Visualizzazione post con etichetta Orazio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Orazio. Mostra tutti i post

domenica 23 luglio 2017

Orazio. Satura tota nostra est, “la satira è un genere tutto nostro”: così Quintiliano nella sua Institutio Oratoria definisce il genere satirico, differenziandolo da tutti gli altri nel campo della letteratura latina. [...] Il termine, per i dotti latini, deriverebbe dal greco satyros, “satiro” appunto, e indicherebbe il carattere “smaliziato” e farsesco che la satira, almeno agli inizi, conobbe. Molto più probabile, tuttavia, è che il termine sia di origine latina, e richiami la satura lanx, un piatto misto e variegato: l’etimologia rispecchierebbe la varietà di contenuti tipica della satira.

Satura tota nostra est, “la satira è un genere tutto nostro”: 
così Quintiliano nella sua Institutio Oratoria definisce il genere satirico, differenziandolo da tutti gli altri nel campo della letteratura latina. 

Quintiliano, maestro di eloquenza e grande esperto della “classificazione” dei generi letterari, non poté non sottolineare il divario tra l’eredità letteraria greca (teatro, epica, lirica, ecc.) e la satira: quest’ultima era genere inventato dai Romani e non fu conosciuto dai Greci.

L’origine del nome è piuttosto discusso. 
Il termine, per i dotti latini, deriverebbe dal greco satyros, “satiro” appunto, e indicherebbe il carattere “smaliziato” e farsesco che la satira, almeno agli inizi, conobbe. Molto più probabile, tuttavia, è che il termine sia di origine latina, e richiami la satura lanx, un piatto misto e variegato: l’etimologia rispecchierebbe la varietà di contenuti tipica della satira.
Satira in epoca augustea: la reintepretazione di Orazio


La satira tra epoca arcaica e augustea.

Lucilio.
A quando le origini del genere? 
Il primo vero autore di satire latine di cui noi abbiamo testi è Lucilio (che scrisse ben trenta libri!), ma già Ennio produsse genere satirico e, dai pochi frammenti pervenuti, sembra che il padre della letteratura latina avesse già stabilito, alle sue origini, le regole della satira, cioè varietà, autobiografia e verve polemica. 

La satira, dunque, risale alla nascita stessa della letteratura latina e fu continuata anche in epoca augustea, sotto però una nuova veste. 
Il merito  di tale reinterpretazione è del Poeta di Augusto: Orazio.

Le Satire di Orazio, tra passato e novità.
Orazio scrisse due libri di Satire: 
il primo, di stampo “augusteo”, dedicato a Mecenate e concluso nel 35 o 33, comprendente dieci satire; il secondo apparso con gli Epodi nel 30, comprendente otto satire, di cui l’ultima stranamente lunghissima.

Il poeta, nelle prime satire programmatiche, ricapitola la storia del genere e pone come inventore di esso Lucilio: nonostante, come detto, Ennio avesse praticato il genere prima di lui, era stato Lucilio a dettare le regole della satira, che Orazio, almeno in teoria, si sentiva di rispettare. 

Le differenze con l’inventor, tuttavia, non erano poche: 
innanzitutto Orazio, da buon poeta augusteo, cercò lo stesso delle origini greche alla satira, individuandole nell’aggressività tipica della commedia attica di V secolo; inoltre, pensò di dare nuova veste al genere, eliminando il lato troppo aggressivo e sostituendolo con una morale filosofica.

La veste filosofica: tra insegnamento e autarkeia.
È risaputo che Orazio conoscesse bene la filosofia, che integrò spesso nelle sue opere come “sottofondo” morale. Per questo motivo, mai quanto nelle Satire, genere in cui il poeta non aveva “regole” e poteva parlare liberamente, Orazio decise di ergersi più che come detrattore, come maestro di vita, indicando la giusta via sulla base degli sbagli suoi e degli amici. 

Orazio, infatti, non è “filosofo” aggressivo, ma magister paziente e buono, che riconosce anche i propri errori e sa farne autoironia. La morale che il poeta predilige è, chiaramente, quella epicurea, privata, tuttavia, dell’intento di “rifondare il mondo” e rivestita, invece, di una certa indifferenza stoica.

Quel che Orazio intende fare nelle Satire, dunque, non è cambiare le cose, ma indicare solo gli errori commessi. Poi, soltanto chi è dotato di una propria intelligenza può comprendere l’insegnamento e, nel caso, cambiare se stesso: la satira di Orazio, dunque, non è un genere per tutti, ma per pochi intellettuali, quelli della cerchia di Mecenate.

Gli esempi da ricercare: la vita quotidiana.
L’esempio è quello del mondo quotidiano: 
Orazio guarda ai numerosi accidenti della vita, con protagonisti cittadini, popolani, cortigiane, che vivono una vita “comune”. Non bisogna puntare ai grandi esempi e agli insegnamenti delle scuole filosofiche, ma basta la lezione di ogni giorno, come Orazio apprese dal padre. 

Il poeta, tuttavia, resta pur sempre un figlio di un liberto, e non può permettersi di criticare con i nuovi amici letterati il mondo basso da cui proviene: ecco perché, anche laddove lo spirito satirico sia pronto a colpire, Orazio non ricorre mai alla pura aggressività, ma guarda con occhio paziente e anche un po’ nostalgico l’universo caotico a cui un tempo apparteneva.

La novità del secondo libro.
Il secondo libro di Satire, tuttavia, presenta un meccanismo totalmente diverso da quello impiegato nel primo: allo schema modello negativo di cui burlarsi - lezione da apprendere, si sostituisce uno stile molto più dialogico, in cui il poeta, lentamente, scompare. 

Le riflessioni presentate nei componimenti non sono più affidate ad Orazio poeta, ma ad una seconda voce, un interlocutore che, rispetto all’autore, è meno capace di portare avanti discorsi coerenti.

Le contraddizioni, infatti, pullulano nelle otto satire, ma quest’effetto è ricercato: il mondo è un caos tale da rendere impossibile la definizione di leggi certe. A tale confusione, dunque, il poeta non può permettersi di esporsi, pena la perdita della propria tranquillità interiore; ritiratosi nel suo “angolino”, Orazio lascia la parola ai personaggi, che espongono i propri vizi da soli, senza l’aiuto di un magister. Di fronte a queste storture, insomma, non c’è bisogno di un qualcuno che denunci, in quanto esse si denunciano da sole.

Dalle Satire alle Odi.
È dunque chiaro che, alla fine della produzione delle Satire, Orazio avesse già raggiunto l’ultimo stadio del suo pensiero, che lo vede come poeta isolato e ancora più consapevole che nessun maestro può cambiare il mondo ma, almeno, può cambiare se stesso. Ad una salvezza altrui impossibile da raggiungere, Orazio antepone così la propria salvezza morale, con un “egoismo” filosofico che già anticipa e prelude al capolavoro delle Odi.

Alessia Amante

http://www.lacooltura.com/2017/07/satira-epoca-augustea-orazio/

sabato 10 ottobre 2015

Orazio. Nessun albero prima della sacra vite tu pianterai. Foti, 50 anni, piccolo vignaiolo umanista appassionato di storia, non è una scelta estetica. Scrive nei suoi Quaderni di viticoltura pratica: «Ogni vite è un individuo. L’insieme è una comunità. Le relazioni tra i singoli dipendono dalla loro posizione. Nel caso del quinconce lo spazio disponibile per vite è perfetto, il vigneto si autoregola come un unico organismo».

Salvo Foti è il centurione dell’Etna. 
Come gli avi con l’elmo dal cimiero rosso, ha seguito il monito di Orazio 
(«Nessun albero prima della sacra vite tu pianterai») 
che portò l’Antica Roma a diffondere vigneti in tutto il mondo. 

In 9 ettari tra i ciclamini selvatici e le querce di Milo, Foti ha piantato migliaia di viti ad alberello sostenute da paletti in castagno come avrebbe fatto un agronomo di duemila anni fa: ha tracciato triangoli equilateri dentro un quadrato.

Il sistema si chiama quinconce. 
Ne parla Quintiliano, nel primo secolo. 
«Quale visione è più bella di quella dei filari in quinconce che presentano all’occhio delle linee rette qualunque sia l’angolo dal quale le si ammiri?». 
Per Foti, 50 anni, piccolo vignaiolo umanista appassionato di storia, non è una scelta estetica. Scrive nei suoi Quaderni di viticoltura pratica: 
«Ogni vite è un individuo. L’insieme è una comunità. Le relazioni tra i singoli dipendono dalla loro posizione. Nel caso del quinconce lo spazio disponibile per vite è perfetto, il vigneto si autoregola come un unico organismo».

«Quando ero ragazzo mio padre emigrò in Svizzera – racconta – non era possibile portare subito i figli. Rimasi qui con i nonni. Quando papà, anni dopo, mi chiese di raggiungerlo, rifiutai. Volevo restare in campagna. Mi iscrissi alla scuola enologica. 

Negli anni 60 c’erano migliaia di palmenti, le case-cantina dell’Etna, con i vigneti terrazzati e i muretti a secco. Ogni contadino aveva il suo palmento di pietra lavica: si pigiava il vino con i piedi, in girotondi ritmati da canzoni popolari. 
C’erano vasche in pietra per la fermentazione, botti di castagno e un enorme palo per la pressatura a mano.Così si è arrivati a produrre sull’Etna 100 milioni di litri di vino. Poi la campagna si è spopolata. Si è persa una generazione di vignaioli. 
Ma io sono rimasto qui».

Vent’anni fa, in obbedienza a leggi europee sull’igiene, i palmenti furono chiusi. Arrivano i carabinieri, ci furono proteste e scontri. Foti ne ha riaperto uno. 
Si chiama Palmento Caselle. I primi a visitarlo sono stati cento studiosi dell’arte e archeologi californiani per cui Foti ha preparato caponata e cannoli, con i suoi vini: Nerello Mascalese, i bianchi Vigna di Milo e Ante, il Pistus (Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio).

Domani termina la vendemmia al palmento Caselle, una festa come un secolo fa, con i «pistaturi» dell’uva e un’orchestrina per le canzoni. «Questo palmento è l’azienda che io e mia moglie Maria Grazia – racconta Foti – stiamo costruendo per i figli, Andrea, 16 anni, e Simone, 20 anni, agronomo ora impegnato in uno stage nella Napa Valley».

Sulla sommità del nuovo vigneto c’è un capanno da cui si guarda il mare. 
Foti descrive i colori cangianti della terra, più o meno rossa, indica le piante, timo, maggioranza, menta selvatica. Le viti sono piccoli alberi, come vuole la tradizione: le radici affondano di più cercando le sostanze minerali nella terra e sono più esposte ai raggi del sole. Un sistema che dà forza e carattere alle uve e quindi al vino ma che si può curare solo con il lavoro manale da professionisti preparati.

«Qui ora vedo un futuro, anche per tutti quei contadini che prima erano disperati», dice. Ha scoperto nella biblioteca dei benedettini di piazza Dante a Catania, i documenti che raccontano la storia della corporazione dei Vigneri. Erano viticoltori così potenti da finanziare la rivolta contro i catalani che alzarono le tasse sul vino.

I Vigneri è diventato il nome della sua azienda. 
E anche di una associazione di vignaioli etnei «che vogliono lavorare in armonia con se stessi e con quello che li circonda, senza frenesie».

I suoi vini sono forse più conosciuti in Germania e in Giappone che in Italia. Lo racconta nel tinello del palmento, tra muri bianchi, un caminetto rurale e un grande tavolo di legno, versando il bianco Aurora, che ha lo stesso profumo delle piccole mele Gelato Cola dell’Etna. Uno dei profumi  messo in bottiglia dal centurione dell’Etna.



mercoledì 16 luglio 2014

11 letture antiche da non dimenticare. 11 testi latini che, a mio modesto parere, andrebbero assolutamente letti, perché da loro parte la grandiosa tradizione poetica italiana e, tutt’ora la influenzano. Prima di iniziare a presentarvi questi autori, vorrei sottolineare un fatto importante, per quanto riguarda la letteratura latina. Per i Romani e per il mos maiorum (le tradizioni degli antichi) la letteratura era una perdita di tempo, non era un’attività concretamente produttiva.



11 letture antiche da non dimenticare

Vista la mia passione per la letteratura classica greca e latina, vorrei parlarvi e consigliarvi 11 testi latini che, a mio modesto parere, andrebbero assolutamente letti, perché da loro parte la grandiosa tradizione poetica italiana e, tutt’ora la influenzano.
latino325
Prima di iniziare a presentarvi questi autori, vorrei sottolineare un fatto importante, per quanto riguarda la letteratura latina. Per i Romani e per il mos maiorum (le tradizioni degli antichi) la letteratura era una perdita di tempo, non era un’attività concretamente produttiva. La letteratura doveva essere utile allo Stato in forma di legislatura, orazioni o trattati di qualunque argomento (navigazione, agricoltura, medicina, tattiche militari).

La massima espressione lirica concessa e accettata dai costumi latini era il poema epico a scopo celebrativo oppure gli Annales, trattazioni con l’obbiettivo di raccontare fatti o celebrare vittorie e virtù dei condottieri in esse coinvolte.
La poesia e l’elegia, quindi, diventano un extra, uno strappo alla regola che, con l’aumento dell’influenza greca sulla civiltà romana, porta personalità come Cicerone ad indicarne i cultori come effeminati, vires che hanno perso il rispetto per i propri avi.

Gli autori lirici che vi presenterò ora sono tra i più affascinanti della letteratura latina.

1. Gneo Nevio e il Bellum Poenicum (275-201 a. C., circa)

Gneo Nevio fu una personalità importante perché fu il primo scrittore di origini latine documentato. La sua opera più importante è il Bellum Poenicum (La guerra punica, tra Roma e Cartagine), a cui aveva partecipato e dalla quale trae i maggiori esempi di virtus, per spronare i giovani ad emulare le gesta degli antenati. La sua opera diventerà modello di riferimento per i due grandi scrittori epici successivi Ennio, autore degli Annales, e Virgilio, autore dell’Eneide.
Oltre al Bellum Poenicum, Nevio fu autore di varie commedie di grande successo. La lettura consigliata è una delle sue commedie la Tarentilla di cui vi riporto uno stralcio. (ricordo che per la maggior parte dei primi autori latini sono rintracciabili solo raccolte con gli stralci rinvenuti).
“Come una palla che rimbalza in un cerchio (di giocatori) a turno si dà, e a tutti appartiene; ad uno fa cenno con il capo, all’altro ammicca; ne carezza uno, ne abbraccia un altro; mentre da una parte è occupata la sua mano, ad un altro stuzzica dolcemente il piede; ad un altro dà l’anello da guardare, a un altro fa un invito con le labbra, con uno canta, e intanto a un altro manda un messaggio con le dita.”
(fr. 63 Traglia)

Gaio Valerio Catullo
Gaio Valerio Catullo

2. Gaio Valerio Catullo, Canti (84-54 a.C., Verona)

Catullo vive a Verona fino al 61 a.C., quando si trasferisce a Roma. Nella capitale entra in contatto con i poeti neòteroi (“poeti nuovi” che rifiutano il lungo poema epico a favore di componimenti più brevi e più semplici da elaborare stilisticamente). Con loro si diletta a scrivere poesie, discutere di arte e letteratura, e appagare ogni sorta di piacere. Probabilmente già nel 60 a.C. l’uomo rivede la terribile e amatissima Clodia (che nei suoi componimenti prenderà il nome di Lesbia). Questa donna sarà gioia e dolore per l’autore che la renderà musa ispiratrice schizofrenica delle sue opere liriche. Per mostrare cosa intendo con “schizofrenica”, vi riporto una lirica catulliana molto interessante.
Iucundum mea vita (Carme 109)
“Mi prometti, vita mia, che questo nostro amore
Sarà felice ed eterno.
Dei grandi, fate che possa promettere il vero,
e che dica ciò sinceramente e di cuore,
così che per tutta la vita ci sia consentito far durare
questo eterno patto di inviolabile amore.”

Interessante anche il Carme 48, che racconta l’amore per i giovinetti.
“Se quei tu occhi di miele, Giovenzio,
fosse dato baciarli sempre sempre
trecentomila volte, neanche allora
penserei di saziarmene in futuro,
fosse messe di baci fitta fitta
come mai fu messe di spighe asciutte.

3. Tito Lucrezio (ipoteticamente 98-55 a.C.)

Si hanno notizie troppo contraddittorie per avere delle certezze. È probabile che sia stata emanata una “congiura del silenzio” nei suoi confronti). Lucrezio fu di fede epicurea, quindi dedito al piacere e lontano dal mos maiorum. Tra i suoi oppositori troviamo in prima linea Cicerone che, però, non nega l’abilità letteraria dell’autore come si legge da una sua lettera al fratello Quinto.
(Ad Quintum fratrem, II, 10, 3.): “I versi di Lucrezio, come tu scrivi, possiedono molti bagliori di intelligenza, ma anche molta ricercatezza.”
L’opera più celebre di Lucrezio è il De rerum natura (Sulla natura), poema epico-didascalico, con l’obbiettivo di diffondere temi filosofici e medici, ma con uno stile dolce e allettante. Ne ritengo interessante la lettura non tanto per gli argomenti trattati, quanto per la tecnica elegante con cui vengono narrati.
Stralcio tratto dal primo libro de De rerum natura:
“Infatti questo non sembra privo di una valida ragione, ma come quando i medici vogliono dare ai ragazzi il ributtante succo dell’assenzio e prima cospargono gli orli della tazza con il biondo e dolce miele per ingannare fino alle labbra l’ingenua età dei bambini […], così io ora, poiché questa dottrina sembra per lo più troppo sgradevole a coloro che non l’hanno studiata e il popolo fugge via, ho voluto esporti la mia teoria con il dolce canto delle Muse[…].”

Unica miniatura del pirmo artista della prima egloga della Bucoliche
Unica miniatura del primo artista della prima egloga della Bucoliche

4. Publio Virgilio Marone, Bucoliche (15 ottobre 70 a.C, Cremona- 21 settembre 19 a.C., Napoli)

Studiò grammatica a Cremona, poi retorica a Milano e, infine, si trasferì a Roma alla scuola di Epidio. Fu autore del celeberrimo poema epico Eneide e di altre due raccolte le Bucoliche (Bucolica), ossia “componimenti scelti” (egloghe), dieci poesie pastorali, ispirate ai carmi bucolici del poeta greco Teocrito di Siracusa, e le Georgiche (oGeorgica) un poema epico didascalico che ha come soggetto dei canti agresti, o canti di contadini.
Ci sarebbe molto da dire e da raccontare di questo importante autore. Per ora mi limito a suggerire come lettura poetica le Bucoliche, di cui vi riporto uno stralcio.

Bucoliche, Egloga prima.
“Titiro, tu riposi al riparo di un gran faggio
E intoni un’aria silvestre sulla sottile canna;
noi, la patria terra lasciamo e i dolci campi.
Partiamo esuli, noi, via dal paese; tu giaci all’ombra,
Titiro, e insegni al bosco a risonare il nome di Amrìlli.”

5. Publio Virgilio Marone, Georgiche

(Georgiche, Incipit, Libro I, 1-5)
“Cosa fecondi le messi, sotto quale stella
convenga arare la terra, O Mecenate, unire agli olmi le viti,
come si accudisca ai buoi e si curi l’allevamento delle greggi,
quanta esperienza si debba dedicare alle frugali api,
di qui l’inizio del canto.”

6. Quinto Orazio Flacco (8 dicembre 65 a.C. – 27 novembre 8 a.C.)

Studiò a Roma presso la scuola del plagosus Orbilius (il manesco Orbilio) e completò i suoi studi filosofici e letterari in Grecia, dove incontrò Bruto e Cassio e si unì a loro nella battaglia di Filippi contro Ottaviano. Rientrato a Roma subì la confisca dei beni e, spinto dalle difficoltà economiche, decise di pubblicare la prima raccolta dei suoi versi. Grazie a questa fortunata decisione ottenne la stima e l’amicizia di Virgilio, che lo presentò a Mecenate, affezionato amico di Agusto.
Il princeps Augusto propose un incarico a Orazio come proprio segretario personale ma l’autore rifiutò per tenersi lontano dalla politica. Tuttavia il poeta colse al volo la seconda offerta dell’uomo che gli affidò la composizione del celebre Carmen saeculare (celebrazione del destino di Roma e della pax Romana). La produzione di Orazio conta l’Epodon Liber, una raccolta di diciassette componimenti contro i vizi e la corruzione; le Saturae o Sermones, due libri che contano 18 componimenti satirici. Di grande interesse, sono anche le Odi (o Carmina), 103 poesie raccolte in quattro libri, sul modello della grande poesie greca arcaica. Riporto le prime tre strofe del Carmina 7, del secondo libro.
(Una rievocazione del passato, II, 7.)
“O tu che spesso con me fosti spinto
all’ora estrema sotto il comando di Bruto,
chi ti ha restituito cittadino romano
agli dei patri e al cielo italico,
o Pompeo, il più caro dei miei compagni,
con cui spezzai il giorno che indugiava,
con una corona sui capelli lucenti
di unguento siriaco?”


7. Quinto Orazio Flacco, Le satire

(Libro secondo, Satira prima, Incipit)
“C’è gente cui sembra ch’io sia troppo aggressivo nella mia satira e che tenda l’arco dell’opera mia oltre quel che la legge consente; altri, invece, pensano che tutto ciò che ho composto sia privo di nerbo e che versi come i miei mille al giorno se ne posson filare. Trebazio, prescrivimi tu cosa fare.”


8. Albio Tibullo (54 a.C.- 21 settembre 19 a.C.)

Proveniente da una ricca famiglia equestre caduta in disgrazia riuscì ugualmente ad entrare nel circolo culturale di Messalla Corvino e strinse amicizia con esponenti di spicco come Ovidio, Suplicia, Ligdamo. Nelle sue odi le donne da lui cantate sono tre: Delia (vero nome Plania), Glìcera, ricordata da Orazio come donna inmitis (crudele), e Nemesi (la vendicatrice). Le opere di Tibullo sono raccolte nel Corpus Tibullianum, formato da tre libri: i primi due sono sicuramente attribuiti all’autore, il terzo ha dubbia attribuzione. Vi propongo un estratto dal secondo libro, nel quale si parla di Nemesi e della schiavitù d’amore per lei.
(II, 4, 1-4)
“Così vedo per me pronte una schiavitù e una padrona:
o libertà dei miei antenati, ormai ti dico addio;
invece a me viene imposta una gravosa schiavitù,
e sono incatenato, e Amore non allenta
mai i ceppi a me infelice”


9. Fedro (20 a.C.- 50 d.C.)

Fedro era originario della Macedonia, ma venne portato a Roma in qualità di schiavo. Entrato nelle simpatie di Augusto, fu liberato sia per i suoi meriti sia per la sua grande cultura. Attraverso le sue favole, l’autore attacca i potenti dell’epoca finendo per essere processato e condannato, anche se senza alcuna ritorsione concreta. Importantissime le sue favole non solo per il fondo satirico, ma anche per la forte allegoria della vita umana. Le favole di Fedro sono adatte sia ai bambini che agli adulti perché in grado di mostrare una morale semplice e complessa allo stesso tempo. Ne riporto il Prologo.

(Prologus, Phedri Augusti liberti fabulae Aesopiae)
“Io ho levigato in versi senari le storie che Esopo ha inventato. Duplice è il pregio del libro: muove il riso e consiglia saggiamente per la vita. Se qualcuno volesse criticare il fatto che qui parlano gli alberi, e non solo gli animali, si ricordi che noi scherziamo, con favole inventate!”


10. Publio Ovidio Nasone (43 a.C.- 18 d.C.)

Publio Ovidio frequenta a Roma la scuola dei retori Procio Latrone e Arellio Fusco, distinguendosi per l’ottima abilità retorica. Tuttavia il suo cuore è rapito dalla poesia elegiaca. Entra poi a far parte del circolo di Messalla Corvino, dove incontra Albio Tibullo. La personalità frivola e superficiale, lontana dagli ideali politici e morali spiega i tre matrimoni. Divorziò due volte fino al matrimonio con Fabia, fedele e affettuosa compagna. Probabilmente a causa di uno scandalo di corte tra Ovidio e la nipote di Augusto, l’autore fu costretto ad un “soggiorno obbligato”, senza moglie ne figli, a Tomi sul Mar Nero. Di particolare interessa è opera Ars amatoria o Ars amandi, trattato in tre libri in versi su come conquistare l’amore di una donna, un vero e proprio codice e galateo dell’amore, con tanto di illustrazioni delle diverse tattiche di corteggiamento. Ne riporto l’incipit del primo libro:
(Ars amatoria, Libro I, 1-7)
“Se c’è tra voi chi non conosca ancora
l’arte d’amare, legga il mio poema
e fatto esperto colga nuovi amori!
Solcano l’onde con le vele o i remi,
sospinte ad arte, l’aglili carene;
con arte noi guidiamo il live cocchio:
con arte dunque è da guidarsi Amore!”


Favola dell'asino d'oro di Apuleio in un mosaico bizantino
Favola dell’asino d’oro di Apuleio in un mosaico bizantino

11. Apuleio (125 d.C.-150 d.C.)

Apuleio fu brillante oratore, filosofo ed esperto di magia, imparando soprattutto l’eloquenza latina. Affascinato dal misticismo e dalla magia si fece introdurre ai vari culti misterici come quello di Mitra e di Eleusi. Di piacevole lettura sia per l’ironia che per lo stile elegante è L’Apologia o De magia e conta 103 capitoli, frutto della rielaborazione del discorso da lui realmente tenuto in tribunale, per difendersi dall’accusa di stregoneria nei confronti di una nobile vedova che aveva acconsentito a sposarlo.
Il vero capolavoro della produzione di Apuleio sono i Metamorphoseon libri XI, (Undici libri sulle metamorfosi), perché l’unico romanzo della letteratura latina in nostro possesso. Sant’Agostino lo definisce Asinus aureus, da qui prese poi il nome di Asino d’oro.
Riporto qui di seguito un estratto dal De magia.

(De magia, Dentifricio o veleno?, 6)
“Calpurniano, ti saluto con versi improvvisati.
Ti ho mandato (come mi hai chiesto) nettezza di denti,
splendore di bocca composto di arabiche erbe,
una polverina fine, candeggiante, nobile,
che appiana la gengivetta gonfia,
che spazza via i resti del cibo del giorno prima,
perché non si veda alcuna scura traccia di sporco
se per caso riderai con le labbrucce aperte.”

Come avrete visto dai testi che vi ho riportato, i latini erano uomini pratici, che avevano a cuore le tradizioni romane; tuttavia nella serietà degli Annales, dei poemi epici celebrativi e della pura elegia amorosa c’è sempre spazio per una risata, una satira o una battuta sagace.

http://www.lundici.it/2013/12/11-letture-antiche-da-non-dimenticare/

mercoledì 11 gennaio 2012

Orazio. Chi non si intende di navigazione, si guarda bene dal guidare navi; soltanto chi ha studiato prescrive l'abrotono al malato; di medicina si occupano i medici, e gli artigiani esercitano ciascuno il loro mestiere. Tutti, invece, capaci o incapaci, siedono al governo.

Mutato nomine de te Fabula narratur.
Sotto nome diverso la favola di te parla.
Orazio, Satire, I, I, 69-70.



La locuzione latina Ut pictura poësis, formulata dal poeta Quinto Orazio Flacco, tradotta letteralmente significa "Come nella pittura così nella poesia" (Orazio, A. Pisone, 361).
Come dire quindi "la poesia è come un quadro" o "un quadro è come una poesia".
Il Poeta spiega che esiste un tipo di poesia che piace maggiormente se vista da vicino, ed un'altra che piace solamente se guardata da lontano, o riosservata una seconda volta, o analizzata con un occhio critico, come avviene per la pittura. Fin dagli antichi il legame fra la poesia e la pittura è sempre stato dibattuto. Orazio con la sua "Ars Poetica" ("L'Epistola ai Pisoni", uno dei testi di riferimento fondamentali per tutto il discorso filosofico e storico sull'Estetica, fino ai giorni nostri) vuole mettere in risalto come in poesia e in arte esistano opere immediatamente comprensibili, lampanti, ed altre meno.



Chi parla male alle spalle dell'amico assente, chi non lo difende quando altri lo incolpa, chi si diverte con le feroci denigrazioni per accaparrarsi la fama di uomo di spirito, chi giunge ad inventarsi ciò che non ha mai visto, chi non sa tenere un segreto: costui è di animo nero e spregevole; da questi, o cittadino Romano, dovrai sempre guardarti e diffidare.
Absentem qui rodit amicum, qui non defendit alio culpante, solutos qui captat risus hominum famamque dicacis, fingere qui non visa potest, commissa tacere qui nequit: hic niger est, hunc tu, romane, caveto.
Quinto Orazio Flacco


Irreparabile temporis exitum caliginosa nocte premit deus
Un dio vela con caliginosa notte l'irreparabile scorrere del tempo.
Orazio


Una delle peggiori tragedie dell’umanità è quella di rimandare il momento di cominciare a vivere. Sogniamo tutti giardini incantati al di là dell’orizzonte, invece di goderci la vista delle aiuole in fiore sotto le nostre finestre.
Orazio


Il ridicolo risolve le grandi questioni meglio e più vigorosamente della serietà.
Satire, Libro I - X Satira - Orazio


4.9 Libro I, satira 9 : Satira dello Scocciatore
La Satira più famosa di Orazio, comunemente conosciuta come "La satira del seccatore", è una vivace scenetta che vede lo stesso Orazio passeggiare tranquillo per le vie di Roma, imbattendosi tutta un tratto in un suo conoscente, noto arrampicatore sociale, che gli si attacca come una zecca e lo sommerge di chiacchiere, chiedendogli di essere introdotto nel circolo di Mecenate.
I due incominciano a battibeccare dando vita ad una comicità che non ha nulla da invidiare alla satira moderna. Il povero Orazio viene infine salvato provvidenzialmente da un tizio che trascina il seccatore in tribunale. All'interno della Satira, attraverso l'immagine "in negativo'' del circolo di Mecenate proposta dal seccatore. Orazio intende in realtà celebrarlo ed onorare chi ne fa parte. Dalle sue asserzioni esce un ritratto idealizzato del circolo, all'interno del quale vige l'armonia, ognuno ricopre il suo ruolo e non c'è spazio per invidie, gelosia e sopraffazione reciproca: un vero esempio dell'integrità d'animo degli antichi romani. Il seccatore stenta a credere alle parole del poeta, poiché secondo la sua idea tra le persone raccolte attorno a Mecenate, un protettore cosi potente e famoso, non possono che esserci subdoli inganni per l'affermazione di uno a scapito dell'altro. Orazio invece va molto fiero del circolo di cui fa parte e dei valori sublimi che esso rappresenta, come l'amicizia vera, la purezza d'animo e la fatica, necessaria per raggiungere qualsiasi obiettivo, ed esce pienamente vincitore dal confronto verbale col seccatore, una persona vile ed ipocrita.
http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fit-it.abctribe.com%2FWiki%2Fversioni_latino%2Flibro_i_satira_satira_dello%2F_gui_290_35&h=vAQG4SuWp



Passeggiavo, per caso, lungo la via Sacra: vecchia abitudine.
E intanto meditavo qualche mia sciocchezza, tutto concentrato.
Mi abborda d’improvviso un tizio di cui conosco solo il nome. 
Afferra la mia mano: «come va, carissimo?»
«fin qui, stupendamente» gli rispondo, «e t’auguro ogni bene».
Non molla. Mi tallona. «Insomma, cosa vuoi?» gli butto là. E lui:
«dovresti pur conoscerci» dichiara «siamo intellettuali». «avrò
per te» gli dico «stima ancor maggiore». Tentando disperato di
tagliare l’ora acceleravo il passo, ora mi fermavo a sussurrare
qualche cosa nell’orecchio del mio servo. Grondavo di sudore
fino alle calcagna. «beato te, Bolano, spirito bollente!»
rimuginavo a bocca chiusa. E l’altro, garrulo, ciarlava, proclamava
il suo entusiasmo per le strade, la città.
Io non replicavo. «ma tu» sogghigna «tu non vedi l’ora di
piantarmi in asso. Da un bel pezzo l’ho notato. Niente da fare: ti terrò
ben stretto, restandoti alle costole. Dove sei diretto, adesso?» «giri
inutili per te: vado a trovare una persona che certo non conosci. È
a letto. Sta di là dal Tevere, lontano, dalle parti dei giardini di Cesare»
«non ho nessun impegno, e non sono affatto pigro, ti accompagno».
Mi si abbassano le orecchie, come a un somarello rassegnato suo
malgrado quando sul dorso gli grava una soma più pesante. Quello
ricomincia: «mi conosco bene: la mia amicizia ti sarà preziosa almeno 
quanto quella con Visco e Vario. Ti sfido a trovare chi sappia 
scrivere più versi, e più velocemente; chi danzi con maggiore grazia. 
Se udisse il mio canto, Ermogene m’invidierebbe».
Era giunto il momento d’interromperlo: «hai ancora la madre,
dei parenti cui stai a cuore il tuo stato di salute?» «più
nessuno, tutti li ho sepolti» «beati! Io, purtroppo, sopravvivo.
Dammi il colpo di grazia: un tragico destino incombe su di me. Una
vecchia sabina, svuotando l’urna per i vaticini (ero fanciullo), lo predisse:
"questo ragazzo non l’ammazzeranno terribili veleni, spade nemiche,
attacchi di pleurite o tisi o podagra che rallenta il passo;
lo porterà alla tomba, un giorno o l’altro, un chiacchierone. Uscito dunque
dalla pubertà, abbia il buonsenso di stare alla larga dai loquaci"».
Eravamo giunti al tempio di Vesta. Scoccava in quel momento l’ora quinta,
e «guarda caso» gli toccava presentarsi in tribunale,
in seguito a cauzione; se non fosse comparso, il processo era perduto.
«fammi un piacere» salta su «assistimi un istante». «fossi matto:
non mi reggo in piedi, di diritto civile non m’intendo,
e poi ho fretta d’andare dove sai». «e io che faccio?» dice
«rinuncio a te, o alla mia causa?» «a me, ti prego»
«nient’affatto» replica, e va avanti. È duro contrastare un vincitore:
finisco col venire dietro. «come va, con Mecenate?»
torna alla carica. «è un uomo assennato, coltiva pochi amici».
«nessuno ha saputo sfruttare più abilmente la fortuna. Avresti
un ottimo assistente, bravo a spalleggiarti, se soltanto acconsentissi
a presentarmi a lui. Garantito che allora li sbaraglieresti
tutti». «no, non è come tu pensi che viviamo in quel circolo:
non c’è ambiente più limpido, più immune
da simili bassezze. Non mi da nessun fastidio, t’assicuro, 
che un tale sia più ricco, un altro più dotato di cultura: ognuno 
ha il posto che gli spetta». «fantastico, incredibile!» «è
la pura verità!» «ma tu mi fai bruciare ancora di più
dalla gran voglia d’accostare il personaggio!» «se ci tieni tanto,
con le tue capacità lo espugnerai; è tutt’altro che invincibile:
proprio per questo, anzi, non concede facilmente un primo approccio» «non 
mi smentirò: corromperò i suoi servi a colpi di tangenti. Se per oggi
resterò tagliato ancora fuori, non desisterò; aspetterò il momento
buono, cercando d’incontrarlo nei crocicchi, poi d’accompagnarlo. Non c’è
nulla in questa vita, che si ottenga senza sforzo». Mentre si esibisce,
ecco spunta Aristio Fusco, caro amico, lo conosce benissimo, lui, quel
seccatore. Ci fermiamo per la strada «donde vieni?
Dove vai?» ci si chiede a vicenda, e si risponde. Accenno a tirarlo
per la veste, cerco di tastare con la mano le sue braccia insensibili. Gli faccio
dei segnali, strizzatine d’occhi: che mi tiri lui fuori dai guai! E invece,
dispettoso, ride, fa lo gnorri. Il fegato mi brucia dalla bile.
«mi pare che tu avessi l’intenzione di parlarmi in confidenza di qualcosa, 
almeno, lo dicevi» «certo, mi ricordo. Te ne parlerò, 
sì, ma in un momento più opportuno. Oggi è novilunio,
sabato: vuoi forse spernacchiare i giudei circoncisi?» «Non ho»
rispondo «scrupoli religiosi». «ma ce li ho io; soffro, come tanti, di qualche
debolezza in più. Abbi un poco d’indulgenza: un’altra volta ti dirò». Che
sole tenebroso era mai sorto su di me! Se la squaglia, il briccone, e mi lascia
col pugnale sospeso sulla testa. Colpo di scena: viene incontro al seccatore
il suo avversario, e ad alta voce: «infame, dove scappi?» lo apostrofa; 
e a me: «testimonieresti a mio favore?» non ho difficoltà a
porgergli l’orecchio. Vanno dritti in tribunale. Gridano ambedue.
Grande accorrere di gente. E fu così che Apollo decise di salvarmi.

Ibam forte via Sacra, sicut meus est mos, 
nescio quid meditans nugarum, totus in illis: 
accurrit quidam notus mihi nomine tantum 
arreptaque manu, «Quid agis, dulcissime rerum?». 
«Suaviter, ut nunc est», inquam «et cupio omnia quae vis». 
Cum adsectaretur, «Numquid vis?» occupo. At ille 
«Noris nos» inquit; «docti sumus». Hic ego «Pluris 
hoc» inquam «mihi eris». Miserere discedere quaerens, 
ire modo oscius, interdum consistere, in aurem 
dicere nescio quid puero, cum sudor ad imos 
manaret talos. «O te, Bolane, cerebri 
felicem» aiebam tacitus, cum quidlibet ille 
garriret, vicos, urbem laudaret. Ut illi 
nil respondebam, «Misere cupis» inquit «abire: 
iamdudum video; sed nihil agis: usque tenebo; 
persequar. Hinc quo nunc iter est tibi?». «Nil opus est te 
circumagi: quendam volo visere non tibi notum; 
trans Tiberim longe cubat is prope Caesaris hortos». 
«Nil habeo quod agam et non sum piger: usque sequar te». 
Demitto auriculas, ut iniquae mentis asellus, 
cum gravius dorso subiit onus. Incipit ille: 
«Si bene me novi, non Viscum pluris amicum, 
non Varium facies; nam quis me scribere pluris 
aut citius possit versus? Quis membra movere 
mollius? Invideat quod et Hermogenes, ego canto». 
Interpellandi locus hic erat: «Est tibi mater, 
cognati, quis te salvo est opus?». «Haud mihi quisquam. 
Omnis composui». «Felices! Nunc ego resto. 
Confice; namque instat fatum mihi triste, Sabella 
quod puero cecinit divina mota anus urna: 
"Hunc neque dira venena nec hosticus auferet ensis 
nec laterum dolor aut tussis nec tarda podagra: 
garrulus hunc quando consumet cumque: loquaces, 
si sapiat, vitet, simul atque adoleverit aetas"». 
Ventum erat ad Vestae, quarta iam parte diei 
praeterita, et casu tum respondere vadato 
debebat, quod ni fecisset, perdere litem. 
«Si me amas», inquit «paulum hic ades». «Inteream si 
aut valeo stare aut novi civilia iura; 
et propero quo scis». «Dubius sum quid faciam», inquit, 
«tene relinquam an rem». «Me, sodes». «Non faciam» ille, 
et praecedere coepit; ego, ut contendere durum 
cum victore, sequor. «Maecenas quomodo tecum?» 
hinc repetit. «Paucorum hominum et mentis bene sanae». 
«Nemo dexterius fortuna est usus. Haberes 
magnum adiutorem, posset qui ferre secundas, 
hunc hominem velles si tradere: dispeream, ni 
summosses omnes». «Non isto vivimus illic, 
quo tu rere, modo; domus hac nec purior ulla est 
nec magis his aliena malis; nil mi officit, inquam, 
ditior hic aut est quia doctior; est locus uni 
cuique suus». «Magnum narras, vix credibile». «Atqui 
sic habet». «accendis quare cupiam magis illi 
proximus esse». «Velis tantummodo: quae tua virtus, 
expugnabis: et est qui vinci possit eoque 
difficiles aditus primos habet». «Haud mihi dero: 
muneribus servos corrumpam; non, hodie si 
exclusus fuero, desistam; tempora quaeram, 
occurram in triviis, deducam. Nil sine magno 
vita labore dedit mortalibus». Haec dum agit, ecce 
Fuscus Aristius occurrit, mihi carus et illum 
qui pulchre nosset. Consistimus. «Unde venis et 
quo tendis?» rogat et respondet. Vellere coepi 
et prensare manu lentissima bracchia, nutans, 
distorquens oculos, ut me eriperet. Male salsus 
ridens dissimulare; meum iecur urere bilis. 
«Certe nescio quid secreto velle loqui te 
aiebas mecum». «Memini bene, sed meliore 
tempore dicam; hodie tricensima, sabbata: vin tu 
curtis Iudaeis oppedere?». «Nulla mihi» inquam 
«religio est». «At mi: sum paulo infirmior, unus 
multorum. Ignoscens; alias loquar». Huncine solem 
tam nigrum surrexe mihi! Fugit improbus ac me 
sub cultro linquit. Casu venit obvius illi 
adversarius et «Quo tu, turpissime?» magna 
inclamat voce, et «Licet antestari?». Ego vero 
oppono auriculam. Rapit in ius; clamor utrimque. 
Undique concursus. Sic me servavit Apollo.
http://defaste.altervista.org/orazio/sermones/I9.htm




Davo, lo schiavo di Orazio, gli fa una predica:
La verità è che tu, che comandi a me, ubbidisci umilmente ad un altro, e ti fai guidare come una marionetta dai fili tirati da altri. Chi, dunque, è libero? Il sapiente, che è padrone di se stesso, che non ha paura né della povertà, né della morte, né delle catene, che sa resistere alle passioni, che ha la forza di disprezzare gli onori. Orazio Satira II, VI ((Venosa, 8 dicembre 65 a.C. – Roma, 27 novembre 8 a.C.)
nempe 80
tu, mihi qui imperitas, aliis servis miser atque duceris ut nervis alienis mobile lignum.
quisnam igitur liber? sapiens sibi qui imperiosus, quem neque pauperies neque mors neque vincula terrent,
responsare cupidinibus, contemnere honores 85 fortis, ....?



Questa è filosofia stoica e riguarda il vivere quotidiano, cioè ciò che costituisce la fatica più grande.
Orazio è scherzoso -tanto è vero che ambienta il dialogo durante i Saturnali, circa il nostro Carnevale- e rovescia la realtà: non è il solito maestro filosofo ad insegnare, ma uno schiavo... questa è stata la strada per l'abolizione della schiavitù. Seneca poi, 50 anni dopo, dirà che gli schiavi sono uomini colpiti dal destino, uomini come noi...
Le mie citazioni hanno valore 'storico': voglio far vedere il percorso fatto dall'uomo, prima timidamente poi via via più sicuro, verso una società accettabile.
E poi servono anche per far vedere che non esiste il 'buon tempo antico', ma un faticoso cammino: e la fatica dell'uomo riscatta tutte le brutture commesse




Est modus in rebus. 
Nota sentenza di Orazio, cui fa seguito (Satire I, 1, vv. 106-107) sunt certi denique fines, Quos ultra citraque nequit consistere rectum «v’è una misura nelle cose; vi sono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto». È spesso ripetuta per esprimere la necessità di una saggia moderazione e per richiamare al senso della misura.
http://www.treccani.it/vocabolario/est-modus-in-rebus/

"Est modus in rebus.
Orazio con questo motto (Satire (I, 1, 106), voleva far capire che c’è una misura nelle cose. 
Ci sono delle regole scritte e non che bisognerebbe rispettare per non cadere negli eccessi.
Tutto questo è valido per il privato e a maggior ragione per il pubblico ( res pubblica): 

http://grottablog.wordpress.com/2009/08/20/est-modus-in-rebus/

Est modus in rebus. 
Nota sentenza di Orazio, cui fa seguito (Satire I, 1, vv. 106-107) sunt certi denique fines, Quos ultra citraque nequit consistere rectum «v’è una misura nelle cose; vi sono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto». È spesso ripetuta per esprimere la necessità di una saggia moderazione e per richiamare al senso della misura.
http://www.treccani.it/vocabolario/est-modus-in-rebus/

"Est modus in rebus.
Orazio con questo motto (Satire (I, 1, 106), voleva far capire che c’è una misura nelle cose. 
Ci sono delle regole scritte e non che bisognerebbe rispettare per non cadere negli eccessi.
Tutto questo è valido per il privato e a maggior ragione per il pubblico ( res pubblica): 
la “cosa” pubblica non è arrivata per eredità agli amministratori , è stata affidata agli stessi dagli elettori.

Badate non si tratta di un sofisma ma qualcosa di molto più serio : il gestore non è il padrone.
Non si può gestire la cosa pubblica come un proprio patrimonio ; il comune non può e non deve diventare la riserva di caccia privata per nessuno.

Non siamo nati ieri e speriamo, almeno per dispetto, di non morire domani per cui  l’andazzo delle cose bene o male lo si conosce, ma ci sono situazioni, atteggiamenti che travalicano e non di poco i  “ paletti” del buon senso   e che vanno comunque stigmatizzati per non creare equivoci.

Le risorse comunali, siano finanziarie che materiali (mezzi , dipendenti, servizi, ecc), sono a disposizione della comunità intera e non dei singoli privati più o meno vicini  o “simpatici”.

Sono inaccettabili, oltre che  illegali quei pezzi di strade e accessi privati rifatti “in pegno” in periodo pre elettorale; è discutibile la gestione padronale dei mezzi comunali: il taglia siepe usato in conto terzi .

E non tiriamo in ballo il boicottare la “crescita” del paese: facciamo crescere le cose serie e utili e ci vedrete sicuramente  vicini e partecipi".

http://grottablog.wordpress.com/2009/08/20/est-modus-in-rebus/






Aurea mediocritas, ovvero "una ottimale moderazione", e non, come qualcuno potrebbe tradurre letteralmente, "un'aurea mediocrità", è una locuzione latina tratta dal poeta Orazio (Odi 2, 10, 5); nella lingua latina termine "mediocritas" non ha il valore dispregiativo che ha in italiano la parola "mediocrità", ma significa piuttosto "stare in una posizione intermedia" tra l'ottimo e il pessimo, tra il massimo e il minimo, ed esalta il rifiuto di ogni eccesso, invitando a rispettare il "giusto mezzo".
La "mediocritas", pertanto, il tenersi cioè lontano dagli estremi di ogni posizione intellettuale o condizione di vita, è definita dal poeta "aurea", che non è da intendere in senso letterale, cioè tutta d'oro, ma piuttosto come ottimale, come la migliore che si possa immaginare, così come l'oro è il più apprezzabile dei metalli.
Questa concezione esistenziale si ispira alla filosofia epicurea che invitava l'uomo a godere dei piaceri della vita senza abusarne, come per esempio bere il vino ma senza ubriacarsi, godere del cibo senza essere dediti alla crapula, apprezzare il piacere sessuale senza soggiacere alla libidine. Qualora l'uomo la realizzi, avrà raggiunto il fine ideale che è quello di trovare una misura in tutte le cose, senza mai trascorrere negli eccessi, come il poeta stesso raccomanda quando dice anche est modus in rebus (Satire 1, 1, 106-107).
L'espressione, tuttavia, oggi viene anche usata in senso ironico e sarcastico, in riferimento a una persona che non ha particolari capacità e non risplende per apprezzabili doti intellettuali, ma occupa ugualmente un posto di responsabilità.
http://it.wikipedia.org/wiki/Aurea_mediocritas





‎Chi non si intende di navigazione, si guarda bene dal guidare navi; soltanto chi ha studiato prescrive l'abrotono al malato; di medicina si occupano i medici, e gli artigiani esercitano ciascuno il loro mestiere. Tutti, invece, capaci o incapaci, siedono al governo.
Orazio

Il popolo è un pessimo giudice, nella sua stoltezza per lo più onora chi non lo merita, perché stupidamente crede all'apparenza.

Orazio



L'ira è un furore di breve durata, trattieni i tuoi impulsi, che, se non sono sottomessi, comandano.
Orazio


Poni un limite ai tuoi desideri:
a chi è troppo avido manca sempre qualcosa.
Quinto Orazio Flacco


Bisogna saper distinguere l’apparenza dalla sostanza:
quando si muore di sete, è inutile cercare un calice d’oro.
Orazio


Chi vive nella paura non sarà mai libero
Orazio





Gìgnōske kairòn
"Riconosci il momento giusto!", massima di Pittaco di Mitilene. 
Il dio greco del momento giusto, Kairos, era rappresentato rasato sulla nuca e un ciuffo di capelli sulla fronte, che si doveva afferrare al momento giusto.
La versione latina è «Tempus nosce» o «Nosce tempus».




Non domandarti
non è giusto saperlo 
a me, a te quale sorte
abbian dato gli dèi,
e non chiederlo agli astri,
o Leuconoe;
al meglio sopporta quel che sarà:
se molti inverni Giove ancor ti conceda
o ultimo questo 
che contro gli scogli fiacca le onde
del mare Tirreno. 
Sii saggia, mesci il vino
breve è la vita
rinuncia a speranze lontane. 
Parliamo
e fugge il tempo geloso:
cogli l'attimo,
non pensare a domani.
Orazio, Carpe diem


Carpe diem, quam minimum credula postero 
Cogli l'attimo, confidando il meno possibile nel domani
Quinto Orazio Flacco


Nessun testo alternativo automatico disponibile.


Mentre parliamo il tempo, invidioso, sarà già fuggito. 
Godi il giorno, confidando meno che puoi nel domani.
Orazio




Carpe diem quam minimum querula postero...




Nulla impedisce di dire la verità scherzando
Orazio


Perchè ti affretti a togliere il granellino di sabbia che offusca il tuo occhio e per quello che ti mangia l'animo rimandi il momento di intervenire di anno in anno?
Orazio


Perché, se qualcosa ti dà noia / 
all'occhio, sei sollecito a rimuoverla/ 
e d'anno in anno rimandi la cura/ 
del male interno che ti rode l'animo ? 
Cominciare significa aver fatto/ 
metà dell'opera; osa conoscere; comincia.
Lettera a Lollio Massimo di Orazio (Epistolae, I, 2, 40)

“nam cur / 
quae laedunt oculos festinas demere, si quid/ 
est animum, differs curandi tempus in annum?/ 
dimidium facti qui coepit habet: sapere aude:/ incipe.” 





...sii saggia, filtra il vino; e poiché il tempo è breve,
riduci la lunga speranza. Mentre parliamo sarà già fuggita la vita invidiosa: 

cogli il giorno, e non credere al domani.
Orazio, Odi, Libro I

«... sapias vina liques, et spatio brevi 
spem longam reseces. Dum loquimur fugerit invida 
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.» 


«Non domandarti – non è giusto saperlo – a me, a te quale sorte abbian dato gli dèi, e non chiederlo agli astri, o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà: se molti inverni Giove ancor ti conceda o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino – breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo e fugge il tempo geloso: “carpe diem”, non pensare a domani.»
Orazio Carminum I, 11



Chi parla male alle spalle dell'amico assente, chi non lo difende quando altri lo incolpa, chi si diverte con le feroci denigrazioni per accaparrarsi la fama di uomo di spirito, chi giunge ad inventarsi ciò che non ha mai visto, chi non sa tenere un segreto: costui è di animo nero e spregevole; da questi, dovrai sempre guardarti e diffidare.
Orazio Flacco
Cultura Classica:
CARPE DIEM
Tu non domandare,
non è concesso agli uomini saperlo,
quale la fine di vita a te, o Leuconoe *, quale a me
gli dèi abbiano sancito,
e non stare a consultare
gli oroscopi babilonesi.
Sia che molti inverni
Giove abbia stabilito per noi,
sia che si riveli l’ultimo,
questo che ora sfianca il mar Tirreno
contro le opposte scogliere,
quant’è meglio accettare qualunque cosa sarà.
Sii saggia, spilla il vino
e dallo spazio breve della vita
una lunga speranza toglila via.
Noi parliamo, e intanto se ne sarà andato
il tempo, ostile: 
afferralo il tempo, fiduciosa nel domani
il meno che puoi.


• Leoconoe, nome di una interlocutrice immaginaria. E’ un nome di impasto linguistico greco: leukòs = bianco, nous= mente. Quindi ingenua, mente candida. O candida-mente
• Il verbo càrpere indica il gesto di cogliere un frutto o un fiore. Qui l’uso è metaforico.
E’ inverno , e la scena è in un interno. Il freddo impedisce il lavoro, e la candida mente butta via il tempo a interrogarsi sul domani, e pretendere di prevederlo con l’aiuto degli oroscopi. Ma la razional mente la richiama alla realtà: cosa si può fare oggi? Spillare il vino e aggiungere abbondante legna sul fuoco, come dice in un’altra splendida ode. Questo è quello che puoi fare oggi: fallo, e non te ne privare, dietro pensieri vietati alla condizione umana, pur tuttavia capaci di distoglierti dal fare quello che puoi fare. Il domani è nella mente di Giove, quindi fuori della nostra portata, e preoccuparcene può recarci danno, con l’ impedirci di fruire dell’oggi, intanto.
Qualcuno traduce CARPE DIEM con “l’attimo fuggente”, che è stato anche titolo per un bel film e di successo. Ma non mi pare giusto. Sia la parola “attimo” che la parola “fuggente”, ed ancor più se messe insieme, hanno un che di angosciante e di angosciato, che può anche essere legittimo, ma non in Orazio. Il poeta è un epicureo convinto, anche se non proprio ortodosso, per qualche sua piccola eresia rispetto alla dottrina del Maestro. E per Epicuro è saggio colui che approda ad una condizione di vita serena. Questa – ma purtroppo raramente – ci può arrivare anche come grazioso dono del destino. Di solito, però, è una nostra conquista. Come? Selezionando i dati della vita, fino ad enucleare quelle pochissime cose, che sono veramente INDISPENSABILI ED INEVITABILI per vivere bene, così da ridurre al minimo minimo ciò da cui ci può venire turbamento. E meno cose sono importanti per noi, meno può succedere che vengano a mancarci, turbandoci. L’ASSENZA DI TURBAMENTO è la condizione base, perché noi si raggiunga quella condizione di spirito, che si chiama ATARASSIA (imperturbabilità, mancanza di turbamento). E’ il porto tranquillo del saggio, da cui osserva gli altri lottare accanitamente contro i marosi della vita. Detto per inciso, SAGGEZZA non è un capo di abbigliamento, da togliere ed indossare a seconda delle occasioni, ma uno stabile stato d’animo, che ci permette di affrontare le vicende della vita al meglio possibile per gli esseri umani. Non mi pare poco, né cosa da guardare con aria di compatimento e di sufficienza. Dunque, se il saggio epicureo è colui che ha costruito se stesso, in modo tale da evitare il turbamento dell’angoscia, allora si va fuori del giusto, se si attribuisce ad Orazio, poeta epicureo, un’esortazione carica d’angoscia, qual è “l’attimo fuggente”.
C’è anche la traduzione “cogli l’attimo”, che pare meno angosciante dell’altra, ma non tanto. “Vivi alla giornata”, è l’altra interpretazione che si incontra. Ma anche questa non si inquadra nel pensiero epicureo: il saggio arriva ad essere tale solo con un assiduo lavoro su se stesso, essendo la saggezza un progetto di vita, da costruire giorno dopo giorno, come un filo ininterrotto, che si dipana nel tempo, un giorno dopo l’altro, mentre “vivi alla giornata” mi pare che presupponga un atteggiamento del tipo “vediamo che succede”, ieri non conta, domani si vedrà: vale solo l’oggi. Ma l’oggi non esiste, direbbero Platone, S.Agostino e Bergson, oscillando esso tra ciò che non c’è più (il passato) e ciò che ancora non c’è (il futuro).
E allora? Il senso – anche alla luce di altre Odi ed altri componimenti oraziani – a me pare questo: la vita, giorno per giorno, offre ad ognuno di noi l’opportunità di fare qualcosa di bello, di buono, di utile, o anche di importante per noi e per gli altri. Bene! Fallo oggi, perché domani avrà altre opportunità, e forse non ci sarà spazio per qualcosa da fare oggi e rinviato a domani, e rischi di perderlo. Ma il bello il buono l’utile l’importante, come i loro contrari, presuppongono una fase di ricerca e costruzione, per definirli e stabilire che cosa essi siano: lavori che richiedono tempo, e mal si combinano con “vivi alla giornata”. Le opportunità non vanno rimandate, ancor meno per chiedersi su cosa sarà domani, perché può darsi che il domani non ci sarà (facciamo pure gli scongiuri, ma…), o forse le condizioni favorevoli di oggi non ci saranno domani, o forse noi saremo distratti da altro, e addio opportunità di oggi, te ne vai via, e per sempre!
In questo quadro d’assieme è implicita una conclusione: la morte, questo lo si sa, verrà inesorabilmente, e insieme alla vita ci porterà via tutto. Tutto, tranne QUELLO CHE AVREMO VISSUTO, se non avremo sprecato il diem in cose inutili o irraggiungibili. Sempre su indicazione di Epicuro si può fare un elenco delle cose inutili, appresso alle quali noi dilapidiamo il tempo, anche oggi, ma ve ne faccio grazia. Solo una ne indico, la più perniciosa, perché si tira dietro molte altre: il denaro. E la filosofia epicurea è una filosofia ascetica, con i beni ridotti all’essenziale.
La morte , dunque, ci toglie la vita, ma nulla può contro quello che avremo vissuto. Quello resta, da qualche parte nell’esistente, chissà dove. Ma come si fa ad annullarlo? Neanche la morte può tanto.
A metà dell’ultima strofa c’è una straordinaria e modernissima intuizione poetica: “Noi parliamo, ed intanto il tempo SARA’ ANDATO via.”. SARA’ ANDATO, un futuro anteriore. Un futuro semplice sarebbe stato più tranquillizzante (una cosa che è di là da venire, preoccupa un po’ meno), mentre il futuro anteriore costringe a riflettere sul tempo, e a non sprecarlo con gli oroscopi (o con il Grande Fratello, le isole dei famosi, il calcio calcio calcio, soprattutto parlato, la comparsata in TV, e poi ‘a machina, er tabblett eccetera eccetera eccetera). Così è, se vi pare.
Va da sé che questa è una mia personale interpretazione del carme, sulla scorta della mia sensibilità personale e della conoscenza abbastanza ampia che mi attribuisco su Orazio. Ma la poesia ha di bello anche questo, che non v’è da stupirsi, se le chiavi di lettura sono le più varie.
Nelle foto ci sono una statua di Orazio (a Venosa, sua patria), l’ara pacis augustae, la villa di Orazio a Licenza, e l’auditorium di Mecenate. Era, Mecenate, di origine etrusca, di antica famiglia nobile, un re (lucumone) sarebbe stato, senza la conquista romana. Ma fu il consigliere numero uno di Augusto, e per lui fece della sua casa il punto di riferimento dei migliori intellettuali del tempo (Virgilio, Orazio, Livio, per dire i più noti), perché con le loro opere contribuissero all’affermazione dell’ideologia del principato. Va detto subito che non furono dei venduti (Livio, addirittura, era indicato come “pompeiano”, cioè nostalgico della repubblica, proprio in casa di colui che la stava abolendo a vantaggio della monarchia imperiale). C’erano, invece, delle corpose corrispondenze tra il pensiero di questi poeti ed il progetto di Ottaviano. Adesione quindi sincera e spontanea. Orazio in particolare suscitava simpatie da parte del principe, che gli consentì una vita agiata. Mecenate stesso gli regalò una villa signorile (a Licenza? A Vocone?). ma, quando Ottaviano iniziò a fare pressioni sul poeta perché scrivesse il Poema Epico Nazionale Romano, Orazio, che non si sentiva idoneo all’epica, oppose un rifiuto garbato, ma netto (haud mollia iussa = pressioni non proprio tènere, dirà Virgilio allinizio del libro III delle Georgiche). Potevano anche riprendersi tutto, sembrava dire il poeta, perché la sua corda preferita non era l’epica, ma la lirica. Scrisse quattro libri di liriche, le Odi, e da questi componimenti si aspettava quella gloria, che gli avrebbe consentito di sconfiggere la morte. Il tema del tempo è un chiodo fisso per lui, e torna di continuo, segno che è un pensiero difficile da risolvere se non esorcizzare. Ma per lungo tempo l’approccio è equilibrato e sereno. Il progetto iniziale per le odi era di tre libri: la prima ode del primo libro, quella di apertura dell’intero ciclo lirico, contempla la dedica a Mecenate, della cui amicizia Orazio si sente entusiasta, per una evidente empatia, e l’ultima del terzo libro è quella di congedo dalle odi. Ma poi aggiunse il quarto libro, e qui il tema del tempo si fa angosciante, qui veramente, mentre negli altri tre, pur ritornando di continuo, appare sotto controllo. Dice infatti nella VII ode (versi 7-12):
Non sperare l’immortalità, ti ammonisce l’anno
e l’ora che trascina via il giorno vitale.
Si stempera il freddo per il soffio di Zefiro, 
ma subito la primavera è incalzata dall’estate,
a sua volta destinata a tramontare ,non appena
l’autunno che porta frutti avrà dato i raccolti, 
e subito torna inerte la bruma.
Pochi tratti di pennello, e l’anno appena iniziato è di nuovo alla fine. Rapido, rapinoso, sfrenato..
Arrivederci a domenica prossima. Tratterò della fondazione di Roma, sulla scorta dei dati storici. E anticipo che non l’ha fondata Romolo, e che il suo nome non viene dal primo re, ma chissà mai da cosa! Neanche Cicerone lo sapeva. Se per le prossime volte vi interessa qualche argomento, comunicatemelo, vedrò se potrò accontentarvi (garantisco l’anonimato!!!). MI RIVOLGO A CHI LEGGERA’ QUESTO SCRITTO E NON E’ ISCRITTO AL GRUPPO: ISCRIVETEVI, E’ GRATIS, E PER SEMPRE, SE VI INTERESSA AVERE DI SICURO ANCHE GLI ALTRI POST.
_____________________________
Fulvio Marino
Il pifferaio tragico (romanzo lungo un giorno)
Prenotabile presso tutte le librerie Feltrinelli (specificare che rientra nel progetto ilmiolibro.it)

Una scorribanda nella nostra allucinata realtà, con recuperi della memoria di una generazione, ed un’ipotesi per uscire dall’attuale stallo generale. Si legge d’un fiato, ma poi ci si ritorna su.



Elenco blog personale