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giovedì 24 novembre 2016

Piergiorgio Odifreddi, “Dizionario della stupidità”.

Piergiorgio Odifreddi,  “Dizionario della stupidità”.

In sintesi
Siamo sicuri che il nostro modo di vivere segua una logica ben precisa? 
Secondo Piergiorgio Odifreddi no e ce lo dimostra con Abbecedario della stupidità. 
Imparare a leggere la più comune e pericolosa caratteristica umana. 
Lo scienziato scrittore smaschera la nostra quotidianità e la decompone, dimostrandoci come la nostra vita sia pervasa dalla stupidità che poi è l’accanirsi in cose senza senso. Anche Einstein, a cui Odifreddi si ispira sempre, era convinto della dimostrazione scientifica della stupidità dell’uomo che da quando ha imparato a leggere si è convinto della possibilità di poter trasformare le cose. 
Ma perché ostinarsi in questa lotta contro la natura? 
Il più lampante degli esempi è quello che ci vede in estate e in inverno, con condizionatore e riscaldamento, voler rovesciare l’andamento naturale di caldo e freddo e volerli trasformare. 

Con una serie di simili e divertenti esempi Piergiorgio Odifreddi ci porta a riflettere su una serie di comportamenti che quotidianamente teniamo e che sono invece frutto del non pensare sul serio, di voler trasformare il mondo a nostra immagine e somiglianza perché da quando abbiamo imparato a leggere pensiamo di essere padroni degli eventi. Non è così e a lungo andare sarà controproducente. La lampante evidenza scientifica della realtà ci viene così messa sotto gli occhi in Abbecedario della stupidità, un divertente trattato sull’umanità che fa riflettere. 

http://www.libreriauniversitaria.it/dizionario-stupidita-fenomenologia-non-senso/libro/9788817075763


Mentre Oltralpe l’etnologo Marc Augé,
ne "Le tre parole che cambiarono il mondo" immagina che il papa annunci:
«Dio non esiste» causando il crollo di molti Stati teocratici,
da quest’altra parte delle Alpi, il matematico Piergiorgio Odifreddi stila un caustico
"Dizionario della stupidità" dove la religione è additata come la prima causa.
Insieme all’ideologia politica e alla filosofia metafisica.
«Perché anch’essa è basata su un’idea di trascendenza
e ci impedisce di vedere la realtà per quella che è». [...]
Left (5/11/16)


Dizionario della stupidità.
"Il matematico Piergiorgio Odifreddi stila un caustico Dizionario della stupidità (Rizzoli) dove la religione è additata come la prima causa. Insieme all’ideologia politica e alla filosofia metafisica.
«Perché anch’essa è basata su un’idea di trascendenza e ci impedisce di vedere la realtà per quella che è».

In queste quasi quattrocento pagine lo scienziato torinese passa in rassegna molte “voci” che ci intontiscono.

Sfilano così abitudini, borsa, capitalismo, facebook, grande fratello, Tv e molto altro.

Ma mette a segno i suoi colpi migliori, gli aforismi più graffianti, quando parla di: al di là, apparizioni, Benedetto XVI, Bellarmino, ciarlatani, crocifisso, Dio, dittatura, dogmi, papa Francesco…

Per arrivare, in finale, a lasciare il segno di Zorro sulla veste accademica di Antonino Zichichi che il 19 gennaio del 1983 all’università de L’Aquila inscenò «la pantomima “Gesù di Nazareth e la ricerca scientifica”»..."



Ma che cos’è uno stupido?
Secondo Carlo Maria Cipolla, che ha scritto un famoso libretto intitolato Le leggi fondamentali della stupidità umana, lo stupido è chi causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita. 
Cipolla identificava però altre tre categorie, disponendole assieme allo Stupido su un diagramma: 
lo Sprovveduto, l’Intelligente e il Bandito. 

L’idea era che non esistano né uomini perfettamente stupidi, sprovveduti o intelligenti né dei perfetti banditi, ma che le categorie siano fluide e la realtà sia più complessa. 

Ciò non toglie che ciascuno di noi tende ad assomigliare più all’una che all’altra categoria. 

Se Odifreddi non è uno stupido, non è neanche uno Sprovveduto, che per Cipolla è chi compie un’azione e ne ricava una perdita mentre nello stesso tempo procura un vantaggio a qualcun altro. 

Restano l’Intelligente e il Bandito. 
Il primo è chi compie un’azione dalla quale ottiene un vantaggio 
e nello stesso tempo procura un vantaggio anche a qualcun altro. 
Odifreddi vende e Rizzoli ne trae vantaggio: se tutto finisse lì, potremmo classificarlo tra gli intelligenti. Ma il fatto è che Odifreddi, oltre a creare un vantaggio per sé e per il suo editore (e forse si possono far coincidere questi due interessi), allo stesso tempo danneggia qualcun altro. Questo qualcun altro sono tutti quelli che in varie sedi – a scuola, all’università, in televisione, sui giornali – cercano di parlare di cose serie come Dante, Galileo e Darwin in modo semplice ed esatto, ma sono soprattutto i lettori di Odifreddi, i quali credendo di trovare nel Dizionario della stupidità un elenco di cose stupide delle quali ridere, trovano un catalogo di stupidaggini nelle quali rischiano di credere. E questa (chi compie un’azione dalla quale trae vantaggio causando una perdita a qualcun altro) è la definizione del Bandito.
http://www.leparoleelecose.it/?p=24626



Piergiorgio Odifreddi, Dizionario della stupidità,
per proteggersi dalle "scemenze della vita quotidiana".
Laico fervente, ha studiato prima dalle suore, poi dai preti: 
"Non erano niente male".

Se deve immaginare uno scenario politico peggiore di quello odierno, torna con la memoria alla stagione della Democrazia cristiana: "Anche se Giulio Andreotti – racconta – mi salvò da un pericoloso fermo in Unione Sovietica". Con l'Huffington Post, parla di banchieri da "mandare all'infermo", di politicamente corretto e Islam, della "superiorità" di Benedetto XVI sulla "banalità" di Papà Francesco, e di politica.

Odifreddi, nel suo dizionario c'è anche la voce: Matteo Renzi. Perché?
Se vogliono conquistare voti, 
i politici devono dire alle persone 
ciò che si vogliono sentir dire. 
Tendenzialmente, delle stupidaggini. 
E Matteo Renzi è l'erede perfetto di Berlusconi: 
il Cavaliere ha imparato a farlo cantando sulle navi, 
lui esordendo alla Ruota della fortuna.

Ma politicamente?
Renzi ha realizzato il programma berlusconiano,
andando addirittura oltre con il Jobs act,
che ha dissolto le tutele dello statuto dei lavoratori.


Dedica un lemma anche a Grillo.
Grillo ha iniziato a dire scemenze prima di cominciare a fare politica.
Per dire: sosteneva che l'AIDS era una bufala, che l'OGM ammazza, che le radiazioni dei cellulari cuociono le uova. Ma lui ci crede. È questa la grande differenza tra Grillo e un politico di professione: che il politico deve dire delle cretinate per racimolare voti, lui le dice per convinzione.

Eppure ha un gran consenso.
Non voglio dire che il suo pubblico sia fatto di deficienti. È una parola brutta.
Dico: ingenui. Ma rimane il fatto che sono persone che credono alle scie chimiche e fanno battaglie contro i detersivi. È la parte della società con meno mezzi culturali per giudicare.

Possibile che siano tutti così?
Bertrand Russell diceva che i politici hanno nei confronti degli elettori un vantaggio: che gli elettori sono più stupidi di loro. E giudicare Grillo, per me, è troppo difficile: mi è così distante che lo considero un minus habens. Quando lo sento, mi viene la pelle d'oca. Dicono che i suoi siano argomenti di pancia. Io fatico a considerarli proprio argomenti.

A Palermo, però, molte persone sono andate per ascoltarlo alla Festa nazionale dei 5 stelle.
Il novanta per cento delle persone è stupido. Quindi, considerato che siamo 60 milioni, in Italia ci sono almeno 54 milioni di stupidi: non credo ve ne siano di più a quella festa.

E gli altri dove vanno?
Vanno anche alle feste dell'Unità. Come si fa a pensare che dopo due anni di governo Renzi quella festa abbia un senso? Almeno, per decenza, cambiassero nome.

Non le sembra di sottovalutare? Il partito democratico governa il Paese, i Cinque stelle hanno conquistato due grandi città alle ultime elezioni.

C'è una differenza enorme tra le due città: a Torino, Chiara Appendino è il prodotto di ciò che i 5 stelle stessi chiamano poteri forti; a Roma, invece i poteri forti li hanno contro.

Può essere più esplicito?
Dietro Appendino c'è la Fiat. Appena aletta, John Elkan è subito corso a incontrarla. 
Viceversa, Virginia Raggi è dovuta recarsi in visita dal Papa.

C'è solo questa differenza tra le due?
No, Appendino ha le qualità per governare, Raggi le ha solo per vincere le elezioni.

Scrive: "E' venuto il momento di tornare a considerare i banchieri paria della società e reietti da Dio".

Nel Medio Evo, era considerato usuraio chiunque prestasse denaro, a qualsiasi tasso.
Oggi il fastidio per i banchieri è tornato a essere forte. Quando la gente vede i posti di lavoro che evaporano, le tutele che si dissolvono, e dall'altra gli aiuti di stato per tenere in vita istituti che hanno fallito, s'incazza.

Però è difficile vivere in un mondo senza banche.
Certo che si può vivere in un mondo senza banche.
Per metà del secolo scorso, l'Unione Sovietica ne ha fatto a meno.

Non è andata benissimo, però.
Non per quel motivo. Mi domando perché non si possano nazionalizzare le banche che vengono salvate. Perché è diventata una bestemmia?

In Europa, nazionalizzare è contrario alle regole dell'Unione.
È per questo che l'UE suscita l'astio dei suoi cittadini: perché è solo un'unione economica.

Nel suo libro, mostra di preferire Ratzinger a Papa Francesco. Perché?
Da ateo, con Benedetto XVI ho avuto un dialogo. 
Mi è interessato leggere le cose che scriveva, Ratzinger aveva una profondità di pensiero. 
La statura intellettuale Papa Francesco lascia perplessi. Quando parla, mi cadono le braccia. 
La misericordia, il vogliamoci bene, l'amore: sono cose talmente banali. 
Chi può essere contrario?

È facile criticare l'Islam allo stesso modo in cui lei, ora, ha fatto con il Cattolicesimo?
Penso che, in realtà, sia molto più facile criticare l'islam che il Cristianesimo.
Farlo, è politicamente corretto. Ci sono partiti politici che fanno propaganda sull'equazione musulmano uguale terrorista. E l'opinione pubblica è sempre sul chi va là.

Dimentica quello che è successo in Francia per le vignette di Charlie Hebdo su Maometto?

La diversità è che i cristiani non vengono sotto casa ad aspettarti se li prendi di mira con la satira.
Ma ricorda la parodia di Ratzinger fatta da Crozza? A un certo punto ha dovuto smettere di farla.
E potrei fare altri esempi. Nei risultati, non è molto diverso da quello che accade con l'Islam.

Lei è stato compagno di classe di Flavio Briatore.
Ha letto della polemica sul turismo al sud, secondo lui poco sensibile ai bisogni dei ricchi?

Non saprei dire se è così. So che con Briatore studiavo al geometra.
Lui fu bocciato al secondo anno, poi lasciò e fece una scuola privata per recuperare tutti gli anni in uno. Credo sia la dimostrazione che il detto popolare – "ultimi a scuola, primi nella vita" – è vero.

www.huffingtonpost.it/2016/09/25/odifreddi-dizionario-stupidita_n_12180056.html


Dizionario  della  stupidità





sabato 9 gennaio 2016

Odifreddi. Geometria non euclidea. Nella seconda parte dei "Fratelli Karamazov" Ivan e Alioscia hanno una lunga conversazione teologica in trattoria, nel corso della quale il primo se ne esce sorprendentemente con queste parole: «Posto che Dio esista, e che abbia realmente creato la Terra, questa, come tutti sappiamo, è stata creata secondo la geometria euclidea, e l'intelletto umano è stato creato idoneo a concepire soltanto uno spazio a tre dimensioni. Vi sono stati, invece, e vi sono pure ora, geometri e filosofi, anche fra i più grandi, i quali dubitano che tutta la natura, o più in generale tutto l'universo, siano stati creati secondo la geometria euclidea. E s'avventurano perfino a supporre che due linee parallele, che secondo Euclide non possono a nessun patto incontrarsi sulla Terra, potrebbero anche incontrarsi prima o poi nell'infinito».


La matematica dei fratelli  Karamazov.
Nella seconda parte dei "Fratelli Karamazov" Ivan e Alioscia hanno una lunga conversazione teologica in trattoria, nel corso della quale il primo se ne esce sorprendentemente con queste parole: «Posto che Dio esista, e che abbia realmente creato la Terra, questa, come tutti sappiamo, è stata creata secondo la geometria euclidea, e l'intelletto umano è stato creato idoneo a concepire soltanto uno spazio a tre dimensioni. Vi sono stati, invece, e vi sono pure ora, geometri e filosofi, anche fra i più grandi, i quali dubitano che tutta la natura, o più in generale tutto l'universo, siano stati creati secondo la geometria euclidea. E s'avventurano perfino a supporre che due linee parallele, che secondo Euclide non possono a nessun patto incontrarsi sulla Terra, potrebbero anche incontrarsi prima o poi nell'infinito». 

La sorpresa però svanisce quando si tiene conto di due fatti. Anzitutto, che Dostoevskij era un ingegnere, laureatosi nel 1843 all'Università Politecnica Militare di San Pietroburgo. E poi, che la geometria non-euclidea alla quale egli alludeva nel 1879 era un'invenzione russa del 1829, diventata nel frattempo di dominio pubblico in tutta l'Europa, e certo non dimenticata nel suo paese.
In realtà, fin dagli inizi dell'Ottocento i tempi erano ormai maturi per la scoperta o l'invenzione della geometria non-euclidea: una geometria, cioè, in cui «per un punto fuori di una retta passa più di una parallela alla retta data», invece che una sola come nella geometria euclidea. E, come spesso accade in matematica, quando i tempi sono ormai maturi se ne accorge più di una persona, e non una sola. Ma per la storia conta la prima che, oltre ad accorgersene, lo fa sapere al resto del mondo.

Nel caso della geometria non-euclidea questa persona fu appunto un russo di nome Nikolaj Lobachevskij, che nel 1826 tenne all'università di Kazan, oltre gli Urali, un'Esposizione succinta dei princìpi della geometria, con una dimostrazione rigorosa del teorema delle parallele.
Quasi un millennio prima un altro letterato, più sensibile alla matematica dell'ingegner Dostoevskij, era già stato attratto dalla possibilità di una geometria non-euclidea. Si trattava del poeta persiano Omar Khayyam, autore delle famose Rubaiyat, "Quartine", che l'Occidente venne a conoscere soltanto nell'Ottocento, in una libera e popolare traduzione inglese di Edward Fitzgerald. Khayyam intravide l'esistenza di tre tipi di geometrie, distinte tra loro dal fatto che le parallele a una retta data passanti per un punto fuori di essa sono rispettivamente nessuna, una o più. O, se si preferisce, dal fatto che la somma degli angoli di un triangolo è rispettivamente maggiore, uguale o minore di 180 gradi. La seconda geometria, quella intermedia in cui c'è una sola parallela e la somma degli angoli di un triangolo è uguale a 180 gradi, è ovviamente la geometria piana studiata ancor oggi nelle scuole. La prima, quella in cui non c'è nessuna parallela e la somma degli angoli di un triangolo è maggiore di 180 gradi, è la geometria sferica. Le sue rette sono i meridiani, analoghi a quelli così chiamati sulla sfera terrestre. E poiché due meridiani si incontrano sempre in due poli opposti, non possono appunto mai essere paralleli. Il problema è capire come raffigurarsi la terza geometria, quella in cui ci sono più parallele e la somma degli angoli di un triangolo è minore di 180 gradi. Lobachevskij ne aveva descritte le proprietà, ma c'era il rischio che si trattasse della descrizione di un mondo puramente immaginario, senza nessun modello reale. Il primo a capire come raffigurarsela in termini concretamente visualizzabili fu Eugenio Beltrami nel 1868, nel suo Saggio di interpretazione della geometria non- euclidea.
L'idea era che bisognava trovare qualcosa che fosse l'analogo, uguale e contrario, della sfera. Beltrami lo individuò in quella che egli chiamò pseudosfera: una strana superficie che in ogni punto aveva la stessa curvatura negativa, esattamente come la sfera in ogni punto ha la stessa curvatura positiva. E ne costruì a mano alcuni modelli, chiamati da un giornale satirico dell'epoca "cuffie della nonna", a causa del loro aspetto ondulato come i bordi dei cappelli da notte di pizzo di una volta.

Ad esempio, era noto fin dall'antichità che il piano si può pavimentare con piastrelle triangolari regolari, raggruppate sei a sei attorno ai vertici. I pitagorici avevano scoperto che se si raggruppano invece i triangoli cinque a cinque, si ottiene una superficie che si chiude su se stessa, e diventa un solido regolare chiamato icosaedro, così chiamato perché ha venti facce triangolari, che approssima una sfera. Beltrami capì che un'analoga approssimazione della pseudosfera si poteva ottenere raggruppando invece i triangoli sette a sette.
In seguito si è scoperto che queste cose esistono già bell'e fatte in natura. 
Molti organismi biologici, soprattutto marini, esibiscono infatti una geometria non-euclidea, dalle alghe kelp ai nudibranchi, e così fanno le foglie di lattuga e di cavolo nero. Ma proprio a causa dei loro tipici bordi ondulati, questi modelli non si possono distendere perfettamente sul piano. Beltrami inventò dunque altri modelli piani, mettendo le piastrelle della pavimentazione dentro un cerchio, e facendole diventare sempre più piccole man mano che si avvicinano al bordo, in modo da farcene stare infinite. Oggi questi modelli sono diventati famosi perché al Congresso Internazionale dei Matematici del 1954, che si tenne ad Amsterdam, il grafico Maurits Cornelis Escher ne venne a conoscenza e se ne innamorò. Dedicò dunque quattro opere ai Limiti del cerchio, la terza delle quali viene considerata la più bella raffigurazione del piano non-euclideo prefigurato dal persiano Khayyam, scoperto o inventato dal russo Lobachevskij, modellato dall'italiano Beltrami e rappresentato dall'olandese Escher, in un lavoro collettivo e millenario tipico delle imprese matematiche e scientifiche."
La Repubblica, 23 novembre 2015, Piergiorgio Odifreddi





venerdì 9 marzo 2012

Caffè Filosofico. Godel e Turing. La nascita del computer e la società dell'informazione




Il 9 maggio 1941 è stato un giorno di svolta all'interno del secondo conflitto mondiale, corrisponde infatti alla data in cui fu catturato dagli inglesi il sottomarino tedesco U-boot U-110. A bordo del mezzo fu trovato uno strano macchinario, soprannominato Enigma, che riceveva regolarmente messaggi criptati da parte dell'esercito tedesco; la decodificazione delle serie numeriche (che cambiava ogni 24 ore circa) tenne impegnate per molto tempo in un progetto segreto le menti più brillanti del Regno Unito, tra cui quella del tormentato matematico Turing.
Il team riuscì a scoprire i segreti dei nemici individuando una falla nel loro sistema, ogni messaggio infatti cominciava con delle informazioni sul meteo e si chiudeva con un saluto formale a Hitler; proprio questi furono allora i punti di partenza per la scoperta di come i codici funzionavano.






Alan Turing e la sua macchina
Turing è definito il padre dell'intelligenza artificiale, in base soprattutto alla teorizzazione dell'omonima macchina. Che cos'è la macchina di Turing e perché è così importante? [...]

Ciò che ha reso la figura di Turing un soggetto perfetto da romanzare è l'intrecciarsi di una vita personale travagliata, un ruolo decisivo nell'esito della Seconda guerra mondiale e le teorie pionieristiche in materia di calcolo digitale.

IL NUOVO TESTAMENTO DELL'ERA DIGITALE. 
Proprio grazie a queste teorie Turing è considerato da molti il padre dell'informatica. Non è del tutto sbagliato definirlo così, perché, per dirla con le parole di George Dyson nel suo saggio La cattedrale di Turing (Codice Edizioni), Alan Turing si colloca fra il Vecchio e il Nuovo Testamento dei profeti del calcolo digitale. Funge cioè da spartiacque tra coloro che hanno fornito la logica (Leibniz in testa) e coloro che hanno poi costruito le macchine (John Von Neumann).

LA MACCHINA DI TURING. Il lavoro più noto di Turing è On Computable Numbers del 1936, nel quale il matematico presenta la sua macchina di calcolo logico, poi definita macchina di Turing. 
«Una macchina di Turing», spiega Carlo Cellucci, professore emerito di filosofia alla Sapienza di Roma, «non è una macchina fisica ma un modello di una macchina ideale consistente in: A) un nastro infinito in entrambe le direzioni, diviso in caselle ciascuna delle quali può contenere il simbolo 0 oppure il simbolo 1. Il nastro rappresenta la memoria della macchina; B) una testina che può leggere il simbolo, 0 oppure 1, contenuto in una casella e scrivere un simbolo in una casella, e può muoversi lungo il nastro, una casella per volta.»
Si tratta soltanto di un modello teorico, poiché prevede un tempo e uno spazio (cioè il nastro) infiniti. Per farvi un'idea però qui sotto potete vederne un prototipo realizzato da Mike Davey e utilizzato nell'introduzione del film The Imitation Game:


Secondo Turing sarebbe stato possibile inventare una macchina che potesse essere utilizzata per qualsiasi sequenza computabile. La novità di questa teoria, secondo Dyson, è che si dimostrava che una macchina poteva essere codificata come un numero e viceversa, introducendo il concetto di ciò che oggi chiameremmo software.

TURING "PADRE" DEL COMPUTER? 
Chi conosce o ha sentito parlare del matematico inglese lo definisce spesso così. 
Turing sicuramente «stimolò il progetto di realizzazione di un computer», conferma il professor Cellucci, «ma i computer reali non si basano sul suo modello perché sarebbero estremamente lenti e inefficienti. I computer reali si basano invece su un modello ideato da un altro logico, John von Neumann». Quest'ultimo tra l'altro conobbe Turing all'università di Princeton e dopo il dottorato gli propose un posto come suo assistente. Il matematico rifiutò l'offerta e fece ritorno in Inghilterra, dove partecipò al programma di decrittazione dei codici con i quali i tedeschi comunicavano ai sommergibili gli obiettivi militari da colpire, il famoso sistema Enigma. John Von Neuman invece, nel 1953, realizzò con un gruppo di fisici e ingegneri il primo calcolatore programmabile.

TURING VISIONARIO? 
Secondo Cellucci «Turing è stato un visionario nel senso che immaginò un modello di macchina capace di effettuare calcoli di ogni genere, ed immaginò macchine intelligenti dotate di capacità superiori a quelle dei computer attuali. Come tanti visionari, però, Turing era più a suo agio con i sogni che con la realtà. Infatti, quando si passò alla realizzazione dei primi computer reali, il suo contributo non fu di primo piano».

È certo però che a soli 24 anni scrisse uno dei trattati più brillanti e innovativi della sua epoca, influendo sugli studi di chi poi avrebbe effettivamente realizzato la "macchina universale".








Piergiorgio Odifreddi racconta
Godel e Turing. La nascita del computer e la società dell'informazione


Pag. 20
Se la frase fosse dimostrabile, poiché il sistema dimostra solo cose vere, sarebbe vera. Ma essa dice “io non sono dimostrabile”, e allora non dovrebbe essere dimostrabile. L’ipotesi che questa frase sia dimostrabile fa sì che essa sia vera, e dunque non dimostrabile. Ma allora, l’ipotesi è sbagliata, e la frase non può essere dimostrabile; ma questo è appunto ciò che essa dice, e dunque è vera.
Sembra un gioco di prestigio, sul quale naturalmente vi invito a riflettere, a meditare. Perché, detta così, sembra semplicemente un gioco di parole, e non la dimostrazione di un teorema. Vi invito, cioè, a meditare sul fatto che la frase «io non sono dimostrabile» non può essere dimostrabile in un sistema che dimostra solo verità, perché altrimenti sarebbe falsa. E allora non è dimostrabile, ma poiché dice appunto di non essere dimostrabile, è vera.
E allora, che cosa abbiamo trovato? Abbiamo un'affermazione che è vera, ma non dimostrabile: dunque un esempio di incompletezza del sistema. Ora, come mai questo non è vero già per la logica, ma solo per la matematica? Perché il succo, il nucleo della dimostrazione di Godel consiste nel far vedere che questa frase, che dice di se stessa di non essere dimostrabile, si può rendere precisa, ma soltanto trascrivendola in linguaggio matematico, attraverso un meccanismo che si chiama oggi «godelizzazione», per ovvi motivi.
La godelizzazione è un modo per trascrivere frasi del linguaggio in formule aritmetiche, e dunque matematiche. Ed è così che questo ragionamento linguistico e filosofico, che assomigliava molto ai vecchi paradossi da una parte e ai ragionamenti di Kant dall'altra, diventa un ragionamento matematico. Però, per poter fare la trascrizione, c'è bisogno di avere almeno i numeri nel proprio sistema. Non lo si può fare nella sola logica, che è troppo debole. Ma questa debolezza risulta essere una forza, perché diventa la difesa contro l ‘incompletezza: è per questo motivo, che Godel ha potuto dimostrare nel 1930 il teorema di completezza per la logica.
Ma non appena c'è un minimo di matematica, non appena c'è un pò dell'aritmetica dei numeri dentro il sistema, allora si può riprodurre questo nuovo teorema di Godel del 1931, ed ecco che la matematica risulta invece essere incompleta. Abbiamo quindi, da una parte, la completezza della logica, e dall'altra parte, l'incompletezza della matematica.
Una drammatica vicenda
Sono sicuro che dopo aver sentito questo abbozzo di dimostrazione del teorema di Godel, la maggior parte di voi avrà la testa che gira. Questo è ciò che succede sempre, agli inizi, non appena si vedono i paradossi in generale, ma soprattutto questi «quasi sofismi» matematici in particolare. Ma non bisogna spaventarsi, ovviamente: sono cose sottili, complesse, complicate, sulle quali bisogna meditare.
E colui che ci meditò nella maniera più approfondita fu un giovane inglese che si chiamava Alan Turing. Nel 1936, quindi pochi anni dopo la dimostrazione del teorema di Godel, Turing dovette scrivere la sua tesi di laurea: aveva solo ventiquattro anni, e questo dimostra che la matematica è effettivamente, come disse una volta Godfrey Hardy, uno «sport da giovani».
Alan Turing cercò di capire quello che Godei aveva fatto, e per farlo scrisse una tesi che divenne il fondamento di quello che stiamo cercando di raccontare: la storia dell’informatica moderna. Turing è un personaggio meraviglioso, un personaggio sul quale è addirittura stato fatto un film, Enigma, che racconta una piccola parte della sua vita. La storia risale ai primi anni Quaranta, durante i quali Turing fu a capo di un laboratorio a Bletchley cui si riuscirono a decifrare i codici segreti nazisti. Questi codici erano ottenuti attraverso una macchina che si chiamava, appunto, Enigma. E il film racconta la storia dell'Enigma, di questa macchina a rotori che il team guidato da Turing riuscì a decodificare. E questa decodifica diede agli inglesi e agli alleati un vantaggio essenziale nel corso della guerra. Turing ebbe una fine piuttosto tragica, a soli quarantadue anni. Era omosessuale, in un periodo in cui erra l'omosessualità era proibita, anche fra adulti consenzienti. Nei primi anni Cinquanta, una sera egli rimorchiò un ragazzino, se lo portò a casa, e la mattina dopo scoprì che il ragazzino gli aveva rubato dei soprammobili in casa. Turing, molto ingenuamente, andò a denunciare il furto, e disse che credeva che a commetterlo fosse stato il ragazzino che aveva rimorchiato. Così confessò lui stesso un crimine, e fu arrestato, processato e condannato. Ma essendo un eroe di guerra, anche se all'epoca la cosa non era ancora di dominio pubblico, il governo permise al tribunale di offrirgli un'alternativa. Invece di una pena detentiva, gli fu offerta una cura di ormoni femminili, che Turing accettò di fare, ma che gli fece, tra l’altro, crescere il seno e cadere la barba. E lui, a un certo punto, decise che ne aveva abbastanza dell'Inghilterra e dei suoi pregiudizi, e si suicidò.
Però era molto legato alla madre. E non v olendo che lei venisse a sapere, o potesse pensare, che lui si era suicidato, scelse una via molto strana. Decise di fare come Biancaneve: intinse una mela nel veleno, e la mangiò. Fece quindi apparire il suo suicidio come un incidente. Ed è proprio questa mela a cui manca un morso, che è oggi diventata il simbolo della Apple: la si vede su tutti i gadget della Apple, e ricorda il morso che ha provocato la morte di Turing.
La macchina di Turing
Che cosa fece questo personaggio singolare, che risponde al nome di Alan Turing, per meritarsi un posto nella storia dell'informatica, ed essere ricordato obliquamente nel simbolo di una delle maggiori aziende di computer?
Abbiamo accennato al fatto che Turing si mise a studiare il teorema di Godel, il teorema di incompletezza della matematica, e cercò di capirlo a modo suo. Questo teorema parlava di sistemi matematici, e quindi di formule, assiomi, regole di deduzione ecc.: tutte cose molto poco intuitive, allora come ora. Turing cercò di riformulare il teorema di Godel in una forma più intuitiva, e lo fece inventandosi un particolare tipo di macchina.
Egli iniziò chiedendosi come sarebbe possibile descrivere una macchina in grado di fare dei calcoli, e per la quale valesse un analogo del teorema di Godel. E così facendo arrivò semplicemente a fare sulla carta un progetto di quello che oggi noi chiamiamo «computer», ma che gli informatici chiamano «macchina di Turing universale».
TURING NOTÒ CHE QUANDO IN UN SISTEMA FORMALE SI PROCEDE DAGLI ASSIOMI MEDIANTE LE REGOLE, LO SI FA EFFETTIVAMENTE IN MANIERA MECCANICA: CIOÈ, L'UOMO CHE STA DERIVANDO DEI TEOREMI, STA LAVORANDO COME UNA MACCHINA. E che cosa dovrebbe saper fare una macchina, per essere in grado di simulare ciò che sta facendo l'uomo mentre esegue deduzioni meccaniche e formali?
Dovrebbe, anzitutto, avere qualche cosa su cui scrivere, e con cui scrivere. E allora Turing decise che la sua macchina doveva avere una testina in grado di stampare delle lettere, o di cancellarle. Doveva avere un pezzo di carta, che lui si immaginò come un nastro infinito. E doveva saper compiere un certo numero di operazioni, quali saper leggere un simbolo, muovere la testina a destra o a sinistra lungo il nastro, cancellare, riscrivere altri simboli ecc.
Finora, una specie di macchina da scrivere sarebbe in grado di compiere operazioni simili. Ma la cosa fondamentale che Turing capì è che, oltre a questo armamentario che oggi noi chiameremmo hardware, cioè oltre alla macchina fisica, ci doveva essere qualche cosa che invece oggi noi chiamiamo software, cioè un programma.
Un programma è una serie di istruzioni che dicono alla macchina, che sta leggendo un simbolo e si trova in un certo stato interno, che cosa deve fare: per esempio, scrivere un altro simbolo, spostarsi a destra o a sinistra ecc. Le possibili azioni sono un numero finito, e un insieme finito di istruzioni di questo genere Turing lo chiamò appunto un programma.
L'osservazione fondamentale è che una macchina anche banale, come quella che abbiamo appena descritto, in grado soltanto di scrivere e leggere su un nastro un numero finito di simboli, e di trovarsi in un insieme finito di stati interni, è in grado di eseguire qualunque programma, e dunque di fare tutto ciò che fa un matematico quando calcola. Perché Turing capì che questi programmi, benché a prima vista rudimentali, erano in grado di descrivere qualunque operazione meccanica, qualunque funzione calcolabile, qualunque algoritmo informatico.
Ora, poiché questi programmi sono oggetti finiti, analoghi a un testo composto di frasi di un linguaggio, si possono mettere in ordine alfabetico: dunque, è possibile enumerarli, metterli in lista. E l'idea della macchina universale di Turing, alla quale arriveremo tra poco, è semplicemente questa: che l'hardware rimane fisso e costante, mentre a cambiare è il software, cioè il particolare programma che viene scelto dalla lista.
A questo punto, Turing cominciò a porsi delle domande di tipo metamatematico. A chiedersi, per esempio: «Siamo in grado, vedendo il programma, di capire se prima o poi si fermerà, su un dato input, oppure no?». Ed è riformulando appunto il ragionamento del teorema di Godel, che TURING RIUSCÌ A DIMOSTRARE CHE CI SONO DELLE ATTIVITÀ CHE UNA MACCHINA DI TURING NON È IN GRADO DI FARE.
Queste attività che una macchina di Turing non può compiere, sono limitazioni delle macchine, e costituiscono l'analogo delle limitazioni dei sistemi formali che Godel aveva dimostrato esistere per la matematica. E queste limitazioni, a loro volta, costituivano l'analogo delle limitazioni della ragion pura che Kant aveva individuato nella filosofìa.
Ci sono dunque tre tipi diversi di limitazioni: quelle della ragion pura di Kant, quelle dei sistemi matematici
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Godel e Turing. La nascita del computer e la società dell'informazione
il percorso che essa ha compiuto durante quel tempo. Poiché von Neumann diede immediatamente la risposta, gli dissero: «Ah! Conoscevi il trucco!». Ma lui rispose: «Che trucco? Ho semplicemente calcolato la serie infinita dei percorsi della mosca, avanti e indietro».
Si raccontano su di lui moltissimi altri aneddoti, ma che cosa fece veramente von Neumann per la storia dell'informatica? Nel 1945 entrò a lavorare a due prototipi di calcolatori elettronici che si stavano costruendo all'epoca: l'EDVAC e l'ENIAC. E portò con sé un enorme bagaglio tecnico, che tra le tante cose conteneva anche un bel po' di logica matematica.
Von Neumann era presente nel 1930, quando Godel aveva fatto l'annuncio dei suoi risultati a un famoso convegno, e li capì immediatamente. Nel giro di un paio di settimane, con la sua proverbiale velocità, disse addirittura a Godel come si potevano migliorare questi risultati.
Von Neumann aveva anche conosciuto Turing, quando questi era andato a studiare a Princeton per un paio d'anni, tra il 1936 e il 1938. Quindi von Neumann sapeva benissimo quale fosse il problema teorico che un computer doveva risolvere. Doveva essere una macchina universale, cioè essere in grado di prendere dei programmi, decodificarli, simularli e restituire gli stessi output che questi programmi avrebbero restituito se avessero eseguito questi compiti individualmente. E l'implementazione di questi aspetti fu appunto il contributo fondamentale che egli diede all'informatica, con la cosiddetta «architettura di von Neumann»
Il computer fu dunque realizzato mettendo insieme due ingredienti. Da una parte, la scatola nera, realizzata attraverso l'algebra di Boole in astratto, e i circuiti elettrici, o le reti neurali, in concreto. E dall'altra parte, la programmabilità, grazie all'idea astratta di macchina universale di Turing, e l'implementazione concreta dell'architettura di von Neumann.
Nel 1945 nacque così il primo vero computer universale, che fu appunto l'ENIAC: in quel momento è nata l'informatica. Quello che è successo dopo è stato semplicemente un «mettere i puntini sulle i» di questa grande impresa intellettuale, che abbiamo raccontato partendo da Leibniz e arrivando fino a oggi.
Cosa non può fare un computer
Abbiamo dunque raccontato una lunga storia. Una storia che è partita nel 1200, coi tentativi di Lullo di costruire una grande arte, la Ars Magna, E continuata nel 1666 col sogno di Leibniz della Ars combinatoria, della caratteristica universale. Ed è poi esplosa in rapida successione, nel corso di un solo secolo, tra metà Ottocento e metà Novecento, attraverso l'algebra di Boole, i teoremi di Godel, la macchina universale di Turing, i circuiti elettrici di Shannon, le reti neurali di McCul-loch e Pitts e l'architettura di von Neumann.
Dall'ENIAC a oggi sono passati più di cinquant'anni, e l'informatica è ormai fiorita, o esplosa. Ma i computer che essa offre al mercato e ai consumatori, sono tutte e sole macchine universali. I miglioramenti che ci sono stati dal 1945 a oggi, non sono teorici, ma solo tecnologici. Le macchine diventano sempre più veloci, sempre più piccole, sempre meno care.
Ma dal punto di vista delle loro potenzialità di calcolo, non hanno fatto passi avanti, perché più di quanto fa una macchina universale, non si può fare. I computer del 1945 sapevano fare tutte e sole le cose che sanno fare i nostri computer: cioè, calcolare le funzioni calcolabili. Sembra quasi un gioco di parole, ma le funzioni calcolabili oggi si possono definire all'inverso, dicendo semplicemente che sono le funzioni che uno qualunque dei nostri computer che abbiamo sulla scrivania è in grado di calcolare.
Naturalmente c'è un piccolo trucco: stiamo parlando dei computer come se fossero macchine di Turing universali, ma ricorderete che il nastro della macchina di Turing in realtà era un nastro infinito. Le nostre macchine non hanno una memoria veramente infinita: ce l'hanno «potenzialmente» infinita, perché può essere espansa quanto si vuole. Dunque, i computer sono solo macchine universali «potenziali».
Per concludere, possiamo però cercare di rispondere a un interrogativo che si pose lo stesso Turing nel 1950, pochi anni prima di morire: quali sono i limiti delle macchine universali, dei computer? Sappiamo che le macchine universali di Turing possono calcolare tutte le funzioni calcolabili, ma il nostro problema ora è: che cos'è veramente calcolabile?
Uno dei grandi problemi che Turing si pose, alla fine della sua breve vita, fu quello dell'«intelligenza artificiale». Fino a che punto è possibile simulare il pensiero umano, attraverso una macchina come il computer? Questa, naturalmente, è una domanda alla quale non si è data ancora una risposta definitiva. L'Intelligenza Artificiale è un'impresa che dura ormai anch'essa da più di cinquant'anni, e molti risultati sono stati ottenuti. Per esempio, si sono riusciti a fare dei programmi di scacchi che ormai battono sistematicamente i campioni del mondo. Quindi le macchine sono oggi in grado di giocare a scacchi meglio degli scacchisti stessi.
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Dal punto di vista della matematica, le macchine ormai sono in grado di dimostrare teoremi. Anche se non hanno ancora dimostrato dei grandissimi teoremi da sole, sono state essenziali nel permettere la dimostrazione di alcuni grandi teoremi. Un esempio fra tutti è il famoso «teorema dei quattro colori»: il fatto, cioè, che bastano quattro colori per colorare le nazioni di una carta geografica, in modo tale che queste nazioni non abbiano mai lo stesso colore se sono confinanti. Il teorema fu dimostrato a metà degli anni Settanta, usando un numero enorme di ore di computer, circa 2000, a Urbana-Champaign.
C'è però una cosa che, sorprendentemente, si è dimostrata molto difficile, ed è forse impossibile, da far fare alle macchine: simulare ciò che noi facciamo con la nostra sensorialità, col nostro corpo. Gli stoici definivano l'uomo come «un animale razionale». Quando l'Intelligenza Artificiale incominciò, si pensava che simulare le attività animali sarebbe stato molto facile, e simulare invece l'attività tipicamente umana, cioè la razionalità, sarebbe stato molto difficile.
Oggi si è scoperto, sorprendentemente appunto, che è vero esattamente il contrario. E facile per le macchine, o perlomeno è possibile, simulare la nostra parte razionale. E invece molto difficile far simulare a un computer, a una macchina, cose che noi facciamo automaticamente, e che fanno benissimo anche gli animali: per esempio, riconoscere le forme.
Qualunque animale riconosce il suo padrone, semplicemente in base a delle impressioni sensoriali. Ma le macchine ancora hanno enormi difficoltà a riconoscere le facce, a fare quella che in gergo viene chiamata pattern recognition. E questa è una scoperta filosoficamente interessante: le macchine sembrano essere in grado di fare ciò che è tipicamente umano, e male ciò che è tipicamente animale.
Si assiste così a un completo capovolgimento della filosofia cartesiana, che pensava che gli animali fossero delle pure macchine, e che l’uomo fosse qualche cosa di più. Oggi noi stiamo scoprendo che gli animali non sono affatto delle macchine, e che noi ci distinguiamo da loro solo per il fatto di avere una macchina nel cervello. In altre parole, l’informatica ci ha insegnato c e l’uomo non è altro che un “animale dotato di un computer”.





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