnamenti che ti impartirò, io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istitutivo. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini, trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci. 
Pier Paolo Pasolini


Nessun prete mi ha mai parlato, come te, di Gesù Cristo e di San Francesco.
Una volta mi hai parlato anche di Sant’Agostino,
del peccato e della salvezza come li vedeva Sant’Agostino.
È stato quando mi hai recitato a memoria il paragrafo in cui Sant’Agostino racconta di sua madre che si ubriaca. Ed ho compreso in quell’occasione che cercavi il peccato per cercar la salvezza, certo che la salvezza può venire solo dal peccato, e tanto più profondo è il peccato tanto più liberatrice è la salvezza. Però ciò che mi dicesti su Gesù Cristo e su San Francesco, mentre Maria sonnecchiava dinanzi al mare di Copacabana, mi è rimasto come una cicatrice. Perché era un inno all’amore cantato da un uomo che non crede alla vita.
Oriana Fallaci, da Lettera a Pier Paolo
Pier Paolo Pasolini, Il Vangelo Secondo Matteo, 1964








Il male non sta nel sesso: considerare il sesso come un male è la follia del moralismo cattolico, che ha trovato, nella guida sessuale, uno dei modi di repressione e di ricatto. Sa invece qual è uno dei pericoli della sessualità giovanile? Quella di farla coincidere con il fascismo. Sì, il fascismo punta sul virilismo, sulla baldanza sessuale del giovane, per attirarlo a sé: vellica, per esempio, il suo narcisismo dandogli un narcisismo collettivo che si chiama Patria ecc. E sa qual è un altro pericolo? Quello della repressione dei propri istinti sessuali (che vanno dominati e regolati, ma non negati e odiati): repressione che avviene sempre per ragioni moralistico-religiose, si capisce, per cui la personalità subisce un trauma e la patologia che ne consegue pesa per l'equilibrio sociale: perché i repressi quasi sempre diventano dei moralisti ipocriti e spietati e servono così il conformismo nazionale.
Pier Paolo Pasolini



LA PAROLA PECCATO, DERIVA DAL GRECO è SIGNIFICA "MANCARE L'OBIETTIVO". Siamo in peccato, quindi, se non tendiamo alla salute e benessere, al successo, alla felicità, all'autostima, ovvero alla vera autorealizzazione del nostro talento.


Pier Paolo Pasolini. La religione del mio tempo.
Li osservo, questi uomini, educati
ad altra vita che la mia: frutti
d'una storia tanto diversa, e ritrovati,
quasi fratelli, qui, nell'ultima forma
storica di Roma. Li osservo: in tutti
c'è come l'aria d'un buttero che dorma
armato di coltello: nei loro succhi
vitali, è disteso un tenebrore intenso,
la papale itterizia del Belli,
non porpora, ma spento peperino,
bilioso cotto. La biancheria, sotto,
fine e sporca; nell'occhio, l'ironia
che trapela il suo umido, rosso,
indecente bruciore. La sera li espone
quasi in romitori, in riserve
fatte di vicoli, muretti, androni
e finestrelle perse nel silenzio.
È certo la prima delle loro passioni
il desiderio di ricchezza: sordido
come le loro membra non lavate,
nascosto, e insieme scoperto,
privo di ogni pudore: come senza pudore
è il rapace che svolazza pregustando
chiotto il boccone, o il lupo, o il ragno;
essi bramano i soldi come zingari,
mercenari, puttane: si lagnano
se non ce n'hanno, usano lusinghe
abbiette per ottenerli, si gloriano
plautinamente se ne hanno le saccocce
piene.
Se lavorano - lavoro di mafiosi
macellari,
ferini lucidatori, invertiti commessi,
tranvieri incarogniti, tisici ambulanti,
manovali buoni come cani - avviene
che abbiano ugualmente un'aria di ladri:
troppa avita furberia in quelle vene...

Sono usciti dal ventre delle loro madri
a ritrovarsi in marciapiedi o in prati
preistorici, e iscritti in un'anagrafe
che da ogni storia li vuole ignorati...
Il loro desiderio di ricchezza
è, così, banditesco, aristocratico.
Simile al mio. Ognuno pensa a sé,
a vincere l'angosciosa scommessa,
a dirsi: "È fatta," con un ghigno di re...
La nostra speranza è ugualmente
ossessa:
estetizzante, in me, in essi anarchica.
Al raffinato e al sottoproletariato spetta
la stessa ordinazione gerarchica
dei sentimenti: entrambi fuori dalla
storia,
in un mondo che non ha altri varchi
che verso il sesso e il cuore,
altra profondità che nei sensi.
In cui la gioia è gioia, il dolore dolore.
Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo, Garzanti, Milano 1961


Tutto mi dà dolore: questa gente che segue supina ogni richiamo da cui i suoi padroni la vogliono chiamata, adottando, sbadata le più infami abitudini di vittima predestinata: il grigio dei vestiti per le grige strade; i suoi grigi gesti in cui sembra stampata l'omertà del male che l'invade, il suo brulicare intorno a un benessere illusorio, come un gregge inorno a poche biade; la sua regolare marea, per cui resse e deserti si alternano per le vie, ordinati da flussi e riflussi ossessi e anonimi di necessità stantie: i suoi sciami ai tetri bar, ai tetri cinema, il cuore tetramente arreso al quia.
Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo (1957-59)
da: Pagine Corsare.
 http://www.pasolini.net/poesia_I-relig-miotempo.htm


Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo:
Sì, certo, era un Dio... e altri meno pazzi e stupendi ce n'è.
Coi loro sacerdoti, e, vorrei anche dire, con i loro santi.
Santi poveri, martoriati dai ben noti dolori, col terribile dovere di arrivare, senza troppi terremoti, alla fine del mese, per riavere in tasca le poche sospirate lire: impiegatucci, funzionari, leve di un Partito, per cui vivere e morire. Felici ti mostrano un paio di scarpe nuove, un quadruccio buono all'appena civile parete della casa, una bella sciarpa natalizia per la moglie: ma dentro, dietro quell'infantile palpito, quello stento, ti misurano col metro della loro fede, del loro sacrificio. Sono inflessibili, sono tetri, nel loro giudicarti: chi ha il cilicio addosso non può perdonare.
Non puoi da loro aspettare una briciola di pietà: non perché lo insegni Marx, ma per quel loro dio d'amore, elementare vittoria di bene sul male, ch'è nei loro atti. Ma come nel biancore dell'estetico dio del mare, informe Forma, mescolanza irrazionale di gioia e dolore, sbianca l'opacità del gesso, la norma che svaluta... così arrossa nel rosso dell'altro Dio - quello che trasforma il mondo, quello futuro ed incorrotto - il sangue dei giorni di Stalin...
Non torna nulla. Nemmeno il paradosso esistenziale, in cui, fertili-aridi, vivono quasi tutti coloro che conosco: borghesi colti, esperti di essenziali infrastrutture, spiriti del bosco della mondanità, della cultura: a popolare le pure sere di Piazza del Popolo, dei nuovi quartieri oltre le vecchie mura, del centro dove la città s'infossa in preziosi vicoli scintillanti e luridi...
Genio arreso, con le sue quattro ossa sotto eleganti vesti, ognuno porta intorno una faccia intenta, dove gli altri possano sospettare qualcosa; nei caffè, di giorno, nei salotti, la sera: ma ognuno cerca nella faccia dell'altro invano un ritorno delle speranze antiche: e se vi accerta una speranza, è una speranza inconfessabile, nel cerchio della domanda e dell'offerta, il cui sguardo è come per uno spasimo di interna ferita: che rende esanimi, accidiosi, scontenti, spinge a uno sciopero dei sentimenti, a una colpevole stasi della coscienza, ad una pace insana, che vuole i nostri giorni grigi e tragici. Così, se guardo in fondo alle anime delle schiere di individui vivi nel mio tempo, a me vicini o non lontani, vedo che dei mille sacrilegi possibili che ogni religione naturale può enumerare, quello che rimane sempre, in tutti, è la viltà. Un sentimento eterno - una forma del sentimento - fossile, immutabile, che lascia in ogni altro sentimento diretta o indiretta, la sua orma.
È quella viltà che fa l'uomo irreligioso.
È come un profondo impedimento che, all'uomo, toglie forza al cuore, calore al ragionamento, che lo fa ragionare di bontà come di un puro comportamento, di pietà come di una pura norma.
Può renderlo feroce, qualche volta, ma sempre lo rende prudente:
minaccia, giudica, ironizza, ascolta, ma è sempre, interiormente, impaurito.
Non c'è nessuno che sfugga a questa paura.
Nessuno perciò è davvero amico o nemico.
Nessuno sa sentire vera passione: ogni sua luce subito s'oscura come per rassegnazione o pentimento in quell'antica viltà, in quell'ormone misterioso che si è formato nei secoli. Lo riconosco, sempre, in ogni uomo.
Lo so bene che altro non è che insicurezza vitale, antica angoscia economica: che era regola della nostra vita animale ed è stata assimilata ora in queste povere nostre comunità: che è difesa, disperata, che si annida là dove c'è un minimo di pace: nel possesso. E ogni possesso è uguale: dall'industria al campicello, dalla nave al carretto. Perciò è uguale in tutti la viltà: com'è alle grige origini o agli ultimi grigi giorni di ogni civiltà...
Così la mia nazione è ritornata al punto di partenza, nel ricorso dell'empietà.
E, chi non crede in nulla, ne ha coscienza, e la governa. Non ha certo rimorso, chi non crede in nulla, ed è cattolico, a saper d'essere spietatamente in torto. Usando nei ricatti e i disonori quotidiani sicari provinciali, volgari fin nel più profondo del cuore, vuole uccidere ogni forma di religione, nell'irreligioso pretesto di difenderla: vuole, in nome d'un Dio morto, essere padrone.
Qui, tra le case, le piazze, le strade piene di bassezza, della città in cui domina ormai questo nuovo spirito che offende l'anima ad ogni istante, - con i duomi, le chiese, i monumenti muti nel disuso angoscioso che è l'uso d'uomini che non credono - io mi ricuso ormai a vivere. Non c'è più niente oltre la natura - in cui del resto è diffuso solo il fascino della morte - niente di questo mondo umano che io ami.
Tutto mi dà dolore: questa gente che segue supina ogni richiamo da cui i suoi padroni la vogliono chiamata, adottando, sbadata, le più infami abitudini di vittima predestinata; il grigio dei suoi vestiti per le grigie strade; i suoi grigi gesti in cui sembra stampata l'omertà del male che l'invade; il suo brulicare intorno a un benessere illusorio, come un gregge intorno a poche biade; la sua regolarità di marea, per cui resse e deserti si alternano per le vie, ordinati da flussi e da riflussi ossessi e anonimi di necessità stantie; i suoi sciami ai tetri bar, ai tetri cinema, il cuore tetramente arreso al quia...
E intorno a questo interno dominio della volgarità, la città che si sgretola ammucchiandosi, brasiliana o levantina, come l'espressione di una lebbra che si bea ebbra di morte sugli strati dell'epoche umane, cristiane o greche, e allinea tempeste di caseggiati, gore di lotti color bile o vomito, senza senso, né di affanno né di pace; sradica i riposanti muri, i gomiti poetici dei vicoli sui giardini interni, i superstiti casolari dalla tinta di pomice o topo, tra cui fichi, radicchi, svernano beati, i selciati striati di una grama erbetta, i rioni che parevano eterni nei loro lineamenti quasi umani di grigio mattone o smunto cotto: tutto distrugge la volgare fiumana dei pii possessori di lotti: questi cuori di cani, questi occhi profanatori, questi turpi alunni di un Gesù corrotto nei salotti vaticani, negli oratori, nelle anticamere dei ministri, nei pulpiti: forti di un popolo di servitori.
Com'è giunto lontano dai tumulti puramente interiori del suo cuore, e da paesaggio di primule e virgulti del materno Friuli, l'Usignolo dolceardente della Chiesa Cattolica!
Il suo sacrilego, ma religioso amore non è più che un ricordo, un'ars retorica: ma è lui, che è morto, non io, d'ira, d'amore deluso, di ansia spasmodica per una tradizione che è uccisa ogni giorno da chi se ne vuole difensore; e con lui è morta una terra arrisa da religiosa luce, col suo nitore contadino dei campi e casolari; è morta una madre ch'è mitezza e candore mai turbati in un tempo di solo male; ed è morta un'epoca della nostra esistenza, che in un mondo destinato a umiliare fu luce morale e resistenza.


Il “Teorema” del sacro. Pasolini fra abiura e Cielo
di Emanuele Di Marco

[…] il cattolicesimo è la promessa che al di là di queste macerie c’è un altro mondo, e questo invece nei miei film non c’è assolutamente 183
183 Riportato in Petraglia S., Il cinema di Pasolini, La Nuova Italia, Firenze, 1975

[…]  La lettura della sua opera ci mostra infatti che Pasolini, come pochi altri hanno saputo fare con
tale intensità, definisce non tanto la forma del sacro, quanto il sentimento, la paura della sua
assenza, del suo non essere “al di qua” della vita, della sua scomparsa. […]
file:///C:/Users/SIA_01/Downloads/368-811-1-SM%20(1).pdf


Sacro e profano nel primo cinema di Pasolini, di Giorgia Bruni

[...] L’opera allora si può leggere in chiave allegorica come un confronto-scontro tra il cristianesimo nell’accezione di religione naturale intrisa di sacralità secolare, a cui appartiene l’onnipresente pasoliniano ”Altrove” non corrotto e pullulante di oppressi, vinti e “veri”, e il benpensante universo governato dal Potere e omologato in cui si è smarrita, in anni di adeguamento al conformismo sociale, la dimensione del sacro e la religione è ridotta a fregio accessorio e a completamento dell’outfit di standard italiano. Non casuale, infatti, la citazione della poesia di Pasolini letta al giornalista di “Tegliesera” da Orson Welles:

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle Chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
dimenticati sugli Appennini o sulle Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta.Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più.


 http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/molteniblog/7811/


sabato 5 aprile 2014

Comizio deriva dal latino comitium, da còmeo = vado con, proprio come còito che viene da còitus, da còeo; tutti e due vengono da cum + ire = andare insieme, nel secondo caso è caduta la m. Forse Pasolini ha pensato a questa parentela fra le parole quando ne '64 ha intitolato un suo documentario Comizi d'amore.

Comizio deriva dal latino comitium, da còmeo = vado con, proprio come còito che viene da còitus, da còeo; tutti e due vengono da cum + ire = andare insieme, nel secondo caso è caduta la m.
Forse Pasolini ha pensato a questa parentela fra le parole quando ne '64 ha 
intitolato un suo documentario Comizi d'amore. 
L'ho sentito oggi a La lingua batte, trasmissione del sabato verso le quattordici su Radio Tre.
Donatella Donati



martedì 21 gennaio 2014

Franklin Delano Roosevelt. La nazione che distrugge il proprio suolo distrugge se stessa


Natura Morta...

Caivano: in un pozzo il veleno che fa nascere i bambini deformi.
Sequestro choc in un campo pronto per la semina: rinvenuto il bicloro di metano.
Un incubo. Quel che si nasconde sottoterra nella provincia a nord di Napoli è un incubo. Ma all’incubo non c’è mai fine e il male a volte rivela davvero il suo lato peggiore. Stamattina gli agenti della Forestale, diretti dal generale Sergio Costa, non credevano ai loro occhi. perchè il pattofotoIn un pozzo di un campo di Caivano già pronto per la semina, in località Tre Ponti, anche conosciuta come Sanneveto, è stata trovata acqua contaminata con sostanze tossiche tra cui il bicloro di metano, anche detto cloruro di metilene, un solvente utilizzato per sgrassare e sverniciare macchinari industriali e che l’Iarc e l’Unione Europea classificano come sostanza potenzialmente cancerogena. C’è di più, però. Perché l’ultimo filone di ricerca scientifica, di nuova generazione e ancora non ufficiale, ha individuato nel bicloro di metano un veleno mutageno (cioè che provoca modifiche del codice genetico) e teratogeno. Quest’ultima è forse la proprietà di questa sostanza più agghiacciante: il veleno modifica il feto durante la gravidanza, provocando malattie gravissime.
“È LA PRIMA VOLTA CHE RITROVIAMO UNA SOSTANZA SIMILE – SPIEGA IL GENERALE SERGIO COSTA – IL BICLORO, SECONDO LEGGE, NON DOVREBBE PROPRIO ESSERE PRESENTE NELL’ACQUA, CIOÈ LA LEGGE NON CONSENTE LA PRESENZA NEANCHE DI UN NANOGRAMMO. QUI, INVECE, NE ABBIAMO TROVATI 71, VALE A DIRE UNA PERCENTUALE SUPERIORE DEL 710% RISPETTO A QUELLA CONSENTITA, CHE È ZERO”.

http://paralleloquarantuno.it/?p=5319 - venerdì 19 luglio 2013 - 04:07 


Rifiuti in Campania e Terra dei fuochi: il più grande avvelenamento di massa in un Paese occidentale
di Arianna Ciccone - 24 settembre 2013 08:00

http://www.fanpage.it/rifiuti-in-campania-e-terra-dei.../



La nazione che distrugge il proprio suolo distrugge se stessa
Franklin Delano Roosevelt


Nulla rimarrà,
Nulla nell'aire, nulla sotto la terra, nulla nelle acque.
Ogni cosa verrà sterminata.
da Appunti di Leonardo da Vinci


Homo Homini Lupus
... bellum omnium contra omnes
letteralmente "guerra di tutti contro tutti"
Thomas Hobbes, Il leviatano


Quando una nazione ricca installa una discarica di rifiuti chimici o nucleari in un paese povero sta saccheggiando il futuro di quell'agglomerato umano. Per quale ragione, se i rifiuti sono, come dicono, "inoffensivi", non hanno installato la discarica sul proprio territorio?
da Il mondo alla fine del mondo
Luis Sepúlveda


Quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani, quando non ci saranno più le lucciole, le api, le farfalle, quando l’industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione, allora la nostra storia sarà finita .
Pier Paolo Pasolini (1962)

L'uomo ha scoperto la bomba atomica, però nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi.
Albert Einstein

La natura non conosce indecenze... L'uomo le ha inventate...!
Mark Twain

L'evoluzione umana. Un crescere della potenza della morte.
Franz Kafka

Non sempre quello che viene dopo è progresso
Alessandro Manzoni

L'essere civilizzato è quello che non sporca la Terra dove vive, ma la rispetta e la tiene pulita
Hernàn Huarache Mamani


In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e più menzognero della storia del mondo: ma tutto durò soltanto un minuto. Dopo pochi respiri della natura, la stella si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire. Quando tutto sarà finito, non sarà avvenuto nulla di notevole.
Nietzsche

Se uno uccide un uomo è un assassino;
ne uccide un milione, è un conquistatore;
li uccide tutti, è un dio...
Jean Rostand

Non sono un pessimista. Accorgersi del male dove esiste, a mio parere, è una forma di ottimismo
Roberto Rossellini

Che cos'è l'uomo? Il fatto che l'uomo sappia distinguere tra il bene e il male dimostra la sua superiorità intellettuale rispetto alle altre creature; ma il fatto che possa compiere azioni malvagie dimostra la sua inferiorità morale rispetto a tutte le altre creature che non sono in grado di compierle.
Mark Twain

L'uomo è la sola creatura che rifiuta di essere ciò che è.
Albert Camus

Bisogna adoperare i propri principi nelle grandi cose, nelle piccole basta la misericordia.
Albert Camus

E a forza di sterminare animali, s'era capito che anche sopprimere l'uomo non richiedeva un grande sforzo.
Erasmo Da Rotterdam

La terra è un'altra forma di inferno, e gli uomini sono i suoi demoni.
 Lucifero - "Inferno" di Dante Videogame Dante's Inferno [Lucifero - Dantes Inferno an Animated Epic]

L'inferno è vuoto… tutti i diavoli stanno qui!”
Shakespeare

Senza memoria l'uomo non saprebbe nulla, e non saprebbe far nulla
Giacomo Leopardi. Zibaldone

Il nostro è un paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco di non dimenticare
 Leonardo Sciascia

È meglio essere feriti dalla verità che consolati da una menzogna
 Khaled Hosseini

L'Italia è un paese malato di disinformazione e la disinformazione ha un potere criminale inimmaginabile dott. Luigi di Bella

La lotta contro il potere è la lotta della memoria contro la dimenticanza.
Milan Kundera

Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un'altra cultura, inventa per loro un'altra storia. Dopo di che il popolo incomincia lentamente a dimenticare quello che è  stato. E il mondo attorno a lui lo dimentica ancora più in fretta
Milan Kundera


Alberi massacrati. Sorgono case. Facce, facce dappertutto. L'uomo si estende. L'uomo è il cancro della terra.
Émile M. Cioran

Disgustato dalle nazioni, mi volgo verso la Mongolia, dove dev’essere bello vivere, dove i cavalli sono più numerosi degli uomini, dove questi ultimi non l’hanno ancora spuntata.
 Émile M. Cioran - Il funesto demiurgo

Il mio proposito è riferire ..., senza ostilità e parzialità, dal momento che non ne ho motivo.
Publio Cornelio Tacito (Annales, 1, 1)


Sic gorgiamus allos subjectatus nunc
con delizia banchettiamo di coloro che vorrebbero assoggettarci.
Morticia Addams


Anticamente vi erano tre sole malattie: il desiderio, la fame e la vecchiaia.
Dalla macellazione del bestiame altre novantotto ne seguirono.
Buddha - (Suttanipâta, 311)



lunedì 12 marzo 2012

Pier Paolo Pasolini. Alla mia nazione. e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti, governanti impiegati di agrari, prefetti codini, avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi, funzionari liberali carogne come gli zii bigotti , una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino! Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti

A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde.
E' un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.
Pasolini


Siamo stanchi di diventare giovani seri, o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così senza sogni.
 Pier Paolo Pasolini. Accattone




L'intelligenza non avrà mai peso, mai 
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai 
da uno dei milioni d'anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione, 
di questo popolo ormai dissociato 
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l'ha mia liberato.
Mostrare la mia faccia, la mia magrezza
alzare la mia sola puerile voce -
non ha più senso: la viltà avvezza
a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce.
Pier Paolo Pasolini
Da: "La Guinea", Poesia in forma di rosa,
 in "Bestemmia", volume primo, Garzanti, Milano 1993



Alla mia nazione - Pier Paolo Pasolini
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.
Pier Paolo Pasolini


L’Ionio non è mare nostro: spaventa. appena partito da Reggio – città estremamente drammatica e originale, di una angosciosa povertà, dove sui camion che passano per le lunghe vie parallele al mare si vedono scritte “Dio aiutaci”- mi stupiva la dolcezza, la mitezza, il nitore dei paesi sulla costa. Così circa fino a Porto Salvo. Poi si entra in un mondo che non è più riconoscibile. 
Vado verso Crotone, per la zona di Cutro. Illuminati dal sole sul ciglio della strada, due uomini mi fanno segno di fermarmi. Mi fermo li faccio salire. Mi dicono – questa è zona pericolosa, di notte è meglio non passarci. due anni fa, qui, in questo punto hanno ammazzato a uno, un ricco signore, mentre tornava in macchina da roma – ecco, a un distendersi delle dune gialle in una specie di altopiano, Cutro. Lo vedo correndo in macchina: ma è il luogo che più mi impressiona di tutto il lungo viaggio. 
È, veramente, il paese dei banditi come si vede in certi western. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi. Si sente, non so da cosa, che siamo fuori dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello. 
Nel sorriso dei giovani che tornano dal loro atroce lavoro, c’è un guizzo di troppa libertà, quasi di pazzia. 
Nel fervore che precede l’ ora di cena l’omertà ha questo forma lieta, vociante: nel loro mondo si fa così. Ma intorno c’è una cornice di vuoto e di silenzio che fa paura”.
ESTRATTO DA “LA LUNGA STRADA DI SABBIA”
di Pier Paolo Pasolini




Pasolini Non sopporta Roma. 
“Mi stabilirò da quelle parti, da qualche parte, forse in Persia – dice. In Persia, sai che qualcuno mi riconosceva? Un soldato, raso, coi baffini, che aveva visto in un festival i miei film, mi si è avvicinato tutto timido. Devo stabilirmi altrove. Non sopporto più Roma, le case brutte, la gente brutta, le automobili, il traffico”. Quelli della troupe raccontano infatti che girando nello Yemen o in Persia ogni tanto Pasolini si fermava e diceva che quella casa, quel posto, lo voleva comprare per stabilirsi lì. C‟era persino un luogo, nello Yemen, che ormai tutti della troupe chiamavano “l‟albergo Pasolini”. (Ma lo ha comprato? Rispondono: comprerà. Quando Pasolini dice una cosa, in genere si è portati a crederlo; non si pensa a un passeggero capriccio; le sue parole hanno accento di verità). “Le Mille e una notte – dice Pasolini – non è nella mia tradizione infantile. Ho certo letto, a suo tempo, quello che si leggeva da ragazzi, Aladino e la lanterna magica [...]. Per vent‟anni, poi, non ho più pensato alle mille e una notte. C‟erano altre letture, altri interessi. Da giovane la filologia, Leopardi, i simbolisti; e soprattutto, come capita ai giovani, la tendenza a una visione apocalittica. Poi ho cambiato carattere, ho aggiunto nuovi elementi alla mia psicologia. Il merito è stato soprattutto di Elsa Morante. Lei mi ha insegnato ad amare la leggerezza, per esempio la leggerezza mortuaria di Mozart. Ho imparato ad amare Mozart, e lo amo nonostante non sia nelle mie corde... perché questo male profondo che si espia in leggerezza, che vince il dolore con la leggerezza, sarà forse più santo della santità canonica, ma io sono per quest‟ultima... Poi, dopo Elsa Morante, Ninetto, Ninetto Davoli, che è la gioia, l‟allegria, un balletto vivente...”. 
Giulia Massari 
Da “Il Mondo”, 31 maggio 1973 



Io avevo voglia di stare da solo, perché soltanto solo, sperduto, muto, a piedi, riesco a riconoscere le cose [...] Mi piaceva camminare, solo, muto, imparando a conoscere passo per passo, quel nuovo mondo, così come avevo conosciuto passo passo, camminando solo, la periferia romana: c'era qualcosa di analogo: soltanto che ora tutto appariva dilatato e sfumante in un fondo incerto.
Pier Paolo Pasolini. L’odore dellIndia



Siamo a Benares e camminiamo, reduci dal bazar, condotti dal tassista maomettano, grosso, intelligente e veloce come un europeo, verso il tassì. Camminiamo per una larga strada del centro, con le case a due passi, gonfie come pianole, tutte di legno, con gli angoli smussati rotondeggianti, i portichetti slabbrati e dipinti di colori teneri.
Sotto un portichetto dipinto di fresco di verdognolo, nella confusione di tassì, cenci e vacche, sentiamo il suono insistente e primitivo di una musica. La faccia del tassista ci promette qualcosa di buono: perciò ci accostiamo, e ci uniamo a una piccola ressa, addossata a una finestrella, in un vicolo perpendicolare alla strada e alla loggetta verde. Attraverso la finestrella, vediamo una saletta non molto grande e completamente disadorna, ma non sporca: in fila sono accucciati per terra degli indù, sei o sette file di una decina di persone l’una. Tutti cantano con gran fervore. Gli strumenti musicali che accompagnano quel coro, sono pochi. Prevale un tamburo lungo e stretto battuto con grande furore dal musicante, che pare stacchi, vorticosamente, le mani dalla pelle del tamburo, come questa fosse spalmata di colla. I colpi sono ordinati, ma precipitosi e drammatici. Il canto della folla accucciata, benché elementare, com’è la melodia indiana, ha qualcosa di giocondo: ricorda i canti delle nostre osterie.
Sotto la finestra, in un angolo della stanza, c’è un parapetto, dipinto di giallo, che circonda la cappella, col solito dio, l’ingam, ossia il sesso, tra le figure in atteggiamenti simbolici: arte folclorica e moderna.
Saltato fuori da chissà dove, ecco che uno strano essere comincia a ballare davanti al recinto del piccolo altare, sui tappeto stinto e strappato. È un nano, maschio, ben adulto e peloso, ma vestito da nana: una grande sottana gialla e un corpetto verde; braccialetti ai polsi e alle caviglie: collane e orecchini luccicanti. Tra le dita agita dei sistri, che si uniscono al suono degli altri strumenti, ossessivi. All’assordante ritmo dei suoi sistri, il nano balla vorticosamente, ripetendo sempre gli stessi gesti: rotea su se stesso, facendo fare alla gonna una specie di ruota, si ferma, si rigira, va verso la folla, fa l’atto di prendere qualcosa sul palmo della mano aperto e teso, e va a gettare questo qualcosa verso l’altare. Ripete questi gesti, senza posa, coi sistri che ronzano e ringhiano come un alveare di api furenti.
L’espressione del nano ha qualcosa di osceno, di maligno. Tra tutte quelle facce dolci di indiani, è l’unico a sapere cos’è la bruttezza. Lo sa in modo infantile e bestiale, chissà per quale ragione: e compie la sua danza sacra e antica, come facendone la caricatura, deturpandola con la sua inspiegabile perfida volgarità.
Non fu il solo caso. Anche a Gwalior, una cittadina tra Delhi e Benares, potei notare qualcosa di analogo. Passavamo per la piazza centrale della città, stupiti del suo aspetto moderno; una gran Porta, due tre palazzotti rossi e bianchi, una grossa aiuola nel centro. Però dappertutto, in mezzo al traffico, vacche e capre, grige di sporcizia. Tra le vacche e le capre, su un marciapiede, era disteso un sacco, grigio di sporcizia, e, sotto, un uomo, con una gran capigliatura nera che fuorusciva dagli orli del sacco. Un gruppo di gente stava intorno a lui, in ginocchio, venerandolo. Prima di andarsene, qualcuno che era stato lì in raccoglimento devoto, gli baciava o gli sfiorava i piedi con la mano. E lui, l’adorato, fermo sotto il suo straccio immondo, con tutti quegli immondi capelli sciolti sul marciapiede. Quando uno, paralizzato di venerazione, gli si accostò offrendogli una sigaretta accesa, l’adorato rifiutò, muto, limitandosi a scuotere follemente un piede, quasi desse piccoli vorticosi calci isterici all’intero mondo.
A Kajurao, il giorno dopo, abbiamo avuto modo di vedere un altro di questi santoni. Kajurao è il posto più bello dell’India, anzi forse l’unico posto che si può dire veramente bello, nel senso «occidentale» di questa parola. Un immenso prato-giardino di gusto inglese, verde, d’una tenerezza struggente, con delle buganvillee sparse a grossi cespugli rotondi, davanti a ognuno dei quali l’occhio si sarebbe perduto a goderne il rosso paradisiaco per ore intere. File di giovinette, col sari, tutte inanellate, lavoravano il prato: e, più in là, file di fanciulli, accucciati sull’erba, e, più in là ancora, giovani che portavano, appesi all’estremità di una pertica, dei secchi d’acqua: tutto in una pace di infinita primavera. E sparsi in questo prato, i piccoli templi: che sono quanto di più sublime si possa guardare in India.
Ai margini del prato, c’era una casetta, una catapecchia non lurida, di mattoni: un fuoco acceso dentro, e qualche suppellettile. Intorno, qualcuno stava trafficando, come preso dalle sue faccende. Era un uomo sui quarant’anni, con una folta barba nera e una folta zazzera nera alla D’Artagnan. Il suo aspetto era immediatamente antipatico. Osservandolo bene, infatti, si vedeva che non stava affatto sfaccendando, occupato a accendersi il fuoco, a cucinarsi i fagioli o che so io: ma, con la stessa attenzione, accuratezza e albagia, di chi fa un lavoro ritenuto indispensabile, stava accudendo a un cerimoniale sacro. Girava come un matto intorno alla catapecchia, si fermava, toccava degli oggetti, faceva dei gesti con le mani, si chinava a terra.
Lo lasciammo lì: chiuso nella sua maniaca concentrazione, in un cerchio infinito di tolleranza.
Non riuscivamo a staccarci da Kajurao: c'erano sei templi, piccoli e stupendi, e intorno a ognuno indugiavamo almeno per un’ora, seduti sui suoi scalini, o sul prato sottostante, a goderci quella insperata pace, potentemente mite.
I templi davanti a noi, coi loro due corpi (uno grande, con nell’interno l’ingam, l’altro, di fronte, più piccolo, poco più che una tettoia a coprire la stupenda vacca di pietra rivolta all’ingam) nell’oro del sole, erano di una bellezza inesauribile. Non cose di pietra, parevano: ma d’un materiale quasi commestibile, più che prezioso, aereo. Nuvoloni e nuvolette cadute in quel gran prato verdino, condensate, coagulate, diventate simili a grandi grappoli d’uva, col gambo ficcato a terra, gocciolanti, e i grani fitti, quasi incastrati l’uno nell’altro: e poi un po’ alla volta, un sole paziente pareva averli prosciugati, fino a renderli sughero, canna, legno, tufo: ma lasciando a ogni superficie quel groviglio di grani incastrati, ricciuti.
Guardavamo, seduti su un gradino slabbrato, fatto di quel materiale ch’era pura tenerezza e vecchiezza, intorno a noi, quel mondo di templi, quando fummo distratti da una figura che attraversava il prato. Veniva avanti sicura, rapida: i giardinieri, intorno, radi e pigri, la guardavano passare deferenti.
Era il santone. Chissà dove andava. Camminava impettito, nudo come un verme, con lo zazzerone e il barbone neri che andavano su e giù al moto del suo passo elastico e quasi sportivo: camminava altezzoso col petto in fuori, senza degnare di uno sguardo i fedeli. Sembrava un capoufficio che passasse per il corridoio tra gli uscieri e i fattorini. E quando un povero negretto, umile umile, gli si accostò e gli offerse la solita sigaretta accesa, egli non si voltò nemmeno non solo a ringraziarlo, ma nemmeno a guardarlo, quell’imbecille.
Fortunatamente l’induismo non è una religione di stato. Perciò i santoni non sono pericolosi. Mentre i loro fedeli li ammirano (ma mica tanto, poi), c’è sempre un mussulmano, un buddista o un cattolico che li guarda con compassione, ironia o curiosità. È un fatto, comunque, che in India l’atmosfera è favorevole alla religiosità, come dicono anche i referti più banali. Ma a me non risulta che gli indiani siano molto occupati da seri problemi religiosi. Certe loro forme di religiosità sono coatte, tipicamente medioevali: alienazioni dovute all’orrenda situazione economica e igienica del paese, vere e proprie nevrosi mistiche, che ricordano quelle europee, appunto, del medioevo, che possono colpire individui o intere comunità. Ma più che una religiosità specifica (quella che dà i fenomeni mistici o la potenza clericale) ho osservato tra gli indiani una religiosità generica e diffusa: un prodotto medio della religione. La non violenza, insomma, la mitezza, la bontà degli indù. Essi hanno forse perso contatto con le fonti dirette della loro religione (che è evidentemente una religione degenerata) ma continuano a esserne dei frutti viventi. Così la loro religione, che è la più astratta e filosofica del mondo, in teoria, è, ora, in realtà, una religione totalmente pratica: un modo di vivere.
Si giunge addirittura a una specie di paradosso: gli indiani, astratti e filosofici alle origini, sono attualmente un popolo pratico (sia pure di una pratica che serve a vivere in una situazione umana assurda), mentre i cinesi, pratici e empirici alle origini, sono attualmente un popolo estremamente ideologico e dogmatico (pur risolvendo praticamente una situazione umana che pareva irrisolvibile). Così, in India, ora, più che alla manutenzione di una religione, l’atmosfera è propizia a qualsiasi spirito religioso pratico.
Ho conosciuto dei religiosi cattolici: e devo dire che mai lo spirito di Cristo mi è parso così vivido e dolce; un trapianto splendidamente riuscito. A Calcutta, Moravia, la Morante e io siamo andati a conoscere Suor Teresa, una suora che si è dedicata ai lebbrosi. Ci sono sessantamila lebbrosi, a Calcutta, e vari milioni in tutta l’India. E una delle tante cose orribili di questa nazione, davanti a cui si è del tutto impotenti: in certi momenti ho provato dei veri impulsi di odio contro Nehru e i suoi cento collaboratori intellettuali educati a Cambridge: ma devo dire che ero ingiusto, perché veramente bisogna rendersi conto che c’è ben poco da fare in quella situazione. Suor Teresa cerca di fare qualcosa: come lei dice, solo le iniziative del suo tipo possono servire, perché cominciano dal nulla. La lebbra, vista da Calcutta, ha un orizzonte di sessantamila lebbrosi, vista da Delhi ha un orizzonte infinito.
Suor Teresa vive in una casetta non lontana dal centro della città, in uno sfatto vialone, roso dai monsoni e da una miseria che toglie il fiato. Con lei ci sono altre cinque, sei sorelle, che l’aiutano a dirigere l’organizzazione di ricerca e di cura dei lebbrosi, e, soprattutto, di assistenza alla loro morte: esse hanno un piccolo ospedale dove i lebbrosi vengono raccolti a morire.
Suor Teresa è una donna anziana, bruna di pelle, perché è albanese, alta, asciutta, con due mascelle quasi virili, e l’occhio dolce, che, dove guarda, «vede». Assomiglia in modo impressionante a una famosa sant’Anna di Michelangelo: e ha nei tratti impressa la bontà vera, quella descritta da Proust nella vecchia serva Francesca: la bontà senza aloni sentimentali, senza attese, tranquilla e tranquillizzante, potentemente pratica.

sabato 10 marzo 2012

Pier Paolo Pasolini. Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è

Il moralista dice no agli altri, l'uomo morale solo a se stesso.
Pier Paolo Pasolini


Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia 
Pier Paolo Pasolini


Noi intellettuali tendiamo sempre a identificare la "cultura" con la nostra cultura: quindi la morale con la nostra morale e l’ideologia con la nostra ideologia. Questo significa che non usiamo la parola "cultura" nel senso scientifico e che esprimiamo, con questo, un certo insopprimibile razzismo verso coloro che vivono, appunto, un’altra cultura.
Pier Paolo Pasolini



"L'Italia – e non solo l'Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: 
i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: 
«contaminazioni» tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. 
Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l'immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di «raptus»: 
era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti".
Pier Paolo Pasolini,  Lettere Luterane.



Solo ciò che avviene «dentro il Palazzo» pare degno di attenzione e interesse: tutto il resto è minutaglia, brulichio, informità, seconda qualità... E naturalmente, di quanto accade «dentro il Palazzo», ciò che veramente importa è la vita dei più potenti, di coloro che stanno ai vertici. Essere «seri» significa, pare, occuparsi di loro. Dei loro intrighi, delle loro alleanze, delle loro congiure, delle loro fortune...
Pier Paolo Pasolini



L'opinione pubblica, come una belva, ha bisogno di essere tranquillizzata a proposito di fatti che essa non voglia odiare, mentre ha bisogno di essere aizzata a proposito di fatti che essa vuole odiare. I giornali per esempio sono restati visibilmente delusi, quando si è affacciata l'ipotesi che ad ammazzare il bambino di Viareggio non sia stato, come speravano, un bruto; infatti, l'opinione pubblica sperava di poter essere soddisfatta in questo suo odio razzistico, che andava dunque drammatizzato. 
Pasolini


«L’uomo tende a addormentarsi nella propria normalità, si dimentica di riflettersi, perde l’abitudine di giudicarsi, non sa più chiedersi chi è. È allora che va creato artificialmente, lo stato di emergenza: a crearlo ci pensano i poeti. I poeti, questi eterni indignati, questi campioni della rabbia intellettuale, della furia filosofica».
Pier Paolo Pasolini


L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo
Pier Paolo Pasolini


L'Italia è un paese che diventa sempre più stupido e ignorante.
Vi si coltivano retoriche sempre più insopportabili.
Non c'è del resto conformismo peggiore di quello di sinistra,
soprattutto naturalmente quando viene fatto proprio anche dalla destra.
Pier Paolo Pasolini Bestia da stile


Il Potere ha deciso che siamo tutti uguali.
L'ansia del consumo è un'ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato.
Ognuno in Italia sente l'ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell'essere felice, nell'essere libero: perché questo è l'ordine che egli ha incosciamente ricevuto, e a cui "deve" obbedire, a patto di sentirsi diverso. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L'uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una "falsa" uguaglianza ricevuta in regalo. Una delle caratteristiche principali di questa uguaglianza dell'esprimersi vivendo, oltre alla fossilizzazione del linguaggio verbale, è la tristezza: l'allegria è sempre esagerata, ostentata, aggressiva, offensiva. La tristezza fisica di cui parlo è profondamente nevrotica. Essa dipende da una frustrazione sociale. Ora che il modello sociale da realizzare non è più quello della propria classe, ma imposto dal potere, molti non sono appunto in grado di realizzarlo. E ciò li umilia orrendamente...Non è la felicità che conta? Non è per la felicità che si fa la rivoluzione? Oggi , questa felicità - con lo Sviluppo- è andata perduta. Ciò significa che lo Sviluppo non è in nessun modo rivoluzionario, neanche quando è riformista. Esso non dà che angoscia.
Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari, 1974



Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori.
Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo.
Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio.
Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo.
Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.


Nel potere - in qualsiasi potere, legislativo e esecutivo - c'è qualcosa di belluino.
Nel suo codice e nella sua prassi, infatti, altro non si fa che sancire e rendere attualizzabile la più primordiale e cieca violenza dei forti contro i deboli: cioè, diciamolo ancora una volta, degli sfruttatori contro gli sfruttati. [...] I potenti di De Sade non fanno altro che scrivere Regolamenti e regolarmente applicarli"


Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole. E ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettato da sua necessità di carattere economica, che sfugge alle logiche razionali. Io detesto soprattutto il potere di oggi. 
Pier Paolo Pasolini


Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole. E ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettato da sua necessità di carattere economico, che sfugge alle logiche razionali. Io detesto soprattutto il potere di oggi. Ognuno odia il potere che subisce, quindi odio con particolare veemenza il potere di questi giorni. È un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti. Sono caduti dei valori, e sono stati sostituiti con altri valori. Sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti da altri modelli di comportamento. Questa sostituzione non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dal nuovo potere consumistico, cioè la nostra industria italiana pluri-nazionale e anche quella nazionale degli industrialotti, voleva che gli italiani consumassero in un certo modo, un certo tipo di merce, e per consumarlo dovevano realizzare un nuovo modello umano.
Il regime è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente ad ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della civiltà dei consumi, invece riesce ad ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari.
E questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che noi non ce ne siamo resi conto.
E’ avvenuto tutto in questi ultimi anni.
E stato una specie di incubo, in cui abbiamo visto attorno a noi l’Italia distruggersi e sparire.
Adesso risvegliandoci, forse, da questo incubo, e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare. L'UOMO È SEMPRE STATO CONFORMISTA. LA CARATTERISTICA PRINCIPALE DELL'UOMO È QUELLA DI CONFORMARSI A QUALSIASI TIPO DI POTERE O DI QUALITÀ DI VITA TROVI NASCENDO. Forse più principalmente l'uomo è narciso, ribelle e ama molto la propria identità ma è la società che lo rende conformista e lui ha chinato la testa una volta per tutte agli obblighi della società. Io mi rendo ben conto che SE LE COSE CONTINUANO COSÌ L'UOMO SI MECCANIZZERÀ TALMENTE TANTO, DIVENTERÀ COSÌ ANTIPATICO E ODIOSO, CHE, QUESTE LIBERTÀ QUI, SE NE ANDRANNO COMPLETAMENTE PERDUTE.
Pier Paolo Pasolini



Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi, proprio per il modo in cui è fatto, dalla possibilità di avere prove e indizi. 
Pier Paolo Pasolini


I potenti (…) che in questi anni hanno detenuto il potere, dovrebbero andarsene, sparire, per non dire di peggio. Invece non solo restano al potere, ma parlano. Ora è la loro lingua che è la pietra dello scandalo. Infatti ogni volta che aprono bocca, essi, per insincerità, per colpevolezza, per paura, per furberia, non fanno altro che mentire. La loro lingua è la lingua della menzogna. (…) Il primo dovere degli intellettuali, oggi, sarebbe quello di insegnare alla gente a non ascoltare le mostruosità linguistiche dei potenti (…) il dovere degli intellettuali sarebbe quello di rintuzzare tutte le
menzogne che attraverso la stampa e soprattutto la televisione inondano e soffocano quel corpo del resto inerte che è l’Italia.
Pasolini, Lettere luterane, Einaudi 1976


Ciò che resta originario nell'operaio è ciò che non è verbale: per esempio la sua fisicità, la sua voce, il suo corpo. Il corpo: ecco una terra non ancora colonizzata dal potere.
Pier Paolo Pasolini

Siamo stanchi di diventare giovani seri, o contenti per forza, o criminali, o nevrotici:
vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare.
Non vogliamo essere subito già così sicuri.
Non vogliamo essere subito già così senza sogni.
Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane


Il 1° novembre 1975, alle quattro del pomeriggio, a casa sua, Pasolini rilasciò a Furio Colombo quella che sarebbe stata la sua ultima intervista, in cui, rispondendo alle domande del giornalista, riassumeva le sue argomentazioni su una serie di temi che l'avevano coinvolto e appassionato per tutta la vita.


"Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l'arena dell'avere a tutti i costi […] L'educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere."

"Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere il padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto, nessuno li aveva colonizzati."

"Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra in Borsa uso quella. Altrimenti una spranga."

"Non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l'una contro l'altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l'orario ferroviario dell'anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano lì, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito o è un criminale isolato o c'è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità."
Basta ai giovani contestatori staccarsi dalla cultura, ed eccoli optare per l'azione e l'utilitarismo, rassegnarsi alla situazione in cui il sistema si ingegna ad integrarli. Questa è la radice del problema: usano contro il neocapitalismo armi che in realtà portano il suo marchio di fabbrica e sono quindi destinate soltanto a rafforzare il suo dominio. Essi credono di spezzare il cerchio e invece non fanno altro che rinsaldarlo.
Pier Paolo Pasolini


C’è un’ideologia reale e incosciente che unifica tutti: è l’ideologia del consumo. Uno prende una posizione ideologica fascista, un altro adotta una posizione ideologica antifascista, ma entrambi, davanti alle loro ideologie, hanno un terreno comune, che è l’ideologia del consumismo. [...] Ora che posso fare un paragone, mi sono reso conto di una cosa che scandalizzerà i più, e che avrebbe scandalizzato anche me, appena 10 anni fa. Che la povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Cioè, il gran male dell’uomo non consiste né nella povertà, né nello sfruttamento, ma nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo.
Pier Paolo Pasolini 



"Che cosa vuole esprimere con questa sua nuova opera?"
"Il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo."
"Che cosa ne pensa della società italiana?"
"Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d'Europa."
"Che cosa ne pensa della morte?"
"Come marxista è un fatto che non prendo in considerazione"
Pier Paolo Pasolini


Basta ai giovani contestatari STACCARSI DALLA CULTURA, ed eccoli OPTARE PER L'AZIONE E L'UTILITARISMO, rassegnarsi alla situazione in cui IL SISTEMA SI INGEGNA AD INTEGRARLI. Questa è la radice nel problema: USANO CONTRO IL NEOCAPITALISMO ARMI CHE IN REALTÀ PORTANO IL SUO MARCHIO DI FABBRICA e sono quindi destinate soltanto a rafforzare il suo dominio. ESSI CREDONO DI SPEZZARE IL CERCHIO INVECE NON FANNO ALTRO CHE RINSALDARLO.
Pier paolo Pasolini


Oggi c’è un’educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe. Allora una prima divisione, classica, è «stare con i deboli». Ma io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.
Pier Paolo Pasolini


Noi intellettuali tendiamo sempre a identificare la 'cultura'con la nostra cultura: quindi la morale con la nostra morale e l'Ideologia con la nostra ideologia. Questo significa che non usiamo la parola 'cultura'nel senso scientifico e che esprimiamo, con questo, un certo insopprimibile razzismo verso coloro che vivono, appunto, un'altra cultura.
Pier Paolo Pasolini


"voglio che la società non abbia un atteggiamento razzistico verso gli esclusi. [...] Se c'è qualcuno che è diverso, qualunque diversità sia, ha diritto di esserlo, e la società non deve avere un atteggiamento razzistico contro questa diversità. Deve capirla, discuterla, analizzarla, ma non avere un atteggiamento razzistico di rifiuto e di esclusione."
Dibattito al teatro Gobetti, in Teatro, cit., p. 343.


"...Il lavoro del maestro è come quello della massaia, bisogna ogni mattina ricominciare da capo: la materia, il concreto sfuggono da tutte le parti, sono un continuo miraggio che dà illusioni di perfezione...". 
Pier Paolo Pasolini


Il tipo di persone che amo di gran lunga di più sono le persone che possibilmente non abbiano fatto neanche la quarta elementare, cioè le persone assolutamente semplici. Ma non ci metta della retorica in questa mia affermazione: non lo dico per retorica, lo dico perché la cultura piccolo-borghese è qualcosa che porta sempre della corruzione, delle impurezze, mentre un analfabeta, uno che ha fatto solo i primi anni delle elementari, ha sempre una certa grazia che poi va perduta attraverso la cultura. Poi la si ritrova ad un altissimo grado di cultura, ma la cultura media è sempre corruttrice.
Pier Paolo Pasolini, intervista di Enzo Biagi, 1972




"Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…"
Pier Paolo Pasolini. "Dialoghi con Pasolini", settimanale Vie Nuove, n. 42, 28 ottobre 1961

"Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta.
Alla sua gestione. All'umanità che ne scaturisce. A costruire un'identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell'apparire, del diventare.... A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E' un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco".

Rosaria Gasparro



No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone.
Pier Paolo Pasolini


Che cos'è che ha trasformato i proletari e i sottoproletari italiani, sostanzialmente, in piccolo borghesi, divorati, per di più, dall'ansia economica di esserlo? Che cos'è che ha trasformato le masse dei giovani in masse di criminaloidi? L'ho detto e ripetuto ormai decine di volte: una seconda rivoluzione industriale che in realtà in Italia è la prima; il consumismo che ha distrutto cinicamente un mondo reale, trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c'è più scelta possibile tra male e bene. Donde l'ambiguità che caratterizza i criminali e la loro ferocia, prodotta dall'assoluta mancanza di ogni tradizionale conflitto interiore. Non c'è stata in loro scelta tra male e bene, ma una scelta tuttavia c'è stata; la scelta dell'impietrimento, della mancanza di ogni pietà
Pier Paolo Pasolini
La vera apocalissi è che la tecnologia, l’era della scienza applicata farà dell’uomo qualcos’altro da quello che era prima. È successo qualcosa che non ha equivalenti nella storia dell’uomo e noi siamo un po’ terrorizzati dall’idea che i nostri discendenti, i nostri figli, non siano più come noi. È un pò la fine del mondo.
Pier Paolo Pasolini

Quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani, quando l'industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione, allora la nostra storia sarà finita.
Pier Paolo Pasolini

«Ma l'idea del possesso e della conservazione, su cui si fonda la condanna della borghesia, non sono una caratteristica del vecchio mondo padronale? Mentre il nuovo mondo non si cura tanto di possedere e di conservare quanto di produrre e di consumare? »
Pasolini, Teorema.


Io sto benissimo nel mondo, lo trovo meraviglioso, mi sento attrezzato alla vita, come un gatto.
È la società borghese che non mi piace. È la degenerazione della vita del mondo.
Hitler è stato il tipico prodotto della piccola borghesia. Anche Stalin è un prodotto piccolo-borghese.
Pier Paolo Pasolini.  Intervista a La Stampa, 12/07/1968


« Ma se ora questa borghesia sta mutando rivoluzionariamente la propria natura, e tende a rendere simile a sé tutta l'umanità, fino alla completa identificazione del borghese con l'uomo – quella vecchia rabbia e quella vecchia indignazione non hanno perduto ogni senso? »
Pasolini, Teorema.


Ora l’industria del libro tende a fare del libro un prodotto come un altro, di puro consumo:
non ha bisogno dunque di buoni scrittori: cosa a cui fa perfetto riscontro la richiesta della nuova borghesia, che parrebbe completamente padrona della situazione, di opere di svago, di evasione e di falsa intelligenza.
Pier Paolo Pasolini


Finché l’uomo sfrutterà l’uomo, finché l’umanità sarà divisa in padroni e in servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui. 
Vedete questi? Uomini severi, in doppiopetto, eleganti, che salgono e scendono dagli aeroplani, che corrono in potenti automobili, che siedono a scrivanie grandissime come troni, che si riuniscono in emicicli solenni, in sedi splendide e severe: questi uomini dai volti di cani o di santi, di jene o di aquile, questi sono i padroni.
E vedete questi? Uomini umili, vestiti di stracci o di abiti fatti in serie, miseri, che vanno e vengono per strade rigurgitanti e squallide, che passono ore e ore a un lavoro senza speranza, che si riuniscono umilmente in stadi o in osterie, in casupole miserabili o in tragici grattacieli: questi uomini dai volti uguali a quelli dei morti, senza connotati e senza luce se non quella della vita, questi sono i servi. 
È da questa divisione che nasce la tragedia e la morte. La bomba atomica col suo funebre cappuccio che si allarga in cieli apocalittici è il futuro di questa divisione. Sembra non esservi soluzione da questa impasse, in cui si agita il mondo della pace e del benessere. 
Forse solo una svolta imprevista, inimmaginabile... una soluzione che nessun profeta può intuire... una di quelle sorprese che ha la vita quando vuole continuare... forse... Forse il sorriso degli astronauti: quello forse, è il sorriso della vera speranza, della vera pace. Interrotte, o chiuse, o sanguinanti le vie della terra, ecco che si apre, timidamente, la via del cosmo...
P.P. Pasolini, La rabbia, in VIE NUOVE n. 38, Roma, 20 settembre 1963


I beni superflui rendono superflua la vita
Pier Paolo Pasolini


Per il nuovo capitalismo, che si creda in Dio, nella Patria o nella Famiglia, è indifferente. Esso ha infatti creato il suo nuovo mito autonomo: il Benessere. E il suo tipo umano non è l'uomo religioso o il galantuomo, ma il consumatore felice d'esser tale.
n. 1 a. XXXI,4 gennaio 1969



"...io per borghesi non intendo tanto una classe sociale quanto una vera e propria malattia..."
[P.P. Pasolini, rubrica "Il Caos" n. 32, 6 agosto 1968 - ora in I dialoghi, Editori Riuniti 1992].


Da cosa è stata caratterizzata tutta questa mia produzione,
in maniera assolutamente schematica e semplicistica?
È stata caratterizzata prima di tutto da un mio istintivo e profondo odio contro lo stato in cui vivo.
Dico proprio "stato": E intendo dire "stato di cose"
e "Stato" nel senso proprio politico della parola.
Lo stato capitalistico piccolo-borghese
che io ho cominciato a odiare fin dall'infanzia.
Naturalmente con l'odio non si può nulla...
Infatti non son riuscito a scrivere mai una sola parola
che descrivesse, si occupasse o denunciasse
il tipo umano piccolo-borghese italiano.
Il senso di repulsione è così forte che non riesco a scriverne.
Quindi ho scritto nei miei romanzi
soltanto di personaggi appartenenti al popolo.
Io vivo cioè senza rapporti con la piccola borghesia italiana.
Ho rapporti o con il popolo o con gli intellettuali.
La piccola borghesia sì però è riuscita ad avere rapporti con me.
E li ha avuti attraverso i mezzi che ha in mano
ossia la magistratura e la polizia.
E ha intentato una serie di processi alla mia opera.
Pier Paolo Pasolini



"La cultura si secca, appassisce:
l’orto ben coltivato torna selvaggio.
Ciò che era ordine è di nuovo caso.
Una foglia marcia, un cespuglio si interroga senza rispondersi
nella malinconia delle stagioni naturali.
Avere appreso non significa nulla, se non si apprende.
Ma l’uomo, come il sole, si stanca.
Gli interessi, le passioni non sono più novità.
Così, alle volte, a più di quarant’anni
si torna adolescenti: si sa soltanto
ciò che si sapeva allora.
Ma è un sapere freddo come il sole dei giorni
e delle stagioni, quando tutto torna com’era.
Tuttavia, quasi per vendetta contro questo mio fallimento
io voglio tornare ancora più indietro.
Con l’aridità il Non-Amore celebra i suoi trionfi,
ma in compenso (l’Amore è sempre il più forte)
anch’esso mi dà qualcosa."
Pier Paolo Pasolini, «Appendice a 'Bestemmia'»

Tra il 1949 e il 1979 Pasolini subì trentatré processi: a ogni nuova uscita di un suo libro o di un suo film seguiva una denuncia e relativo procedimento giudiziario. In nessuno dei processi affrontati Pasolini ebbe mai alcuna sentenza di condanna (e, pensate, non vi furono né prescrizioni né rinvii, né ricusazioni di giudici eccetera eccetera...). Più odiato che amato in vita - soprattutto a causa della sua critica inesauribile al potere politico costituito (quello dei governi democristiani in carica e quello dell'opposizione comunista) - la sua opera multiforme (comprendente narrativa, poesia, saggistica, giornalismo, cinema, teatro, pittura) iniziò dopo la sua scomparsa ad essere oggetto di studi sistematici. Considerato dagli storici letterari uno dei maggiori scrittori del XX secolo, è oggi uno tra i più letti.


‘Ne La Mortaccia , il mio nuovo libro, userò lo stesso procedimento linguistico: ma con degli ovvi allargamenti. Infatti la prostituta Teresa scende all’inferno, secondo la visione e lo schema dantesco e l’inferno è sempre come visto da lui ’ ci sarà dunque la fusione tra la sua lingua – il romanesco della malavita – e la mia del relatore – l’italiano letterario. Ma poiché all’inferno si incontreranno personaggi di tutti i generi – dai ministri democristiani a Stalin, dai ladri e dai magneccia a Moravia, dai napoletani ai milanesi – è chiaro che nelle storie particolari di questi personaggi dovrò adottare diverse contaminazioni linguistiche. ’ ‘La mia opera sarà comica esatirica: lo schema dell’ Inferno dantesco è un elemento comico: ed è quindi esplicito e dichiarato: né più némeno che come succederebbe in un avanspettacolo.’
( Dialoghi, 69) citati da: Pier Paolo Pasolini M. A.Bazzocchi, p.87



"Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell'esperienza speciale che è la cultura."
Dialoghi con Pasolini su «Vie Nuove» 1965


Quanto al futuro, ascolti:
i suoi figli fascisti
veleggeranno
verso i mondi della Nuova Preistoria.
Io me ne starò là,
come colui che
sulle rive del mare
in cui ricomincia la vita.
Solo, o quasi, sul vecchio litorale
tra ruderi di antiche civiltà,
Ravenna, Ostia, o Bombay - è uguale -
con Dei che si scrostano, problemi vecchi
- quale la lotta di classe -
che si dissolvono...
Come un partigiano
morto prima del maggio del '45,
comincerò piano piano a decompormi,
nella luce straziante di quel mare,
poeta e cittadino dimenticato
Pier Paolo Pasolini







Così non si può più andare avanti.
Perché avete lasciato che i nostri figli fossero educati dai borghesi?
Perché avete permesso che le nostre case fossero costruite dai borghesi?
Perché avete tollerato che le nostre anime fossero tentate dai borghesi? [1].
Perché avete protestato solo a parole mentre pian piano la nostra cultura [2]
si andava trasformando in una cultura borghese?
Perché avete accettato che i nostri corpi vivessero una cultura borghese?
Perché non vi siete ribellati alla nostra ansia, che si giustificava giorno per giorno con lo strappare qualcosa alla miseria, ad avere una vita borghese?
Perché vi siete condotti in modo da trovarvi di fronte a questo fatto compiuto, e, vedendo che ormai non c'era più niente da fare, eravate disposti a salvare il salvabile, partecipando, realisticamente, al potere borghese?
Così non si può più andare avanti.
Bisognerà tornare indietro, e ricominciare daccapo.
Perché i nostri figli non siano educati dai borghesi [3],
perché le nostre case non siano costruite dai borghesi [4],
perché le nostre anime non siano tentate dai borghesi.
Perché se la nostra cultura, non potrà e non dovrà più essere la cultura della povertà [5],
si trasformi in una cultura comunista. [6]
Perché la nostra ansia, se è giusto che non sia più ansia di miseria, sia ansia di beni necessari.
Torniamo indietro, col pugno chiuso, e ricominciamo daccapo.
Non vi troverete più di fronte al fatto compiuto di un potere borghese ormai destinato a essere eterno.
Il vostro problema non sarà più il problema di salvare il salvabile. Nessun compromesso.
Torniamo indietro. Viva la povertà. Viva la lotta comunista per i beni necessari.
----------------------
[1] Beni di consumo, televisione ecc.
[2] Sapere, modo di essere.
[3] A scuola e fuori, in modo da ridurli a degradati imitatori.
[4] Con tutto quello che c'è dentro.
[5] «Cultura» contadina, proletaria, paleoindustriale, particolare, dialettale.
[6] Si accenna a una «rivoluzione culturale», in cui l'egemonia marxista sia garanzia di libertà dell'uomo dalla scienza applicata e dalla sua ideologia.
Pier Paolo Pasolini, "Appunto per una poesia in terrone"; da La nuova gioventù, Einaudi, Torino, 1975

Detta così sarebbe una stupidaggine. Ma la cosiddetta scuola dell’obbligo fabbrica per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia. Mettiamo che io abbia lanciato una boutade (eppure non credo) Ditemi voi una altra cosa. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di fari libera e padrona di se stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e in quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà anche ispirarmi una delle mie prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato "la vita violenta". Non vi illudete. E voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra, delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.
Pier Paolo Pasolini


"Prevedo la spoliticizzazione completa dell'Italia: diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. Lo so: i comitati di quartiere, la partecipazione dei genitori nelle scuole, la politica dal basso... Ma sono tutte iniziative pratiche, utilitaristiche, in definitiva non politiche. La strada maestra, fatta di qualunquismo e di alienante egoismo, è già tracciata. Resterà forse, come sempre è accaduto in passato, qualche sentiero: non so però chi lo percorrerà, e come."
Pier Paolo Pasolini


"L'italia è nel suo insieme ormai un paese spoliticizzato, un corpo morto i cui riflessi non sono che meccanici. l'italia cioè non sta vivendo altro che un processo di adattamento alla propria degradazione. tutti si sono adattati o attraverso il non voler accorgersi di niente o attraverso la più inerte sdrammatizzazione."
Pier Paolo Pasolini 1975


C'è da chiedersi cos'è più scandaloso: se la provocatoria ostinazione dei potenti a restare al potere o l'apolitica passività del paese ad accettare la loro stessa fisica presenza.
Pier Paolo Pasolini


L'uomo è sempre stato conformista. La caratteristica principale dell'uomo è quella di conformarsi a qualsiasi tipo di potere o di qualità di vita trovi nascendo. Forse biologicamente l'uomo è narciso, ribelle, ama proprio la propria identità, ma è la società che lo rende conformistico e lui ha chinato la testa una volta e per sempre di fronte agli obblighi delle società, lo mi rendo ben conto che, se le cose continuano cosi, l'uomo si meccanizzerà talmente, si allineerà talmente, diventerà cosi antipatico e odioso che questa libertà qui se ne andrà completamente perduta.
Pier Paolo Pasolini



Le società di classe c'è ancora?
"Le classi ci sono ma - è questo il punto originale dell'Italia - la lotta di classe è sul piano economico, non più sul piano culturale. Adesso la differenza è economica tra un borghese e un operaio, ma non c'è più differenza culturale fra i due".
Da intervista a Stoccolma del 30 ottobre 1975


L'Italia – e non solo l'Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: «contaminazioni» tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l'immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di «raptus»: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti.
Pier Paolo Pasolini - Lettere luterane



Ognuno odia il potere che subisce. Quindi io odio con particolare veemenza il potere di questi giorni, oggi 1975. È un potere che manipola i corpi in un modo orribile che non ha niente da invidiare alle manipolazioni fatte da Himmler o Hitler, li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori alienanti e falsi. I valori del consumo che compiono quello che Marx chiama il genocidio delle culture viventi, reali.
Pier Paolo Pasolini



Pier Paolo Pasolini, «il Tempo», 17 maggio 1969
“Proprio un anno fa ho scritto una poesia sugli studenti, che la massa degli studenti, innocentemente, ha “ricevuto” come si riceve un prodotto di massa: cioè alienandolo dalla sua natura, attraverso la più elementare semplificazione. Infatti quei miei versi, che avevo scritto per una rivista “per pochi”, “Nuovi Argomenti”, erano stati proditoriamente pubblicati da un rotocalco, “L’Espresso” (io avevo dato il mio consenso solo per qualche estratto): il titolo dato dal rotocalco non era il mio, ma era uno slogan inventato dal rotocalco stesso, slogan (“Vi odio, cari studenti”) che si è impresso nella testa vuota della massa consumatrice come se fosse cosa mia. Potrei analizzare a uno a uno quei versi nella loro oggettiva trasformazione da ciò che erano (per “Nuovi Argomenti”) a ciò che sono divenuti attraverso un medium di massa (“L’Espresso”).
Mi limiterò a una nota per quel che riguarda il passo sui poliziotti.
Nella mia poesia dicevo, in due versi, di simpatizzare per i poliziotti, figli di poveri, piuttosto che per i signorini della facoltà di architettura di Roma […]; nessuno dei consumatori si è accorto che questa non era che una boutade, una piccola furberia oratoria paradossale, per richiamare l’attenzione del lettore, e dirigerla su ciò che veniva dopo, in una dozzina di versi, dove i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia, in quanto il potere oltre che additare all’odio razziale i poveri - gli spossessati del mondo - ha la possibilità anche di fare di questi poveri deglì strumenti, creando verso di loro un’altra specie di odio razziale; le caserme dei poliziotti vi erano dunque viste come “ghetti” particolari, in cui Ia “qualità di vita” è ingiusta, più gravemente ingiusta ancora che nelle università”
Pier Paolo Pasolini, «il Tempo», 17 maggio 1969





Pedagogia della sconfitta

Rosaria Gasparro, un nome da tenere bene a mente, una maestra elementare di grande valore, “vittima” di un apocrifo virale diventato un plagio e che attraverso ripetuti e maldestri ruba-e-incolla ha portato ad attribuire a Pasolini un suo scritto di mesi fa (gennaio, nel giorno del mio compleanno!) sul valore della sconfitta.
Ricopio qui il testo originario e un lungo commento che Rosaria ha fatto in un mio rilancio del testo …pasoliniano
Elogio della sconfitta
Questa la citazione di Pasolini che Rosaria aveva inserito nel post originario
Citazione Pasolini
Il commento di Rosaria che rende ancor di più il significato e la portata pedagogica dell’attenzione alle dinamiche della sconfitta e al loro influsso sulla costruzione della personalità:
Una riflessione sulla sconfitta come possibilità da esplorare, per sdoganarla dalla negatività dell’accezione e agirla nella sua doppia dimensione di formazione e di liberazione dall’ossessione del successo e dalla sindrome del migliore. Un carico insopportabile che produce ansie, frustrazioni, presunzioni, individualismi, competizione. Solitudini. 
Come maestra conosco il potere dell’errore, la sua carica creativa e il ridimensionamento di ogni delirio d’onnipotenza. Lavorare sulla dimensione della fallibilità, in un mondo assillato dalla perfezione e dalla vittoria, ci permette d’ imparare l’umanissima arte del perdere e paradossalmente ci rende meno vulnerabili nella nostra ricerca di vita. Perché ogni giorno perdiamo qualcosa, ma sarebbe terribile perdere sé stessi, perdere la relazione con la vita, degradarla nel considerarla una partita dove si vince o si perde. 
Per chiudere la mia riflessione citavo un pensiero di Pasolini. Ed è stato subito un copia e incolla compulsivo. Un rubi e fuggi in cui sono sparite le virgolette e le persone “nessune”. Sono scomparsa io e il tutto è stato attribuito a Pasolini. Divertente. In genere il plagio è al contrario. È così che è nato un apocrifo che è diventato virale. Ho provato a contattare i siti, le pagine Facebook, i blogger (qualcuno ne ha fatto il suo articolo), i giornalisti e gli studiosi di Pasolini (sic!) per segnalare il falso. Senza successo. Sono grata a Lucia Senesi per il suo contributo di luce. D’altronde basta leggere Pasolini e chiedersi come mai prima del 23 gennaio 2014 in rete non ci fosse questa piccola riflessione. D’altronde di sconfitta parlavo e del valore sotteso di sentirsi nessuno, e questo è quanto è accaduto.
Dopo averlo commentato come fosse un testo di Pasolini (tutto sommato, credibile come pasoliniano) lo  ho letto e riletto sapendolo scritto da una maestra, da una grande maestra, e lo ho trovato di grande e rara potenza educativa.
Lavorare sulla sconfitta, ma anche sulla non ricerca della vittoria, del successo, è un’operazione di grande umanità a cui tutte le persone dovrebbero essere sensibilizzate. Avremo persone migliori, più vere, più vive, più felici.
Ne farei tema di un percorso didattico e inserirei la gestione della sconfitta tra le skill life riservandole un posto d’onore nella nuove competenze chiave di cittadinanza (scusatemi questa chiusura decisamente prosaica e volgare che ci riporta all’arida meccanica dell’apprendimento ministerializzato).
http://www.giannimarconato.it/2015/11/pedagogia-della-sconfitta/





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