Visualizzazione post con etichetta Questione Morale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Questione Morale. Mostra tutti i post

venerdì 8 marzo 2013

Berlinguer. L’AUSTERITÀ È IL MEZZO PER CONTRASTARE ALLE RADICI E PORRE LE BASI DEL SUPERAMENTO DI UN SISTEMA CHE È ENTRATO IN UNA CRISI STRUTTURALE E DI FONDO, NON CONGIUNTURALE, DI QUEL SISTEMA I CUI CARATTERI DISTINTIVI SONO LO SPRECO E LO SPERPERO, L’ESALTAZIONE DI PARTICOLARISMI E DELL’INDIVIDUALISMO PIÙ SFRENATI, DEL CONSUMISMO PIÙ DISSENNATO. L’AUSTERITÀ SIGNIFICA RIGORE, EFFICIENZA, SERIETÀ, E SIGNIFICA GIUSTIZIA; CIOÈ IL CONTRARIO DI TUTTO CIÒ CHE ABBIAMO CONOSCIUTO E PAGATO FINORA, E CHE CI HA PORTATO ALLA CRISI GRAVISSIMA I CUI GUASTI SI ACCUMULANO DA ANNI E CHE OGGI SÌ MANIFESTA IN ITALIA IN TUTTA LA SUA DRAMMATICA PORTATA



Cosa diceva Berlinguer
Il discorso al Convegno degli intellettuali del 1977 sulla "politica di austerità e di rigore"

Sono giorni in cui si riparla di Berlinguer. Prima con la sua evocazione da parte del ministro di Tremonti, che ha chiesto di recuperarne il pensiero, poi oggi con una lettera critica di Stefania Craxi pubblicata dal Corriere. E su tutto, la crisi economica e morale del paese riportano spesso alla citazione delle parole di Berlinguer sull’austerità economica e su quella morale. Così oggi IL RIFORMISTA RIPROPONE I SUOI LETTORI IL DISCORSO DI ENRICO BERLINGUER AL “CONVEGNO DEGLI INTELLETTUALI” DI ROMA DEL GENNAIO 1977, con i temi citati da Tremonti.
DA CHE COSA È NATA, DA CHE COSA NASCE L’ESIGENZA DI METTERCI A PENSARE E A LAVORARE ATTORNO AD UN PROGETTO DI TRASFORMAZIONE DELLA SOCIETÀ CHE INDICHI OBIETTIVI E TRAGUARDI TALI DA POTER E DOVER ESSERE PERSEGUITI E RAGGIUNTI NEI PROSSIMI TRE-QUATTRO ANNI, ma che si traducano in atti, provvedimenti, misure, che ne segnino subito l’avvio?
Questa esigenza nasce dalla CONSAPEVOLEZZA CHE OCCORRE DARE UN SENSO E UNO SCOPO A QUELLA POLITICA DI AUSTERITÀ CHE È UNA SCELTA OBBLIGATA E DURATURA, E CHE, AL TEMPO STESSO, È UNA CONDIZIONE DI SALVEZZA PER I POPOLI DELL’OCCIDENTE, io ritengo, in linea generale, ma, in modo particolare, per il popolo italiano.
L’AUSTERITÀ NON È OGGI UN MERO STRUMENTO DI POLITICA ECONOMICA CUI SI DEBBA RICORRERE PER SUPERARE UNA DIFFICOLTÀ TEMPORANEA, CONGIUNTURALE, per poter consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali. Questo è il modo con cui l’austerità viene concepita e presentata dai gruppi dominanti e dalle forze politiche conservatrici. Ma non è cosi per noi. PER NOI L’AUSTERITÀ È IL MEZZO PER CONTRASTARE ALLE RADICI E PORRE LE BASI DEL SUPERAMENTO DI UN SISTEMA CHE È ENTRATO IN UNA CRISI STRUTTURALE E DI FONDO, NON CONGIUNTURALE, DI QUEL SISTEMA I CUI CARATTERI DISTINTIVI SONO LO SPRECO E LO SPERPERO, L’ESALTAZIONE DI PARTICOLARISMI E DELL’INDIVIDUALISMO PIÙ SFRENATI, DEL CONSUMISMO PIÙ DISSENNATO. L’AUSTERITÀ SIGNIFICA RIGORE, EFFICIENZA, SERIETÀ, E SIGNIFICA GIUSTIZIA; CIOÈ IL CONTRARIO DI TUTTO CIÒ CHE ABBIAMO CONOSCIUTO E PAGATO FINORA, E CHE CI HA PORTATO ALLA CRISI GRAVISSIMA I CUI GUASTI SI ACCUMULANO DA ANNI E CHE OGGI SÌ MANIFESTA IN ITALIA IN TUTTA LA SUA DRAMMATICA PORTATA.
Ecco, in base a quale giudizio IL MOVIMENTO OPERAIO PUÒ FAR SUA LA BANDIERA DELL’AUSTERITÀ?
L’AUSTERITÀ È PER I COMUNISTI LOTTA EFFETTIVA CONTRO IL DATO ESISTENTE, CONTRO L’ANDAMENTO SPONTANEO DELLE COSE, ED È, AL TEMPO STESSO, PREMESSA, CONDIZIONE MATERIALE PER AVVIARE IL CAMBIAMENTO. Cosi concepita l’austerità diventa arma di lotta moderna e aggiornata sia contro i difensori dell’ordine economico e sociale esistente, sia contro coloro che la considerano come l’unica sistemazione possibile di una società destinata organicamente a rimanere arretrata, sottosviluppata e, per giunta, sempre più squilibrata, sempre più carica di ingiustizie, di contraddizioni, di disuguaglianze.
Lungi dall’essere, dunque, una concessione agli interessi dei gruppi dominanti o alle esigenze di sopravvivenza del capitalismo, L’AUSTERITÀ PUÒ ESSERE UNA SCELTA CHE HA UN AVANZATO, CONCRETO CONTENUTO DI CLASSE, può e deve essere UNO DEI MODI ATTRAVERSO CUI IL MOVIMENTO OPERAIO SI FA PORTATORE DI UN MODO DIVERSO DEL VIVERE SOCIALE, attraverso cui lotta per affermare, nelle condizioni di oggi, i suoi antichi e sempre validi ideali di liberazione. E infatti, IO CREDO CHE NELLE CONDIZIONI DI OGGI È IMPENSABILE LOTTARE REALMENTE ED EFFICACEMENTE PER UNA SOCIETÀ SUPERIORE SENZA MUOVERE DALLA NECESSITÀ IMPRESCINDIBILE DELL’AUSTERITÀ.
Ma l’AUSTERITÀ, a seconda dei contenuti che ha e delle forze che ne governano l’attuazione, PUÒ ESSERE ADOPERATA O COME STRUMENTO DI DEPRESSIONE ECONOMICA, DI REPRESSIONE POLITICA, DI PERPETUAZIONE DELLE INGIUSTIZIE SOCIALI, OPPURE COME OCCASIONE PER UNO SVILUPPO ECONOMICO E SOLIDALE NUOVO, PER UN RIGOROSO RISANAMENTO DELLO STATO, PER UNA PROFONDA TRASFORMAZIONE DELL’ASSETTO DELLA SOCIETÀ, PER LA DIFESA ED ESPANSIONE DELLA DEMOCRAZIA: in una parola, come mezzo di giustizia e di liberazione dell’uomo e di tutte le sue energie oggi mortificate, disperse, sprecate.
Abbiamo richiamato in altre occasioni e anche di recente le PROFONDE RAGIONI STORICHE, certamente non solo italiane, che RENDONO OBBLIGATA, E NON CONGIUNTURALE, UNA POLITICA DI AUSTERITÀ. Sono ragioni varie, ma occorre ricordare sempre che l’evento più importante i cui effetti non sono più reversibili, è stato e rimarrà L’INGRESSO SULLA SCENA MONDIALE DI POPOLI E PAESI EX COLONIALI CHE SI VENGONO LIBERANDO DALLA SOGGEZIONE E DAL SOTTOSVILUPPO A CUI ERANO CONDANNATI DALLA DOMINAZIONE IMPERIALISTICA. SI TRATTA DI DUE TERZI DELL’UMANITÀ, CHE NON TOLLERANO PIÙ DI VIVERE IN CONDIZIONI DI FAME, DI MISERIA, DI EMARGINAZIONE, DI INFERIORITÀ RISPETTO AI POPOLI E PAESI CHE HANNO FINORA DOMINATO LA VITA MONDIALE.
Assai vario e complesso è, certo, questo moto. Grandi sono le differenze storiche, economiche, sociali, culturali, politiche, che esistono tanto all’interno di quel che suole chiamarsi il Terzo mondo, quanto nei suoi rapporti esterni. In particolare, negli ultimi tempi si è venuta precisando una tendenza verso alleanze tra i gruppi dominanti dei paesi capitalisticamente più sviluppati e quelli di certi paesi in via di sviluppo, ALLEANZE CHE OPERANO A DANNO DI ALTRI PAESI PIÙ POVERI E PIÙ DEBOLI, E CONTRO OGNI MOVIMENTO POPOLARE E PROGRESSISTA. Non sono stati e non sono solo i Kissinger, ma anche gli Yamani (avrete visto le recenti dichiarazioni) che hanno perseguito e perseguono una politica di ostilità contro gli Stati e contro le forze politiche che si battono per il rinnovamento del proprio paese, comprese le forze avanzate del movimento operaio dell’occidente.
Ma mentre dobbiamo saper cogliere queste differenze all’interno del Terzo mondo, e tenerne conto, NON DOBBIAMO MAI PERDERE DI VISTA IL SIGNIFICATO GENERALE DEL MOTO GRANDIOSO DI CUI SONO STATI E SONO PROTAGONISTI QUEI POPOLI: UN MOTO CHE CAMBIA LA ROTTA DELLA STORIA MONDIALE, CHE SCONVOLGE VIA VIA TUTTI GLI EQUILIBRI ESISTITI ED ESISTENTI, e non soltanto quelli relativi ai rapporti di forza su scala mondiale, ma anche gli equilibri all’interno dei singoli paesi capitalistici. È questo moto, o almeno è principalmente questo moto, che, operando nel profondo, fa esplodere le contraddizioni di una intera fase dello sviluppo capitalistico post-bellico, e determina in singoli paesi condizioni di crisi di gravità mai raggiunta. E se può accadere, COME CI È DATO DI CONSTATARE, CHE ALL’INTERNO DEL MONDO CAPITALISTICO ALCUNE ECONOMIE PIÙ FORTI POSSONO TRARRE PROFITTO DALLA CRISI E CONSOLIDARE LA PROPRIA POSIZIONE DI DOMINIO, PER ALTRI PAESI ECONOMICAMENTE PIÙ DEBOLI, COME L’ITALIA, LA CRISI DIVENTA ORMAI UN ROTOLARE PIÙ O MENO LENTO VERSO IL PRECIPIZIO.
Sullo sfondo di questa ACUITA CONFLITTUALITÀ TRA I PAESI E I GRUPPI CAPITALISTICI, MAL CELATA DA FRAGILI SOLIDARIETÀ, AVANZANO PROCESSI DI DISGREGAZIONE E DI DECADENZA CHE, MENTRE RENDONO SEMPRE PIÙ INSOPPORTABILI LE CONDIZIONI DI ESISTENZA DI GRANDI MASSE POPOLARI, minacciano le basi stesse, non solo dell’economia, ma della nostra stessa civiltà e del suo sviluppo.
Non è necessario descrivere i mille segni in cui si manifesta questa tendenza che ferisce e mortifica così profondamente anche la vita della cultura. Quel che deve essere chiaro a chiunque voglia intendere le ragioni ed i fini della nostra politica, sia all’interno del nostro paese, sia nei rapporti con forze progressiste di altri paesi, è che essa si può tutta ricondurre allo sforzo di mobilitazione e di ricerca per bloccare questa tendenza e per rovesciarla.
VIVIAMO, IO CREDO, IN UNO DI QUEI MOMENTI NEI QUALI – come afferma il Manifesto dei comunisti – per alcuni paesi, e in ogni caso per il nostro, O SI AVVIA «UNA TRASFORMAZIONE RIVOLUZIONARIA DELLA SOCIETÀ» O SI PUÒ ANDARE INCONTRO «ALLA ROVINA COMUNE DELLE CLASSI IN LOTTA»; E CIOÈ ALLA DECADENZA DI UNA CIVILTÀ, ALLA ROVINA DI UN PAESE.
Ma una trasformazione rivoluzionaria può essere avviata nelle condizioni attuali solo se sa affrontare i problemi nuovi posti all’occidente dal moto di liberazione dei popoli del Terzo mondo. E ciò, secondo noi comunisti, comporta per l’occidente, e soprattutto per il nostro paese, due conseguenze fondamentali: aprirsi ad una piena comprensione delle ragioni di sviluppo e di giustizia di questi paesi e instaurare con essi una politica di cooperazione su basi di uguaglianza; ABBANDONARE L’ILLUSIONE CHE SIA POSSIBILE PERPETUARE UN TIPO DI SVILUPPO FONDATO SU QUELLA ARTIFICIOSA ESPANSIONE DEI CONSUMI INDIVIDUALI CHE È FONTE DI SPRECHI, DI PARASSITISMI, DI PRIVILEGI, DI DISSIPAZIONE DELLE RISORSE, DI DISSESTO FINANZIARIO.
Ecco perché UNA POLITICA DI AUSTERITÀ, DI RIGORE, DI GUERRA ALLO SPRECO È DIVENUTA UNA NECESSITÀ IRRECUSABILE DA PARTE DI TUTTI ED È, AL TEMPO STESSO, LA LEVA SU CUI PREMERE PER FAR AVANZARE LA BATTAGLIA PER TRASFORMARE LA SOCIETÀ NELLE SUE STRUTTURE E NELLE SUE IDEE DI BASE.
UNA POLITICA DI AUSTERITÀ NON È UNA POLITICA DI TENDENZIALE LIVELLAMENTO VERSO L’INDIGENZA, ne deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi. UNA POLITICA DI AUSTERITÀ, INVECE, DEVE AVERE COME SCOPO – ed è per questo che essa può, deve essere fatta propria dal movimento operaio – QUELLO DI INSTAURARE GIUSTIZIA, EFFICIENZA, ORDINE, E, AGGIUNGO, UNA MORALITÀ NUOVA.
CONCEPITA IN QUESTO MODO, UNA POLITICA DI AUSTERITÀ, ANCHE SE COMPORTA (e di necessità, per la sua stessa natura) CERTE RINUNCE E CERTI SACRIFICI, acquista al tempo stesso significato rinnovatore e diviene, in effetti, un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e a intollerabili emarginazioni, CREA NUOVE SOLIDARIETÀ, e potendo cosi ricevere consensi crescenti diventa un ampio moto democratico, al servizio di un’opera di trasformazione sociale.
Proprio perché pensiamo questo, occorre riconoscere, a me sembra, che FINORA LA POLITICA DI AUSTERITÀ NON È STATA PRESENTATA AL PAESE, E ANCOR MENO ATTUATA, DENTRO TALE SPIRITO NON DI RASSEGNAZIONE, MA DI CONSAPEVOLEZZA E DI FIDUCIA. E se possiamo ammettere – dobbiamo ammettere, anzi – che vi sono state e vi sono a questo proposito manchevolezze e oscillazioni del movimento operaio e anche del nostro partito, tuttavia le deficienze principali sono da imputare alle forze che dirigono il governo del paese.
Non voglio qui esaminare i vari provvedimenti di politica economica attuati o in preparazione da parte del governo, ne ricordare il nostro atteggiamento su di essi. Sono note le posizioni, a volte favorevoli a volte critiche, assunte dal nostro partito sui diversi aspetti della politica economica governativa. Del resto, proprio in questa sala, come sapete, nostri autorevoli compagni qualche giorno fa hanno fatto il punto – in un positivo confronto con esponenti di altri partiti, con illustri economisti e alla presenza, anche, dei rappresentanti del governo – sul quadro economico complessivo e sugli interventi da compiere da parte del governo e dei partiti.
Voglio invece ribadire una critica di ordine generale che noi comunisti continuiamo a fare, non possiamo non continuare a fare, all’azione del governo. LA POLITICA DI AUSTERITÀ È TUTTORA VIZIATA, INFATTI, DA CARENZE DI VIGORE, DI CORAGGIO E DI RESPIRO. AD ESEMPIO: NON SI È SAPUTO ANCORA SUSCITARE IL NECESSARIO MOVIMENTO DI OPINIONE E DI MASSA CONTRO GLI SPRECHI. CONTRO GLI SPRECHI IN SENSO DIRETTO, CHE SONO ANCORA ENORMI (SI PENSI ALL’ENERGIA O ALL’ORGANIZZAZIONE SANITARIA) E CONTRO GLI SPRECHI IN SENSO INDIRETTO E LATO, COME QUELLI CHE DERIVANO DAL LASSISMO NELLE AZIENDE, NELLE SCUOLE E NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE; o come quelli, qui denunciati con particolare rigore dai professori Carapezza, Nebbia, Maldonado e da altri, derivanti da imprevidenze, di cui avvertiamo oggi tutto il peso, E DA ERRORI ENORMI COMPIUTI NELLA POLITICA DEL SUOLO, DEL TERRITORIO, DELL’AMBIENTE; O DALLA TRASCURATEZZA NEL CAMPO DELLA RICERCA. C’È TUTTA UN’AZIONE AMPLISSIMA CONTRO GLI SPRECHI E PER IL RISPARMIO IN OGNI CAMPO CHE AVREBBE BISOGNO DELLO STIMOLO, DELLA DIREZIONE, DELL’INIZIATIVA CONTINUA DI UN GOVERNO CHE SAPESSE DAVVERO ESPRIMERE L’AUTOREVOLEZZA POLITICA E MORALE OGGI INDISPENSABILE.
Non è un caso, certo, che tutto ciò sia mancato o sia stato carente, giacché un’azione simile non si organizza solo con la propaganda, che pure va fatta, e non la si fa abbastanza, ma RICHIEDE CHE SIANO INDIVIDUATI E COLPITI PRECISI INTERESSI COSTITUITI, UNA GRAN PARTE DEI QUALI STA ALLA BASE DEL MANTENIMENTO DEL SISTEMA DI POTERE DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA.
Ma è evidente, soprattutto pesa assai negativamente, l’angustia di prospettive che caratterizza la politica di austerità chiesta e fatta finora dal governo. STA QUI IL PUNTO DI MASSIMA DIFFERENZIAZIONE TRA NOI E GLI ESPONENTI GOVERNATIVI E I GRUPPI ECONOMICI DOMINANTI. In costoro, al fondo, vi è uno stato d’animo di resa, cioè qualcosa che sta agli antipodi di ciò che occorrerebbe per ottenere l’adesione convinta del popolo a certi sacrifici necessari. Il paese avrebbe bisogno, per compiere uno sforzo adeguato, di veder chiaro davanti a sé, o quanto meno di vedere chiari alcuni elementi fondamentali di una prospettiva nuova. E invece gli esponenti delle vecchie classi dominanti e molti uomini del governo, quando arrivano a tanto, non sanno andare più in là dell’obiettivo di riportare l’Italia sugli stessi binari su cui procedeva lo sviluppo economico prima della crisi.
Come se quelle vie e quei modi dello sviluppo possano rappresentare ancor oggi un ideale di società da perseguire, e COME SE, SOPRATTUTTO, LA CRISI DI QUESTI ANNI E DI OGGI NON FOSSE ESATTAMENTE LA CRISI DI QUEL MODELLO DI SOCIETÀ (crisi in atto non solo in Italia, ma anche, in forme sia pure diverse, in altre nazioni europee). È MOLTO CHIARA PER NOI LA RAGIONE DI QUESTE CARENZE DI VIGORE, DI CORAGGIO, DI RESPIRO E DI PROSPETTIVA NELLA POLITICA DI AUSTERITÀ DI CUI PRIMA HO PARLATO. IN TALI CARENZE NOI VEDIAMO L’EVIDENZA DI UN PROCESSO STORICO CHE È SEGNATO DAL DECLINO IRRIMEDIABILE DELLA FUNZIONE DIRIGENTE DELLA BORGHESIA E DALLA CONFERMA CHE TALE FUNZIONE DIRIGENTE GIÀ COMINCIA A PASSARE AL MOVIMENTO OPERAIO, ALLE FORZE POPOLARI UNITE: NATURALMENTE A UNA CLASSE OPERAIA, A MASSE POPOLARI, CHE DIMOSTRINO LA MATURITÀ NECESSARIA PER PRESENTARSI A PROVARE AL PAESE INTERO DI ESSERE UNA FORZA CHE DEMOCRATICAMENTE GUIDA L’INTERA SOCIETÀ ALLA SALVEZZA E ALLA RINASCITA. Ciò richiede che nelle file stesse del movimento operaio, e nelle sue organizzazioni economiche e politiche, si eserciti più ampiamente e più responsabilmente uno SPIRITO AUTOCRITICO che porti al superamento di quegli atteggiamenti negativi e fuorvianti, o di subalternità o di estremismo, che pesano in misura ancora non trascurabile e che nel concreto, poi, OSTACOLANO LA SOLUZIONE POSITIVA DI PROBLEMI DI BRUCIANTE ATTUALITÀ, QUALI IL RISANAMENTO ECONOMICO, PRODUTTIVO, FINANZIARIO DELLA SOCIETÀ E DELLO STATO.
Per impegnarci in un progetto di rinnovamento della società, e per fare la proposta di mettersi al lavoro per definirlo, non potevamo attendere che, prima, maturassero nei partiti le condizioni per un nostro ingresso nel governo. Questa esigenza, lo ribadiamo, rimane più che mai aperta. Ma intanto e subito noi abbiamo il dovere di prendere le opportune iniziative, che rispondono a non rinviabili necessità di lotta del movimento operaio e a NON PROCRASTINABILI INTERESSI GENERALI DEL PAESE, anche nell’ambito dell’attuale quadro politico, che, pur con tutte le sue insufficienze, è un quadro profondamente influenzato dagli effetti positivi dell’avanzata popolare e comunista di questi anni, in particolare di quella del 20 giugno.
La proposta del progetto nasce anche da una esigenza interna al movimento operaio: quella di EVITARE CHE NON SI COMPRENDANO BENE LE RAGIONI OGGETTIVE, L’OBBLIGO DI UNA POLITICA DI AUSTERITÀ, OPPURE CHE SI CORRA IL RISCHIO DI ADAGIARSI NELLA QUOTIDIANITÀ, DI ASSUEFARSI AL PIATTO TRAN-TRAN DEL GIORNO PER GIORNO. Ma nasce soprattutto da una esigenza generale, di tutta la nazione, di avere finalmente un orizzonte diverso e dei concreti punti di riferimento.
LA FASE ATTUALE DELLA NOSTRA VITA NAZIONALE È CERTO GRAVIDA DI RISCHI, MA ESSA OFFRE A NOI TUTTI LA GRANDE OCCASIONE PER UN RINNOVAMENTO. QUESTA OCCASIONE NON PUÒ ESSERE PERDUTA: essa è la più grande, forse, – sia detto senza retorica, – che si presenti al popolo italiano e alle sue più serie forze politiche da quando è nata la nostra repubblica democratica.
STA QUI UNA PECULIARITÀ ITALIANA, DI QUESTO NOSTRO PAESE DISSESTATO, DISORDINATO, SI, MA VIVO, CARICO DI ENERGIE, FORTE DI UN GRANDE SPIRITO DEMOCRATICO; DI QUESTA NOSTRA ITALIA CHE È FORSE LA NAZIONE NELLA QUALE LA CRISI È PIÙ GRAVE CHE IN ALTRE ZONE DEL MONDO CAPITALISTICO (E NON SOLTANTO IN SENSO ECONOMICO, MA ANCHE IN QUELLO POLITICO, DI MINACCIA ALLE ISTITUZIONI DEMOCRATICHE), e nella quale, però, sono anche maggiori che in molti altri paesi le possibilità per lavorare dentro la crisi stessa, per farla diventare mezzo per un cambiamento generale della società.
La nostra iniziativa non è dunque un atto di propaganda o di esibizione del nostro partito. Vuole essere un atto di fiducia; vuole essere, ancora una volta, un atto di unità, cioè un contributo che sollecita quello di altri partiti per avviare un lavoro e chiamare ad un impegno comuni, che coinvolgano tutte le forze democratiche e popolari.
Anche per questo suo carattere e intento unitario, il nostro progetto non vuole essere, non deve essere, io credo, un programma di transizione a una società socialista: più modestamente, e concretamente, ESSO DEVE PROPORSI DI DELINEARE UNO SVILUPPO DELL’ECONOMIA E DELLA SOCIETÀ LE CUI CARATTERISTICHE E MODI NUOVI DI FUNZIONAMENTO POSSANO RACCOGLIERE L’ADESIONE E IL CONSENSO ANCHE DI QUEGLI ITALIANI CHE, PUR NON ESSENDO DI IDEE COMUNISTE O SOCIALISTE, AVVERTONO ACUTAMENTE LA NECESSITÀ DI LIBERARE SE STESSI E LA NAZIONE DALLE INGIUSTIZIE, DALLE STORTURE, DALLE ASSURDITÀ, DALLE LACERAZIONI A CUI CI PORTA, ORMAI, L’ATTUALE ASSETTO DELLA SOCIETÀ.
Ma chi sente questo assillo e ha questa aspirazione sincera non può non riconoscere che, per USCIRE SICURAMENTE DALLE SABBIE MOBILI IN CUI RISCHIA DI ESSERE INGHIOTTITA L’ODIERNA SOCIETÀ, è indispensabile introdurre in essa alcuni elementi, valori, criteri propri dell’ideale socialista.
Quando PONIAMO L’OBIETTIVO DI UNA PROGRAMMAZIONE DELLO SVILUPPO CHE ABBIA COME FINE LA ELEVAZIONE DELL’UOMO NELLA SUA ESSENZA UMANA E SOCIALE, NON COME MERO INDIVIDUO CONTRAPPOSTO AI SUOI SIMILI; quando PONIAMO L’OBIETTIVO DEL SUPERAMENTO DI MODELLI DI CONSUMO E DI COMPORTAMENTO ISPIRATI A UN ESASPERATO INDIVIDUALISMO; quando PONIAMO L’OBIETTIVO DI ANDARE OLTRE L’APPAGAMENTO DI ESIGENZE MATERIALI ARTIFICIOSAMENTE INDOTTE, e ANCHE OLTRE IL SODDISFACIMENTO, NEGLI ATTUALI MODI IRRAZIONALI, COSTOSI, ALIENANTI E, PER GIUNTA, SOCIALMENTE DISCRIMINATORI, DI BISOGNI PUR ESSENZIALI; quando PONIAMO L’OBIETTIVO DELLA PIENA UGUAGLIANZA E DELL’EFFETTIVA LIBERAZIONE DELLA DONNA, che è oggi uno dei più grandi temi della vita nazionale, e non solo di essa; quando PONIAMO L’OBIETTIVO DI UNA PARTECIPAZIONE DEI LAVORATORI E DEI CITTADINI AL CONTROLLO DELLE AZIENDE, DELL’ECONOMIA, DELLO STATO; quando PONIAMO L’OBIETTIVO DI UNA SOLIDARIETÀ E DI UNA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, CHE PORTI A UNA RIDISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA SU SCALA MONDIALE; quando poniamo obiettivi di tal genere, che COS‘ALTRO FACCIAMO SE NON PROPORRE FORME DI VITA E RAPPORTI FRA GLI UOMINI E FRA GLI STATI PIÙ SOLIDALI, PIÙ SOCIALI, PIÙ UMANI, E DUNQUE TALI CHE ESCONO DAL QUADRO E DALLA LOGICA DEL CAPITALISMO?
E tuttavia QUESTI CRITERI, QUESTI VALORI, QUESTI OBIETTIVI, che indubbiamente sono propri del socialismo, riflettono un’aspirazione che non è esclusivamente della classe operaia e dei partiti operai, dei comunisti e dei socialisti, ma esprimono un’esigenza che oggi può venire – e anzi, viene già – anche da cittadini e strati di popolo e lavoratori di altre matrici ideali, di altri orientamenti politici, in primo luogo di matrice e ispirazione cristiana; è un’esigenza che può venire, e che viene in misura crescente, da aree sociali ben più ampie, che vanno ben al di là della classe operaia. La ragione principale per cui CONSIDERIAMO LA CRISI COME UN’OCCASIONE, sta nel fatto che obiettivi di trasformazione e di rinnovamento come quelli che ho ricordato possono essere non solo compatibili, ma debbono e possono essere organicamente compresi dentro UNA POLITICA DI AUSTERITÀ, CHE È LA PREMESSA INDISPENSABILE PER SUPERARE LA CRISI, ma andando avanti, non tornando al passato. Infatti, mi pare sia evidente che quegli obiettivi contribuiscono a CONFIGURARE UN ASSETTO SOCIALE E UNA POLITICA ECONOMICA E FINANZIARIA ORGANICAMENTE DIRETTI PROPRIO CONTRO GLI SPRECHI, I PRIVILEGI, I PARASSITISMI, LA DISSIPAZIONE DELLE RISORSE: realizzano, cioè, quello che dovrebbe costituire l’essenza di ciò che, per natura e definizione è una VERA POLITICA DI AUSTERITÀ.
Anzi, SI POTREBBE OSSERVARE CHE COME SPESSO, NELLE SOCIETÀ DECADENTI, SONO ANDATI, VANNO INSIEME E IMPERANO LE INGIUSTIZIE E LO SCIALO, COSÌ NELLE SOCIETÀ IN ASCESA VANNO INSIEME LA GIUSTIZIA E LA PARSIMONIA.
Naturalmente, questa convinzione non ci fa dimenticare, ma anzi ci impegna ad affrontare nella loro concretezza, i problemi immediati, le scelte da compiere, le priorità da imporre in ogni campo della politica economica, finanziaria, fiscale, dell’istruzione, allo scopo di prevenire i rischi di tracolli improvvisi, di bruschi arretramenti e di garantire, invece, che, passo a passo, si avanzi verso traguardi di efficienza e di giustizia, di produttività e di socialità. La ricerca dei nessi che devono legare i provvedimenti immediati all’avvio di questa linea di rinnovamento sarà certamente uno dei cimenti più impegnativi di tutti noi e di quanti vorranno contribuire e partecipare all’elaborazione compiuta di un progetto, che corrisponda alle caratteristiche ed alle esigenze che abbiamo cercato di delineare a grandi tratti.
Il nostro proposito è di arrivare nel giro di pochi mesi all’elaborazione di un testo che rappresenti una prima base di dibattito e di confronto, ma è anche di stimolare, prima e dopo la pubblicazione di tale testo, un vasto e continuo impegno d’iniziativa e di lotta. Anche e proprio perché sentiamo tutta la difficoltà di questa impresa, ma insieme anche la sua necessità e la sua forza di suggestione, ci siamo rivolti a voi, ci rivolgiamo a tutte le forze intellettuali affinché siano protagoniste – come ha detto Tortorella esponendo questo tema in un modo giusto ed efficace – e di PROPOSTE ED INIZIATIVE VOLTE A RIDARE VITALITÀ, A RINNOVARE LE ISTITUZIONI CULTURALI (A COMINCIARE DALLA SCUOLA, DALL’UNIVERSITÀ E DAI CENTRI DI RICERCA) e, al tempo stesso, affinché diano il loro apporto alla elaborazione delle scelte complessive, e non solo di quelle di settore, che devono essere alla base del progetto.
Un appello, un invito cosi diretto ed esplicito alla cultura italiana ha oggi una sua ben precisa ragione: infatti, da un lato, come sappiamo, LE FORZE INTELLETTUALI HANNO OGGI IN ITALIA, COME DEL RESTO HANNO IN QUASI TUTTI I PAESI CAPITALISTICI PIÙ SVILUPPATI, UN PESO SOCIALE QUALE NON AVEVANO MAI AVUTO NEL PASSATO, e hanno anche, in Italia, in larghissima misura, un orientamento politico democratico e di sinistra; ma accanto a tale dato positivo (Giulio Einaudi ha messo bene in luce questa contraddizione) vi è quello, negativo, della CONDIZIONE DI CRISI, DI DECADIMENTO, DI MORTIFICAZIONE IN CUI SONO STATE PRECIPITATE LE NOSTRE ISTITUZIONI CULTURALI DOPO TRENT’ANNI DI POTERE DEMOCRATICO-CRISTIANO E DI SVILUPPO SOCIALE DISTORTO E SQUILIBRATO. Ed è evidente che NESSUNA OPERA DI SALVEZZA E DI RINNOVAMENTO GENERALE DEL PAESE PUÒ ANDARE AVANTI SENZA SUPERARE QUESTA CRISI, SENZA SCIOGLIERE QUESTA CONTRADDIZIONE: SENZA, VORREI DIRE, UNA CRESCITA DEL SAPERE E DELL’AMORE PER IL SAPERE, SENZA UN RINNOVAMENTO DEGLI STRUMENTI DEL SAPERE, AFFINCHÉ LA PRODUZIONE DI CULTURA, E QUINDI LE ISTITUZIONI CULTURALI, SIANO ARTEFICI ANCH’ESSE DEL RISANAMENTO E DEL RINNOVAMENTO DI TUTTA LA SOCIETÀ.
II modo in cui poniamo oggi la funzione della cultura per la trasformazione del paese corrisponde a una tradizione, a una peculiarità del Partito comunista italiano, come partito della classe operaia, come partito democratico e nazionale, come grande organismo che è esso stesso produttore di cultura. NOI CI SIAMO BATTUTI SEMPRE E CI BATTIAMO PER IL PROGRESSO E L’ESPANSIONE DELLA VITA CULTURALE. Ma in questo nostro impegno DOBBIAMO SEMPRE GUARDARCI DA INTERVENTI CHE POSSANO, NELLA BENCHÉ MINIMA MISURA, LEDERE L’AUTONOMIA DELLA RICERCA TEORICA, DELLE ATTIVITÀ CULTURALI, DELLA CREAZIONE ARTISTICA, GIACCHÉ QUESTE HANNO COME CONDIZIONE VITALE DI SVILUPPO NON QUELLA DI OBBEDIRE A UN PARTITO, A UNO STATO, A UN’IDEOLOGIA, MA QUELLA DI POTER DISPIEGARSI IN PIENEZZA DI LIBERTÀ E DI SPIRITO CRITICO. Tale impostazione, che è parte della più generale visione che noi abbiamo dei rapporti tra democrazia e socialismo, si distingue da quella di alcuni partiti al potere in paesi socialisti; atteggiamenti e comportamenti del potere politico quali quelli di cui si ha notizia (per esempio in Cecoslovacchia dove siamo di fronte addirittura ad atti di tipo repressivo), sono per noi inaccettabili in linea di principio. Interpretando questa posizione generale del partito alcuni nostri compagni intellettuali hanno preso l’iniziativa di una dichiarazione pubblica, che noi consideriamo giusta ed opportuna. Fa parte irrinunciabile del nostro patrimonio una concezione che riconosce l’essere compito del partito comunista, degli altri partiti democratici e dei pubblici poteri, in quanto siano orientati anch’essi in senso democratico, da un lato la CREAZIONE DEL CLIMA POLITICO MORALE E DALL’ALTRO LATO, L’ATTUAZIONE DELLE CONDIZIONI MATERIALI, PRATICHE, ORGANIZZATIVE CHE CONSENTANO IL POSITIVO E LIBERO SVILUPPO DELLA RICERCA, DELLA INIZIATIVA E DEL DIBATTITO CULTURALE. Ma non è compito né dei partiti, né dello Stato esigere obbedienze, far prevalere concezioni del mondo, limitare in qualsiasi modo le libertà intellettuali.
Ed io, cari compagni ed amici – non senza prima ringraziare tutti voi e in modo del tutto particolare il compagno Argan, che è venuto a rappresentare la città di Roma e la nuova amministrazione popolare romana – voglio concludere il mio intervento proprio con la tranquilla conferma di questa nostra impostazione: da essa non dobbiamo discostarci mai.

http://www.ilpost.it/2010/08/27/berlinguer-austerita/

martedì 12 giugno 2012

Benigno Zaccagnini. La drammatica fine di Enrico Berlinguer ci fa riflettere sul valore che, breve o lunga che sia, ha la testimonianza di un impegno coerente e onesto con i propri principi ideali

Gramsci Berlinguer Pertini 
L'11 giugno di 28 anni fa moriva Enrico Berlinguer. [...]
«I partiti sono diventati macchine di potere»
Intervista di Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari, «La Repubblica», 28 luglio 1981

La drammatica fine di Enrico Berlinguer ci fa riflettere sul valore che, breve o lunga che sia, ha la testimonianza di un impegno coerente e onesto con i propri principi ideali.
Benigno Zaccagnini

Vincenzo Di Maio: 
Credo che Napolitano Bersani e cricca questa intervista non l'abbiano mai letta, farebbero bene a farlo quanto prima.Dovrebbero vergognarsi di aver distrutto tutto quello che BERLINGUER aveva costruito.Grazie Compagno ENRICO sei e sarai sempre il nostro faro.

Francesco Valencetti:
Ciao Enrico la tua morte ci ha lasciati soli e in mano a dei banditi!!!! la questione morale questi del Pd non sanno nemmeno dove sta di casa e cosa sia!!!!!






Photo: L'11 giugno di 28 anni fa moriva Enrico Berlinguer. Ciao Enrico, noi non ti dimentichiamo!!

Enrico Berlinguer. La questione Morale. «I partiti sono diventati macchine di potere». 28 Luglio 1981


Ricordiamo Berlinguer


L’11 giugno di 28 anni fa moriva a Padova Enrico Berlinguer. [...]

La questione morale di Enrico Berlinguer «I partiti sono diventati macchine di potere»
Intervista di Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari, «La Repubblica», 28 luglio 1981 «I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer. «I partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia». 
Eugenio Scalfari: La passione è finita?
Enrico Berlinguer: Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…
Eugenio Scalfari: Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

Enrico Berlinguer: È quello che io penso.
Eugenio Scalfari: Per quale motivo?
Enrico Berlinguer: I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.
Eugenio Scalfari: Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
Enrico Berlinguer: E secondo lei non corrisponde alla situazione?
Eugenio Scalfari: Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.
Enrico Berlinguer: La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.
Eugenio Scalfari: Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
Enrico Berlinguer: In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.
Eugenio Scalfari: Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?
Enrico Berlinguer: Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?
Eugenio Scalfari:Veniamo alla seconda diversità.
Enrico Berlinguer: Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.
Eugenio Scalfari: Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Enrico Berlinguer: Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.
Eugenio Scalfari: Non voi soltanto.
Enrico Berlinguer: È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?
Eugenio Scalfari: Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un’offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Enrico Berlinguer: Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.
Eugenio Scalfari: Dunque, siete un partito socialista serio…
Enrico Berlinguer: …nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo…
Eugenio Scalfari: Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?
Enrico Berlinguer: No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.
Eugenio Scalfari: Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c’è o no?
Enrico Berlinguer: Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c’è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e senza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.
Eugenio Scalfari: Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
Enrico Berlinguer: La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.
Eugenio Scalfari: Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d’accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l’inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell’obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
Enrico Berlinguer: Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L’inflazione è -se vogliamo- l’altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l’una e contro l’altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l’inflazione si debba pagare il prezzo d’una recessione massiccia e d’una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.
Eugenio Scalfari: Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell’ “austerità”. Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito…
Enrico Berlinguer: Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industrializzati -di fronte all’aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all’avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la “civiltà dei consumi”, con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell’austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.
Eugenio Scalfari: E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
Enrico Berlinguer: Il costo del lavoro va anch’esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell’aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire.

mercoledì 11 gennaio 2012

Sandro Pertini. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria,... che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero.

Le dittature si presentano apparentemente più ordinate, nessun clamore si leva da esse. Ma è l'ordine delle galere e il silenzio dei cimiteri.
Sandro Pertini
[25 settembre 1896 – 24 febbraio 1990]


Quando mi dissero che il cadavere di Mussolini era stato portato a piazzale Loreto, corsi con mia moglie e Filippo Carpi. I corpi non erano appesi. Stavano per terra e la folla ci sputava sopra, urlando. Mi feci riconoscere e mi arrabbiai: "Tenete indietro la folla!". Poi andai al CLN e dissi che era una cosa indegna: giustizia era stata fatta, dunque non si doveva fare scempio dei cadaveri. Mi dettero tutti ragione: Salvadori, Marazza, Arpesani, Sereni, Longo, Valiani, tutti. E si precipitarono a piazzale Loreto, con me, per porre fine allo scempio. Ma i corpi, nel frattempo, erano già stati appesi al distributore della benzina. Così ordinai che fossero rimossi e portati alla morgue. Io, il nemico, lo combatto quando è vivo e non quando è morto. Lo combatto quando è in piedi e non quando giace per terra
Sandro Pertini. Piazzale Loreto

Nella vita talvolta è necessario saper lottare, non solo senza paura, ma anche senza speranza.
Sandro Pertini

Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria,... che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli?  Questo non è un uomo libero.
 Sandro Pertini


Oggi la nuova resistenza in che cosa consiste. Ecco l'appello ai giovani:
di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vogliono due qualità a mio avviso cari amici: l'onestà e il coraggio. L'onestà... l'onestà... l'onestà. [...] E quindi l'appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto: la politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c'è qualche scandalo. Se c'è qualcuno che dà scandalo; se c'è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!
Sandro Pertini, discorso del 31 dicembre 1983


Ci sono state inadempienze, saranno punite, come il prefetto di Avellino che è stato già giustamente rimosso.... in Belice, dove sono i soldi stanziati? Chi ha speculato, è in galera come dovrebbe essere? Perché non c'è peggior infamia che speculare sulle disgrazie altrui
Sandro Pertini, 1980, discorso sul terremoto in Irpinia

Dall’intervista rilasciata da Sandro Pertini a Nantas Salvalaggio della  “La Domenica del Corriere”:
"Non accetterò mai di diventare il complice di coloro che stanno affossando la democrazia e la giustizia in una valanga di corruzione. Non c’è ragione al mondo che giustifichi la copertura di un disonesto, anche se deputato. Lo scandalo più intollerabile sarebbe quello di soffocare lo scandalo. L’opinione pubblica non lo tollererebbe. Io, neppure. Ho già detto alla mia Carla: tieni pronte le valigie, potrei piantare tutto…
Io spero che i documenti dei famosi ‘pretori d’assalto’ siano vagliati con rigore. Spero che tutto sarà discusso in aula, e nessuna copertura sarà frettolosamente inventata dai padrini dell’assegno sottobanco… Mi fanno pena i magistrati e i politici che cercano di tagliare le gambe ai pretori dell’inchiesta sullo scandalo del petrolio. Dicono che sono troppo giovani: ma da quando la giovinezza è un reato? Se mai è un sintomo esaltante e meraviglioso: significa che il Paese ha una riserva di coraggio e di onestà nelle nuove generazioni. E poi, mi creda: questi giovani (beati loro!) sono stati esemplari, rapidissimi. In tredici giorni hanno vagliato quintali di documenti. Hanno perduto ciascuno tre o quattro chili, mi dicono.
Ma è quel sudore, quella fatica, che possono ora lavare le macchie dei piccoli e grandi corruttori. Nel mio partito mi accusano di non avere souplesse. Dicono che un partito moderno si deve ‘adeguare’. Ma adeguare a che cosa, santa Madonna? Se adeguarsi vuol dire rubare, io non mi adeguo. Meglio allora il partito non adeguato e poco moderno. Meglio il nostro vecchio partito clandestino, senza sedi al neon, senza segretarie dalle gambe lunghe e dalle unghie ultralaccate… Dobbiamo tagliarci il bubbone da soli e subito. Non basta il borotalco a guarire una piaga. Ci sono i ladri, gli imbroglioni? Bene, facciamo i nomi e affidiamoli al magistrato".





Ecco, io non so perché ancora qualcuno si stupisca che la classe politica attuale goda di così poca stima presso i cittadini… quel che è certo è che se ci fossero un po più Sandro Pertini, questo Paese sarebbe certamente migliore. E se non ci sono, non stiamo a lamentarci e a piangerci addosso: cominciamo noi nel nostro piccolo a fare i Sandro Pertini. Cominciamo a non adeguarci, a protestare ogni volta che le cose vengono fatte “secondo il sistema” e non “secondo coscienza”. Forse non cambierà nulla, ma se l’onestà di una persona sola come Pertini ai vertici dello Stato ha fatto tanto, figuriamoci se a quei vertici ce ne fossero almeno un centinaio.
Quella, nel paese che non ha mai risolto la Questione Morale, sarebbe la vera rivoluzione.

zzzzz a

http://siamolagente.altervista.org/non-perdetevi-questa-intervista-a-pertini-se-adeguarsi-vuol-dire-rubare-io-non-mi-adeguo-ed-altro-ancora-che-dio-ci-mandi-qualche-altro-uomo-come-questo/



Elenco blog personale