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domenica 8 novembre 2015

Von Hayek. La libertà è un prodotto della civiltà. È un’illusione pensare l’individuo della società primitiva come libero. Non c’era alcuna libertà naturale per un animale sociale, mentre la libertà è un prodotto della civiltà. L’individuo, nel gruppo, non aveva alcuna sfera riconosciuta di azione indipendente; anche il capo della banda poteva aspettarsi obbedienza, sostegno e comprensione dei suoi segnali solo per attività convenzionali. Fino a quando ciascuno deve rispettare un comune ordinamento di ruoli per tutte le necessità, ed è questo il sogno dell’odierno socialismo, non può esserci alcuna libera sperimentazione da parte dell’individuo

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Friedrich August von Hayek.
- La libertà è un prodotto della civiltà -
“ È un’illusione pensare l’individuo della società primitiva come libero. 
Non c’era alcuna libertà naturale per un animale sociale, mentre la libertà è un prodotto della civiltà. L’individuo, nel gruppo, non aveva alcuna sfera riconosciuta di azione indipendente; anche il capo della banda poteva aspettarsi obbedienza, sostegno e comprensione dei suoi segnali solo per attività convenzionali. Fino a quando ciascuno deve rispettare un comune ordinamento di ruoli per tutte le necessità, ed è questo il sogno dell’odierno socialismo, non può esserci alcuna libera sperimentazione da parte dell’individuo.”
FRIEDRICH AUGUST von HAYEK (1899 – 1992), “L’atavismo sulla giustizia sociale” (1976, da Id., “Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia delle idee”, traduzione di G. Minotti, a cura di E. Coccia, Armando, Roma 1988), in Id., “Conoscenza, competizione e libertà”, a cura e introduzione di Dario Antiseri e Lorenzo Infantino, Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro) 1988, 4. ‘Mercato, giustizia sociale e solidarietà’, 2., p. 161.



“ It is a delusion to think of the individual in primitive society as free. There was no natural liberty for a social animal, while freedom is an artifact of civilisation. The individual had in the group no recognised domain of independent action; even the head of the band could expect obedience, support and understanding of his signals only for conventional activities. So long as each must serve that common order of rank for all needs, which present-day socialists dream of, there can be no free experimentation by the individual.”
FRIEDRICH AUGUST von HAYEK, “New Studies in Philosophy, Politics, Economics and the History of Ideas”, Routledge & Kegan Paul, London 1990 (III ed., First published 1978), Part One ‘Philosophy’, Chapter 5 ʽThe Atavism of Social Justiceʼ (The 9ᵀᴴ «R. C. Mills Memorial Lecture» delivered at the University of Sydney on
6 October 1976), 2, p. 59.




venerdì 12 settembre 2014

Vygotskij. I problemi dell'educazione saranno risolti soltanto quando lo saranno anche quelli della struttura sociale. Ogni tentativo di costruzione degli ideali educativi in uno Stato socialmente contraddittorio è un'utopia poiché,l'unico fattore educativo che stabilisce le nuove reazioni del bambino è l'ambiente sociale e, fino a quando esso nasconderà in sé contrasti insolubili, questi provocheranno delle crepe nell'educazione sorta con i migliori intenti e animata dalle migliori intenzioni.



I problemi dell'educazione saranno risolti soltanto quando lo saranno anche quelli della struttura sociale. Ogni tentativo di costruzione degli ideali educativi in uno Stato socialmente contraddittorio è un'utopia poiché,l'unico fattore educativo che stabilisce le nuove reazioni del bambino è l'ambiente sociale e, fino a quando esso nasconderà in sé contrasti insolubili, questi provocheranno delle crepe nell'educazione sorta con i migliori intenti e animata dalle migliori intenzioni. 
Vygotskij




lunedì 7 luglio 2014

Jakob Burckhardt. La violenza rappresenta sempre l’inizio dello Stato. “Vane sono tutte le nostre costruzioni circa l’origine e l’inizio dello Stato, e noi quindi non ci romperemo qui il capo, come i filosofi della storia, intorno a tali primordi. I seguenti interrogativi daranno solo quel tanto di luce perché si scorga quale abisso abbiamo dinnanzi: com’è che un popolo diviene popolo? e come diventa Stato?



Burckhardt. I Greci e il disprezzo del lavoro.
L’antibanausica.
“[Il] disprezzo per il lavoro materiale e il guadagno borghese si ritrova nella mentalità dell’aristocrazia del Medioevo europeo; ma accanto ad essa si sviluppa grado a grado la borghesia operosa, che non solo lavora ma ha del lavoro un’altissima considerazione.
Ben diverso […] è il mondo greco, poiché qui è proprio la borghesia che disprezza il lavoro materiale, benché non possa far a meno della sua opera. E non basta la semplice spiegazione che i Greci all’uopo avevano gli schiave: poiché essi disprezzavano proprio la maggior parte del lavoro libero. Né si può gettar la colpa tutta sul clima: poiché questo non è ancora così caldo che il lavoro agricolo e la libertà debbano escludersi a vicenda.
Il criterio essenziale per la valutazione del lavoro deriva piuttosto dall’epoca e dalle circostanze in cui una nazione elabora i propri ideali di vita. Gli ideali dell’Europa moderna provengono prevalentemente dalla borghesia del Medioevo, la quale grado a grado divenne non solo superiore alla nobiltà per ricchezza, ma anche pari ad essa per sviluppo culturale – certo diverso da quello della nobiltà. Ma i greci avevano nella mente l’immagine fantastica del loro tempo eroico, ossia di un mondo senza lucro, e non riuscirono mai a liberarsene; e a questo mondo eroico che non conosceva se non battaglie, tragedie di case reali e interventi divini, il tutto pervaso da una mirabile aura di poesia, erano infinitamente più vicini che non la borghesia medievale alla saga germanica. Ma mentre il mondo eroico, almeno nel suo tramonto, nelle ‹Opere e i giorni› di Esiodo presenta ancora una visione dell’onorata vita dei contadini – e vi si loda fino a un certo grado persino la mercatura – nel periodo agonale che lo seguì doveva inevitabilmente imporsi la mentalità che disprezza il lavoro materiale. I membri della classe dominante, determinati per diritto di nascita, non sono più, come prima, in numero limitato, ma domina una grande aristocrazia cittadina, che vive essenzialmente di rendite fondiarie, che ha pur sempre come suo e suo ideale la lotta, ma non tanto la guerra quanto piuttosto la ara fra pari; e la nazione tutta è convinta che questa sia la cosa più alta sulla terra. Poiché i bisogni sono limitati, molti hanno la possibilità di parteciparvi, e chi non lo può almeno assiste, pieno di invidia e di ammirazione. Sorge così un gran numero di località destinate alle gare, nonché diversi generi di lotta; la ginnastica, come preparazione alla gara, diviene uno degli aspetti fondamentali dell’educazione. Ma questo sistema di vita non ammette alcuna attività lucrativa; l’agone assorbe tutta l’esistenza.
Certo, contemporaneamente, la schiavitù prendeva un enorme sviluppo. Ma questo sviluppo non fu l’elemento decisivo: poiché vediamo che spesso fu sufficiente una massa di cittadini senza diritti, gravati di tributi, e in effetti servi della gleba; a Sparta la classe privilegiata dominava esclusivamente su soggetti di tal condizione. E inoltre l’attività propria del contadino e dell’artigiano, anche se si comprava degli schiavi, non veniva per questo più rispettata nell’opinione comune. Piuttosto si deve ammettere che l’estendersi della schiavitù rafforzò la concezione già esistente. Ed è proprio questa concezione del periodo aristocratico che influisce fin sugli ultimi tempi della grecità, e soprattutto anche nel periodo del pieno affermarsi della democrazia.
Soprattutto la mentalità spartana è nettamente antibanausica; l’ideale di vita ellenica che Sparta realizza è diametralmente opposto ad ogni attività lucrativa di qualsiasi specie, ossia è proprio il godimento di tutta quella felice «pienezza d’ozio» che secondo Plutarco è il più splendido dono che ci sia. Qui tutta la vita dello Stato è basata sull’esistenza di popoli soggetti, che devono lavorare; e si è fieri che ogni Spartiate non faccia se non ciò che serve alla ‹polis›.”
JACOB BURCKHARDT (1818 – 1897), “Storia della civiltà greca” (1898 – 1902), traduzione di Maria Attardo Magrini, introduzione di Arnaldo Momigliano, Sansoni, Firenze 1988 (III ed., I ed. 1955), 2 voll., II vol., Nona parte ‘L’uomo greco nel suo sviluppo storico’, Capitolo II ‘L’uomo coloniale e agonico’, ‘La valutazione del lavoro’ – ‘L’influenza degli ideali del mondo eroico’ – ‘Lo spirito spartano’, pp. 328 – 329.




Jakob Burckhardt. La violenza rappresenta sempre l’inizio dello Stato.
“Vane sono tutte le nostre costruzioni circa l’origine e l’inizio dello Stato, e noi quindi non ci romperemo qui il capo, come i filosofi della storia, intorno a tali primordi. I seguenti interrogativi daranno solo quel tanto di luce perché si scorga quale abisso abbiamo dinnanzi: com’è che un popolo diviene popolo? e come diventa Stato? quali sono le crisi di nascita? dove sta ‹quel› limite d’evoluzione politica partendo dal quale possiamo parlare di Stato?
Assurda è, per lo Stato ‹in fieri›, l’ipotesi contrattuale, di cui del resto in Rousseau si parla soltanto come d’un ipotetico ripiego ideale in quanto egli non volle additare come avvenne, bensì come, secondo lui, sarebbe dovuta avvenire. Ancora nessuno Stato è sorto attraverso un contratto vero e proprio, vale a dire volontariamente accettato da ognuna delle parti (‹inter volentes›); giacché cessioni e accordi, come quelle fra Romani tremebondi e Germani vittoriosi, non sono contratti autentici. Per questa ragione, anche in avvenire non ne sorgeranno in tal modo. E se uno Stato avesse origine così, si tratterebbe di una creatura debole, poiché si potrebbe costantemente discuterne le basi.
La tradizione, che non distingue tra popolo e Stato, indugia volentieri sull’idea dell’origine delle stirpi; il popolo conosce quali mitici rappresentanti della propria unità nomi di eroi e d’archegeti in parte eponimi, ovvero possiede oscure nozioni ora di una protopluralità (i nomi egizi), ora di una protounità più tardi suddivisasi (la torre di Babele). Ma tutte queste nozioni sono brevi e mitiche.
Quale nozione, riguardo alle origini dello Stato, può rivelarsi dal carattere nazionale? In ogni caso, una nozione assai limitata, giacché quest’ultimo consta solo per una quota indeterminabile d’una base primordiale, mentre per il resto è sorto da un accumularsi di ‹passato›, come conseguenza di esperienze vissute, e quindi solo in parte attraverso le successive sorti di Stato e popolo.
Avviene spesso che la fisionomia e la sorte politica di un popolo cadano in piena contraddizione, a causa di tardi disordini e oppressioni.
Inoltre, lo Stato può essere tanto più potente quanto maggiore è l’omogeneità con cui corrisponde a un intero nucleo nazionale; non è facile, però, che corrisponda ad esso, ma solo a una sua parte preponderante, a una particolare regione, a una particolare stirpe, a un particolare strato sociale.
O l’esigenza giuridica avrebbe già da se sola provveduto a creare lo Stato. Eh, l’attesa sarebbe stata lunga! Press’a poco finché la violenza avesse purificato se stessa a tal punto da riconoscere l’utilità di trarre anche altri da una condizione di disperazione a una condizione pacifica, per proprio vantaggio e per poter godere della propria con sicurezza. Non possiamo, dunque, accedere nemmeno a questo punto di vista invitante e ottimistico secondo cui sarebbero sorte le società, i maggiorenti e lo Stato a loro difesa, come una loro parte negativa difensiva e protettiva, sì che lo Stato e il diritto penale avrebbero identica origine. L’umanità è ben diversa.
[…]
Ecco che vi sono dunque due sole probabilità: 
‹a›) la violenza rappresenta certo sempre l’inizio; intorno alle origini di essa non abbiamo mai perplessità perché nasce da sé, dall’ineguaglianza delle capacità umane: spesso lo Stato non avrà rappresentato altro che la loro sistemazione. 
Oppure ‹b› intravvediamo altrimenti un processo estremamente violento, in massima parte di composizione: un raggio di saetta fonde parecchi elementi in nuovo metallo, due più forti ed uno più debole o viceversa. Così si sarebbero unite a scopo di conquista, o in occasione di essa, le tre ‹file› doriche e le tre stirpi gotiche. Una terribile manifestazione di violenza, cui si aggiunsero gli elementi già esistenti e che allora poi si trasformò in forza, rappresentano anche i Normanni nell’Italia meridionale.
Una qualche risonanza delle tremende crisi nel sorgere dello Stato, di ciò che esso è ‹costato› alle origini, permane ancora negli enormi e assoluti privilegi accordatigli fin dai tempi più remoti. Essi ci appaiono d’una naturalezza aprioristica, mentre in parte si tratta certamente di velata tradizione, come ancora avviene per taluni casi: giacché gran parte della tradizione procede tacitamente, seguendo il semplice procrearsi, di generazione in generazione; non è più possibile per noi far distinzioni di tal genere.
Se la crisi è stata una conquista, allora il primissimo contenuto dello Stato, il suo carattere, il suo compito, il suo ‹pathos› infine, consistono essenzialmente nell’asservimento dei sudditi.”
JAKOB BURCKHARDT (1818 – 1897), “Riflessioni sulla storia universaleˮ (1905), trad., prefazione e note di Mariateresa Mandalari, Rizzoli, Milano 1966 (I ed.), Capitolo secondo ‘Le tre potenze’, 1- ‘Lo Stato’, pp. 47 – 50.



Ähnlich geht dann auch auf völlige Verachtung der Arbeit und des bürgerlichen Erwerbes die Denkweise, die der Adel im europäischen Mitelalter ausgebildet hat; aber neben ihm kommt allmählich der Bürgerstand empor, der nicht nur arbeitet, sondern die Arbeit in hohen Ehren hält.
Anders steht […] die griechische Welt da, indem hier gerade das ‹Bürgertum› als solches die Arbeit in ziemlich weitem Umfange verachtet, obwohl es deren Wirkung nicht entbehren kann. Die einfache Erklärung: die Griechen hätten hierfür eben Sklaven gehabt, genügt nicht; denn sie verachteten auch das meiste der freien Arbeit. Auch wird man die Schuld nicht auf das Klima schieben können; denn dieses ist noch nicht so heiß, daß Feldarbeit und Freiheit sich ausschlössen.
Das Wesentliche für die Wertschätzung der Arbeit sind vielmehr die Zeit und die Umstände, unter denen sich bei einer Nation die Ideale des Daseins ausbilden. Dasjenige des jetzigen Europas stammt vorherrschend vom Bürgertum des Mittelalters her, welches allgemach dem Adel nicht nur an Reichtum überlegen, sondern auch an Bildung – freilich einer anderen als der des Adels – gleichwertig wurde. Die Griechen aber hatten das Phantasiebild ihrer heroischen Zeit, d.h. einer Welt ohne Nutzen, und wurden dasselbe nie los; sie standen dem heroischen Dasein, welches nichts enthielt als Kämpfe, Tragödien der Königshäuser und dazwischen die Götter, und zwar dies alles verbunden durch eine wunderbare Poesie, unendlich näher, als der Bürgerstand des Mittelalters der germanischen Sagenwelt stand. Während aber das heroische Zeitalter, wenigstens in seinem Scheiden, in Hesiods Werken und Tagen, noch eine Anschauung des ehrbaren Bauernlebens feststellt – es ist daselbst sogar noch ein gewisser Grad von Gewerbe gepriesen – mußte das agonale, welches darauf folgte, die Denkart, welche die körperliche Arbeit verachtet, noch unvermeidlicher hervorbringen. Die durch die Geburt gegebenen Individuen der herrschenden Klasse sind nicht mehr, wie vorher, in beschränkter Anzahl vorhanden, sondern es herrscht eine große, wesentlich von Grundrenten lebende städtische Aristokratie, deren Lebenszweck und Ideal wiederum der Kampf, aber weniger der Krieg als der Wettkampf unter Gleichen ist. Die ganze Nation ist überzeugt, daß dies das Höchste auf Erden sei. Die Mäßigkeit der Bedürfnisse erlaubt vielen, mitzumachen, und wer dies nicht kann, beneidet und bewundert es doch. So entsteht eine Menge von Kampfstätten und Kampfgattungen, und die Gymnastik als Vorbildung dafür wird ein Hauptteil der Erziehung; mit irgendeiner Art von erwerbender Tätigkeit aber ist diese Lebensweise unverträglich; die Agone verlangen das ganze Dasein.
Zugleich nahm jedenfalls auch das Sklaventum zu. Aber das Entscheidende war diese Zunahme nicht; denn öfter genügten rechtlose, tributpflichtige, tatsächlich leibeigene Bauern, und in Sparta waltete die herrschende Kaste über lauter solchen. Und ferner war das eigene Tun des Bauern und Handwerkers, wenn er auch Sklaven kaufte, deshalb in der allgemeinen Anschauung nicht geachteter. Nur das wird zuzugeben sein, daß die Ausdehnung des Sklaventums die ohnehin herrschende Ansicht bestärkte. Die Anschauung dieses aristokratischen Zeitalters aber ist es, welche bis auf das späteste Griechentum wirkt und besonders auch noch in der Zeit des vollen demokratischen Staatslebens.
Vor allem ist das Spartiatentum absolut antibanausisch; dasjenige Ideal hellenischen Lebens, das von ihm verwirklicht wird, ist der diametrale Gegensatz alles Erwerbes jeglicher Gattung, nämlich die Ausstattung mit aller wünschbaren «Fülle der Muße», nach Plutarch einer der herrlichsten und glückseligsten Bescherungen, die es gibt. Hier ist das ganze Staatswesen auf das Dasein unterworfener Völker gegründet, welche arbeiten müssen, und man ist stolz darauf, daß kein Spartiate etwas anderes tut, als was für die Polis dienlich ist.ˮ
JACOB BURCKHARDT, “Griechische Kulturgeschichte” (herausgegeben von Jakob Oeri, Spemann, Berlin- Stuttgart 1898 – 1902) in Id., “Gesammelte Werke”, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 1957, Band 8, Vierter Band, Neunter Abschnitt ʽDer hellenische Mensch in seiner zeitlichen Entwicklungʼ, III. ʽDer koloniale und agonale Menschʼ, S. 116 – 117.


“ Eitel sind alle unsere Konstruktionen von Anfang und Ursprung des Staates, und deshalb werden wir uns hier über diese Primordien nicht wie die Geschichtsphilosophen den Kopf zerbrechen. Nur so viel Licht, daß man sehe, was für ein Abgrund vor uns liegt, sollen die Fragen geben: Wie wird ein Volk zum Volk? und wie zum Staat? Welches sind die Geburtskrisen? Wo liegt die Grenze der politischen Entwicklung, von welcher an wir von einem Staat sprechen können?
Absurd ist die Kontrakthypothese für den zu errichtenden Staat, die bei Rousseau auch nur als ideale hypothetische Aushilfe gemeint ist, indem er nicht zeigen will, wie es gewesen sei, sondern, wie es nach ihm sein sollte. Noch kein Staat ist durch einen wahren, d. h. von allen Seiten freiwilligen Kontrakt (inter volentes) entstanden; denn Abtretungen und Ausgleichungen wie die zwischen zitternden Romanen und siegreichen Germanen sind keine echten Kontrakte. Darum wird auch künftig keiner so entstehen. Und wenn einer so entstände, so wäre es eine schwache Schöpfung, weil man beständig um die Grundlagen rechten könnte. Die Überlieferung, welche Volk und Staat nicht unterscheidet, bleibt gerne bei der Idee von der Abstammung stehen; das Volk kennt Namensheroen und zum Teil eponyme Archegeten als mystische Repräsentanten seiner Einheit, oder es hat eine dunkle Kunde bald von einer Urvielheit (die ägyptischen Nomen), bald von einer Ureinheit, die sich später getrennt habe (der Turm von Babel). Aber alle diese Kunde ist kurz und mythisch.
Was für Kunde geht etwa aus dem Nationalcharakter in betreff der Anfänge des Staates hervor? Jedenfalls nur eine sehr bedingte, da er nur in einer unbestimmbaren Quote aus ursprünglicher Anlage besteht, sonst aber aus aufsummierter Vergangenheit, als Konsequenz von Erlebnissen, also zum Teil erst durch die nachherigen Schicksale des Staates und Volkes entstanden ist.
Oft widerspricht sich die Physiognomie und das politische Schicksal eines Volkes total durch späte Verschiebung und Vergewaltigung.
Ferner kann der Staat zwar um so viel mächtiger sein, je homogener er einem ganzen Volkstum entspricht; aber er entspricht einem solchen nicht leicht, sondern einem tonangebenden Bestandteil, einer besonderen Gegend, einem besonderen Stamm, einer besonderen sozialen Schicht.
Oder hätte das Rechtsbedürfnis allein schon den Staat geschaffen? Ach, das hätte noch lange warten müssen! Etwa bis die Gewalt sich selber solange gereinigt hätte, daß sie zu ihrem eigenen Vorteil und um das Ihrige sicher zu genießen, auch andere aus der Verzweiflung zur Ruhe zu bringen für gut fände. Auch dieser einladenden optimistischen Ansicht, wonach die Gesellschaft das Prius und der Staat zu ihrem Schutze entstanden wäre, als ihre negative, abwehrende, verteidigende Seite, so daß er und das Strafrecht identischen Ursprung hätten, können wir also nicht beitreten. Die Menschen sind ganz anders.
Welches waren die frühesten Notformen des Staates? Wir möchten dies z. B. gerne für die Pfahlbauleute wissen.
[…] 
So ist denn nur zweierlei wahrscheinlich: a) Die Gewalt ist wohl immer das Prius. Um ihren Ursprung sind wir nie verlegen, weil sie durch die Ungleichheit der menschlichen Anlagen von selbst entsteht. Oft mag der Staat nichts weiter gewesen sein als ihre Systematisierung. Oder b) wir ahnen sonst einen höchst gewaltsamen Prozeß, zumal der Mischung. Ein Blitzstrahl schmilzt mehreres zu einem neuen Metall zusammen, etwa zwei Stärkere und ein Schwächeres oder umgekehrt. So dürfen sich zum Zweck einer Eroberung oder bei Anlaß einer solchen die drei Dorierphylen und die drei Gotenstämme zusammengetan haben. [Fußnote] Eine schreckliche Gewalt, an die sich das Vorhandene ansetzte, und die dann zur Kraft wurde, sind auch die Normannen in Unteritalien.
Von den furchtbaren Krisen bei der Entstehung des Staates, von dem, was er ursprünglich «gekostet hat», klingt noch etwas nach in dem enormen, absoluten Vorrecht, das man ihm von jeher gewährt hat.
Dies erscheint uns wie eine aprioristische Selbstverständlichkeit, während es wohl zum Teil verhüllte Überlieferung ist, wie dies noch von manchem gilt; denn viele Überlieferung geht unausgesprochen, durch die bloße Zeugung, von Geschlecht zu Geschlecht; wir können dergleichen nicht mehr ausscheiden.
Ist die Krisis eine Eroberung gewesen, so ist der frühste Inhalt des Staates, seine Haltung, seine Aufgabe, ja, sein Pathos, wesentlich die Knechtung der Unterworfenen.ˮ
JAKOB BURCKHARDT, “Weltgeschichtliche Betrachtungenˮ, herausgegeben von Jakob Oeri, Spermann, Berlin-Stuttgart 1905, II. ʻVon den drei Potenzenʼ, 1. ʻDer Staatʼ, S. 27 – 30.

domenica 2 febbraio 2014

Irvine Welsh. Stamattina mi sono svegliato. Mi son svegliato già dentro al lavoro. Il lavoro. Ti ha in pugno. È tutto intorno a te, come una gelatina permanente che ti circonda, ti assorbe. E quando ci sei dentro, guardi la vita attraverso una lente deformante. Massì, certe volte ti prendi i tuoi angoli di relativa libertà dove puoi ritirarti, quegli spazi leggeri e delicati dove le cose nuove e diverse, cose migliori, possono sembrarti possibili. Dopo finisce. All'improvviso vedi che gli angoli non ci sono più. Diventavano sempre più piccoli, e lo sapevi. Sapevi che un giorno o l'altro avresti dovuto metterti a far qualcosa per rimediare. Quando è successo? Te ne sei reso conto dopo. Non importa alla fine se c'è voluto poco o molto: due anni, o tre, o cinque, o dieci. Gli angoli son diventati sempre più piccoli finché hanno cessato di esistere, e tutto quello che è restato è il residuo.

“Tutta la mia fottuta vita era stata una fuga: scappare dalla sensibilità, dai sentimenti, dall'amore.
E allora li chiudi fuori di te: ti crei un guscio, ti nascondi, oppure ti scateni contro di loro.
Lo fai perchè pensi che se tu li ferisci loro non potranno ferire te. Ma sono stronzate perchè ferisci ancora fin quando impari a diventare un animale e se non riesci a impararlo per filo e per segno, cazzo, scappi. Però a volte non puoi mica scappare, non puoi scansarti, perchè alle volte tutto viaggia insieme a te, dentro il tuo fottuto cranio. Qui non si trattava di chiamarsi fuori. Si trattava dell'unica scelta sensata”
Irvine Wels


Stamattina mi sono svegliato. Mi son svegliato già dentro al lavoro.
Il lavoro. Ti ha in pugno. È tutto intorno a te, come una gelatina permanente che ti circonda, ti assorbe. E quando ci sei dentro, guardi la vita attraverso una lente deformante. Massì, certe volte ti prendi i tuoi angoli di relativa libertà dove puoi ritirarti, quegli spazi leggeri e delicati dove le cose nuove e diverse, cose migliori, possono sembrarti possibili.
Dopo finisce. All'improvviso vedi che gli angoli non ci sono più. Diventavano sempre più piccoli, e lo sapevi. Sapevi che un giorno o l'altro avresti dovuto metterti a far qualcosa per rimediare. Quando è successo? Te ne sei reso conto dopo. Non importa alla fine se c'è voluto poco o molto: due anni, o tre, o cinque, o dieci. Gli angoli son diventati sempre più piccoli finché hanno cessato di esistere, e tutto quello che è restato è il residuo. 
Irvine Welsh


Perché il vero coraggio è mettere le redini al tuo ego e fermarti al momento giusto.
Ultimamente mi sono trovato depresso un casino.
Il che è sempre il segnale di quando è ora di cambiare aria.
Certa gente passa gli anni sotto psicoterapia per farla fuori con la depressione.
Io faccio armi e bagagli. E la depressione del cazzo sparisce regolarmente.
Il luogo comune è che tu scappi, mentre dovresti affrontarla, la depressione.
Io non sono d’accordo. La vita è un processo dinamico, non statico,
e quando non cambiamo ci ammazza. Non è una fuga, è un movimento.
Irvine Welsh, da Colla







domenica 25 agosto 2013

Huizinga. LA CULTURA SORGE IN FORMA LUDICA, È DAPPRIMA GIOCATA. [...] CON QUEI GIOCHI LA COLLETTIVITÀ ESPRIME LA SUA INTERPRETAZIONE DELLA VITA E DEL MONDO. Dunque CIÒ NON SIGNIFICA CHE IL GIOCO MUTA O SI CONVERTE IN CULTURA, MA PIUTTOSTO CHE LA CULTURA, NELLE SUE FASI ORIGINARIE, PORTA IL CARATTERE DI UN GIOCO, VIENE RAPPRESENTATA INFORME E STATI D'ANIMO LUDICI.




Johan Huizinga. LA CULTURA SORGE IN FORMA LUDICA, È DAPPRIMA GIOCATA. 
“Parlando dell’ELEMENTO LUDICO DELLA CULTURA, non intendiamo dire che fra le varie attività della vita culturale i giochi occupino un posto importante, e neppure che la cultura provenga dal gioco per un processo di evoluzione, di modo che ciò che in origine era gioco sia passato più tardi in qualcosa che non sia più gioco e che possa portare il nome di cultura. La concezione chiarita qui sotto è la seguente: LA CULTURA SORGE IN FORMA LUDICA, LA CULTURA È DAPPRIMA GIOCATA. ANCHE QUELLE ATTIVITÀ CHE SONO INDIRIZZATE ALLA SODDISFAZIONE DEI BISOGNI VITALI, COME PER ESEMPIO LA CACCIA, NELLA SOCIETÀ ARCAICA ASSUMONO DI PREFERENZA LA FORMA LUDICA. Nei giochi e con i giochi la vita sociale si riveste di forme soprabiologiche che le conferiscono maggior valore. CON QUEI GIOCHI LA COLLETTIVITÀ ESPRIME LA SUA INTERPRETAZIONE DELLA VITA E DEL MONDO. Dunque CIÒ NON SIGNIFICA CHE IL GIOCO MUTA O SI CONVERTE IN CULTURA, MA PIUTTOSTO CHE LA CULTURA, NELLE SUE FASI ORIGINARIE, PORTA IL CARATTERE DI UN GIOCO, VIENE RAPPRESENTATA INFORME E STATI D'ANIMO LUDICI. In tale «dualità-unità» di cultura egioco, gioco è il fatto primario, oggettivo, percettibile, determinato concretamente; mentre cultura non è che la qualifica applicata dal nostro giudizio storico al dato caso. […]
Nel progresso di una cultura il presupposto rapporto originario fra gioco e non gioco non resta invariato. In generale, COL PROGREDIRE DELLA CULTURA, L'ELEMENTO LUDICO VIENE A TROVARSI IN SECONDO PIANO. SPESSO LO TROVIAMO DISSOLTO PER GRAN PARTE NELL'AMBITO DEL SACRO; SI È CRISTALLIZZATO IN SAGGEZZA E POESIA, NELLA VITA GIUDIZIARIA, NELLE FORME DELLA VITA PUBBLICA. Allora di solito LA PROPRIETÀ LUDICA VIENE A ESSERE DEL TUTTO CELATA NEI FENOMENI DELLA CULTURA. In qualunque momento però, anche nelle forme di una cultura molto sviluppata, L’IMPULSO LUDICO PUÒ FARSI VALERE DI NUOVO CON OGNI FORZA E TRASCINARE CON SÉ NELL’EBBREZZA DI UN GIOCO GIGANTESCO TANTO L’INDIVIDUO QUANTO LE MASSE.”
JOHAN HUIZINGA (1872 – 1945), “Homo ludens”, saggio introduttivo di Umberto Eco, trad. di Corinna von Schendel, Einaudi, Torino 1973 (I ed. it. 1946), III. ‘Gioco e gara come funzioni creatrici di cultura’, pp. 55 – 56.



“ Met het spel-element der cultuur wordt hier niet bedoeld, dat onder de verschillende activiteiten van cultuurleven de spelen een belangrijke plaats innemen, ook niet dat cultuur door een proces van evolutie uit spel zou voortkomen, in dier voege dat iets wat oorspronkelijk spel was, later zou overgaan in iets wat niet meer spel was, en cultuur mag heeten. De voorstelling die in het hier volgende wordt ontvouwd is deze: cultuur komt op in spelvorm, cultuur wordt aanvankelijk gespeeld. Ook die activiteiten, welke rechtsstreeks op de bevrediging van levensbehoeften ge-richt zijn, zooals bij voorbeeld de jacht, zoeken in de archaïsche samenleving gaarne den spelvorm. Het ge-meenschapsleven ontvangt zijn bekleeding met supra-biologische vormen, die het hoogere waarde verkenen, in de gedaante van spelen. In die spelen drukt de gemeenschap haar interpretatie van het leven en van de wereld uit. Dit is dus niet zoo te verstaan, dat spel omslaat of zich omzet in cultuur, maar veeleer zoo, dat cultuur in haar oorspronkelijke phasen het karakter van een spel draagt, in de vormen en in de stemming van het spel wordt opge-voerd. In die twee-eenheid van cultuur en spel is het spel het primaire, objectief waarneembare, concreet bepaalde feit, terwijl cultuur slechts de qualificatie is, die ons histo-risch oordeel aan het gegeven geval hecht. […]
In den voortgang eener cultuur blijft de als oorspron-kelijk veronderstelde verhouding van spel en niet-spel niet onveranderd. Het spel-element geraakt in het algemeen bij het voortschrijden der cultuur op den achtergrond. Men vindt het veelal voor een groot deel opgegaan in de sacrale sfeer, het heeft zich gekristalliseerd in wijsheid en dichtkunst, in het rechtsleven, in de vormen van het staatsleven. De spel-qualiteit is dan gewoonlijk in de cultuur-verschijnselen geheel schuilgegaan. Te allen tijde evenwel kan de spel-aandrift, ook in de vormen eener hoog ont-wikkelde cultuur, zich opnieuw in volle kracht laten gelden, en zoowel den persoon als de massa's meesleepen in den roes van een reusachtig spel.”

JOHAN HUIZINGA, “Homo ludens”, Tjeenk Willink & Zoon, Haaelem 1938 (eerste editie), III. ‛Spel en wedijver als cultuurscheppende functie’, ‛Cultuur als spel, niet cultuur uit spel’ - ‛Allen samenspel vruchtbaar voor cultuur’, pp. 66 – 67.

venerdì 9 agosto 2013

La misura dell'anima. Il fatto di poter affermare con Sartre che "L'INFERNO SONO GLI ALTRI", pur AMMETTENDO CHE GLI ALTRI POSSONO ESSERE LA NOSTRA SALVEZZA, dimostra quanto SIAMO PROFONDAMENTE COINVOLTI NELLA VITA SOCIALE. I ricercatori che hanno esaminato le più potenti cause di stress che incidono sul sistema cardiovascolare sono giunti alla conclusione che I CONFLITTI E LE TENSIONI CON GLI ALTRI, MOLTO PIÙ CHE I RITMI DI LAVORO, LE PREOCCUPAZIONI FINANZIARIE O ALTRE DIFFICOLTÀ, "SONO DI GRAN LUNGA GLI EVENTI PIÙ STRESSANTI DELLA VITA QUOTIDIANA, in ragione dei loro effetti a breve e lungo termine sul benessere emotivo"


Il fatto di poter affermare con Sartre che "L'INFERNO SONO GLI ALTRI", pur AMMETTENDO CHE GLI ALTRI POSSONO ESSERE LA NOSTRA SALVEZZA, dimostra quanto SIAMO PROFONDAMENTE COINVOLTI NELLA VITA SOCIALE. I ricercatori che hanno esaminato le più potenti cause di stress che incidono sul sistema cardiovascolare sono giunti alla conclusione che I CONFLITTI E LE TENSIONI CON GLI ALTRI, MOLTO PIÙ CHE I RITMI DI LAVORO, LE PREOCCUPAZIONI FINANZIARIE O ALTRE DIFFICOLTÀ, "SONO DI GRAN LUNGA GLI EVENTI PIÙ STRESSANTI DELLA VITA QUOTIDIANA, in ragione dei loro effetti a breve e lungo termine sul benessere emotivo". La qualità delle relazioni con gli altri svolge da sempre un ruolo cruciale non soltanto per il benessere, ma anche per la sopravvivenza e il successo produttivo, al punto che L'INTERAZIONE SOCIALE È STATA ED È UNA DELLE INFLUENZE PIÙ PODEROSE SULL'EVOLUZIONE DEL CERVELLO UMANO. Una straordinaria dimostrazione di questo fatto è la nettissima CORRELAZIONE, EVIDENZIATA ORIGINARIAMENTE DEL PRIMATOLOGO ROBIN DUNBAR, CHE ESISTE TRA LE DIMENSIONI MEDIE DEI GRUPPI DI CIASCUNA SPECIE DI PRIMATI E LA PORZIONE DEL CERVELLO COSTITUITA DALLA NEOCORTECCIA. QUANTO PIÙ GRANDE È IL GRUPPO DI APPARTENENZA, TANTO MAGGIORE È LA QUANTITÀ DI NEOCORTECCIA CHE SERVE PER AFFRONTARE LA VITA SOCIALE. I nostri antenati del Paleolitico erano soliti vivere in comunità più grandi rispetto ad altri primati, e di conseguenza la neocorteccia occupa una parte maggiore del nostro cervello. Poiché l'aumento della neocorteccia si è dimostrato fondamentale per la crescita del cervello umano, la relazione suggerisce che A FARCI DIVENTARE ANIMALI INTELLIGENTI POTREBBERO ESSERE STATE LE ESIGENZE DELLA VITA SOCIALE. (...) Ma se IL NOSTRO CERVELLO SI È SVILUPPATO IN UN ORGANO SOCIALE, METTENDOCI IN CONDIZIONE DI GESTIRE LE RELAZIONI CON GLI ALTRI, NON È CERTO PER OFFRIRCI UN SEMPLICE PASSATEMPO, ma per consentirci di assolvere l'importante COMPITO DI ORGANIZZARE CORRETTAMENTE LE NOSTRE RELAZIONI SOCIALI. E' per questo che prestiamo tanta attenzione ai rapporti con i nostri simili. DIVENTANDO I NOSTRI PIÙ ACERRIMI NEMICI O CONCORRENTI, GLI ALTRI POSSONO ESSERE L'INFERNO; MA QUANDO RAPPRESENTANO LA MIGLIORE FONTE DI COOPERAZIONE, CURA E SICUREZZA, POSSONO REGALARCI IL PARADISO.
Richard Wilkinson - Kate Pickett "La misura dell'anima"




“L’uomo è un animale sociale” affermò Aristotele, sostenendo che la vita in società è più agevole per un essere umano. Sotto tutti gli aspetti perché il bisogno dell'altro è un bisogno psicofisico. Resta però il fatto che il principio primo dell'esistenza umana dovrebbe essere quello dell'individuazione del sè, sè che ci rende unici e, dovrebbe, individualmente in grado di tagliare il cordone ombelicale con l'altro. Fra questi due antipodi si snoda l'esistenza. Fra il bisogno di libertà e il bisogno di sentirsi parte di un tutto che dà sicurezza...Se riusciamo a conciliare questi due aspetti senza perdere autenticità potremo dire di aver avuto una vita "sana".....Agli altri, la nevrosi.



completamente d'accordo...bisogna evitare il più possibile persone negative e sgradevoli per il nostro benessere emotivo...della serie non è possibile andare d'accordo con tutti...alcuni soggetti possono procurarti danni irreversibili..



Credo che gli uomini e le donne non siano fatti per stare soli, che ormai è accertato anche scientificamente che le maggiori cause di stress sono i distacchi, gli abbandoni, tutto ciò che accade nella sfera dei sentimenti come gli abbandoni o le perdite. E certo qui si parla di un paradiso e di un inferno terrestri non dissimile poi a quelli spirituali comunque




venerdì 21 giugno 2013

Giorgio Colli. LA LEGGE DEL ‘PHTHONOS’ delimita plasticamente in una gelida e cattiva bellezza, dando loro figure e realtà impenetrabili, ribelli ad ogni disegno unificante. Di qui il CARATTERE UNICO DELLA POLITICA GRECA. LO ‘PHTHONOS’ DEGLI INDIVIDUI SI AGGREGA MECCANICAMENTE IN INSTABILI MA NECESSARIE STRUTTURE, LA ‘POLIS’, DATO CHE L’OSTILITÀ DEVE AVERE UN TERRENO PER ESPLICARSI. LA VITA SI ESPRIME COSÌ DIRETTAMENTE NELLA POLITICA, ED ANCHE ESCLUSIVAMENTE. LA NATURA GRECA NON PUÒ PRESCINDERE DAL CONFRONTO, NON HA IL SENSO DELLA SOLITUDINE, e d’altra parte non tollera che UN UNICO CAMPO DI LOTTA, LA ‘POLIS’, POICHÉ VUOLE GIUDICARE I VALORI UMANI SECONDO UN’UNICA GRADUATORIA. LA ‘POLIS’ DIVENTA COSÌ TIRANNICA – ESSA È IL TRIBUNALE DELLO ‘PHTHONOS’ - MA IN REALTÀ SOLTANTO PER I SOCCOMBENTI NELLA LOTTA. Null’altro se non l’ ‘ELEUTHERIA’ GRECA, CHE È LA LEALTÀ VERSO IL VINCITORE, POTEVA PERMETTERE FOSSERO PRONUNCIATE LE VERITÀ EMPIE E TERRIBILI DEI PRESOCRATICI O SOPPORTARE LA LORO ALTERIGIA, e nessuna potenza terrena tollerò in seguito alcunché di simile


Giorgio Colli,  La ragione non è indipendente dall’animalità.
“ L’uomo non è l’animale razionale che proprio per la sua ragione è superiore agli animali, e l’uomo più alto non è quello che annulla e sottovaluta tutto il resto per essere soltanto ragione. Piuttosto l’uomo è superiore agli altri animali per una maggiore intensità di vita, cioè di quel comune patrimonio che è sostanza di lui e degli altri animali: la ragione non è altro che ‹l’espressione visibile di questa maggiore intensità›, ma la natura della ragione ‹non è indipendente dall’animalità, ma manifesta appunto questa›.”
GIORGIO COLLI (1917 – 1979), “La ragione errabonda. Quaderni postumi”, a cura di Enrico Colli, Adelphi, Milano 1982 (I ed.), E1: [104 – [125] 28 novembre 1961 - 30 luglio 1962, [111] 21.12.61, p. 128.


Giorgio Colli. - L’idea come espressione di ciò che è nascosto -
“ ‹Platone›, le cui idee sono esplicitamente sottratte alla sfera spazio-temporale (‹Fedone›, ‹Fedro› ecc.) ma anche a quella dell’astrazione (VII lettera contrapposizione a ἐπιστήμη) – sono cioè quel μεταξύ che condanna la rappresentazione come apparenza, ma d’altra parte si pone come ‹espressione› (poiché ἰδέα significa appunto espressione e la sua intuitività non ha nessuna relazione con lo spazio, la vista ecc.). Cosicché non solo Parmenide non è mai stato capito (nel senso che l’essere è solo la legge del fenomeno, con un’allusione al noumeno), ma anche Platone, le cui idee sono la rappresentazione vista sostanzialmente, come espressione di ciò che è nascosto.”
GIORGIO COLLI (1917 – 1979), “La ragione errabonda. Quaderni postumi”, a cura di Enrico Colli, Adelphi, Milano 1982 (I ed.), E3 (seconda parte) 1° marzo 1966 – 21 ottobre 1968, [376] 18.8.69, p. 438.



Giorgio Colli. L’aspetto teoretico della parola del dio.
“A Delfi si manifesta la vocazione dei Greci per la conoscenza: 
sapiente non è il ricco di esperienza, chi eccelle in abilità tecnica, in destrezza, in espedienti, come lo è invece per l’età omerica. Odisseo non è un sapiente. Sapiente è chi getta luce nell’oscurità, chi scioglie i nodi, chi manifesta l’ignoto, chi precisa l’incerto. Per questa civiltà arcaica la conoscenza dell’uomo e del mondo appartiene alla sapienza. Apollo simboleggia questo occhio penetrante, il suo culto è una celebrazione della sapienza. Ma il fatto che Delfi sia un’immagine unificante, un’abbreviazione della Grecia stessa, indica qualcosa di più, ossia che la conoscenza fu, per i Greci, il massimo valore della vita. Altri popoli conobbero, esaltarono la divinazione, ma nessun popolo, ma nessun popolo la innalzò a simbolo decisivo, per cui, nel grado più alto, la potenza si esprime in conoscenza, come ciò accadde presso i Greci. In tutto il territorio ellenico vi furono santuari destinati alla divinazione; questa rimase un elemento decisivo nella vita pubblica, politica dei Greci. E soprattutto l’aspetto teoretico connesso alla divinazione è caratteristico dei Greci. Divinazione implica conoscenza del futuro e manifestazione, comunicazione di tale conoscenza. Ciò avviene attraverso la parola del dio, attraverso l’oracolo. Nella parola si manifesta all’uomo la sapienza del dio, e la forma, l’ordine, il nesso in cui si presentano le parole rivela che non si tratta di parole umane, bensì di parole divine. Di qui il carattere esteriore dell’oracolo: l’ambiguità, l’oscurità, l’allusività ardua da decifrare, l’incertezza. Il dio dunque conosce l’avvenire, lo manifesta all’uomo, ma sembra non volere che l’uomo comprenda. C’è un elemento di malvagità, di crudeltà nell’immagine d’Apollo, che si riflette nella comunicazione della sapienza.” 
GIORGIO COLLI (1917 – 1979), “La nascita della filosofia”, Adelphi, Milano 1980 (III ed., I ed. 1975), I. ‘La follia è la fonte della sapienza’, pp. 15 – 16.


Giorgio Colli. Il miracolo della filosofia era dato dalla natura.
“Il Greco sa che il flusso della vita trascina irresistibilmente, ma conosce anche la legge di questa corrente, lo ‘PHTHONOS’. IL PRINCIPIO DI INDIVIDUAZIONE determina, solo, i valori dell’esistenza, e L’UOMO SI AFFERMA NELLA REALTÀ SECONDO LA MISURA CHE LA ‘PHYSIS’ GLI CONCEDE. Quanto maggiore è il distacco, l’ostilità innata, l’aristocrazia, tanto più l’ ‘ANANKE’ è inebriante. Una morale alla portata di tutti è priva di senso, dato che il libero arbitrio, con quanto vi è connesso, è qualcosa di sconosciuto. Del pari OGNI FINALISMO È ASSENTE: per l’individuo conta soltanto il proprio slancio nella vita, e al di là di questo nessun ordinamento oggettivo esiste, in funzione del quale egli possa agire. IL SENSO DEL DISTACCO GLI FA CONTEMPLARE LA VITA COME UN GIOCO, un variopinto susseguirsi di immagini attraenti, che LA LEGGE DEL ‘PHTHONOS’ delimita plasticamente in una gelida e cattiva bellezza, dando loro figure e realtà impenetrabili, ribelli ad ogni disegno unificante. Di qui il CARATTERE UNICO DELLA POLITICA GRECA. LO ‘PHTHONOS’ DEGLI INDIVIDUI SI AGGREGA MECCANICAMENTE IN INSTABILI MA NECESSARIE STRUTTURE, LA ‘POLIS’, DATO CHE L’OSTILITÀ DEVE AVERE UN TERRENO PER ESPLICARSI. LA VITA SI ESPRIME COSÌ DIRETTAMENTE NELLA POLITICA, ED ANCHE ESCLUSIVAMENTE. LA NATURA GRECA NON PUÒ PRESCINDERE DAL CONFRONTO, NON HA IL SENSO DELLA SOLITUDINE, e d’altra parte non tollera che UN UNICO CAMPO DI LOTTA, LA ‘POLIS’, POICHÉ VUOLE GIUDICARE I VALORI UMANI SECONDO UN’UNICA GRADUATORIA. LA ‘POLIS’ DIVENTA COSÌ TIRANNICA – ESSA È IL TRIBUNALE DELLO ‘PHTHONOS’ - MA IN REALTÀ SOLTANTO PER I SOCCOMBENTI NELLA LOTTA. Null’altro se non l’ ‘ELEUTHERIA’ GRECA, CHE È LA LEALTÀ VERSO IL VINCITORE, POTEVA PERMETTERE FOSSERO PRONUNCIATE LE VERITÀ EMPIE E TERRIBILI DEI PRESOCRATICI O SOPPORTARE LA LORO ALTERIGIA, e nessuna potenza terrena tollerò in seguito alcunché di simile. L’ANTIFINALISMO poi si riflette assai chiaramente nel CONCRETO ATTEGGIAMENTO POLITICO DEI GRECI COME POPOLO, CIOÈ NELL’INSTABILITÀ DEI LORO ORGANISMI STATALI, NEL FRENETICO RINNOVARSI DI ODI SENZA SCOPO E SENZA SENSO, NEL DECISO PREVALERE DI UN IMPULSO DISTRUTTORE, NEL PERIODICO RIAFFIORARE DI UNA FEROCIA BARBARICA CON CUI LO ‘PHTHONOS’ E L’INSENSIBILITÀ AL DOLORE CONTEMPLATO DI UN’EBREZZA ESTETICA DIMENTICANO L’INNATA ‘PHILANTTHROPIA’, NELL’ASSOLUTA MANCANZA DI SAGGEZZA POLITICA ed in genere di una diplomazia di ampio respiro, nella loro INSOFFERENZA PER OGNI MOVIMENTO UNIFICATORE.
Questo miracoloso complesso di doti filosofiche – quando il velo ricadde dietro questo giorno supremo dell’umanità, PASSARONO DUEMILA ANNI PRIMA CHE UNO SOLO, SPINOZA, LO RISOLLEVASSE – ERA DATO DALLA NATURA, NON CONQUISTATO.”

GIORGIO COLLI (1917 - 1979), “LA NATURA AMA NASCONDERSI ΦΥΣΙΣ ΚΡΥΠΤΕΣΘΑΙ ΦΙΛΕΙ”, a cura di Enrico Colli, Adelphi, Milano 1988 (I ed. 1948 pubblicata dall’A. in una tiratura di cinquecento copie), I. ‘La Grecia dei filosofi’, II. ‘L’epoca suprema’, pp. 23 – 24.

Giorgio Colli.
- Educazione e scuola -
“ L’educazione dev’essere sottratta all’Università. 
La scuola non può essere riformata, ma solo combattuta.”

GIORGIO COLLI (1917 – 1979), “La ragione errabonda. Quaderni postumi”, a cura di Enrico Colli, Adelphi, Milano 1982 (I ed.), ‘Appendice’, C: [765] – [781] 21- 31 agosto 1956, [778], p. 565.



Giorgio Colli è un grande, un intellettuale dall'ingegno multiforme, grande filosofo, filologo e studioso appassionato delle opere di Nietzsche ; eppure , nonostante ciò fu sempre osteggiato e gli fu impedito di entrare negli atenei. Morì senza il più piccolo sussulto del mondo accademico e intellettuale che ne invidiava il grande talento. Questo è il destino ingiusto e infame che viene riservato alle persone eccezionali, agli ingegni elevati. Io lo adoro, l'ho letto e lo rileggo periodicamente.









martedì 19 febbraio 2013

Eleonor Redsun. È una società, o sistema in cui più possiedi e più sei vuoto, più sei povero e più sei deriso, più "bravo" sei nel tuo lavoro più in realtà sei manipolato dai poteri forti, la sensibilità è considerata una debolezza e la bestialità una forza e l'arricchimento di pochi conta più del benessere collettivo

 
È una società, o sistema in cui più possiedi e più sei vuoto, più sei povero e più sei deriso, più "bravo" sei nel tuo lavoro più in realtà sei manipolato dai poteri forti, la sensibilità è considerata una debolezza e la bestialità una forza e l'arricchimento di pochi conta più del benessere collettivo. Conta più l'apparire che l'essere e la paura non è mai stata più dominante. Il benessere materiale e i comfort sono un ottimo ricatto per zittire i popoli i quali avranno paura che "paparino" (il potere) toglierà loro il poco che hanno se non faranno i "bravi" (sottomessi). E così scambiamo il nostro tempo con il denaro (pezzo di carta senza reale valore tranne quello di cui ci hanno persuaso).
 Eleonor Redsun
 

venerdì 2 novembre 2012

Johann Gottlieb Fichte. IL FINE ULTIMO DI CIASCUN INDIVIDUO, COME DI TUTTA QUANTA LA SOCIETÀ E QUINDI ANCHE DI OGNI ATTIVITÀ CHE IL DOTTO ESPLICA IN MEZZO ALLA SOCIETÀ, È L’ELEVAZIONE MORALE DELL’UOMO INTERO







Johann Gottlieb Fichte.  Intuire è il sogno, pensare è il sogno di quel sogno.
“In nessun luogo vi è qualcosa di duraturo, né fuori di me, né in me, ma soltanto un cangiamento incessante. In nessun luogo so dell’esistenza di un essere e neppure del mio proprio. Non vi è alcun essere. – ‹Io stesso› non so in generale nulla e non sono nulla. Esistono le ‹immagini›: esse sono l’unica cosa che esiste, ed esse sanno di sé, al modo delle immagini: – immagini che trapassano, senza che vi sia qualcosa dinnanzi a cui trapassano; che stanno insieme in virtù di immagini, senza che vi sia in esse qualcosa di riprodotto, senza significato e scopo. Io stesso sono una specie di queste immagini; anzi io stesso non lo sono, ma sono soltanto una immagine confusa delle immagini. – Ogni realtà si cangia in un miracoloso sogno, senza una vita della quale si sogni, e senza uno spirito che sogni; in un sogno il quale ha il suo principio di unità in un sogno di se stesso. L’‹intuire› è il sogno: il pensare – la sorgente di ogni essere e di ogni realtà ch’io mi immagino, del ‹mio› essere, della mia forza, dei miei scopi, – è il sogno di quel sogno.”
JOHANN GOTTLIEB FICHTE (1762 – 1814), “La missione dell’uomo” (1800), a cura, trad. e introduzione di Remo Cantoni, Laterza, Bari 1970 (II ed., I ed. 1944), Libro secondo ʻSapereʼ, p. 102.
“ ‹Ich›. Es giebt überall kein Dauerndes, weder ausser mir, noch in mir, sondern nur einen unaufhörlichen Wechsel. Ich weiss überall von keinem Seyn, und auch nicht von meinem eigenen. Es ist kein Seyn. – ‹Ich selbst› weiss überhaupt nicht, und bin nicht. ‹Bilder› sind: sie sind das Einzige, was da ist, und sie wissen von sich, nach Weise der Bilder: – Bilder, die vorüberschweben, ohne dass etwas sey, dem sie vorüberschweben; die durch Bilder von den Bildern zusammenhängen, Bilder, ohne etwas in ihnen Abgebildetes, ohne Bedeutung und Zweck. Ich selbst bin eins dieser Bilder; ja, ich bin selbst dies nicht, sondern nur ein verworrenes Bild von den Bildern. – Alle Realität verwandelt sich in einen wunderbaren Traum, ohne ein Leben, von welchem geträumt wird, und ohne einen Geist, dem da träumt; in einen Traum, der in einem Traume von sich selbst zusammenhängt. Das ‹Anschauen› ist der Traum; das ‹Denken›, – die Quelle alles Seyns und aller Realität, die ich mir einbilde, ‹meines› Seyns, meiner Kraft, meiner Zwecke, – ist der Traum von jenem Traume.ˮ
JOHANN GOTTLIEB FICHTE, “Die Bestimmung des Menschenˮ (in der Vossischen Buchhandlung, Berlin 1800), in “Fichtes Werkeˮ, herausgegeben von Immanuel Hermann Fichte, de Gruyter, Berlin 1971 (Erste Auflage), Band II ʻZur theoretischen Philosophieʼ, II, Zweites Buch ʻWissenʼ, S. 245.




Johann Gottlieb Fichte. Il dotto e le facoltà sociali della recettività e della comunicabilità.
“ 9.- IL DOTTO È DESTINATO ALLA SOCIETÀ: anzi egli, come dotto, assai più dell'appartenente ad ogni altro ceto, ESISTE PROPRIAMENTE SOLO MEDIANTE LA SOCIETÀ E PER LA SOCIETÀ: quindi egli, in modo particolarissimo, ha il precipuo DOVERE DI SVILUPPARE IN SÉ, AL PIÙ ALTO GRADO POSSIBILE, LE CARATTERISTICHE FACOLTÀ SOCIALI DELLA ‘RECETTIVITÀ E DELLA COMUNICABILITÀ’. E in lui la recettività dovrebbe già essere sviluppata in modo considerevole, s’egli ha seriamente acquistato le debite cognizioni empiriche. Egli deve infatti, almeno nei limiti della sua scienza, CONOSCERE PER OGNI COSA QUANTO È STATO CONQUISTATO PRIMA DI LUI: e di ciò egli può esser informato solo con l’immediato INSEGNAMENTO ORALE, o con quello mediato ATTRAVERSO I LIBRI, non mai con riflessioni dedotte da puri principi di ragione. Ma egli deve pure conservarsi duttile tale facoltà recettiva, col CONTINUARE COSTANTEMENTE AD APPRENDERE, EVITANDO COSÌ DI CHIUDERSI IN QUELL’ISOLAMENTO MENTALE, INDIFFERENTE DI FRONTE AI PUNTI DI VISTA ED ALLE OPINIONI ALTRUI, che costituisce un difetto abbastanza diffuso e che si riscontra talora in PENSATORI EMINENTI, QUANTO SOLITARI: difatti NESSUNO È TANTO ISTRUITO DA NON AVERE ANCORA ALTRO DA APPRENDERE, in particolare da apprendere talvolta qualcosa di molto necessario; e d’altra parte, raramente v’è qualcuno così ignorante da non poter dire, anche all’uomo più dotto, qualcosa che questi non sa. LA FACOLTÀ COMUNICATIVA è poi sommamente NECESSARIA AL DOTTO, poiché EGLI POSSIEDE LA SCIENZA NON PER SÉ, MA PER LA SOCIETÀ. Egli ha pertanto il dovere di esercitare questa facoltà fin dalla giovinezza e di tenerla in continuo esercizio ‘con i mezzi’ che indicheremo.
[…]

12.- IL FINE ULTIMO DI CIASCUN INDIVIDUO, COME DI TUTTA QUANTA LA SOCIETÀ E QUINDI ANCHE DI OGNI ATTIVITÀ CHE IL DOTTO ESPLICA IN MEZZO ALLA SOCIETÀ, È L’ELEVAZIONE MORALE DELL’UOMO INTERO. È dovere del dotto di prefiggersi sempre questo FINE ULTIMO e di tenerlo costantemente presente come motivo ispiratore di ogni suo sforzo rivolto alla società. Ma NON PUÒ LAVORARE CON SUCCESSO PER L’ELEVAZIONE MORALE ALTRUI, CHI GIÀ PER SE STESSO NON È MORALMENTE BUONO. NOI NON INSEGNIAMO SOLTANTO CON LA PAROLA; INSEGNIAMO ANCHE, E ASSI PIÙ EFFICACEMENTE, COL NOSTRO ESEMPIO; perciò chiunque vive nella società ha nei suoi rispetti il DOVERE DI DARE UN BUON ESEMPIO, poiché LA FORZA DELL’ESEMPIO SORGE PRECISAMENTE DAL NOSTRO CONCRETO VIVERE IN MEZZO ALLA SOCIETÀ. E quanto più imperiosamente non ha tale dovere il dotto che in tutti i rami della cultura deve essere alla testa degli altri ceti sociali! Ma se egli rimane indietro nella PERFEZIONE MORALE, in ciò che v’è di più alto e di più nobile, in quello che è IL FINE CUI TENDE TUTTA LA CULTURA, in che maniera potrà egli, com’è pur suo dovere, ESSERE DI ESEMPIO AGLI ALTRI?”
JOHANN GOTTLIEB FICHTE (1762 – 1814), “Lezioni sulla missione del dotto”(Lezioni tenute nel semestre estivo del 1794, presso l’Università di Jena), a cura, trad. e introd. di Emilio Cassetti, con in appendice un capitolo del Curatore, ‘Concetto e funzione della cultura’, Laterza, Bari 1960 (I ed. 1948), Lezione IV ‘La missione del dotto’, 9., pp. 132 – 133 - 12., pp. 138 – 139.


E' con l'attività morale, infatti, che l'Io supera ogni limite, vince ogni ostacolo che gli impedisce di essere pienamente se stesso. L'io, se rinunciasse alla lotta e si adeguasse al non-io, riconoscendolo come realtà data ed estranea a sè, sarebbe determinato dalla natura, dal mondo delle cose e rinnegherebbe se stesso. L'uomo deve vivere in società per farsi libero e rendere liberi gli altri e più è dotto più ha consapevolezza di essere parte dell'io puro. Annullando i propri interessi personali, ha il dovere di porre la sua cultura a disposizione del popolo, di cui diventa così guida e maestro. [...]



Ma, come è noto, passati i 40 anni, Fichte cambiò radicalmente parere e scrisse, a disdetta della Missione del dotto, la Destinazione dell'Uomo, con la quale affermò il destino trascendente e non trascendentale dell'esperienza umana e l' assoluto e irrelato significato dell'essere 'coscienza', dunque la sua sostanziale estraneità a qualunque ordine sociale e significato terreno.




” Der Gelehrte ist ganz vorzüglich für die Gesellschaft er stimmt: er ist, insofern er Gelehrter ist, mehr als irgend ein Stand, ganz eigentlich nur durch die Gesellschaft und für die Gesellschaft da; er hat demnach ganz besonders die Pflicht, die gesellschaftlichen Talente, ‘Empfänglichkeit’ und ‘Mittheilungsfertigkeit’, vorzüglich und in dem höchstmöglichen Grade in sich auszubilden. Die Empfänglichkeit sollte in ihm, wenn er auf die gehörige Art sich die gehörigen empirischen Kenntnisse erworben hat, schon vorzüglich ausgebildet seyn. Er soll bekannt seyn mit demjenigen in seiner Wissenschaft, was schon vor ihm da war: das kann er nicht anders als durch Unterricht – sey es nun mündlicher oder Bücherunterricht, – gelernt, nicht aber durch Nachdenken aus blossen Vernunftgründen entwickelt haben. Aber er soll durch stetes Hinzulernen sich diese Empfänglichkeit erhalten; und sich vor der oft, und bisweilen bei vorzüglichen Selbstdenkern, vorkommenden gänzlichen Verschlossenheit vor fremden Meinungen und Darstellungsarten zu verwahren suchen; denn niemand ist so unterrichtet, dass er nicht immer noch hinzulernen könnte, und bisweilen noch etwas sehr nöthiges zu lernen hätte; und selten ist jemand so unwissend, dass er nicht selbst dem Gelehrtesten etwas sollte sagen können, was derselbe nicht weiss. Der Mittheilungsfertigkeit bedarf der Gelehrte immer; denn er besitzt seine Kenntniss nicht für sich selbst, sondern für die Gesellschaft. Diese hat er von Jugend auf zu üben, sie hat er in steter Thätigkeit zu erhalten, – ‘durch welche Mittel’, werden wir zu seiner Zeit untersuchen.
[…]
Der letzte Zweck jedes einzelnen Menschen sowohl, als der ganzen Gesellschaft, mithin auch aller Arbeiten des Gelehrten an der Gesellschaft, ist sittliche Veredlung des ganzen Menschen. Es ist die Pflicht des Gelehrten, diesen letzten Zweck immer aufzustellen, und ihn bei allem, was er in der Gesellschaft thut, vor Augen zu haben. Niemand aber kann mit Glück an sittlicher Veredlung arbeiten, der nicht selbst ein guter Mensch ist. Wir lehren nicht bloss durch Worte; wir lehren auch weit eindringender durch unser Beispiel; und jeder, der in der Gesellschaft lebt, ist ihr ein gutes Beispiel schuldig, weil die Kraft des Beispiels erst durch unser Leben in der Gesellschaft entsteht. Wie vielmehr ist der Gelehrte dies schuldig, der in allen Stücken der Cultur den übrigen Ständen zuvor seyn soll! Ist er in dem ersten und höchsten, demjenigen, was auf alle Cultur abzweckt, zurück, wie kann er Muster seyn, das er doch seyn soll; und wie kann er glauben, dass die anderen seinen Lehren folgen werden, denen er vor aller Augen durch jede Handlung seines Lebens widerspricht?”
JOHANN GOTTLIEB FICHTE, “ Einige Vorlesungen über die Bestimmung des Gelehrten”(Die Vorlesungen wurden im Sommersemester 1794 an der Universität Jena gehalten. Erstdruck: Gabler, Jena 1794), in “J. G. Fichtes sämmtliche Werke”, Band 6, Berlin 1845 – 1846, 4. “Ueber die Bestimmung des Gelehrten”, Seite 330; Seiten 332–333.

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