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mercoledì 16 novembre 2016

Il termine moralità si presenta come un vocabolo piuttosto generico all’orecchio comune, indicando soltanto il fatto che la condotta di un individuo possa conformarsi o meno a determinati canoni o standard. La moralità gode, quindi, di una duplice natura: Da un lato si caratterizza come dimensione universale per la priorità che esercita nel giudizio sociale, ma dall’altro, proprio per l’autonomia data al singolo individuo nella “conoscenza del bene e del male,” si connota per la sua specificità individuale.

Che Cosa Significa “Moralità”? 
Differenze individuali legate all’ideologia politica.

Una peculiarità degli esseri umani sembra essere la dimensione morale, caratteristica di primaria importanza anche nel giudizio sociale. Tuttavia, il termine moralità si presenta come un vocabolo piuttosto generico all’orecchio comune, indicando soltanto il fatto che la condotta di un individuo possa conformarsi o meno a determinati canoni o standard. La moralità gode, quindi, di una duplice natura: Da un lato si caratterizza come dimensione universale per la priorità che esercita nel giudizio sociale, ma dall’altro, proprio per l’autonomia data al singolo individuo nella “conoscenza del bene e del male,” si connota per la sua specificità individuale. 

Rappresentativa del secolare dibattitto filosofico sul tema è senz’altro la lapidaria affermazione del filosofo Kant “Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me” 
Kant, 2012.


Scritto da Luciana Carraro, Paolo Negri & Andrea Bobbio

http://it.in-mind.org/article/che-cosa-significa-moralita-differenze-individuali-legate-allideologia-politica

sabato 5 novembre 2016

Adolfo Scotto Di Luzio, Napoli dai molti tradimenti. Il piagnisteo è sempre un’efficace scappatoia morale. Consente di delinquere e al tempo stesso di considerarsi vittima degli altri.

Il piagnisteo è sempre un’efficace scappatoia morale.
Consente di delinquere e al tempo stesso di considerarsi vittima degli altri.
Adolfo Scotto Di Luzio, Napoli dai molti tradimenti, il Mulino 2008, p. 14

mercoledì 23 settembre 2015

Eric Robertson Dodds. I Greci e l’irrazionale. La parola stessa ‹păthos› lo attesta: come il suo equivalente latino ‹passio›, indica qualcosa che «accade» agli uomini, vittime passive. Aristotele paragona l’uomo in stato di passione all’addormentato, al pazzo o all’ubriaco; la ragione, in lui, al pari che in questi, è sospesa. […] Gli eroi di Omero e gli uomini dell’età arcaica interpretavano tali esperienze in termini religiosi, come ‹ate›, come trasmissione del ‹menos›, o come azione diretta di un demone che si serve del corpo e dell’anima umani come di uno strumento. Questa è l’opinione corrente di semplici: «il primitivo, sotto l’influenza di forti passioni, considera se stesso posseduto o malato, che per lui è la stessa cosa

Eric Robertson Dodds. I Greci e l’irrazionale.
“I Greci avevano sempre sentito l’esperienza delle passioni come un fatto misterioso e pauroso in cui sperimentiamo una forza che è in noi, e che ci possiede, anziché venir posseduta da noi. La parola stessa ‹păthos› lo attesta: come il suo equivalente latino ‹passio›, indica qualcosa che «accade» agli uomini, vittime passive. Aristotele paragona l’uomo in stato di passione all’addormentato, al pazzo o all’ubriaco; la ragione, in lui, al pari che in questi, è sospesa. […] Gli eroi di Omero e gli uomini dell’età arcaica interpretavano tali esperienze in termini religiosi, come ‹ate›, come trasmissione del ‹menos›, o come azione diretta di un demone che si serve del corpo e dell’anima umani come di uno strumento. Questa è l’opinione corrente di semplici: «il primitivo, sotto l’influenza di forti passioni, considera se stesso posseduto o malato, che per lui è la stessa cosa». Questo modo di pensare non si era estinto neppure alla fine del V secolo; Giasone, alla fine della ‹Medea›, sa spiegare la condotta della moglie soltanto come azione di un ‹alastor›, il demone creato dalla colpa di sangue inespiata; il coro dell’‹Ippolito› pensa che Fedra sia probabilmente posseduta, e Fedra stessa, in principio, parla del proprio stato come dell’ ‹ate› di un demone.
Ma per il poeta e per i suoi ascoltatori colti, questo linguaggio ormai ha soltanto il valore di un simbolismo tradizionale. Il mondo demoniaco si è ritirato, lasciando soli gli uomini con le loro passioni. È questo che rende cosí dolorosamente commoventi i casi patologici studiati da Euripide; egli ci mostra uomini e donne che affrontano inermi il mistero del male, non piú una cosa estranea che aggredisce dall’esterno la loro ragione, ma parte dell’esser loro, ἦϑος ἀνθρώπῳ δαίμων. Eppure il male, anche se cessa di essere soprannaturale, non diventa meno misterioso e terrificante. Medea sa di lottare non contro un ‹alastor›, ma contro il proprio io irrazionale, il ‹thumos›, e domanda pietà a quell’io come uno schiavo implora il padrone brutale. Invano: gli impulsi dell’azione nascosti nel ‹thumos›, dove né la ragione né la pietà possono raggiungerli. «So quale malvagità sto per compiere, ma il ‹thumos› è piú forte delle mie decisioni; il ‹thumos›, radice delle peggiori azioni dell’uomo». Con queste parole abbandona la scena; quando ritorna, ha condannato i suoi figli a morte e se stessa a una vita di prevalutata infelicità. Medea infatti non soffre di socratiche «illusioni di prospettiva»; la sua aritmetica morale è senza errori, né commette l’errore di confondere la propria passione con uno spirito maligno. Sta in questo la sua suprema tragicità.
ERIC ROBERTSON DODDS (1893 – 1979), “I Greci e l’irrazionale” (1951), presentazione di Arnaldo Momigliano, trad. di Virginia Vacca De Bosis, La Nuova Italia, Firenze 1978 (ristampa anastatica dell’ I ed. 1973), Capitolo VI ‘Razionalismo e reazione nell’età classica’, pp. 222 – 224.



“ The Greek had always felt the experience of passion as something mysterious and frightening, the experience of a force that was in him, possessing him, rather than possessed by him. The very word pathos
testifies to that: like its Latin equivalent passio, it means something that «happens to» a man, something of which he is the passive victim. Aristotle compares the man in a state of passion to men asleep, insane, or drunk: his reason, like theirs, is in suspense. […] Homer’s heroes and the men of the Archaic Age interpreted such experience in religious terms, as ate, as a communication of menos, or as the direct working of a daemon who uses the human mind and body as his instrument. That is the usual view of simple people: «the primitive under the influence of strong passion considers himself as possessed, or ill, which for him is the same thing». That way of thinking was not dead even in the late fifth century. Jason at the end of the Medea can explain his wife's conduct only as the act of an alastor, the daemon created by unatoned bloodguilt; the Chorus of the Hippolytus think that Phaedra may be possessed, and she herself speaks at first of her condition as the ate of a daemon.
But for the poet, and for the educated part of his audience, this language has now only the force of a traditional symbolism. The daemonic world has withdrawn, leaving man alone with his passions. And this is what gives Euripides’ studies of crime their peculiar poignancy: he shows us men and women nakedly confronting the mystery of evil, no longer as an alien thing assailing their reason from without, but as a part of their own being – ἦϑος ἀνθρώπῳ δαίμων. Yet, for ceasing to be supernatural, it is not the less mysterious and terrifying. Medea knows that she is at grips, not with an alastor, but with her own irrational self, her thumos. She entreats that self for mercy, as a slave begs mercy of a brutal master. 
But in vain: the springs of action are hidden in the thumos where neither reason nor pity can reach them. «I know what wickedness I am about to do; but the thumos is stronger than my purposes, thumos, the root of man’s worst acts». On these words, she leaves the stage; when she returns, she has condemned her children to death and herself to a lifetime of foreseen unhappiness. For Medea has no Socratic «illusions of perspective»; she makes no mistake in her moral arithmetic, any more than she mistakes her passion for an evil spirit. Therein lies her supreme tragic quality.”
ERIC ROBERTSON DODDS, “The Greeks and the Irrational”, University of California Press, Berkeley 1951 (I ed.), VI ‘Rationalism and Reaction in the Classical Age’, pp. 185 – 186.

venerdì 28 marzo 2014

Modigliani. "Devota fino all'estremo sacrifizio" È l'epitaffio sulla sua tomba a Pere Lachaise di Jeanne Hebuterne - pittrice francese, compagna di Amedeo Modigliani. Il 24 gennaio 1920 Modigliani muore di tisi e solo il giorno dopo, la giovane (al nono mese di gravidanza) si lancia dalla finestra dell'appartamento al quinto piano, morendo sul colpo e lasciando sola la figlia di due anni avuta dal pittore italiano. I familiari di Jeanne, che disapprovavano la relazione con Modigliani permisero il trasferimento del corpo a Pere Lachaise solo nel 1930, affinché venisse sepolta accanto all'amato.



"Devota fino all'estremo sacrifizio"
È l'epitaffio sulla sua tomba a Pere Lachaise di Jeanne Hebuterne - pittrice francese, compagna di Amedeo Modigliani. Il 24 gennaio 1920 Modigliani muore di tisi e solo il giorno dopo, la giovane (al nono mese di gravidanza) si lancia dalla finestra dell'appartamento al quinto piano, morendo sul colpo e lasciando sola la figlia di due anni avuta dal pittore italiano. I familiari di Jeanne, che disapprovavano la relazione con Modigliani permisero il trasferimento del corpo a Pere Lachaise solo nel 1930, affinché venisse sepolta accanto all'amato. [...]



Hanno pure fatto un bellissimo film su Modigliani in cui si parla pure della loro storia d'Amore!



I colori dell'anima M. Davis.. 
Da vedere per chi non conosce modì e jeanne!



Il legame di due anime follemente innamorate.. dove la vera protagonista è l'arte..le loro vite travagliete e tormentate, si sono incrociate..entrando in simbiosi.. scattando in loro il massimo che si poteva ottenere nella loro esistenza.. sia nell'arte, e sia nei sentimenti.. e l'eccesso.. porta a conseguenze drastiche.. come fu per la loro storia..



Ammazzare un figlio che si porta in grembo e abbandonare l'altra figlia mi sembra tutt'altro che simbolo di grande devozione... piuttosto egoistico come gesto.



Il motivo lo ha portato via con se, non credo l'abbia fatto per amore per lui...forse aveva problemi ben più gravi, una vita infelice dove non ha voluto portare la sua creatura...
l'amore di madre è troppo grande e io lo vedo dietro ad ogni gesto...anche a volte sbagliato, come in questo caso.



l'amore ha molte forme ed espressioni. Se uccide una vita che sta per nascere è malattia mentale. L'ignoranza è di chi pensa che per amore gli dia permesso tutto; accade anche quando si uccide la persona amata, perchè non sia di nessun altro.



Modigliani gli disse...seguimi e sarai mia musa per l'eternità...



Ma la depressione l'avete mai sentita nominare??? 
La fragilità di certe persone non va né derisa né sottovalutata, piuttosto ci vorrebbe compassione ed empatia. Essere soli e malati del mal di vivere è un binomio terribile.



Prima di giudicare bisogna sempre leggere e ricordate che ognuno di noi ha uno scheletro nell'armadio!




Quanta ignoranza e quanta chiusura mentale! Gesto egoistico? Faccia da psicopatica? In gioco c'è stata la vita di due bambini, e proprio per questo secondo me NON ci si può permettere di giudicare; è un gesto ESTREMO. Evitate moralismi e giudizietti vari, perché dimostrate solo di essere ignoranti e non inclini alla comprensione di situazioni moralmente diverse dal vostro orizzonte etico.



Ci sono coppie in cui i figli sono "corpi estranei"...



Dalla foto di evince che ha uno sguardo da pazza...e per i giustificatori volevo vedere se questa tragedia vi toccava in quanto coinvolti in legami parentali...superficiali e molto siete





domenica 15 dicembre 2013

Philippe Daverio. Etica e Morale.

Daverio. Etica

Lezione 1_Fondamenti di Etica per il design_Politecnico di Milano - 16 Ottobre 2012

http://youtu.be/G49mDQ8YOFQ

martedì 5 novembre 2013

Ci sono persone che non ti sopportano, ti criticano, eppure non possono fare a meno di osservarti. Perché quello che guardano della tua vita è comunque più interessante di quello che succede nella loro





Ci sono persone che non ti sopportano, ti criticano, eppure non possono fare a meno di osservarti. Perché quello che guardano della tua vita è comunque più interessante di quello che succede nella loro. Antonio Curnetta




osservano e criticano ciò che vorrebbero fare anche loro, ma la cosiddetta moralità glielo impedisce e non sanno fare altro che disapprovare... non sanno che in quel momento stanno disapprovando se stessi.

mercoledì 14 agosto 2013

L' etica è la scienza del "sia" e certamente non solo in relazione alla vita insieme agli esseri umani, ma anche in relazione alle creature che vivono con noi e in relazione all' intera natura. È stato un errore fatale che gli esseri umani abbiano creduto per così lungo tempo che l' etica debba essere ristretta solo ai rapporti umani.



L' etica è la scienza del "sia" e certamente non solo in relazione alla vita insieme agli esseri umani, ma anche in relazione alle creature che vivono con noi e in relazione all' intera natura. È stato un errore fatale che gli esseri umani abbiano creduto per così lungo tempo che l' etica debba essere ristretta solo ai rapporti umani.
Gotthard M. Teutsch

martedì 6 agosto 2013

Sam Harris. La diffusione della nostra capacità di autodistruzione procede a ritmi di efficienza tipici del XXI secolo, eppure le convinzioni su come vivere la nostra vita di tutti i giorni si basano ancora sui testi antichi. Questo connubio tra tecnologia moderna e superstizione primordiale è nocivo, per ragioni che ormai non dovrei nemmen più specificare né, tantomeno, rimarcare



La diffusione della nostra capacità di autodistruzione procede a ritmi di efficienza tipici del XXI secolo, eppure le convinzioni su come vivere la nostra vita di tutti i giorni si basano ancora sui testi antichi. Questo connubio tra tecnologia moderna e superstizione primordiale è nocivo, per ragioni che ormai non dovrei nemmen più specificare né, tantomeno, rimarcare.
Sam Harris


I nemici di Dio sono più onesti dei suoi amici

di Sam Harris (traduzione a cura di Marco Bortolato)
Bene o male, sono in parte responsabile di aver fatto diventare il termine “ateismo” un argomento di conversazione. In un certo senso è ironico, visto che è un termine che non amo e non uso. Nel mio libroLa fine della fede, per esempio, non mi sono mai definito ateo, e tuttavia questo libro è il mio contributo più sostanziale al dibattito sull’ateismo.
Come ho rimarcato nel mio successivo libro Lettera a una nazione cristiana, non abbiamo un termine per definire chi rifiuta l’astrologia, né ne abbiamo bisogno. Se legioni di astrologi cercassero di modellare la vita pubblica secondo la loro pseudo-scienza, non avremmo certo bisogno di definirci “non-astrologi” per rimetterli in riga. Basterebbero infatti parole come “ragione”, “evidenza” e “buon senso”. Le stesse considerazioni dovrebbero valere per la religione. Tuttavia, visto che ci sono cose ben più importanti per credenti e non, non è opportuno cavillare eccessivamente sulle definizioni. Nonostante le mie perplessità a riconoscermi nella definizione di ateo, considero assolutamente ingiustificato lo stigma che a tale termine s’accompagna. Esso è, senza dubbio, il risultato di una serie di vuote e untuose asserzioni spacciate ai fedeli per argomenti. Basta limitarsi ad alcune delle risposte alle domande di questa settimana per averne strabilianti riscontri.
Alla domanda se gli atei e i credenti possano avere “una conversazione produttiva”, sono abbastanza sicuro che la risposta sia “sì”. Tuttavia, non sono altrettanto sicuro che tale conversazione potrebbe rivelarsi produttiva in tempi abbastanza brevi da impedire l’insorgere nella nostra società di orrori da troglodita. Anche la diffusione della nostra capacità di autodistruzione procede a ritmi di efficienza tipici del XXI secolo, eppure le convinzioni su come vivere la nostra vita di tutti i giorni si basano ancora sui testi antichi. Questo connubio tra tecnologia moderna e superstizione primordiale è nocivo, per ragioni che ormai non dovrei nemmen più specificare né, tantomeno, rimarcare. Tuttavia, difendere tali ragioni è stata la mia principale occupazione fin dall’11 settembre 2001, quando 19 uomini pii hanno mostrato alla nostra pia nazione proprio i beneficî delle certezze religiose.
Avendo speso gli ultimi anni a criticare pubblicamente la religione, sono ormai uso ai modi con cui i fedeli reagiscono a difesa di Dio. Da quanto ho visto, non vi sono poi moltissimi modi; mi sembra anzi che ce ne siano appena tre: affermare la verità di una determinata religione; affermarne l’utilità; più semplicemente, accusare l’ateismo di intolleranza, élitarietà, irrazionalismo o additarlo comunque a disprezzo. Ogni conversazione tra atei e credenti va a finire prima o poi su uno di tali binari o, alla meglio, altalena tra l’uno o l’altro di essi:
  • La religione è vera. Affermare che una qualsiasi delle religioni del mondo sia vera implica due problemi: il primo è che – come Bertrand Russell affermava un secolo fa – le principali religioni fanno affermazioni inconciliabili sia su Dio sia su cosa gli esseri umani dovrebbero credere per sfuggire alle fiamme dell’inferno. Data l’ovvia diversità di queste affermazioni, ogni credente dovrebbe aspettarsi la dannazione su basi puramente probabilistiche; il secondo problema insito in ogni asserzione a favore della verità della religione è che le prove a favore delle più comuni dottrine religiose sono scarse quando non addirittura nulle. Ciò include tutte le affermazioni sull’esistenza di un Dio personale, sull’origine divina di certi libri, sulla nascita immacolata di certi individui, sulla veridicità degli antichi miracoli, etc. Per migliaia di anni, la religione è stata un ricettacolo di dogmatismo e false certezze, e tale rimane al giorno d’oggi. Non v’è singola persona sulla Terra che abbia sufficienti motivi per esser certa che Gesù sia resuscitato o che Maometto abbia parlato all’angelo Gabriele nella sua caverna. Nonostante ciò, miliardi di persone professano tali certezze. Questa condotta è non solo imbarazzante, ma persino pericolosa, e dovremmo smetterla di accampare scuse per giustificarla.
  • La religione è utile. L’argomentazione che la religione sia utile non è a sua volta esente da problemi, e molti di essi sono visibili quotidianamente, con le esplosioni di bombe. Qualcuno può seriamente affermare che il fatto che al giorno d’oggi milioni di musulmani credano nella metafisica del martirio sia un bene? È davvero così utile che molti ebrei immaginino che il Creatore dell’Universo abbia dato loro uno spiazzo di deserto di fronte al Mediterraneo? Quant’è stata psicologicamente benefica l’ansia del cristianesimo sul sesso, nel corso di queste ultime settanta generazioni?
  • Il problema più grave che sorge dal sostenere dell’utilità delle religioni, comunque, è che essa non ha nulla a che fare con la questione di fondo: il fatto che una credenza possa essere utile non implica in nessun modo che sia anche vera. Tra i tanti modi di illustrare questo punto, ecco come l’ho presentato in un recente dibattito online:
    Il fatto che certe credenze religiose possano essere utili non implica in alcun modo la loro legittimità. Posso garantire, per esempio, che la seguente religione, inventata da me negli ultimi dieci secondi, sarebbe di straordinaria utilità. È chiamata “Scientismo”. Ecco il suo credo: sii gentile con gli altri, non mentire, rubare o uccidere, e obbliga i tuoi bambini a padroneggiare nel miglior modo possibile la matematica e le scienze, o dopo la morte diciassette demoni ti tortureranno con pinze roventi per l’eternità. Se potessi diffondere questa fede a miliardi di persone, avrei pochi dubbi che vivremmo in un mondo migliore di quello attuale. Ma ciò implicherebbe forse che i diciassette demoni dello Scientismo esistano? Le illusioni utili non equivalgono in nessun modo alle credenze vere.
  • L’ateismo è cattivo. Piuttosto che argomentare a favore della verità delle loro credenze religiose, o produrre prove sull’utilità della religione, gli apologeti di Dio spesso attaccano l’ateismo alla stregua di un’altra religione, accusandolo di essere dogmatico, intollerante, irrazionale etc. Quest’omelia ha il pregio di essere facile da ricordare e ripetere, e difatti riecheggia quotidianamente, e incessantemente, nell’ambito della discussione religiosa americana. Essa si basa, peraltro, su molte false concezioni sull’ateismo stesso. Questa vigilia di Natale ho pubblicato un saggio sul Los Angeles Times, intitolato «Dieci miti e dieci verità sull’ateismo», in cui ho tentato di mettere alcuni punti in chiaro. Non è mia intenzione ripetere tali punti in questa sede. Coloro che fossero interessati possono comunque trovare l’articolo sul mio sito Internet.

martedì 30 luglio 2013

Luis Buñuel. Accanto al CASO, suo fratello, il MISTERO. L'ATEISMO - il mio almeno - porta inevitabilmente ad ACCETTARE L'INESPLICABILE. TUTTO IL NOSTRO UNIVERSO É MISTERO. Poiché RIFIUTO DI FAR INTERVENIRE UNA DIVINITÀ ORGANIZZATRICE, LA CUI AZIONE MI SEMBRA ANCORA PIÙ MISTERIOSA DEL MISTERO STESSO, non mi rimane che vivere in una specie di tenebra. E l'accetto, non esistono spiegazioni, anche le più semplici, valide per tutti. FRA DUE MISTERI HO SCELTO IL MIO, CHE ALMENO MI GARANTISCE UNA LIBERTÀ MORALE


Accanto al CASO, suo fratello, il MISTERO. L'ATEISMO - il mio almeno - porta inevitabilmente ad ACCETTARE L'INESPLICABILE. TUTTO IL NOSTRO UNIVERSO É MISTERO. Poiché RIFIUTO DI FAR INTERVENIRE UNA DIVINITÀ ORGANIZZATRICE, LA CUI AZIONE MI SEMBRA ANCORA PIÙ MISTERIOSA DEL MISTERO STESSO, non mi rimane che vivere in una specie di tenebra. E l'accetto, non esistono spiegazioni, anche le più semplici, valide per tutti. FRA DUE MISTERI HO SCELTO IL MIO, CHE ALMENO MI GARANTISCE UNA LIBERTÀ MORALE.

Luis Buñuel

giovedì 16 maggio 2013

Frédéric Bastiat. Lo Stato è la grande entità fittizia attraverso la quale ognuno cerca di vivere a spese di tutti gli altri.

"Vi sono solo due modi per acquisire le risorse che sono necessarie a conservare, 
e a rendere bella e migliore, l’esistenza: la PRODUZIONE e la SPOLIAZIONE". 
Frédéric Bastiat, “La fisiologia della Spoliazione”, in Sofismi Economici II.

Quando il saccheggio diventa un modo di vita per un gruppo di uomini che vivono insieme nella società, creano per se stessi, nel corso del tempo, un sistema legale che lo autorizza e un codice morale che lo glorifica.
Frédéric Bastiat  1801 - 1850. Tratto da "sofismi economici"


"la nostra storia sarà vista come caratterizzata da sole due fasi: 
i periodi di conflitto per chi prenderà il controllo dello Stato e i periodi di tregua, che costituiranno il regno transitorio di una trionfante oppressione,  presagio di un imminente conflitto".
Frédéric Bastiat, lettera a Mme  Cheuvreux


"Bastiat aveva una visione severa circa questi sviluppi e reputava qualsiasi “servizio pubblico” che andasse al di là del minimo indispensabile per garantire i servizi di polizia e di amministrazione della giustizia come “una forma disastrosa di parassitismo” (“Gli intermediari” in Ciò che si vede e ciò che non si vede) . Usando il suo prisma preferito, Jacques Bonhomme (il Signor Qualunque), per rendere al meglio le sue puntualizzazioni, Bastiat confrontò la “fornitura coatta” dei “servizi pubblici” –  il “parassitismo legale” della burocrazia francese – alle azioni del ladruncolo che indulge nell’ordinario “parassitismo illegale (o extralegale )”, quando si approfitta della proprietà di Jacques irrompendo in casa sua ( “Le imposte” in Ciò che si vede e ciò che non si vede)".

 saggio su “Le due moralità”, Bastiat contrappone il ruolo della “moralità religiosa” e della “moralità economica” nel determinare questo cambiamento nel modo di pensare: 
"Si lasci che la moralità religiosa tocchi pertanto i cuori dei Tartufi, dei Cesari, dei coloni, dei beneficiari di sinecure e dei monopolisti, ecc, se ciò sia possibile. Il compito della politica economica è quello di illuminare i loro gonzi". 
(Nella commedia di Molière “Tartufo”, o “L’impostore”, Tartufo è un ipocrita astuto e Orgone è una vittima ben intenzionata). 

Bastiat, nell’elaborare i saggi che compongono i due volume della raccolta dei Sofismi Economici, intendeva proprio avviare  il lungo processo di demolizione intellettuale dei machiavelli, delle frodi, e  delle fallacie utilizzate dalle élite privilegiate per difendere i propri interessi acquisiti e il loro sistematico taglieggiamento delle persone comuni.

Bastiat era anche alquanto scettico circa il fatto che la moralità religiosa sarebbe riuscita a modificare il punto di vista dei detentori del potere perché, come egli si domandò in più occasioni, quante volte nella storia le elite dominanti avevano mai abbandonato volontariamente la propria condizione e i propri privilegi? Bastiat preferiva di gran lunga colpire il potere dal basso, cercando di far aprire gli occhi ai babbei e agli illusi, per mezzo delle verità che l’economia politica è in grado di fornire, incoraggiando il dubbio e la sfiducia nella giustizia delle azioni dei governanti, e deridendo le follie dell’élite politica  avvalendosi del sarcasmo e  del “mordente del ridicolo”.  
Bastiat sintetizzò il lavoro degli economisti politici nell’indurre ad "aprire gli occhi degli Orgoni, sradicando le idee preconcette, stimolando una giusta ed essenziale disillusione, nonché studiando ed esponendo la reale natura delle cose e delle azioni".
http://vonmises.it/2014/03/07/la-spoliazione-legale-nel-pensiero-di-frederic-bastiat-ii-parte/


Lo Stato è la grande entità fittizia attraverso la quale ognuno cerca di vivere a spese di tutti gli altri. 
Frédéric Bastiat 
(Bayonne, 30 giugno 1801 – Roma, 24 dicembre 1850) 
 è stato un economista e scrittore francese, filosofo della politica di ispirazione liberale. 
Viene considerato da molti come un precursore delle teorie della Scuola austriaca d'economia, e uno dei prosecutori della tradizione giusnaturalista nel XIX secolo.


"La legge pervertita! La legge -e dopo essa tutte le forze collettive della nazione- la legge, dico, non solamente sviata dal suo scopo, ma applicata a perseguire uno scopo direttamente contrario! La legge divenuta strumento di tutte le cupidige, invece di esserne il freno! La legge che compie essa stessa l'iniquità che aveva la missione di punire!."
Frederic Bastiat, La legge, 1850


La legge (Frédéric Bastiat)
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
La legge (La loi) è un saggio dell'economista e politico francese Frédéric Bastiat, scritto nel giugno 1850 a Mugron, pochi mesi prima della sua morte a Roma. In quest'opera Bastiat afferma la propria totale adesione al giusnaturalismo, cioè alla piena affermazione dei diritti naturali individuali, (Vita, Libertà, Proprietà) contro ogni diritto positivo che distrugge ogni libertà e qualsiasi iniziativa e creatività umana, riprendendo con ciò, e dando nuovi e originali sviluppi, ai principi che furono di Ugo Grozio, John Locke, Tommaso d'Aquino e dai filosofi della Scuola di Salamanca. [...] 
Quando la legge e la morale sono in contraddizione, il cittadino si trova nella crudele alternativa o di perdere la nozione di morale o di perdere il rispetto della legge, due disgrazie altrettanto grandi e tra le quali è difficile scegliere.

...Non è perché gli uomini hanno emanato delle leggi che la Personalità, la Libertà e la Proprietà esistono. Al contrario, è perché la Personalità, la Libertà e la Proprietà preesistono che gli uomini fanno le leggi.

"Esistenza, Facoltà, Assimilazione - in altri termini, Personalità, Libertà, Proprietà, - ecco l'uomo."

"con la legge di Bastiat, l'individuo viene riconsegnato a se stesso, alla sua sovranità individuale e autorità morale, responsabile delle sue scelte, e libero di realizzare i suoi obbiettivi, nel rispetto e nell'osservanza reciproca dei diritti degli altri."

Definì il principio di Proprietà e Spoliazione in questi termini:
"L'uomo non può vivere e godere che attraverso un'assimilazione, un'appropriazione perpetua, cioè attraverso una perpetua applicazione delle sue facoltà alle cose, o attraverso il lavoro. Da qui la Proprietà. Ma,in effetti, egli può vivere e godere assimilando e appropriandosi del prodotto delle facoltà del suo simile. Da qui la Spoliazione".



"Laissez faire! Io comincio con il dire, per evitare qualunque equivoco, che lasciate fare si applica qui alle cose oneste, dal momento che lo stato è stato istituito proprio per impedire le cose disoneste. Posto questo, per quello che riguarda le cose innocenti in se stesse, come il lavoro, lo scambio commerciale, l’insegnamento, l’associazione, la banca, eccetera, bisogna comunque scegliere. Bisogna che lo stato lasci fare o impedisca di fare.
Se lascia fare, noi saremo liberi ed amministrati a basso costo, perché nulla costa meno del lasciar fare.
Se impedisce di fare, disgrazia alla nostra libertà e al nostro portafoglio. 
Alla nostra libertà, perché impedire è come legare le braccia; al nostro portafoglio, perché per impedire ci vogliono degli incaricati, e per avere degli incaricati, ci vogliono dei soldi.
I socialisti rispondono: lasciar fare! orrore! 
– E perché, di grazia? – Perché, quando si lascia fare, gli uomini fanno male e agiscono contro i loro interessi. E’ giusto che uno stato li governi.
Ecco cosa c’è di divertente. I socialisti hanno una tale fede nella sagacità umana che vogliono il suffragio universale ed il governo di tutti dappertutto; e poi, quegli stessi uomini che giudicano adatti a governare gli altri, li proclamano inadatti a governar se stessi".
Frédéric Bastiat, Laissez faire, 1850 
http://www.societalibera.org/it/liberalierioggi/bastiat/003_laissez_faire.htm




La Legge. (Giugno 1850)
La Legge pervertita ! La Legge – e dietro di lei tutte le forze collettive della nazione, la Legge, dico io, non solo deviata dal suo scopo, ma applicata ad ottenere un obiettivo del tutto opposto! La Legge divenuta strumento di tutte le cupidigie, anziché esserne il freno! La Legge che realizza essa stessa quella iniquità che avrebbe come missione di punire! Certo, questo è un fatto assai grave, se esiste, e sul quale mi deve essere consentito di attirare l’attenzione dei miei concittadini.
http://www.societalibera.org/it/liberalierioggi/bastiat/007_lalegge1.htm


LO STATO.
( Journal des Débats, 25 settembre 1848).

Mi piacerebbe che si fondasse un premio, non di cinquecento franchi, ma di un milione di franchi, con corona, croce e nastro, in favore di colui che fosse capace di dare una buona, semplice e intelligibile definizione di una parola: lo stato.

Che immenso servizio avrebbe reso alla società! Lo stato: che cosa è? dove sta? che cosa fa? che cosa dovrebbe fare? Tutto quello che sappiamo, è che si tratta di un personaggio misterioso; ma il più sollecitato, il più tormentato, il più affaccendato, il più consigliato, il più accusato, il più invocato e il più provocato, che ci sia al mondo.

Perché, Signor Tale, anche se non ho l’onore di conoscervi, scommetto dieci contro uno che da sei mesi voi fabbricate alle utopie; e se voi fate utopie, io scommetto dieci contro uno che voi incaricate lo stato di realizzarle. Anche voi, Signora Tal’altra, sono certo che anche voi desiderate dal fondo del cuore di guarire tutti i mali di questa triste umanità, e che non vi sentireste per niente imbarazzata se lo stato volesse prestarsi a farlo.

Ma, lo sfortunato stato, come Figaro, non sa né chi ascoltare, né da che parte girarsi. 
Le centomila bocche della stampa e delle tribune gridano tutte insieme:
«Organizzate il lavoro ed i lavoratori.
Estirpate l’egoismo.
Reprimete l’insolenza e la tirannia del capitale.
Fate delle esperienze sul letame e sulle uova.
Coprite il paese con delle ferrovie.
Irrigate le pianure.
Rimboscate le montagne.
Fondate delle fattorie modello.
Fondate delle officine armoniche.
Colonizzate l’Algeria.
Allattate gli infanti.
Istruite la gioventù.
Soccorrete la vecchiaia.
Mandate nelle campagne gli abitanti delle città.
Equilibrate i profitti delle industrie.
Prestate denaro senza interesse a chi lo chiede. 
Liberate l’Italia, la Polonia e l’Ungheria.
Allevate e perfezionate il cavallo da sella.
Incoraggiate l’arte, formateci dei musicisti e delle ballerine.
Proibite il commercio e contemporaneamente date vita ad una marina mercantile.
Scoprite la verità e gettate nelle nostre teste un granello di ragione. 
Lo stato ha come missione di illuminare, sviluppare, ingrandire, rafforzare, spiritualizzare e santificare l’anima dei popoli.»

«Ehi, Signore e Signori, un poco di pazienza – risponde lo stato con aria penosa – io proverei a soddisfarvi tutti, ma per farlo mi servono un poco di risorse. Io ho predisposto dei progetti su cinque o sei imposte del tutto nuove e tra le migliori del mondo. Vedrete che piacere a pagarle.»

Allora un gran grido si alza: «Dagli, Dagli! Bel merito fare le cose con delle risorse! Non varrebbe la pena di chiamarsi stato. Non solo non mettete su nuove tasse: noi vi imponiamo di ritirare le vecchie. Sopprimete l’imposta sul sale, l’imposta sulle bevande, l’imposta sulle lettere, il dazio, le autorizzazioni; le prestazioni obbligatorie.»

In mezzo a questo tumulto, e dopo che il paese ha cambiato due o tre volte il suo stato per non aver soddisfatto tutte queste richieste, io ho voluto far osservare che esse erano contraddittorie. Di cosa sono andato ad impicciarmi, buon Dio! Non potevo tenere per me questa malaugurata osservazione? Eccomi discreditato per sempre; ed è ormai noto che io sono un uomo senza cuore e senza viscere, un filosofo asciutto, un individualista, un borghese e, per dire tutto in una parola, un economista della scuola inglese o americana. Perdonatemi, sublimi scrittori che nulla ferma, neppure le contraddizioni. Io ho torto, senza dubbio, e mi faccio indietro di gran cuore. Io non chiedo meglio, siatene certi, che voi abbiate davvero scoperto, fuori di noi, un essere beneficente e inesauribile, di nome stato, che ha pane per tutte le bocche, lavoro per tutte le braccia, capitali per tutte le imprese, credito per tutti i progetti, olio per tutte le piaghe, balsami per tutte le sofferenze, consigli per tutte le perplessità, soluzioni per tutti i dubbi, verità per tutte le intelligenze, distrazioni per tutte le noie, latte per gli infanti, vino per gli anziani, che provvede a tutti i nostri bisogni, che previene tutti i nostri desideri, che soddisfa tutte le nostre curiosità, raddrizza tutti i nostri errori, tutti i nostri sbagli, e ci dispensa ormai previdenza, prudenza, giudizio, sagacità, esperienza, ordine, economia, temperanza, attività.

E perché io non dovrei desiderare tutto ciò? Dio mi perdoni, ma più ci rifletto, più trovo che la cosa sia ben comoda, e non vedo l’ora, anch’io, di avere alla mia portata questa fonte inesauribile di ricchezza e di conoscenza, questo medico universale, questo tesoro senza fondo, questo consigliere infallibile che chiamate lo stato.

E’ per questo che io chiedo che me lo si mostri, che me lo si definisca; è per questo che propongo la fondazione di un premio per il primo che scoprirà questa fenice. Perché, infine, mi si concederà bene che questa scoperta preziosa non è ancora stata fatta, poiché, fino ad oggi, tutto ciò che si presenta con il nome di stato, il popolo lo condanna ben presto, precisamente perché non assolve alle condizioni un poco contraddittorie del programma. Bisogna dirlo? Io temo che noi siamo, a questo riguardo, i gonzi vittime di una delle più bizzarre illusioni che mai abbiano abitato lo spirito umano.

L’uomo rifiuta la fatica e la sofferenza. E tuttavia è condannato per natura alla sofferenza della privazione, se non assume la fatica del lavoro. Non vi è dunque scelta che tra due mali. Come fare per evitarli entrambi ? Fino ad oggi non si è trovato, e non si troverà mai, che un solo mezzo: godere del lavoro altrui; è come riuscire a fare sì che la fatica e la soddisfazione non tocchino ad ognuno secondo la proporzione naturale, ma che tutta la fatica sia per alcuni e tutta la soddisfazione per altri. Da qui proviene la schiavitù, da qui proviene la spogliazione, qualunque forma essa assuma: guerre, menzogne, violenze, razionamenti, frodi, abusi mostruosi, ma coerenti con il pensiero che ha dato loro nascita. Gli oppressori, bisogna combatterli: non si può dir loro che sbagliano nel ragionare. La schiavitù, grazie al Cielo, se ne va; d’altra parte, la nostra disposizione a difendere i nostri beni, fa sì che la spogliazione diretta e semplice non sia proprio facile. Una cosa tuttavia è rimasta. E’ questa malaugurata tendenza primitiva, che portano in sé tutti gli uomini, a far due parti del destino della vita, gettando la fatica su altri e conservando la soddisfazione per se stessi. Rimane da vedere sotto quale forma nuova si manifesta questa triste tendenza.

L’oppressore non agisce più con le proprie forze sull’oppresso. No, la nostra coscienza è divenuta troppo meticolosa per quello. Ci sono ancora il tiranno e la vittima, ci sono: ma tra di loro si piazza un intermediario che è lo stato, vale a dire la legge stessa. Che cosa è più adatto a far tacere i nostri scrupoli e, cosa forse più apprezzata, che cosa è più adatto a vincere le resistenze? Dunque, tutti, a qualunque titolo, con un pretesto o l’altro, tutti noi ci rivolgiamo allo stato. 

Noi gli diciamo: «Io non trovo che ci sia, tra le mie felicità e il mio lavoro, una proporzione che mi soddisfi. Io vorrei, per stabilire l’equilibrio che desidero, prender qualcosa dei beni altrui. Ma questo è pericoloso. Non potrebbe, lei stato, rendermi la cosa più facile? Non potrebbe darmi un buon posto? Oppure mettere in difficoltà l’industria dei miei concorrenti? Oppure prestarmi gratuitamente dei capitali che ha preso dai loro possessori? O allevare i miei figli a spese pubbliche? O accordarmi dei premi di incoraggiamento? O assicurarmi il benessere quando avrò cinquanta anni? In questo modo, io raggiungerò il mio obiettivo in tutta tranquillità di coscienza, perché la stessa legge avrà operato per mio conto, ed io avrò della spogliazione tutti i vantaggi, senza incorrere né nei rischi né nel detestabile.

Poiché mi sembra certo, da un lato, che noi tutti indirizziamo allo stato qualche richiesta credibile, dall’altro lato, che lo stato non può dare soddisfazione agli uni senza aggiungere qualcosa al lavoro degli altri, in attesa di una nuova definizione dello stato, mi ritengo autorizzato a dare qui la mia. Chissà che non ottenga il premio. Eccola: lo stato è quella grande finzione per mezzo della quale tutto il mondo si sforza di vivere a spese di tutto il mondo.

Perché, oggi come sempre, ognuno di noi, un poco più, un poco meno, vorrebbe approfittare del lavoro altrui. Di questo desiderio, non osiamo fare pubblicità, lo dissimuliamo persino a noi stessi; e allora cosa facciamo? Immaginiamo un intermediario, ci rivolgiamo allo stato, ed ogni classe sociale a proprio turno gli dice: «Voi che potete prendere legittimamente, onestamente, prendete al pubblico, e noi divideremo». Lo stato non ha bisogno di molta spinta per seguire il consiglio diabolico: perché è composto di ministri, di funzionari, di uomini, alla fine, i quali, come tutti gli uomini, portano nel proprio cuore il desiderio colgono sempre con premura l’occasione di veder ingrandire le proprie ricchezze o la propria influenza. Lo stato capisce perciò in fretta e bene il vantaggio che può trarre dal ruolo che il pubblico gli affida. Esso sarà l’arbitro, il padrone di tutti i destini: prenderà molto, perciò molto resterà a lui stesso; moltiplicherà il numero dei suoi agenti, allargherà il cerchio delle sue competenze; finirà per acquisire delle dimensioni schiaccianti.

Ma ciò che bisogna rimarcare, è l’incredibile cecità del pubblico su tutto questo. Quando dei soldati felici riducevano i nemici in schiavitù, erano dei barbari, ma non erano assurdi. Il loro obiettivo, come il nostro, era quello di vivere a spese degli altri, e, come a noi, gli altri non mancavano. Che cosa dobbiamo pensare di un popolo al quale non passa per la testa di dubitare che il saccheggio reciproco non sia meno saccheggio perché è reciproco; che non è meno criminale perché viene eseguito legalmente e con ordine; che non aggiunge nulla al benessere totale; che al contrario lo diminuisce di tanto, quanto costa quell’intermediario spendaccione che chiamiamo stato?

E questa grande chimera, noi l’abbiamo piazzata, per edificazione del popolo, in testa alla Costituzione. Eccovi le prime parole del preambolo: «La Francia si è costituita in Repubblica per … chiamare tutti i cittadini a un grado sempre più elevato di moralità, di lumi e di benessere». Così è “la Francia”, l’astrazione, che chiama “i francesi”, la realtà, alla moralità, al benessere, eccetera. Non è esagerare il senso di questa bizzarra illusione che ci conduce ad attenderci tutto da un’altra forza che non la nostra? Non è dare ad intendere che ci sia, a fianco e al di fuori dei Francesi, un essere virtuoso, illuminato, ricco, che può e deve versare su di loro la sua benevolenza? Non è supporre, e ben gratuitamente, che vi sia tra la Francia ed i Francesi, tra la semplice denominazione abbreviata, astratta, di tutte le individualità, e quelle stesse individualità, un rapporto da padre a figlio, da tutore a pupillo, da professore a scolaro? So bene che talvolta si dice metaforicamente che la Patria è una tenera madre. Ma per sorprendere in flagrante reato di insignificanza la proposizione costituzionale, sarà sufficiente dimostrare che può essere capovolta, non dico senza inconvenienti, ma addirittura con dei vantaggi. Ne avrebbe a soffrire l’esattezza se il preambolo dicesse «I Francesi si sono costituiti in repubblica per chiamare la Francia ad un grado sempre più elevato di moralità, di lumi e di benessere»? Ora, quale è il valore di una proposizione nella quale il soggetto e il predicato possono essere reciprocamente scambiati senza inconvenienti? Tutto il mondo può comprendere: si dice; la madre allatterà il bambino. Ma sarebbe ridicolo dire: il bambino allatterà la madre.

Gli Americani avevano altre idee sulle relazioni tra i cittadini e lo stato, mentre mettevano in testa alla loro Costituzione queste semplici parole: «Noi, il popolo degli Stati Uniti, per formare una unione perfetta, stabilire la giustizia, assicurare la tranquillità interna, provvedere alla difesa comune, aumentare il benessere e assicurare i benefici della libertà a noi stessi e ai nostri figli, decretiamo….». Qui nessuna creazione chimerica, nessuna astrazione alla quale i cittadini domandino di tutto: non si aspettano nulla, se non da se stessi e dalla loro propria forza.

Se io mi sono permesso di criticare le prima parole della nostra Costituzione, è perché non si tratta, come si potrebbe credere, di una pura sottigliezza metafisica. Io affermo che questa personalizzazione dello stato sia stata nel passato e sarà nell’avvenire, una fonte feconda di calamità e di rivoluzioni. Ed ecco il Pubblico da una parte, lo stato dall’altra, considerati come due esseri distinti, il secondo tenuto a espandersi sul primo, il primo con il diritto di richiedere al secondo il torrente delle umane felicità. Che cosa deve capitare? Di fatto lo stato non è disattento e non lo può essere. Ha due mani, una per ricevere e l’altra per dare, o come si dice, la mano rude e la mano dolce. L’attività della seconda è necessariamente subordinata all’attività della prima. A rigore, lo stato potrebbe prendere e non rendere. Ciò si è ben visto, e si spiega con la natura porosa e assorbente delle sue mani, che trattengono sempre una parte e talora tutto quello che toccano. Ma quello che non si è mai visto, che non si vedrà mai e neppure si riesce a concepire, è che lo stato renda al Pubblico più di ciò che gli abbia preso. E’ dunque folle assumere di fronte a lui l’attitudine dei mendicanti. Gli è radicalmente impossibile assegnare un vantaggio particolare a qualcuna delle individualità che costituiscono la comunità, senza infliggere un danno superiore alla intera comunità.

Lo stato si trova dunque, a causa delle nostre esigenze, in un circolo vizioso evidente. Se rifiuta il bene che si esige da lui, è accusato di impotenza, di cattivo volere, di incapacità. Se prova a realizzarlo, si riduce a colpire il popolo con tasse raddoppiate, a far più di male che di bene, e ad attirarsi, da un’altra parte, la disaffezione generale. Così è: nel pubblico le speranze, nel governo due promesse: tanti benefici e poche imposte. Speranze e promesse che, essendo in contraddizione, non si realizzeranno mai.

Non è lì la causa di tutte le nostre rivoluzioni? Perché tra lo stato, prodigo di promesse impossibili, ed il pubblico, pieno di speranze irrealizzabili, si mettono in mezzo due categorie di uomini: gli ambiziosi e gli utopisti. Il loro ruolo è tutto tracciato dalla situazione. A questi cortigiani della popolarità è sufficiente gridare alle orecchie del popolo: «Il potere si sbaglia; se noi fossimo al suo posto, noi ti riempiremmo di benefici e ti libereremmo dalle tasse». E il popolo crede, il popolo spera, il popolo fa una rivoluzione. I suoi amici non sono mai così pronti agli affari, che quando ricevono l’ordine di obbedire. «Datemi dunque del lavoro, del pane, dell’aiuto, del credito, dell’istruzione, delle colonie, dice il popolo, e inoltre, secondo le vostre promesse, liberatemi dalle tenaglie del fisco».

Lo stato nuovo non è meno imbarazzato che lo stato vecchio, perché, in fatto di cose impossibili, può ben promettere, ma non può mantenere. Cerca di guadagnare del tempo, che gli serve per maturare i suoi vasti progetti. Poi, fa qualche timida prova: da una parte, estende un poco l’istruzione primaria; dall’altra, modifica un poco l’imposta sulle bevande (1830). Ma la contraddizione si innalza sempre di fronte a lui: se vuole essere filantropo, deve rimanere fiscale; se rinuncia alla fiscalità, deve rinunciare anche alla filantropia. Queste due promesse si ostacolano reciprocamente sempre e necessariamente. Impiegare del credito, cioè divorare l’avvenire, è certamente un mezzo di moda per conciliarle, cercando di fare un poco di bene nel presente a spese di molto male nell’avvenire. Ma questo sistema evoca lo spettro della bancarotta che allontana il credito. Che fare allora? Allora il nuovo stato prende le proprie difese con ardimento; riunisce delle forze per mantenersi, soffoca l’opinione, fa ricorso all’arbitrio, tratta da ridicole le sue vecchie idee, dichiara che non può amministrare senza essere impopolare; in breve, si dichiara governativo.

Ed è là che altri nuovi cortigiani della popolarità lo attendono. Essi sfruttano la stessa illusione, passano per la stessa via, ottengono lo stesso successo, e vanno ben presto a gettarsi nello stesso baratro. E’ così che noi siamo arrivati a Febbraio. A quell’epoca, l’illusione di cui si parla in questo articolo era andata più avanti che mai, nelle idee del popolo, condottavi dalle idee socialiste. Più che mai, ci si attendeva che lo stato, in forma repubblicana, aprisse al massimo la fonte dei benefici e chiudesse quella delle imposte. «Mi sono sbagliato spesso, ma starò attento a me, di non sbagliarmi ancora una volta», diceva il popolo. Che cosa poteva fare il governo provvisorio? Quello che si fa in simili congiunture: promettere e guadagnare tempo. Non gliene manca; e per dare alle sue promesse più solennità, le fissa entro dei decreti. «Aumento del benessere, diminuzione del lavoro, aiuto, credito, istruzione gratuita, colonie agricole, dissodamenti; nello stesso tempo, riduzione della tassa sul sale, sulle bevande, sulle lettere, sulla carne, tutto sarà accordato… arriva l’Assemblea Nazionale». L’Assemblea Nazionale è arrivata, e poiché non può realizzare due contraddizioni, il suo compito, il suo triste compito, si è ridotto a ritirare, il più silenziosamente possibile, uno dopo l’altro, tutti i decreti del governo provvisorio. Tuttavia, per non rendere la delusione troppo crudele, è stato necessario transigere un poco. Alcuni impegni sono stati mantenuti, altri hanno avuto un minimo avvio di esecuzione. Così l’attuale amministrazione si sforza di immaginare nuove tasse.

Adesso io mi trasporto con il pensiero a qualche mese avanti nel futuro; e mi domando, con la tristezza nell’anima, che cosa accadrà quando degli agenti fiscali di nuova creazione andranno per le campagne a prelevare le nuove imposte sulle successioni, sui redditi, sui profitti dello sfruttamento agricolo. Che il Cielo smentisca i miei presentimenti, ma io ci vedo ancora un ruolo da giocare per i cortigiani della popolarità. Leggete l’ultimo manifesto dei Montagnardi, quello che hanno emesso a proposito della elezione presidenziale. E’ un poco lungo, ma, dopo tutto, si riassume in due parole: lo stato deve dare molto ai cittadini e prendere poco. E’ sempre la stessa tattica; se volete, lo stesso errore. 

«Lo stato deve fornire gratuitamente l’istruzione e l’educazione a tutti i cittadini. Deve «un insegnamento generale e professionale il più appropriato possibile ai bisogni, alle vocazioni e alle capacità di ogni cittadino». Deve «insegnargli i suoi doveri verso Dio, verso gli uomini e verso se stesso; sviluppare i suoi sentimenti, le sue attitudini e le sue facoltà, dargli infine la formazione per il suo lavoro, la comprensione dei suoi interessi e la conoscenza dei suoi diritti». Deve «mettere alla portata di tutti le lettere le arti, il patrimonio del pensiero, il tesoro dello spirito, tutte le gioie intellettuali che elevano e fortificano l’anima». Deve «riparare tutti gli incidenti, gli incendi, le inondazioni, ecc. (eccetera dice ben di più di quanto è scritto) subiti da un cittadino». Deve «intervenire nei rapporti tra capitale e lavoro e farsi regolatore del credito». Deve «all’agricoltura seri incoraggiamenti e una efficace protezione». Deve «nazionalizzare le ferrovie, i canali, le miniere» e senza dubbio amministrarle con quella capacità industriale che le caratterizza. Deve «sostenere le imprese generose, incoraggiarle e aiutarle con tutte le risorse capaci di farle trionfare. Regolatore del credito, finanzierà largamente le associazioni industriali e agricole, al fine di assicurarne il successo». Lo stato deve tutto ciò, senza pregiudizio dei servizi ai quali fa fronte già oggi; e, per esempio, occorre che nei confronti degli stranieri abbia sempre un atteggiamento minaccioso; perché, dicono i firmatari del programma «legati da questa sacra solidarietà e dai precedenti della Francia repubblicana, noi portiamo i nostri voti e le nostre speranze al di là delle barriere che il dispotismo alza tra le nazioni: il diritto che noi vogliamo per noi, noi lo vogliamo per tutti coloro che sono oppressi dal giogo delle tirannie; noi vogliamo che il nostro glorioso esercito sia ancora, se ve ne fosse bisogno, l’armata della libertà».

Vedete che la mano dolce dello stato, quella mano che dona e che distribuisce, sarà assai occupata sotto il governo dei Montagnardi: credete che possa capitare che sia lo stesso per la mano rude, di quella mano che penetra e prende nelle nostre tasche? Disilludetevi. I cortigiani della popolarità non conoscerebbero il loro mestiere, se non possedessero l’arte, mostrando la mano dolce, di nascondere quella rude. Il loro regno sarà sicuramente il giubileo del contribuente. «E’ il superfluo, non il necessario, quello che l’imposta deve colpire», dicono. Non sarebbe un bel momento, quello nel quale il fisco, per colmarci di benefici, si contenterà di intaccare il nostro superfluo?

Ma non è tutto. I Montagnardi aspirano a che «l’imposta perda il suo carattere oppressivo e non sia più che un atto di fraternità». Bontà del cielo! Io sapevo bene che è di moda cacciare la fraternità ovunque, ma non avrei mai pensato che la si potesse mettere sul conto di chi la riceve. In dettaglio, i firmatari del programma dicono: «noi vogliamo l’abolizione immediata delle imposte che colpiscono i beni di prima necessità, come il sale, le bevande, eccetera. Noi vogliamo la riforma dell’imposta fondiaria, dei dazi e delle licenze. Noi vogliamo la giustizia gratuita, vale a dire la semplificazione delle formalità e la riduzione delle spese». Così imposta fondiaria, dazi, licenze, bolli, sale, bevande, poste, tutto vi rientra. Questi signori hanno scoperto il segreto di dare una attività forsennata alla mano dolce dello stato, mentre ne paralizzano la mano rude.

Ebbene, io chiedo al lettore imparziale, non è questo infantilismo, e infantilismo pericoloso? Come smetterà il popolo di fare una rivoluzione dopo l’altra, se una volta per tutte si è deciso a non fermarsi che quando realizzerà questa contraddizione «non dare nulla allo stato ma riceverne molto»? Qualcuno pensa che se i Montagnardi arrivassero al potere, non sarebbero le vittime dei mezzi che impiegano per impadronirsene?

Cittadini, in tutti i tempi due sistemi politici sono esistiti, ed entrambi possono sostenersi con delle buone ragioni. 
Secondo il primo, lo stato deve fare molto, ma molto deve anche prendere. 
Secondo il secondo, la sua doppia azione deve farsi sentire il meno possibile. 
E’ tra questi due sistemi che bisogna scegliere. 
Ma quanto al terzo sistema, che combina gli altri due, e che consiste nell’esigere tutto dallo stato senza dargli nulla, è un sistema chimerico, assurdo, puerile, contraddittorio, pericoloso. Coloro che lo portano avanti, per avere il piacere di accusare tutti i governi di impotenza e per poterli così esporre ai vostri colpi, quelli vi blandiscono e vi ingannano, o quanto meno si sbagliano.

Quanto a noi, noi pensiamo che lo stato, che non è e non dovrebbe essere altra cosa che la forza comune istituita, non per essere tra tutti i cittadini uno strumento di oppressione e di spogliazione reciproche, ma al contrario, per garantire a ciascuno il suo, e far regnare la giustizia e la sicurezza.
http://www.societalibera.org/it/liberalierioggi/bastiat/004_lo_stato.htm

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