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domenica 18 marzo 2018

Libero arbitrio. Che tutti gli uomini nascono liberi è un sacrosanto principio giusnaturalistico recepito nelle Costituzioni figlie dell'Illuminismo. Ma se dal piano dei diritti si passa a quello dell'analisi della psiche dei singoli individui il "libero arbitrio" funziona solo in ambito religioso, ed è cioè un articolo di fede. Nasciamo "gettati nell'esistenza" in una situazione che non scegliamo e con la quale dobbiamo fare i conti essendo da essa, al di là delle nostre eroiche illusioni, profondamente determinati per tutto il corso della nostra vita.


Destino e/o libero arbitrio..

"Proprio come siamo inclini ad ammettere che il mondo sia come noi lo vediamo, così si suppone anche ingenuamente che gli uomini siano come noi ce li immaginiamo. ... Chiunque si crea in tal modo una serie di rapporti più o meno immaginari fondati essenzialmente su queste proiezioni...

L'uomo che lascia straripare la sua libido fissata all'ambiente dell'infanzia e non la libera per incanalarla verso mete più alte, cadrà in potere di una coazione inconscia. Ovunque egli sia, l'inconscio tornerà sempre a creargli l'ambiente infantile a causa della proiezione dei suoi complessi, ristabilendo così,di continuo e contro i suoi interessi vitali,la stessa dipendenza e la stessa carenza di libertà che in passato caratterizzavano il suo rapporto con i genitori. 
Il suo destino non è più nelle sue mani."
C.G.Jung 
da "La libido,simboli e trasformazioni"


“Non facciamo quello che vogliamo, ma tuttavia siamo responsabili di quel che siamo"
Jean Paul Sartre

Alessandra Govoni
Si potrebbe riassumere il discorso con questa frase di Sartre...
Siamo dotati di intelletto e raziocinio, teoricamente vige il libero arbitrio...
In verità siamo anche dotati di un corredo genetico complesso e siamo influenzabili dal nostro ambiente.. Imitiamo quello che ci circonda, possiamo anche contrapporci, elaborare e distinguerci.. 
Sta di fatto che nella maggioranza delle persone non vedo la consapevolezza e l‘analisi a 360 gradi delle proprie azioni..Molti sono marionette che si adattano ai vissuti parentali e all‘ambiente esterno, con l‘aggravante dell‘egoismo ben sviluppato...
Figli del proprio tempo che se l‘aggiustano a proprio piacimento..

Paolo Gentili 
A parte il fatto che il destino (cos'è?) non è mai nelle nostre mani, a meno non decidiamo di suicidarci (e allora lo è solo nel momento fatale) rimanere con un inconscio infantile può essere meraviglioso, quando se ne è consapevoli, e le terapie se non c'inguaiano (ma io non ne ho mai fatte, parlo scherzosamente, epperò col massimo rispetto per chi è sotto cura) non modificano nulla, credo, al massimo ci rendono un po' più consapevoli di noi stessi. 
Almeno questo è il parere di un "puer aeternus"...😊


Mauro Errico 
Per Jung il destino è prodotto dall'inconscio. 
E quindi attraverso la consapevolezza l'uomo ha la possibilità di autodeterminare la sua vita.
Il destino è il nome che si dà alla vita che l'inconscio decide per chi ne è inconsapevole.
Maggiore è la consapevolezza maggiore l'auto determinazione e di conseguenza la libertà. 
Concetti comunque da intendersi sempre relativamente e non in senso assoluto. 
L'inconscio comunque esiste.

Renato Solinas 
Il destino non esiste! E' una forma strutturata di superstizione. 
Credere nel destino può fare comodo a chi non è capace di assumersi la responsabilità dei propri comportamenti e delle proprie scelte. 
In realtà noi scegliamo sempre: 
i nostri successi li chiamiamo "fortuna", 
i nostri insuccessi "scalogna", "sfiga" ecc.
Credere che ci sia un "destino" che governa la vita delle persone è come credere al gatto nero che ci attraversa la strada, inutile e sciocca superstizione. Dovremmo tutti assumerci la responsabilità delle nostre azioni e di quello che producono, troppo comodo attribuirne la colpa al destino.🍀🍀


Renato Solinas 
L'uomo è libero [...]. Il fatto che l'uomo può essere prigioniero di condizionamenti che ne determinano le scelte è solo incidentale. Il concetto di "libero arbitrio" la dice lunga sulla nostra possibilità di scelta. Tutti nasciamo liberi, poi il processo di socializzazione a cui siamo sottoposti nell'età evolutiva e le dinamiche familiari ci creano dei vincoli che condizionano le nostre scelte. Il primo passo da compiere per tornare ad essere liberi è quello di assumerci le responsabilità delle nostre azioni e superare l'illusione del fatalismo.

Paolo Gentili 
Non sono d'accordo Renato. 
Che tutti gli uomini nascono liberi è un sacrosanto principio giusnaturalistico recepito nelle Costituzioni figlie dell'Illuminismo. Ma se dal piano dei diritti si passa a quello dell'analisi della psiche dei singoli individui il "libero arbitrio" funziona solo in ambito religioso, ed è cioè un articolo di fede. Nasciamo "gettati nell'esistenza" in una situazione che non scegliamo e con la quale dobbiamo fare i conti essendo da essa, al di là delle nostre eroiche illusioni, profondamente determinati per tutto il corso della nostra vita. L'unico relativo spazio di libertà è quello (potentissimo) della nostra immaginazione, da cui derivano l'arte e la conoscenza (anche quella scientifica e tecnica) nostri unici strumenti di "libertà" .


Paolo Gentili 
Se ti cade una tegola in testa è determinato dall'inconscio?  🤔😆

Mauro Errico 
Paolo Gentili ho detto prima che il discorso non va inteso in senso assoluto. 
La tegola no. È un incidente. Ma chi hai sposato si. E alcuni lo considerano destino.



Paolo Gentili
Sartre dice che l'uomo è "condannato ad essere libero" nel senso che gettato nell'esistenza deve per forza fare delle scelte, anche quella costante di restare in vita o suicidarsi. S. quindi mette in evidenza l'assurdo dell'esistenza. Personalmente a lui preferisco Camus: ma il discorso è troppo lungo. Buonanotte! 😊



Paolo Porcina 
Chissà cosa ne penserà Gustav di queste nostre riflessioni/interpretazioni!!


Rosanna Pizzo 
Ritengo che questo tema sia molto più diffuso di quanto non si creda, e che molta gente rimanga prigioniera degli apprendimenti che l'hanno condizionata nell'infanzia, con esiti diversi che vanno secondo un continuum dal disagio, dai disturbi dell' affettività che si manifesta in tanti modi fino alla omicidio-suicidio. Altrimenti, non risulterebbe comprensibile quanto ci riferiscono i mass media sul mondo che abitiamo e che ci circonda, un esempio é costituito, a mio avviso, dalle tragedie familiari, (l'ultima devastante, quella del carabiniere che ha ucciso le figlie e, ha tentato di uccidere la moglie per poi suicidarsi) dagli stessi femminicidi, ormai all'ordine del giorno che rinviano, spesso, ad appartenenze familiari pregresse , quindi attinenti le famiglie d'origine,dalle quali di fatto non si é mai usciti, in cui serpeggiano patologie coperte , che poi vengono messe in scena con atti eclatanti e distruttivi, le cui cause sono difficili da identificare, ovviamente... 
Proprio come dice Jung "L'uomo che lascia straripare la sua libido fissata all'ambiente dell'infanzia e non la libera per incanalarla verso mete più alte,cadrà in potere di una coazione inconscia.. Ovunque egli sia, l'inconscio tornerà sempre a creargli l'ambiente infantile a causa della proiezione dei suoi complessi, ristabilendo così,di continuo e contro i suoi interessi vitali,la stessa dipendenza e la stessa carenza di libertà che in passato caratterizzavano il suo rapporto con i genitori. Il suo destino non è più nelle sue mani."



Lucia Porcelli
Credo che ci si debba educare sin da piccoli al pensiero corretto, una volta si diceva che ogni sera ognuno di noi dovrebbe farsi un piccolo esame di coscienza sul vissuto della giornata e sembra oggi un richiamo infantile e invece penso che se siamo vittime del pensiero proiettivo è proprio perchè abbiamo un'anima rozza, immatura, incapace di porsi domande anche crudeli con se stessi. E' un esercizio continuo e una vocazione quella che ci porta alla libertà o al libero arbitrio sempre nei limiti dell'umano, la società ci ha insegnato invece a correre, ad anticipare, ad essere supponenti, a vincere, a tirare rapidamente le somme. La pulsione ha la meglio sul pensiero e la pulsione, lo scatto porta all'errore privo del pentimento che richiederebbe appunto un pensiero evoluto. Anche l'elaborazione del passato e la capacità di accogliere l'errore dei nostri genitori come elemento di analisi e di comprensione nonchè di strumento per una partenza individuale diversa nasce da una capacità perduta di quella lentezza profonda e piena di senso che gli orientali chiamano meditazione. L'Occidente è vittima di una irrecuperabile schizofrenia dovuta ad una strutturale ormai frattura cartesiana tra mente e corpo che nessuna psicoanalisi potrà guarire.


«Ciò che manca al nostro mondo è la connessione psichica, che nessun collegio di esperti, nessuna comunità di interessi, nessun partito, nessuno Stato potrà mai surrogare.» 
Jung


Chi percepisce contemporaneamente la propria ombra e la propria luce, vede se stesso da due lati e, in tal modo, raggiunge il centro » 
Jung Simbolo e Conoscenza pag 196


Ariella Williams 
Educare al pensiero corretto è un'utopia perché presume dei valori e delle modalità oggettive. Ciascuno è un prodotto unico, fatto di componenti altrettanto uniche, ciascuna l'effetto di un complesso di accidenti ed incidenti irriproducibili e unici anche loro. Il concetto di corretto dev'essere inteso solo relativamente e anche questo sarà comunque limitato all'ottica del momento e della persona/gruppo. Purtroppo troppi si sono accaparrati il ruolo di arbitres del corretto più per sete di potere che per motivi altruisti e disinteressati, e di questi sia la storia che la quotidianità ne sono piene.


Lucia Porcelli 
anche il nichilismo ha il suo potere e personalmente condivido con Galimberti quanto scrive a proposito dell'Ospite Inquietante


Ariella Williams 
 Lucia Porcelli sono d'accordo che bisogna allargarsi al concetto in senso lato, ma quando si parla di comportamenti, atteggiamenti, senso di sé nel contesto che ci ospita, ecc., si parla sempre di costrutti artificiosi, seppure vissuti in buona fede, e quindi con un'infinità di varianti. Viviamo in una società, quella occidentale intendo, che è costruita sempre più sulla base del bisogno e dei modi per soddisfarlo, e questo porta progressivamente all'intorpidimento e all'atrofia di altre pulsioni più indipendenti e quindi implicitamente più critiche dello status quo e meno legate simbioticamente al paradigma do ut des, che ci lega sempre più a chi dà in cambio del nostro essere.

Lucia Porcelli 
bisogna allenarsi contro quell'intorpidimento e non darla vinta a questa società del do ut des .


Ariella Williams 
Per allenarsi ci vuole un coach che non sia nelle tasche di sponsors senza scrupoli. Basta vedere come hanno approfittato le varie chiese quando sono state messe in quel ruolo

Lucia Porcelli 
ma lascia perdere le chiese pensa piuttosto al male che hanno fatto i cattivi maestri del relativismo manipolatorio


Ariella Williams 
Come si fa a lasciar perdere le chiese quando il peggior relativismo manipolatorio è sempre venuto da loro, al servizio del potente di turno? E continua ancora adesso, dietro la facciata del politically correct. Professionalmente parlando, i problemi presentati dai miei clienti/pazienti erano sempre inequivocabilmente causati da un'immagine di sé storpiata dalle ottiche altrui e da imperativi introiettati fin da piccoli perché le figure di riferimento li avevano educati così. Siamo tutti in un ingranaggio che mira a nascondere la vera essenza individuale a beneficio del nostro ruolo di consumatori



Sabrina Panini 
Il destino non esiste. Esistono le casualità che ci fanno nascere bianchi o neri, uomini o donne; che ci fanno appartenere a una cultura piuttosto che a un'altra. Con il nostro bagaglio di coincidenze che ci definiscono alla nascita, cominciamo il nostro viaggio fatto di scelte più' o meno libere, di decisioni più o meno consapevoli. Esiste il libero arbitrio dunque, ma la potenza con cui può essere esercitato varia a seconda della situazione di partenza che ne condiziona l'efficacia in termini di ricadute effettive sulla vita reale.


“L’epistemologia convenzionale che chiamiamo “normalità”, esita a rendersi conto che le proprietà sono solo differenze e che esistono solo nel contesto, solo, nella relazione. Noi astraiamo dalla relazione e dalle esperienze di interazione per creare oggetti e dotarli di caratteristiche. Allo stesso modo esitiamo ad ammettere che il nostro stesso carattere è reale solo nella relazione. Noi astraiamo dalle esperienze di interazione e di differenza per dar vita a un sé che dovrà continuare (dovrà essere reale o cosale) anche al di fuori della relazione” .
Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente


Rosanna Pizzo 
Quindi, a mio avviso, come dice Bateson, la relazione è fondativa, dell’essere al mondo dell’uomo.
Infatti, l'uomo nasce nella relazione, tant'è che il cosiddetto apprendimento 2 o duedeutero-apprendimento, di batesoniana memoria, è una maniera di segmentare l'esperienza attraverso sequenze di relazioni apprese.
Esso non può essere verificato attraverso la realtà, non è né giusto, né sbagliato: è solo un modo di conoscere e strutturare delle abitudini di pensiero, durante l'infanzia, è inconscio e come tale inestirpabile. Per cui c'é un problema delle origini con cui dobbiamo fare i conti e quindi in parte il destino é l'appartenenza familiare e gli apprendimenti acquisiti all'interno di detto contesto da cui muoviamo nel bene e nel male.


Lucia Porcelli 
dotta disquisizione come sempre Rosanna ma io non condivido se non in parte, penso che gli intellettuali spesso chiudono quell'ipertesto che è la vita dalle infinite possibilità senza volerlo. Quando pensavo al pensiero corretto (espressione infelice) non intendevo un pensiero escludente ma un pensiero includente , un pensiero che accoglie il mistero ....unica salvezza, unica libertà, quell'amore che Jung disse di non essere riuscito a comprendere perchè ci induce a percepire contemporaneamente la propria ombra e la propria luce ma così facendo anche quella dell'altro uscendo dal proprio destino e dal pensiero proiettivo, stabilendo cioè quell'unica possibile relazione che chiamiamo anima. L'anima è relazione o non è. Prima di morire il più grande scienziato della modernità ci lasciò questo messaggio "se vi capita di cadere in un buco nero non vi rassegnate perchè una uscita esiste" e questo ci dice molte cose su cui riflettere e lavorare su noi stessi.













domenica 23 aprile 2017

Tolleranza e libertà religiosa. la tolleranza non indebolisce lo stato, ma lo rafforza. Nel 1598 l’editto di Nantes concretizzò le dottrine dei politiques, in antitesi alle convinzioni più diffuse: era l’intolleranza a essere pericolosa per l’ordine pubblico, perché spingeva alla violenza le confessioni discriminate. La difesa degli interessi dello stato (la pace e l’ordine) era più importante della lotta contro l’eresia.


  • Tolleranza e libertà religiosa.
Introduzione.
Il principio di tolleranza religiosa consiste nell’ammettere che il seguace di dottrine che noi consideriamo false o erronee sia mosso da una fede sincera e abbia perciò il diritto di professarle liberamente e pubblicamente. 

Nel suo scritto del 1524 Sul libero arbitrio Erasmo da Rotterdam aveva delineato una doppia strategia della tolleranza: da un lato la necessità della moderazione e la buona disposizione a «contribuire alla chiarificazione della verità», senza scendere a «una lotta fra gladiatori»; dall’altro il riconoscimento che molti punti delle Sacre Scritture sono di difficile interpretazione e non devono cancellare il sostanziale accordo sugli elementi davvero essenziali della fede cristiana. Questo spirito di concordia non riuscì però a sopravvivere al clima sempre più rovente delle dispute di fede. 

Lutero, che era partito da un’idea molto ampia di libertà di coscienza, finì rapidamente per chiedere la pena di morte per gli eretici. 

Ugualmente le autorità di Ginevra, giustificate da Calvino, mandarono al rogo per eresia Michele Serveto e vietarono la pubblicazione del libro di Sebastiano Castellione a favore della tolleranza.

Di tolleranza si può parlare anche in un senso diverso, pensando al rapporto fra lo stato e gli individui. Può lo stato tollerare l’esistenza di più confessioni quando si è, purtroppo, dovuto constatare che ciò conduce alla guerra civile? 
La risposta fu a lungo negativa e il principio del cuius regio eius religio, per cui i sudditi avrebbero dovuto conformarsi alla religione del loro principe, fece da fondamento a una pratica di intolleranza essenzialmente indirizzata a salvare la pace all’interno dello stato. 

Le guerre di religione francesi suonarono come una pesante smentita per chi aveva pensato che lo stato fosse in grado di far convivere confessioni diverse. Nel 1598 l’editto di Nantes fece della Francia un caso eccezionale di grande stato che concedeva la pace religiosa a una consistente minoranza. Ma l’idea di tolleranza che in tal modo si era affermata conteneva ancora un giudizio di riprovazione nei confronti di ciò che veniva tollerato. Quella che veniva chiamata “pretesa religione riformata” era, appunto, soltanto tollerata, perché si riconosceva che tentare di sopprimerla provocava mali maggiori che concederle delle garanzie.

L’affermazione del moderno principio della libertà di coscienza in materia religiosa – non più soltanto “tollerata” ma affermata come un valore in sé – fu un passo ulteriore e più difficile. Un ruolo decisivo fu giocato in ciò dagli anabattisti (protestanti tedeschi che sostenevano la non validità del battesimo impartito ai neonati), dopo che questi ebbero abbandonato l’originario fanatismo. Fu da questo anabattismo pacifista che all’inizio del XVII secolo nacquero, in Olanda, in Inghilterra e in alcune delle colonie inglesi in America, chiese come quelle dei battisti, che praticano tuttora il battesimo in età adulta, e dei quaccheri il cui fondatore George Fox, invitando i fedeli a “tremare” (to quake, in inglese) davanti alla parola di Dio, li esortava a una vita semplice e a rinnegare il lusso e l’uso delle armi. 

Dalla dottrina della separazione fra chiesa e stato queste chiese ricavarono, accanto al rifiuto della guerra e di ogni violenza, la totale autonomia della coscienza di fronte a qualsiasi potere costituito. Diventava alla fine possibile teorizzare come un fatto positivo l’esistenza di molte dottrine religiose.

https://keynes.scuole.bo.it/siti_tematici/farestoria/percorsi/p04_02_00.html



  • Libertà di coscienza e repressione dell’eresia.
Sin dai suoi primi scritti Lutero rivendicò l’autonomia della fede da ogni potere esterno, fosse lo stato o la chiesa organizzata. Poiché nessuna forza materiale, ma solo lo Spirito Santo, poteva suscitare la fede, non poteva esistere alcun potere legittimo in grado di costringere gli eretici a credere. 

Fra le affermazioni di Lutero condannate dalla bolla papale di scomunica del 1520 vi era anche questa: «Mandare al rogo gli eretici è contro la volontà dello Spirito». In seguito, di fronte al movimento anabattista e ai suoi incitamenti alla violenza, Lutero tenne fermi i suoi princìpi: 
in quanto rivolta armata l’anabattismo andava represso dallo stato, ma in quanto eresia andava combattuto con armi spirituali. Ma nel 1530, quando in Germania si erano affermate le chiese protestanti di stato, Lutero rovesciò del tutto le sue posizioni: anche gli eretici non sediziosi vanno condannati a morte.

1525
Quanto agli eretici e ai falsi dottori, non dobbiamo sradicarli né sterminarli. 
Il Cristo dice apertamente che bisogna lasciarli crescere. La Parola di Dio è il nostro unico soccorso e in questo campo colui che è cattivo oggi può diventare buono domani. Chissà se la parola di Dio non potrà toccare il suo cuore? Ma se egli viene bruciato o distrutto la sua conversione è resa impossibile […]. Ecco perché il Signore dice che il buon grano rischia di essere strappato con la zizzania. Ciò è avverso agli occhi di Dio ed è assolutamente insostenibile.

1527
Non è giusto, e io sono profondamente turbato, che quei poveretti [gli anabattisti] siano miseramente messi a morte, bruciati e crudelmente assassinati. Lasciamo che ognuno creda quello che vuole: se è nell’errore avrà abbastanza punizione nel fuoco dell’inferno. A meno che non vi sia sedizione, si dovrebbe mettere loro di fronte la Scrittura e il Verbo di Dio. Con il fuoco non otterremo nulla.

1530
[Accanto agli eretici sediziosi] vi sono altri eretici, che pretendono insegnare contro un articolo pubblico della fede, chiaramente fondato sulla Scrittura e professato nel mondo intero da tutta la Cristianità, come gli articoli che si insegnano ai bambini nel Credo. Questi eretici pretendono insegnare in particolare che il Cristo non è Dio, ma soltanto un uomo; che non è, in conseguenza, se non un profeta come un altro, come dichiarano i Turchi e gli anabattisti. Questi individui non devono venir tollerati ma puniti come bestemmiatori pubblici [...]. Mosè nella Legge comanda di lapidare tali bestemmiatori e anche tutti i falsi dottori.

da J. Lecler, Storia della tolleranza nel secolo della Riforma, Morcelliana, Brescia 1967, vol. I, p. 180; 

R. Bainton, La lotta per la libertà religiosa, Il Mulino, Bologna 1963, p. 56; J. Lecler, op. cit., p. 189.

Come si evolve la posizione di Lutero dal 1525 al 1530 nei confronti degli eretici e della tolleranza religiosa? (max 5 righe)




  • Il caso Serveto.
Teologo e medico, l’umanista spagnolo Michele Serveto, che aveva negato nei suoi scritti il dogma trinitario, si trovò a essere osteggiato come eretico sia dai cattolici che dai protestanti. Dopo aver girovagato per vent’anni in Europa, nell’estate del 1553 Serveto commise l’errore di cercare rifugio a Ginevra. Qui fu arrestato e, avendo rifiutato di ritrattare le sue dottrine antitrinitarie, fu condannato a morte e messo al rogo il 27 ottobre. Nel febbraio 1554, Calvino giustificò la condotta tenuta dalle autorità di Ginevra dando alle stampe, in latino e in francese, un libro dal titolo Difesa della fede ortodossa sulla Santa Trinità. In esso il riformatore biasimava chi per troppa misericordia accettava che «si desse voga a qualsiasi errore per tollerare un uomo» e si richiamava al Dio terribile e vendicatore della Bibbia. In maniera che non può non sembrarci contraddittoria, Calvino non ammetteva che l’esecuzione di Serveto fosse paragonata alla prassi dell’Inquisizione cattolica, che metteva l’esercizio della coercizione al servizio dell’errore e non della verità.
Sebbene riconosca che non è in mano dei principi il potere di entrare nel cuore degli uomini per mezzo dei loro editti e di toccarli in modo che essi si assoggettino a Dio e si accordino con la verità, tuttavia la loro vocazione li costringe a non sopportare che il nome di Dio venga vituperato e che le cattive e velenose lingue riducano a brandelli la sua santa parola […].

I papi non hanno nessun altro motivo per infierire con i loro roghi, se non il fatto che non tollerano che si deroghi in alcunché alle loro false leggi. Non bisogna stupirsi se essi, essendo spenta la luce della vera dottrina, si scatenano così furiosamente [...]. Ben diversa è la Chiesa di Dio [...]. Non c’è alcun dubbio che noi dobbiamo osservare perfettamente sia la prudenza che la mitezza e che, inoltre, l’azione processuale deve aprirsi con un sereno e pio esame della dottrina religiosa. Ma ciò non impedisce che il dovere del magistrato sia quello di reprimere con la spada e con le punizioni coloro che, avendo essi stessi apostatato dalla retta fede, sollecitano altri a ribellarsi e, comportandosi in modo blasfemo, con i loro inganni seducono anime deboli, sconvolgono la pace della chiesa e lacerano profondamente il tessuto della concordia religiosa.

da J. Lecler, Storia della tolleranza nel secolo della Riforma, Morcelliana, Brescia 1967, vol. I, p. 377; 
M. Firpo, Il problema della tolleranza religiosa nell’età moderna, Loescher, Torino 1978, p. 108.
Perché il giudizio espresso da Calvino sulla condanna a morte inflitta a Michele Serveto appare contraddittorio? (max 5 righe)




  • La spada e la dottrina.
Originario di un villaggio della Savoia, l’umanista Sebastiano Castellione (1515-63) aveva aderito alla Riforma ed era vissuto fra il 1541 e il 1544 a Ginevra, scontrandosi con l’intransigenza di Calvino. Si era poi trasferito nella città riformata (ma più tollerante) di Basilea, dove nel 1554 pubblicò (sotto falso nome) l’opuscolo Se gli eretici debbano essere perseguitati. 

Riprendendo gli argomenti del primo Lutero, Castellione affermava: 
«la religione non risiede nel corpo ma nell’anima, che non si può raggiungere con la spada dei principi». Nella dedica al duca del Württemberg egli presentava in una sorta di parabola la degenerazione che aveva fatto precipitare la discussione religiosa in guerra tra fazioni armate. 
Era come se il duca si fosse allontanato per qualche tempo e durante la sua assenza i sudditi avessero cominciato a disputare su come sarebbe tornato. «“Verrà a cavallo!”, dice uno; “Macché, sul cocchio!”, dice un altro. “Tu menti”. “Sei tu che menti”. “E allora piglia su questo pugno!”. “E tu prenditi questo pugnale nella pancia!”» Più espressamente diretto contro l’intolleranza di Calvino era il Contra libellum Calvini, scritto da Castellione alla fine del 1554 e rimasto inedito fino al 1612.
Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo. 
Quando i ginevrini hanno ucciso Serveto non hanno difeso una dottrina, hanno ucciso un uomo. 
Non spetta al magistrato difendere una dottrina. Che ha in comune la spada con la dottrina? 
Ad essa provvede chi insegna. Certo, la funzione del magistrato è di proteggere chi insegna, come deve proteggere l’artigiano, il contadino, il medico, tutti i cittadini, se si fa ad essi un torto. Se Serveto avesse voluto uccidere Calvino, il magistrato avrebbe fatto bene a difendere Calvino. Ma poiché Serveto aveva combattuto con scritti e con ragioni, con scritti e con ragioni bisognava refutarlo [...]. Uccidere un uomo non è amputare un membro della Chiesa. Amputare un membro indegno del corpo di Cristo vuol dire escludere l’eretico dalla Chiesa (ed è ufficio del pastore), non vuol dire escluderlo dalla vita.

S. Castellione, Contra libellum Calvini, in Idem, Fede, dubbio, tolleranza, a c. di G. Radetti, La Nuova Italia, Firenze 1960, pp. 19-20.

In che modo i ginevrini avrebbero dovuto combattere le tesi di Serveto secondo Sebastiano Castellione? Per quali motivi? (max 5 righe)




  • Le tesi dei “politici”.
Durante le guerre di religione francesi il partito dei politiques (“politici”) un “terzo partito” che non si identificava né con la Lega cattolica né con gli ugonotti, cercò di influenzare la monarchia perché favorisse il compromesso religioso in nome del superiore obiettivo della pace. Michel de l’Hospital (1505-73), cancelliere del regno dal 1560 al 1568, fu riconosciuto come uno dei maggiori esponenti del partito che poneva la politica al di sopra della fede. Nel discorso agli Stati generali del 1560 lo troviamo ancora oscillante fra il principio del cuius regio eius religio e l’invito al compromesso. In una lettera al re scritta verso il 1570 mostra molto più apertamente che la tolleranza non indebolisce lo stato, ma lo rafforza. 

Nel 1598 l’editto di Nantes concretizzò le dottrine dei politiques, in antitesi alle convinzioni più diffuse: era l’intolleranza a essere pericolosa per l’ordine pubblico, perché spingeva alla violenza le confessioni discriminate. La difesa degli interessi dello stato (la pace e l’ordine) era più importante della lotta contro l’eresia.

1560
La causa di Dio non ha bisogno di essere difesa con le armi. 
“Rimetti la tua spada nel fodero”. La nascita, la continuazione, la conservazione della nostra religione non sono dipese dalla forza delle armi [...]. 
È follia sperare la pace, il riposo e l’amicizia tra persone di religione diversa. 
Non vi è opinione che penetri tanto addentro ai cuori degli uomini come l’opinione religiosa, né altra che li separi tanto gli uni dagli altri [...]. Un francese e un inglese che siano della stessa religione hanno fra loro più amicizia che due cittadini di una stessa città, sudditi di uno stesso signore, che fossero di religioni diverse [...]. Di qui nasce l’antico proverbio “una fede, una legge, un re”. Ed è difficile che gli uomini essendo di una tale diversità e contrarietà di opinione, si possano trattenere dal venire alle armi [...].
Il coltello non serve contro lo spirito, se non vogliamo uccidere insieme al corpo l’anima [...]. 
La dolcezza reca maggiori benefici del rigore. Sbarazziamoci di queste parole diaboliche, nomi di partiti, fazioni, ribellioni, luterani, ugonotti, papisti: lasciamo immutato il nome di cristiano.


1570
Proprio come un padre che avendo due figli in discordia non fa combattere, ma cerca di farli riconciliare fra loro, in modo che essi siano come due forti pilastri della sua vecchiaia; così il nome del re, pieno di amore e di carità fraterna, non può sopportare una così sanguinosa e fellona [scellerata] ostinazione nello sterminare una così gran parte dei sudditi, se vi è il mezzo di ricondurli al loro dovere e di riconciliarli fra loro, poiché in questo sta la salvezza della Repubblica [...]. Ora vediamo che cosa offre il re con i trattati [gli accordi fra cattolici e ugonotti]. Dona loro lo Stato o delle terre? Li alleggerisce di qualche tributo o sussidio? Li esonera da qualche carica o da qualche dovere? Nulla di tutto questo. Che cosa offre loro? Egli dona una libertà di coscienza o piuttosto lascia in libertà le loro coscienze. Voi chiamate questo capitolare [arrendersi]? È una capitolazione quando un suddito promette, per convenzione, che riconoscerà il suo principe e resterà suo fedele suddito?

da H. Kamen, Nascita della tolleranza, Il Saggiatore, Milano 1967, p. 134; 
J. Lecler, Storia della tolleranza nel secolo della Riforma, Morcelliana, Brescia 1967, vol. II, pp. 54-55 e 96-97.
Perché Michel de l’Hospital considera particolarmente gravi i conflitti religiosi? 
A suo avviso, come potrebbero essere superati e risolti? (max 5 righe)

https://keynes.scuole.bo.it/siti_tematici/farestoria/percorsi/p04_02_04.html




  • La separazione fra stato e chiesa

Gli sviluppi verso il più compiuto diritto di libertà religiosa avvennero nei primi decenni del Seicento in Inghilterra, a opera di gruppi religiosi che si staccarono sia dalla religione di stato anglicana sia dal fanatismo dei puritani. Accanto ai dissenzienti calvinisti comparvero le sette più diverse, spesso derivate dal vecchio tronco dell’anabattismo, come quella dei battisti, sorta verso il 1610, o quella dei quaccheri, comparsa negli anni della guerra civile. I loro adepti furono spesso costretti all’esilio, nella più tollerante Olanda o nelle colonie nordamericane. Trasferitosi nel 1630 nel Massachusetts, il battista Roger Williams (1604-81) aveva potuto constatare come fra i calvinisti della colonia americana vigesse un clima di intolleranza peggiore che in Inghilterra (controllo della vita privata, obbligo di assistere ai servizi religiosi). Espulso nel 1635, Williams fondò allora insieme a un gruppo di dissidenti la città di Providence, primo nucleo del Rhode Island e prima città americana nella quale si praticasse la più totale libertà religiosa. Nel 1644 Williams indirizzò contro il fanatico predicatore puritano di Boston John Cotton l’opuscolo La sanguinosa dottrina delle persecuzioni per causa di coscienza; in questo scritto e nella successiva Lettera alla città di Providence (1655) Williams ricorreva a efficaci immagini per rappresentare la separazione fra stato e chiesa.


1644
La Chiesa o società di adoratori, sia essa vera o falsa, è assimilabile a un corpo o a un collegio di medici in una città, a una cooperativa, società o compagnia di commercio con le Indie orientali o con la Turchia. Queste società possono tenere le loro riunioni, possedere dei registri, organizzare delle discussioni; negli affari che le riguardano, esse possono disunirsi, scindersi, dividersi in scismi e fazioni, citarsi in giudizio, dissolversi e sparire, senza che la pace della Città ne sia turbata minimamente. Il benessere e la pace di quest’ultima sono essenzialmente distinti da quelli delle società particolari. I tribunali, le leggi, le sanzioni della Città sono distinti dai loro. La Città è a loro anteriore: essa rimane intatta e perfetta anche se una o l’altra corporazione viene a dividersi o a dissolversi.

1655
Sono tante le navi che vanno sul mare, ognuna delle quali, con centinaia d’anime a bordo, accomunate nel benessere e nel dolore, offre un vero ritratto di una comunità di cittadini [...]. È accaduto talvolta che su una stessa nave fossero imbarcati papisti e protestanti, ebrei e turchi: ammesso tale presupposto, affermo che tutta la libertà di coscienza per la quale io abbia mai perorato è imperniata su due soli cardini, e cioè che papisti, protestanti, ebrei o turchi non vengano costretti a intervenire alle preghiere o alle funzioni della nave, né siano costretti ad astenersi dalle proprie preghiere o funzioni, se ne praticano. Aggiungo inoltre di non aver mai negato che, nonostante la libertà, il comandante di quella nave debba comandare la rotta della nave, e comandare anche affinché giustizia, pace e temperanza siano osservate e praticate tanto fra i marinai quanto fra i passeggeri.

da J. Lecler, Storia della tolleranza nel secolo della Riforma, Morcelliana, Brescia 1967, vol. II, p. 509;
H. Kamen, Nascita della tolleranza, Il Saggiatore, Milano 1967, p. 190.



A quale metafora ricorre Roger Williams per illustrare il funzionamento di una società basata sulla tolleranza religiosa? Quali sono per lui i cardini della libertà di coscienza? (max 5 righe)



  • L’affermazione della libertà religiosa

I dibattiti religiosi ebbero un peso preponderante nei primi anni della guerra civile inglese e tornarono di attualità anche al momento della rivoluzione del 1688. Fu in questo clima che il letterato John Milton (1608-74) pubblicò nel 1644 l’Areopagitica, mentre nel 1689 il filosofo John Locke pubblicava la Lettera sulla tolleranza. L’opera di Milton non solo conteneva una difesa della libertà di stampa divenuta presto classica ma anche nuovi argomenti a favore della libertà religiosa, ponendo in particolare la libera discussione al di sopra dell’immutabilità del dogma. Anche Locke, riprendendo tesi difese con poca fortuna da Erasmo e Castellione, considerava le sottili questioni teologiche, sulle quali potevano esistere verità opposte, come secondarie rispetto a uno stile di vita cristiano fatto di mitezza e benevolenza.


John Milton: il valore positivo della discussione religiosa
Ci sono quelli che non finiscono mai di lamentarsi degli scismi e delle sette e che riguardano come una grande calamità che si possa dissentire dalle loro proprie massime. Sono l’orgoglio e l’ignoranza loro le vere cause di tutto il disordine; son loro che non vogliono ascoltare pazientemente gli altri, né son capaci di convincerli [...].
Dove vivo è il desiderio di apprendere, lì molto sarà, necessariamente, il discutere, molto lo scrivere, molte le opinioni [...]. In preda a questi fantastici terrori di sette e di scismi, noi facciamo torto alla sincera e ardente sete di sapere e di vero che Iddio ha suscitato in questa nostra città. Di quello che altri deplorano noi dovremmo invece gioire [...]. D’altra parte non è forse possibile che la verità possegga più di un aspetto? Come spiegarci, se no, il gran numero di cose indifferenti, per le quali la verità può trovarsi dall’un lato o dall’altro senza cessare d’essere sempre la stessa? [...]. Se non possiamo pensare tutti allo stesso modo (e chi mai s’aspetta tanto?) vi è bene un consiglio, sicuramente più saggio e più cristiano: quello di tollerare molti, piuttosto che costringere tutti.

J. Milton, Areopagitica, Laterza, Bari 1933, pp. 100, 105 e 121-122.


John Locke: vita cristiana e ortodossia
Per quanto alcuni possano vantare l’antichità dei luoghi di culto e dell’autorità o la magnificenza di riti; altri le riforme cui è sottoposto il loro insegnamento; e tutti infine l’ortodossia della loro fede (perché ciascuno è ortodosso per se stesso): tuttavia, uno che possegga tutte queste doti non è ancora cristiano se manca di carità, di mitezza e di benevolenza verso tutti gli uomini in generale, anche quelli che non professano la fede cristiana [...].
Perché mai uno zelo così grande per Dio, per la Chiesa, per la salvezza delle anime – che arde fino a bruciare delle persone vive, ma lascia impuniti, senza neppure accorgersene, quei delitti e quei vizi morali che sono, per ammissione generale, diametralmente opposti alla professione del Cristo – si attacca soltanto, dedicandovi tutte le sue forze, all’introduzione di riti e alla correzione di opinioni, che per giunta riguardano per lo più questioni sottili che sorpassano la capacità di comprensione della gente comune? [...].
La cura delle anime non può riguardare il magistrato civile, perché la sua autorità consiste interamente nella costrizione. Ma, consistendo la religione vera e salutare nella fede interiore, senza la quale nulla ha valore presso Dio, la natura dell’umano intelletto è tale che esso non può essere costretto da alcuna forza estrinseca.

J. Locke, Lettera sulla tolleranza, in Idem, Scritti sulla tolleranza, Utet, Torino 1977, pp. 131-136.



Milton sostiene che non bisogna aver paura del dissenso e delle opinioni diverse. Per quali ragioni? (max 4 righe)

Quali rimproveri rivolge John Locke a molti cristiani del suo tempo? In che cosa consiste, secondo l’autore, la religione vera e salutare? (max 5 righe)


Tolleranza e libertà religiosa
Esercitazioni
 
Dopo aver confrontato i testi di Lutero, Calvino e Castellione (documento 1, documento 2 e documento 3) scrivi un breve elaborato evidenziando analogie e differenze nelle posizioni assunte dai tre autori sul problema della libertà religiosa e dei rapporti con le altre fedi. (max 20 righe)
 
Dopo aver letto i testi di Michel de l’Hospital, Roger Williams e John Locke (documento 4, documento 5 e documento 6), illustra sinteticamente le tesi sostenute dai tre autori a proposito dei rapporti tra stato e chiesa, evidenziando analogie e differenze. (max 20 righe)
 
Con opportuni riferimenti alle tue conoscenze, ai materiali di questo Percorso e alle informazioni contenute nel Manuale, sviluppa sotto forma di saggio breve destinato a studenti di scuola media superiore il seguente argomento: “Dall’intolleranza religiosa alla libertà di coscienza: i rapporti tra stato e chiesa nell’età della Riforma”.
La tua trattazione, che puoi anche dividere in paragrafi, non deve superare le quattro o cinque colonne di metà di foglio protocollo.

lunedì 10 giugno 2013

Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Giacché il segreto dell'esistenza umana non è vivere per vivere, ma avere qualcosa per cui vivere.

Fëdor Dostoevskij, "I fratelli Karamàzov" [Братья Карамазовы], 1879

Ama la vita più della sua logica, solo allora ne capirai il senso
Fëdor Dostoevskij

«Credo che tutti dovrebbero amare la vita prima di ogni altra cosa al mondo.»
«Amare la vita più del senso della vita?»
«Proprio così: amarla prima della logica, come dici tu, assolutamente prima di ogni logica, e solo allora se ne afferrerà il senso.»
Fëdor Dostoevskij, I Fratelli Karamazov

La forza centripeta sul nostro pianeta è ancora terribilmente forte, Alëša.
Si ha voglia di vivere, e io vivo, anche a dispetto della logica.
Sebbene io possa non credere nell’ordine delle cose,  
tuttavia amo le foglioline vischiose che si dischiudono in primavera,  
mi è caro il cielo azzurro e mi sono care certe persone, 
che a volte – lo crederesti? – non si sa neppure perché si amino, 
e mi sono care certe conquiste umane, 
nelle quali, forse, ho smesso di credere da un pezzo.
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov


Amate gli animali […]. Non inquietateli, non tormentateli, non togliete loro la gioia: non opponetevi all'intenzione di Dio. Uomo, non porti al di sopra degli animali: essi sono senza peccato mentre tu, nella tua grandezza, guasti la Terra al tuo solo apparire lasciando dietro di te la tua lurida traccia.
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov

E, fratello sono proprio io quell’insetto: è stato scritto appositamente per me. In tutti noi Karamàzov e anche in te, angelo, vive quell’insetto e scatena tempeste nel tuo sangue. Sì, tempeste perché la lussuria è una tempesta, è peggio di una tempesta! La bellezza è una cosa spaventosa e terribile! Terribile perché indefinibile, e definirla non si può perché Dio ci ha dato solo enigmi. Qui i due opposti si congiungono e tutte le contraddizioni coesistono. Io, fratello, sono poco istruito, ma ho allungo riflettuto su questo. Troppi misteri! Troppi enigmi opprimono l’uomo sulla Terra.
Svelali per quanto puoi ed escine sano e salvo.
Fëdor Michajlovič Dostoevskij, I fratelli Karamazov



«Io sono un Karamazov! 
Perché, se precipito in un abisso, è a capofitto,
con la testa in giù e i piedi in su,
e sono anzi contento di esservi caduto in maniera così degradante:
lo considero bello! E quando sono al fondo della vergogna innalzo un inno».
Fëdor Michajlovic Dostoevskij, “I fratelli Karamazov”


E sente anche che nel cuore gli cresce una commozione mai provata prima, che ha voglia di piangere, che vuole far qualcosa per tutti, perché il piccino non pianga più, perché non pianga mai la sua nera madre emaciata, perché nessuno pianga più da quel momento, e lo vorrebbe fare subito, senza rimandare e senza tenere conto di niente, con tutto l'impeto dei Karamazov. Fratello, in questi due mesi io ho sentito dentro di me un uomo nuovo, è risorto in me un uomo nuovo! Era prigioniero dentro di me, ma non sarebbe mai comparso senza questo fulmine. Cosa mi importa se starò per vent'anni a scavare minerale col martello nelle miniere? non ne ho affatto paura. Anche là nelle miniere, sottoterra, ci si può trovare accanto un cuore umano. No, la vita è completa anche sotto terra! [...] E cos'è poi la sofferenza? Non la temo, anche se fosse senza fine. Ora non la temo. E mi sembra che in me ci sia tanta forza da vincere tutto, tutte le sofferenza, pur di potermi dire: io sono!"
Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov


Il più delle volte chiamiamo “buio” la luce che i nostri occhi non riescono a vedere.
Chiamiamo “dolore” il piacere che non raggiungiamo, “odio” l’amore che non riusciamo a dare, “guerra” la pace che non abbiamo e “avere” tutto ciò che ci impedisce di Essere.
Aleksej Karamazov



«Un solo filo d'erba, un solo scarabeo, una sola formica, un'ape dai riflessi d'oro... testimoniano d'istinto il mistero divino>>.
I fratelli Karamazov (Братья Карамазовы)


Dmitrij Karamàzov:
"Taci, cuore,
pazienta, sopporta e taci!"
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov




«Bla bla bla! Il solito bigottismo e le solite frasi trite e ritrite! Frasi e gesti triti e ritriti! Le solite menzogne e la solita formalità delle genuflessioni fino ai piedi! Li conosciamo questi inchini! 
"Un bacio sulle labbra e un pugnale nel cuore", come nei masnadieri di Schiller.
Non amo la falsità, padri, voglio la verità! Ma la verità non è nei ghiozzi, e questo io l'ho già dichiarato! Padri monaci, perché osservate il digiuno? Perché mai vi aspettate una ricompensa in cielo per questo? Per un premio simile andrei anche io a digiunare! No, monaco santo, sii virtuoso nella vita, fa' del bene alla comunità, non chiuderti nel monastero dove trovi la pappa bell'e pronta, non aspettarti un premio lassù, ecco: questo sarebbe un po' più difficile. Anche io, padre igumeno, so parlare come si deve. Che cosa avete preparato lì?», e si avvicinò al tavolo. «Porto Vacchio Factori, Médoc imbottigliato dai fratelli Eliseev, suvvia, padri! Altro che ghiozzi! Vedi che po' po' di bottigliette hanno messo in mostra i padri, eh, eh, eh! E chi ha procurato tutto questo? E' stato il contadino russo, il lavoratore che porta qui il suo soldino guadagnato con le sue mani callose, strappandolo alla famiglia e ai bisogni dello stato! Voi padri santi, spremete il popolo!»
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov


"Chi mente a se stesso e presta ascolto alle proprie menzogne, arriva al punto di non distinguere più la verità, nè in se stesso, nè intorno a sè, e giunge così a disistimare se stesso e gli altri.
Non stimando più nessuno, cessa anche di amare e allora, mancandogli l'amore, per sentirsi occupato e divagarsi si abbandona alle passioni e ai piaceri triviali, giungendo fino alla bestialità nei suoi vizi;
e tutto per il continuo mentire agli altri e a se stesso "
Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamàzov



- A proposito, mi raccontava recentemente un bulgaro a Mosca, – proseguí Ivàn Fjòdorovic, come se nemmeno ascoltasse il fratello, – quali misfatti i turchi e i circassi, temendo una sollevazione generale degli slavi, commettano là da loro, in tutta la Bulgaria; essi cioè incendiano, sgozzano, violentano donne e fanciulli, inchiodano i prigionieri per gli orecchi agli steccati e li lasciano cosí fino al mattino, poi li impiccano, e altre cose che non si possono nemmeno immaginare. Infatti talvolta si parla della crudeltà “belluina” dell’uomo, ma questo è sommamente ingiusto e offensivo per le belve: la belva non può mai essere cosí crudele come l’uomo, cosí artisticamente, raffinatamente crudele. La tigre morde e sbrana soltanto, e non sa far altro. Non le verrebbe mai in testa di inchiodare gli uomini per gli orecchi e di lasciarli cosí per una notte, nemmeno se lo potesse fare. Quei turchi, fra l’altro, torturavano con voluttà anche i bambini, cominciando dallo strapparli col pugnale al ventre materno fino a lanciare in aria i lattanti e a riceverli sulle baionette sotto gli occhi delle madri. Anzi il far ciò sotto gli occhi delle madri costituiva il loro maggior godimento. Ma ecco un’altra scena che pure m’interessò molto. Figurati: un poppante fra le braccia della madre che trema, intorno i turchi penetrati nella casa. Essi hanno combinato un allegro scherzetto: accarezzano il bimbo, ridono per divertirlo e ci riescono, il bimbo si mette a ridere. In questo momento un turco gli punta la pistola a quattro dita dal viso. Il bambino ride gioioso, tende le manine per afferrare la pistola, e tutt’a un tratto l’artista gli fa scattare il grilletto sul volto e gli sfracella la testina... Artistico, non è vero? A proposito, si dice che i turchi amino molto i dolci.
- Fratello, a che tutto questo? – domandò Aljòsa.
- Io penso che, se il diavolo non esiste e quindi è stato creato dall’uomo, questi l’ha creato a propria immagine e somiglianza.
- In tal caso, come ha fatto di Dio.
- Tu sai torcere le parole in modo ammirevole, come dice Polonius nell’Amleto, – rise Ivàn – Tu hai preso al balzo la mia parola, e sia! Ne ho piacere. Bello però il tuo Dio se l’uomo lo ha creato a propria immagine e somiglianza!
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamàzov



Non parlo delle sofferenze dei grandi, essi hanno mangiato il frutto proibito e vadano al diavolo,
che il diavolo se li porti tutti, ma i bambini, i bambini!
Fëdor Dostoevskij, Ivan Karamazov


"Immagina di essere tu a edificare il destino umano con lo scopo di rendere felici gli uomini, di concedere loro, alla fine, pace e serenità, e che per fare questo sia necessario e inevitabile fare soffrire anche una sola creaturina, quella bimba, per esempio, che si batteva il petto con il piccolo pugno, e sulle sue lacrime invendicate erigere quell'edificio. Ebbene acconsentiresti a esserne l'artefice a queste condizioni? Dimmelo e non mentire!"
"No, non acconsentirei" disse piano Alëša.
"E potresti ammettere l'idea che gli uomini per i quali tu lo costruisci acconsentano dal canto loro ad accettare una felicità fondata sul sangue innocente di un piccolo martire, e una volta accettata, a essere felici in eterno?"
"No, non potrei ammetterlo. Fratello" disse Alëša.



"Purtroppo questi giovani non comprendono che il sacrificio della vita è, in parecchi casi, forse il più facile dei sacrifici e che sacrificare, per esempio, cinque o sei anni della propria impetuosa giovinezza all'impervia fatica degli studi, alla scienza, anche solo per decuplicare in sé le forze per dedicarsi a quella verità o a quell'impresa che si vagheggia e che ci si prefigge di compiere, un tale sacrificio è, insomma, per molti di essi sovente quasi superiore alle loro forze."
I Fratelli Karamazov


«Ecco l’odierna sorte degli uomini: piccoli bimbi che si sono ribellati in classe e hanno cacciato il maestro. Ma anche l’esaltazione dei ragazzetti avrà fine e costerà loro cara. Essi abbatteranno i templi e inonderanno di sangue la terra. Ma si avvedranno infine, gli sciocchi fanciulli, di essere bensì dei ribelli, ma dei ribelli deboli e incapaci di sopportare la propria rivolta. (…) Noi invece proveremo loro che sono deboli, che sono soltanto dei poveri bimbi, ma che la felicità infantile è la più dolce di tutte».
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov




La bellezza è una cosa terribile e paurosa. Paurosa, perché è indefinibile, e definirla non si può, perché Dio non ci ha dato che enigmi. Qui le due rive si uniscono, qui le contraddizioni coesistono. Io, fratello, sono molto ignorante, ma ho molto pensato a queste cose. Quanti misteri! Troppi enigmi sulla terra opprimono l’uomo. Scioglili, e torna sano alla riva. La bellezza! Io non posso sopportare che un uomo, magari di cuore nobilissimo e di mente elevata, cominci con l’ideale della Madonna e finisca con l’ideale di Sodoma. Ancora più terribile è quando uno ha già nel cuore l’ideale di Sodoma e tuttavia non rinnega nemmeno l’ideale della Madonna, anzi il suo cuore brucia per questo ideale, e brucia davvero, sinceramente, come negli anni innocenti della giovinezza. No, l’animo umano è immenso, fin troppo, io lo rimpicciolirei. Chi lo sa con precisione che cos’è? Lo sa il diavolo, ecco! Quello che alla mente sembra una follia, per il cuore, invece, è tutta bellezza. Ma c’è forse bellezza nell’ideale di Sodoma? Credimi, proprio nell’ideale di Sodoma la trova l’enorme maggioranza degli uomini! Lo conoscevi questo segreto, o no? La cosa penosa è che la bellezza non solo è terribile, ma è anche un mistero. E’ qui che Satana lotta con Dio, e il loro campo di battaglia è il cuore degli uomini. Già, la lingua batte dove il dente duole…”.
Fëdor Dostoevskij, I Fratelli Karamazov


Guardate i laici e tutto questo mondo che si è innalzato sul popolo di Dio:
il volto e la Sua verità non vi si sono deformati? Essi hanno la scienza, ma nella scienza c'è appena quello che cade sotto i sensi. Il mondo dello spirito invece, la metà superiore dell'essere umano, la si ripudia completamente, la si bandisce con una cert'aria di trionfo, anzi con odio. Il mondo, specialmente negli ultimi tempi, ha proclamato la libertà, e che cosa vediamo in questa sua libertà? Niente altro che servitù e suicidio. Poiché il mondo dice: "Tu hai dei bisogni: appagali dunque, ché tu hai gli stessi diritti degli uomini più ragguardevoli e più ricchi. Non temere di appagarli, moltiplicali anzi." ...E che cosa mai scaturisce da questo diritto alla moltiplicazione dei bisogni? Nei ricchi l'isolamento e il suicidio spirituale, nei poveri l'invidia e l'omicidio, perché si sono dati i diritti, ma non si sono ancora indicati i mezzi per soddisfare i bisogni. Affermano che il mondo si unirà ogni giorno di più e formerà una comunione fraterna abbreviando le distanze, trasmettendo il pensiero attraverso l'aria. Oibò! non credete a una simile unione degli uomini.
Fëdor Dostoevskij, I Fratelli Karamazov



Se il diavolo non esiste, ma l'ha creato l'uomo, 
l'ha creato a sua immagine e somiglianza.
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, 1878/80

«A me, invece, il pensiero di Dio mi tormenta. Non fa che tormentarmi.
E se Egli non esistesse? Se avesse ragione Rakltin, quando dice che è questa, nell'umanità, un'idea artificiale? Se Dio non c'è, l'uomo è il re della terra, della Creazione. Magnifico! Ma come farà ad essere virtuoso senza Dio? Ecco il busillis! lo me lo domando di continuo. Poiché l'uomo, allora, chi mai amerà? A chi sarà riconoscente, a chi canterà un inno? Rakltin dice che si può amare l'umanità anche senza Dio. Quel moccioso incimurrito lo può soltanto affermare, ma io non lo posso capire. Per Rakltin vivere è facile: «Tu, mi diceva oggi, occupati piuttosto dell'estensione dei diritti civili dell'uomo, o magari di quanto occorre fare perché la carne non aumenti di prezzo, con ciò dimostrerai il tuo amore per l'umanità in modo più semplice e immediato che con le tue filosofie». Al che io risposi: «Ma tu stesso, se non credi in Dio, alzerai il prezzo della carne, se te ne verrà il destro, e guadagnerai un rublo per copeca ». Si adirò. Infatti che cos'è la virtù? rispondimi, Aleksjèj, lo ho una virtu, il cinese un'altra: è dunque una cosa relativa. Oppure no? O non è relativa? Questione insidiosa! Tu non riderai, se dirò che per questo non ho dormito due notti. Ora mi meraviglio soltanto che gli uomini possano vivere senza mai pensare a questo. Vanità! Per Ivàn non c'è Dio. Egli ha una sua idea. Un'idea che non mi entra. Ma egli tace. lo credo che sia massone. Glie l'ho domandato: è stato zitto. Volevo bere dell'acqua alla sua fonte: è stato zitto. Una volta sola ha detto due parole. -Che cosa ha detto? -Aljòsa colse la palla al balzo.Io gli dico: Allora tutto è permesso, se è così?».
Feodor Dostoevskij, I fratelli Karamazov.


Vedi, caro, c'era un vecchio peccatore del diciottesimo secolo, il quale dichiarò che se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo, s’il n’existait pas Dieu il faudrait l'inventer. E l'uomo ha davvero inventato Dio. E ciò che è strano, ciò che dovrebbe destare stupore, non è che Dio possa esistere veramente, ma che questa idea, l'idea della necessità di Dio, abbia potuto infiltrarsi nella mente di un animale così selvaggio e cattivo come l'uomo - a tal punto è santa, commovente e saggia questa idea, a tal punto essa fa onore all'uomo. Per quanto riguarda me, ho smesso da un pezzo di pormi la domanda se è stato Dio a creare l'uomo o l'uomo a creare Dio. Ecco qual è il mio essere, Alλsa, ecco la mia tesi. Ti ho parlato sinceramente...Tu non volevi sapere se credo o no in Dio, volevi solo scoprire di che vive il fratello che tu ami. Eccoti servito.
Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Dialogo tra Ivan e Ailisha


Secondo me, non c’è nulla da distruggere, fuorché l’idea di Dio nell’umanità;
ecco di dove occorre cominciare! È di qui, di qui che si deve partire, o ciechi, che non capite nulla! Una volta che l’umanità intera abbia rinnegato Dio (e io credo che tale epoca, a somiglianza delle epoche geologiche, verrà un giorno), tutta la vecchia concezione cadrà da sé, senza bisogno di antropofagia, e soprattutto cadrà la vecchia morale, e tutto si rinnoverà.
Gli uomini si uniranno per prendere alla vita tutto ciò che essa può dare, ma unicamente per la gioia e la felicità di questo mondo. L’uomo si esalterà in un orgoglio divino, titanico, e apparirà l’uomo-dio. Trionfando senza posa e senza limiti della natura, mercé la sua volontà e la sua scienza, l’uomo per ciò solo proverà ad ogni istante un godimento cosí alto da tenere per lui il posto di tutte le vecchie speranze di gioie celesti. Ognuno saprà di essere per intero mortale, senza resurrezione possibile, e accoglierà la morte con tranquilla fierezza, come un dio. Per fierezza comprenderà di non dover mormorare perché la vita è solo un attimo, e amerà il fratello suo senza ricompensa. L’amore non riempirà che un attimo di vita, ma la stessa consapevolezza di questa sua fugacità ne rinforzerà altrettanto l’ardore quanto prima esso si disperdeva nelle speranze di un amore d’oltre tomba e infinito...”, e via di questo passo. Delizioso!”
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov



Il mondo dello spirito, che è la meta superiore dell'essere umano, è stato ripudiato completamente, è stato bandito con un'aria di trionfo, anzi, con un senso di odio. Hanno proclamato la libertà, specialmente negli ultimi tempi, e che vediamo, che cosa c'è nella loro libertà? Schiavitù ed autodistruzione, nient'altro! Perchè il mondo dice: "Tu hai dei bisogni, perciò appagali, poichè hai gli stessi diritti degli uomini illustri e ricchi. Non aver paura di appagarli, anzi, moltiplicali". Ecco che cosa insegna oggi il mondo, e in questo vedono la libertà. Ma qual'è il risultato di questo moltiplicare i propri bisogni? Per i ricchi il risultato è l'isolamento e il suicidio morale, per i poveri l'invidia e l'omicidio, perchè i diritti glieli hanno dati, ma i mezzi per appagare questi bisogni non glieli hanno ancora indicati.
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov



Non non c'è nessun peccato, e non ci può essere nessun peccato su tutta la terra, che il Signore non perdonerà a chi è veramente pentito. L'uomo non può commettere un peccato tanto grande quanto l'amore infinito di Dio.
Fëdor Dostoevskij, "I fratelli Karamazov"


"Ricorda particolarmente che non puoi in alcun modo essere giudice.
Giacché nessuno può essere su questa terra giudice di un malfattore, se prima non abbia egli stesso acquistato coscienza che anche lui è altrettanto malfattore quanto quello che gli sta innanzi, e che lui per l'appunto, rispetto al delitto di colui che gli sta innanzi, è forse prima d'ogni altro colpevole. Quando abbia raggiunto questa comprensione, allora potrà anche essere giudice. Per quanto abbia tutta l'apparenza di una cosa assurda, questa non è che la verità. Infatti, se io stesso fossi stato giusto, forse anche il malfattore che mi sta dinanzi non sarebbe tale. Se sei capace di assumere su di te il delitto del malfattore che ti stia dinanzi e che tu giudichi col tuo cuore, assumilo senza indugio, e soffri al posto suo tu stesso, lasciando che senza rampogne egli se ne vada. E seppure fosse proprio la legge a costituirti giudice suo, anche allora, per quanto ti sarà possibile, opera secondo questo spirito, giacché egli andrà e si giudicherà lui stesso con severità maggiore del giudizio tuo. Se poi s'allontanerà, dopo il tuo bacio, senz'alcuna commozione e ridendosi di te, ebbene, non farti tentare neppur da questo: vuol dire che l'ora per lui non è ancora scoccata, ma verrà a suo tempo: e se non verrà, non importa: se non lui, sarà un altro al posto suo che capirà, e soffrirà, e condannerà e accuserà se stesso, e la giustizia sarà soddisfatta. Credi a questo, credi con certezza, giacché in questo per l'appunto si fonda la confidenza e tutta la fede dei santi."
Fëdor Dostoevskij,  I Fratelli Karamazov


Non siate superbi con i piccoli, non siate superbi nemmeno con i grandi. 
Non odiate chi vi respinge e disonora, chi vi ingiuria e calunnia. Non odiate gli atei, né i cattivi maestri e i materialisti, neppure i malvagi fra loro – per non parlare dei buoni giacché ve ne sono molti di buoni, specialmente ai nostri tempi. Ricordateli così nella vostra preghiera: 
“Salva, o Signore, tutti coloro per i quali nessuno prega, salva anche quelli che non ti vogliono pregare”. E aggiungete anche: “non per orgoglio ti prego, o Signore, perché anch’io sono un vile peggio di tutto e di tutti…”.
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov




“L’amore è un maestro, ma bisogna saperlo conquistare, perché è difficile meritarlo: lo si ottiene a caro prezzo e con grande fatica per lungo tempo, perché bisogna amare non per un istante, fortuitamente, ma sino alla fine. Di amare fortuitamente tutti sono capaci, anche i malvagi.”
Fëdor Michajlovič Dostoevskij, I Fratelli Karamazov


Giacché il segreto dell'esistenza umana non è vivere per vivere, 
ma avere qualcosa per cui vivere.
Fëdor Dostoevskij - I fratelli Karamazov (Il Grande Inquisitore)


Il fatto è che tu continui a pensare nei termini della nostra terra com'è adesso!
Ma la nostra terra di adesso può essersi ripetuta un bilione di volte essa stessa; si è estinta, si è ghiacciata, spaccata, frantumata, disintegrata nei suoi elementi primari, di nuovo acque sopra il firmamento, e poi ancora cometa, ancora sole e dal sole la terra - ecco: questa evoluzione potrebbe essersi ripetuta un numero infinito di volte ed esattamente nella stessa maniera fino all'ultimo particolare. Una scocciatura delle più indecorose...
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov



Non che non accetti Dio, Alëša, 
gli sto solo restituendo, con la massima deferenza, il suo biglietto.
Dostoevskij, I fratelli Karamazov


[…] Il fratello Ivan è una sfinge e tace, tace sempre. Io invece ho Dio che mi tormenta.
Il solo pensiero di Dio mi tormenta. E se non esistesse? Se avesse davvero ragione Rakítin a dire che quest’idea è artificiale, nell’umanità ? Allora, se non c’è, l’uomo è il capo della terra, dell’universo. Grandioso! Ma come potrà essere virtuoso senza Dio? È un problema! Io continuo a pensarci. Poiché allora l’uomo chi amerà? A chi sarà grato, a chi canterà l’inno? […] Cos’è, infatti, la virtù? Rispondimi tu, Alekséj. Io ho una virtù e il cinese ne ha un’altra: è una cosa, quindi, relativa. O no? O non è relativa? È una domanda fatale! Non ti mettere a ridere se ti dico che non ho dormito due notti per questo. Mi meraviglio soltanto di come gli uomini vivano e non pensino mai a questo. Vanità!
F. DOSTOEVSKIJ, I fratelli Karamazov



Di me Le dirò che sono figlio del mio secolo, figlio della miscredenza e del dubbio, e non solo fino ad oggi, ma tale resterò fino alla tomba. Quali terribili sofferenze mi è costata - e mi costa tuttora - questa sete di credere, che tanto più fortemente si fa sentire nelle mia anima quanto più forti mi appaiono gli argomenti ad essa contrari! Ciononostante Iddio mi manda talora degl'istanti in cui mi sento perfettamente sereno; in quegli istanti io scopro di amare e di essere amato dagli altri, e appunto in questi istanti io ho concepito un simbolo della fede, un Credo, in cui tutto per me è chiaro e santo. Questo Credo è molto semplice, e suona così: credere che non c'è nulla di più bello, di più profondo, più simpatico, più ragionevole, più virile e più perfetto di Cristo; anzi non soltanto non c'è, ma addirittura, con geloso amore, mi dico che non ci può essere. Non solo, ma arrivo a dire che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità.
Ma è meglio smettere di parlare di questo. Del resto, non so perchè certi argomenti vengano di solito rigidamente esclusi dalla conversazione in società, e se qualcuno comincia a parlarne gli altri se ne sentono in certo modo urtati e offesi.
Fëdor Dostoevskij, Lettera a N.D. Fonvizina




Ti dico che per l'uomo non c'è assillo più tormentoso di quello di trovare qualcuno al quale trasmettere al più presto quel dono della libertà con il quale il disgraziato essere viene al mondo. Ma solo colui che acquieta la coscienza degli uomini può dominare la loro libertà. Con il pane ti veniva dato un vessillo inconfutabile: dagli il pane e l'uomo si inchina, giacché non v'è nulla di più inconfutabile del pane, ma se qualcun altro al di fuori di te s'impadronisce della sua coscienza - oh, allora egli sarà persino capace di gettare via il tuo pane e di seguire colui che seduce la sua coscienza. In questo avevi ragione. Giacché il segreto dell'esistenza umana non è vivere per vivere, ma avere qualcosa per cui vivere.
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Il Grande Inquisitore



“Noi abbiamo rettificato la tua opera e l‟abbiamo fondata sul miracolo, il mistero e l‟autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere guidati come un gregge. […] Noi dimostreremo che sono deboli, che sono soltanto dei poveri bambini, ma che la lorofelicità infantile è la più dolce di tutte. Essidiverranno timidi, ci seguiranno con gli occhi e si stringeranno intorno a noi, come pulcini alla
chioccia. […] Sì, noi li costringeremo a lavorare,
ma nelle ore di riposo noi organizzeremo la lorovita come un gioco di bimbi, con canzoncine, cori,danze innocenti. Oh, noi permetteremo persino che essi commettano peccato sono creature così deboli e fragili– ed essi ci ameranno come bambini per il fatto che noi permetteremo loro di peccare. Noi diremo loro che qualsiasi peccato sarà espiato a patto che venga compiuto con il nostro permesso…E non avranno nessun segreto per noi. […] Anche isegreti più tormentosi della loro coscienza, tutto essi ci riferiranno e noi troveremo una soluzione per tutto e loro confideranno nella nostra soluzione con gioia, poiché essa libererà loro dal grande assillo e dalle tremende pene che adesso patiscono per giungere ad una decisione libera, personale.”
Fedor Michajlovic Dostoevskij, Il grande inquisitore



"Ma i bambini? Che ne faremo allora dei bambini? Ecco un problema che non riesco a risolvere. Lo ripeto per la centesima volta: di problemi ce ne sono molti, ma ho preso solo quello dei bambini, perché qui è innegabilmente chiaro quanto voglio dire. Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con le loro sofferenze un’armonia che duri eternamente, cosa c’entrano però i bambini, dimmi? Non si capisce assolutamente perché debbano soffrire anche loro, e perché debbano pagare quest’armonia con le loro sofferenze! Per quale ragione anche i bambini servono da materiale e da concime per preparare un’armonia futura in favore di chi sa chi? La solidarietà fra gli uomini nel peccato io la capisco, e capisco anche la solidarietà nell’espiazione; ma i bambini non hanno niente a che fare con la solidarietà nel peccato, e se la verità è davvero questa, che, cioè, anche loro sono solidali coi padri in tutte le colpe commesse dai padri, allora non è una verità di questo mondo e io non la capisco. Qualche bello spirito, magari, dirà che tanto anche il bambino crescerà e avrà il tempo di peccare; ma lui, quel bambino di otto anni sbranato dai cani, non era ancora cresciuto! No, Alëša, non bestemmio! Io capisco bene come si scuoterà l’universo intero quando tutte le voci, in cielo e sotto terra, si fonderanno in un unico inno di lode, e tutto ciò che vive o ha vissuto griderà: «Tu sei giusto, o Signore, giacché le Tue vie ci sono rivelate!». Certo, quando la madre abbraccerà l’aguzzino che le ha straziato il figlio, e tutti e tre esclameranno fra le lacrime: «Tu. sei giusto, o Signore», quel momento sarà davvero l’apoteosi di ogni conoscenza, e allora tutto sarà spiegato. Ma proprio qui sta il busillis, è proprio questo che non posso accettare! E finché sono sulla terra, mi affretto a prendere le mie misure".
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Il Grande Inquisitore, Parte seconda, libro quinto.




«Davanti a chi inchinarsi?» 
Non c’è preoccupazione più continua e più tormentosa per l’uomo, quando è rimasto libero, che quella di trovare al più presto qualcuno davanti a cui inchinarsi. Ma l’uomo vuole inchinarsi davanti a qualcosa che sia ormai fuori discussione, talmente fuori discussione, che tutti quanti gli uomini acconsentano a inchinarsi, tutti senza eccezione. Perché la preoccupazione di queste misere creature non è soltanto quella di cercare qualcosa davanti a cui si possa inchinare l’uno o l’altro di loro, ma è appunto quella di trovare qualcosa in cui tutti credano e davanti a cui tutti si inchinino, tutti quanti insieme. Proprio questo bisogno di comunione nell’atto di adorare è il più grande tormento di ogni uomo singolo e dell’umanità intera, fin dal principio dei secoli […]. 
Il segreto dell’esistenza non consiste solo nel vivere, ma nel sapere per che cosa vivere.
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov


Scegliendo i "pani", tu avresti dato una risposta all'ansia comune e eterna dell’umanità, sia di ciascun singolo individuo, sia dell’intera compagine umana, l’ansia che si riassume nella domanda: "chi venerare?". La preoccupazione più assillante e tormentosa per l’uomo, fintanto che rimane libero, è quella di trovare al più presto qualcuno da venerare. Ma l'uomo vuole venerare qualcosa di inconfutabile, tanto inconfutabile che tutti gli uomini acconsentano immediatamente a venerarlo insieme. Giacché la preoccupazione di questi poveri esseri consiste non solo nel trovare qualcosa che uno o l’altro possano venerare, ma trovare quel qualcosa in cui tutti credano e che tutti venerino; la condizione essenziale è che si sia assolutamente tutti insieme. Ecco, questa esigenza di comunione nella venerazione è il principale tormento di ogni uomo, preso singolarmente, come dell'intera umanità, dall'inizio dei secoli. Per questa comune venerazione essi si sono trucidati fra loro a colpi di spada. Essi hanno creato dei e si sono sfidati l'un l'altro: 'Gettate via i vostri dei e venite a venerare i nostri, altrimenti sarà la morte per voi e per i vostri dei!' E così sarà fino alla fine del mondo, persino quando anche gli dei saranno scomparsi dalla faccia della terra: allora cadranno in ginocchio davanti agli idoli.Tu lo sapevi, non potevi non conoscere questo fondamentale segreto della natura umana, eppure rifiutasti l'unico infallibile vessillo che ti veniva offerto per costringere l'umanità a venerarti incondizionatamente - il vessillo del pane terreno - e lo rifiutasti in nome della libertà e del pane celeste. Guarda che cos'altro hai fatto tu. E tutto sempre in nome della libertà! Ti dico che. Ma solo colui che acquieta la coscienza degli uomini può dominare la loro libertà. Con il pane ti veniva dato un vessillo inconfutabile: dagli il pane e l'uomo si inchina, giacché non v'è nulla di più inconfutabile del pane, ma se qualcun altro al di fuori di te s'impadronisce della sua coscienza - oh, allora egli sarà persino capace di gettare via il tuo pane e di seguire colui che seduce la sua coscienza. In questo avevi ragione. Giacché il segreto dell'esistenza umana non è vivere per vivere, ma avere qualcosa per cui vivere.
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Il Grande Inquisitore


Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull'autorità.
E gli uomini si sono rallegrati di essere nuovamente condotti come un gregge e di vedersi infine tolto dal cuore un dono così terribile, che aveva loro procurato tanti tormenti. Avevamo noi ragione d’insegnare e di agire così? Parla! Forse che non amavamo l’umanità, riconoscendone così umilmente l’impotenza, alleggerendo con amore il suo fardello e concedendo alla sua debole natura magari anche di peccare, ma però col nostro consenso? Perché mi guardi in silenzio coi tuoi miti occhi penetranti? Va’ in collera, io non voglio il Tuo amore, perché io stesso non Ti amo. E che cosa dovrei nasconderti? Non so forse con chi parlo? Tutto ciò che ho da dirti, già Ti è noto, lo leggo nei Tuoi occhi. E dovrei io nasconderti il nostro segreto? Forse Tu vuoi proprio udirlo dalle mie labbra, ascolta dunque: noi non siamo con Te, ma con lui, ecco il nostro segreto! Da lungo tempo non siamo più con Te, ma con lui, sono ormai otto secoli. Sono esattamente otto secoli che accettammo da lui ciò che Tu avevi rifiutato con sdegno, quell'ultimo dono ch'egli Ti offriva, mostrandoti tutti i regni della terra: noi accettammo da lui Roma e la spada di Cesare e ci proclamammo re della terra, gli unici re, sebbene non abbiamo ancora avuto il tempo di compiere interamente l’opera nostra.
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Il Grande Inquisitore


I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij.
«Un solo filo d'erba, un solo scarabeo, una sola formica, un'ape dai riflessi d'oro... testimoniano d'istinto il mistero divino>>. I fratelli Karamazov (Братья Карамазовы) è l'ultimo romanzo scritto da Fëdor Michajlovič Dostoevskij, spesso ritenuto il vertice della sua produzione letteraria. Pubblicato a puntate su "il Messaggero russo" a partire dal gennaio 1879, lo scrittore riuscì a completare l'ultimo capitolo solo pochi mesi prima di morire. LA TRAMA DEL ROMANZO SI SVILUPPA ATTORNO ALLE VICENDE DEI MEMBRI DELLA FAMIGLIA KARAMAZOV, AL CONTESTO IN CUI MATURA L'ASSASSINIO DI FËDOR, IL CAPOFAMIGLIA E AL CONSEGUENTE PROCESSO NEI CONFRONTI DI DMITRIJ, IL FIGLIO PRIMOGENITO ACCUSATO DI PARRICIDIO; AD UN LIVELLO PIÙ PROFONDO È IL DRAMMA SPIRITUALE SCATURITO DAL CONFLITTO MORALE TRA FEDE, DUBBIO, RAGIONE E LIBERO ARBITRIO.
Secondo l'originale progetto dell'autore, la storia dei fratelli Karamazov doveva essere la prima parte di una complessa e vasta biografia di Aleksej (Alëša), uno dei fratelli.
L'OPERA, DOPO CINQUE ANNI, DUE DI STUDIO E TRE DI LAVORO, RIMASE QUINDI INCOMPIUTA. Il primo progetto "L'Ateo" risaliva alla fase precedente agli studi e l'idea di personaggio era più simile a quella del padre che di Ivan. Il libro è considerato uno dei più importanti dell'800 e di ogni tempo.
« ...CIASCUNO DI NOI È COLPEVOLE DI TUTTO E PER TUTTI SULLA TERRA, questo è indubbio, non solo a causa della colpa comune originaria, ma ciascuno individualmente per tutti gli uomini e per ogni uomo sulla Terra »
Nei primi capitoli l'autore presenta i personaggi, iniziando dal VECCHIO PADRE FËDOR PAVLOVIČ, PROPRIETARIO TERRIERO IN UN DISTRETTO DI PROVINCIA, UOMO VOLGARE E DISSOLUTO, CAPACE SOLTANTO DI VOLGERE A SUO VANTAGGIO GLI AVVENIMENTI.
Questi si era sposato dapprima con Adelaida Ivanovna Mjusova, una fanciulla di temperamento romantico che aveva accettato di diventare sua moglie per potersi liberare da un ambiente familiare dispotico, non per vero amore. Ella in seguito aveva abbandonato il marito e il figlioletto Dmitrij, che viene allevato in casa dal servo Grigorij (solo in seguito se ne interessano alcuni parenti), sviluppando sentimenti contrastanti nei confronti dei genitori.
DA UN SECONDO MATRIMONIO DI FËDOR, CON SOFIA IVANOVNA (SOPRANNOMINATA L'"URLONA"), sono nati Ivàn e Aleksej. LA DONNA, DOLCE E BELLA, SOFFRE PER IL COMPORTAMENTO ROZZO E INSENSIBILE DEL MARITO, FINO AD AMMALARSI E MORIRE PRECOCEMENTE.
IVÀN CRESCE CHIUSO IN SÉ STESSO, INTELLIGENTE, SCETTICO SEPPUR ASSETATO DI FEDE. ALEKSEJ È DIVERSO DAL FRATELLO: DI CARATTERE LEALE, EGLI CERCA LA VERITÀ NELLA FEDE, PER LA QUALE È DISPOSTO A SACRIFICARE OGNI COSA, ED ENTRA IN UN MONASTERO PER SFUGGIRE ALLA MALIZIA UMANA.
« ...Aleksej aveva scelto la vita contraria a quella di tutti gli altri, ma con lo stesso ardente desiderio di compiere un atto eroico immediato. Non appena, dopo serie meditazioni, fu persuaso dell'immortalità e dell'esistenza di Dio, disse naturalmente a sé stesso: "Voglio vivere per l'immortalità e non accetto nessun compromesso intermedio"... Ora sembrava persino strano ad Alëša continuare la vita di prima. »
Il fratello maggiore Dmitrij, che odia il padre per varie ragioni, a partire dagli interessi materiali, è il primo a confessarsi con Aleksej.
Dmitrij ha conosciuto, quando era nell'esercito, Katerina Ivanovna, una ragazza molto bella che ha bisogno di un prestito per aiutare suo padre. Dmitrij la invita a casa sua pensando di ricattarla, ma quando si trova alla presenza della giovane, le consegna la somma e la congeda. Dopo poco tempo, Katerina restituisce la somma e confessa a Dmijtri il suo amore. I due si fidanzano, ma poco tempo dopo Dmijtri si innamora, di un amore tutto passionale, di Grušenka, donna bellissima ma piena di rancore verso tutti gli uomini che le hanno fatto del male. In questo suo torbido amore Dimijtri incontra un rivale proprio in suo padre, il vecchio Fëdor, che sostiene di voler sposare Grušenka. Intanto Katerina Ivanovna è attratta da Ivàn, che la ricambia.
Un terribile scontro verbale esplode tra Dmitrij e il padre nel monastero dello starec Zosima, (uno Jurodivye), dove è stato organizzato un incontro chiarificatore alla presenza di tutti i fratelli, del padre e dello stesso starec, a cui Aleksej era devoto. Improvvisamente lo starec Zosima si alza e si prostra dinanzi a Dmitrij; in seguito rivelerà ad Aleksej di averlo fatto perché aveva compreso che il giovane avrebbe dovuto affrontare un grande sacrificio.
Alëša conosce Iljuša, il figlio d'un vecchio capitano che Dmitrij ha profondamente offeso e che è molto abbattuto per l'umiliazione subita dal genitore. Iljuša, malato e dall'animo generoso e fiero, commuove Alëša, che ha pietà del piccolo e vorrebbe che l'offesa recata dal fratello venisse perdonata. Alëša conosce anche Lisa, che si innamora di lui e glielo svela con una lettera. Il giovane novizio, sorpreso, si lascia andare alle nuove sensazioni.
Un giorno Ivàn, a pranzo in una trattoria, si confida con Alëša che lo ha raggiunto per discorrere insieme: nascono le pagine più tormentate del romanzo, che riflettono le idee di Dostoevskij sulla natura umana e sul destino degli uomini. Ivan non accetta l'ingiustizia della sofferenza degli innocenti, dei bambini in particolare: restituisce "il biglietto d'ingresso" a un Dio che permette le sofferenze anche di un solo bambino. Alle domande sull'esistenza di Dio, sul senso del dolore e sull'essenza della libertà, Ivàn propone al fratello la trama di un suo poemetto (mai scritto, solo immaginato), in cui appaiono le linee d'una definizione di quei difficili problemi. A ciò è dedicato il capitolo de "Il Grande Inquisitore", considerato una delle massime vette del romanzo.
Gli eventi maturano e Ivàn, che si è costruito una sua personale filosofia sul destino dei Karamàzov, e che crede nella teoria secondo cui "tutto è permesso", irretisce con le sue idee Smerdjakov, figlio naturale di Fëdor tenuto in casa come un servo, che in certo modo è indotto a condividere l'avversione per il padre.
Dmitrij, che sa che il padre vuole sposare Grušenka e vorrebbe fuggire lontano con lei, prima di realizzare il suo progetto vuole restituire a Katerina Ivanovna una somma di tremila rubli, ma non sa dove trovare il denaro. Non esita a rivolgersi a molte persone che lo respingono e lo gettano nella disperazione. Si arma quindi di un pestello di bronzo e corre alla casa del padre, deciso ad ucciderlo se lo scoprisse insieme a Grušenka. Attraverso la finestra illuminata, però, vede il padre da solo, si allontana stravolto e colpisce con il pestello il servitore, Grigorij, che aveva cercato di fermarlo. Dmitrij corre da Grušenka, ma viene a sapere che la donna è partita per Mokroje insieme ad un altro uomo. Dmitrij pensa che sia meglio uccidersi: con i soldi che avrebbe dovuto restituire a Katerina compra liquori e dolci, poi si fa condurre in carrozza a Mokroje, dove intende trascorrere la notte nei bagordi per poi uccidersi. Ma a Mokroje trova Grušenka insieme ad un vecchio amante, che vuole solo sottrarre alla giovane del denaro. Dmitrij riesce a smascherare il vecchio e trascorre la notte con Grušenka, bevendo al suono della musica zigana.
All'alba, però, la polizia fa irruzione nella camera e arresta Dmitrij con l'accusa di omicidio. Infatti, il vecchio padre Fëdor è stato ucciso, e si sospetta proprio di Dmitrij. Nessuno, tranne Ivàn, sospetta di Smerdjakov, che è il vero colpevole.
Da questo momento il racconto si impernia sul processo a cui è sottoposto Dmitrij e sull'analisi psicologica dei vari personaggi colpiti dal dramma. A predominare è il tormento interiore di Ivàn che, attraverso lunghi e snervanti soliloqui (culminanti nella visione allucinatoria del diavolo, seppur in suadenti modi affabili e in abiti borghesi), si convince delle proprie gravi responsabilità ideologiche. A Smerdjakov, che gli svela di essere l'assassino e gli mostra i denari sottratti a Fëdor, Ivàn manifesta con violenza tutta la perplessità legata alla concretizzazione materiale di una sua idea: l'animo già molto fragile di Smerdjakov ne resta colpito e l'uomo si uccide. Ivàn al processo, descritto con minuzia in un variare continuo di prospettive, confessa la verità, ma non viene creduto: Dmitrij viene condannato ai lavori forzati. Dmitrij sente però, ancor prima della condanna, incominciare a maturare in sé un "uomo nuovo", che può "risorgere" anche attraverso la punizione, perché "tutti sono colpevoli per tutti", e può così accettare il suo destino anche se non ha ucciso suo padre:
« E allora noi, uomini del sottosuolo, intoneremo dalle viscere della terra un tragico inno a Dio che dà la gioia! »
Nell'epilogo viene descritta una situazione dai contorni sfumati, in cui l'autore lascia intravedere una speranza. Ivàn, in preda ad un grave attacco di febbre cerebrale, si trova a casa di Katerina Ivanovna; avendo previsto la malattia, egli ha predisposto per iscritto un piano di fuga per Dmitrij, da mettere in atto nel momento in cui trasferiranno il condannato in Siberia. Katerina ha un commovente incontro con Dmitrij in cui si giustifica per aver testimoniato contro di lui, pur non credendo nella sua colpevolezza. Intanto Grušenka, ora fortemente innamorata di Dmitrij, è pronta a seguirlo ovunque.
L'ultimo capitolo racconta i funerali del povero Iljuša, in un piccolo dramma di ragazzi che riflette il torbido dramma degli adulti, e che mostra ad Aleksej la prospettiva di fede in una vita futura che superi le tragedie del passato. Il padre Snegirëv, tramortito dal dolore, porta alla sepoltura una crosta di pane da sbriciolare sulla fossa, per esaudire il desiderio del figlio moribondo, che lo aveva chiesto "... perché i passeri ci volino sopra: sentirò che sono venuti e sarò contento di non essere da solo".
« "Karamàzov!" gridò Kòlja. "È vero quello che dice la religione che resusciteremo dai morti e tornati in vita ci vedremo di nuovo tutti, anche Iljùšečka?"
"Resusciteremo senz'altro, e ci vedremo e ci racconteremo l'un l'altro allegramente e gioiosamente tutto quello che è stato" rispose Alëša a metà tra il riso e l'entusiasmo »
Riferendosi a I fratelli Karamazov, Lev Tolstoj affermò: «Non sono riuscito ad arrivare fino in fondo». Ma nel 1910, poco prima di morire, tornò a leggere questo romanzo. A tal proposito, Victor Lebrun scrisse che l'«incubo di essere minacciato con la violenza per ottenere da lui il testamento e per simulare il suo ritorno alla fede ortodossa, ossessionava a tal punto il vecchio, che egli sentì in quei giorni il desiderio di rileggere I fratelli Karamazov di Dostoevskij. Nella notte fra il 27 e il 28 ottobre questo libro restò spalancato nel punto in cui il figlio si abbandona a vie di fatto contro suo padre. Il libro restò così aperto per sempre sulla tavola di Tolstoj». Quella stessa notte Tolstoj fuggì di casa e l'indomani inviò dal monastero di Optina una lettera, destinata alla figlia Aleksandra, in cui chiedeva di avere, oltre ai Saggi di Montaigne e Una vita di Maupassant, anche I fratelli Karamazov". 








Rosanna Pizzo a 
Il biopotere di foucaultiana memoria e l'assoggettamento dei corpi.



La leggenda del Grande Inquisitore Dostoevskij.
Uno dei più grandi attori italiani di tutti i tempi, Umberto Orsini recita la leggenda del Grande Inquisitore, uno dei testi più memorabili della letteratura mondiale.
Autore: Fedor Dostoevskij. Libro: I fratelli Karamazov

https://youtu.be/GOkPY_y_rck
















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