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giovedì 3 novembre 2016

Victor Klemperer. LTI – La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo. al centro c’è la lingua, il parlato, lo strumento utilizzato per comunicare in Germania. È sconvolgente per l’inevitabilità che dimostra sussistere e per la forza di penetrazione inarrestabile, come un fluido colato dall’alto che percola nel terreno sabbioso, aprendosi i primi rivoli inizialmente, bagnando solo alcune sacche superficiali, poi lentamente scendendo e improvvisamente iniziando a correre negli strati profondi come una reazione a catena, inondando e contaminando l’intero terreno. È sconvolgente perché in LTI appare con tutta la sua forza incontenibile la potenza della lingua parlata quotidianamente, il suo potere rivoluzionario e tossico, la capacità di insidiare i pensieri e l’anima delle persone. Klemperer mostra, senza dirlo, che l’idea dell’anima o della coscienza chiusa nello scrigno privato di ogni uomo è un’illusione. Non esiste alcuno scrigno privato, tutto è permeabile e raggiungibile dalla lingua. La lingua che si parla è il mezzo e il senso del nostro comunicare al mondo e del comunicare del mondo a noi. È ciò che ci entra dentro, inevitabilmente ci permea, ci plasma e ci orienta, impercettibilmente, senza posa, senza che si possa opporre alcuna difesa che non sia ascoltarsi, riconoscere il particolare idioma che si sta usando e avvertire lo sconvolgimento che deriva dal vedersi un pupazzo che ruota a seconda di dove tira il vento delle parole.

Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico. Se per un tempo sufficientemente lungo al posto di eroico e virtuoso si dice “fanatico”, alla fine si crederà veramente che un fanatico sia un eroe pieno di virtù e che non possa esserci eroe senza fanatismo.
Victor Klemperer, "LTI: la lingua del terzo reich. Taccuino di un filologo", Casa editrice Giuntina 2008


Non posso fare a meno di ripensare alla traversata che venticinque anni fa facemmo da Bornholm a Copenaghen. Durante la notte avevano infuriato tempesta e mal di mare; ora, giunti in prossimità della costa, calmatosi il mare, stavamo seduti in coperta sotto il bel sole del mattino, pregustando la imminente colazione. Ed ecco che, all'estremità della lunga panchina dove sedevamo, una ragazzina si alzò, corse al parapetto e iniziò a vomitare. Un attimo dopo si alzò la mamma, che era seduta accanto, e fece altrettanto. Le imitò subito dopo un signore, poi un ragazzo e poi… il movimento si propagò con regolarità e rapidità per la panchina, senza escludere nessuno. Noi, seduti all'altro capo, eravamo ancora lontani, stavamo a guardare con interesse, qualcuno rideva o faceva sorrisini ironici. Poi toccò ai più vicini e allora le risa cessarono e anche fra noi ci fu la corsa al parapetto. Io osservavo attentamente lo spettacolo e le mie reazioni. Mi dicevo che in fondo esiste un modo oggettivo di osservare, di cui ero esperto, che esiste anche una volontà ferma e continuai a pregustare la colazione – e intanto era venuto il mio turno e dovetti correre al parapetto come tutti gli altri.
Victor Klemperer, LTI – La lingua del Terzo Reich



Victor Klemperer. LTI – La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo.
Traduzione di Paola Buscaglione Candela, Giuntina 2011. [...]

LTI è un acronimo. Sta per Lingua Tertii Imperii, lingua del Terzo Reich.

Il libro parla della lingua in uso durante i dodici anni di potere nazista in Germania, o per meglio dire, non solo in uso, ma quella lingua, tedesca, ovviamente, anzi il comune tedesco che altro non era, ma quella particolare scelta di termini ed espressioni e, per contro, la particolare cancellatura di altri termini ed espressioni e il particolare stravolgimento di senso o degenerazione di quel termine e quell’altro, che ha definito il modo di comunicare ed esprimersi del regime, della propaganda, dei politici, dei militanti, dei sostenitori fanatici del nazismo (ricordatevi del termine “fanatico” che ho appena infilato dentro), ma anche della gente comune, quella che in situazioni di crisi cerca  di ripararsi o di rimanere faticosamente in equilibrio, delle persone che non si appassionavano troppo alla retorica nazista, e perfino degli oppositori politici, fino ad arrivare – e qui sta la grandezza insuperabile di LTI e di Victor Klemperer e il motivo che rende la lettura di questo libro imprescindibile, assolutamente necessaria e urgentissima – fino ad arrivare agli stessi ebrei, perseguitati, umiliati, deportati, trucidati e sterminati barbaramente.

Tutti, con gradi diversi, certo, con enfasi differente, ovviamente, e con fini addirittura opposti, ma tutti accomunati dalla Lingua Tertii Imperii, l’idioma che ha definito una tragica linea di continuità e di contiguità tra massacrati e massacratori, ariani ed ebrei, nazisti e comunisti, democratici e imperialisti, grandi borghesi e proletari, imprenditori e operai, uomini, donne, giornalisti, gente della strada e professori universitari, ignoranti e istruiti, ha accomunato ogni classe sociale, culturale, politica, indistintamente, la società tutta, longitudinalmente e latitudinalmente, ne è stata intrisa, se ne è imbevuta e ha parlato usando lo stesso idioma nazista.

È sconvolgente quello che testimonia Klemperer in un modo quasi freddo, distaccato, da dissezionatore o da cronista neutrale. Non testimonia orrori fisici, cita anche quelli, certo, ne era circondato e minacciato quotidianamente, ma restano sullo sfondo di LTI; al centro c’è la lingua, il parlato, lo strumento utilizzato per comunicare in Germania. È sconvolgente per l’inevitabilità che dimostra sussistere e per la forza di penetrazione inarrestabile, come un fluido colato dall’alto che percola nel terreno sabbioso, aprendosi i primi rivoli inizialmente, bagnando solo alcune sacche superficiali, poi lentamente scendendo e improvvisamente iniziando a correre negli strati profondi come una reazione a catena, inondando e contaminando l’intero terreno. È sconvolgente perché in LTI appare con tutta la sua forza incontenibile la potenza della lingua parlata quotidianamente, il suo potere rivoluzionario e tossico, la capacità di insidiare i pensieri e l’anima delle persone. Klemperer mostra, senza dirlo, che l’idea dell’anima o della coscienza chiusa nello scrigno privato di ogni uomo è un’illusione. Non esiste alcuno scrigno privato, tutto è permeabile e raggiungibile dalla lingua. La lingua che si parla è il mezzo e il senso del nostro comunicare al mondo e del comunicare del mondo a noi. È ciò che ci entra dentro, inevitabilmente ci permea, ci plasma e ci orienta, impercettibilmente, senza posa, senza che si possa opporre alcuna difesa che non sia ascoltarsi, riconoscere il particolare idioma che si sta usando e avvertire lo sconvolgimento che deriva dal vedersi un pupazzo che ruota a seconda di dove tira il vento delle parole.
Bisogna farsi filologi di se stessi, in breve. Filologi dilettanti, va bene, l’importante è ascoltare e ascoltarsi, come cronisti imparziali.

[...] È un testo biografico nel senso che Klemperer parla di sé e riporta le proprie esperienze. 
[...] Infine è anche l’opera di un filologo professionista, Professore Ordinario di Filologia Romanza e inevitabilmente la sensibilità dello studioso si riverbera nel testo.

[...] un taccuino nel quale le osservazioni, le particolari osservazioni di un filologo, tedesco ed ebreo – e Klemperer in tutto il libro rivendica più il suo essere tedesco, culturalmente, sentimentalmente e biologicamente, che il suo essere ebreo, non essendo mai stato religioso praticante né simpatizzante sionista -, si sono raccolte durante i dodici anni più terribili che la storia umana recente ricordi, raccolte da Klemperer come unico e totalizzante sforzo di dignità quando ogni altra dignità gli veniva tolta e la sua propria vita era incerta, bastava un nulla e sarebbe terminata.

Klemperer ha vissuto un’esperienza rarissima, unica forse. 
Ebreo tedesco, non venne deportato perché sposato a una donna tedesca –  rimasta sempre al suo fianco, condizione indispensabile che gli salvò la vita – e questo fino all’ultimo lo protesse da Auschwitz. Ma non solo, visse tutto il periodo nazista a Dresda, e quindi ne fu testimone senza interruzioni, fino al 13 febbraio 1945. Quella mattina venne emesso l’ordine di evacuare anche gli ultimi ebrei rimasti, ovvero quelli sposati a donne tedesche. Erano poche decine ed “evacuare” significava deportare ad Auschwitz. Non fu deportato perché avvenne l’inimmaginabile. 
La stessa sera la RAF britannica e l’aviazione statunitense rasero al suolo il centro storico di Dresda in uno dei bombardamenti a tappeto più devastanti della seconda guerra mondiale, passato alla storia come una delle stragi di civili più brutali mai avvenute. Klemperer e la moglie si salvarono e fuggirono verso il sud della Germania facendosi passare per tedeschi. Ce la fecero e nel 1947 Klemperer, tornato a Dresda, ottenuta nuovamente la cattedra di Filologia Romanza all’università e sostenitore del Patto di Varsavia diede alle stampe LTI.

[...] Molti libri scritti sulle vicende occorse durante la dominazione nazista sono sconvolgenti. 
Il Diario di Anne Frank è toccante, i libri di Primo Levi sono capolavori e sconvolgono per le atrocità che descrive, Autunno Tedesco, il resoconto giornalistico di Stig Dagerman tra le macerie e i superstiti del bombardamento di Amburgo è forse il più grande reportage di guerra mai scritto e sconvolge per l’orrore senza confini che Dagerman prova e ribalta sulle pagine. [...] 

LTI è diverso. LTI racconta cosa avvenne alla lingua parlata durante il Terzo Reich. 
Questa è la testimonianza. Sconvolgente? No, se la paragoniamo ai racconti delle stragi e dell’odio e delle violenze. Ma non basta. Ora c’è la differenza.  LTI non è un monito affinché non si produca una nuova Lingua Tertii Imperii. No. LTI continua a essere una testimonianza. Trasla. Si muove, si adatta, si rigenera, rinasce, si colora, si ibrida, si sdoppia, si ammoderna, si riproduce.
La Lingua Tertii Imperii si riproduce.
Continuamente.
Senza sosta.
Non è mai terminata, non è mai morta, non è mai stata sconfitta, non è mai stata messa al bando.
Mai.
LTI, il libro, continua anche oggi a essere una testimonianza, non un monito.
Non si tratta della possibilità che una Lingua Tertii Imperii possa essere nuovamente adottata.
La Lingua Tertii Imperii già la parliamo, tutti, ne parliamo diverse, le abbiamo sempre parlate, abbiamo continuato sempre a parlarle, noi italiani, i tedeschi, gli inglesi, gli americani, i giapponesi, i russi, i ricchi, i poveri, i tecnologici, i cafoni, quelli del nord e quelli del sud, i politici, i pubblicitari, i giornalisti e gli scrittori, gli sportivi, gli stilisti di moda e i professori universitari. Tutti.
Tutti.
Tutti siamo come quei nazisti o quegli ebrei o quegli indifferenti che parlavano la LTI che Klemperer ascoltava e annotava.
Lo siamo ora, ieri lo eravamo e lo saremo domani e lo sono i nostri genitori e i nostri amici e i nostri figli.
Abbiamo la LTI manageriale, quella tecnologica, quella di moda, quella delle donne, quella degli uomini, la LTI giornalistica, la LTI religiosa, la LTI accademica, la LTI neoliberista e la LTI progressista, la LTI sportiva e quante altre ancora.
Si è riprodotta in decine, centinaia di LTI per le quali si potrebbe scrivere un Taccuino di un filologo e fare le stesse osservazioni che Klemperer fece.

Per questo LTI è sconvolgente, emotivamente e intellettualmente.
Perché siamo indifesi. Perché Klemperer col suo taccuino ha redatto la storia della indifendibile fragilità dell’uomo davanti alla potenza insinuante della lingua.

LTI ha un’epigrafe che recita:

La lingua è più del sangue
Franz Rosenzweig

Klemperer spiega come e perché ha scelto proprio quella frase. 
Perché si è reso conto che LTI metteva in luce una verità inconfessabile, antistorica e repellente, che non distingue più tra buoni e cattivi, persecutori e perseguitati, ariani ed ebrei, ma appiattisce tutti sotto al vento della lingua, manipolata, falsificata, distorta, abusata, intossicata da un’ideologia folle, ma lo stesso capace di penetrare nell’anima di chiunque.

Vorrei andare avanti pagine e pagine a parlare di LTI e commentare quasi riga per riga il testo; che non è di facile lettura per la presenza, ovvia, di molte parole in tedesco e molti riferimenti, quindi richiede pazienza, un po’ di sforzo, e di non fermarsi se qualcosa sfugge. Non sono i dettagli a essere importanti. Non è lo stravolgimento particolare che il fascismo prima (da notare la differenza che Klemperer traccia tra fascismo e nazismo, da lui mai accomunati per via della centralità ideologia che ebbe la questione razziale nel nazismo ma che fu assente nel fascismo, un’affermazione che se fatta oggi attira spesso polemiche sterili e strumentali) e il nazismo poi fecero di una o l’altra parola.

Mi fermo e chiudo con un brano dal primo capitolo:

Qual era il mezzo di propaganda più efficace del sistema hitleriano? 
Erano i monologhi di Hitler e di Goebbels, le loro esternazioni su questo o quell’oggetto, le loro istigazioni contro l’ebraismo e il bolscevismo? 

Certamente no, perché molto non veniva compreso dalle masse, annoiate d’altra parte dalle eterne ripetizioni. Quante volte, finché potevo frequentare le trattorie (non portavo ancora la stella) e più tardi in fabbrica durante la sorveglianza antiaerea, quando gli ariani e gli ebrei stavano in locali separati e in quello ariano c’era la radio (oltre al riscaldamento e al cibo), quante volte ho sentito sbattere sul tavolo le carte da gioco e chiacchierare ad alta voce sul razionamento del tabacco o della carne oppure su qualche film durante i prolissi discorsi del Führer o di uno dei suoi paladini; però il giorno dopo i giornali affermavano che il popolo intero aveva prestato ascolto.

No, l’effetto maggiore non era provocato dai discorsi e neppure da articoli, volantini, manifesti e bandiere, da nulla che potesse essere percepito da un pensiero o da un sentimento consapevoli. Invece il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettate meccanicamente e inconsciamente. 

Di solito si attribuisce un significato puramente estetico e per così dire “innocuo” al distico di Schiller: “La lingua colta che crea e pensa per te”. 

Un verso riuscito in una “lingua colta” non è una prova sufficiente della capacità poetica del suo autore; non è poi tanto difficile, usando una lingua estremamente colta, atteggiarsi a poeta e pensatore.

Ma la lingua non si limita a creare e pensare per me, dirige anche il mio sentire, indirizza tutto il mio essere spirituale quanto più naturalmente, più inconsciamente mi abbandono a lei. 

E se la lingua colta è formata di elementi tossici o è stata resa portatrice di tali elementi? 

Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: 
ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico. Se per un tempo sufficientemente lungo al posto di eroico e virtuoso si dice “fanatico”, alla fine si crederà veramente che un fanatico sia un eroe pieno di virtù e che non possa esserci eroe senza fanatismo.

I termini fanatico e fanatismo non sono un’invenzione del Terzo Reich, che ne ha solo modificato il valore e li ha usati in un solo giorno con più frequenza di quanto non abbiano fatto altre epoche nel corso degli anni. Il Terzo Reich ha coniato pochissimi termini nuovi, forse verosimilmente addirittura nessuno. La lingua nazista in molti casi si rifà a una lingua straniera, per il resto quasi sempre al tedesco prehitleriano; però muta il valore delle parole e la loro frequenza, trasforma in patrimonio comune ciò che prima apparteneva a un singolo o a un gruppuscolo, requisisce per il partito ciò che era patrimonio comune e in complesso impregna del suo veleno parole, gruppi di parole e struttura delle frasi, asservisce la lingua al suo spaventoso sistema, strappa alla lingua il suo mezzo di propaganda più efficace, più pubblico e più segreto.

Quanti tragici e infiniti echi che queste parole producono pensando alle molte LTI che usiamo, che ci definiscono e che modellano la nostra società, la nostra Storia e il nostro tempo. La grandezza di LTI è ancora tutta da scoprire.
http://www.giuntina.it/ElencoRecensioni/LTI_85/LTI_902.html



[...] L’identificazione tra potere personale ed istituzioni, ormai ridotte ad una larva, il dominio del lessico militare e tecnicistico, l’uso di gadget propagandistici, il potere del linguaggio dello sport, le abilità manipolatorie del linguaggio pubblico sono alcuni degli elementi che rendono la lingua una sorta di “arsenico ingerito” giorno dopo giorno in un processo sistematico fatto di elementi consapevoli ed inconsapevoli. 
“Veleno sciolto nell’acqua” che resta presente anche dopo la caduta del nazismo. 

[...]  Le prime tre parole del nazismo, che entrano nella quotidiana pratica linguistica, sono per Klemperer “spedizione punitiva”, atto di stato (Staatsakt) ed allestire, organizzare, “mettere su alla grande” (aufziehen). 

Esse esprimono il disprezzo per il diverso, la volontà di annientare col supporto della forza ogni opposizione e di mostrare a tutti la propria grandezza. L’uso ossessivo dell’aggettivo “storico” ne sarebbe la prova così come l’esigenza di mettere il Capo a diretto contatto col popolo. 
Hitler deve parlare in maniera “popolaresca”, deve sedurre parlando alla pancia dei tedeschi, usando toni antitetici con bruschi salti tra il dotto ed il volgare, il tono piano e quello predicatorio, il pathos profetico e la facezia; preferendo un lessico popolare e sentimentale alternato all’uso intimidatorio di parole straniere. Ma non basta.

La LTI cambia i connotati delle parole. 

Emblematica la vicenda della parola “fanatico”. 
Viene da fanum, luogo sacro ed esprime una condizione spasmodica di estasi, rapimento religioso. 
Ha sempre avuto un connotato negativo e la lingua tedesca non ha un corrispettivo per “Fanatismus”, fanatisch è intraducibile. Eppure con il nazismo acquisisce un valore positivo (le truppe combattono fanaticamente in Normandia) e diventa una virtù, contro parte dell’inutile razionalismo. 

Davvero attuale. Come l’uso delle “virgolette ironiche” per delegittimare ogni avversario, per svalutare, insinuare dubbi; come la sostituzione della quantità alla qualità (p. 258) usando i superlativi per ingannare. La parola “Sistema” apparteneva all’odiata Repubblica di Weimer, il nazismo preferisce Weltanschauung, che afferra la realtà come visione organizzata, «carpendo all’organico i suoi segreti». 

Le teorie del complotto planetario, l’esasperazione del fideismo nei poteri del Capo visto come “Salvatore tedesco” (Unto del Signore?) anche dinnanzi al disastro finale; l’introduzione di parole tratte dal mondo della tecnica come “materiale umano” che fanno diventare i prigionieri dei “pezzi”, “Stüke”; preferire termini come “liquidiert”, liquidati; non più “persone” (Leute), ma “uomini” (Männer) per poter richiedere ubbidienza cieca; l’uso dominante di parole come gleichschalten (sincronizzare, livellare, uniformare) sono tutti elementi che confermano l’idea della reificazione delle persone (cfr. p. 183) che Klemperer denuncia e documenta con chirurgica precisione. 
Così non diceva “arrestato”, ma “in viaggio” visto che quel che contava era “portare via senza dare nell’occhio”. 

Il nazismo è poi attivismo, movimento che governa le leggi dell’azione, sempre pronto alla partenze (Aufbruch) con impeto ed assalto (Sturm) tanto che la sconfitta diventa un “regresso”, una “crisi”, la guerra di trincea una “guerra di movimento difensivo” e non fugge, ma ci si “allontana”, la catastrofe finale una “crisi padroneggiata”. Ed infine, le metafore dello sport (p. 278) per parlare un linguaggio (“scatto finale”, “restare in piedi sul ring”, “combattere nell’area di rigore avversaria”) che il popolo capisca come ben sapeva fare Goebbels. Dentro la manipolazione c’è tanto da imparare per leggere anche i nostri giorni e tenerci in guardia da coloro che anestetizzano le menti.
http://magazine.giuntina.it/2012/07/30/La-memoria-della-lingua.html


Il nome, assegnato da Klemperer per designare la lingua del III Reich, LTI, un acronimo del latino Lingua Tertii Imperii, coglie con ironia un tratto saliente della lingua del Reich, ma, diremmo, di tutte le lingue totalitarie, quale ad esempio quella fascista e, in particolare della neolingua di Orwell. 
Quella delle abbreviazioni e degli acronimi è una tendenza del resto molto antica, con padri nobili. Basta pensare, e lo ricorda lo stesso Klemperer, a Ichtys (pesce in greco) che ancora oggi troviamo tracciato nelle catacombe cristiane e che sta a indicare le iniziali di Gesù figlio di Dio Salvatore. 

Oppure alla brachigrafia medievale come modalità diffusa di scrittura del latino .

Del resto oggi assistiamo all’esplosioni degli acronimi e delle abbreviazioni nel commercio, nell’industria, nella politica ecc. 

Ogni dizionario che si rispetti ha una sua appendice che li contiene. 
E sono già stati pubblicati dizionari di sole abbreviazioni. 
La mania del regime nazista di esagerare con le sigle era stata in qualche modo assorbita e metabolizzata a livello popolare. Ed erano entrate a far parte dell’intercalare di ogni giorno. 
Così si poteva sentire per le strade di Berlino o di Dresda, 
KNIF che stava per Kommt nicht in Frage (nemmeno per idea). 
Oppure KAKFIT!, che stava per Kommt auf keinen Fall in Frage (ma nemmeno per sogno!). 

C’era pure chi non rinunciava alla tentazione di rifare il verso a quest’abitudine, 
e coniava sigle quali POPO, con doppio senso comprensibile anche in italiano, che stava per Penne ohne Pause oben (dormi senza interruzione sopra). 
Era un modo scherzoso di augurarsi la buona notte con riferimento alle notti passate nelle cantine e nei rifugi durante i bombardamenti. Ma anche, forse, un modo per esprimere una larvata protesta, ritenuta forse l’unica possibile. Del resto anche durante il fascismo, in mancanza di una stampa di opposizione fiorivano le barzellette sul regime.

Al di là dell’effimera ironia, c’era ben poco da scherzare. 
Le prime misure prese dal regime furono di impedire agli ebrei di parlare, di leggere di comunicare con gli ariani. 

La bacheca dell’istituto universitario di Dresda, in cui Klemplerer insegnava, recava quest’annuncio: “Quando l’ebreo scrive in tedesco, mente […] 
In futuro se vorrà pubblicare libri in questa lingua 
dovrà designarli come traduzioni dall’ebraico ”. 

Qualsiasi documento di un ebreo, 
veniva bollato con il neologismo di Gruelpropaganda 
(propaganda a base di atrocità). 

Gli ebrei non potevano comprare o possedere giornali o libri, se non di autori ebrei. 
Non potevano andare al cinema, né tenere in casa una radio. 
Un ebreo poteva solo tendere l’orecchio ed ascoltare il discorsi dagli altoparlanti della radio installati in fabbrica o per strada. Ma, cosa ben più grave, non erano nemmeno padroni del loro nome. Chi non aveva un nome inconfondibilmente ebraico era obbligato ad aggiungere al proprio nome Israel, se maschio, e Sara se femmina. Nomi che venivano scritti sul documento di identità, dove, in precedenza, era stata stampigliata una grande J, iniziale di Jude. Il nome, così, è proprio il caso di dirlo, imposto, non si doveva mai ometterlo quando si firmava un documento e doveva essere ben indicato nella corrispondenza postale. 

Viceversa, per gli ariani erano vietati i nomi dell’Antico testamento: 
“Nessuna bambina [ariana] può chiamarsi Lea o Sara”. 
Non solo i nomi delle persone, ma anche quelli delle strade e delle città dovevano essere epurati e germanizzati, ad imitazione di quanto già intrapreso dal regime fascista italiano che aveva cambiato e latinizzato i nomi di alcune città. 

L’accanimento si esercitò non solo contro i nomi propri, ma anche contro i nomi comuni. 
Un ebreo che svolgeva una professione, non poteva più continuare a svolgerla se non rivolta ad altri ebrei. In tal caso avrebbe comunque dovuto cambiare il nome comune della sua professione. 
Ad esempio, i medici e gli avvocati che potevano esercitare solo per gli ebrei si chiamavano rispettivamente Krankenbehandler (curatore di malati) e Rechtskonsulenten (consulente giuridico). 

I rapporti sessuali tra ebrei e ariani erano chiamati Rassenschande (disonore della razza). 
Non era ammesso il matrimonio tra ebrei e ariani, e, se un’ariana, già sposata, non voleva separarsi dal marito, come nel caso della moglie di Klemperer, era una “puttana degli ebrei”. 

Più in generale era stata fissata una tassonomia, stabilita dalle leggi di Norimberga del 1938 sulla base della percentuali di “sangue ariano” posseduto: 
si andava dagli ebrei totali (Volljuden), 
agli ebrei per metà (Halbjuden), 
i misti di primo e di secondo grado (Mischlinge), 
i discendenti di ebrei (Judenstämmlinge) 
e, infine, i privilegiati, quelli che avevano contratto un matrimonio misto (prominentern). Quest’ultima fu un’invenzione “di diabolica malvagità” che fece nascere tra gli ebrei stessi “le inimicizie più velenose”. 

Si poteva stare sul tram solo sulla piattaforma posteriore, si doveva portare la stella gialla a sei punte cucita sulla giacca. Il giorno più difficile per gli ebrei fu proprio, secondo Klemperer quel 19 settembre del 1941, in cui fu imposto quest’obbligo. Insomma “ogni ebreo con la stella portava con sé il proprio ghetto, come la chiocciola la sua casa”. 
E neanche nella casa, quella vera, c’era requie. Sulla targhetta fuori della porta doveva esserci una stella. Se la moglie non era ebrea, “la targhetta con il nome di lei doveva essere separata e recare l’indicazione “ariana”.

In generale la lingua del nazismo, era di un’estrema povertà. 
“Era come se avesse fatto un voto di povertà”. 
Nacque come lingua del Mein Kampf. 
Poi s’impossessò dell’esercito o meglio, tra queste due lingue, vi fu un’interazione, una reciproca contaminazione, in tempi successivi. 

In un primo tempo fu la lingua dell’esercito a influenzare la lingua del nazismo, per poi, a sua volta essere influenzata da quest’ultima. Ma, così povera, forse proprio perché così povera, si diffuse presto in tutta la società e influenzò diversi strati sociali e culturali, in fabbrica, per strada, nelle scuole, non esclusi gli ebrei stessi. 

Insomma quella che era una lingua di un gruppo, divenne una lingua di popolo. 
Era una lingua che non faceva distinzione tra scritto e parlato. 
Forse perché i suoi stereotipi, i discorsi politici erano a metà strada tra queste due forme. 

I mezzi di propaganda più efficaci, e quindi con maggiore capacità di penetrazione anche nella lingua, erano i monologhi di Hitler e Goebbels. 
La procedura di somministrazione dei discorsi era molto banale e ripetitiva. 
“Ogni venerdì sera, veniva letto a Radio Berlino un articolo di Goebbels, 
lo stesso che sarebbe stato pubblicato su “Il Reich” il giorno successivo. 

Per tutta la settimana, i temi trattati dell’articolo sarebbero stati, con la loro impronta ideologica, quelli più discussi su tutti gli altri giornali. In definitiva, Goebbels, dato che rispetto a Hitler aveva il vantaggio della maggior chiarezza e della maggiore frequenza d’apparizione, “era il solo a determinare quale fosse la lingua consentita”. 
Di monologhi si trattava. Non di dialogo. 
Il contraddittorio non esisteva nemmeno in chiave retorica. 
Non solo, ma, venivano prima scritti, per poi essere recitati. 
Quindi venivano sì prima scritti, ma già pensati per quando sarebbero stati letti, con le pause, le accentuazioni di tono, le prosodie ecc. Erano insomma degli ibridi. 

L’effetto maggiore non era però provocato dal contenuto dei discorsi, ma dal tono, dalle forme delle parole ripetute innumerevoli volte, imposte alle masse e ”quasi accettate inconsciamente”. 
Questi articoli erano, in fondo l’occupazione più importante per Goebbels. 
Persona di buona cultura, laureato in Filosofia ad Heidelberg nel 1921, 
con aspirazioni di scrittore e drammaturgo, fino ad allora frustrate, 
poteva finalmente dare libero sfogo alla sua fantasia. 
Pensava e ripensava alle sue battute e alle sue espressioni che preparava con cura. 
Aveva successo e popolarità. E se ne compiaceva. 
Era una lingua, la sua, che parlava direttamente alle masse, al popolo. 
Sul modello di Rousseau e delle grandi assemblee della Rivoluzione Russa. 
Ma era la prima volta che veniva fatto un uso politico della radio e delle grandi scenografie. 
Per certi versi era preso a modello Mussolini. 
Ma quest’ultimo “pareva tuttavia nuotare nella corrente sonora della sua lingua madre” 
[…] Invece Hitler, anche quando adottava il registro della lusinga e del sarcasmo – i due registri che di preferenza alternava – parlava, meglio gridava, sempre in maniera spasmodica”. 
Era una lingua “elettrica”. Perfino i caratteri tipografici sembravano percorsi dall’elettricità. 

Nelle tastiere delle macchine da scrivere, fu introdotto un tasto per la S di SS, derivato dal segnale dell’alta tensione, il cosiddetto Zackig, preso dal gergo militare (da cui: fulmine di guerra). 

E, dopo un periodo di gran libertà d’espressione e di stampa, di cui lo stesso movimento nazista si era avvantaggiato, d’ora in poi, con in nazismo al potere, veniva imposto l’obbligo del nulla osta di pubblicazione da parte del partito nazista (NSDAP, Nationalsozialistische Deutsche Arbeitpartei). 

La lingua ammessa, l’unica che si poteva pubblicare, era la lingua nazista, una lingua povera, anzi misera. Era una lingua mutilata. Non solo ognuno era obbligato a seguire lo stesso modello, ma con questa lingua si “poteva esprimere solo un lato della natura umana”. 
Le altre lingue, infatti, consentono di manifestare tutte le esigenze e gli atteggiamenti umani. 
Possono fare appello alla ragione, o al sentimento. 
Possono essere una semplice comunicazione, una domanda, una preghiera, lamento ecc. 
La lingua del nazismo si prestava solo al comando e all’esecrazione. 
Era molto semplice, Con molte ripetizioni. 
Aveva una forte impronta conativa. 
Si appellava alla volontà, ma, non alla volontà del singolo individuo. 
Faceva di tutto per “privare il singolo della sua natura d’individuo”, 
“anestetizzare la sua volontà” e “renderlo un elemento del gregge, senza pensiero e senza volontà” . Era una lingua della fede cieca, con chiare reminiscenze dal vangelo. 
Si credeva in LUI. Il registro dominante era quello religioso. 
Il tono e l’enfasi era quello tipico delle prediche. Il Reich, era “eterno”. 
Hitler era il Salvatore che agiva secondo la volontà dell’Onnipotente, guidato dalla Provvidenza. 
I caduti del Reich erano apostoli, che una volta morti sarebbero risorti. 
Il Mein Kampf era la Bibbia. 
La Fede cristiana si confondeva con quella in Hitler: 
anche in chiesa, nella preghiera più comune (il Padre nostro) 
la frase “venga il tuo regno (Reich) 
”evocava un III Reich celeste (Himmelreich). 
Le immense adunate avevano un carattere mistico, 
vale a dire di un rapporto diretto con il Divino.
Spesso si concludevano con un “Amen” .
Insomma la LTI era la lingua del fanatismo di massa.


2) Lessico della lingua del Terzo Reich
La lingua nazista, è stato detto, era povera. Sembrava aver fatto voto di povertà. 
[...] Abbiamo visto che il lessico è povero. Ma di una cosa è ricco: di virgolette. 
Con queste sottolineature ironiche si vuole negare la parola dell’altro, e, in particolare, svuotare e devitalizzare il senso delle parole stesse. 
Per esempio Einstein non è uno scienziato, ma uno «scienziato». 
Churchill e Roosevelt non sono due statisti, ma due «statisti». 
Le vittorie dei rivoluzionari spagnoli sono «vittorie rosse» ecc ecc .
In questi casi le virgolette servono per imporre il criterio ortodosso di lettura. 
Il lettore o l’ascoltatore non deve poter decidere liberamente sullo spessore semantico della parola. 
Le virgolette vengono giustapposte o meno a seconda che il significato della parola debba essere preso per buono, oppure no. Sono come dei segni diacritici che impedendo una lettura soggettiva e individuale forzano il lettore nel senso dell’interpretazione imposta dal Partito. 
Ci sono alcune parole che senza le virgolette non possono comparire. 
Sono quelle, per le quali, appunto, le virgolette sono d’obbligo e non dipendono dal contesto. 
Sono quelle parole, il cui significato originario è stato espulso dal lessico. 
In questo modo, si vuole espellere il concetto che ad esse si accompagna. 
Si tratta di concetti e di parole quali la democrazia o l’umanità. 
Parole, queste, che non vengono mai lasciate circolare liberamente, 
ma, sempre, con i ceppi delle virgolette. 
Molto spesso, addirittura accompagnate, per sovrappiù, da uno o più epiteti, come per esempio quando veniva scritto: “venefica umanità ebraica”. Stessa sorte per le parole “intelligenza” e “obbiettività”. Un altro termine da cancellare e da stravolgere, attraverso l’uso ossessivo delle virgolette, è “sistema”, parola squalificata in quanto, già utilizzata per designare la Repubblica di Weimar, dai nazisti considerata la peggiore forma di governo. 
Ma nemmeno la parola “filosofia” è amata dal III Reich, e raramente circola senza virgolette, nonostante il Partito Nazionalsocialista pretendesse di avere una propria filosofia e potesse contare su un filosofo ufficialmente riconosciuto, quale Alfred Rosenberg. 
Così il termine “filosofia“ insieme alla filosofia stessa, in quanto tale, va in disuso e viene accantonato. Al suo posto un surrogato: Weltanschauung. 
Anschauen vuol dire: guardare con attenzione, contemplare con riferimento a un oggetto. 
Anschauen non riguarda mai il pensiero razionale. 
Infatti chi pensa compie un’astrazione, e distoglie i sensi dall’oggetto. 
Ma non riguarda nemmeno semplicemente un vedere con l’occhio, in quanto organo visivo. 
Piuttosto significa un vedere che va oltre il lato materiale ed esteriore, ma che riesce a cogliere l’anima di ciò che vede. Secondo Klemperer, Weltanschauung, parola già usata prima del nazismo, trasformata in surrogato di filosofia perde “il suo aspetto domenicale, divenendo parola che rimanda al quotidiano, al professionale ”. Uno dei suoi componenti “Schau” (punto di vista, visione) diviene una parola di culto per il nazismo, e finisce per ricoprire il significato di parata nazista. 
In pratica si verifica un passaggio dal tedesco Schau all’inglese show (esposizione, spettacolo). 
Siamo quindi in presenza di un cambio di valore semantico.

Alcune parole vengono del tutto cancellate e non circolano più, nemmeno tra virgolette. 
Questo tipo di intervento, che è stato chiamato “logocidio” , ha riguardato: 
  • Pressefreiheit (libertà di stampa), 
  • gelbe Gefahr (“pericolo giallo” non più di moda durante l’asse Roma-Berlino-Tokio), 
  • Völkerbund (Lega delle Nazioni), 
  • Stalingrad (dopo la sconfitta) .
Ci sono poi i casi di termini il cui valore semantico cambia di segno, da negativo a positivo, o viceversa. E’ il caso di fanatisch (fanatico). 
Fanatico, deriva dal latino fanum (il luogo sacro, il tempio). 
Fanatico, quindi, fin dall’origine viene ad indicare chi si trova in una condizione di estasi religiosa. Dall’illuminismo in poi, questo termine ha sempre avuto una connotazione negativa. 
Anche il corrispondente tedesco (fanatisch) ha avuto eguale sorte. 
Sempre è stato caricato di una forte negatività, riferito a persona pericolosa. 
Così era prima del terzo Reich. 
Lo stesso Hitler nel Mein Kampf (1926), parlava con disprezzo dei “fanatici dell’obbiettività”. In seguito, però, nell’uso comune, l’aggettivo ha finito col perdere anche la più lieve sfumatura negativa. Al punto da venir rispolverato e messo a lucido in occasione solenni, come il compleanno di Hitler, per indicare le “fanatiche professioni di fede”. 

Sorte simile ha avuto Aufziehen (allestire, metter su). 
Prima del Terzo Reich, questo verbo significava, riferito all’uomo: 
far di lui una marionetta, prenderlo in giro. 
Oppure sempre in senso peggiorativo, veniva utilizzato, per esempio, da un critico teatrale quando scriveva che un autore aveva “messo su” “costruito” “confezionato” una certa scena solo con mestiere, ma senza poesia. 
Fino a quando nel 1933 Goebbels dichiarò che il partito nazionalsocialista aveva messo su [aufgesogen] una gigantesca organizzazione. 

Diverso, e opposto, è il caso di Intellekt (intelletto), 
che in precedenza carico di un valore semantico positivo, 
dopo l’avvento del nazionalsocialismo, 
ha finito con l’essere associato a una capacità critica e distruttiva .

C’è poi il caso di quelle parole la cui frequenza d’uso aumenta esponenzialmente, sulla base delle esigenze del partito che le “arruola” e le fa proprie. Tra queste:
  • Aktion (azione, operazione), 
  • Arbeit (lavoro), 
  • Blitz (lampo), 
  • Blut (sangue) 
  • Gesetz (legge, ma dopo uno slittamento semantico, destino), 
  • Schicksal (fato), 
  • Volk (popolo, ma con slittamento semantico, comunità fondata sulla razza), 
  • heroisch (eroico), 
  • Instinkt (l’istinto che guida l’uomo nordico), 
  • idealistich (nazista militante), 
  • Partei (partito). 

Così, di pari passo con l’estendersi delle organizzazioni naziste, delle grandiose manifestazioni, e del carattere storico che alle stesse veniva immancabilmente conferito, si moltiplica l’uso di: 
  • historisch (storico), 
  • Staatsakt (atto ufficiale, cerimonia), 
  • organisch (organico).

Frequentissimo ed esteso l’uso di eufemismi. 
Tutto ciò che è sgradevole è meglio non nominarlo. 
Va lasciato intendere con un termine più rassicurante. 
  • Oltre al tristemente celebre eufemismo “soluzione finale ”, 
  • ricordiamo “soccorso volontario” invece di “tassa obbligatoria”, 
  • “prelevare” (holen) invece di arrestare, 
  • morto per “insufficienza cardiaca ” invece di assassinato con il gas ad Auschwitz. 

Spesso l’eufemismo sconfinava con il falso vero e proprio. 
E’ accaduto quando, non si è voluto nominare la parola resa a proposito della battaglia di Stalingrado, e si è addirittura organizzata una cerimonia funebre per la sesta armata e per il feldmaresciallo Von Paulus che avrebbe combattuto “fino all’ultimo respiro”. 
Ma che, in realtà, si era arreso ai Russi ed era vivo e in buona salute, anche se in cattività .

Un fenomeno diffuso nella lingua del III Reich era quello della reificazione, cioè dell’uso soprattutto nei riguardi degli ebrei, degli oppositori politici e dei nemici in genere, di parole prese dal lessico degli animali o delle cose materiali. 
  • I prigionieri non erano persone ma “pezzi” (Stuck), 
  • un’uccisione di massa di ebrei o zingari era una disinfestazione, 
  • i partigiani non venivano uccisi, ma “liquidati” o “trucidati”.
  • Si parlava anche di Ausradierung (cancellazione) e ausrotten (sterminare), 
  • Vernichtung (annientamento). 
  • Gli ebrei uccisi, e accatastati in montagne di cadaveri, non erano “morti”, ma figure (figuren) o stracci (Schnattes). 
  • Nella categoria della reificazione possiamo far rientrare il termine Untermensch (sottouomo) per designare gli ebrei, evidente derivazione, per analogia, dall’Übermensch di Nietzsche, 

così come i termini per designare le professioni di medico e di avvocato esercitate dagli ebrei che erano declassate a Krankenbehandler (curatore di malati) e Rechtskonsulenten (consulente giuridico). 

Più in generale per designare gli ebrei erano state adottate una serie di termini che tendevano a negarne l’appartenenza alla specie umana. Ce n’era una gamma intera: 

  • da artfremd (estraneo alla specie), per chi aveva il 25 per cento di sangue non ariano, 
  • a Niederrassig (di razza inferiore). 
  • Le relazioni sessuali con persone di razza non ariana erano denominate Blutschande (incesto). 

In verità il processo di reificazione lessicale non investiva solo gli ebrei, ma anche i tedeschi “puri” con la forma della metafora tecnologica che li assimilava a delle macchine perfettamente funzionanti per il regime. 

Alcune metafore di questo genere erano presenti già nella Germania di Weimar, ma il loro uso, non ancora generalizzato, si limitava a verankern (ancorare) e ankurben (avviare, mettere in moto). 

Con il III Reich la loro applicazione agli uomini è esponenziale: 
  • eingestellt (orientare) 
  • gleichschalten (sincronizzare), 
  • Kraftröme (corrente di energia), 
  • überholen (revisionare). 
Insomma il perfetto tedesco doveva essere “ben orientato”, “guidato”, “sincronizzato” al resto della massa, rispetto agli obbiettivi fissati dal Reich, essere “carico di energia” e, se necessario “revisionato”. 

Non mancavano termini nuovi, derivati da eventi bellici, quali 
  • settembrizzare, 
  • liegizzare, 
  • coventrizzare, 
che prendevano spunto da date e luoghi di vittorie tedesche e di disfatte del nemico .

Tra i caratteri dominanti della LTI c’era la tendenza ai superlativi, agli eccessi, ai grandi numeri, all’enfasi, alla dismisura. 

Nel paragonarlo a Napoleone, che aveva combattuto in Russia con 25 gradi sotto zero, si diceva che Hitler “potrebbe farlo con 45 gradi, anzi con 52” . 

Per adornare le strade durante la visita di Stato di Mussolini 
c’erano voluti 40.000 metri di stoffa per le bandiere. 

Abbondavano gli aggettivi iperbolici come: 
eterno, storico, millenario, unico (einmalig, di una sola volta). 
“E’ la sostituzione della quantità alla qualità, 
un americanismo della peggiore specie”, 
annota Klemperer .

Rispetto all’aspetto diacronico della LTI, Klemperer s’interroga, 
ma non sa dare una risposta definitiva. 
Si limita ad osservare che, con il procedere degli eventi e con la crescente spietatezza, 
si abbandonano i termini ironici, come “ebreuccio”, tipici del primo nazismo e del Mein Kampf. 
Col tempo anche ai nazisti passa la voglia di ridere. 
“La risata cambia smorfia, diventa una maschera 
dietro al quale cercano invano di nascondersi un’angoscia mortale e infine la disperazione”.

Ma questa lingua dell’odio non ha intossicato solo i tedeschi. 
Anche le vittime designate ne sono state affette. 
E assimilando il linguaggio del vincitore, sono state doppiamente vittime.
E’ una constatazione amara, ma che non può essere taciuta.
Ed è forse proprio questo, uno dei peggiori crimini del nazismo.

3) La Lingua del Terzo Reich e la neolingua di Orwell
Non possono sfuggire ad un osservatore attento, le analogie, molte, e le differenze, poche, tra la LTI, così come esposta da Klemperer, e la Neolingua, descritta da Orwell in appendice al suo “1984” .

Una lettura parallela può essere utile al fine di comprendere meglio il tentativo di usare la lingua per annientare il pensiero. 

Delle due lingue, 

la prima, quella del III Reich, si è storicamente affermata ed imposta ed è stata la lingua d’uso in Germania dal 1933 al 1945.
La seconda, la neolingua, è solo un’invenzione letteraria. 

Ma non di pura fantasia si tratta. 
Orwell, da sempre attento ai fenomeni sociali ed umani, aveva, negli ultimi anni della sua vita, accentuato l’interesse per gli aspetti degenerativi delle dittature e il loro carattere invasivo e pervasivo per l’intera umanità. E andava descrivendo le possibili conseguenze, in forma di favola-incubo o di romanzo-utopia-in-negativo, ambientato in un futuro, 1984, che oggi è già passato.

Orwell scriveva nel 1948. 
Non è il caso, in questa sede, di verificare se, e in quale misura le sue previsioni si siano verificate. Limitiamoci a prendere in esame, in particolare, la Neolingua da lui descritta. 
In un paese immaginario di nome Oceania (un’Inghilterra trasfigurata), 
viene adottata come lingua ufficiale la Neolingua. 
La Neolingua dovrà obbedire alla necessità ideologiche del partito al potere (il Socing). 
Da notare che la lingua è imposta come lingua ufficiale, quando ancora “non c’era ancora nessuno che usasse la Neolingua come unico mezzo di comunicazione, sia a voce, sia per iscritto”. 
Il fine della Neolingua, non era solo quello di “fornire un mezzo per esprimere le concezione del mondo e per le abitudini mentali” del partito al potere (qui si rivela da subito la tradizionale concezione strumentale del linguaggio), ma soprattutto quello di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero (qui, invece, si rivela la consapevolezza che la lingua è matrice del pensiero). 

La neolingua avrebbe dovuto sostituire l’Archelingua (la lingua madre preesistente, quella comunemente parlata) nel giro di due generazioni. 

Il tempo sufficiente perché, da un lato l’Archelingua venisse definitivamente dimenticata, e nello stesso tempo la neolingua potesse essere impartita fin dalla nascita, e così diventare la madrelingua. 

A questo punto, si sottolineava, che un pensiero eretico (e cioè un pensiero in contrasto con i principi del Partito al potere) sarebbe stato letteralmente impensabile , dato che, si ribadiva, il pensiero dipende dalle parole con cui è suscettibile di essere espresso. 

Il lessico della neolingua era organizzato in modo che ad ogni significato dovesse corrispondere una e una sola un’espressione con quel significato esatto. 

Nello stesso tempo, ad altri significati non desiderati, non doveva corrispondere alcuna parola. 

Tutto ciò era ottenuto attraverso la soppressione di parole indesiderabili e l’eliminazione, in ogni singola parola dei significati eterodossi, vale a dire non conformi al pensiero unico del partito al potere. 

Per esempio, la parola libero, (proveniente dalla lingua precedente, l’Archelingua) esisteva ancora nella Neolingua, ma con un significato molto ristretto, dal momento che il concetto di libertà era stato abolito. Poteva essere usata solo in frasi come “Questo cane è libero da pulci”. 
Non poteva essere utilizzato nel senso di “intellettualmente o politicamente libero”, 
dal momento che la libertà politica e intellettuale non esisteva più, 
nemmeno come concetto, ed era quindi, di necessità, priva di una parola per esprimerla. 

Al di là della soppressione delle parole eretiche, il vocabolario era ridotto al minimo ed erano stati aboliti tutte i termini di cui si potesse fare a meno. Erano state abolite tutte le sfumature di significato e le ambiguità. Ogni parola doveva essere una specie di suono staccato, che esprimeva una sola idea chiaramente intesa. 

Sarebbe stato del tutto impossibile usare il Vocabolario per scopi letterari, 
ovvero per discussioni politiche o filosofiche. 

Il Vocabolario della neolingua era diviso in tre sezioni.
  • La prima conteneva le parole indispensabili per la vita quotidiana: mangiare, bere, lavorare, vestirsi, dormire etc
  • La seconda era costituita da parole che erano state create deliberatamente per scopi politici, vale a dire parole che avevano “non solo, in ogni caso, un significato politico, ma che erano, per l’appunto, intese a imporre un atteggiamento mentale, in una direzione desiderata” 
  • La terza sezione era costituita da parole tecniche o scientifiche.

La speciale funzione di talune parole della Neolingua non consisteva tanto nell’esprimere significati, quanto nel distruggerli. 

Queste parole, ognuna delle quali aveva avuto in passato tanti significati erano state sostituite da un unico termine con un unico significato. 

Innumerevoli altre parole, come onore, giustizia, morale, internazionalismo, democrazia, scienza e religione avevano semplicemente cessato del tutto di esistere. 

Il campo di concentramento s’indicava con l’eufemismo svagocampo. 
Il ministero dalle Guerra si chiamava ministero della Pace. 

Altre parole erano ambivalenti, nel senso che assumevano un significato, o il suo opposto nel caso che fossero riferite al partito o ai suoi nemici. 

I nomi di tutte le organizzazioni e le istituzioni doveva essere ridotto a una parola di poche sillabe, facilmente pronunciabile. E qui viene fatto l’esempio di una parola, Internazionale Comunista, che va abolita. Infatti può richiamare concetti quali un’universale fratellanza umana, bandiere rosse, barricate, Carlo Marx e la Comune di Parigi. 
La parola Comintern, invece, può restare nel vocabolario, perché suggerisce soltanto l’idea d’un’organizzazione ordinata e un ben definito corpo di dottrine. 

Bisognava abbreviare le parole tutte le volte che fosse possibile. 
Bisognava rendere il pensiero indipendente dalla parola, al punto che un membro del partito sarebbe stato capace di esprimere opinioni corrette in modo automatico. 
Giorno per giorno il vocabolario doveva ridursi. 
“Ogni riduzione rappresentava una conquista, 
perché più piccolo era il campo della scelta 
e più limitata era la tentazione di lasciar spaziare il proprio pensiero”. 

Lo scopo finale era quello di far articolare il pensiero dalla semplice laringe senza che si dovessero chiamare in causa i centri del cervello. Alla fine “molti delitti ed errori si sarebbero trovati oltre la possibilità d’essere commessi, solo per il fatto che non avevano un nome e quindi non erano concepibili”. 

La storia era stata già riscritta dal Partito al potere. 
Certo alcuni frammenti di letteratura potevano ancora rimanere. 
Ma, nel futuro, tali frammenti, anche se avessero avuto la possibilità di sopravvivere, sarebbero stati inintelligibili e intraducibili. Non si poteva, infatti, tradurre qualsiasi proposizione di Archelingua in una corrispondente di Neolingua, a meno che essa non si riferisse a un qualche procedimento tecnico .

Le somiglianze tra la lingua del Terzo Reich e la Neolingua sono notevoli. 
Le differenze riscontrabili sono, in gran parte dovute ai diversi contesti: 
la LTI, aveva a che fare con dei nemici, gli ebrei e gli oppositori politici, 
e dal 1940 in poi anche con un nemico militare, gli eserciti Alleati. 

La neo lingua, invece, doveva imporsi in un periodo di pace,

Anche le neolingua, come la LTI, è una lingua dal lessico povero, che tende a restringersi sempre più. Come la LTI fa un largo uso di eufemismi. Come nella LTI, alcune parole vengono abolite, perché se ne vuole abolire il concetto. Di altre,come nella LTI viene fortemente limitato il campo semantico. 

Come la LTI predilige le abbreviazioni e le sigle ecc ecc. 

Ma, al di là di ogni altra considerazione, la più forte somiglianza tra queste due lingue resta, in fondo quella più sostanziale, che da quest’esposizione parallela, appare evidente e che è in fondo l’elemento costituivo e il fine ultimo di entrambe: 
l’annientamento di ogni forma di pensiero e quindi dell’intera umanità.

http://francomariafontana.blogspot.it/2007/02/la-lingua-del-iii-reich.html

lunedì 17 ottobre 2016

Jean Amery, "Intellettuale ad Auschwitz". Con la prima percossa il detenuto si rende conto di essere abbandonato a se stesso: essa contiene quindi in nuce tutto ciò che accadrà in seguito. Dopo il primo colpo, la tortura e la morte in cella - eventi dei quali magari sapeva senza tuttavia che questo sapere possedesse vita autentica - sono presentite come possibilità reali, anzi come certezze. Sono autorizzati a darmi un pugno in faccia, avverte la vittima con confusa sorpresa, e con certezza altrettanto indistinta ne deduce: faranno di me ciò che vogliono. Fuori nessuno è informato e nessuno fa nulla per me. Chi volesse correre in mio soccorso, una moglie, una madre, un fratello o un amico, non potrebbe giungere sin qui.

Con la prima percossa il detenuto si rende conto di essere abbandonato a se stesso:                       essa contiene quindi in nuce tutto ciò che accadrà in seguito. 
Dopo il primo colpo, la tortura e la morte in cella - eventi dei quali magari sapeva senza tuttavia che questo sapere possedesse vita autentica - sono presentite come possibilità reali, anzi come certezze. Sono autorizzati a darmi un pugno in faccia, avverte la vittima con confusa sorpresa, e con certezza altrettanto indistinta ne deduce: faranno di me ciò che vogliono. Fuori nessuno è informato e nessuno fa nulla per me. Chi volesse correre in mio soccorso, una moglie, una madre, un fratello o un amico, non potrebbe giungere sin qui.
Jean Amery, "Intellettuale ad Auschwitz"

lunedì 10 novembre 2014

Come è stato possibile Hitler? Abbiamo l’impressione di conoscere tutto di Hitler. Si conosce soprattutto la sua carriera dopo il suo arrivo al potere nel 1933. Ma tutto ciò che lo precede, e che è pertanto fondamentale se si vuol comprendere la complessità del personaggio e rispondere alla domanda: Come è stato possibile Hitler? Per Hitler niente era predestinato per diventare un giorno il Führer, il dittatore della Germania. È nelle trincee della guerra del 1914-1918 che l’artista mancato e solitario scopre la sua missione: salvare la Germania. Ma per la maggioranza dei tedeschi, Hitler non è che una persona istruita e irrilevante. La grande svolta, è la crisi economica del 1929. Per paura del caos, i tedeschi votano in massicciamente per lui. La dittatura nazista estende la sua ombra spietata sul paese. Hitler sostiene di volere la pace, ma prepara la guerra.


Come è stato possibile Hitler?


Abbiamo l’impressione di conoscere tutto di Hitler. Si conosce soprattutto la sua carriera dopo il suo arrivo al potere nel 1933. Ma tutto ciò che lo precede, e che è pertanto fondamentale se si vuol comprendere la complessità del personaggio e rispondere alla domanda: Come è stato possibile Hitler?
Per Hitler niente era predestinato per diventare un giorno il Führer, il dittatore della Germania. È nelle trincee della guerra del 1914-1918 che l’artista mancato e solitario scopre la sua missione: salvare la Germania. Ma per la maggioranza dei tedeschi, Hitler non è che una persona istruita e irrilevante.
La grande svolta, è la crisi economica del 1929. Per paura del caos, i tedeschi votano in massicciamente per lui. La dittatura nazista estende la sua ombra spietata sul paese. Hitler sostiene di volere la pace, ma prepara la guerra.

Hitler: la minaccia
Nel 1924 Hitler scrisse nel suo libro Mein Kampf: «Uno stato che rifiuta la contaminazione delle razze, un giorno comanderà il mondo». E ancora: «La prima guerra mondiale è stato il momento più invidiabile e il più sublime della mia vita».
Caporale, è decorato della “croce di ferro” che sempre porterà. Diventato nazionalista, partecipa alla prima guerra mondiale. Nel novembre 1918, ferito, viene portato a Berlino. Quando si riprende, viene a conoscenza dell’abdicazione dell’imperatore Guglielmo II, della fine della monarchia, della creazione della repubblica e della firma dell’armistizio.
Una sua ossessione: «L’aquila tedesca è stata pugnalata dagli ebrei». Scrisse nel Mein Kampf: «Se all’inizio e nel corso della guerra, si fossero mandati in una sola volta 15.000 di questi ebrei corruttori del popolo sotto i gas asfissianti, il sacrificio di milioni di uomini non sarebbe stato inutile».
Già nel 1916, le gerarchie militari ultranazionaliste avevano ordinato un censimento dei militari ebrei sospettati di non essere dei patrioti. L’antisemitismo è già diffuso; gli ebrei, sia quelli poveri nei ghetti sia quelli borghesi “assimilati” sono i capri espiatori di tutte le crisi. In Russia all’inizio del XX secolo gli ebrei furono vittime di massacri, i progrom. Molti si erano rifugiati in Germania.
Una grande domanda: Hitler era anche lui un ebreo? Uno dei segreti meglio tenuti nascosti dal suo regime fu quello di non poter provare il contrario. Hitler non conobbe uno dei suoi nonni. Suo padre era figlio di padre ignoto. La nonna aveva sposato un mugnaio chiamato Johan Hitler che aveva riconosciuto il bambino e gli aveva dato il suo nome. Una legge nazista stabiliva che per avere «la protezione del sangue» (legge imposta a tutti i tedeschi) occorreva dimostrare che i quattro nonni non erano ebrei. Così Hitler non ha mai potuto dimostrare di non essere ebreo. 
Adolf Hitler nacque il 20 aprile 1889 in una famiglia cattolica, in quello che era l’impero d’Austria, a Branan sull’Inn, un piccolo paese al confine con l’impero tedesco. Suo padre, vedovo, si era sposato con una cugina molto più giovane di lui: un matrimonio tra consanguinei, Klara Hitler Alois Hitler.
A otto anni, scolaro modello, Hitler serve la messa in un monastero. Ammira il senso della missione dei monaci. All’ingresso del monastero, sul frontone, vi era una strana croce che prefigura la croce uncinata che diventerà il simbolo nazista. Hitler ricorderà questo simbolo del monastero come il segno della sua predestinazione.
Questa croce uncinata, in India, è un millenario simbolo benefico del movimento perpetuo dell’umanità, trasformato dai nazisti in simbolo del popolo ariano, mito della razza pura di biondi dagli occhi azzurri ai quali Hitler aggiungerà l’elmetto e la mistica di una razza superiore: «Noi siamo determinati a far crescere una nuova razza».
Suo padre voleva che diventasse un funzionario. Nel 1908, diciannovene, alla morte della madre, parte per Vienna: sogna di entrare all’Accademia di Belle Arti. Grazie ad una sua piccola eredità può condurre vita d’artista e di bohemien. Vienna era allora un centro culturale d’Europa. Hitler scopre questo mondo di aristocratici e di borghesi cui si contrappongono le bandiere rosse dei socialisti. Scopre le molteplici comunità che popolano la capitale dell’impero, tra cui anche quella degli ebrei. Egli più tardi dirà: «Quelli mi sembrarono l’incarnazione della profanazione razziale». Si presenta al concorso di Belle Arti, ma viene respinto. Segue un periodo difficile: vive in un pensionato di uomini, copiando e vendendo cartoline per i turisti. I soldi gli servono per andare a teatro e ascoltare Wagner che lo manda in uno stato di trance. Hitler sogna di diventare uno di quegli eroi della leggenda tedesca. Una delle sue opere preferite è Rienzi, in cui un giovane guerriero riceve la missione di salvare il suo popolo.
Hitler ha venticinque anni quando il 2 agosto 1914 c’è la mobilitazione e la dichiarazione di guerra.
prima-guerra-mondiale-trincea.jpg
Fugge dall’Austria per non fare il servizio militare e va in Germania, a Monaco, portato dall’ondata di follia nazionalista che trascina gli Europei.
Hitler è entusiasta della dichiarazione di guerra: ci sono delle immagini che lo ritraggono tra la folla; queste appariranno durante la campagna elettorale del 1932 e saranno diffuse più volte durante il nazismo, anche se gli avversari sosterranno che si tratti di un fotomontaggio.
Partecipa alla guerra. Dopo quattro anni torna a Monaco con il suo reggimento, in una Germania in piena rivoluzione. Hitler ha trent’anni. Inizia un periodo determinante per lui. Vuole rimanere nell’esercito che ormai garantisce l’ordine e la stabilità del nuovo regime del presidente socialista Friedrich Ebert. La giovane repubblica deve fronteggiare dei rivoluzionari marxisti, gli Spartachisti, che tentano di impadronirsi del potere, come i bolscevichi aveva fatto due anni prima.
L’esercito schiaccia la rivolta aiutato dai volontari nazionalisti, i Corpi franchi, vivaio del futuro partito nazista. Nell’esercito Hitler è zelante. Diventa un agente provocatore, informatore della polizia. Denuncia alcuni dei suoi camerati sospettati di essere dei rossi. Le sue convinzioni lo mettono in luce davanti a degli ufficiali che combattono le idee comuniste. Incaricano Hitler di una missione: rieducare politicamente i soldati e i prigionieri rimpatriati. I suoi superiori scrivono nel loro rapporto: «È un tribuno nato. Il suo fanatismo, il suo stile populista attirano l’attenzione e inducono a pensare come lui». Hitler disse: «Fu in quei momenti che capii che sapevo parlare». Apprenderà poi l’arte di mettersi in scena e di dominare il suo pubblico.
Nel 1919 denuncia l’onta del trattato di Versailles.
versailles-trattati-I-guerra-Mondiale.jpg
Versailles, 29 giugno 1919: dopo i negoziati, i vincitori, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti imposero alla Germania delle condizioni di pace molto dure, come se fosse la sola responsabile dell’immensa carneficina. Il trattato di Versailles, firmato il 28 giugno 1919, condannava la Germania al pagamento di enormi indennizzi e di riparazioni che andranno a pesare sulla sua economia e saranno le cause principali della contestazione tedesca. La Germania perde il 13% del suo territorio e 1/10 della sua popolazione. L’Alsazia e la Lorena ritornano alla Francia e tutta la riva sinistra del Reno è smilitarizzata. La cosa peggiore è la separazione della Prussia orientale dal resto del Paese, per ricreare la Polonia del XVIII secolo e consentirle l’accesso al mare. Questo corridoio di Danzica sarà la causa scatenante della II guerra mondiale.
I tedeschi si sentono umiliati. Sottomarini, corazzate e aerei sono distrutti. L’esercito tedesco è ridotto a 100.000 uomini. Hitler è smobilitato. Partecipa alle manifestazioni della DAP, il partito dei lavoratori tedeschi, a cui si era iscritto, dal 1919, per ordine l’esercito tedesco, come un infiltrato.  Diventa un agitatore politico a tempo pieno.
Mentre la Baviera è governata dall’estrema destra, il potere a Berlino è nelle mani del centro- sinistra e porta il nome di Repubblica di Weimar, dal nome della città dove è stata votata la nuova Costituzione.
Hitler, diventato bavarese, fustiga i criminali di novembre, cioè coloro che hanno firmato l’armistizio e l’onta del trattato di Versailles. Le sue idee sono condivise dall’esercito e dagli ex combattenti che si riuniscono nei grandi caffè di Monaco, dove Hitler fa il suo ingresso, il 13 agosto 1920, con una conferenza dal titolo: «Perché noi siamo antisemiti?». Hitler, al di là del suo odio viscerale per gli ebrei, comprende che l’antisemitismo è il mezzo migliore per attrarre i nazionalisti.
Nel luglio del 1921 diventa il capo del suo gruppo di nazionalisti, che gli procurano un’auto, segno della sua importanza. Allora cambia il nome del partito: associa i due termini nazionale e socialismo per incrementare le adesioni e per dimostrare il suo anticapitalismo. Il DAP diventa il NSDAP, il partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, che sarà abbreviato in “nazi”. In un locale di un caffè di Monaco, disegna il simbolo del partito. Scriverà nel Mein Kampf: «Dopo innumerevoli tentativi, scelsi una bandiera rossa per dimostrare la dimensione sociale del nostro movimento, con un cerchio bianco per simbolizzare il nazionalismo e la croce uncinata simbolo dell’ariano, eterno antisemita». Per proteggere le sue riunioni crea le SA, le Sezioni d’assalto, una piccola milizia a cui procura delle divise come quelle degli ex doganieri austroungarici.
Il suo radicalismo fa aumentare di dieci volte in un anno i suoi membri: da 2.000 a 20.000, grazie al sostegno di un gruppo razzista, la società di Thulé, dal nome di un leggendario regno nordico. I suoi membri finanziano un giornale con fondi di dubbia origine. “L’osservatore razziale”, è questo il nome del giornale, diventa l’organo del partito nazista; il suo direttore è Alfred Rosemberg, membro della società di Thulé, che si proclama il teorico dell’antisemitismo. Confuso e sovente delirante sarà uno dei grandi ispiratori della Shoah. Un altro ex membro della società di Thulé, allora studente, è Rudolph Hesse che diventerà segretario di Hitler e uno dei più servili e fanatici complici. A questi si unirà un eroe della Grande Guerra, Hermann Goering, uno dei più celebri piloti di aerei tedeschi. Diventerà il numero due del regime e uno degli istigatori dei campi di concentramento. 
L’11 gennaio 1923, per il rifiuto a pagare i danni di guerra imposti dal trattato di Versailles, i tedeschi assistono, come ipnotizzati, all’entrata sul loro territorio di soldati francesi e belgi che occupano la Ruhr, regione mineraria e siderurgica. Francesi e belgi esigono di essere pagati direttamente con il carbone. Il governo di Berlino ordina una resistenza passiva, uno sciopero dei ferrovieri e minatori, che i francesi intendono rimpiazzare. Non c’è più carbone per i tedeschi e la situazione diventa particolarmente tesa.
Il 10 marzo 1923, un ufficiale francese, il tenente Colpin, viene assassinato. La sua salma attraversa la città e gli ufficiali francesi schiaffeggiano i tedeschi che non si tolgono il cappello. Questo episodio e quello dei quindici operai della Krupp, uccisi dai francesi il 31 marzo, saranno utilizzati dalla propaganda nazista, come l’esecuzione di un sabotatore, diventato un martire per il giornale nazista. Soldati di origine africana dell’esercito francese sono implicati in stupri: Hitler farà sterilizzare i meticci nati da queste unioni poi si vendicherà crudelmente nel 1940.
Hitler denuncia la debolezza dello Stato che consente ai francesi di trattare la Germania come una colonia. I tedeschi patiscono il freddo e la fame: tentano di rubare del carbone ai francesi. La Repubblica di Weimar è costretta a importare del carbone e a pagare i suoi scioperanti. La banca centrale deve stampare banconote a getto continuo. Il marco si deprezza in modo esagerato. In questa situazione di inflazione e di disoccupazione, l’estrema destra bavarese si mobilita, con alla sua testa il generale Lundendorff. Grazie a questo generale Hitler è riuscito a riunire tutti gli ex combattenti e vuol tentare un colpo di Stato, un putsch. Marciare su Monaco, poi su Berlino. Hitler disse: «Le nostre genti sono sottomesse a tali pressioni economiche che, se non agiamo, passeranno con i comunisti». I nazisti si procurarono delle armi grazie alla complicità dei militari, ma l’esercito e la polizia rimasero fedeli al governo.
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 9 novembre 1923. A Monaco, per Hitler tutto è perso. Ma Lundendorff ha la stravagante illusione di riuscire a trascinare la popolazione: fa, perciò, avanzare le sue truppe verso gli sbarramenti della polizia. I due campi si fronteggiano con Hitler al centro con il suo impermeabile bianco: un fotomontaggio nazista destinato a costruire la leggenda del coraggio di Hitler. In realtà si proteggeva dietro la sua guardia del corpo che rimase ucciso da un colpo di fucile, perché la polizia sparò, ponendo fine al putsch. Dieci anni dopo, quando Hitler si sarà impadronito del potere, istituirà, ogni 9 novembre, una cerimonia funebre alla memoria dei quattordici militanti nazisti uccisi durante il putsch. I loro nomi sono scanditi e i giovani gridano: «Presente». Hitler ha fatto costruire a Monaco un mausoleo dove i tedeschi hanno l’obbligo di sfilare salutando con il braccio teso coloro che vengono definiti da Hitler «i martiri di novembre». Continuando l’esaltazione del mito del putsch, Hitler inventerà un’altra grande cerimonia nazista, la bandiera di sangue. Ogni anno al congresso di Norimberga, mette in contatto, con delle mimiche feroci, le reliquie sacre, la bandiera del putsch macchiata di sangue, con gli stendardi delle nuove unità del partito come per consacrarle. Queste celebrazioni, quasi mistiche, fanno parte della scienza nazista della menzogna. In realtà Hitler aveva preparato male il suo putsch. Si era rivelato impulsivo e ne aveva ignorato le conseguenze. Queste scenografie nascondono un fiasco che metterà fine all’avventura nazista: il putsch è fallito, Hitler arrestato e il partito nazionalsocialista messo fuori legge.
Un grande scrittore austriaco, Stefan Zweig, scrisse: «Così, nell’anno 1923, sparirono le croci uncinate, le truppe d’assalto e il nome di Hitler ritornò nell’oblio».
Tre mesi dopo l’arresto di Hitler, a Monaco si apre il processo sul putsch.
2 febbraio 1924: Hitler è accusato di alto tradimento e della morte di quattro poliziotti. È passibile della pena di morte. Lundendorff, che non è stato nemmeno incarcerato, arriva al processo su un’auto di lusso con i suoi avvocati. È subito rimesso in libertà per rispetto al suo «glorioso passato» e perché gode di appoggi influenti. Sarà assolto.
Hitler, che voleva suicidarsi, comprende che il tribunale non gli è ostile; ritrova i suoi talenti di oratore e si lancia in invettive contro il governo e contro gli ebrei. Questo processo diventa una tribuna insperata, davanti a dei giudici sempre più compiacenti e ad un pubblico sempre più numeroso. Il verdetto è logicamente meno pesante di quello che Hitler avrebbe potuto temere. È condannato a cinque anni di prigione e incarcerato in una cella relativamente confortevole, che dà sulla campagna. Le condizioni di detenzione sono simili a quelle di un hotel perché può ricevere in qualsiasi momento dei simpatizzanti nazisti.
hitler-prigione.jpgHitler può ricevere tutti i giornali che desidera e inizia persino la lettura di opere di Marx. Rudolf Hesse, condannato a quindici mesi per la sua partecipazione putsch, occupa la cella vicina.
Il ritorno di Hitler diventa una necessità per i partiti di destra. Dei complici, all’esterno, intraprendono una procedura per la liberazione anticipata. Hitler sa che uscirà presto e sente la necessità di manifestare la sua visione del mondo e i suoi principi politici. Detta il suo libro a Rudolf Hesse, che lo batte su una macchina per scrivere di un banchiere e su della carta di Winifred Wagner, la nuora del compositore adulato da Hitler, che è razzista come Wagner e ammira il suo grande amico Adolf. Il testo del libro, raffazzonato, è riscritto da alcuni giornalisti nazisti; Hitler lo vuole intitolare «quattro anni e mezzo di lotta contro la menzogna, la stupidità e la vigliaccheria». Questo titolo, troppo lungo, viene cambiato in Mein Kampf, La mia battaglia. Il libro, che i nazisti vogliono considerare come la nuova Bibbia, conferma la concezione del mondo di Hitler. Nel libro, scritto come le sacre scritture e rilegato come i grandi manoscritti del medioevo, Hitler delira sulla lotta della razza superiore, quella dell’ariano biondo germanico, sulla conquista dello spazio vitale, sullo sradicamento del comunismo o sull’annientamento della Francia, per non parlare degli ebrei, che per Hitler non appartengono alla specie umana. Molti sono coloro che giudicano il libro demenziale, ma, all’epoca, sarebbe stato opportuno leggerlo e prenderlo seriamente perché è all’origine di 50 milioni di morti.
Hitler esce da prigione il 20 dicembre 1924, liberato per buona condotta. Immagina di essere l’erede dei grandi fondatori della Germania come Bismarck. Disse: «Il mio soggiorno in prigione mi ha dato una fiducia, una convinzione e un ottimismo che niente poteva più distruggere.
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Il Mein Kampf è un fiasco. Venderà solamente ventimila copie del primo volume.
Hitler passa molto tempo in un villaggio della Baviera, dove affitta un piccolo chalet, a Berchtesgarden. Conosce una giovane e bella serva, Maria Reiter, di sedici anni, con la quale ha una relazione. Lei si vuole sposare ma lui rifiuta. Le propone di essere un’amante segreta, come ad altre donne, per non ostacolare la sua missione. Lei lo lascia. Scrive il secondo volume delMein Kampf, dedicato al suo progetto di espansione dello spazio vitale verso la Russia. Il libro conoscerà una media diffusione fino alla presa del potere nel 1933. Dopo, il Mein Kampf sarà quasi obbligatorio. Lo Stato lo offrirà ai giovani che si sposano. Non averlo nella biblioteca di casa può essere motivo di denuncia da parte di una collaboratrice familiare; Sarà distribuito dalle acciaierie Krupp agli operai più meritevoli. Il Mein Kampf si venderà in un modo o nell’altro in più di 80 milioni do copie e sarà tradotto in tutte le lingue. I diritti d’autore raggiungeranno cifre astronomiche e renderanno Hitler molto ricco.
Il 27 febbraio 1925, Hitler ritorna alla politica nella sala del caffè dove aveva lanciato il putsch, riaffermando di essere il capo dei nazisti. È allora che si verificherà un avvenimento che gli potrà essere utile. L’incarnazione della nuova democrazia tedesca, il primo presidente della repubblica di Weimar, il socialista Ebert muore, all’età di 57 anni, di un’appendicite malcurata. È un dolore sentito dai tedeschi perché il suo governo era riuscito a controllare l’inflazione e il paese si stava riprendendo. I tedeschi devono eleggere un nuovo presidente e vedono il ritorno delle croci uncinate per la campagna elettorale. L’interdizione del partito è stata tolta perché giudicato non più dannoso. Il candidato dell’estrema destra unita, che è ancora Ludendorff, ottiene appena l’1% dei voti. La sconfitta di Ludendorff, auspicata da Hitler per sbarazzarsi del suo rivale per il quale finge di battersi, rivela il suo fiuto politico. Hitler dice: «Gli abbiamo dato il colpo di grazia».
È l’altro grande capo del 1914-18, il maresciallo Von Hindenburg che viene eletto. Giovane ufficiale nel 1870, ha assistito alla proclamazione dell’impero tedesco a Versailles. Rassicura l’esercito, unisce i conservatori preoccupando la sinistra e l’Europa. Hitler rimane in secondo piano.
Il partito nazista si estende in tutto il paese, fino a contare circa 170.000 aderenti. Hitler ha fatto delle SA un vero esercito privato. Sono molto giovani, ma questi paramilitari sono dei bruti, dei fanatici, degli assassini. La loro nuova uniforme di color marrone li fa soprannominare le “camicie brune”, imitazione delle camicie nere della “marcia su Roma”, qualche anno prima. Un altro segno copiato da Mussolini è il saluto romano, il braccio teso accompagnato da un grido che per Hitler sarà: “Heil Hitler”, “Salute a Hitler”.
L’uniforme delle SA è stata disegnata e fabbricata da un’equipe di stilisti tedeschi, che disegneranno anche quelle nere delle SS e della gioventù hitleriana. I fondi sono frutto della generosità degli aderenti e dei simpatizzanti del fascismo, come il magnate della siderurgia Fritz Thyssen, le cui acciaierie sono pronte a forgiare nuovi cannoni, e uno dei più grandi costruttori di automobili, Henry Ford. L’antisemita Henry Ford, aiuta generosamente il partito nazista, donandogli tutti i guadagni delle vendite in Germania. In più Ford, a ogni compleanno di Hitler, gli fa un dono personale di 50.000 dollari, una bella somma per quell’epoca. Ford sarà il primo straniero decorato dai nazisti dell’Ordine della Grande Aquila tedesca.
1927: una grande riunione del partito per lanciare grandi operazioni di propaganda per galvanizzare l’esercito. Lo stendardo nazista proclama «Germania svegliati».
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Dal 1927 Hitler sceglie Norimberga quale bastione nazista e centro storico medievale, scenografia storica wagneriana che esalta i legami con i guerrieri germanici del medioevo. Hitler la definisce la sua capitale ideologica. Hitler vuole dimostrare la sottomissione del partito al Führer, al capo. Questo culto della personalità sarà ben curato dal fotografo ufficiale di Hitler, Heinrich Hoffman, che realizzerà una serie di foto per mostrare il lato umano del grande uomo e sedurre l’elettorale femminile, tale e quale se lo immaginano i nazisti. Nello studio del fotografo a Monaco, Hitler studia tutti i movimenti degli attori delle opere wagneriane per poi utilizzarle nei raduni nazisti. Hitler disse: «La massa delle donne è stupida. Ciò che la rende stabile è l’emozione e l’odio». L’odio è quello che seminano in tutta la Germania le SA, a cominciare nei quartieri ebrei delle grandi città. In questa società ancora pacifica, Stefan Zweig vede nascere la violenza. Egli scrisse: «Era il metodo fascista ma alla tedesca, esercitato con una precisione militare». Al suono di fischietto, le SA saltavano dai camion con la rapidità di un fulmine, colpivano con i manganelli e al suo di un altro fischietto balzavano sui camion e ripartivano com’erano venuti». Ma l’intimidazione e il terrore danno magri risultati.
Alle elezioni legislative del 1928 i nazisti non ottengono che il 2,6% dei voti, meno di un milione di voti; i comunisti tre volte di più; i centristi 4 milioni e i socialisti 10 milioni di voti.
Al Reichstag, la Camera dei deputati di Berlino, questi 2,6% di elettori tedeschi, soprattutto delle campagne, hanno consentito l’entrata di 12 deputati nazisti. Ciò fa impressione perché sono quasi tutti in uniforme delle SA. Tra loro, Herman Goering. Ferito al basso ventre durante il putsch, è ingrassato parecchio e ha una dipendenza alla morfina. Un’altra grande entrata: Joseph Goebbels, che corrisponde alla definizione di Nietzsche del secolo precedente: «Il fanatismo è la sola forma di volontà che può essere instillata ai deboli e ai timidi». Goebbels è lontano dall’essere un grande biondo ariano. È piccolo, zoppica e il suo piede lo fa soffrire dall’infanzia di un complesso d’inferiorità. Ma la sua intelligenza compensa questo handicap. È un rivoltoso contro la società, tentato dal marxismo prima del grande incontro della sua vita con Adolf Hitler. Tutto diventa luminoso per lui. Gli editori ebrei gli hanno impedito di diventare scrittore rifiutando i suoi manoscritti e questi sono i comunisti che seminano il caos. Egli dice: «Noi entriamo nel Reichstag come il lupo entra nell’ovile». Nessuno degli altri deputati, né il pubblico se ne rendono conto. Ciò che pensano, il giornale Frankfurter Zeitung lo scrisse allora: «Hitler non ha né pensiero né riflessione. È un folle pericoloso, ma se è arrivato là è perché ha avuto l’ideologia della guerra e l’ha interpretata in modo primitivo come se si fosse all’epoca delle invasioni barbariche, alla caduta dell’impero romano». La Germania non si preoccupa. Ci vorrà una grande catastrofe perché Hitler avesse un minimo avvenire. Lo storico Ian Kershaw scrisse: «Senza la Grande Depressione, senza la crisi del 1929, senza la disintegrazione dei partiti liberali e conservatori, Hitler sarebbe rimasto un visionario ai margini della vita politica». Ma Hitler non abbandonerà niente. «Noi continueremo la nostra battaglia».

Il Führer
 Quando Hitler sarà il dittatore della Germania, applicherà quello che ha scritto nel Mein Kampf: «Una razza più forte spazzerà via le razze deboli perché la corsa finale verso la vita li annienterà per lasciare il posto ai forti».
Come ha fatto Hitler a impadronirsi del potere e a diventare Führer? 
Norimberga 1929
Al congresso del partito nazista comincia quello che il drammaturgo Bertold Brecht chiama “la resistibile ascesa” di Adolf Hitler.
Una nuova crisi economica partita dagli Stati Uniti d’America devasta il mondo e soprattutto la Germania.
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Ottobre 1929.
Le fabbriche chiudono una dietro l’altra e il numero dei disoccupati raggiunge i sei milioni. Disperati, molti si volgono ai nazisti e verso i comunisti, che anche loro hanno le proprie truppe paramilitari in divisa.
Comunisti e nazisti si scontreranno in tutte le elezioni che seguono. Hitler provoca i disordini e pretende di essere il solo a poterlo fermare. Questo vero ricatto si rivela efficace.
Hitler riunisce i commercianti e i piccoli proprietari denunciando “la peste rossa”, i marxisti egalitari che spaventano i contadini. Il risultato è incredibile.
Settembre 1930: cento deputati nazisti sono eletti al Parlamento, il Reichstag.
Hitler è a capo della seconda formazione politica del paese, dopo i socialisti. Ciò non preoccupa i dirigenti che disprezzano Hitler. Stefan Zweig: «Per loro il potere è sempre stato riservato ai baroni, ai principi e a chi ha una cultura universitaria. Niente ha tanto accecato gli intellettuali tedeschi che l’orgoglio della cultura». Hitler invece continua la sua ascesa.
Ottobre 1931. In un anno Hitler s’impone alla estrema destra tedesca. Le federazioni degli ex combattenti, che hanno 500.000 aderenti, si dovranno sottomettere. 
Dietro questa postura dominatrice, Hitler nasconde un terribile segreto. Uno scandalo da cui non è riuscito a rimettersi. Delle voci circolano. Vive un dramma personale. Una passione per la sua nipote, Geli Ranbal, di ventitré anni. Egli l’ha amata in un modo irrazionale, possessivo. Lei si toglie la vita. Viveva con lui nel suo appartamento di Monaco. Aveva confidato a un amico: «Mio zio è un mostro. Nessuno immagina quello che esige da me». Aveva voluto lasciarlo. È morta.
Una campagna di stampa si scatena contro di lui, accusandolo di deviazioni sessuali e di aver fatto uccider Gali. Hitler, molto depresso, minaccia a sua volta di suicidarsi. Il suo entourage si preoccupa e decide di reagire. Il suo fotografo, Heinrich Hoffman, gli aveva presentato una segretaria. Rassomiglia a Geli. Si chiama Eva Braun. Ha diciannove anni. È già disinvolta. Farà l’affare. È sedotta dalla popolarità del capo del partito nazista. Hitler la fa diventare la sua amante segreta. Si proclama celibe, sposato alla Germania, per sedurre l’elettorato femminile.
Le donne in Germania hanno già il diritto di voto grazie al movimento femminista.
Eva Braun è una sportiva, sogna di diventare attrice a Hollywood. Dopo il suo incontro, Hitler ritrova il suo fiuto di animale politico. Nel 1932, quando si annuncia la fine del mandato del presidente della repubblica Hindenburg, Hitler si candida alla sua successione. Dieci anni dopo il suo tentativo di putsch e la prigione, Hitler potrebbe diventare presidente della Germania. I tedeschi scoprono dei manifesti impressionanti. Il capo della propaganda nazista, Goebbels, inventa una campagna elettorale ultramoderna con un aereo: la prima in Europa. Il più grande aereo commerciale è messo a disposizione dal direttore della compagnia aerea Lufthansa che non rifiuta questa possibilità di farsi pubblicità. Hitler con un casco di cuoio fa un giro di cento città della Germania dove può misurare la sua popolarità. Il suo pilota, Hans Baur, testimonia: «Abbiamo volato con tutte le condizioni di tempo; nessuna riunione è stata annullata. Le persone hanno incominciato a perdere la loro paura per l’aereo». E termina: «Hitler ha contribuito allo sviluppo del traffico aereo». Goebbels inventa lo slogan: «Il Führer sopra la Germania».
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Crea il mito di Hitler, salvatore supremo, con il suo sorvolare accuratamente filmato e proiettato in tutto il paese. Ma Goebbels non è così tranquillo. La campagna elettorale costa caro e gli industriali non si fidano ancora delle violenze di Hitler. I nazisti devono far pagare l’equivalente di un euro a chi vuole vedere Hitler. Questi non rifiutano. Al contrario. Uno spettatore, Von Spaum, racconta questa esperienza: «Improvvisamente ho sentito gli occhi di Hitler su di me e ne sono rimasto colpito per tutta la vita».
4 aprile 1932
Una settimana prima delle elezioni presidenziali Hitler raduna centomila berlinesi, stanchi dei partiti tradizionali che si dimostrano incapaci di far fronte alla crisi. Tra la folla Jutta Rüdiger, vent’anni: «La disoccupazione ci aveva fatto sprofondare in uno stato terribile. Si pensava che solamente Hitler ci avrebbe fatto uscire da questa miseria. Nessuno parla delle decine di migliaia di persone che ogni anno si tolgono la vita con il gas perché stanno male».
Grazie al suo discorso pseudo sociale, Hitler è un serio candidato alla presidenza. Allora la stampa si scatena. A destra, Hitler è presentato come il prototipo dell’avventuriero politico. A sinistra gli insulti sono più personali. Hitler viene definito effeminato, truffatore semi pazzo, ciarlatano vanitoso, falso duro dal frustino di pelle di rinoceronte.
Il presidente uscente, il maresciallo Hindenburg, reazionario e monarchico, ha tuttavia il sostegno della sinistra.
Il 10 aprile 1932, il verdetto: Hitler non sarà presidente. Tredici milioni di tedeschi hanno votato per lui, un terzo dell’elettorato. È una cifra enorme ma non è sufficiente. Hindenburg, rieletto grazie ai voti dei socialisti, tuttavia non vuole più dipendere da loro. Ciò causa nuove elezioni.
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E Hitler continua la sua “resistibile ascesa”. Riparte la campagna elettorale. Pronuncia cinque discorsi al giorno. Il suo entourage è sbalordito. È drogato dalla tribuna e dalla violenza. «I nostri avversari dicono che noi siamo, ed io in particolare, intolleranti e odiosi. E ci rimproverano di rifiutare la cooperazione con altri partiti. E bene, questi signori hanno ragione, noi siamo intolleranti. Il mi sono prefissato un obiettivo: sopprimere tutti i partiti».
Per Hitler il primo partito da sconfiggere è quello comunista. Le SA sono incaricate di questo compito. Sono quattrocentomila che si autofinanziano pagando le loro uniformi e il loro equipaggiamento. Uno di loro, Wolf Teubert, lavora in una pasticceria di Amburgo. Può velocemente raggiungere la sua coorte motorizzata. Dice: «Io non penso che a rischiare la mia vita per la Germania. L’umiliazione di Versailles ha fatto di me un appassionato difensore di Hitler». Egli ha la solidarietà, il cameratismo e la fierezza di avere un’uniforme. «Noi che eravamo troppo giovani per combattere nella Grande Guerra, noi approfittiamo dell’esperienza degli anziani». Goebbels ha fatto di loro un idolo. Un piccolo mascalzone berlinese, Horst Wessel, era stato promosso capo della Squadre d’Assalto: ucciso dai comunisti un anno prima, è diventato il martire del nazismo. Ai suoi funerali grandiosi, il capo della propaganda Goebbels, ha paragonato il suo sacrificio a quello di Cristo. Ha fatto filmare il suo funerale per mostrare che il nazismo è una devozione come il cristianesimo. Poi ha fatto diffondere una musica, ispirata come a un poema delle SA, per farla diventare l’inno del partito, il “Horst Wessel Lied”. Il canto “Horst Wessel” è il credo della violenza. «Presto la bandiera di Hitler sventolerà in tutte le strade; Presto la schiavitù non ci sarà più. I nostri camerati uccisi dal Fronte Rosso marciano ancora con noi».
Il Fronte Rosso erano le milizie comuniste, che si distinguevano perché indossavano un berretto da operaio e la casacca alla russa. Anche i loro militanti avevano un canto di battaglia: «Sinistra, sinistra, sinistra, suoniamo i tamburi, diamo un colpo potente al nemico, mettiamo la dinamite sotto il sedere della borghesia, minacciamo i fascisti che avanzano all’orizzonte. Proletari armatevi. Fronte Rosso, Fronte Rosso».
Luglio 1932: l’estate di sangue della campagna elettorale.
Le SA con la complicità della polizia affrontano i comunisti in veri combattimenti per le strade. I comunisti hanno 100 morti e 1000 feriti. Molti tedeschi, sfiniti per l’impotenza dello Stato, approvano le violenze naziste. In base ai risultati delle elezioni, 230 sono i deputati nazisti. Hitler è ormai il capo del primo partito politico del paese. Per la prima volta il potere è alla sua portata. Rapidamente, però l’euforia lascia il posto alla delusione: il presidente Hindenburg rifiuta di nominarlo cancelliere, capo del governo. Hindenburg dice a Hitler: «Davanti a Dio, alla mia coscienza e alla patria non posso dare il potere a un partito così intollerante come il vostro». Hindenburg gli propone di entrare in un governo ma Hitler, che non si considera come un politico ordinario alla ricerca di un posto ministeriale, vuole tutto il potere per fondare uno Stato totalitario.
In qualche settimana, Goebbels, a capo dell’enorme numero di parlamentari nazisti, riuscì a paralizzare il gioco democratico: nessuna maggioranza si poté formare. Goebbels annuncia: «Occorre sciogliere quest’assemblea che non rispecchia più la volontà del nostro popolo».
Si tengono nuove elezioni: le terze in un anno. Avranno luogo nel mese di novembre. Hitler pensa di approfittarne ancora: «Ho avuto la forza e la tenacia di trasformare le migliaia di aderenti degli inizi in quattordici milioni di elettori, ora ne otterrò venti milioni e poi trenta».
Novembre 1932: i risultati sono molto deludenti. Circondato dalla sua guardia personale, Hitler rimugina sulla sua sconfitta: ha perso due milioni di elettori e quaranta deputati.
Goebbels legge con amarezza la stampa mondiale. Il Daily Herald di Londra scrive: «L’hitlerismo, come forza politica, è morto». Il quotidiano francese Le Populaire, diretto da un grande nome del socialismo, Léon Blum, titola «La fine di Hitler». No, tre mesi dopo, Hindenburg, nell’impossibilità di formare una maggioranza, finisce per designare Hitler cancelliere.
Uno studente berlinese Sebastian Haffner scrive: «Apprendo la notizia, sono agghiacciato dal terrore. Sento l’odore del sangue e del fango. Percepisco un pericolo, come una grossa zampa sporca di un predatore che mette i suoi artigli sul mio volto».
Per arrivare là, il lupo diventa un agnello. Hitler ha rassicurato Hindenburg domandando solo due ministeri per i nazisti: gli Interni per un poliziotto di Monaco, Wilhelm Ftick, e Hermann Goering per controllare la polizia, due posti chiave.
30 gennaio 1933. Nomina, ai posti più importanti, un conservatore, Franz Von Papen, che è già stato cancelliere e l’uomo forte della estrema destra, Alfred Hugenberg, ministro dell’economia e dell’agricoltura, un temperamento autoritario e aggressivo. Hitler chiama il suo gabinetto “Governo di unione nazionale” perché non abbia l’aria di un governo nazista, ma di una coalizione nazionalista. Von Papen si sbaglia dicendo a Hugenberg: «Hitler è un nostro uomo». L’altro risponde: «Noi lo inquadreremo».
La sera stessa del 30 gennaio 1933, Goebbels organizza a Berlino, come in tutte le grandi città, una fiaccolata che vuole grandiosa, con i caschi d’acciaio, le SS, e soprattutto le SA. Goebbels dichiara che sono un milione a sfilare. Ma l’addetto militare inglese li stima in meno di 15.000 che Goebbels fa girare intorno per quattro ore. Passano sotto le finestre di Hindenburg, 85 anni, che crede di ritornare ai tempi di Verdun nel 1916 e dice al suo aiutante di campo: «I nostri uomini sfilano bene. Hanno fatto molti prigionieri». Hitler, alla Cancelleria, riceve degli omaggi deliranti. Un insegnante di Berlino, Luise Solmiz, dice: «Era un’ubriacatura senza vino – e aggiunge – ho sentito delle grida “Morte agli ebrei” e “Il sangue degli ebrei sgorgherà sotto i coltelli”».
Il 10 febbraio 1933 al Palazzo dello Sport di Berlino, Hitler pronuncia il suo primo discorso da Cancelliere. Qual è il piano di Hitler: il potere assoluto, ma a tappe. Al Parlamento siedono ancora 200 deputati socialisti e comunisti. La prima decisione di Hitler è di sciogliere l’assemblea e indire nuove elezioni. Nel suo discorso radiodiffuso chiama tutti gli elettori a votare per lui, anche quelli di sinistra: «Sono convinto che verrà l’ora per quei milioni di persone che ci maledicono, di entrare nei nostri ranghi e di salvare quello che noi abbiamo ottenuto con tanta fatica, questo nuovo Reich tedesco, quello della grandezza, dell’onore e della forza». Tuttavia, anche con questo discorso conciliante, Hitler continua ad agire di nascosto. Ma Goebbels precisa, tornando ai fondamentali per l’elettorato nazista di base: l’antisemitismo e la violenza: «Se i giornali ebrei credono di poterci spaventare con delle minacce larvate, attenzione a loro. La nostra pazienza ha dei limiti; un giorno si chiuderà il becco a questi sporchi mentitori ebrei. I membri del partito e delle SA possono stare tranquilli. La fine del terrore rosso è più vicino di quanto immaginate».
Due settimane dopo, a Berlino, durante la notte il grande edificio del Reichstag, il Parlamento tedesco, brucia. Di questo simbolo della democrazia tedesca non resta più niente.
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10 febbraio 1933: l’inchiesta condotta dalla polizia agli ordini di Goering, incrimina un comunista olandese Marinus Van der Lubbe, 24 anni, sospettato per un passato da piromane. Rapidamente dichiarato colpevole, sarà decapitato. A chi porta profitto il crimine? Ai nazisti. Hitler e Goering agitano lo spettro del complotto dei Rossi; Goering fa arrestare 4000 comunisti e i loro capi. Ma il partito comunista non è ancora messo fuori legge. Hitler vuol dare un’apparenza di legalità per le elezioni legislative che devono dar fiducia al suo potere. I tedeschi, benché stanchi delle campagne elettorali e dei disordini, vanno a votare in tutto il paese. Le SA si impegnano, come dicono i nazisti, a prevenire tutti gli attentati dei comunisti e a proteggere la popolazione. Le SA sono più di un milione, armati; per il loro statuto, sono come degli ausiliari della polizia. In tutta la Germania, si posizionano davanti alle sedi dei partiti di sinistra e dei sindacati. Vogliono ancora seminare la violenza mente Hitler mostra di gestire responsabilmente il voto elettorale, per continuare ad assicurare un Hindenburg affaticato. Goering, con fare minaccioso, seduto sulla sua poltrona gotica e impugnando il suo pugnale, dà la sua versione menzoniera dei risultati elettorali: «Il 5 marzo 1933 significa un’immensa vittoria per un uomo e per un movimento. Il vincitore è Adolf Hitler e il movimento è il nazionalsocialismo. E i due non sono che un tutt’uno con il popolo e il Reich!».
Hitler e la sua coalizione, in realtà, raggiungono appena la maggioranza. Nonostante la sua propaganda e le intimidazioni della SA, Hitler non è riuscito a impedire ai comunisti di ottenere il 12% dei voti. Allora Hitler getta la maschera ed entra nell’illegalità con la complicità del suo governo. Fa arrestare i deputati comunisti e li manda nei campi di concentramento di Oranienburg, vicino a Berlino, e di Dachau, che sono allestiti dai nazisti. Sono i primi dei sedici campi aperti nel solo anno 1933. Il numero dei detenuti politici passa a 100.000 nel primo mese del regime. Lo studente comunista Klaus Bastian racconta: «Le guardie li frustano, li immergono nell’acqua gelida, li minacciano di morte, di giorno e di notte». I nazisti sostengono, al contrario, che questi parlamentari, questi funzionari e questi sindacalisti vengono rieducati. L’ombra malefica della dittatura si estende su tutta la Germania. Essendo stato bruciato il Reichstag, Hitler riunisce il Parlamento all’Opéra Royal, circondato dalle SA, per chiedere i pieni poteri.
20 marzo 1933. Nel Parlamento non ci sono più deputati comunisti; i 94 socialisti ancora presenti avranno il coraggio di votare contro Hitler. Saranno anche loro arrestati, imprigionati o costretti all’esilio. 441 deputati, dall’estrema destra al centro cattolico, ascoltano uno scaltro discorso di Hitler destinato a imbrogliare. Promette tutto, come sempre, la fine della disoccupazione, la salvezza dei contadini, il rispetto dei diritti e soprattutto la pace. L’assemblea si suicida votando i pieni poteri a Hitler per quattro anni. Il presidente Hindenburg non potrà più opporsi alle decisioni del Cancelliere. Sotto gli evviva, la democrazia in Germania muore.
Che Hitler, un uomo che ha consolidato il suo potere con l’antisemitismo, possa dirigere uno dei paesi più industrializzati del mondo è sentito come una minaccia universale.
New York. Nel mondo intero le manifestazioni contro Hitler denunciano la sua barbarie, il suo oscurantismo e proclamano che «il giudaismo sopravviverà all’hitlerismo». Tutti gridano al boicottaggio mondiale dei prodotti tedeschi. Hitler, per dissuaderli, ordina una giornata di boicottaggio dei negozi ebrei in Germania. È l’inizio della persecuzione. Edwin Landau, proprietario di un grande supermercato della Prussia orientale, prima di emigrare con tutta la sua famiglia in Palestina, scrive: «In poco tempo è avvenuta in me una trasformazione. Questo paese e questo popolo che avevo amato e stimato fino ad ora sono diventati miei nemici. Non ero più tedesco e non dovevo più esserlo. Mi vergognavo di essere appartenuto a questo popolo, della fiducia che avevo accordato a tante persone che si rivelavano essere miei nemici».
L’antisemitismo ha contagiato le università. Il nazismo ha istigato gli animi contro la cultura moderna e ha imposto un’ideologia settaria e intollerante che spinge gli studenti a bruciare essi stessi dei libri. Con l’aiuto degli studenti, inquadrati dalle SA, in tutta la Germania vengono raccolte dalle biblioteche, dalle librerie e presso gli editori, tutte le opere che corrispondono a quello che Hitler ha definito di «spirito antitedesco». Sulla lista nera nazista vi sono i libri di Karl Marx, Sigmund Freud, Stefan Zweig, e più di trecento autori, soprattutto ebrei. 12.000 titoli sono condannati: centinaia di migliaia di libri devono essere bruciati. E le SA preparano il rogo. A Berlino, in piazza dell’Opéra, Goebbels pronuncia il discorso radiodiffuso che apre la “messa nera” di questo incendio di libri di stampo medioevale: «Cari studenti e studentesse di Germania, l’epoca dell’intellettualismo ebreo è passata. L’essere tedesco del futuro non sarà più un essere da libro ma un essere di volontà».
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10 maggio 1933. Una giovane berlinese, Dorothea Gunther, che assiste al rogo dei libri e al rituale nazista, testimonia: «Le SA e gli studenti gridavano il titolo del libro e il nome dell’autore e urlando “che era ebreo, pacifista, femminista o semplicemente moderno”, pronunciavano la sentenza “noi ti consegniamo al fuoco”. Sono rimasta ammutolita e offesa perché quegli studenti avevano letto e discusso molte di quelle opere che andavano in fumo».
Léon Blum scrisse: «In Germania, sarebbe stato necessario che i comunisti e i socialisti lottassero insieme». Ma i socialisti non avevano voluto. Per i comunisti, Mosca impartiva gli ordini: «Niente alleanze con i socialisti, i socialisti traditori». Le consegne suicide di Stalin hanno aiutato Hitler.
Hitler soppresse i sindacati e il 21 luglio 1933 mise fuori legge il partito socialista.
«SA e SS, Heil. Una grande epoca si apre davanti a noi – pronuncia in un discorso Hitler – La Germania finalmente si è svegliata. Noi abbiamo conquistato il potere. Ora dobbiamo conquistare il popolo tedesco».
Estate 1933. Il popolo tedesco può andare in vacanza. Il partito nazista è ormai il partito unico. I suoi slogan antisemiti non interessano troppo la gente. La sorte dei loro compatrioti di origine ebrea li interessa poco. Sono appena 500.000 mila, meno dell’1% della popolazione. La metà di questi ebrei tedeschi riuscirà a emigrare.
Gerda Blachmann testimonia: «Abbiamo potuto imbarcarci a condizione di lasciare tutti i nostri beni». Gli ebrei più poveri resteranno bloccati in Germania. Saranno deportati nei ghetti dell’Est e poi sterminati nei lager. Gli oppositori del regime fuggiranno come e dove potranno: soprattutto in Francia, dove saranno ripresi in seguito alla guerra e riconsegnati ai nazisti. Molti di loro che non partiranno per tempo e che vorranno resistere, saranno catturati e uccisi nei lager.
La grande maggioranza dei tedeschi si adatta alla dittatura. Alcuni cominceranno ad alzare ogni mattina la bandiera nazista a croci uncinate, diventata l’emblema ufficiale della Germania. Gli altri, una volta messo il bavaglio alla stampa, non potranno che leggere i giornali nazisti. Le bambine impareranno il saluto nazista, i bambini entreranno nella “gioventù hitleriana”, che svilupperà molto bene in loro l’aggressività. A scuola l’insegnante farà imparare ai ragazzi a maneggiare le armi. Nell’insegnamento della matematica, utilizzerà degli esempi del tipo: «Quanto costa in un anno allo Stato un alunno? Un handicappato 1.800 marchi, un alunno medio 320 marchi e un alunno brillante solo 125 marchi». Conclusione: la società non può sopravvivere se non quando i suoi cittadini sono geneticamente sani.
La figlia maggiore di ogni famiglia entrerà nella BDM, la Lega delle giovani tedesche e diventerà una brava sposa che avrà molti piccoli soldati, che si faranno uccidere a dieci anni negli ultimi combattimenti a Berlino, alla fine della seconda guerra mondiale. Ma i tedeschi non lo sapevano ancora in questa estate del 1933. Hitler non è interamente il capo supremo: deve ancora anestetizzare il popolo tedesco con la propaganda.
30 agosto 1933: primo congresso del partito nazista dopo la conquista del potere. Tra i partecipanti Rudolph Hesse, uno dei redattori della legge antiebraica, Goebbels che ha reso grande il Ministero della propaganda, Herman Goering, che ha fatto rinascere l’aviazione tedesca, Ernst Röhm, il capo dell’orda di fanatici che sono le SA. Röhm, che aveva partecipato al putsch del 1923 sarà accusato di tradimento. Le SA sono ormai due milioni, una forza che fa concorrenza all’esercito. Hitler, per avere il sostegno dei militari, deve metterli in riga ed elimina Röhm. Tutto inizia nell’estate del 1934 quando Hitler si reca a Venezia per incontrare Mussolini: è il 16 giugno 1934. Hitler è impressionato dal suo grande modello. Cerca l’accordo con Mussolini per il suo progetto di annessione dell’Austria. Mussolini rifiuta: non vuole la presenza tedesca alle sue frontiere. Mussolini disse: «Questo tipo mi sembra un monaco chiacchierone». Mussolini gli mostra la sua flotta, mentre Hitler non ha una marina. Hitler torna a Berlino mortificato. Comprende che fino a quando non avrà ricostituito la sua forza militare non potrà fare niente.
Hitler si reca alle manovre dell’esercito tedesco, piccolo in seguito al trattato di Versailles, ridotto a 100.000 uomini ma molto addestrato. Hitler sa che per fare una guerra occorrono dei generali, degli ammiragli, degli strateghi degli specialisti competenti. Ha promesso all’esercito di non rispettare il trattato di Versailles, di ridargli i suoi effettivi e il suo armamento. Ma i generali vogliono di più: vogliono la testa di Röhm e delle SA, più importanti per il loro numero dell’esercito. Röhm viene criticato per la sua mania di grandezza: fa ombra a Hitler. Goebbels disse: «È un bolscevico camuffato». Sono complici da più di quindici anni ma Hitler ha deciso di eliminare Röhm accusandolo di preparare un colpo di Stato. Hitler designa i boia: Himmler, capo delle SS, Heydrich, capo della Gestapo, Sepp Dietrich, un ex garzone macellaio divenuto capo della guardia di protezione del Führer. Tra il 30 giugno e il 2 luglio 1934, quella che Hitler chiamerà «la notte dei lunghi coltelli», le SS uccidono Röhm e 85 possibili oppositori o testimoni ingombranti del passato di Hitler. Dopo la fine di Röhm, le SA perdono tutta la loro influenza e sono ridotte a servizio d’ordine. L’esercito è soddisfatto, come gli industriali che temevano quando sentivano Röhm dire: «La rivoluzione nazionale socialista non è ancora terminata». Sepp Dietrich è promosso generale delle SS. Quando la regista Leni Riefensthal gira “Il Trionfo della Volontà” sul congresso del partito nazista del 1934, solo le uniformi nere delle SS sfilano. Ormai in alto nella piramide del potere Hitler è solo.
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Un mese dopo “la notte dei lunghi coltelli” l’ultimo presidente della repubblica, il maresciallo Hindenburg, muore all’età di 87 anni. La democrazia è morta e sepolta da lungo tempo. La dittatura continua la sua marcia implacabile. Hitler diventa il capo delle Forze armate. Il suo potere è totale. E tutti i soldati giurano fedeltà «al Führer nostro capo e del popolo tedesco, Adolf Hitler».
Luglio 1935. Hitler si reca al festival di Bayreuth per ascoltare Wagner, il suo musicista preferito. La nuora del compositore, Winifred Wagner, che l’ha sostenuto fin dal suo così difficile debutto, lo riceve ora come capo della Germania. Hitler può valutare il cammino percorso; ha realizzato il sogno assurdo della sua gioventù: diventare Rienzi, il suo eroe wagneriano preferito che si sacrifica per il suo popolo in adorazione davanti a lui. S’imbarca come Sigfrido, sul mare del Nord verso le sue chimere, accompagnato da coloro che l’hanno creato e che non possono più domare, colui che è diventato il golem, la creatura della Bibbia fatta di argilla e che accecherà gli umani con la sua potenza infernale.
Hitler si appropria dei successi della repubblica di Weimar, come le famose autostrade, che diventeranno le vetrine del regime nazista.
Germania sinagoga distrutta
Hitler si batte per promulgare le leggi razziali di Norimberga. Brucerà le sinagoghe nei grandi pogrom della “Notte dei cristalli”, preludio della “soluzione finale”. Si prepara a violare il trattato di Versailles rioccupando le zone smilitarizzate del 1919. Quando Francia e Inghilterra non reagiranno, la loro debolezza porterà Mussolini a riavvicinarsi a Hitler, lasciandolo annettere l’Austria per compiere la sua “missione”, riunire la Germania e i popoli che parlano il tedesco. Interverrà nella insanguinata guerra di Spagna, lanciando i suoi bombardieri, uccidendo la popolazione di Guernica e assicurando la vittoria ai fascisti di Franco sui repubblicani della Spagna.
Sogna il suo grande esercito, come quello di Napoleone. Marcerà verso Mosca, proclamando sempre che vuole la pace. «Noi vogliamo essere un solo e unico Reich, e voi dovete prepararvi. Noi vogliamo che il popolo diventi ubbidiente, e siete voi che dovete trascinarlo. Noi vogliamo che questo popolo diventi pacifico ma anche coraggioso, e siete voi che dovete essere pacifici!».
La Germania, trascinata dai discorsi e dalle manifestazioni grandiose, perderà i contatti con la realtà.
Quando la Germania sarà pronta, Hitler, feroce ed ostinato, la trascinerà, e il mondo intero con lei, in una lunga notte popolata di fantasmi di cinquanta milioni di morti.

Bibliografia:
Apocalypse Hitler Dvd

http://anpi-lissone.over-blog.com/article-come-e-stato-possibile-hitler-101300280.html#


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