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...dipende da COME si leggono...o da chi le interpreta...se leggiamo Sibaldi, per esempio, e la sua chiave interpretativa (bellissima) di fiabe come Biancaneve o La bella addormentata...potremmo avere delle sorprese quanto a "semplificazione dei grandi problemi della vita"!
Giorgio Manganelli
Pinocchio: un libro parallelo
Biblioteca Adelphi
Questa singolarissima opera è un libro nel libro, insieme parassitario e autonomo, in cui il Manganelli scrittore da un lato illumina Pinocchio di una luce nuova e dall’altro dà forma all’ennesimo paesaggio della sua poetica – paesaggio ancora una volta lunare, comico e alieno.
Il classico di Collodi diventa così più terrificante ma anche più euforico, più enigmatico ma anche più carico di rivelazioni, più cupo ma anche più ricco di risonanze metaforiche e simboliche.
E in particolare il percorso di Pinocchio, personaggio insieme umano, animale, vegetale e ultraterreno, mosso fin dall’inizio da «una vocazione metamorfica e insieme teatrale», da un «occulto, multiforme, futuro».
Questo percorso, infatti, altro non è se non l’attraversamento dell’Erebo, del Regno dei Morti, che ha il suo centro nel cuore nero del libro, ma che si estende a tutta la topografia collodiana,
dal bosco verde scuro in cui biancheggia la casa mortuaria della Fata alla campagna popolata di faine dove Pinocchio fa il cane da guardia.
Libro notturno, di una notte definitiva (dove il giorno è solo «recitato» da sarcastici lampi temporaleschi),
il Pinocchio di Manganelli non si chiude con la trasformazione edificante della vulgata, giacché il ragazzo in carne e ossa non sostituisce il burattino e non ne è la resurrezione: dovrà invece conviverci, con quella «reliquia prodigiosa», con quel legno che «continuerà a sfidarlo».
http://www.adelphi.it/libro/9788845916717
MANGANELLI E IL MISTERO DI PINOCCHIO
Durante le vacanze di Natale, ho letto ad alta voce, in famiglia, molte pagine di un libro dimenticato di Giorgio Manganelli:
Improvvisi per macchina da scrivere (Leonardo, pagg. 222).
Non ho mai avuto un simile successo di pubblico. Mentre leggevo scoppiavano, tra i miei ascoltatori, risate incontenibili: il riso esplodeva alla luce dalle profondità di ciascuno, producendo lacrime di gioia, furori di ilarità, distruggendo le istituzioni, i costumi, le abitudini, la noia dell' esistenza quotidiana. Per qualche minuto, non c' era che riso nel cuore e sul volto di ognuno. Lo stesso accade, credo, solo leggendo e ascoltando i capolavori di Dickens. [...] Giorgio Manganelli [...] narrava le ossessioni, gli incubi, i disastri, le desolazioni, che occupano le cave pareti della nostra mente. Non avrebbe mai potuto raccontare la cosiddetta «realtà». Ma questa realtà egli la conosceva benissimo: la sua vista penetrante si soffermava su ciò che accade ogni giorno: su ciò che si agita per le strade; sui presidenti della Repubblica, i ministri, i segretari di partito, i magistrati, la scuola, la televisione, le vacanze, il Natale, gli impiegati statali, i pubblicitari, i piccioni, il lotto, la parapsicologia, gli asini, i ristoranti, le portiere, i giochi dei bambini, le partite di calcio, il fumo, le chiacchiere nei treni, i cani randagi, l' inno nazionale, i Tir, le sciocchezze dei giornali, i telefoni.
[...]
Era una letteratura fragile: letta per essere dimenticata.
[...] Verso la realtà quotidiana, Manganelli aveva un sentimento doppio.
Da una parte la detestava, perché era la sede della noia, di ciò che è normale, borghese e impiegatizio. Ma, d' altra parte, la adorava follemente, come Shakespeare e Dickens, perché quella stessa realtà era idiota, assurda, stravagante, insensatissima. Se doveva immaginare qualcosa di assurdo, non doveva guardare nella sua mente ben costruita, ma lì, ai suoi piedi, dove scorreva il flusso incongruo della vita. Una minima notizia di cronaca nascondeva misteri, o apparenze divertentissime.
[...] il
bellissimo libro di Manganelli dedicato a Pinocchio
(Pinocchio: un mondo parallelo, Adelphi, pagg. 206, euro 15),
ha da principio una strana impressione.
Questo libro parla del burattino più famoso del mondo: di Geppetto, Lucignolo, la Fata dai capelli turchini, la Volpe e il Gatto, il Grillo parlante, il Colombo e il Pescecane; eppure ci sembra di leggere un rabbino commentatore della Scrittura, o di un dotto cristiano che chiosa il Prologo del Vangelo di Giovanni e insegue tutti i sensi, letterali e allegorici, del testo sacro.
[...]Il suo libro è un' opera duplice. È un' intelligentissima opera di critica. Nessuno ha mai scritto pagine così penetranti, come quelle sulla
casa di Geppetto, sul
carattere di Pinocchio, sulla
Fata dai capelli turchini, sull'
iniziazione mortuaria, sul
fuoco, sulla
conclusione del libro.
[...]Ma
Il libro parallelo è anche un' immaginazione a occhi aperti [...].
Nel gioco incessante della metamorfosi,
l'umile edificio toscano si trasforma in un' architettura barocca, piena di saloni, di scale, di corridoi, di labirinti, di piccole stanze dove ci soffermiamo per riposarci.
[...] Eppure, dopo l' investigazione di Manganelli, Pinocchio si rinchiude nel proprio mistero.
Il libro infinitamente aperto è un libro infinitamente chiuso. Con un ultimo gesto, Manganelli cancella ciò che ha scritto:
ci confida che il suo testardo lavoro analitico ha prodotto una vegetazione parassitaria; e,
nel silenzio del testo annullato, ci consegna di nuovo il volume di Collodi, così come una volta era stato composto.
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/03/05/manganelli-il-mistero-di-pinocchio.html
Il ragionamento è il seguente:
in quanto irregolare, Pinocchio vive una tragica situazione di solitudine nella quale è costantemente in relazione con esseri che ne vogliono la morte (“Pinocchio deve morire”). Ma
alla morte egli sfugge proprio grazie alla sua diversità, al suo essere burattino di legno “senza origine né nascita”:
galleggia quando viene gettato in mare, i coltelli gli si spezzano contro, guarisce presto dalle malattie, non può nemmeno strapparsi i capelli perché gli sono stati dipinti sulla testa. Di conseguenza,
Pinocchio resiste a qualsiasi reale trasformazione narrativa, non fa passi avanti, non impara nulla, non si forma un carattere o una personalità adulti, e semmai sono gli altri – dai “genitori” Geppetto e Fata turchina a molti altri – che si modificano al suo cospetto. Ma questa situazione di irrealtà, questa sua radicale negatività non può durare in eterno: e
l’unica soluzione è quella di darsi la morte, di decidere di punto in bianco, senza alcuna motivazione intrinseca, di cambiare, di diventare un “bambino normale”, sostanzialmente di suicidarsi.
[...] la metamorfosi porta Pinocchio a perdere “l’unicità e la libertà” e a
diventare un ragazzino
“come tutti gli altri”. Diventare adulti è diventare uguali, e Pinocchio decide di farlo nonostante sappia che si tratta di una perdita irreparabile, violenta, senza scampo o possibilità di ritorni. [...]
Manganelli insomma, com’era suo costume, legge il libro di Collodi in chiave antifrastica,
invertendo sia gli stereotipi più triti relativi al personaggio sia la tradizionale chiave di lettura pedagogica. Ritroveremo in LP questa tendenza a
invertire le valorizzazioni: tutto ciò che la morale comune pone come positivo (le istituzioni scolastiche, il pedagogismo, il buon senso, la giustizia etc.) per Manganelli sono negative, e viceversa, tutto ciò che generalmente è negativo (per es. la prigione) in LP diviene positivo.
Per Manganelli la coazione a ripetere di Pinocchio, il suo essere refrattario all’esperienza,
il suo restare sempre uguale a dispetto delle continue metamorfosi che tutti cercano di imporgli fanno sì che il libro non sia affatto – come molti pensano – un romanzo di formazione, ma
la storia di una morte annunciata e raggiunta solo, diciamo così, per stanchezza.
Alla fine, Pinocchio si suicida, decidendo di fare tutte quelle cose che aveva sempre odiato, innanzitutto lavorare, e che gli consentono di diventare finalmente un ragazzino come tutti gli altri, rinnegando la sua natura fantastico-vegetale, e soprattutto il suo celebre, fanciullesco programma narrativo: “mangiare, bere, dormire, e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo”.
[…]
Così, per esempio, per quel che riguarda la natura degli attori e le loro relazioni reciproche, Manganelli torna spesso sulla
distinzione tra uomini, animali e vegetali (tre condizioni a cui Pinocchio partecipa, in modo diverso a seconda delle varie situazioni narrative), senza però correlarla a un qualche altro paradigma testuale che possa farle semi-simbolicamente da contenuto. Viene osservato per esempio che
gli unici umani ad Acchiappacitrulli sono il carceriere della prigione e il giovane imperatore. Vengono distinti gli animali che parlano da quelli che non lo fanno. Vengono notati gli animali che sostituiscono il grillo (come la lucciola) e, in generale, i vari tipi di animali (per es. tutti i cani: Medoro, Melampo, Alidoro…). Tra i vegetali, infine, ci sono le marionette del teatrino di Mangiafuoco (unici esseri legnosi come Pinocchio), ma anche il martello “consanguineo” del protagonista, la porta in cui egli rimane incastrato o il geranio appassito del IV capitolo.
Un’altra isotopia su cui LP si sofferma parecchio è quella dei
colori, che porta per esempio a
mettere in relazione la barba nera di Mangiafuoco con quella bianca dello scimmione giudice della città di Acchiappacitrulli, o a mettere in relazione il verde del Serpente con quello del ranocchio e, ovviamente, quello del pescatore.
[…]
In generale, sembra che la tendenza principale di LP sia quella di forzare appositamente il tono fantastico del libro, sottoponendolo a una strettissima quanto improbabile logica della verosimiglianza. Per cui
si interroga su cose come: che cosa contiene l’armadio di mastro Ciliegia? chi ha dipinto il trompe-l’oeil a casa di Geppetto? chi sono i nemici battuti dall’imperatore giovane di Acchiappacitrulli?
Tutto in Pinocchio, per Manganelli, può avere un significato, dai nomi propri dei personaggi (Geppetto, Eugenio, Alidoro) agli esseri senza nome (
il colombo del XXIII capitolo, portando Pinocchio nel nuovo mondo, viene battezzato Cristoforo, sino agli stessi refusi (“era una nottataccia d’inverno”, nell’incipit del VI capitolo, diviene “era una nottataccia d’inferno” in una delle versioni consultate, aprendo così una lunga isotopia diabolica facilmente giustificabile da molteplici elementi testuali. E questi significati vengono attribuiti secondo criteri molteplici e multiformi, dove anche la psicanalisi (la pancia del pesce-cane come utero materno e la tradizione evangelica (Geppetto, falegname, è Giuseppe, falegname vengono tirati in ballo.
Pubblicato da Marcella Andreini
http://fiabeinanalisi.blogspot.it/2012/11/pinocchio-un-libro-parallelo-di-giorgio.html
Il libro si dilata, è tendenzialmente infinito. (p. 19)
"Un libro non si legge; vi si precipita; esso sta, in ogni momento, attorno a noi.
Quando siamo non già nel centro, ma in uno degli infiniti centri del libro, ci accorgiamo che il libro non solo è illimitato, ma è unico. Non esistono altri libri; tutti gli altri libri sono nascosti e rivelati in questo. In ogni libro stanno tutti gli altri libri; in ogni parola tutte le parole; in ogni libro, tutte le parole; in ogni parola, tutti i libri. Dunque questo «libro parallelo» non sta né accanto, né in margine, né in calce, sta «dentro», come tutti i libri, giacché non v’è libro che non sia «parallelo»."
(pp. 122, 123)
"
Nessun libro finisce; i libri non sono lunghi, sono larghi.
La pagina, come rivela anche la sua forma, non è che una porta alla sottostante presenza del libro, o piuttosto ad altra porta, che porta ad altra. Finire un libro significa aprire l'ultima porta, affinché non si chiuda più né questa né quelle che abbiamo finora aperte per varcarne la soglia, e tutte quelle che infinitamente si sono aperte, continuano ad aprirsi, si apriranno in un infinito brusio di cardini. Il libro finito è infinito, il libro chiuso è aperto; tutto il libro si raccoglie attorno a noi, tutte le pagine sono una pagina, tutte le porte, visibili ed invisibili, sono un'unica porta, la porta è così spalancata che non solo posso varcarne la soglia, ma la porta è diventata la soglia di se stessa, io penetro la porta, tutte le porte sono penetrabili, non si distinguono le porte aperte dalle porte chiuse, le porte portano da porta a porta, nulla è chiuso, tutto è chiuso, tutto è aperto, nulla è aperto." (p. 192)
... ha scritto il 9 ago 2016 18:04
Non è possibile, poi, iniziare dalla formula magica propria delle fiabe ”C’era una volta un Re”, perché tale figura qui non avrebbe neanche una ‘reggia’ né un ‘reame’, in quanto il mondo rappresentato è complesso, tutto da scoprire, a tal fine:
”...
il favolatore ci avverte che al posto del Re c’è un «semplice pezzo di legno da catasta».”.
Quindi, vista l’origine e l’essenza del ‘ciocco’ che cela tante piccole e inaspettate sorprese, non rimane che chiedersi
quale sarà il suo ‘destino’ e quale la sua ‘destinazione’ e per mano di chi avverrà la sua ‘trasformazione’? Ciliegia non è in grado di scoprirne il valore intrinseco, mentre “il legno riconosce in Geppetto il destinatario giusto”, perché in lui la creatività si fa misura di tutto ciò che lo circonda, basta osservare la
casetta in cui non esiste nulla di quello che si vede né si sente alcunché, qui “L’inesistente è insieme elusivo e consolatorio.”.
E,
come non trarre insegnamento dalle ‘parole’ pronunciate da tutti i personaggi, soprattutto da tutti quegli animali ‘parlanti’ che ricoprono un ruolo notevole nella pur breve vita del burattino? Ma anche le ‘parole scelte’ da Manganelli per analizzare le ‘parole usate’ da Collodi hanno una valenza propria, diversa, perché il loro significato non è mai identico, anzi potrebbe indurre ad interpretazioni differenti e gli stessi lettori potrebbero intenderle ciascuno in base al proprio sentire. È ovvio che nel grande spettacolo della vita ognuno reciti le parole più importanti per sé, affidando loro una propria interpretazione, non a caso l’autore ribadisce: “Dunque: abbiamo il linguaggio del «c’era una volta», dentro il quale si colloca il linguaggio, estraneo al primo, del Gran Teatro; Pinocchio è l’unico che partecipi di entrambi questi linguaggi.”.
Però, bisogna ricordare, affermazione dell’autore, che
in Pinocchio ”tutto è antropomorfico, nulla è umano”, quindi, il suo procedere altalenante non è altro che una ricerca, un’
evoluzione non ben definita verso una definitiva metamorfosi che segnerà una (ri)nascita consapevole, anche se il passaggio, di animale in animale, dovrà ‘necessariamente’ essere crudele. [...]
Gabbiano ha scritto il 25 mag 2016 16:07
[...] In lui, lettore e autore coincidono perfettamente, e se l'uno prova
inquietudine per un armadio sempre chiuso, l'altro ne sviscera ingegnosamente le possibili cause:
In quell'armadio deserto e compatto si nasconde la follia di Mastro Ciliegia? O è la “grande inutilità” che regge il mondo del reale?
La frequentazione dei personaggi lo coinvolge in prima persona.
Li osserva dapprima con grande attenzione, per riflettere in seguito sulle loro caratteristiche. Di fronte alla
Volpe gli viene immediato pensare che ha del letterato ...
Le sue menzogne non sono mai generiche: con la passione esclusiva del maniaco, ama il particolare, la minuzia, l'assurda, cronachistica invenzione del vero; ma la Volpe è anche prigioniera di questa sua stupenda vocazione.
Ma soprattutto, meravigliosa e centrale, nell'analisi di Manganelli, è l'esaltazione del tipo diverso di favola creato da Collodi, dove
tutti gli interventi, che vorrebbero essere pedagogici, sono, a ben guardare, torture, vessazioni, efferatezze, sevizie tali da far pensare ad un risorto Quarto Reich. Sopra i giochi linguistici - solo apparentemente predominanti –
aleggia chiaramente l'idea di Collodi, condivisa e rielaborata da Manganelli, che la natura dell'uomo è crudele. Solo Pinocchio E' innocente, per questo l'errore è dalla sua parte. Pinocchio presuppone l'errore, ma Pinocchio è un burattino, in lui tutto è antropomorfico, nulla è umano.
Alla fine di questo tipo diverso di favola
non solo non “vissero felici e contenti” ma non si distinguono nemmeno i buoni dai cattivi. La magia è tutta solo in Pinocchio che, pur morendo come burattino, passa la sua eredità al bambino, il quale quindi non ha madre e non è orfano. La sua origine misteriosa è intatta.
Il nuovo Pinocchio può cominciare a prepararsi ad un nuovo itinerario, ad una nuova notte di transito. E' pronto cioè a ripetere gli stessi errori e a fare di nuovo da capro espiatorio in una società distorta.
Poiché lui, l'innocente, era stato giudicato colpevole di omicidio, lui e nessun altro era la pietra angolare della struttura demente. (Centuria)
Kobayashi ha scritto il 11 set 2014 22:01