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martedì 24 settembre 2013

Una ragazza stava aspettando il suo volo in una sala d’attesa di un grande aeroporto. Siccome avrebbe dovuto aspettare per molto tempo, decise di comprare un libro per ammazzare il tempo. Compro’ anche un pacchetto di biscotti. Si sedette nella sala VIP per stare piu’ tranquilla. Accanto a lei c’era la sedia con i biscotti e sulla sedia successiva un signore che stava leggendo il giornale. Quando lei comincio’ a prendere il primo biscotto, anche l’uomo ne prese uno, lei si senti’ indignata ma non disse nulla e continuo’ a leggere il suo libro. Tra sé penso’: “ ma tu guarda, se solo avessi un po’ piu’ di coraggio gli avrei già dato un pugno…



STORIELLA DA MEDITARE..........
Una ragazza stava aspettando il suo volo in una sala d’attesa di un grande aeroporto. Siccome avrebbe dovuto aspettare per molto tempo, decise di comprare un libro per ammazzare il tempo. Compro’ anche un pacchetto di biscotti. Si sedette nella sala VIP per stare piu’ tranquilla. Accanto a lei c’era la sedia con i biscotti e sulla sedia successiva un signore che stava leggendo il giornale. Quando lei comincio’ a prendere il primo biscotto, anche l’uomo ne prese uno, lei si senti’ indignata ma non disse nulla e continuo’ a leggere il suo libro. Tra sé penso’: “ ma tu guarda, se solo avessi un po’ piu’ di coraggio gli avrei già dato un pugno….” Cosi’, ogni volta che lei prendeva un biscotto, l’uomo accanto a lei, senza fare un minimo cenno ne prendeva uno anche lui. Continuarono fino a che non rimase che un solo un biscotto e la donna penso’: “ ah, adesso voglio proprio vedere cosa mi dice quando saranno finiti tutti !!” L’uomo prese l’ultimo biscotto e lo divise a metà! “AH, questo è troppo” penso’ e comincio’ a sbuffare indignata, si prese le sue cose, il libro, la sua borsa e s’incammino’ verso l’uscita della sala d’attesa. Quando si senti’ un po’ meglio e la rabbia era passata, si sedette su una sedia lungo il corridoio per non attirare troppo l’attenzione ed evitare altri dispiaceri. Chiuse il libro e apri’ la borsa per infilarlo dentro quando……nell’aprire la borsa vide che il pacchetto di biscotti era ancora tutto intero nel suo interno. Sentì tanta vergogna e capi’ solo allora che il pacchetto di biscotti uguale al suo era di quell’uomo seduto accanto a lei che pero’ aveva diviso i suoi biscotti con lei senza sentirsi indignato, nervoso o superiore, al contrario di lei che aveva sbuffato e addirittura si sentiva ferita nell’orgoglio.


LA MORALE:
Quante volte nella nostra vita mangiamo o abbiamo mangiato i biscotti di un altro senza saperlo?
Prima di arrivare ad una conclusione affrettata e prima di pensare male delle persone, GUARDA attentamente le cose, molto spesso non sono come sembrano!!!

sabato 29 settembre 2012

Shakespeare. Re Lear. Il vaso vuoto è quello che ha il suono più ampio

LA PIENEZZA DEL VUOTO SPIRITUALE 
Un altro aspetto da affrontare in questo viaggio dell'inconscio è il VUOTO. Le persone hanno paura del vuoto, per questo si riempiono di cose, si aggrappano a sentimenti convinzioni e credenze... L'accumulo dell'avaro, lo spreco del consumatore, l'eccesso di oggetti domestici, l'acquisto frenetico, sono tutti indizi di una paura del nulla e della morte. Nelle vie spirituali invece l'atmosfera del distacco, lo spazio libero, il respiro sereno e non ingozzato dall'ingordigia aprono la via all'infinito, all'interiorità, all'intuizione, all'essenza dell'essere comunemente chiamata anche Dio.
Come disse Shakespeare: «Il vaso vuoto è quello che ha il suono più ampio»



<Trenta raggi si uniscono in un solo mozzo e nel suo vuoto si ha l'utilità del carro, 
s'impasta l'argilla per fare un vaso e nel suo vuoto interno si ha l'utilità del vaso, 
s'aprono porte e finestre per fare una casa e nel suo vuoto interno si ha l'utilità della casa. 
Perciò l'essere costituisce l'oggetto e il non-essere costituisce l'utilità>
Tao Te Ching (XI)


Caro Shakespeare...
Re Lear esplora la natura stessa dell'esistenza umana: l'amore e il dovere, il potere e la perdita, il bene e il male, racconta della fine di un mondo, il crollo di tutte le certezze di un’epoca, lo sgomento dell’essere umano di fronte all’imperscrutabilità delle leggi dell’universo.
All’inizio del dramma Lear rinuncia al suo ruolo, consegna il suo regno nelle mani delle figlie, si spoglia dell’essere Re, pilastro e centro del mondo, per tornare uomo tra gli uomini, rifarsi bambino e in pace “gattonare verso la morte”. Come un bambino pretende l’amore, Lear esige in cambio della cessione del suo potere, che le figlie espongano in parole i loro sentimenti per lui. Ma Cordelia, la più piccola, sa che l’amore, il vero amore non ha parole e alla richiesta del padre può rispondere solo: “nulla, mio signore”. È questo equivoco, questo confondere l’amore con le parole, che, nel momento in cui le altre figlie si mostreranno per quello
 che sono, farà crollare Lear rendendolo pazzo

. E con Lear è il mondo intero che va fuor di sesto, la natura scatenata e innocente riprende il suo dominio, riporta gli uomini al loro stato primordiale, nudi e impauriti, in balia di freddo e pioggia a lottare per la propria sopravvivenza, vermi della terra. È qui che può cominciare un crudele cammino d’iniziazione:
resi folli o ciechi per non aver saputo capire o vedere
, Lear e il suo alter ego Gloucester, accompagnati da figli che si son fatti padri, giungeranno finalmente a capire e vedere.
Che cosa ha dunque senso in questa tragedia? Quale speranza possiamo trarre? Forse solo la conoscenza di che cosa sia l’uomo di fronte all’universo, raggiunta attraverso un percorso di spoliazione in cui l’amore e la solidarietà si mostrano nella loro essenza terribilmente umana. Forse solo a questo, ad aiutare la creazione e che tutti sempre vedano oltre il muro dietro le scene di cartone.
Michele Placido-Francesco Manetti

(Antonio)



mercoledì 23 maggio 2012

Eich Fried. E’ quel che è. È assurdo dice la ragione. È quel che è dice l’amore

E’ quel che è – Eich Fried


È assurdo
dice la ragione
È quel che è
dice l’amore.
È infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
È vano
dice il giudizio
È quel che è
dice l’amore.
È ridicolo
dice l’orgoglio
È avventato
dice la prudenza
È impossibile
dice l’esperienza
È quel che è
dice l’amore.
Eich Fried

http://www.pomodorozen.com/zen/e-quel-che-e-eich-fried/

martedì 6 marzo 2012

Ho bisogno di aiuto. è quella richiesta che nasce da dentro quando ci si sente soli, inadeguati, poco stimati, senza alcuna via di uscita... Eppure, nonostante siano questi i cardini della nostra vita, quelli che fanno la differenza tra l’essere felici o no, pochi ritengono di dovere ricorrere agli altri. La tendenza principale è quella di chiudersi in se stessi, lasciando che malinconia e pessimismo regnino sovrani e impedendo alle soluzioni di venire a galla e imporsi sui problemi. La parola chiave è “passività”: lasciamo cioè che i sentimenti, le emozioni e le situazioni ci sovrastino


Ho bisogno di aiuto


Ho bisogno di aiuto.
Questa richiesta, in forme più o meno esplicite, vi sarà giunta almeno una volta nella vita da vostro figlio che non riesce a fare i compiti o da vostra madre che ha bisogno di essere accompagnata dal medico. L’aiuto di cui voglio parlare oggi ha radici più profonde: è quella richiesta che nasce da dentro quando ci si sente soli, inadeguati, poco stimati, senza alcuna via di uscita...


Eppure, nonostante siano questi i cardini della nostra vita, quelli che fanno la differenza tra l’essere felici o no, pochi ritengono di dovere ricorrere agli altri. La tendenza principale è quella di chiudersi in se stessi, lasciando che malinconia e pessimismo regnino sovrani e impedendo alle soluzioni di venire a galla e imporsi sui problemi.
La parola chiave è “passività”: lasciamo cioè che i sentimenti, le emozioni e le situazioni ci sovrastino, incassando come dei pugili sul ring e pensando che prima o poi ci sarà una fine, poco importa se per KO o per sfinimento. Vi sono scrittori e pensatori che hanno basato tutta la loro vita sul pessimismo cosmico. Personalmente sono convinto che il farsi aiutare da un "esperto" sia sempre la soluzione migliore e credo anche che questo debba avvenire prima che le condizioni psicofisiche richiedano interventi ben più strutturati e impegnativi...
Gli stati d’animo disturbanti, che fanno soffrire, a cui tutti noi siamo prima o poi sottoposti, sono vari e diversificati, come le nostre capacità di reagirvi. Anche la nostra forma fisica influisce sulla capacità di risolvere un problema o di cercare soluzioni alternative. Per questo la visione di un esperto esterno non coinvolto nei nostri processi è fondamentale. E' un pensiero che ho già espresso in più occasioni, anche in questa sede: bisogna avere il coraggio di dire “Ho bisogno di aiuto e te lo chiedo!”
A volte succede anche che, una volta ricevuto e terminato il percorso di aiuto, non se ne voglia più parlare. È come se la persona, al termine di un sostegno specialistico o di counseling orientato al benessere, volesse chiudere l’esperienza - godendone solo i risultati - in una sorta di armadio ed evitare di parlarne accuratamente. Nell’immaginario collettivo la “mente funzionante” fa la differenza tra un “sano” e un “matto” ed è per questo che chiedere aiuto è come ammettere di essere un "disturbato". Una volta, una persona che soffriva di forti emicranie, mi diceva di essersi rivolta a uno specialista ma di avere subito soprasseduto per non dover presentare in ufficio un certificato attestante la sua condizione...
Ma se ci guardiamo bene allo specchio, ognuno di noi può scoprire di avere "problemi". Allora perché ci vergogniamo ad ammetterlo? Perché è così deplorevole nella nostra società confessare di avere bisogno di aiuto? Perché non dire, dopo un percorso di counseling o di trattamento specialistico, che si sono trovate soluzioni, che si è imparato a guardare il mondo con occhi diversi o anche semplicemente che si sono imparati esercizi utili per controllare la rabbia o per rilassarsi prima di andare a dormire? E’ una sorta di legame disfunzionale con un nostro "io profondo" che ci barrica nell’orgoglio e ci impedisce di dire anche alle nostre migliori amiche che il giovedì andiamo dal "terapeuta".
Forse la paura più grande è quella di non dover ammettere che si è avuto bisogno di una mano. Ci insegnano già a scuola che bisogna cavarsela da soli, di non chiedere niente a nessuno e conquistarsi tutto con le proprie forze. Poi quando, una volta cresciuti, arriviamo a lavorare, dobbiamo re-imparare a condividere con altri obiettivi e risultati, mandando in crisi il nostro sistema valoriale per il quale fino a quel momento eravamo il centro del mondo. Nessuno vive per se stesso come nessuno vive da solo, tutti abbiamo bisogno reciprocamente di trovare e dare conforto in un cerchio continuo che ottimizza le personalità di ognuno.
Ammettere di avere bisogno significa prima di tutto riconoscersi persone, poi di essere perfettibili. Nel primo caso, in un mondo di supereroi credo a volte sia importante ritrovarsi nella normalità, nel secondo significa riconoscere che si può migliorare anche e soprattutto grazie all’intervento esterno. Dall’altra parte esistono persone che chiedono aiuto indistintamente, a tutti e indipendentemente dal problema: alla fine le evitiamo, asfissiati dai loro stessi problemi che spesso non sono diversi dai nostri. Qui la facilità di espressione supera la decenza e l’amore per se stessi. Queste sono persone che vanno aiutate non a risolvere quanto le angustia, ma a trovare un modo per non angustiare sempre gli altri.
Forse la risposta sta in una dose di umiltà che ci faccia mettere da parte il nostro orgoglio personale e riconoscere che farsi aiutare è umano quanto necessario e parlarne non ci sminuisce affatto: l’hanno fatto profeti e uomini illustri; noi non siamo da meno, o no?
Paolo G. Bianchi

Antropologo, Counselor

Bibliografia di riferimento:
  1. Mario Mengheri, “Formazione alla relazione di aiuto: Il counseling ad approccio integrato”, FrancoAngeli, 2010
  2. Cosimo Variale, “Aiutare le persone ad aiutarsi”, Guerini sicentifica, 2009
  3. Gabriele Lo Iacono, “Come cercare aiuto psicologico e perché: orientarsi nelle possibilità professionali e informali per accrescere il benessere”, Erickson, 2001

http://brainfactor.it/index.php?option=com_content&view=article&id=545%3Aho-bisogno-di-aiuto&catid=39%3Acounseling&Itemid=3 


giovedì 12 gennaio 2012

Raffaele Morelli. Nessuno ha bisogno di amore, perché l'amore è dentro di noi, si tratta solo di aprirgli la porta. È il nostro orgoglio che ci impedisce di lasciarci andare ed è per questo che poi rischiamo di incontrare persone che ci trattano male. Facendoci trattare male, sopprimiamo l'orgoglio. Occorre rompere questo circolo vizioso.

"Se un problema che abbiamo non si risolve subito, non è un problema.
Se non siamo in grado di risolverlo in questo momento vuol dire che la nostra identità, la nostra persona, la nostra maschera, lo vuole risolvere secondo schemi del passato, che quindi non portano da nessuna parte, oppure secondo schemi convenzionali. " 
Raffaele Morelli


In realtà il migliore innamoramento che possiamo vivere è quello con noi stessi: solo allora potremmo conoscere la libertà, e il nostro genio nascosto potrà sorprenderci conducendoci là dove vogliamo veramente andare. 
Raffaele Morelli

L’amore viene per squilibrare le nostre certezze, le nostre aspettative, i nostri progetti, cioè tutte le illusioni dell’Io…mentre la mente lotta per andare in una direzione… il cuore spinge impercettibilmente verso l’altra. 
Raffaele Morelli  


Nessuno ha bisogno di amore, perché l'amore è dentro di noi, si tratta solo di aprirgli la porta. È il nostro orgoglio che ci impedisce di lasciarci andare ed è per questo che poi rischiamo di incontrare persone che ci trattano male. Facendoci trattare male, sopprimiamo l'orgoglio. Occorre rompere questo circolo vizioso.
Raffaele Morelli


Nessuna ferita è per sempre.
Quando un dolore dell’anima resiste, siamo proprio noi a “tenerlo in vita”, soffermandoci sulle cause: non è il pensiero che “rimargina”, ma lo sguardo giusto
In molte persone esiste un’idea profondamente sbagliata, che fa credere che le sofferenze dell’anima siano destinate a durare per tutta la vita.  Non è così: dentro ognuno di noi esiste un processo creativo, qualcosa che sta “facendo” adesso l’essere che sei, indipendentemente dalla vita che ho fatto, da chi ho incontrato. Valga questo esempio: una mia collega mi dice che sta attraversando un periodo difficile, e mentre mi parla delle cose che non vanno bene della sua vita, le ricollega alla sua storia famigliare. Le chiedo allora di guardarsi intorno e di chiedersi cosa sta accadendo intorno a lei in quel momento, perché ciò che sta creando il suo essere, è tutto quello che la circonda in quel preciso momento… Noi dobbiamo guardarci intorno e guardare a ciò che stiamo creando in questo preciso momento, non collegare le nostre sofferenze a una causa.
Le cose valgono solo nel momento in cui accadono 
Nei periodi di difficoltà occorre”posare lo sguardo” sulle cose che veramente ci piacciono e che ci rendono felici, perché il benessere del nostro cervello non dipende da quello che ci è accaduto in passato, non dipende dalla nostra storia. Le nostre ferite “eterne” (ovvero quelle che cronicizziamo con il pensiero) impediscono che l’esistenza continui; il cervello è fatto per produrre cicatrici, allontanare i traumi e andare avanti. Per questo non dobbiamo più andare a toccare le nostre cicatrici, dobbiamo lasciarle nel nostro passato. Le cose valgono solo nel momento in cui accadono, non c’è nulla che duri per sempre; noi cambiamo continuamente, sia di giorno che di notte, cambiamo a seconda dei sogni che facciamo, dei nostri modi di stare “in campo”.
Se pensi troppo a un problema lo rendi cronico
Gli antichi avevano scelto un Dio per l’oblio, Hermes, il signore della medicina e la forza che cura di notte, attraverso il sonno. Se dentro la nostra mente pensiamo e ripensiamo ai problemi che ci hanno causato le cicatrici, quei problemi, quei ricordi, diventeranno cronici. Se noi siamo consapevoli che c’è qualcosa che ci sta creando, cambiando, indipendentemente da quello che ci è successo, il dolore comincerà ad allontanarsi. Una ghianda, indipendentemente dal terreno in cui si trova, continua a fare imperterrita le sue radici, le sue foglie i suoi rami, creando una quercia.
Dentro di noi c’è uno stato creativo perenne, che continua a creare, anche di notte, quando tutto si spegne, e “forma” i sogni, immagini al di là del tempo e soprattutto di ciò che è accaduto.
Io non sono le cose che mi sono accadute, io sono quello che adesso fa le cose che sa fare, le cose che mi piace fare. Se mi è chiaro questo, mi è chiaro che il portare la mia mente sulle ferite può distruggere la mia esistenza. Ecco perché bisogna guardare le proprie ferite come a fatti antichi, estranei, lontani….

http://www.riza.it/raffaelemorelli/psicologia/4483/nessuna-ferita-e-per-sempre.html



Crediamo di essere speciali per i traumi che ci sono capitati e così ne facciamo una ragione di vita, pronti a raccontarli al primo venuto. Una madre che ci ha abbandonato, un padre tiranno, un lavoro insoddisfacente, un matrimonio infelice finiscono per catturare il nostro sguardo e farci credere di essere condannati a un destino ingrato. Niente di più falso! Mentre pensiamo alle delusioni che hanno segnato la nostra vita, perdiamo di vista che un processo creativo continua instancabilmente a produrre la nostra unicità. Se penso di essere "quello che è stato ferito", la mia interiorità viene riempita dal passato e dal ricordo, che prendono così il sopravvento su tutte le risorse dell'inconscio che, invece, sarebbero capaci di veri prodigi terapeutici. Questo libro è dedicato a tutti coloro che vogliono smettere di lamentarsi, di credere che è capitata loro una vita sbagliata. A coloro che non vogliono usare i loro insuccessi, le loro sfortune, le loro sconfitte come alibi per la rinuncia a vivere. È scritto per chi, come me, ritiene che siamo abitati da forze provvidenziali, capaci di farci guarire come per miracolo. In questi anni, con l'équipe di psichiatri, psicoterapeuti e psicologi di Riza, ci siamo chiesti cosa bisogna fare per sfatare l'idea che le conseguenze di certi episodi della nostra vita dureranno per sempre. Trovare e mettere a punto risposte terapeutiche che aiutino a non trascinarci dietro i dolori del passato ha richiesto un lungo lavoro. Questo libro ne è il risultato.
Raffaele Morelli, Nessuna ferita è per sempre
Mondadori, 2015, 144 pagine
€ 18,00


"I problemi non si risolvono, si superano"
"C'è una parola fondamentale per entrare nel proprio mondo interiore.
La parola è 'adesso'" "Penso che [...]
l'ossessione di spiegare, capire, ragionare sui traumi sia la malattia di questo secolo".
Raffaele Morelli "Nessuna ferita è per sempre. Come superare i dolori del passato". Recensione di Marisa Fumagalli, Corriere della Sera del 24/12/2015


Parlate poco e passerà Come vincere il dolore
La parola-chiave nella nuova frontiera della psicoterapia è «adesso».
Morelli: i problemi non si risolvono, si superano

«Parlare di sé non fa altro che consolidare le ferite dell'anima», dice Raffaele Morelli.
E con un'immagine chiarisce:
«Prendiamo un ginocchio abraso dopo una caduta. Fa male, e se l'incisione è più profonda sanguina. Poi si forma la crosta che si staccherà da sola. Ma se la gratti e la tormenti la ferita si riapre e torna a sanguinare».

Festività di fine anno, periodo a rischio per i soli e depressi. Per gli afflitti, in qualche modo. Aumenta la voglia di grattare la crosta delle ferite. «Guai», avverte lo psicoterapeuta.
Presidente dell'Istituto Riza e direttore della rivista «Riza Psicosomatica», autore di saggi, lo psichiatra Morelli, come altri colleghi, ha imboccato un nuovo sentiero, proponendo altre risposte terapeutiche, perfino sorprendenti. Quante volte, infatti, abbiamo sentito l'espressione «elaborare il lutto» come percorso ideale per superare l'abbandono, il tradimento del coniuge, del compagno?
Non è che un esempio dei «dolori» più comuni.
Dunque, elaborare il lutto significa andare alla radice del fatto e trovarne il perché. Confidarsi con gli amici squadernando pezzi di esistenza, tormenti retrospettivi; insomma il fardello della sofferenza.
«Sul lettino dello psicoterapeuta la modalità non è (non era) tanto diversa?
racconta Morelli - Lunghe sedute, dove il paziente vomita di tutto, cercando nei traumi lontani (la madre gelida, il padre violento, lo stupro subito) le motivazioni dei propri disturbi, la soluzione dei problemi. Sbagliato. I problemi non si risolvono, si superano». Questa frase spicca nella controcopertina di «Nessuna ferita è per sempre/Come superare i dolori del passato» (Mondadori). «Il mio libro, avverte, è dedicato a coloro che vogliono smettere di lamentarsi, di credere che è capitata loro una vita sbagliata».

Il pensiero dello psicoterapeuta (che tiene in buon conto Jung e di Hillman) si esplica, arricchito da esperienze con i pazienti. Un interrogativo chiave: se indaghiamo i dolori dell'anima, se cerchiamo di spiegarli, di capirli, li curiamo? O finiamo per cronicizzarli? «Occorre uscire dal mondo delle interpretazioni ? risponde Morelli - Dall'idea che un episodio, per quanto doloroso, possa modificare in modo significativo la nostra vita». «C'è una parola fondamentale per entrare nel proprio mondo interiore - continua. La parola è adesso. Mai esplorare l'inconscio alla luce del passato. Ogni volta che paragono uno stato d'animo attuale a uno del passato, finisco per amplificare il dolore. Penso che l'oblio e il mistero siano la cura, mentre l'ossessione di spiegare, capire, ragionare sui traumi, sia la malattia di questo secolo». Lo psicoterapeuta, riprendendo un motto di Silesius, mistico del XIV secolo, propone un?immagine simbolo:
una rosa è senza perché, fiorisce senza perché, non bada a se stessa, non si cura di chi la guarda.
«La fioritura misteriosa della rosa è nel suo seme che genera la sua unicità? nota Morelli - Le cose che vengono da sé sono il perno dei mio modo di concepire la psicoterapia. Fa fatica la rosa a fiorire?
E perché tu dovresti far fatica per stare bene, per guarire?». «Durante la prima seduta - dice - al mio paziente chiedo un patto: non deve raccontarmi la sua storia, i suoi segreti. Si va oltre. Quanto più entriamo in un altro regno della mente, tanto più si attivano le forze della rinascita. Bisogna uscire dal cerchio dei ragionamenti, dei pensieri sulla cause e sulle colpe, per diventare capaci di abbandonarci alle fantasie che svelano le nostre affinità con la natura» .
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Fumagalli Marisa
Pagina 43
(24 dicembre 2015) - Corriere della Sera
http://archiviostorico.corriere.it/2015/dicembre/24/Parlate_poco_passera_Come_vincere_co_0_20151224_bc10550c-aa09-11e5-9d20-e69c6d90d0de.shtml









Raffaele Morelli - Ciascuno è perfetto
L'arte di star bene con se stessi





http://books.google.it/books?id=HlJEfLUvFLkC&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false



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